27.4.14

L'elefante con le ruote. Una lettera al figlio di Antonio Gramsci

La lettera, senza data, proviene dal carcere di Turi ed è diretta in Unione Sovietica al figlio Delio. L'anno della sua stesura dovrebbe essere il 1935 o 1936, quando il ragazzo aveva 11 o 12 anni. (S.L.L.)
Carissimo Delio,
io non so se l’elefante può (o poteva) evolversi fino a diventare sulla terra un essere capace, come l’uomo, di dominare le forze della natura e di servirsene per i suoi propri fini, in astratto. Concretamente l’elefante non ha avuto lo stesso sviluppo dell’uomo e certo non l’avrà piú perché l’uomo si serve dell’elefante, mentre l’elefante non può servirsi dell’uomo, neanche per mangiarselo. Ciò che pensi delle possibilità dell’elefante, di adattare cioè le sue zampe per il lavoro pratico, non corrisponde alla realtà: infatti l’elefante ha come elemento «tecnico» la proboscide e dal punto di vista «elefantesco» se ne serve a meraviglia per strappare alberi, per difendersi in certe circostanze ecc.
Tu mi avevi scritto che ti piaceva la storia e cosí siamo giunti alla proboscide dell’elefante. Io credo che per studiare la storia non bisogna troppo fantasticare su ciò che sarebbe successo «se»... (se l’elefante si fosse drizzato sulle gambe posteriori per dare maggior sviluppo al cervello, se... se...; e se l’elefante fosse nato con le ruote? sarebbe stato un tranvai naturale! e se avesse avuto le ali? Immagina un’invasione di elefanti come quella delle cavallette!).
È già molto difficile studiare la storia realmente svoltasi, perché di una gran parte di essa si è perduto ogni documento; come si può perdere il tempo a stabilire ipotesi che non hanno fondamento? E poi nelle tue ipotesi c’è troppo antropomorfismo. Perché l’elefante doveva evolversi come l’uomo? Chi sa se qualche saggio vecchio elefante o qualche giovinetto ghiribizzoso elefantino, dal suo punto di vista, non fa delle ipotesi sul perché l’uomo non è diventato un proboscidato!
Aspetto una tua lunga lettera su questo argomento.
Qui non ha fatto molto freddo. Ci sono sempre dei fiori sbocciati. Non ho con me nessun uccelletto, ma vedo sempre nel cortile due coppie di merli e i gatti che si appiattano per prenderli; ma i merli non pare se ne preoccupino e sono sempre allegri ed eleganti nelle loro mosse.
Ti abbraccio.

ANTONIO

In Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Editrice L'Unità, 1987

Maggio 1974, referendum sul divorzio. L'appello finale di Berlinguer

Il testo dell'appello agli elettori pronunciato il 10 maggio 1974 in TV da Enrico Berlinguer, segretario generale del PCI, per il «NO» nel referendum promosso dai clericali per abrogare la legge del 1970, che introduceva il divorzio nell'ordinamento civile italiano.(S.L.L.)

Il popolo italiano, nella sua saggezza, si è certo reso conto che ci sono stati due modi diversi di fare la campagna del referendum. Da una parte, colore che vi chiedono di votare «NO» all'abolizione della legge sul divorzio — e fra questi siamo anche noi comunisti — hanno cercato di darvi una informazione accurata è onesta sui contenuti veri della legge, sulle conseguenze benefiche che essa ha avuto per un certo numero di coniugi infelici e per i loro figli, sulle testimonianze, tutte favorevoli, dei giudici che hanno applicato la legge da tre anni in qua. Abbiamo fatto appello, e lo facciamo ancora stasera, alla vostra capacità di ragionare e al vostro spirito di solidarietà umana.
Dall'altra parte, coloro che chiedono di cancellare la legge. A quante bugie, a quante falsificazioni essi sono ricorsi! Menzogne sulla legge, dati statistici inventati, ricorso a frasi false o mutilate di Marx o di Togliatti, calunnie sulle posizioni nostre e di altri. E promesse dell'ultima ora e dunque, anch'esse, bugiarde.
Per confondere le cose, sono arrivati al punto di dire che il 12 maggio si vota a favore o contro il comunismo! E' la trovata di Almirante e di qualche altro. Ma che c'entra? Ma a chi vogliono darla a bere?
Ma hanno fatto anche di peggio. Hanno cercato di mettere paura, profetizzando l'apocalisse e speculando sui sentimenti più delicati, sugli affetti più cari.
Dei i giovani parlano come di incoscienti, pronti a sposarsi e a separarsi per puro capriccio. Questi falsi moralizzatori hanno la più completa sfiducia nelle risorse morali e nella serietà dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. Anche per questo diciamo ai giovani: votate «NO».
Degli anziani parlano solo come «nonni» e «nonne», per cercare di far loro dimenticare le tribolazioni che hanno sofferto, ieri, come operai, contadini, lavoratori, come emigrati, e che soffrono, oggi, come pensionati. E alle persone anziane si chiede di negare ai loro figli, ai loro nipoti, la possibilità di avere una legge che ha il solo scopo di permettere di rimediare alla eventualità di un matrimonio sbagliato o sfortunato: eventualità mai augurabile, ma che può verificarsi. Per questo noi diciamo anche agli anziani di votare «NO ».
Delle donne gli esponenti antidivorzisti hanno parlato come se fossero degli esseri inferiori, una sorta di animali domestici ai quali si incute il terrore di venire abbandonati, quasi che le donne non avessero una loro personalità, una loro dignità, diritti pari agli uomini. Per questo noi
diciamo alle donne di votare «NO», di votare contro coloro che le considerano solo come un serbatoio di voti, quegli stessi che si sono sempre opposti a tutte le loro rivendicazioni di uguaglianza nei diritti e nella posizione economica e sociale, di emancipazione e di progresso.
Ma il fatto più vergognoso è il modo in cui certi esponenti antidivorzisti si sono rivolti ai bambini. In certi asili e istituti hanno messo nelle tasche del grembiule di fanciulli di cinque, sei anni volantini intimidatori e provocatori e sono giunti a spaventarli a tal punto che essi sono tornati a casa piangenti, ripetendo ai genitori la menzogna che era stata loro messa in testa e cioè che, dopo il 12 maggio, con la legge del divorzio, sarebbero stati abbandonati da papà e dalla mamma. Quale infamia ingannare in questo modo i nostri piccoli e calpestare la loro innocenza!
Bisogna votare «NO» contro tutti questi impostori, che sono ricorsi a metodi cosi indegni. L'inganno maggiore è quello di cercare di far credere che si tratta di votare per o contro l'unità della famiglia. L'unità della famiglia è un bene prezioso, chi non lo sa? Questo bene si preserva e si consegue, innanzitutto, con una generale politica di riforme economiche e sociali — mai fatta sinora — che combatta le cause che sconvolgono o che comunque possono turbare la serenità e l'unità delle famiglie: quali la disoccupazione e l'emigrazione, la crisi dell'agricoltura, la mancanza di abitazioni decorose per molti lavoratori, le difficoltà sempre più gravi del bilancio familiare, l'insufficienza delle pensioni minime per i vecchi lavoratori, la carenza di asili nido e di scuole materne, la grave situazione in cui è stato ridotto tutto il sistema scolastico italiano; e la diffusione di un costume e di modelli di vita ispirati all'egoismo, alla violenza, al conformismo, all'ipocrisia.
Che cosa c'entra con tutto questo la legge sul divorzio?
Non è tale legge che rompe le famiglie, essa è stata fatta solo per tenere conto del fatto che, purtroppo, alcuni matrimoni possono fallire. Chi si trova in questa condizione va punito o va aiutato? Ebbene, la legge si propone di aiutarlo, si propone cioè di rimediare agli inconvenienti economici, giuridici e morali di un'unione coniugale che da tempo è fallita, «che non può essere più mantenuta né ricostituita».
Prima questo rimedio non c'era.
Ora il rimedio c'è, la legge c'è ed è una legge seria e severa. “E teniamocela, dunque, no?” come ha detto Eduardo De Filippo. E, se sarà così, nulla vieta che essa si possa poi ancora perfezionare.
Perché privarci di questo diritto civile?
Ricordiamoci sempre che quando viene negato o compresso un qualsiasi diritto di libertà, quando si compie un atto d'intolleranza e di sopraffazione, si apre la strada ad altre prepotenze, ad insidie e minacce contro altri diritti civili, contro altre libertà: diritti e libertà sindacali, di pensiero, d'informazione, di stampa, di associazione; e crescono i pericoli per l'insieme delle nostre istituzioni.

