24.9.09

Le vergogne di Palemo. La barca del sindaco e il gommone.


Nei primi anni dell'amministrazione di centro destra che nel 2001 prese il posto della giunta di Leoluca Orlando la società di servizi Gesip godeva di discreta salute. Il suo ufficio stampa, nel commentare il bilancio consuntivo del 2003, poteva scrivere che “la Gesip, società mista i cui azionisti sono il Comune di Palermo (51%) e Italia Lavoro (49%), grazie ad una concreta sinergia con l’amministrazione comunale… può vantare un bilancio positivo, sia in termini economici che occupazionali”, anche se aggiungeva che l’utile netto era stato di “5 milioni 447 mila euro contro i 6 milioni e 645 mila euro del 2002”.

Non si vantavano solo i risultati economici, ma anche “il primario obiettivo della stabilizzazione di migliaia di lavoratori, che da precari hanno ottenuto un posto fisso e la dignità di lavoratori dipendenti”. Al tempo i dipendenti della società che si occupava di pulizie e manutenzioni in molti settori (dagli impianti sportivi agli uffici, dalle scuole ai cimiteri) erano 1514, il che qualificava l’azienda come “la più grande società mista d’Italia”.

La gestione non deve essere stata delle più oculate se cinque anni dopo - lo si può leggere su “la Repubblica” del 9 febbraio - la società, che intanto ha raggiunto più di 2000 dipendenti "perde 873 mila euro al mese”, “è sull´orlo del fallimento e rischia di travolgere le già traballanti finanze di Palazzo delle Aquile".

Nei mesi successivi sarà il Comune a rendere compatibili i bilanci con nuovi contratti, ma aumentando la propria situazione di indebitamento e chiedendo, come d’uso tra i berlusconidi isolani dopo il “caso Catania”, una nuova eccezione alle regole al governo nazionale. Uno squarcio sulle ragioni del rapido deterioramento di società come Gesip, Amia ed altre controllate e partecipate comunali a Palermo lo danno due incursioni di “Striscia la notizia”, il 21 e il 22 settembre.

Nella prima (http://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/videoflv.shtml?2009_09_pet21.flv) la trasmissione di Ricci denuncia lo strano caso di un mister X (alias Franco Alioto) dipendente della Gesip, su cui grava il fondato sospetto di essere utilizzato in pianta stabile dal sindaco di Palermo, il berlusconico Cammarata, come skipper e curatore della sua “barca”.

Nella seconda (http://www.striscialanotizia.mediaset.it/video/videoflv.shtml?2009_09_pet22.flv) vengono proposte, dopo una mancata intervista, le spiegazioni del sindaco all’Ansa basate sul più omertoso “nenti sacciu”: la barca è del figlio e delle eventuali assenza dal lavoro di mister X lui non è a conoscenza. Ma il cronista riprende una sua dichiarazione alla stampa del 2006: Francuccio (Alioto), “il belloccio” ('u bellacchiu'), risulta essere anche il suo esperto di pesce e preparatore di spaghettate.L’Alioto peraltro, come premio per la sua “attività” in Gesip, risulta esse beneficiario di ben 2 promozioni, mentre un’altra società comunale, la Sispi, ne ha assunto il figlio senza concorso.

Due l’inchieste in corso: quella comunale, del sindaco Cammarata, sulle assenze di Alioto, quella, un po’ più affidabile, della magistratura su Cammarata. Il sindaco in ogni caso “non si dimette”. L’opposizione ha presentato una mozione di sfiducia annunciandola con una simpatica protesta, l’arrivo a Piazza Pretoria, ove nel prestigioso Palazzo delle Aquile ha sede il Municipio, di un gommone. La piazza fu detta anche “della Vergogna” per via di una fontana le cui statue maschili esibivano il pisello, poi coperto da fogliame; ma ben altre “vergogne”, da Lima a Cammarata, passando per Ciancimino, ci sarebbero state nel tempo da coprire. (S.L.L.)



21.9.09

La poesia del lunedì. Pier Paolo Pasolini

A un papa
Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
a vent’anni, tu eri studente, lui manovale,
tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
la vecchia Roma che stava tornando così nuova.
Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
Girava di notte ubriaco intorno ai Mercati,
e un tram che veniva da San Paolo, l’ha travolto
e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
per qualche ora restò li, sotto le ruote:
un po’ di gente si radunò intorno a guardarlo,
in silenzio: era tardi, c’erano pochi passanti.
Uno degli uomini che esistono perché esisti tu,
un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
a chi s’accostava troppo gridava: «Fuori dai coglioni».
Poi venne l’automobile d’un ospedale a caricarlo:
la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
e la padrona di un bar notturno, più avanti,
che lo conosceva, disse a un nuovo venuto

che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
Pochi giorni dopo finivi tu: Zucchetto era uno
della tua grande greggia romana ed umana,
un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
che girava di notte, vivendo chissà come.
Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
di altri mille e mille cristi come lui.
Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d’altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c’è uno di questi posti, il Gelsomino...
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto:
non c’è stato un peccatore più grande di te.

da Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Epigrammi, XII (1958),
in Pasolini. Tutte le poesie, Meridiani Mondadori, Milano 2003

20.9.09

L'articolo della domenica. Il

Il

Nota: Domenica 20 ero alle prese con la chiusura di "micropolis". Non ce l'ho fatta a inventarmi un pezzo decente. Come articolo ho postato "Il", una trovata senza pretese, per colmare un buco. Chiedo scusa ai lettori.

19.9.09

Riccardo Lombardi e gli avvoltoi. A 25 anni dalla morte: un commento e una nota biografica.



Il convegno di Regalbuto

Ieri pomeriggio a Regalbuto, il piccolo centro della Sicilia interna dove era nato nel 1901, si sono celebrati i 25 anni dalla morte di Riccardo Lombardi. Una sobria cerimonia che forse sarebbe piaciuta persino a lui, notoriamente così scabro e così scevro da quello che Marx chiamava il "pathos dimostrativo". 
La cosa più curiosa erano le presenze, quasi tutte di secondo piano: le autorità locali, un deputato regionale in carica (il piddino Termine), uno in pensione (l'ex socialista Mazzaglia), il giornalista Patrignani, autore di un libro su Lombardi, l'economista Ventura, aperto ad apporti psicanalitici ma lontanissimo dalle tematiche care a Lombardi (la programmazione ad esempio). 
Non c'era nessuno dei suoi "giovani leoni": il De Michelis che ne ha fatte di cotte e di crude ed oggi si fa consultare da Brunetta, il Signorile che ne ereditò la corrente e la trasformò in "sinistra ferroviaria", il Cicchitto che da lombardiano andò al governo e da pidduista è notabile del "popolo di Berlusconi". Non c'era neppure Nesi (l'assenza pare giustificata), che da "banchiere lombardiano" prestò a Saddam i dollari (mai rimborsati) per comprarsi a Terni un "supercannone", ma che sembra non aver tradito la scelta socialista di un tempo.
Unica presenza di rilievo è Marco Pannella, che corre ovunque siano disposti ad ascoltarlo, ma che con Lombardi non ebbe e non ha molti rapporti. 
Lo ammette lui stesso ("l'ho incontrato solo due volte"), e anche per questo non l'ha mai indicato tra i propri maestri e compagni, sebbene ora si dichiari disponibile ad approfondirne lo studio. Chi ha buona memoria non può non ricordare l'atteggiamento opposto tenuto da Pannella e Lombardi rispetto agli eredi politici del fascismo. Da una parte c'è un Pannella che inopinatamente si presenta a un congresso del Msi di Almirante gridando "il fascismo non è qui", ricambiato da un orgoglioso "il fascismo è qui" del celebre fucilatore; dall'altra Lombardi che con Almirante rifiuta sdegnoso il confronto televisivo in una "Tribuna politica".

