Visualizzazione post con etichetta maestri e compagni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta maestri e compagni. Mostra tutti i post

8.9.19

Il ruolo degli intellettuali. Tabucchi insegna: chi studia si impegni per il bene comune (Salvatore Settis)


Il testo che segue, di Salvatore Settis, prestigioso archeologo e storico dell'Arte in prima linea nella difesa del patrimonio artistico e culturale italiano, è la prefazione al libro di Antonio Tabucchi Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze pubblicato per la prima volta nel 1999 e ristampato qualche mese fa (2019) dalle Edizioni Piagge di Firenze. Parla solo marginalmente dello scritto di Tabucchi e piuttosto si sofferma sulla sua figura intellettuale, che gli appare tuttora un esempio da seguire. (S.L.L.)

Nessuno dubiterà che il tema dell’impegno degli intellettuali nella vita civile del nostro Paese fu tra quelli più cari ad Antonio Tabucchi, come è documentato nei numerosi articoli che pubblicò, mentre intanto s’impegnava lui stesso, anche con estrema decisione e durezza, in battaglie civili su temi difficili e controversi.
Della forza d’impatto di Antonio è esempio significativo il breve scritto che qui si ripubblica, Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), dove egli condanna senza appello la suprema volgarità di certa industria culturale fiorentina, che facendo leva sul Rinascimento ne frantuma e commercializza gli ideali, ignorando intanto il messaggio centrale di ogni umanesimo, l’integrale rispetto per l’uomo. I Rom ai confini della città, i meccanismi di rigetto, lo strisciante disprezzo, l’abitudine a chiudere gli occhi rimuovendo dall’orizzonte i poveri e i diseredati: abitudini e pratiche che suscitavano in Antonio uno sdegno senza confini. Questa sua “mossa”, da grande intellettuale, di obbligarci a pensare al Rinascimento guardando un campo Rom, e viceversa, ricorda il gesto altrettanto radicale di un grande storico della cultura, Aby Warburg, che sul finire del secolo XIX provò a intendere il Rinascimento fiorentino attraverso la danza del serpente e le ceramiche decorate dagli Indiani Hopi dell’Arizona. Una tale radicalità lascia solo due alternative: voltare vilmente le spalle, o fermarsi a pensare. Può permettersi di essere così radicale chi non abbia solo ricchezza culturale, ma (qualità molto più importante) libertà interiore. Come Tabucchi.
Ricordo di aver parlato con lui, in particolare, dell’eclisse dell’intellettuale impegnato in Italia. Gli “intellettuali impegnati” abbondarono a lungo da noi, quando poteva darsi per scontato che i problemi della società dovessero trovare nei partiti (soprattutto di sinistra) una camera di decantazione, una “macchina per l’interpretazione” in cui tutto venisse analizzato dagli intellettuali di mestiere. In quei decenni non c’era lista elettorale che non si cercasse di arricchire di un qualche nome più o meno in vista, intellettuali «prestati alla politica», si diceva, che spesso accettavano l’elezione come «indipendenti di sinistra», e scalpitavano a ogni richiamo alla disciplina di partito. Da anni non è più così. Oggi, con poche eccezioni, gli intellettuali si impegnano qualche volta su temi etici (per esempio l’eutanasia), molto meno sul terreno della politica, diventato insidiosissimo. I partiti non li cercano, in Parlamento non ce n’è quasi più, e nessuno lo trova strano. Perché una mutazione tanto profonda, in soli vent’anni?
Per citare solo una delle ragioni di questa trasformazione, vorrei qui evocare il tramonto della cultura del bene comune, un tema che ha in Italia una storia lunghissima. Partendo dal bonum commune di tanti statuti delle città medievali e dalla publica utilitas spesso richiamata dai giuristi, dai filosofi e dai teologi, si puntò per secoli a tramandare di generazione in generazione un sistema di valori civili, un costume diffuso che valesse più di ogni costrizione mediante le norme, insegnando a riconoscere la priorità del bene comune, subordinando ad esso ogni interesse del singolo, quando col bene comune sia in contrasto.
Ma l’idea di bene comune, con la sua dimensione al tempo stesso etica e politica, comporta un forte senso di responsabilità intergenerazionale. Comporta la piena consapevolezza che bisogna lavorare oggi per le generazioni future. È qui che l’“intellettuale impegnato” dovrebbe far sentire la propria voce, mostrando, come Antonio Tabucchi ha saputo fare senza sconti per nessuno, la necessità e i vantaggi di uno sguardo lungimirante. Il suo impegno ci dà l’esempio di una singolare eloquenza, quella dell’intellettuale che adopera come un’arma la lingua letteraria e la conoscenza storica. Antonio non è mai caduto, come tanti intellettuali, nella tentazione di reagire alle difficoltà del presente chiudendosi in un dignitoso silenzio. Non ha taciuto, credo di poter dire, perché temeva che anche il silenzio può rivelare complicità inconfessabili. Non ha mai cercato di entrare in nessuna “stanza dei bottoni”, perché gli fu estranea ogni ambizione di potere: gli bastava il potere della scrittura, la forza della libertà di parola, la dignità del cittadino.
Se mai c’è un futuro in Italia per la figura ormai antica dell’intellettuale impegnato, è sulla linea indicata nei fatti da Antonio che dobbiamo cercarlo. Perché la generale eclissi dell’intellettuale impegnato, anzi la sua lenta estinzione, può esser forse capovolta in vantaggio. Questa eclissi toglie status, ma anche arroganza, a un gruppo sociale che in Italia fu anche troppo avvezzo a guardare gli altri dall’alto in basso: ciò che Antonio non ha fatto mai. La sfortuna degli intellettuali nell’Italia di oggi ha questo di positivo, che li restituisce a quello che sono (o siamo): cittadini fra i cittadini.
Questa è dunque la domanda, a cui nelle pagine di Antonio possiamo cercare una risposta forte e vibrante: è possibile l’impegno civile di un cittadino che (anziché ad altri lavori) si dedichi alla ricerca o alla letteratura? O diremo che ogni intellettuale deve limitarsi alla propria specializzazione, lasciando i temi di attualità ai politici di mestiere?
La risposta a questa domanda che la vita di Antonio, e non solo la sua scrittura, ci suggerisce, è molto semplice: bisogna rivendicare, ed esercitare pienamente, il diritto di parola non dell’intellettuale, bensì del cittadino; o meglio, dell’intellettuale in quanto cittadino. Perché «politica» è o dovrebbe essere, per la stessa genealogia della parola, il libero discorso fra cittadini, che abbia per tema gli interessi e il futuro della comunità, della polis.
Nel degrado dei valori e dei comportamenti che appesta il tempo presente, è sempre più urgente che i cittadini si impegnino in una riflessione alta, non macchiata da personali interessi e meditata, sui grandi temi civili del nostro tempo, e li affrontino armati di conoscenze professionali, ma anche animati da un forte senso del bene comune, cuore della nostra Costituzione.
Di fronte alla crisi della politica, oggi anche troppo evidente, è dunque ai cittadini che deve tornare la parola d’iniziativa. Questa è (credo) la grande e precoce lezione di Antonio Tabucchi nei suoi scritti e nelle sue battaglie civili: un intellettuale che non si è mai proposto come un cittadino “speciale”, più savio e più autorevole degli altri. Che, al contrario, ha saputo vigorosamente parlare da cittadino ai cittadini, utilizzando con umiltà e con rigore il suo acume nel giudicare il mondo, le sue straordinarie abilità nel raccontarlo.