Ecco dunque i motivi per i quali anche il Partito comunista invita i suoi iscritti ed elettori, invita i lavoratori e i cittadini di ogni ceto sociale e di ogni fede politica e religiosa, tutti gli italiani che amano la libertà a votare «NO» il 12 e 13 maggio.

"l'Unità", 11 maggio 1974

26.4.14

Il vecchio trasformista del Quirinale (S.L.L.)


Il vecchio trasformista del Quirinale, una specie di Crispi in sessantaquattresimo, parla di "anacronisti­che dif­fi­denze verso lo stru­mento mili­tare", di "vec­chie e nuove pul­sioni demagogiche anti­mi­li­ta­ri­ste".
Si riferisce alla Costituzione, a quell'articolo che recita "l'Italia ripudia la guerra come strumento..."?
Nello stesso giorno, quello dei Partigiani e della Liberazione, ha salutato come eroi quei marò che - in terre assai lontane - difendevano la patria ammazzando i pescatori indiani ("fanno onore all'Italia").

Io credo che stia tradendo il suo mandato.

Stato di fb, 26/4/14

Per l'abolizione del Senato. Senza pasticci e con garanzie (S.L.L.)

Roma. Palazzo Madama. L'aula del Senato della Repubblica
E' il 25 aprile, festa della Liberazione, e dico liberamente come la penso.
Sono ragionatamente monocameralista. Il Senato della nostra Costituzione mi pare un residuo monarchico, non giustificato da un assetto federalista che - nonostante le recenti modifiche costituzionali - non c'è.
Con la riforma di Renzi il Senato diventerebbe anche peggio, un "derivato" monarchico senza neppure il crisma dell'elezione; e dai derivati - la crisi insegna! - bisognerebbe guardarsi come dalla peste!
Con una sola Camera elettiva si dovrà naturalmente mettere in equilibrio l'efficienza nella produzione legislativa con adeguate garanzie di controllo costituzionale e democratico, per esempio rendendo più facile ed in alcuni casi automatico l'intervento della Corte costituzionale e/o facilitando nei tempi e nelle modalità (non nel numero delle firme, che forse andrebbero aumentate) il referendum popolare abrogativo, o anche confermativo per alcuni tipi di leggi.
Tutto questo comporta il ritorno a un Parlamento rappresentativo, di eletti e non di nominati, diverso da quello prefigurato dalla legge elettorale vigente (nonostante il pronunciamento della Corte Costituzionale) e da quella in discussione; un Parlamento dove - prima di decidere - si parla e si ascolta, naturalmente senza perdere tempo.
L'impressione è che, con le nuove leggi elettorali, si vogliano rovesciare definitivamente le antiche distinzioni dei poteri, che attribuivano al Parlamento il legislativo e al Governo esecutivo. Si vorrebbe un governo che legifera e un parlamento debolissimo, che esegue gli ordini del governo. Ma un governo, sia pure elettivo, fortemente personalizzato, che si sceglie il Parlamento (non importa se mono o bicamerale) e fa a piacimento le leggi è pericoloso. Potrebbe produrre, rapidamente e con forzature decisioniste, mutamenti irreversibili e perpetuamente dannosi, anche se, naturalmente, "a fin di bene".