Neanche i messaggi sono numerosi e impegnativi: uno, generico, del presidente della Repubblica (Fini e Schifani si limitano al saluto); uno del lombardiano storico della Sicilia, Turi Lombardo (un dì coraggioso assessore a Palermo, poi non passato immune attraverso lauricellismo e craxismo); uno, affettuoso, di Tullia Carettoni; uno, intenso e ricco, di Giorgio Ruffolo. 
Vi è citata una lettera, forse l'ultima di Lombardi, indirizzata a Nerio Nesi e ai compagni torinesi, ove tra l'altro si può leggere: "Non sono tanto interessato, rievocando la disillusione delle speranze del passato, a piangere sul latte versato, sono interessato a capire. Le lotte di oggi, per il bene e per il male, sono legate a quelle di ieri. C'è ancora tanto da fare". E vi è citata una frase che Lombardi ripeteva negli ultimi giorni: "Mi dispiace di dover morire. Sono curioso di sapere come andrà a finire".


Appendice biografica. 
Una vita di sinistra.

La vicenda umana e politica di Riccardo Lombardi è tra le più intriganti del Novecento, bella da conoscere, lunga da raccontare. Qui proverò a sintetizzarne qualche momento.

Orfano a 3 anni di un capitano dei carabinieri toscano, che si era sposato nella Sicilia dove prestava servizio, fece le medie dai gesuiti, nel rinomato collegio Pennisi di Acireale, e si laureò in Ingegneria industriale al Politecnico di Milano. Antifascista della prima ora nelle file della sinistra cattolica vicina a Pietro Miglioli, ma totalmente alieno da settarismi, pertecipò nel 1922 con gli Arditi del popolo alla difesa dell'"Avanti" assaltato dai fascisti. Si avvicinò al marxismo quando il cattolicesimo italiano, nei suoi vertici vaticani e nelle gerarchie locali, cessò di opporsi al fascismo e, anzi, ne preparò la benedizione concordataria. 
Lombardi era tra quelli che "non mollarono" anche dopo la soppressione dei partiti e delle libertà politiche e subì, durante un volantinaggio clandestino, l'aggressione di una squadraccia che ne danneggiò permanentemente il fisico. 
Negli anni Trenta, da dirigente della sede milanese di un gruppo tedesco-olandese di impiantistica chimica, conobbe importanti successi industriali, rimase tuttavia collegato ai gruppi dell'antifascismo, aderendo a Giustizia e Libertà. 
Nel gennaio 1943 è tra i fondatori del Partito d'Azione e nello stesso anno, nonostante i problemi di salute, è tra i partigiani, comandante nelle brigate di Giustizia e Libertà. Rappresenterà il Comitato di Liberazione nelle trattative per la resa di Mussolini avviate dal cardinale Schuster. Nell'incontro in Arcivescovado è lui a dire al "duce" e Graziani che nulla c'è da trattare se non la resa incondizionata dei fascisti.
Dopo la Liberazione è Prefetto di Milano per il governo Parri ed è Ministro dei trasporti nel primo governo De Gasperi, artefice della rapida ricostruzione del sistema ferroviario. 
Ma una più grande battaglia lo attende nella nativa Sicilia, quando, dopo la rottura dell'unità antifascista e la fine del primo governo De Gasperi, accetta di guidare nel 1947 quell'Ente Siciliano di Elettricità per la cui costruzione si era battuto. Era convinto che nessun progresso avrebbe portato la stessa riforma agraria senza l'elettrificazione nelle campagne. Riuscì nei sedici mesi di presenza a impegnare l'Ente nella costruzione di nuove centrali, ma non riuscì a spezzare la forza del potente monopolio privato dalla Sges (Società generale elettrica della Sicilia) di proprietà della grande finanza siciliana ed italiana, che condizionava pesantemente la neonata Assemblea regionale siciliana e acquisì una posizione assolutamente dominante dopo il 18 aprile del 1948. 
Questa battaglia perduta gli servì forse da bussola quando, 15 anni dopo, con il primo centro-sinistra fu tra gli alfieri della nazionalizzazione dell'energia elettrica.
Nel 1948 con Fernando Santi e Vittorio Foa è alla testa della corrente autonomista che vince il congresso del Psi. La linea proposta è chiara: superamento del Fronte popolare, autonomia dai comunisti, ma anche opposizione netta al nascente regime democristiano. Da direttore dell'"Avanti" in un articolo del 31 dicembre 1948, intitolato Prospettiva 1949, si schiera nettamente contro gli irrigidimenti della guerra fredda. Parla di una negativa sfiducia che spingerebbe la sinistra ad affidarsi "alla pressione militare e politica dell'Unione Sovietica" più che "allo sforzo autonomo e rivoluzionario delle masse, all'iniziativa popolare, alla diuturna conquista e alle faticose realizzazioni". 
Gliene viene una sorta di scomunica da parte di Rodolfo Morandi che, a quel tempo allineatissimo con Mosca, lo accusa di "insensibilità di classe" e di "socialismo liberale", anche per la sua matrice GL, e ne chiede la  rimozione da direttore del quotidiano del Psi. Lombardi replica il 18 gennaio scrivendo tra l'altro che "la fase sovietica, di diretta democrazia popolare è ineliminabile" in ogni rivoluzione e deve anche durare: "La costituzione di consigli degli operai e dei contadini non può essere sostituita da nessuna parata di truppe liberatrici". 
Nonostante l'impegno di Lombardi il primato degli "autonomisti" durò poco nel Psi e in meno di un anno a riprendere il controllo del partito furono i "frontisti" di Morandi e Nenni (che nel 1950 vincerà il premio Stalin). Lombardi si proclamava "acomunista", per sottolineare la distinzione dall'Urss e dal Pci, ma rifiutava l'anticomunismo; ed era, da autonomista, favorevole a un rapporto e, se possibile, a un raccordo con il Pci. 
Dopo "l'indimenticabile 1956" Lombardi rientra con forza nel gioco politico del suo partito, lo convince a votare per il Trattato di Roma che dà l'avvio alla Comunità Europea (i comunisti votarono contro) ed è parte fondamentale della nuova maggioranza che governa il Psi dopo il Congresso di Venezia del 1957. 
L'obiettivo è la "svolta a sinistra", cioè un governo appoggiato dai socialisti che realizzi grazie alla programmazione democratica una serie di grandi riforme (nazionalizzazione dell'energia elettrica, pubblicizzazione dei suoli edificabili, scuola media unica, servizio sanitario nazionale etc.). 
La prospettiva pare realizzarsi con il governo Fanfani del 1962, cui il Psi garantisce un appoggio esterno e una fattiva collaborazione (il lombardiano Ruffolo dirige la programmazione e Lombardi segue personalmente la nascita dell'Enel), mentre il Pci togliattiano, pur critico dell'operazione, si astiene sulla fiducia. Lombardi è tuttavia tra i primi ad avvertire l'impantanamento della originaria spinta riformistica del centro-sinistra e nel 1964 la sua corrente non entra nel governo Moro.
Negli anni successivi Lombardi mantenne nel suo partito questa posizione critica e cominciò a prospettare una "alternativa di sinistra" alla Dc, favorita dall'evoluzione del partito comunista italiano. Da queste posizioni criticò fortemente il "compromesso storico" berlingueriano e, su questa linea, contribuì all'elezione a segretario del Psi di Bettino Craxi. 
L'alleanza Craxi-Lombardi raggiunse il suo punto massimo nel congresso di Torino (1980), in cui Lombardi si fece fautore di una svolta mitterandiana, ma anche di una nuova Bad Godesberg che riscrivesse il programma fondamentale del Psi. Eletto presidente del partito nel gennaio del 1980 si dimise un paio di mesi dopo perché isolato rispetto alla sua stessa corrente di "sinistra socialista", i cui principali esponenti, De Michelis, Signorile, Cicchitto sembravano più interessati a un accordo di potere, di governo e sottogoverno con Craxi che non alle politiche ed avallarono, sia pure in modi diversi, le scelte di rottura a sinistra. Morì il 18 settembre 1984. (s.l.l.)

17.9.09

Tre poesie di viaggio (Salvatore Lo Leggio, 1998)

Padova - L'Orto botanico
Padova
Laddove s'interrompe la padana,
Padova prova a sorprenderti - prati,
miracoli, mercati, erbe, galline,
svenimenti nell'orto. Già lontana

l'arte, la morte, se da muri muti 
gridano ed aggrediscono graffiti,
sulla piazza zanneggiano drogati,
vendono vento veneti avveduti.