Il Sole 24 Ore, 18 agosto 2019

3.9.19

Brecht. La valigia sempre in mano (Luigi Forte)


Cinquant'anni fa moriva Bertolt Brecht. Per la precisione, il 14 agosto 1956, poco prima di mezzanotte. Nei giorni precedenti aveva dovuto interrompere per un malore le prove del Galilei nel suo prestigioso teatro di Berlino Est, il Berliner Ensemble. Era ormai uno scrittore di fama internazionale, guardato con sospetto a Ovest e osannato a Est. In tempi di guerra fredda gli uni gli rimproveravano il suo caparbio marxismo, mentre gli altri, nel regime di Walter Ulbricht, esaltavano il genio dell'arte socialista.
In realtà il bavarese Brecht, nato ad Augsburg nel 1898, non aveva mai smesso di sentirsi un emigrante, insofferente a qualsiasi forma di rigida ortodossia. In una poesia del 1949 confessò: «Di ritorno da quindici anni d'esilio / son venuto ad abitare in una bella casa,/ (...) Sull'armadio / coi manoscritti c'è ancora sempre/la mia valigia».
Come molti altri, il povero B.B. percorse il difficile cammino dell’esilio portandosi dietro tutte le grandi contraddizioni della storia tedesca del primo Novecento. Negli Anni Venti era stato l'enfant prodige del teatro tedesco, il nuovo drammaturgo di cui tutti parlavano, Non si può pensare alla cultura della Repubblica di Weimar senza L'opera da tre soldi né al declino di quella drammatica esperienza politica senza i song e le ballate brechtiane musicate da Kurt Weill. Tutto ciò appartiene ormai al museo della modernità che riflette fra le luci della ribalta la totale impotenza di una prestigiosa classe intellettuale.
Brecht non ebbe difficoltà a capire che aria tirava: il giorno dopo l'incendio del Reichstag, il 28 febbraio 1933, partì per Praga con la moglie Helene Weigel e il figlio Stefan. Abbandonava la Germania che avrebbe rivisto solo nel 1948, distrutta e sfigurata, per diventare un esiliato: senza patria, senza lingua né identità. Non è un caso che proprio intorno alla straziata icona della Madre Germania ruoti un'ampia riflessione che fa di Brecht, forse proprio grazie alla sua lungimiranza politica, ben oltre i confine nazionali, un «poeta tedesco» a tutto tondo, in una tradizione illuministica che va da Lessing a Marx.
Da Svendborg, Lidingo, Helsinki, «più spesso cambiando Paese che scarpe», egli non smette di scagliarsi contro Hitler e il nazismo con satire, epigrafi, invettive. Di fronte alla lotta si rafforza la sua vocazione pedagogica e il lirico Brecht mobilita il linguaggio, lo condensa in formule che viaggiano attraverso l'etere trasmesse da radio clandestine. E lo piega verso la satira più feroce con testi teatrali come La resistibile ascesa di Arturo Ui e Terrore e miseria del Terzo Reich. Ma, come mostrano anche gli anni del suo esilio americano, i suoi lavori per lo più rimangono nel cassetto. «Insegnare senza allievi/ - recita un suo verso - scrivere senza fama/ è difficile». E non bastano i riconoscimenti che gli giungono da più parti, al suo rientro in Europa, a superare l'esperienza di privazione che fu l'esilio, quella cesura irreversibile, che gli fece dire in una delle liriche più note, A coloro che verranno, che in tempi tanto bui «discorrere d'alberi è quasi un delitto».
Nel dopoguerra il filosofo Adorno gli rimproverò di non aver salvato l'autonomia dell'arte inquinandola con la politica. Certo, schierandosi egli non poté evitare che la parola degenerasse enfaticamente nei toni dell'apologia. Anzi, il poeta vestì i panni del mentore, del vate, perfino del tribuno. Un'esperienza che fa di Brecht uno scrittore molto legato alla sua epoca. I suoi problemi, in gran parte, non sono più i nostri e i pochi decenni che ci separano dalla sua morte sembrano secoli. La fine delle ideologie ha sfocato perfino le sue ambiguità politiche. Non poche negli ultimi anni trascorsi nella ex Rdt, quando cercò invano di conciliare la libertà delle masse socialiste con lo stalinismo del partito. La distanza ha reso caduca una parte delle sue opera, sollecitando, anche a teatro, il recupero delle sue prime pièces, anarcoidi e antiborghesi, come Baal o Nella giungla delle città, in cui egli gioca con la letteratura quasi con vocazione postmoderna.
Del resto già Max Frisch insinuò, a suo tempo, che il Maestro aveva raggiunto l'innocuità di un classico. E Durrenmatt, a metà degli Anni Settanta, rincarò la dose, affermando che Brecht era affascinato dal dogmatismo, tendeva a installarsi in un sistema, senza avvertire i cambiamenti che si andavano preparando, anche per chi continuava a credere nel futuro di una società senza classi.
Col tempo le critiche hanno investito un po' tutto il pianeta Brecht: a cominciare dal suo cinico maschilismo che seppe sfruttare collaboratrici e amanti di grande livello intellettuale come, ad esempio, Elisabeth Hauptmann, Grete Steffin, Ruth Berlau. È pur vero, inoltre, che il suo modo di riflettere sulla condizione umana, specie sulla scena, risulta un po' troppo semplicistico e schematico. Brecht non conosce chiaroscuri, zone d'ombra ed è mosso da eccessivo zelo pedagogico. Ma oggi al suo teatro epico si preferisce, come dimostra l'interesse di Moni Ovadia per Le storie del signor Keuner, il Brecht aneddotico, gnomico, «cinese». Oggi ritorna alla ribalta anche la sua poesia, un immenso, affascinante diario lirico che il Maestro ha proiettato fra le contraddizioni del mondo. L'ha scritta pensando a modelli facilmente fruibili, utilizzando spesso forme del passato, ma con una sensibilità orientata verso la futura società dei mass media. Basti pensare alle Poesie di Svendborg scritte in parte per la radio o al nesso fra testo e immagine nell'Abici della guerra.
Ce qualcosa dunque nel Brecht lirico che resiste al tempo o si modella sul nostro problematico presente. Come l'idea di un nuovo soggetto antropologico, fluido e leggero, ma persistente nel flusso caotico delle metropoli e nei terremoti della storia. È ciò che racconta il Libro di lettura per gli abitanti delle città. Brecht cerca nuovi spazi per un individuo che si confronta con la modernità e con il progresso senza sacrificare l'idea della mutabilità del mondo. Una lezione di dialettica che conserva intatto il suo valore e ben si concilia - nella splendida poesia Il cambio della ruota - con il dubbio e un'urgenza che ha il volto della vecchia utopia. Senza arroganza, ma con il tocco lieve e ironico del saggio che suggeriva: «Non ho bisogno di una lapide senza tomba / ma, se voi ne avete bisogno, / vorrei ci fosse scritto:/ ha fatto proposte. Noi /le abbiamo approvate. / Una simile iscrizione / onorerebbe tutti quanti».

“Tuttolibri La Stampa”, 12 agosto 2006

2.9.19

Ricreazione. Dai corsivi di Fortebraccio, una storiella cara a Emilio Cecchi (Mario Melloni)


Mario Melloni, che fu con il nome di Fortebraccio corsivista de “l'Unità”, amatissimo dai suoi lettori soleva inserire nei suoi “pezzi” storie e aneddoti tratti dalle fonti più svariate e raccontati in bello stile. Questo, pur senza fare nomi, lo fa risalire a Suso Cecchi D'Amico, figlia dello scrittore Emilio Cecchi. (S.L.L.)

Emilio Cecchi
Una nostra amica, famosa autrice di sceneggiature cinematografiche e figlia di uno dei nostri maggiori scrittori contemporanei, oggi scomparso, ci ha raccontato una volta che a suo padre piaceva molto la storiella di un tale che improvvisamente decise di abbandonare il mondo e di andare a vivere in un eremo dove alcuni monaci conducevano una stentatissima esistenza, piena di volontarie privazioni e di rigorosissime penitenze. Ma dopo pochi mesi quel tale tornò e agli amici i quali gli rimproveravano di non avere previsto che non avrebbe potuto sopportare tanti sacrifici, il poveretto rispose: “Non sono le penitenze dei frati la cosa a cui non ho potuto adattarmi. Mi hanno nauseato le loro ricreazioni”.