Stato di fb, 25 aprile 2014

Israele e il mito degli antenati ebraici (Shlomo Sand)

Nell'ottobre 2011, nel corso del FestivalStoria di Torino dedicato a Risorgimenti, ricostruzioni, rinascite, uno degli incontri di maggiore successo fu quello con lo storico Shlomo Sand, professore all'Università di Tel Aviv e autore del saggio L'invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, 2010), molto criticato nel suo paese.
Una trascrizione del suo intervento (quella qui ripresa) fu pubblicata dal “manifesto” per la cura e la traduzione di Francesca Chiarotti. Il meccanismo che viene studiato ed evidenziato da Sand è quello tipico dei risorgimenti nazionali ottocenteschi europei, in cui gruppi intellettuali animati da un preciso disegno politico reinterpretano, riscrivono e talora inventano il passato in funzione del presente. I miti che ne derivano spesso non si limitano a sorreggere la formazione di uno stato “nazionale”, ma facilmente degenerano in un nazionalismo aggressivo ed imperialistico.
Israele sembra rispettare questa parabola, ma con due differenze importanti. Primo: la base del mito identitario è la trasformazione della “storia sacra” in “storia civile”. Secondo: il “popolo ebraico” disperso nel mondo ha una identità debole fino all'inconsistenza, mentre il “sionismo” continua a negare identità a un popolo che ha una sua esistenza oggettiva, quello degli israeliani dello stato d'Israele. Lettura molto interessante, vivamente consigliata. (S.L.L.)
Shlomo Sand
Il ricorso al termine fluido di «popolo», ha conosciuto molti avatar nell’epoca moderna. Se in un lontano passato, il termine si applicava a gruppi religiosi come «il popolo di Israele», il «popolo cristiano», o ancora, «il popolo di Dio», nei tempi moderni, il suo uso è diretto alla designazione di collettività umane che hanno in comune componenti culturali e linguistiche laiche.
In generale, considerando il periodo precedente l’avvento della stampa, dei libri, dei giornali, e dell’educazione controllati dallo Stato, è molto difficile utilizzare il concetto di «popolo» per definire un gruppo umano.

Un unico ceppo
Finché il livello di comunicazione tra le tribù da un villaggio all’altro era debole ed episodico, finché il miscuglio di dialetti differiva secondo le vallate, e il contadino o il pastore disponevano di un ristretto vocabolario, limitato al proprio lavoro e alle proprie credenze religiose, la realtà dell’esistenza dei popoli, può essere seriamente messa in discussione. La definizione di «popolo» relativa a una società di contadini analfabeti, mi è sempre sembrata problematica, e intrisa di un inquietante anacronismo
Sempre legati ai documenti scritti, trasmessi, all’occorrenza, dai centri di potere intellettuali del passato, gli storici sono stati imprudentemente inclini a generalizzare, e ad applicare alle società, nel loro insieme, le identità proprie di un sottile strato di élites, di cui davano testimonianza i documenti storici. Nei regni e principati, dotati di un linguaggio amministrativo, per la stragrande maggioranza dei soggetti, il grado di identificazione con l’apparato statale era, nella maggior parte dei casi, molto vicino allo zero. Se una forma di identificazione ideologica col potere è potuta esistere, essa era legata alla nobiltà terriera e alle élites urbane; queste compiacevano il sovrano, e davano una base al suo potere.
Cinquecento anni fa non esisteva il popolo francese, italiano o vietnamita, e, parimenti, non c’era neppure un popolo ebraico disperso per il mondo. Esisteva invece, fondata sulla pratica del culto e sulla fede religiosa, una importante identità ebraica, più o meno forte a seconda del contesto e delle circostanze; più le componenti culturali della comunità erano lontane dal culto, più si contaminavano con le pratiche culturali e linguistiche degli ambienti non ebrei che le circondavano. Le considerevoli differenze nella cultura quotidiana tra le varie comunità ebraiche, hanno costretto gli storici sionisti a sottolineare un’origine «etnica» unica: la maggior parte, se non tutte le comunità ebraiche, deriverebbero da uno stesso ceppo: quello degli ebrei antichi. La maggior parte dei sionisti non pensavano a una razza pura, tuttavia quasi tutti questi storici, hanno fatto riferimento a un’origine biologica comune come criterio decisivo di definizione di appartenenza allo stesso popolo.

Dal seme di Adamo
Così come i francesi erano persuasi di avere come antenati i Galli, così come i tedeschi sono stati nutriti nell’idea di essere discendenti diretti degli ariani teutonici, così anche gli ebrei dovevano sapere di essere gli autentici discendenti degli ebrei fuggiti dall’Egitto. Solo questo mito degli «antenati ebraici» poteva giustificare la rivendicazione di un diritto in Palestina; sono in molti a esserne ancora convinti, ai nostri giorni. Ciascuno sa che, nel mondo moderno, l’appartenenza a una comunità religiosa non costituisce diritto di proprietà su un territorio,mentre, al contrario, un popolo «etnico» trova sempre una terra che possa rivendicare come quella dei suoi antenati.
Ecco perché, agli occhi dei primi storici sionisti, la Bibbia ha smesso di essere una impressionante narrazione teologica, per divenire un libro di storia laica il cui insegnamento è impartito a tutti i bambini israeliani ebrei, dal primo anno delle elementari fino alla maturità. Sulla base di questo insegnamento, il popolo d’Israele non è più costituito da «gentili consacrati», ma è diventato nazione direttamente dal seme di Abramo, così, quando l’archeologia moderna ha cominciato a dimostrare che non ci fu l’esodo dall’Egitto, e che il grande regno unificato da Davide e Salomone non è mai esistito, la notizia è stata accolta da reazioni dure e imbarazzate da parte del pubblico laico israeliano.
La secolarizzazione della Bibbia ha avuto luogo in parallelo con la nazionalizzazione degli «esuli». Il mito costituito dall’esilio del «popolo ebreo» da parte dei romani, è diventato la suprema cauzione dei diritti storici sulla Palestina, costruito, secondo la retorica sionista in «Terra d’Israele». Assistiamo qui a un processo particolarmente sorprendente di «formattazione» di una memoria collettiva: così, mentre tutti gli studiosi di storia ebraica nell’Antichità hanno sempre saputo che i romani non hanno esiliato la popolazione della Giudea (non si trova, d’altra parte, la minima ricerca
storica su questo tema), il resto dei mortali è stato convinto, e lo è ancora, che l’antico «popolo d’Israele» è stato strappato con la forza alla sua patria, così come si dichiara solennemente, nella Carta d’Indipendenza dello Stato di Israele.