Venezia - Ponte
Venezia 1
Venezia viziosa ti vezzeggia, 
da ponti e calli ingorda ti guarda, 
- lazzi di carnevale, lezzi, sfarzi - 
d'amori e morti bella baroccheggia.

Miele di melanconica mestizia 
ti prende con promesse d'abbandoni 
vane. Di mercanzie solo abbondanza. 
Il vizio di Venezia è l'avarizia.

Ghetto di Venezia - La Sinagoga (foto Giovanni dell'Orto)
Venezia 2
La gondola dei poveri barcolla
traghettandoci in piedi. Oltre il canale
per prati e campi tra lagune al ghetto
lento tragitto, diradata folla.

Di candele e di stelle una bottega,
tra morte gore sinagoga chiusa,
il sole che tramonta chiede scusa,
senza parole Venezia si nega.

La sarta sciatta. Monovocalismo (S.L.L.)


La sarta sarda
sbracata sfanga
la palandrana.


Ha paga scarsa,
scarpa slacciata,
tasca slabbrata,
sciarpa ramata,
calza tarlata,
gamba sciancata,
mamma malata.


La sarda sciatta
mangia affamata,
assatanata.


Là, dalla stalla,
al cha-cha-cha
la vacca balla:
sacra baldracca
canta alàlà;
la capra campa.


Sciatta la sarta
mangia lasagna,
sbava la panna.


Dalla marrana
s'alza la rana,
lassa la lasca
lancia la palla,
danza la samba,
avvampa l'acqua.


La sarta sarda
cava marsala
dalla caraffa.


Là, dalla landa,
la talpa scava,
la marra frana
amalgamata,
ammatassata
da fata arcana.

Non ricordo con esattezza quando scrissi questa poesiola, ma era il periodo che m'ero appassionato degli esperimenti dell'OuLiPo, dopo l'85 e prima dell'89. S.L.L.

14.9.09

La poesia del lunedì. Carles-Jordi Guardiola (Barcelona, 1942)

Non dirò
Non dirò né mele rosate
né limoni né arance.
Dirò che mi si aggruma
il sangue sulle mani
e che mi stomaca vivere in questo tempo
e in questo paese.

Non dirò né mele rosate
né limoni né arance:
griderò più alto ancora
e lotterò per la nostra libertà.

(In Poesia catalana di protesta, Laterza, Bari,1968)

13.9.09

Il nemico interno e la corruttibilità delle masse



I regimi autoritari si reggono sulla paura. A intimidire e passivizzare giovano una polizia ben pagata, potente e occhiuta, il carcere e il confino per gli oppositori, discriminazioni di ogni tipo per i frondisti. 
Il totalitarismo richiede di più. Nella costruzione e nel consolidamento di regimi tendenzialmente totalitari è necessaria la colonizzazione delle coscienze, l'adesione quanto più possibile attiva delle masse.

La tentazione totalitaria è visibilmente presente nel presidente Berlusconi: non si contenta di essere votato da molti, vorrebbe essere amato da tutti (o quasi) e talora favoleggia di sondaggi che gli assegnano indici di popolarità assolutamente incredibili. Non credo che tra le forze politiche di governo tutti siano disposti ad assecondare queste inclinazioni. C'è la dichiarata opposizione di Fini, con il suo seguito di parlamentari, che pensa a una destra di tipo europeo, tradizionalista e autoritaria quanto basta, ma laica. Meno evidente, ma quasi sicuramente presente, è la resistenza di alcuni ex liberali o ex democristiani che, se potessero, raccomanderebbero moderazione. Il capo della Lega, Bossi, a sua volta, - lo ha dichiarato proprio oggi - considera l'attuale fase politica un momento di passaggio verso la totale indipendenza del Nord e la separazione dal resto d'Italia e dunque lavora perchè la crisi istituzionale non abbia un suo esito definitivo. A incoraggiare le tentazioni del dottor Silvio è una schiera di cortigiane e cortigiani pronti all'osanna che vanno dalle amate Gelmini e Carfagna al fido Bondi, all'entusiasta Quagliariello, al fratello di loggia P2 Cicchitto per giungere agli ex colonnelli di An La Russa e Gasparri.
Uno degli ingredienti essenziali del totalitarismo è l'individuazione dei nemici, la creazione di mostri in grado da una parte di suscitare la paura, dall'altra di attirare l'odio. I nemici esterni scelti dai berlusconidi somigliano moltissimo a quelli contro cui fascisti e nazisti puntavano le armi tra le due guerre: l'alta finanza mondiale più o meno massonica, la perfida e infida Albione, la grande stampa straniera pronta a denigrare e complottare, le istituzioni internazionali (Onu e Unione europea) sempre pronte a negare all'Italia il posto e il peso che meriterebbe. Un altro nemico viene soprattutto dal Sud, insieme esterno ed interno; lo stigmatizza e lo esecra soprattutto la Lega. Si tratta di quei migranti accusati di invadere le "nostre" città, di assediare le "nostre" case, di depredare le "nostre" sostanze, di insidiare le "nostre" (???) donne, cioè di quei poveracci che vengono "respinti" sotto le grinfie dei libici di Gheddafi, che vengono "accolti" in lager chiamati Centri d'identificazione o, addirittura, sono lasciati morire in mare.
Ma una cura particolare ha nell'agire totalitario l'individuazione del nemico interno. Al convegno eugubino del Pdl, conclusosi sabato, a tracciarne i connotati è stato il ministro Brunetta che con un piglio aggressivo ha distinto due Italie: quella di chi si "fa il mazzo" a lavorare, a rischiare, a competere e l'Italia di quelli che speculano e succhiano risorse senza alcun merito, a cui andrebbe fatto "il mazzo così". Al vertice dell'Italia parassita sarebbero naturalmente i banchieri (Brunetta non dice "ebrei", perchè non si può più dire, ma un po' lo lascia intendere), i magistrati e i baroni universitari; alla base ci starebbero i fannulloni del pubblico impiego che lui, la Gelmini e Sacconi hanno combattuto; nel mezzo c'è il "culturame" che non sta sul mercato, cineasti, teatranti, cantanti e orchestrali dei teatri lirici. "Chiudi i rubinetti, non dare più un centesimo" ha gridato Brunetta al suo collega di governo Bondi. Infine si è scatenato contro la "sinistra di merda" che rappresenta quest'Italia di merda e deve essere "fatta morire".
Su questo delirio qualche amico e compagno scherzava ieri alla festa della sinistra che si svolgeva a Perugia e non mancava chi legava codesta furia a un errore di sostanza o di dose. Saggiamente Fausto Gentili sottolineava quanto questo incanaglimento ricordasse Goebbels e l'efficacissima propaganda nazista e quanta forza abbiano tuttora siffatti discorsi a svegliare la "canaglia che è in noi".
Il riferimento mi pare tutt'altro che peregrino. Per quanto mutati paiano scenari e comportamenti, viviamo tutt'oggi nella "civiltà di massa" che il Novecento inaugurò. Fino a vent'anni fa noi di sinistra pensavamo le "masse" come insiemi strutturati e organizzati, consapevoli dei propri interessi e attenti alla cosa pubblica. Il modello erano le "masse operaie" della grande fabbrica, prodotte dallo sviluppo capitalistico e capaci di autorganizzarsi nella lotta, e proprio per questo diverse dai tradizionali agenti della piccola produzione, gli artigiani o i contadini ad esempio, che secondo l'immagine di Marx erano "come le patate nel sacco", non facevano "massa".
In realtà fin dagli anni Venti ci sono altre "masse", quelle folle che Mussolini, mal rimasticando Machiavelli, considerava "materia" inerte, da manipolare. Furono sovente queste "masse" a favorire la caduta, da destra, dei regimi liberali (secondo Hobsbawm nel ventennio 1922-1942 solo dodici dei 65 stati sovrani conservarono ininterrottamente libere istituzioni).
Dopo la guerra e l'olocausto Eric Fromm intravide le radici di questa catastrofe nella "folla solitaria", tipica dell'Occidente novecentesco, luogo di una "fuga dalla libertà" di individui atomizzati in cerca dell'identità perduta. Non è un caso pertanto che negli anni Trenta gli stessi autocrati del nuovi regimi si allontanano dal modello mussoliniano del "demiurgo" e tendono a presentarsi come incarnazione della "gente comune". La loro "eccezionalità" caso mai si manifesta nell'incarnare al massimo grado i caratteri e le aspirazioni più profonde del popolo.
La personalizzazione della politica della fine del Novecento e la potenziata utilizzazione dei mezzi di comunicazione di massa (specie quella tv che esalta le caratteristiche della "folla solitaria") si iscrivono in questa storia. C'è di sicuro una dialettica tra gli "istinti" canaglieschi già presenti nella società e quelli istillati attraverso le televisioni, ma l'elemento decisivo non è ciò che la "gente comune" pensa, ma ciò che alla fine del giro le si fa pensare determinandone gli odi prima ancora che gli amori.
Se ci riportiamo all'Italia dei nostri giorni non è difficile vedere in atto questo tentativo di "adeguamento" della massa a una rappresentazione della realtà schematica e fantasiosa. Da un lato ci sono i nemici, potentati stranieri, sudici invasori, parassiti di ogni tipo, sindacati e politici di sinistra che li proteggono; e ci sono i traditori e gl'ingrati che sputano nel piatto dove hanno mangiato e tramano, le Veroniche e i Fini. Dall'altro c'è Lui, che pensa e agisce "come noi", che è uomo maschio e cerca la gnocca, che è uomo d'affari e non bada a regole coi concorrenti, col fisco, coi clienti, ma è anche "uno dei nostri" e perciò protegge dai cattivi,"fa i fatti" e mantiene le promesse. Questa raffigurazione ha i suoi momenti chiave: Berlusconi che fa sparire i rifiuti da Napoli, Berlusconi che piange i morti del terremoto in mezzo al popolo e lontano dalla casta, Berlusconi che consegna le prime case. E' per questo che martedì sera non ci dev'essere programma televisivo che possa fare concorrenza allo "speciale" di Vespa, ove tale consegna sarà mostrata alla brava e buona gente italiana, o che possa mettere in qualche capo la pulce del sospetto.
Dicono in tanti (da D'Alema a Casini ) che Berlusconi è alla frutta, che s'è coperto di ridicolo nel mondo con le sue bravate, contraddizioni, correzioni, smentite e battute arroganti. Dicono che Fini, che la Chiesa, che la Confindustria, che la Lega, che l'America, che l'Europa... Dicono che non ce la farà a chiudere il cerchio della crisi di regime, che durerà (forse) per il quinquennio della legislatura ma non di più. Ma, come succede alla mia amica, la cantante e scrittrice Marilena Monti, io, anche per effetto dei pronunciamientos di Gubbio, sento una "puzza nera", "di marcio e di fascio". Esiste una "logica oggettiva delle cose" che le spinge oltre le stesse intenzioni delle persone e credo che per la sinistra sia un grave errore affidarsi ad altri. L'unica possibile resistenza ritengo sia la ricostruzione di una opposizione ampia e unita, politica e sindacale, sociale e culturale, capace di fare breccia tra le masse corrotte da Berlusconi (e dagli alleati concorrenti della Lega). Ma, tra guerre intestine, congressi, personalismi e manovre, niente sembra fare ben sperare.
Un compagno ottimista, ragionando in particolare della confusione che sembra attraversare l'area della sinistra, anche in conseguenza della spasmodica ricerca di posti al sole nelle elezioni della prossima primavera, mi diceva: "Fortuna che, dopo le regionali, per tre anni non ci sono elezioni. Forse si potrà ragionare di politica e costruire una politica". Forse. Ma - umilmente chiedo - dopo, nel 2013, ci saranno ancora elezioni libere? (S.L.L.)