Da Niente di niente, “l'Unità”, 30 marzo 1982

1.9.19

La chiamavano Luxemburg Rosa. Una parodia di "Bocca di rosa" (da Luigi Manconi, "La musica è leggera")

In La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012) racconta di una parodia sessantottina, che gli pareva tuttora strepitosa, di «Bocca di rosa» di Fabrizio De André, in cui al testo originario era stato sostituito il racconto dell’epopea di Rosa Luxemburg, parodia ascoltata nel giro di Lotta Continua, ma di cui né all'epoca né dopo era riuscito a rintracciare l'autore. Ne riporta l'inizio, l'unica parte che ricorda e lo fa risalire alla Toscana, ove Rosa Luxemburg era assai cara alla cultura del Potere operaio di Pisa in quanto antileninista. 
Anch'io l'ho sentito, nel '70 credo, canticchiato da un compagno del “Circolo Lenin” di Palermo, un po' stonato tra l'altro, che poi divenne sindacalista e dirigente degli edili Cisl. Evidentemente i leninisti della scuola di Mario Mineo non disdegnavano l'antileninista Rosa. (S.L.L.)



La chiamavano Luxemburg Rosa
metteva le masse metteva le masse
la chiamavano Luxemburg Rosa
metteva le masse sopra a ogni cosa.
Appena giunta alla stazione 
della città di Berlino
tutti si accorsero al primo sguardo
che era venuta per fare casino.

C’è chi il casino lo fa per gioco
e chi lo fa per professione
Luxemburg Rosa né l’uno né l’altro
lei lo faceva per passione.

31.8.19

Un compagno. Per Camilleri, intellettuale militante (Romano Luperini)



Quando viene meno una persona che ha lasciato una traccia profonda nella nostra vita, la mente corre sempre al primo incontro, quasi esso già contenga in nuce il rapporto successivo e la ragione di quella traccia.
Ho conosciuto Camilleri una dozzina di anni fa. In occasione non ricordo di quale importante ricorrenza dell’Università di Siena, dove insegnavo, il rettore aveva invitato me e un altro collega a una sorta di intervista in pubblico allo scrittore, cui egli si sarebbe sottoposto dopo aver fatto una breve introduzione. La sala era stracolma di studenti e di docenti che ridevano e applaudivano, elettrizzati dall’umorismo polemico di Camilleri, che parlò non da scrittore ma da intellettuale e da militante, soffermandosi con una ironia elegante, eppure per niente spocchiosa, sulla situazione politica allora egemonizzata da Berlusconi. Quando venne il proprio turno, il collega gli fece domande di carattere stilistico e sull’uso del dialetto siciliano, che poco avevano a che fare col contenuto politico della sua introduzione. Mi colpì che si rivolgesse a lui in modo cerimonioso, chiamandolo “maestro” e dandogli del lei. Poi toccò a me, e mi venne invece spontaneo dargli del tu e porgli domande di carattere politico. Camilleri mi rispose subito con un piglio assai più animato e vivace, dandomi a sua volta del tu. In un certo senso ci eravamo riconosciuti (sto per usare, lo so, una parola fuori corso) come compagni. Poi a cena volle sedere accanto a me e mi invitò a casa sua, a Roma, in via Asiago, vicino a una sede della RAI (quella del terzo programma, mi pare). Lo andai a trovare, conobbi la moglie e la segretaria, personaggio importante e decisivo anche per la sua vita di scrittore. Una volta gli portai il mio primo romanzo, L’età estrema, ancora inedito e lui volle pubblicarlo da Sellerio. Un’altra lo invitai a collaborare a un mio manuale, trascrivendo in italiano moderno e magari anche in siciliano un paio di novelle di Boccaccio, fra cui quella di Andreuccio da Perugia: cosa che fece con entusiasmo e senza alcun compenso. Ma per la scuola collaborò con me anche in altri modi: ebbi occasione, per esempio, di farlo partecipare a un dibattito a Roma alla fine di un seminario con gli insegnanti, e anche questa volta accettò con entusiasmo.
Perché questi dettagli autobiografici? Per una testimonianza anzitutto, ma poi anche perché tutti oggi parlano dell’autore di Montalbano, del brillante intrattenitore, sempre in testa alla lista dei best seller, ma nessuno dei suoi romanzi storici artisticamente e politicamente assai più impegnati (ricordo, soprattutto, Il re di Girgenti, in cui forte è l’influenza di Pirandello, di De Roberto e di Sciascia) e nessuno, ma proprio nessuno, del suo contributo alla politica, al mondo della scuola, alla causa degli immigrati, come militante non di un partito, ma di una sinistra intesa come possibilità di impegno e prospettiva ideale.
Camilleri non è stato solo un brillante intrattenitore, capace, grazie alle sue straordinarie doti inventive (nel linguaggio, ricco, vario, infiltrato sempre da una vena dialettale, e nelle trame delle sue storie, ricche di imprevisti), di catturare con abilità l’attenzione di ogni lettore: è stato anche un fine letterato, degno erede di una grande tradizione siciliana, e un intellettuale militante. Ha compiuto il prodigio di essere nel contempo uno scrittore autenticamente popolare, un artista vero e l’ultimo intellettuale, capace di parlare non solo di letteratura, ma del mondo, l’unico sopravvissuto dopo la morte di Sciascia e di Pasolini. E una cosa purtroppo è certa: con lui muore una possibilità di essere scrittori e intellettuali insieme, con lui il Novecento è davvero finito.

Dal sito “La letteratura e noi”, 18 Luglio 2019

30.8.19

Il diario da non nascondere. Due giovani comuniste italiane nella Cina degli anni Cinquanta (Rossana Rossanda)