Rampolli illegittimi
Se non c’è stato, in passato, un popolo ebreo, il sionismo non è forse riuscito a crearlo nei tempi moderni? Ovunque, nel mondo, quando si è trattato di creare le nazioni, ossia dei gruppi umani rivendicanti per se stessi una sovranità, o in lotta per conservarla, sono stati inventati dei popoli dotati di una lunga anteriorità, di origini storiche lontane. Il movimento sionista ha proceduto allo stesso modo. Tuttavia, se il sionismo è stato in grado di immaginare un popolo eterno a titolo retrospettivo, non è riuscito a creare, in prospettiva, una nazione ebraica mondiale. Gli ebrei di tutto il mondo hanno oggi la possibilità di emigrare in Israele, ma la maggior parte di essi hanno scelto di non vivere sotto una sovranità ebrea e hanno preferito conservare la nazionalità di altri paesi.
Se il sionismo non ha creato un popolo ebreo mondiale, e ancor meno una nazione ebraica, ha, fatto tuttavia nascere due popoli e, anche, due nuove nazioni, che esso recalcitra purtroppo, a riconoscere, considerandoli «rampolli» illegittimi. Esiste, oggi, un popolo palestinese, frutto diretto della colonizzazione, che aspira alla propria sovranità; esiste anche un popolo israeliano, pronto a difendere, con totale abnegazione, la propria indipendenza nazionale.
Questo popolo – a differenza di quello palestinese – non beneficia di alcun riconoscimento, benché disponga di una propria lingua, di un sistema generale di educazione, di una produzione letteraria, cinematografica e teatrale che esprime una cultura quotidiana viva e dinamica.

Movimenti incrociati
I sionisti, nel mondo, possono fare dei doni a Israele, esercitare una pressione sui governi dei loro paesi a favore della politica israeliana, ma, nella maggior parte dei casi, non comprendono la lingua della nazione che dovrebbe essere «la loro», e si astengono dal raggiungere il «popolo che è emigrato nella sua patria» e evitano di inviare i loro figli a partecipare alle guerre mediorientali. Nel momento in cui queste righe sono vergate, il numero di israeliani che emigrano verso i paesi occidentali, si rivela superiore a quello dei sionisti che vengono a stabilirsi in Israele.

“il manifesto”, 13 ottobre 2011


Eletti o nominati? Preferenze o liste bloccate? Una proposta (S.L.L.)


Ci sono amici e compagni, del Pd ma non solo, che si inalberano quando qualcuno propone il ritorno alle preferenze per le elezioni politiche, compagni coerenti che le vorrebbero eliminate in tutte le competizioni elettorali dove sono tuttora presenti e, a loro avviso, inquinanti: elezioni dei Consigli comunali e regionali, elezioni del Parlamento europeo.
Le loro obiezioni sono forti e vanno dai costi della campagna elettorale, alle guerre all'interno dello stesso partito o lista, alle opportunità che le preferenze offrono alla corruzione e al voto di scambio, maggiori che altri sistemi. Obiezioni forti, che li portano a dire che le liste bloccate sono il meno peggio e che ai difetti delle liste bloccate si può ovviare con le primarie che gli elettori dovrebbero pretendere da tutti i raggruppamenti politici.
Si ragiona però come se non ci fossero altre possibilità, se si escludono i collegi uninominali a doppio turno o a turno unico che l'attuale destra sembra aborrire.
Un'altra possibilità invece c'è. E' il modello delle vecchie elezioni del Senato, che è ancora in uso per l'elezione dei Consigli provinciali. In quel modello non si sceglie in ogni collegio il candidato più votato escludendo tutti gli altri, secondo il modello anglosassone o francese tanto inviso a Berlusconi e ai suoi residui seguaci, ma, dopo aver stabilito il numero dei seggi di ciascun partito o lista (per il Senato si determinava su base regionale, ma si potrebbe farlo anche a livello nazionale o di grandi circoscrizioni), li si assegnava ai candidati che nel proprio collegio uninominale avessero ottenuto le percentuali di voto più alte. Niente guerre intestine, dunque, meno spazio alla corruzione, costi della campagna elettorale assai ridotti.
Quel sistema aveva un inconveniente: succedeva che un collegio avesse più di un senatore e un altro nessuno; ma si può rimediarvi con opportuni meccanismi, per esempio prevedendo un numero di eletti superiore al numero dei collegi. Quel sistema aveva peraltro, tra i pregi maggiori, il legame con il territorio in cui si era fatta la campagna elettorale e la conoscenza dei suoi specifici problemi. Si tratta peraltro di un meccanismo compatibile con molti tipi di legge elettorale, da quelle che prevedono ampi premi di maggioranza e sbarramenti più o meno alti a quelle proporzionali. E' adattissima per i partiti che volessero selezionare i candidati con le primarie: si farebbero primarie di collegio scegliendo di candidare il più votato.