11.9.09

Peppino Impastato. Memoria di un ribelle (micropolis febbraio 2001)

Il nuovo sindaco leghista di Ponteranica, in provincia di Bergamo, ha fatto rimuovere ieri la targa voluta un anno e mezzo fa dal suo precedessore di centrosinistra per dedicare la biblioteca civica a Peppino Impastato, giovane siciliano ucciso dalla mafia nel 1978. "Meglio onorare personalità locali". Non trovo parole per commentare questa vergogna. Ripubblico un personale ricordo di Peppino scritto per "micropolis" nel 2002 in occasione di un dibattito sul film "I cento passi".
Memoria di un ribelle
Ho condiviso il grido di dolore “il dibattito no!” lanciato a suo tempo da Nanni Moretti. Il chiacchiericcio infarcito di “cioè” che seguiva tanti spettacoli nei tardi Settanta, era diventato, nella sua ritualità e sciatteria, il pendant dell’impotenza. Oggi però bisognerebbe urlare “il dibattito sì!”, approfittare di ogni situazione per riprendere la parola ed elaborare un vocabolario comune tra quanti non si riconoscono nell’ordine esistente ma, ad onta dei fasti della “rete”, non sempre trovano canali di comunicazione e si sentono condannati all’afasia.
Sembra muoversi su questa linea l’associazione culturale primomaggio. Animata da compagni di antica militanza DP promuove dibattiti soprattutto nell’area di Assisi e Bastia. Una delle ultime iniziative, la proiezione de I cento passi di Marco Tullio Giordana, ha ottenuto un successo forse imprevisto: la sala del Cinema Esperia di Bastia era stracolma. Il dibattito che seguiva era dedicato alla figura del militante di cui il film racconta la storia: Peppino Impastato, assassinato dalla mafia a Cinisi, un paese del Palermitano, nel maggio 1978, lo stesso giorno dell’uccisione di Moro da parte delle Brigate Rosse.
Ho visto più volte il film, ma sul momento non sono mai riuscito ad organizzare razionalmente un giudizio critico. La mia confusione nasce di certo dall’antica amicizia con Impastato. L’attore protagonista non presenta alcuna somiglianza con Peppino, se non quella che accomuna molte fisionomie meridionali; eppure nel modo di gesticolare, nell’espressione del volto, nell’inflessione della voce, sembra lui. Né si tratta di un’impressione affatto soggettiva: una compagna di Sessantotto, mia e di Peppino, con la quale ho visto il film appena uscito, ne ha ricavata una identica.
A Bastia non ero però il solo ad avere le lacrime agli occhi. La piena emozionale sommergeva molti spettatori, non solo quelli attempati, che potevano scorgere nelle immagini un barlume della giovinezza perduta, ma anche ragazze e ragazzi che degli anni Sessanta e Settanta hanno una conoscenza sempre indiretta e spesso assai imperfetta. Ha ragione Umberto Eco: esiste una chimica delle emozioni e perciò certi racconti, letterari o cinematografici, fanno piangere, sono fatti per far piangere. Resta valida a questo proposito la ricetta di Aristotele, spesso inconsapevolmente rispettata da tanti prodotti drammatici o narrativi: un intreccio ben costruito, che tenda all’estremo le situazioni, fa sì che il lettore lo spettatore provi insieme pietà e terrore. Si può anche comprendere perché si piange, ma non si può evitare di farlo, come quando si taglia una cipolla. Nel film di Giordana all’effetto coopera un ritmo serrato, “americano”. Una vicenda complessa è condensata in sequenze di grande concentrazione “realistica”, che nella loro tipicità sembrano cogliere intero il senso di un’esperienza umana.
Il film aspira a una ricostruzione documentata, in qualche modo veridica, dei fatti, ma è comunque un’interpretazione, inevitabilmente legata al clima ideologico e culturale del tempo in cui è stato girato. Gli sceneggiatori, lo stesso Giordana e Claudio Fava, rivendicando la ricerca puntigliosa di testimonianze scritte ed orali, dei concittadini, dei compagni, dei familiari di Peppino (è forse questa la ragione delle impressionanti somiglianze), hanno dedicato a Felicia Impastato, la madre dell’eroe, considerata coautrice del film, il premio ottenuto a Venezia. Ciò nonostante, essi leggono la storia alla luce di una ideologia in voga oggi, “democratica” e “americana”.
Giordana ha affermato che il suo non è un film sulla mafia o sul Sessantotto, ma su un uomo. Invero, come nei film democratici americani dal New Deal in poi, l’attenzione si concentra sull’eroe, sui suoi conflitti, sul suo coraggio. Il contesto è sfondo, attendibile e ben curato quanto si vuole, ma inessenziale. Il mafioso del film potrebbe essere qualsiasi altra figura sociale capace di esprimere un potere arbitrario, violento e predatorio; il protagonista, un comunista sessantottino, potrebbe benissimo essere un carabiniere o un magistrato. Lo stesso titolo, ispirato da una frase di Impastato sui cento passi che separavano la sua casa da quella del boss, ricorda, forse inconsapevolmente, un altro film d’ambientazione sicula, i Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara, meno riuscito, ma ugualmente centrato sulla figura dell’eroe, il generale Dalla Chiesa. Si comprende perché il conflitto a cui il film dà più risalto sia quello col padre mafioso, che assume risvolti edipici.
Un messaggio esplicitamente politico, ai margini del film, c’è comunque. Sul finire, Peppino visita un dirigente locale del PCI, un pittore con cui conserva un’amicizia non priva di tensioni. Gli comunica, cercandone l’assenso, la decisione di candidarsi al Consiglio Comunale, in Democrazia Proletaria. Il suo interlocutore, stigmatizzando ironicamente il masochismo delle sinistre, grosso modo replica: “Noi non vogliamo vincere. Per questo ci dividiamo sempre”. Giovanni Impastato, fratello di Peppino, e Giovanni Russo Spena, senatore dell’Antimafia, al dibattito di Bastia, hanno giudicato del tutto inverosimile il colloquio per ragioni politiche e fattuali. La scena, peraltro, non è innocente, non ha solo motivazioni estetico-spettacolari, ma è una sorta di richiamo sentimentale all’unità, una morale attuale che si sovrappone alla favola. L’incontro è stato ricco di spunti interessanti. Sollecitato da interventi brevi e sugosi, Russo Spena, che ha steso la relazione finale (poi votata