Edoarda Masi

Settembre 1957. Due giovani donne italiane, comuniste, Edoarda Masi e Renata Pisu arrivano a Pechino con una borsa di studio. L’università Beida è un antico parco, nel quale si affollano in modeste abitazioni, due o tre per stanza, studenti di tutto il mondo in cerca della Cina, fra delusioni già patite, speranza, inquietudine. E sperimentano una realtà doppia: docenti interessanti e regole sciocche, libertà di relazioni fra stranieri ma non con i cinesi, il «noi» e il «loro» — i funzionari che nell’amministrare il campus lo sorvegliano. E la divisione fra campus e città — Pechino, dove si va quando si vuole ma come vanno i turisti. Si studia in Cina fuori dalla Cina.
Le orecchie già ritte per questo scontro, per così dire, morbido, assisteranno pochi mesi dopo allo scontro duro, la «seconda campagna di rettifica» contro gli «elementi di destra». Assistono, vedono, non possono partecipare, non vengono informati. I dazibao coprono i muri di accuse: le «masse» sono un groviglio inesaurito di rancore, dove quasi nessuno ha nulla, e chi ha un libro o una stanza di più, o la parola, appare privilegiato.
Fra partito e masse, i maestri che i ragazzi amano di più sono nella tenaglia. Moltissimi dovranno lasciare Beida per andare in fabbrica o in campagna, dopo pesanti sedute di autocritica. Severe fin dall’inizio verso i funzionari — la Vecchia, il Fesso, la Cretina — le due ragazze vedono in silenzio e orrore quella che Mao chiamerà qualche anno dopo «la nuova razza di signori che pesa sulla schiena del popolo» demolire crudelmente «senza violenza» una leva intellettuale stremata e fragile — molti si uccidono.
Una delle due, Edoarda, rompe. Toma in Italia. Ha tenuto un diario e lo riscrive in terza persona. Raniero Panzieri lo propone a Einaudi. I ganbu, i «funzionari Pci», lo bocciano. E lei stessa sembra pensare che, nella «guerra fredda», non si debba parlare della Cina. Nell’ultima passeggiata in barca, l’amico più caro e sofferente le aveva detto: “Non parlate male di noi”? Il diario è un «libro da nascondere».
Tornerà in Cina nel 1974-76, scriverà, pubblicherà. Oggi vedo quei suoi lavori interiormente legati al diario: parlano di una diversità, d’uno scontro alto, forse liberatorio, sono libri severi, appartati dalla gazzarra, preziosi.
Poi c’è Tianammen. Nel 1991 Edoarda Masi toma ancora una volta, tutto è finito, vuole solo visitare gli alti luoghi medievali, turista fra insopportabili turisti. Ma lei sa. Sente, può sedere su un muretto accanto a una vecchia venditrice di frittelle, ascolta, gli occhi aperti su quel che la Cina è diventata. Non era andata per questo, ma le balza addosso la «sua» Cina, amata e abominata, e soltanto ora degradata. Come se uno sberleffo le fosse disegnato sui lineamenti. E quelli di allora, che le erano stati insopportabili, le appaiono rigidi ma puliti, sofferenti ma dignitosi, crudeli ma non sfigurati.
Tornata in Italia, ci scaglia il diario del ’57-’58, con dieci pagine piene di dolore e collera. Lo chiama Ritorno a Pechino (Feltrinelli, 1993). Non è il diario d’un ritorno, ma di quel primo viaggio. Ma è un ritorno interiore, a quello che era stato «il libro da nascondere». Così aveva chiamato del resto, traendolo da Lu Hsun, una rilessione chiave su di sé, uscita nel 1985.
Ci sono due modi di leggere Ritorno a Pechino. Uno per conoscere la Cina, della quale Edoarda è, per quel che ne so e posso capire, lo sguardo più calibrato, appassionato e sapiente. Edoarda non mente mai. Edoarda dubita quindi rende giustizia. Edoarda è l’opposto dell’attuale cultura politica. Chi legge stando dalla sua parte, attraverserà Ritorno a Pechino con sentimenti contrastati, angoscia, domande, illuminazioni.
Ma c’è un secondo modo di avvicinare quel diario: come una storia di giovani comunisti che nel 1957 fanno un apprendistato di sé. Esso ha del resto le scansioni dell’iniziazione, l’entrata nel mondo altro, che si restringe a una città che si restringe in un campus, anzi una stanza. Ma di là scopre non solo per gradi, ma per prove — gli altri separati, come la zona più antica e frequentata del parco, dove i docenti vivono in due stanze fra gli alberi, pile di libri e una lampada accesa.
Parlare è difficile. Quel che è detto va interpretato. Le due si inoltrano con la diffidenza di giovani gatte, libera zampa su un terreno sfuggente, ritratto di comuniste inconsueto nell’iconografia del post ’89 che ci voleva devoti e imbambolati. Tutti i giovani del diario sono, come loro, irrequieti, increduli, ironici.
La differenza sta nella valutazione, dal cinismo alla sospensione di Edoarda, nel diario Lia, la più attenta. Quella che se ne andrà per prima, è la prima che crede un giorno, davanti a una diga di terra, di intravedere un colossale tentativo di riscatto di poveri per mano di uomini che non sanno o non vogliono o non possono renderli liberi. Costoro non appaiono, non sono interrogabili, terminali afasici d’una macchina orwelliana. Lia se ne ritrae come s’era ritratta dall’ascoltare Zhou Enlai quando arriva preceduto da divieti. Come lui, le ragioni sono lontane, neppure cercate — sono «non ragioni», se è vero che uno degli amici cinesi non spezzati le dice: non è che per noi la libertà conti meno, gli uomini sono eguali. E tuttavia, che significa libertà per chi muore per la miseria imposta dalle «democrazie» ricche? Nel Libro da nascondere Edoarda ci aveva detto dell’essere nata occidentale e non povera come una colpa, la prima delle separazioni, l’impossibilità di essere in pace con sé. All’odio per chi predica rassegnazione («i preti») si somma in lei un’impazienza per i «marxisti»: la lotta di classe avviene già fra privilegiati per rapporto a quelle povertà. Sfruttamento è una cosa, povertà è un’altra. Siamo sfruttati e affamatori.
In poche righe scoscese, riprende il tema negato nel 1958 — la Cina è una alterità, l’alterità è la spossessione e lo sguardo implacabile che leva su di noi. Quella rivoluzione non operaia andava capita. Perdonata? Non perdonata. La contraddizione è insolubile.
Il percorso di Edoarda Masi è in senso proprio tragico. Nelle parole composte e nel periodo scarno, questo libro violento è una testimonianza dei comunisti in questo secolo, quelli a monte del marxismo per insofferenza delle sue hegeliane scomposizioni e ricomposizioni.

il manifesto, 21 maggio 1993

25.8.19

Leonardo Sciascia in morte di Girolamo Li Causi (“l'Unità”, 15 aprile 1977)

Girolamo Li Causi tra i contadini nell'occupazione delle terre incolte

“Anche se in questi ultimi anni si era ritirato dall'attività politica, senza retorica possiamo dire che la sua morte segna una perdita insostituibile, una pena che si ggiunge alla pena: quella per l'amico che non c'è più, quella per l'uomo che ci ha dato una delle più grandi e durevoli lezioni di vita morale”.

22.8.19

La tv degli innocenti (Hans Magnus Enzensberger 1990)


Si collochi un bambino di sei mesi davanti un televisore in funzione. Il poppante è già per motivi fisiologici legati al cervello incapace di sciogliere le immagini e di decodificarle, così che la questione se esse «significhino» qualcosa non può proprio essere posta. Tuttavia, del tutto indipendentemente da ciò che appare sullo schermo, le macchie colorate, guizzanti, luminose evocano infallibilmente e durevolmente un intimo interesse da parte del bambino, si potrebbe dire un interesse voluttuoso. L’apparato percettivo del bambino è meravigliosamente impegnato. L’effetto è ipnotico. Impossibile dire cosa stia accadendo in lui; tuttavia i suoi occhi, in cui si specchia l’immagine del televisore, assumono un’espressione talmente rapita, talmente assente, che saremmo tentati di dirlo felice.

Per non morire di televisione Lupetti edizioni, 1990

20.8.19

Dieci anni senza Fortini (Oreste Pivetta)