Perché, allora, questa possibilità non è neppure presa in considerazione? Non sarà che in un Parlamento di nominati e nominatori, riportare la scelta dei rappresentanti in capo al cittadino elettore non conviene a nessuno?

stato fb 25-4-14 

25.4.14

Il papa e le due Americhe (Aldo Giannuli)

Il testo che segue è un brano dal volume Papa Francesco tra religione e politica (Ponte alle Grazie, 2013), diffuso come anteprima dall'autore sul proprio sito. (S.L.L.)

E’ sin troppo ovvio che l’America Latina godrà di particolari attenzioni di questo Pontefice e non solo per la sua provenienza geografica, ma anche per la particolare situazione della Chiesa in quel continente: come abbiamo accennato, il “forziere” della cattolicità è da tempo insidiato dalle sette evangeliche.
C’è un singolare doppio movimento da nord a sud e da sud a nord: da nord calano i missionari evangelici, molto ben forniti di dollari, che puntano a soppiantare la secolare egemonia cattolica, ma da sud salgono gli immigrati latinos, che parlano spagnolo e sono cattolici.
Nel sud America si conta che gli evangelici abbiano strappato ai cattolici circa il 20% dei fedeli, circa l’1% all’anno, ed la totalitaria adesione alla Chiesa cattolica non è più tale. Nel nord i latinos sono da tempo una minoranza tutt’altro che trascurabile e negli stati a ridosso del confine messicano ci sono già segnali stradali trilingui: English, Spanish e Spenglish che ormai è più di una semplice macedonia linguistica. E con la lingua di Cervantes sale anche la cattolicità: la Chiesa in Nord America riceve forti flussi corroboranti dal sud.
Insomma, degli Usa meno Wasp e un Sud America meno cattolico che iniziano a somigliarsi. Solo quindici anni fa, Samuel Huntington vaneggiava di uno specifico modello di civiltà latino americano distinto da quello europeo (dove ci sono nazioni che parlano le stesse lingue e professano la stessa religione) e da quello americano, a sostegno della sua battaglia contro l’ingresso dei chicanos negli Usa: roba dimenticata.
Le due Americhe iniziano a convergere ed il Conclave ne è stato un segnale importante e poco capito. Sino a tempi recentissimi, la diffidenza regnava sovrana fra gli episcopati delle due metà d’America e c’era una preclusione reciproca: i nord americani erano disposti ad accettare tutto meno che un papa sudamericano e, vice versa i sud americani nei confronti di un papa yankee. Poi, nel 1997, Woitjla volle che fosse celebrata un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l’America ed iniziò lentamente quel processo di convergenza che è sfociato nell’attuale Conclave, in cui la maggior parte dei cardinali nord e sud americani si sono mossi come gruppo compatto (ricordiamo che i nord americani sono stati determinanti nell’ascesa di Bergoglio).
L’unico ad aver segnalato la cosa è stato Ignazio Ingrao sul sito di Aspenia; la questione merita più di una riflessione. Questo profila uno spostamento del baricentro della Chiesa cattolica verso l’asse Atlantico, ma questo implica anche una simmetrica caduta di prospettive sulla crescita in Asia, perché (torniamo ad un punto già discusso) una Chiesa troppo identificata con l’Occidente non è una Chiesa che possa validamente aspirare a porsi come centrale nei processi di globalizzazione.
D’altro canto, ci sono forti spinte perché il Papa imbocchi questa strada. In primo luogo, come si è detto, è la stessa provenienza geografica del pontefice a far sorgere aspettative del genere: il papa sudamericano non può non avere come prima preoccupazione la difesa della cattolicità del suo continente, così come Woitjla, l’altro “prete di frontiera”, ebbe come sua prima missione lo sfondamento ad est. E, dunque, il problema delle sette evangeliche. A questo proposito notiamo come, nel discorso ai rappresentanti delle Chiese, delle comunità ecclesiali e di altre religioni, nella sala Clementina, il nuovo pontefice abbia avuto parole molto calorose per gli ortodossi, ribadito l’impegno ecumenico, salutato con una speciale simpatia i rappresentanti dell’ebraismo e i rappresentanti di tutte le altre fedi religiose, dedicando uno specifico cenno all’Islam (tornando al discorso di Woitjla sull’adorazione del medesimo Dio), salutato persino i non credenti, ma non abbia fatto nessun cenno alle chiese protestanti. Solo una occasionale dimenticanza?
Comunque sia, il problema della penetrazione delle sette protestanti in America Latina è presente con tutta evidenza nell’agenda del Pontefice, ma la sua soluzione sta più a Nord che a Sud: la loro forte presa, più che una qualche particolare ondata spirituale, è da mettere in relazione al grande dispiegamento di mezzi a disposizione dei predicatori evangelici che attirano i fedeli con mense, ospedali, scuole ecc. Tutte cose fatte anche dalla Chiesa Cattolica in passato, ma con ben altri mezzi economici. E questo è parte di una vera e propria offensiva contro la “superstizione papista” che ha trovato grande sviluppo quando occorreva contrastare la Teologia della Liberazione vista come strumento di penetrazione comunista. Dunque, occorrerà discuterne ma ad una latitudine diversa da quella in cui il fenomeno si manifesta.