all’unanimità) sui depistaggi istituzionali nelle indagini sul delitto, ha ricordato i silenzi e le omissioni che hanno ostacolato gli accertamenti: alcuni dei “devianti” hanno poi fatto luminose carriere, promossi generali o giudici di Cassazione. Ha inoltre rievocato il clima della primavera 78. La caccia alle streghe, cominciata nei primi giorni del sequestro Moro, aveva isolato Peppino. Perfino i consiglieri comunali del PCI a Cinisi avevano votato un ordine del giorno che condannava come calunnie le sue accuse sui traffici di droga, le speculazioni edilizie, le collusioni politiche. Non casualmente gli assassini scelsero una modalità insolita: lo fecero saltare in aria su un binario, quasi si trattasse di un terrorista incauto. La stampa, in quei giorni convulsi, diede alla notizia scarsissimo risalto. Non tutta accreditò l’ipotesi dell’attentato, ma lo fece “L’Unità”, che scrisse così una delle pagine più ingloriose della sua storia gloriosa. Caduta quasi subito questa lettura, gli inquirenti montarono un altrettanto improbabile suicidio.
Giustamente Giovanni Impastato ha dichiarato che il coraggioso film di Giordana, come la relazione dell’Antimafia, come il processo che si svolgerà contro i probabili assassini, rappresentano quel tardivo risarcimento, che a tutt’oggi gli organi di governo negano, rifiutando a Peppino la qualifica di “vittima della mafia” ed alla madre il modesto indennizzo che la legge prevede.
Forse anche a noi tocca un risarcimento. Dei movimenti politici e sociali degli anni Settanta abbiamo rilevato ambiguità, incertezze, contraddizioni, che non esitiamo a riconoscere anche come nostre. Tuttavia, in un clima in cui, senza reazioni a sinistra, Montanelli si permette di invocare una epurazione della scuola da tutti gli insegnanti sessantottini come unica efficace misura di riforma, qualche precisazione, fondata sulla privata memoria, mi pare necessaria.
Nel 1968 Peppino ed io militavamo nello stesso gruppetto, la Lega dei Comunisti marxisti-leninisti, che si caratterizzava per il sostegno alla cosiddetta sinistra maoista. Ci entusiasmava nei discorsi di Chang Ching e di Lin Piao la guerra dichiarata ai “quattro vecchi” (la vecchia ideologia, la vecchia cultura, i vecchi costumi, le vecchie abitudini), ci esaltavano i loro slogan preferiti “Ribellarsi è giusto”, “Osare pensare, parlare, agire”. Erano certamente falsi idoli, ma esprimevano una ribellione, se si vuole piccolo borghese, che coinvolgeva tutto il vecchio ordine, dal livello familiare a quello politico, a quello sociale. Peppino era appassionato di Marcuse, insisteva sul fatto che la contestazione o era globale o non era. Lo contraddistingueva una volontà di incidere sulla realtà, anche nel suo paesino arretrato e mafioso, mentre io preferivo il movimento universitario, i dibattiti ideologici. Più tardi entrammo di comune accordo nel PCd’I “linea rossa”, un gruppo che a Palermo più degli altri cercava un rapporto con gli operai ed in provincia otteneva simpatie tra i braccianti. La comune militanza e la pratica amicale durarono fino all’autunno del 1971, quando cambiai città. Dopo ci perdemmo di vista e le nostre scelte si divaricarono: io ritornai nel PCI, lui si avvicinò a Lotta Continua. Non sono dunque in grado di dar testimonianza sul più diretto impegno antimafia espresso negli anni successivi attraverso la radio, né sui dibattiti sulla droga, la liberazione del corpo e simili, di cui il film racconta. Posso raccontare di un nostro lungo colloquio, alla stazione di Palermo, nella primavera del 71.
Nella città agiva da poco, legato al Manifesto, il Centro di Iniziativa Comunista della Sicilia, guidato da Mario Mineo, nei confronti del quale nutrivamo entrambi tanto ammirazione quanto diffidenza. Nella riunione di gruppo avevamo discusso il documento di quell’organizzazione sulle elezioni regionali che si sarebbero svolte a giugno. S’era discusso soprattutto delle originali tesi di Mineo sulla borghesia mafiosa come forma specifica del capitalismo in Sicilia e sulle proposte di lotta che ne faceva derivare. I più rozzi dicevano che la mafia sarebbe scomparsa con l’arrivo del socialismo, come la droga e la prostituzione, i più raffinati definivano quella impostazione di retroguardia, sostenevano che il nemico principale non era più la mafia, neanche in Sicilia. Nella nostra privata conversazione Peppino tentò di convincermi che, almeno su quel punto, Mineo aveva ragione, che la lotta contro la borghesia, la mentalità, l’omertà mafiose, era immediatamente lotta per il socialismo: mi parlò della grande ricchezza mafiosa, della capacità di condizionamento, della speculazione edilizia. Non mi convinse, mi convinsi più tardi da solo.
Torniamo al film. Non ha il torto di tagliare per ragioni spettacolari i noiosi dibattiti ideologici di cui era infarcita la vita di Peppino, ma quello di censurare in lui ed in altri che, per fortuna loro e nostra, non furono uccisi, il nesso inscindibile tra la lotta alla mafia e la lotta anticapitalistica, tra la ribellione etica ed estetica e la scelta comunista rivoluzionaria.

Il film è comunque bello ed utile, anche a noi. Nel finale un parente americano degli Impastato chiede a Felicia un’autorizzazione alla vendetta, perché Peppino è “della famiglia”, uno dei “nostri”. All’orgogliosa risposta “non è dei vostri” il boss replica: “Dove sono i suoi compagni?”. In quello stesso momento si vede per strada una folla di giovani che, tra bandiere rosse, inni e pianti, gridano: “Peppino è vivo e lotta insieme a noi”. Eco lo direbbe un finale consolatorio. Consoliamoci pure, accettiamo come risarcimento questo “lieto” fine che dà senso alla vita e alla morte del nostro eroe. Godiamoci pure il piacere delle lacrime. Ma dopo andiamo a scavare tra le nostre vecchie carte degli anni Settanta, tra le cose che leggevamo e scrivevamo, tra i nostri stessi privati ricordi. Sono certo che tra tanto ciarpame troveremo anche la perla, troveremo anche qualche indicazione critica, qualche analisi, qualche indicazione di metodo illuminante, tale da dare ragione e ragioni alla nostra refrattarietà, alla nostra impenitenza e impunità. (S.L.L.)