Franco Fortini ci lasciò dieci anni fa, mese di novembre, il 28. L’ultima immagine è di un uomo vigoroso, severo, diritto, il volto scavato, i capelli bianchi, morbidi all’indietro. Poi i funerali, nel gelo dell’inverno milanese. Aveva settantasette anni. Avrebbe potuto ancora aiutarci, perché era capace di intuire i cambiamenti, le novità. Avrebbe saputo leggere il decennio berlusconiano e avrebbe saputo proporci qualche spiegazione in più e probabilmente prima degli altri. Dire, dieci anni dopo, che ci manca è un’ovvietà. Ci manca Fortini e ci manca il pane di Fortini, la critica. Sarebbe stato bello (magari penoso per lui) sentirlo di questi giorni tra una riforma istituzionale, i comunicati di Tremaglia, il federalismo e le altre fanfaronate di governo e gli arzigogoli degli intellettuali di regime. Chissà. Magari avrebbe ancora avuto voglia di parlare o di scrivere. O di rispondere alle nostre telefonate.
Metteva apprensione una telefonata a Fortini, troppo bravo e difficile lui per reggere noi le domande di un’intervista. Poi tutto si faceva semplice, perché Franco Fortini era un maestro e, dopo tanti istituti tecnici dietro la cattedra, era un autentico educatore. Aveva la chiarezza delle idee profonde e nette e sapeva comunicarle. La dottrina era vasta: un intellettuale che catturava tutto e sapeva rendere con vivezza la trasversalità degli argomenti, dei problemi, delle interpretazioni. Lo riferivamo anche gli amici più “grandi”, come Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio, raccontando dei Quaderni piacentini e di come s’avviò quell’avventura nei primi anni sessanta. Loro avevano avuto l’idea, ma s’erano trovati sempre al fianco a spronarli e a consigliarsi quel signore burbero e colto che avevano invitato una volta a Piacenza, quando ancora i Quaderni non esistevano e viveva soltanto un circolo culturale di giovani, un poco assediati dentro una città di provincia con i suoi lati di bigottismo e di oscurantismo.
Fortini nutriva una certa passione per le riviste. Ai Quaderni piacentini si prestò con un aiuto importante. Ad altre riviste partecipò e collaborò: Comunità, Officina, Ragionamenti, Il menabò e poi Quaderni rossi (si sentiva molto vicino a Raniero Panzieri). Naturalmente Fortini scrisse sui giornali della sinistra e non solo della sinistra: Avanti, Unità, Manifesto, Messaggero, Corriere della Sera, Il Sole 24 ore. Era un intellettuale militante e pensava al “dovere” di comunicare. L’ultimo inter-vento pubblico lo aveva dedicato proprio al tema della comunicazione: il giorno dopo la prima guerra del golfo cercava di riflettere sull’imbarbarimento della televisione e dell’informazione, quelle stesse che ci avevano indotto ad assistere a quella tragedia come a un videogioco. Più avanti sarebbe andata peggio... Senza retorica Fortini inseguiva, come poteva, una verità e capiva che per tentare di raggiungerla compromessi non se ne facevano, neppure con le parole. Per questo s’era dato subito un vincolo: parlar chiaro e scrivere chiaro, un richiamo all’onestà e alla pulizia mentali tanto più generoso e necessario quanto più la sinistra degli anni difficili insiste nell’abitudine di costruirsi metalinguaggi consolatori per gruppi, clan, conventicole...
Parlar chiaro e scrivere chiaro erano nel suo religioso riguardo per la cultura, anche quella della nostra grande tradizione classica. Come disse una volta Sergio Bologna: «Fortini ci ha insegnato ad aver rispetto della lingua italiana e ha combattuto contro le forme di sciatteria e di volgarità dell’ultrasinistra, ha detestato il burocratese, il sindacalese, i gerghi del radicalismo con un rigore esemplare, ha detestato allo stessa maniera i linguaggi esoterici, chiusi degli intellettuali». Le parole devono circolare... Sulle sue parole potrebbe aver pesato persino l’esperienza all’Olivetti. Anche lui, come molti altri intellettuali italiani, passò di lì e ottenne una collaborazione come copywriter. Doveva inventare sigle, slogan per vendere le macchine, testi per spiegarne il funzionamento. Il lavoro gli impose la disciplina: una prosa scattante, brevità, semplicità e ancora idee chiare.
Ci sono un costume, un metodo, una morale in tutto questo. Nel segno della coerenza, che si riflette nella politica. Fortini era intransigente, indipendente e autonomo dai poteri, economici, accademici, politici, poteri forti o poteri arroganti delle piccole élite. Non li ha mai usati per fare carriera, per conquistare spazio su giornali e riviste, per una cattedra universitaria. All’università arrivò solo nel 1971 (insegnò fino al 1989 storia della critica letteraria a Siena). Visse la stagione della Resistenza e dell’antifascismo, seguì vicende della società industriale e della sua crisi, si sentì profondamente coinvolto nella rivoluzione postfordista (la sua partecipazione ai Quaderni rossi ne fu un segnale). Capì che il mondo cambiava e capì che in quel mondo nuovi diventavano i suoi interlocutori e che la sua “critica al capitalismo” era un esercizio ancora vitale, ma non immutabile. Fortini pensava nel futuro, per una radicale “critica al capitalismo” della società presente, con un programma preciso: «criticare l’immagine mistificata, ossia la forma illusoria, che la classe oppressa ha di se stessa». Fortini usò per questo la letteratura, la sua e quella degli altri, di Sartre e di Eluard, di Brecht, di Proust e di Goethe.
Ma considerava la letteratura come il luogo di un esame totale: c’è sempre il mondo da scoprire. Non è strano che Fortini fosse poeta. Lo sentiva ancora il suo scrivere versi, citando Adorno, nel senso, radicalmente, della negazione e contestazione di tutto ciò che sta e viene accettato nel «quotidiano ripetuto». Un tramonto di pace è un suggerimento di felicità che può avere nell’animo di chi lo ascolta un valore dirompente. Una volta spiegò: «La poesia parla di qualcosa e nello stesso tempo parla di se stessa. La voce della poesia dice questo o quello, ma lo dice in modo che un effetto d’eco ci ricorda sempre che non la si può prendere in parola. Naturalmente questo irrita coloro che vogliono opinioni, vogliono scelte, sentimenti immediati. Ebbene questa ambiguità è la sua lezione, una lezione fondamentale...».

“l'Unità”, 14 ottobre 2004

Il signor K. e la natura (Bertolt Brecht)


Chiestogli del suo rapporto con la natura il signor K. disse: «Tavolta uscendo di casa mi piacerebbe vedere un po’ d’alberi. Soprattutto perché grazie al loro cambiamento d’aspetto col variare della giornata e delle stagioni, raggiungono un grado così particolare di realtà. E poi col passare del tempo siamo sempre più sconcertati di vedere nelle città soltanto oggetti d'uso, case e strade, che se non fossero abitate sarebbero vuote, se non fossero utilizzate sarebbero senza senso. Il nostro singolare ordinamento sociale ci fa contare persino gli uomini fra tali oggetti d’uso, e allora gli alberi hanno almeno per me che non sono un falegname, qualcosa di confortante nella loro indipendenza, che prescinde da me, e io spero anzi che essi, anche per i falegnami, abbiano in sé qualcosa che non possa venir utilizzato».

Bertolt Brecht, Storie da calendario, Einaudi 1972

10.8.19

Pablo Neruda: Soneto XCIV (da “Cien sonetos de amor”). Con il commento di Antonio Skármeta

Pablo Neruda con l'ultima moglie matilde Urrutia

Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
da svegliare la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.

Non voglio che vacillino il tuo riso e i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità d'allegria,
non bussare al mio petto, non ci sono.
Vivi nella mia assenza come in una casa.

È una casa così grande l'assenza
che ci entrerai attraversando i muri
e appenderai i quadri nell’aria.

È una casa così trasparente l'assenza
che io senza vita ti vedrò vivere
e se soffri, amore mio, io morirò di nuovo. 

---

Si muero sobrevíveme con tanta fuerza pura
que despiertes la furia del pálido y del frío,
de sur a sur levanta tus ojos indelebles,
de sol a sol que suene tu boca de guitarra.

No quiero que vacilen tu risa ni tus pasos,
no quiero que se muera mi herencia de alegría,
no llames a mi pecho, estoy ausente.
Vive en mi ausencia como en una casa.

Es una casa tan grande la ausencia
que pasarás en ella a través de los muros
y colgarás los cuadros en el aire.

Es una casa tan transparente la ausencia
que yo sin vida te veré vivir
y si sufres, mi amor, me moriré otra vez.

dal sito “Poesia en español” ( https://www.poesi.as/ ) - Trad. S.L.L.