E questo avviene in un momento politico particolare, nel quale l’amministrazione americana ha molte ragioni per riconsiderare il suo tradizionale atteggiamento nei confronti del sud del continente che oggi non è più l’insieme di paesi sottosviluppati, poveri o poverissimi, che era ancora negli anni settanta. Oggi il continente ospita una potenza come il Brasile e paesi emergenti come il Messico, il Venezuela o l’Argentina e, per certi versi, anche la Bolivia. Il Brasile, poi, è la prima lettera dello sgraditissimo acronimo Bric. Infine, troppi fronti sono aperti per una potenza americana che è in crisi finanziaria e non più in grado di reggere il volume di spese militari erogato sinora. Dunque, un’integrazione delle due metà d’America sarebbe, dal punto di vista di Washington, un processo auspicabilissimo, magari attraverso una speciale partnership fra Nafta e Mercosur, una sorta di serpente monetario, una riscoperta potenziata dell’Organizzazione degli Stati Americani; magari attraverso un ruolo di mediazione del Messico, forse persino spingendosi a concedere una liberalizzazione agli ingressi negli Usa. Un ruolo molto importante potrebbe svolgerlo proprio la Chiesa cattolica. Il maggiore ostacolo attuale a questo processo para-federativo fra le due metà d’America è probabilmente di ordine politico: i governi di Argentina, Bolivia e Venezuela (per non nominare Cuba) sono in mano a forze politiche dichiaratamente anti yankee ed anche il Brasile e il Perù hanno governi che non nutrono alcuna particolare simpatia per gli Usa. Sono tutti governi di tipo nazionalista a prevalente coloritura di sinistra o populista.
Si comprende facilmente come gli Usa possano accarezzare il sogno di un nuovo “prete di frontiera” che rappresenti per la Rousseff, la Kirchner, Morales, i chavisti ecc. quello Woitjla fu per i regimi del “socialismo reale”. Anche perché Bergoglio è un personaggio parimenti carismatico e dotato di una forte credibilità popolare che, peraltro, si è già messo alla testa dell’opposizione al governo della Kirchner, anche se su una questione specifica come i matrimoni gay.
D’altro canto, agli Usa non mancano né messaggeri (come l’autorevole membro dei Cavalieri di Colombo che siede nel consiglio di soprintendenza dello Ior) né efficaci strumenti di pressione sul Vaticano (ricordiamo le campagne mediatiche come il Codice da Vinci, la questione, appunto, dei finanziamenti alle sette evangeliche) ma soprattutto la spinosa questione dei preti pedofili, sin qui affrontata dalla Chiesa americana pagando pur di evitare processi imbarazzanti ma, come ricorda Francesco Sisci “Se si tolgono i limiti temporali per le accuse di molestie, presunti molestati di 20, 30, 40 anni fa potrebbero citare tutte le diocesi americane mandando al fallimento tutto il cattolicesimo in Usa. I cattolici americani potrebbero restare senza nemmeno le chiese in cui pregare, e senza un dollaro da versare a Roma, portando quindi in pratica alla bancarotta la Chiesa cattolica globale.”
Peraltro, il cardinal Bergoglio non ha mai espresso simpatia per questi governi, anzi.. per cui non dovrebbe costargli molto aderire all’invito da Washington. Ma, ci risiamo, Francesco I non è il cardinal Bergoglio. Nel “grande disegno woitjliano” di cui Francesco I si propone continuatore, non c’è spazio per una Chiesa così sbilanciata ad Occidente, per cui, se per alcuni tratti la sua strada può effettivamente coincidere con quella vagheggiata dagli Usa, per altri aspetti questa coincidenza non è auspicabile.
E, tanto per rendere lo cose ancor meno semplici, occorre anche fare i conti con un altro aspetto: la divaricazione fra laicato e gerarchia nelle chiese americane. Nel sud è appena il caso di ricordare l’adesione di tanti cattolici ai partiti “populisti” di Argentina, Bolivia, Brasile, Venezuela ecc. ma ancora più marcata è la divaricazione nel nord dove, tradizionalmente i cattolici (in massima parte di origini italiane o irlandesi) votano per i democratici (e la cose si è ulteriormente accentuata con l’arrivo dei latinos che al 90% votano per il “nero” Obama) mentre la gerarchia propende per i repubblicani. Come Dolan che “tifava” apertamente per il mormone Romney. Altro rebus da risolvere.
Lo scenario americano si presenta per il nuovo Papa come un sistema di equazioni a più incognite da risolvere, quasi una quadratura del cerchio. Però i gesuiti hanno avuto nella loro storia eccellenti matematici come Orazio Grassi o Matteo Ricci…