9.9.09

Gubbio,la scuola ieri e oggi. Il regno del prete Gianni (micropolis marzo 2002)



Si svolgerà da domani 10 a sabato 12 settembre e sara' idealmente dedicata a don Gianni Baget-Bozzo l'ottava edizione della Scuola di formazione di Gubbio, organizzata dal Pdl. Il programma è fitto. Domani ci sarà la realazione di Bondi e l’intervento di alcuni “big”, da Gasparri a Cicchitto, da Frattini a La Russa, ma il clou sarà rappresentato dall’inattesa visita di Fini, oggi sotto accusa come il “compagno” Fini o il “radicale" Fini. Lui stesso ha definito la scelta di andare una misura di “igiene politica”, ma nella cultura di destra l’igiene ha molto a che fare con la guerra (“la guerra sola igiene del mondo”). Sabato 12, di buon mattino, avra' luogo il confronto fra il Rettore della Pontificia Universita' Lateranense monsignor Fisichella, e Giulio Tremonti. Si discutera' dell'Enciclica 'Caritas in Veritate' ed al dibattito parteciperanno anche Bondi e Quagliariello. Sabato sera, dopo un ricordo di Baget Bozzo, sarà il cavaliere ad avere l’ultima parola.

Qualche giornalista lascia intravedere novità e sfracelli, io resto scettico. In ogni caso riprendo qui l’articolo che feci l’anno che aprì la scuola. Mi pare tuttora attualissimo. Aspetto commenti. (S.L.L.)



Il regno del prete Gianni

(micropolis marzo 2003)


Il 22 marzo una conferenza stampa del coordinatore di Forza Italia deputato Antonione, del responsabile dei dipartimenti, Sandro Bondi, del deputato europeo e prete Baget Bozzo, una sorta di preside, ha annunciato il primo esperimento di scuola quadri del partito di Berlusconi. La novella è lieta anche per l’Umbria, che avrà il privilegio di ospitare a Gubbio maestri e discepoli a fine agosto. La Reuter, l’ANSA, i giornali hanno comunicato con ampiezza le novità del breve corso; Radio Radicale ha trasmesso l’intera conferenza, ora disponibile nel sito. E’ dunque possibile farsi un’idea precisa dell’asse culturale e pedagogico dell’operazione.

I tre vogliono una scuola “non ideologica”, anzi “nemica di ogni ideologia”. Il senso di consimili ripulse era chiaro a Franco Fortini già quarant’anni fa, quando ne L’ospite ingrato dichiarava che “chi parla di morte delle ideologie in realtà vuole la morte del marxismo”. Oggi i nemici della ideologia non hanno bisogno di travestimenti, si dichiarano senza complessi “liberali” e sbandierano i maestri pensatori: Sturzo, Croce, Von Hayek, Einaudi. In questo, che Gianni Baget Bozzo chiama vezzoso “liberalismo eclettico”, Anonione tenta di inserire il pensiero sociale della Chiesa, ma il prete-preside gli fa “non t’allargare”. Visto che detesta i “cedimenti” giovannei e Paolini, salta a piè pari anche la Rerum novarum e regredisce a Tommaso D’Aquino, liberale autentico in quanto difensore della proprietà privata. Gianni, in gran forma, prosegue: “In Italia manca una tradizione liberale. Gli intellettuali erano tutti gramsciani, gramsciani di parte comunista o di parte cattolica. Berlusconi ha messo fine a ogni mediazione, si è rivolto al popolo con le parole del popolo. Per capire la differenza basta confrontare un discorso di Moro e uno di Berlusconi. In un’Italia che aveva una scuola di sinistra, una stampa e una Tv dominate del Sessantotto, Berlusconi ha realizzato un rapporto diretto tra il leader e il popolo”.

I forzisti, come i vecchi stalinisti, diffidano degli intellettuali; dicono che portano seco l’impronta filosofica dello stato etico hegeliano, i berlusconidi invece di un’etica pubblica non sentono alcun bisogno, si interessano piuttosto dei “diritti di ogni singola persona”. Di conseguenza, anche se potranno utilizzarne in futuro per apporti specialistici, per ora non li manderanno a fare lezione. La scuola di Gubbio, del resto hascelto la “pedagogia del fatto” di cui rivendica l’originalità: “Le Frattocchie? E’ l’antimodello perché noi non abbiamo una cultura da comunicare, ma dei fatti da commentare”. Bisogna fornire ai nuovi dirigenti l’interpretazione, “la coscienza di ciò che viene fatto”. A questo basteranno i ministri (Scajola, Tremonti, etc.) e le sottosegretarie. Il tutto per formare quadri che rappresentino nella federalizzazione del’Italia “la coerenza di disegno politico del governo liberale”, una coerenza che non deriva dall’ideologia ma dallo “stile” negli atti di governo. “Gli atti – spiega il prete - non sono accidenti”. Sentiamo puzza di Gentile, ma non vogliamo buttarla in filosofia. E’ certo che, grazie a questi insegnamenti, cresce il rischio di trovare “berluschini” in ogni dove. Se possibile c’è di peggio. La didattica dell’atto, lo sprezzo per il pensiero e per gli intellettuali si ritrovano in tutti i regimi autocratici, ove l’esempio da seguire è costituito dall’opera del “capo”. Così per Hitler, Mussolini, Peron, Mao, Stalin. Un bel saggio sulla storiografia sovietica, scritto nel 1988 da Alexandr Nekric, in piena perestrojka, ci spiega come, dopo il Breve corso sulla storia del Pcus, ispirato direttamente da Stalin, agli studiosi veniva proposto di “commentare le direttive di partito mediante opere di carattere storico”. Valeva per gli storici, ma anche per i filosofi e perfino per gli scienziati: la storia, il marxismo, il materialismo, la fisica, la biologia svolgevano la stessa funzione del “liberalismo eclettico” del prete Gianni. Si allargavano e restringevano come la pelle di certa parti del corpo a giustificare le scelte del capo. Le Frattocchie casomai, nel quadro dello stalinismo, rappresentavano una “diversità nell’unità”; pullulavano d’intellettuali nutriti dall’idealismo di Croce, che sebbene oggi sia arruolato dai forzisti nel liberalismo eclettico, aveva teorizzato la “circolarità dello Spirito” in una dialettica dei distinti. Essi insomma cercavano di garantire (con molta difficoltà) la coerenza dei fatti (assicurata dalla personalità del capo) con la coerenza delle idee. A Baget Bozzo potrebbe perciò accadere che, mentre rifiuta con orrore l’esempio dei comunisti italiani e della loro più celebre “scuola di partito”, si ritrovi inconsapevolmente ad imitare quello della Russia staliniana. Del resto il culto del capo in don Gianni ha accenti che rammentano quei tempi: “Si chiama La scuola, semplicemente. Se avessimo dovuto proprio scegliere un nome l’avremmo intitolata a Silvio Berlusconi. E’ lui l’ispiratore, l’ideatore, insomma è tutto merito suo”.

Il corso sta ottenendo un grande successo: in novanta hanno chiesto di parteciparvi già prima dell’annuncio ufficiale, e i posti sono solo cento. Bondi dice che bisognerà programmare altri moduli. Alla domanda se la scelta di Gubbio rappresenti il tentativo d’incursione in una regione rossa ed in una città ultrarossa, risponde no ché anzi quella città tranquila, quell’albergo ricavato da un convento creeranno tra insegnanti e allievi amicizia e familiarità. Ma il prete frena: “Non è un modello neppure il concetto di comunità che tanti danni ha fatto nel mondo ecclesiastico. Non vogliamo un partito ideologico ma neppure un partito come famiglia”. Abbiamo capito: vogliono un partito che ricordi la corte dell’Impero persiano.

Nel Link del titolo: Le cazzate di Baget Bozzo (da Le jene)

8.9.09

La questione omosessuale (S.L.L.)