Arriva la gioia (Antonio Skármeta)
Matilde Urrutia con Pablo Neruda
Benché quasi tutte le poesie di Cento sonetti d’amore siano gioielli delicati offerti alla riflessione, alla biografia e alla celebrazione di Matilde, la forma elegante del sonetto si rivela molto adatta al tono di questo amore maturo che in precedenza aveva giocato con il fuoco vivo nei Versi del Capitano.
Pablo e Matilde sono adesso padroni assoluti del loro destino e il libro traccia una sorta di bilancio. Senza omettere i momenti amari che la coppia ha vissuto, il passato si giustifica attraverso l’amore che è stato inevitabile, e il poeta argomenta la propria difesa dalle aggressioni proclamandosi un uomo buono («Io ripagai la viltà con colombe»), ben disposto, ispirato dalla visione effusiva di un amore che si farà in altre bocche bacio e materia, il poeta affronta un futuro che, per quanto si prefiguri glorioso, dovrà ormai fare i conti con la morte.
Neruda vede in Matilde non solo colei che gli sopravvivrà e porterà avanti l’amore in completa solitudine, ma anche la donna che deve perpetuare l’universo. Se si presagisce la morte, è ora di fare testamento: per questo i Cento sonetti d’amore assumono una grande importanza, perché è il poeta in persona che seleziona i beni da lasciare, che sono, in sostanza, i suoi sentimenti e la sua lotta. […]
Se tutti i sonetti sono belli, in questa mia antologia personale scelgo il XCIV perché lo sentii recitare da Matilde in un momento di particolare intensità. Era il 1983, e la repressione di Pinochet era ancora in atto. Non c’era tregua per il movimento democratico, che avanzava a passi da gigante.
Dovevamo commemorare i dieci anni dalla scomparsa del poeta e volevamo farlo con una manifestazione di massa. Il suo nome era un vessillo comune per molte persone che potevano anche pensarla diversamente ma che si ritrovavano unite come un sol corpo e una sola anima contro la dittatura.
Non si potè evitare l’evento «culturale», che si celebrò al Caupolicàn, un enorme stadio circolare che si riempì dei polmoni di migliaia di partecipanti, i quali, malgrado fosse stata imposta una certa cautela perché l’omaggio potesse svolgersi sino alla fine, non smisero un attimo di gridare all’unisono «assassini, assassini!» agli scagnozzi di Pinochet.
L’ultima a prendere la parola fu Matilde che, nell’atteggiamento fiero della vedova, con naturalezza, interpretò come un testamento di lotta le parole che il sonetto XCIV le aveva lasciato. Disse: «Io sono stata e sono la compagna di Pablo». E dopo una breve introduzione andò al nocciolo del suo discorso:
Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
da svegliare la furia del pallido e del freddo...
E il climax del finale mise la gente, mortificata da una dittatura che pensava invincibile, nello stato d’animo che nel 1988 portò i democratici cileni a sconfiggere Pinochet con una campagna né cupa né lacrimosa, ma libera da rancori e di buon auspicio per il futuro: «Lui amava la gioia. Per questo, io non ho nessuna intenzione di chiedere, adesso, un minuto di silenzio per ricordarlo. No! Vi chiederò piuttosto un minuto di gioia, di baccano e di applausi fragorosi!»
Il momento è documentato in un vibrante filmato del regista Carlos Flores, e ogni volta che lo vedo mi commuovo come allora.
Molte persone, non solo i cinici e gli scettici, affermano che la poesia non serve a niente, e io, umilmente, cerco di correggerle dicendo che la poesia non serve «quasi» a niente.
La miglior dimostrazione? Il 5 ottobre 1988, contro tutti i pronostici che davano il dittatore Pinochet come vincitore del plebiscito destinato a proclamarlo presidente del Cile a vita, la maggioranza della gente votò contro di lui e lo estromise dal governo.
L’intensa campagna elettorale che aveva portato a questo trionfo aveva uno slogan: Cile, arriva la gioia. 

In La magia in azione, Guanda 2006 

4.8.19

Sciascia e Macaluso, le vite parallele (Rino Formica)