da AldoGiannuli.it - marzo 2014

Rom. Il termometro della società (Angelo Mastrandrea)

Casilino 900. Foto di Luciano Sansone (da www.unacittà.it)
Nel 1936 la creazione di un campo per zingari nei pressi di Berlino inaugurò la politica dei lager nella Germania nazista. Oggi i pogrom slovacchi impongono di interrogarci sul futuro dell’Europa.
Casilino 900. Foto di Luciano Sansone (da www.unacittà.it)
C’è qualcosa in più della suggestione, se a leggere le storie di rom raccolte da Bianca Stancanelli in La vergogna e la fortuna (Marsilio) vengono alla memoria alcune scene di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola. Quello che la burocrazia del Campidoglio aveva definito come «insediamento spontaneo», la gigantesca baraccopoli romana che non faceva onore alla peggiori periferie del mondo e che prendeva il nome dal numero civico e dal nome del quartiere, il Casilino 900 insomma, era sorto per iniziativa delle migliaia di meridionali che arrivavano a cercar fortuna nella capitale. Siciliani e calabresi, napoletani e pugliesi come il Nino Manfredi del film di Scola, rimpiazzati con il passare degli anni da bosniaci e macedoni, montenegrini e kosovari. A formare il più grande e terribile campo rom d’Europa, il ghetto per eccellenza, filmato, fotografato, studiato, vivisezionato da architetti e urbanisti, antropologi e fotografi, giornalisti e videomaker.
Ma sarebbe troppo poco, e perfino banale, affermare che gli zingari di oggi sono i meridionali di ieri, e che i primi vivono oggi sulla loro pelle il razzismo che un tempo spettava ai secondi. Si attaglia forse a entrambi quello che ha scritto il filosofo francese Étienne Balibar a proposito di quella «comunità senza Stato» costituita dai rom: la condizione di «capri espiatori», su cui si scaricano i risentimenti e i sospetti reciproci degli appartenenti alla comunità.
Oggi che il Casilino 900 è stato smantellato, la questione degli «zingari», «nomadi» o «gitani» che dir si voglia rimane tutta in piedi: in ventimila vivono ancora nei campi, organizzati o spontanei, di tutta Italia, e gli abitanti del Casilino sono stati sparpagliati nelle altre periferie cittadine, molti di loro deportati a Salone, in pieno agro romano, lontano da tutto e vicini solo al raccordo anulare.
Soprattutto, quello che non accenna a tramontare è il pregiudizio, che spesso e volentieri sconfina nel razzismo: i rom «rubano», rapiscono i bambini, non accettano di andare a vivere in una casa che non abbia quattro ruote per spostarsi, non si vogliono integrare.
Non che sia una prerogativa italiana, se si pensa alla campagna di espulsioni di massa escogitata lo scorso anno da Sarkozy in Francia solo per ragioni di consenso politico. Ma quantomeno oltralpe quello che in Italia è avvenuto nel silenzio e a volte con il consenso dei cittadini ha provocato una mobilitazione straordinaria in difesa dei diritti dei rom e una discussione pubblica di alto livello.
Per un Étienne Balibar che sottolineava «la tendenza delle nazioni europee a proiettare sui rom i pregiudizi verso le altre nazioni», un altro filosofo come Jacques Rancière è andato in piazza a Montreuil a spiegare che il razzismo è sempre e solo di Stato.
Stancanelli oggi, in un lavoro che aggiunge una gran dovizia di informazioni alle storie di vita che ci racconta, fornisce un’altra felice metafora: quella del popolo-termometro, che «misura la febbre della società». E se è vero che nel 1936 la creazione di un campo per gli zingari nei pressi di Berlino inaugurò la politica dei lager nella Germania nazista, che dopo il crollo del Muro di Berlino i roghi dei villaggi rom in Romania delinearono il futuro dei paesi dell’est, oggi che in Ungheria l’estrema destra di Jobbik propone i campi di lavoro per i gitani e che in Slovacchia si susseguono i pogrom dei villaggi rom, viene da chiedersi quale sia lo stato del continente in cui viviamo e cosa ci aspetta nell’immediato futuro.
Il libro naturalmente non ha alcuna intenzione predittiva, piuttosto prova a farci conoscere da vicino, raccontandoci delle storie esemplari, la minoranza più discriminata del nostro paese, senza alcun intento «buonista» né voglia di tirare alcuna morale ma smontando pregiudizi e luoghi comuni. Lasciando intendere, alla fine dei conti, che de nobis fabula narratur, non di altro.


“il manifesto”, 8 novembre 2011

Tra Medioevo e età moderna. Le fiamme del peccato (Valerio Castronovo)

Duomo d'Orvieto. Dettaglio dagli affreschi
della 
Cappella di San Brizio (Luca Signorelli)
Per lungo tempo, sin quasi alle soglie del XIX secolo, la paura legata a motivi religiosi è stata una componente fondamentale nella storia dell'Occidente, tanto da toccare ogni aspetto della vita quotidiana. Le apprensioni o addirittura le angosce che attanagliavano l'Europa non traevano origine soltanto da minacce derivanti dalle condizioni materiali della sopravvivenza, come le pestilenze e le carestie, le guerre e le rivolte che devastavano talora interi paesi, le calamità naturali da cui non era possibile difendersi in alcun modo.
Non meno assillante era l'ossessione dell'eresia, di ogni devianza rispetto all'ordine religioso esistente, così come dell'irruzione nel corpo della cristianità del diverso sotto qualsiasi sembianza (dai turchi agli ebrei, dagli idolatri alle streghe, ecc.).
Ma soprattutto, era la paura del proprio io, ancor prima o congiuntamente a quella suscitata dai pericoli esterni, a costituire il principale motivo di inquietudine, comune tanto alle masse che alle classi dominanti: la paura della propria carne e delle proprie passioni, giacché la natura umana come non si stancava di ripetere la Chiesa era fragile e succube, di per sé, a ogni sorta di istinti malvagi.
Questa concezione inculcata dall'alto portò non soltanto a una svalutazione della vita materiale, ma anche a una diffusione così massiccia del senso di colpa e di uno stato d'ansia, da distinguere nettamente l'Occidente da altre civiltà (si pensi, per esempio, all'induismo e al buddismo) caratterizzate da una religiosità improntata alla serenità e alla contemplazione. Individuare le radici di questa percezione negativa del proprio essere equivale dunque a sciogliere uno dei più complessi nodi che informarono, sino al Settecento, tanta parte della mentalità, dei comportamenti collettivi, delle riflessioni di un'intera società sulla libertà dell'uomo, sulla vita e la morte, sulla sventura e sul male.
E' quanto ha fatto Jean Delumeau in un libro (Il peccato e la colpa, Il Mulino) che al pari di quello che l' ha preceduto, La paura in Occidente, apparso in Italia nel 1979 s' impone come un autentico classico negli studi dedicati alla rievocazione del clima culturale dell'Europa tra l'epoca mediovale e quella moderna. Fu proprio in questo periodo che toccò il culmine la paura per un avversario che ognuno credeva annidato in se stesso, sulla scia di una precettistica religiosa che derivava dalla dottrina del peccato originale e dalla tradizione ascetica.
Da sant'Agostino in poi, il dogma del peccato originale aveva conosciuto una crescente drammatizzazione, al punto di diventare col tempo una delle sollecitudini principali della cristianità e di coinvolgere tutti, dai teologi sino ai più umili contadini. Alla disubbidienza di Adamo e alla caduta dell'umanità dall'abbondanza nella miseria, dalla stabilità nella precarietà, si finirono per attribuire non solo la soggezione dell'uomo al dolore e alla morte, ma anche la sua corruzione e concupiscenza, la sua incapacità di controllare gli impulsi del proprio corpo, privo ormai della grazia speciale che Dio gli aveva concesso allo stato primevo.