Marco Pannella, è noto, ha un'eloquenza torrenziale, ma gli è invecchiata male: ripetizioni, ellissi, allusioni incomprensibili, parentesi senza fine. Pure non gli è del tutto venuta meno la mossa del cavallo, la capacità di scoprire lo spessore delle cose con un procedere che aggira. Ieri mattina da Corradino Mineo parlando di Boffo gli è scappato un "alla fine potrebbe averci guadagnato". Cosa? "Il diritto di essere sè stesso a fronte alta, senza nascondersi davanti alla sua stessa famiglia". E ha poi aggiunto che dell'aggressione di Feltri era evidente il risvolto omofobico: "Se avesse patteggiato la condanna per molestie a un marito tradito, Feltri non ne avrebbe neanche parlato. Sono tempi brutti per gli omosessuali". 
Tra ieri e oggi due cari amici, Santo Graziano e Stefania Piacentini, hanno postato su Facebook due foto parallele, Santo di un bacio tra donne (col commento "Se non ti dà fastidio condividi"), Stefania di un bacio tra uomini (con la frase "non ho problemi a pubblicare sulla bacheca, e tu?"). Stamane tra le accuse che un tal Di Cofrancesco spara su "Libero" contro Fini c'è anche quella di un eccesso di comprensione verso la legalizzazione delle convivenze omo; 'come reagiranno i suoi vecchi camerati?' si chiede. Nel frattempo aumentano, tra le condanne sempre più formali, le aggressioni di strada ai gay e dappertutto sembra manifestarsi una regressione su questo tema. 
Non sono innocenti i preti. 
Il nuovo catechismo non ha affatto superato le antiche prevenzioni: "Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati, che sono contrari alla legge naturale, che precludono all'atto sessuale il dono della vita e non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale".... Le persone omosessuali sono chiamate alla castità". Insomma, gli omossessuali non debbono esprimere la loro natura. Specialmente se sono sposati ed hanno figli.
Dei leghisti, celoduristi storici, non è necessario dire.
Eppure il peggio del peggio in questo campo lo ha espresso ancora una volta Berlusconi, per l'impudente naturalezza con cui dice le cose che dice. Ho visto solo ora un video di fine giugno, lo stesso che ho linkato nel titolo di questa nota. Vi si vede il Presidente del Consiglio, nell'esercizio delle sue funzioni dire a un gruppo di operai : "Non sarete mica gay? La prossima vi porto le veline". 
La cosa è gravissima: se il capo del governo si lancia in queste disgustose manifestazioni di omofobia siamo perduti. Oppure no: può voler dire che la questione è politica e che l'intolleranza verso gli omosessuali è uno dei pilastri che sorreggono il governo. Possono allora il sindacato, le sinistre considerare la battaglia culturale sul tema dell'omofobia un impegno secondario, un di più? (S.L.L.)

7.9.09

La poesia del lunedì. Ernesto Ragazzoni

Nostalgia

Oh come sono lunghi
i giorni senza te!
Mi par che dentro a me
nascano i funghi!

I funghi, come quando
piove, d'autunno e si
muore dovunque di
noia, e noiando.

E non ci son che ombrelli
su e giù per la città.
Sembrano, in verità,
funghi, anche quelli...

Funghi, cocciuta muffa
viva, che vien da sè...
Vedi, ove senza te
l'uggia mi tuffa!

6.9.09

Baarìa e dintorni. L'articolo della domenica

Salvatore Carnevale, Raniero Panzieri, la lotta alla mafia e gli sciacalli.Il giornale "di sinistra" della famiglia Angelucci "Il riformista" dà il risalto della prima pagina alla parte iniziale di un'ampia "stroncatura" di Baarìa, il film di Tornatore in mostra a Venezia. La firma è di Giuliano Cazzola, giuslavorista e studioso del welfare, fino ai primi anni Novanta figura di primo piano tra i socialisti della Cgil, coautore con Renato Brunetta di libri e proposte "scandalose", oggi deputato del Popolo di Berlusconi.
Il Cazzola se la prende con gli applausi "bipartisan" e la commozione di Veltroni (Walter) e Berlusconi (Piersilvio). La tesi è che, dato che il film mette insieme le idee della sinistra e i soldi dei Berlusconi, nessuno potrà dirne male.
Cazzola ci prova lui, notando nel film, definito una epopea autoelogiativa e autoassolutoria della sinistra (ha come eroe un sindacalista comunista della Cgil in lotta contro la mafia), quella che gli pare una clamorosa omissione: "... nell'immediato dopoguerra ben 29 su 32 sindacalisti uccisi dalla mafia erano socialisti". A pagina 16 Cazzola chiude l'articolo con una bella prosa che, per rimediare alle carenze del film, rievoca l'omicidio di Salvatore Carnevale, un sindacalista socialista di soli 31 anni, perpetrato a Sciara, in provincia di Palermo, nel 1955: "Quella stessa notte i mafiosi, per spregio, rubarono le galline di tutto il paese e banchettarono in allegria. Le penne furono sparse per le vie di Sciara; il vento le sollevò per ore agitandole in mille mulinelli, per tutta la notte, fin quando ricaddero al suolo. Un giornalista de "l'Espresso" - che ho conosciuto anni dopo, ma di cui non ricordo il nome - descrise quella vicenda in un articolo che finiva prendendo in prestito gli ultimi versi del XXIV libro dell'Iliade (dove Omero narra le onoranze funebri in morte di Ettore "domatore di cavalli"): questi furono gli estremi onori resi a Salvatore Carnevale".
Memoria per memoria ricordiamo anche noi una pagina di grande effetto, il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali, di Ignazio Buttitta, il grande poeta siciliano e comunista, che in una delle sue ottave epico-narrative mette in bocca a Carnevale parole come queste: "lu sucialismu cu l'ali di mantu ca porta pani paci e puisia".
Torniamo a Cazzola. Sul film, non avendolo visto, non possiamo nè consentire nè dissentire, ma, giacchè lo troviamo così pronto a rilevare i peccati d'omissione, ne rileveremo uno suo, grande quanto una casa. L'articolo infatti vuol lasciare intendere che i sindacalisti socialisti uccisi dalla mafia in Sicilia fossero gente come lui o come il suo amico Brunetta. Non è così. Tra i socialisti siciliani quelli governativi e filoamericani alla Vizzini o alla Lupis erano saragattiani e stavano col Psdi. Al Psi siciliano nel dopoguerra l'impronta maggiore la diede un dirigente eretico e libertario che ne fu segretario regionale dal 1950 al 1955, Raniero Panzieri, destinato a diventare con i "Quaderni rossi" uno degli ispiratori del Sessantotto. Alla sua morte nel 1964, Pietro Nenni scrisse nei suoi diari che tra i socialisti arrivati nel secondo dopoguerra era senza dubbio "il più onesto e il più intelligente" oltre che il più "legato alle lotte dei lavoratori", ma anche "il più squinternato". In effetti nel 1955 preferì sostituirlo con un avvocato dell'Agrigentino, Salvatore Lauricella, detto "ciuffo d'oro", che rinverdiva la tradizione meridionale del notabilato di sinistra e che orientò il suo partito verso un giacobinismo democratico non alieno da pratiche clientelari. Panzieri aveva però fatto a tempo a prendersi per la sua levatura politico-intellettuale l'appellativo "il nostro Gramsci", affibiatogli con orgoglio dai contadini socialisti del messinese, che con un dirigente di quel livello non mostravano alcun compless0 di inferiorità rispetto ai loro compagni comunisti.
Panzieri era "frontista", ma a modo suo: non amava l'unità burocratica tra Psi e Pci controllata e gestita da ristretti vertici di partito, preferiva un unità alla base più ampia, che andasse oltre gli stessi partiti, nel movimento di massa contro il feudo e le mafie. Fu a suo modo anche "autonomista", rivendicando un ruolo diverso e specifico dei socialisti e contrastando ogni progetto "fusionista". Riteneva che compito del Psi fosse soprattutto quello di affermare l'autonomia del movimento dei lavoratori dagli stessi partiti operai, sulla base di un'ampia democrazia interna. Tutto il contrario della stalinistica "cinghia di trasmissione" praticata dai togliattiani, che volevano ricondurre tutto sotto l'autorità del partito e dei suoi vertici.
Si capisce perchè in Sicilia i comunisti lo marcassero strettissimo e s'intende anche come i sindacalisti socialisti fossero spesso nei paesi siciliani alla testa delle lotte. I comunisti, infatti, specie dopo la sconfitta personale e politica del "movimentista" Pancrazio de Pasquale, pur proseguendo la battaglia contro mafie e latifondisti, erano in genere più prudenti e controllati; nel difficile clima dello scelbismo lavoravano a consolidare l'organizzazione. Anche per questo gli uccisi erano più spesso socialisti che comunisti.
Cazzola sembrerebbe rivendicare a sè e ai suoi amici i lasciti di questa tradizione: è una via di mezzo tra la baggianata e l'impudenza. In verità mentre l'eredità morale di questo filone di socialisti, uomini di straordinario rigore e intransigenza, è stata raccolta oggi dal movimento antimafia (in primo luogo da Libera, che ne ripropone la memoria insieme con quella di altrettanto rigorosi magistrati, carabinieri, poliziotti), l'eredità politica è quasi del tutto dissipata. Da allora, infatti, solo alcune isolate personalità e con loro piccoli gruppi di militanti, hanno riproposto la battaglia contro la mafia come lotta di classe per il socialismo. I nomi più importanti sono stati quelli di un comunista eretico come Mario Mineo o di Peppino Impastato che, isolato anche nel movimento studentesco, rivendicava questo aspetto poco noto dell'eredità di Panzieri, convinto che nel movimento contadino vi fossero ancora ai suoi giorni risorse di creatività e radicalità da impegnare nella lotta. Oggi è ricordato soprattutto come campione della "legalità".
Meno che mai l'eredità di Carnevale, di Panzieri, del socialismo contadino siciliano fu raccolta da lauricelliani e craxiani, che piegarono il Psi in direzione del clientelismo se non dell'affarismo.
Oggi il governo del Cavaliere, di Maroni e di Bossi, che i "socialisti" del Popolo della Libertà appoggiano, non nega solo la terra agli attuali braccianti di Sicilia, in gran parte d'origine tunisina o marocchina , ma nega anche cittadinanza, diritti e dignità. E li lascia "clandestini" a farsi sfruttare da uno schifoso capolarato legato alle mafie. Che cosa c'entrano Cazzola e Brunetta con Salvatore Carnevale? (S.L.L.)