La sorgente è unica, il corso della vita è binario.
Sono due figli eletti del profondo Sud, nati negli anni venti in due province periferiche della Sicilia, terra di acuti e profondi conflitti sociali dove la gioventù può solo lavorare la terra, andare in miniera o fare gli studi più essenziali per vivere e per affrontare una precaria esistenza.
I figli dei contadini, degli operai e dei minatori, quando possono frequentano le scuole tecniche per salire un gradino nella rigida scala sociale; i figli della piccola borghesia impiegatizia e delle professioni marginali frequentano l’Istituto magistrale perché nella gerarchia sociale la cultura umanistica precede l’apprendistato tecnico.
La scuola è la comunità dove l’individuale si mescola con il collettivo e dove i ragazzi entrano in contatto per la prima volta con la complessa società vivente.
Ma nella formazione umana di Sciascia e di Macaluso non c’è solo la scuola, c’è l’universo delle zolfare.
“La miniera non uccideva solo con il grisù, ma anche con l’isolamento della brutalità di una esistenza trascorsa tra uomini che lavoravano come bestie”.
Gli anni trenta sono gli anni già difficili per la gioventù italiana: sono gli anni degli inganni imperiali e della nefasta preparazione della prospettiva di guerra totale.
Sciascia e Macaluso, nati con l’avvento del fascismo, appartengono a quella generazione che non conobbe la felicità e la spensieratezza dell’adolescenza e della giovinezza. La dittatura, la doppia guerra, la liberazione e la repubblica anticiparono la maturazione di una generazione: fu generazione primizia chiamata a straordinarie assunzioni di responsabilità, con un passato vero da non poter utilizzare e con un futuro incerto da costruire.
Nella generazione degli anni venti il desiderio di capire si confondeva con la necessità di agire. Le divergenze nacquero dopo la fase della lotta clandestina. Durante il periodo fascista la rete cospirativa del partito comunista era forte e suggestiva. L’operaio Calogero Boccadutri per Sciascia e per Macaluso fu simbolo di purezza e sicurezza rivoluzionaria. Sciascia nel Pci vide una stella, Macaluso, invece, vide nel partito organizzato e disciplinato una grande famiglia politica più salda della stessa famiglia naturale.
Qui si scorge la vera dissomiglianza tra Sciascia che vota comunista e si rifiuta di aderire al Pci, e Macaluso che accetta il peso del partito per far vincere l’idea.
Con una ricerca al limite dell’ostinazione Macaluso in un agile libro (Leonardo Sciascia e i comunisti, ed. Feltrinelli), passa in rassegna l’opera letteraria dello scrittore siciliano ed estrae dai suoi scritti le molte coerenze di fondo e le veniali incongruenze (contraddisse e si contraddì).
Macaluso nel sottolineare la coerente passione politica e civile che costituisce l’anima della produzione di Sciascia, garbatamente apre il capitolo del dissenso occasionale ed operativo con il Compagno di una vita sempre in sintonia sui temi della giustizia e della ricerca della verità.
Il primo dissenso vero è sull’operazione Milazzo. Nel 1958 è pubblicato il Gattopardo e Sciascia riprende il pensiero del Principe di Salina e stronca il governo di Milazzo (opera che porta il segno della direzione politica di Macaluso nel Pci) con un lapidario giudizio: “ è il governo del cambiare tutto per non cambiare niente, è stato una sorta di consustanziazione politica”.
Macaluso nel libro riprende il tema: fa una analisi della situazione sociale e politica della Sicilia, sottolinea il significato di rottura e di movimento che ebbe la dirompente iniziativa del Pci nel dividere la Dc e nell’ allearsi con il MSI; e così conclude: “Sciascia voleva un Pci di combattimento sempre all’opposizione. Sciascia era uno scrittore con una forte passione civile, le sue intuizioni, i suoi giudizi, le sue critiche, mi hanno coinvolto anche emotivamente perché avevano motivazioni alte e a volte il tempo gli ha dato ragione. Ma una forza politica come il Pci, quale comportamento avrebbe dovuto assumere verso posizioni con un elevato impatto anche sull’opinione pubblica di sinistra? E’ stato proprio questo il nodo non risolto nei rapporti con Sciascia”.
Ma è nel 1975 che avviene la svolta politica di Sciascia con il Pci quando si candida a Palermo al Consiglio Comunale. Egli è travolto da una grande illusione: battere la Dc ed ogni compromesso con il Pci. Sciascia non si accorge che è vittima di un inganno, forse, preparato da Occhetto e non contrastato da Berlinguer per liquidare il vecchio gruppo dirigente del Pci siciliano.
Sciascia nel maggio del 1975 così motiva la sua partecipazione alle elezioni: “Bisogna essere intransigenti. Bisogna evitare assolutamente, nettamente, il gioco della doppia verità. Le cose non sono buone quando le facciamo noi e cattive quando le fanno gl altri. Sono o sempre cattive o sempre buone. E se noi facciamo cose cattive per arrivare alle buone, non solo non arriveremo mai, ma ci abitueremo a fare cattive cose e così resteranno. Di questa politica netta ha bisogno il Sud. E questo hanno capito i giovani che dirigono oggi il Pci in Sicilia”.
L’entusiasmo di Sciascia è infranto dalla più vasta e globale iniziativa post ’75 del Pci con le larghe intese negli enti locali dove la Dc è garante del Pci nell’area di Governo e nel potere locale.
A questo punto Macaluso si chiede: “Come faceva Sciascia a conciliare la sua posizione di sempre (il Pci all’opposizione e niente compromessi) con le larghe intese” che in Sicilia voleva dire anche la Dc di Lima?
Sciascia capì di aver commesso un fatale errore di credito e così si espresse nella intervista a Marcelle Padovani: “I miei rapporti col Pci sono stati assai complessi, quasi quanto quelli che intrattengo con la Sicilia. Di amore e odio, per semplificare. Nel 1974-75, mi sono avvicinato o, più esattamente, il Pci si è avvicinato a me; e questo accostamento mi ha indotto a credere che fosse diverso. Sono assai sensibile ai rapporti umani, ai contatti personali: certi giovani funzionari del Pci mi hanno dato l’impressione che il partito fosse mutato, o che era sul punto di farlo. L’esperienza del Consiglio Comunale è stata una totale delusione. Il partito non cambiava. E anzi, in un certo senso, peggiorava. Ho quindi commesso un errore di valutazione, ma si è trattato anche di un’esperienza liberatrice. Non nutro più, nei confronti del Pci, rispetto di sorta. Sono ancora affezionato a coloro che vi militano, ma ritengo che quel partito sia il più vecchio che ci sia: più vecchio ancora del Partito liberale”.
Il distacco definitivo tra Sciascia ed il Pci avviene con il caso Moro e con le elezioni politiche ed europee nel 1979 quando entra nelle liste radicali e vive all’interno di un movimento vasto contro il Potere, il Palazzo, la partitocrazia, la giustizia giusta e contro il Pci dove prevaleva l’obbedienza al Partito su la ricerca della verità.
Intorno al tema della mafia l’analisi di Sciascia è seducente e convincente.
Macaluso cita un articolo di Sciascia sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982. È un testo da rileggere integralmente. Riporto la conclusione: “È qui il caso di chiarire che molto probabilmente gli uomini politici indicati generalmente come mafiosi – dall’Unità ad oggi – non lo sono mai stati propriamente: l’hanno protetta e ne sono stati elettoralmente protetti, ne hanno agevolato gli affari e sono stati compartecipi dei profitti: che poi i loro successi, nelle fazioni interne di partito e nelle elezioni, e i loro profitti negli affari, comportassero violenze e omicidi, loro hanno finto di ignorare: così come il Sant’Uffizio ignorava la sorte degli eretici affidati al braccio secolare...”
La stessa validità politica della teoria del compromesso storico Sciascia la mette in connessione con la necessità per la Dc di liberarsi delle vecchie complicità. “Teoria che non ha fatto bene al Partito comunista, ma ne ha fatto alla Democrazia cristiana. Coloro che, nella Democrazia cristiana, alla realizzazione del compromesso aspiravano, hanno coinvolto tutto il partito nell’ansietà di farsi assolvere, dal rigoroso e quasi ascetico Partito comunista, dai tanti peccati commessi dal 1948 a oggi, il peccato di mafia incluso”.
Sul tema della giustizia, sul suo uso politico, sulle interferenze della politica sulla giustizia e su una giustizia “che assume un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile e con conseguenti punte di fanatismo, la convergenza di valutazioni e di critica tra Sciascia e Macaluso sfiora la organica identificazione.
È proprio dall’esplorazione di questo tema che si arriva a dare una risposta alla domanda che ci siamo posti quando abbiamo iniziato la lettura di questo prezioso libro: “Perché Macaluso sente il bisogno di scrivere su Sciascia ed i comunisti a 26 anni dalla morte di Sciascia e a 21 dalla fine del comunismo?” Perché Macaluso ha voluto dare il via alla stesura di una autobiografia della generazione che fu chiamata a fare l’Italia repubblicana. Fu la generazione più fortunata perchè la più coinvolta, ma fu anche la più infelice perché pagò sempre con la distruzione degli affetti la sua esposizione di prima linea.
La generazione nata durante il fascismo lascia irrisolte molte questioni che nel libro di Macaluso sono tenute in ombra, perché la educata e discreta formazione umana dell’autore lo impone. Sappiamo che l’irrisolto appartiene più alla serie dell’eterno mutevole che a quello del definitivo. Ancora oggi si ripresentano le eterne questioni che leggiamo nelle vite parallele di Sciascia e di Macaluso.
La politica è prosa o poesia? Il potere e la libertà sono compatibili? È componibile il conflitto tra democrazia organizzata (i partiti) e la democrazia fluida (i movimenti e l’anarco-individualismo?)
Intorno a queste domande ruota il rovello di Macaluso perché sa che il difficile non è porre la questione ma è quello di saper individuare dove è il punto di fusione delle contraddizioni.

Critica Sociale, 5 novembre 2010

Canfora: «Serve una vera socialdemocrazia, solo così la sinistra tornerà rivoluzionaria» (Daniela Preziosi)



«Non stanno governando per nulla. Un fallimento». Se al professore Luciano Canfora – filologo, storico, comunista «senza partito» – si chiede del governo, si riceve una risposta senza attenuanti. «La politica sociale di Di Maio è stato un bluff, conati rovinosi. I navigator, non ne parliamo. L’altro, il duro, ha promesso di rimpatriare 600mila persone, clandestini, e naturalmente non l’ha fatto; ha deciso di chiudere i porti come del resto voleva già Minniti; ha fatto un po’ di braccio di ferro per lo più perdendo, sia con l’ottima Rackete, sia nel caso della nave Diciotti, da ultimo con la Gregoretti. Nel frattempo, com’è giusto, tantissimi sbarcano su barchette di fortuna. Sul versante fiscale, che è un topos, per ora solo parole vane. Ne parlano, litigano e accantonano l’argomento. Così sulla giustizia, una sceneggiata».

Professore, non hanno combinato proprio niente?
Non è accaduto nulla. La conflittualità perenne, ostentata, è uno scenario elettorale per entrambi. Sanno che la legislatura non finirà finché non si matura la pensione per i parlamentari. Non è una malignità, è senso comune. I deputati dei 5 stelle non torneranno mai più, perché avranno un bruttissimo esito elettorale e anche perché stanno tentando di ridurre gli eletti. Fino a quel momento la legislatura durerà, quindi si preparano alla campagna elettorale subito successiva, dicendo di fare, al governo, ognuno dei due quello che ritiene utile in vista del voto. È un quadro realistico, non malizioso o ostile. Con danni per tutti noi che è inutile sottolineare.