3.9.09

D'Alema, "quest'uomo" e la lotta di classe (S.L.L.)

D'Alema alla Festa del Pd ci ha tenuto a dirlo: "Le scosse ci sono state. Avevo ragione". Ha poi aggiunto: "Siccome quest’uomo è determinato a mantenere il suo potere, a reagire con violenza contro le voci critiche, questo aprirà una fase delicata nella vita del Paese". Il giudizio su Berlusconi è assolutamente condivisibile ed altre sue considerazioni paiono ragionevoli e fondate, come quella sui ripensamenti in atto nella gerarchia cattolica o sulla necessità di un raccordo tra le opposizioni politiche sui temi dell'emergenza democratica. Ma c'è nel suo argomentare un peccato di omissione piuttosto grave: la crisi economica viene lasciata sullo sfondo e i soggetti sociali appaiono comparse. Io credo che, se nella "fase delicata" lo scontro resta confinato nei "palazzi" e il suo esito affidato alle dinamiche dei "poteri forti", le accelerazioni autoritarie del "matto" saranno alla fine accettate (o almeno tollerate) dai vescovi come dagli industriali e dai banchieri e la crisi di regime sarà chiusa a destra.
Quest'uomo infatti è forte dell'impero mediatico (che le ultime tracotanti iniziative potrebbero trasformare in monopolio). Quest'uomo si giova di un consenso per ora apparentemente inattaccabile, nel ventre dell'Italia. Sono con costui le corporazioni professionali privilegiate (notai, dentisti, medici di famiglia, ingegneri, avvocati, geometri, commercialisti, tassisti eccetera eccetera). E' con costui l'Italia insofferente alle regole, quella della speculazione fondiaria, della costruzione abusiva o di una industria edilizia da filibusta. Sono con lui settori ampi di commercio e artigianato (dai tavernieri ai carrozzieri) che, avvantaggiati dalla grande rapina dell'euro avallata dal governo Berlusconi di allora, reggono alla crisi con la liquidità acquisita e presumono di uscirne con tanti concorrenti in meno. Quest'uomo è l'unico garante su piazza dell'intesa tra codesti gruppi spesso viziati da parassitismo con il mondo produttivo e popolano della provincia settentrionale percorso da umori xenofobi e rappresentato dalla Lega. Quest'uomo insomma resta assai forte e in grado di intimidire e di offrire.
La gerarchia vaticana, dal canto suo, non vuole rompere: con i fascismi, con i caudillismi, con gli autoritarismi di destra ha sempre trattato con vantaggio. Qui può approfittare della situazione per chiedere di più: leggi che sanciscano il primato etico della religione cattolica a scapito della laicità, pezzi sempre più consistenti di stato sociale da gestire in proprio con i soldi di tutti (scuola e sanità in primo luogo) e una sorta di monopolio della carità e dell'assistenza (a immigrati, drogati, carcerati ed ex carcerati, disagiati, affamati dell'Africa, diseredati del Sud America e così via). La Confindustria si accontenterà di prendersi quasi per intero le scarse risorse da investire nella crisi (soldi alle aziende da una parte e ammortizzatori sociali ridicoli dall'altra) e si godrà i vantaggi della nuova contrattazione (che al momento significherà meno salario per tutti, al Nord e al Sud, visto che utili da contrattare nei territori e nei settori più forti la crisi ne lascia pochi). Le banche potranno ottenere di restare al riparo da controlli alla Obama. La Lega si accontenterà di un po' di federalismo, per ora. L'uomo, dal canto suo, si prenderà il controllo dell'informazione, leggi di polizia più severe, una magistratura ricondotta per legge sotto la tutela dell'esecutivo, sindacati corporativizzati e una sanzione costituzionale del presidenzialismo, in attesa di circostanze che gli permettano di completare l'opera.
Una sola cosa può impedire che ciò avvenga: un forte movimento popolare di opposizione che parta dai settori già in azione (fabbriche i lotta contro i licenziamenti, precari della scuola, settori dell'informazione, volontariato solidaristico, associazionismo civico contro razzismo e intolleranza). Ma questo non può piacere a D'Alema, che per temperamento e storia non ha alcuna fiducia nel "movimento" e che ritiene risolutiva la "politica" (che nella sua lingua vuol dire "la manovra"): ce lo ricordiamo perfettamente al tempo dei girotondi, dell'articolo 18, del pacifismo diffuso quando in nome della "politica" bacchettava Cofferati e quel tipo di opposizione. E forse non piace neanche al resto del Pd, inclusi gli antidalemiani storici. Il nuovo partito inaugurò il suo nascere con la candidatura Callearo e un "aclassismo" che andava ben oltre l'interclassismo cattolico tradizionale: l'industriale e l'operaio - disse Veltroni - sono entrambi lavoratori. Ebbene, l'autunno può avere successo solo se sanamente classista. La domanda chiave sarà: a chi i pochi soldi statali ed europei disponibili? Ai lavoratori come ammortizzatori e salario o alla grande e media industria per reggere e ristrutturarsi? Il Pd non sa dare una risposta netta a questa domanda, è nato per eluderla.
Eppure anche dal taglio che avrà l'opposizione sociale dipende una possibile graduale scomposizione del blocco di destra. Non parlo solo degli operai che votano Lega, ma anche di quegli artigiani, di quei commercianti, di quegli imprenditori a cui della competitività della grande industria sul piano internazionale non importa un baffo e che possono salvarsi solo se operai, impiegati e pensionati possono tornare a spendere. Un movimento ampio e unitario che corrisponda a queste caratteristiche e che solo può fermare la deriva autoritaria di quell'uomo avrebbe bisogno di una sponda politica che nel quadro dato non si trova. Non può essere certo la Sinistra ex Arcobaleno per almeno tre ragioni: è extraparlamentare e senza peso nel sistema dell'informazione, è divisa soprattutto per questioni di bottega, è scarsamente capace di analisi lungimiranti che trascendano la propaganda di ogni giorno. Non resta che la Cgil per assolvere ad un ruolo politico che non le spetterebbe e la espone a critiche interne ed esterne. Speriamo che regga. (S.L.L.)

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