Le sinistre hanno regalato voti ai 5 stelle ma anche alla Lega. Un travaso contro natura?
Non credo. Quanti disoccupati disperati weimariani votarono per il fuhrer piantando il partito comunista tedesco? Tantissimi. Piuttosto il vero travaso è stato di chi votava a sinistra e nel marzo del 18 ha votato 5 stelle. È stato l’errore strategico, colossale, di Napolitano, che è il vero padre dei 5 stelle, quando ha costretto Bersani per un anno e mezzo alla coabitazione con Berlusconi sotto l’egida Monti per le misure più impopolari del mondo, largamente non motivate e incomprensibili per le persone comuni. Quelli che votavano a sinistra, o che non votavano più sinistra perché disamorati, hanno creduto che i 5 stelle fossero la nuova sinistra. il sociologo De Masi, un uomo simpatico e acuto ma troppo ottimista, all’indomani del voto propose l’alleanza fra Pd e M5S per fare «la più grande socialdemocrazia d’Europa». Si illudeva. Il movimento è stato messo, dai capi, in mano ad un ultramoderato centrista come Di Maio. L’ipotesi, frustrata da Renzi con la sua consueta brutalità, naufragò subito.

Oggi il Pd, che non è più quello di Renzi, si tormenta sull’alleanza con i 5 stelle.
Il Pd non è più niente. È paralizzato. Purtroppo, perché ha tanta brava gente che spera in una riscossa. È amareggiante per tutti il fatto che l’Emilia Romagna si è messa accanto alle regioni leghiste sull’autonomia. Anche questo disgusta. Ma come può il Pd pensare di recuperare nel centro-sud con una proposta simile a quella di Zaia e di quello che voleva «la razza bianca» (Fontana, presidente del Veneto, ndr)?

Non esiste un’autonomia ‘sostenibile’?
Autonomia è una parola ridicola, fastidiosa nella sua bassezza demagogica. Due figure fra loro molto diverse alla Costituente, Togliatti e Croce, erano fra i più convinti negatori dell’opportunità di introdurre l’istituto regionale. C’è un discorso di Croce memorabile. E poi c’erano i federalisti hard, come il Partito d’azione. Le regioni furono una mediazione. Ma furono tenute ferme, entrarono in vigore solo nel 1970. Perché – ora lo sappiamo anche da documenti d’archivio declassificati – l’ambasciata americana ci diceva: non potete fare le regioni perché – con l’Emilia, la Toscana e l’Umbria rosse – se c’è la guerra il nemico sovietico ha la sua quinta colonna nel paese. Allora il Pci chiese di applicare la Costituzione. All’inizio non fu entusiasmante, ma nel 1975 fu un trionfo. Poi però le regioni sono diventate carrozzoni inquietanti. Ora aggiungiamo l’autonomia? È quello che chiedeva Bossi, la macroregione Ticino che si sarebbe unita alla Baviera. Bossi riteneva che il principale criminale della storia d’Italia fosse Garibaldi. È inaccettabile.

Il sociologo De Rita dice però che il pericolo democratico per il paese non è Salvini ma i 5S.
Ma no, i 5 stelle sono bloccati dai loro dissensi interni, fanno sciocchezze anche penose perché peccano di incompetenza. Invece Salvini ha un disegno chiaro: una vera forza di destra aggressiva che si mangia tutte le destre esistenti, con la Meloni nei panno del tamburino sardo.

I 5 stelle non hanno il disegno di smontare il parlamento?
Ma la loro caratteristica è la difformità di propositi all’interno, celata dall’autoritarismo dei due signori che detengono la piattaforma Rousseau e di lì formano la «volontà del popolo». Questo è l’elemento oscuro e inquietante di quel partito. Ma dentro c’è gente dabbene, come il presidente Fico, che cerca di dire cose di buonsenso. Ma viene imbavagliato.

Esploderanno?
È probabile. Ma certo se dall’altra parte, ogni volta che c’è un Franceschini che dice che i 5 stelle potrebbero essere i interlocutori, la banda renziana strepita e ricatta, tutto resta fermo.

Professore, lei, un comunista ormai deve gioire per le posizioni di un democristiano?
Quando Franceschini fece il segretario del Pd fu l’unico che giurò sulla Costituzione. Ha ascendenze partigiane. Sono cose che lasciano effetti nelle vite. Non gli sto facendo un monumento ma hic Rhodus hic salta. Se uno vuole fare politica e non l’eremita, deve scegliere fra ciò che c’è, anche se non sempre è l’optimum.

La sinistra radicale è eremita?
Respingo la definizione buffissima di sinistra radicale. Fa pensare alle guardie rosse del 1919 a Berlino: si spara, la rivoluzione fallisce, Rosa (Luxemburg, ndr) viene massacrata. Ma dal 1946 in Italia c’è una sana socialdemocrazia. Il Pci lo è stato a lungo e con successo. Ora il Pd ha abbandonato quella tradizione. Se gli avanzi della sinistra, che non vogliono stare in quel calderone assurdo che è il Pd, avessero senso politico, dovrebbero riproporre le parole d’ordine fortissime della vera socialdemocrazia: giustizia sociale, restituire ai sindacati la loro funzione, contrattazione nazionale e non la frantumazione che piace a Confindustria. Sarebbero definiti radicali ma farebbero quello che faceva Willy Brandt.

Invece sembrano condannati all’estinzione?
Perché il Pd non ne vuole sentire parlare e questi, pur simpatici, hanno ritegno a usare quel termine socialdemocrazia, che invece io uso con tanto rispetto. Perché da noi è legato a Saragat, al tradimento, a Palazzo Barberini. Ricordo sempre che il partito di cui Lenin fu il capo si chiamava partito socialdemocratico russo. E quello di cui Engels fu padre nobile era la socialdemocrazia tedesca. È inutile avere paura delle parole per colpa di Saragat, Tanassi e Cariglia.

Gli ex comunisti dovrebbero dichiararsi socialdemocratici per tornare rivoluzionari?
Sì, oggi avrebbe quest’effetto e sarebbe una parola unificante, se la sinistra avesse il coraggio di fare politica, di darsi un obiettivo, di spiegarlo chiaro e tondo, non reagire al seguito della cronaca, commentare i fatti magari con gesti nobili. Se il cittadino comune interessato alla politica, una minoranza, si chiede ‘ma quelli che vogliono‘, non saprebbe dare una risposta.

Per De Rita l’Italia ha perso la spinta vitale.
Bergson parlava di slancio vitale, mi meraviglia che un sociologo serio usi questo termine impreciso. Il nostro paese ha vissuto fasi di grande slancio collettivo, nel dopoguerra, poi contro il terrorismo nero eversivo in risposta all’autunno caldo. Ora la situazione è resa molto più difficile – e con questo tocco un altro tema tabù – dal fatto che molte decisioni fondamentali trascendono i governi nazionali. Oggi l’antagonista è irraggiungibile e onnipotente, salvo farti fare la fine di Tsipras, luglio 2015. Dire che manca lo slancio fa sorridere. La lotta è impari.

C’è dell’euroscetticismo in lei? Non è preferibile avere un’Europa forte fra la Russia di Putin e gli Usa di Trump?
Sono sempre stato un internazionalista. E non è che se uno non è europeista è un sovranista. Una persona non sospettabile di estremismo come Sergio Romano dice: finché siamo nella Nato, la politica estera e militare europea la fanno gli Usa. Abbiamo sempre obbedito a tutti gli ordini che venivano di là. Ora speriamo che la crisi crescente sullo scacchiere internazionale non ci travolga al carro della politica aggressiva dissennata degli Stati uniti.

Il manifesto, 2 agosto 2019

statistiche