La colpa originaria
Perciò, secondo la Chiesa, gli uomini si trovavano a scontare sia le punizioni celesti inflitte loro di volta in volta dalla collera divina a causa dei peccati di cui si erano macchiati, singolarmente o collettivamente, sia le conseguenze di quella prima colpa originaria che aveva contrassegnato, a guisa di catastrofe, l' inizio della storia e che continuava a gravare su ciascuno, sviandolo dalla rettitudine e dalla perfetta aderenza ai comandamenti di Dio. Un genere di pericolo tanto più insidioso quanto più celato nelle pieghe intime del proprio essere, e tanto più difficile da affrontare quanto maggiore lo sforzo da compiere per lottare contro un male oscuro connaturato a se stessi.
Né il Rinascimento né la Riforma protestante valsero a esorcizzare il senso di paura e l'accorato pessimismo che l'orrore per il retaggio del peccato originale e l'ossessione della dannazione che gli era associato, incutevano negli uomini del tempo, indipendentemente dal loro ceto sociale.
Per un verso, l'estremo vigore con cui la Chiesa aveva insistito nell'ampliare le dimensioni del peccato rispetto a quelle del perdono e della redenzione generando nei fedeli una paura sconfinata di Dio che nulla aveva a che fare col timore filiale e reverenziale a lui dovuto era giunta a produrre effetti traumatizzanti difficilmente rimarginabili: sol che si pensi all'influenza devastante esercitata sulla sensibilità individuale e sull'immaginario collettivo dalla letteratura devozionale non meno che dall'iconografia religiosa, attraverso i più svariati temi del macabro, per coltivare il più possibile il pensiero della morte e spegnere così i vizi e le passioni (dalla rappresentazione del trapasso fra gli spasimi dell'agonia e la decomposizione del corpo senza vita, all'evocazione dei più terribili tormenti dell'oltretomba per il peccatore precipitato nell'abisso dell'inferno).
Per un altro verso, anche i protestanti continuarono ad arrovellarsi intorno alla gravità e alle conseguenze nefaste del peccato originale. Lutero aveva proclamato la giustificazione per fede, proprio perché necessaria all'uomo caduto dopo la collisione col peccato originale; e se accusava la ragione di essere una maledetta sgualdrina, lo faceva nella convinzione che la ragione era stata deturpata appunto dal peccato originale, dal fatto che l'uomo aveva preferito credere alla sua donna e al diavolo (che gli mentivano) invece che a Dio che gli aveva detto la verità.
Così che non solo i presbiteriani più austeri ma un po' tutti gli evangelici usarono, nel risvegliare e riconvertire le folle, più o meno gli stessi argomenti dei predicatori cattolici; a cominciare dal concetto che nulla di buono albergasse nell'uomo. Uno di loro dichiarava che l'uomo era peggiore del rospo e del ragno perché in un angolo invisibile di se stesso nascondeva una sacca di veleno (effetto del primo peccato) che ne corrompeva gli atti.
Tuttavia non sarebbe giusto, osserva Delumeau, ridurre la storia del senso della colpa unicamente a quella del potere clericale. Se il clero venne esercitando e consolidando la sua autorità sottoponendo i fedeli a una intensiva persuasione della loro colpevolezza, è anche un fatto che, proprio da questa loro cattiva coscienza questi ultimi furono indotti ad approfondire la conoscenza della sfera interiore, a interrogarsi sul proprio passato personale, ad acquisire gradualmente la propria identità. Allo stesso modo con cui, dovendo fronteggiare altri tipi di paure nei confronti di nemici reali o partoriti dalle proprie emozioni, i gruppi sociali e la collettività giunsero col tempo a darsi un ordine e una disciplina, nonché strumenti più adeguati per resistere alle minacce esterne e per non farsi sopraffare dalla disperazione e dallo scoramento.

Nuove malattie
Di fatto, nel corso del diciottesimo secolo, mentre si spegnevano i roghi delle streghe e cessavano le persecuzioni di massa contro gli eretici, con cui la cristianità aveva ritenuto in epoche precedenti di scongiurare le trame malefiche degli agenti di Satana, anche la iper-colpevolizzazione da cui essa era stata afflitta per così lungo tempo cominciò ad assumere connotazioni diverse da quelle determinate dalla paura dei guasti prodotti dal peccato originale: ad assecondare cioè la meditazione su se stessi, l' elaborazione di nuovi princìpi etici, la progressiva affermazione dell' individualismo e del senso di responsabilità. Anche se non si trattò di un fenomeno univoco e omogeneo, questo affrancamento da antiche paure finì per riflettersi in misura rilevante sul processo di razionalizzazione e laicizzazione della società. Successivamente prenderanno il sopravvento altre paure, non più di carattere religioso, ma dovute alle nuove malattie del vivere dell' uomo occidentale.


“la Repubblica”,10 settembre 1987  

24.4.14

Giocolieri... Una poesia di Roberto Roversi

Giocolieri, giullari, trovatori
con gli occhi bene aperti e con la bocca feroce
rimestavano i peccati dei potenti
che li inchiodavano in croce.
Lutterius istrio de Florentia
Scaruzio marchigiano
Marulino ferrarese
Guidaloste ioculatore di Pistoia.
Passavano per le piazze d'Italia
cantando come dannati
prima di essere decapitati.

In Tommaso Di Francesco, Veleno, Antologia della poesia satirica contemporanea italiana, Savelli 1980


Per Umberto Terracini. L'addio «triste e fiero» di Enrico Berlinguer


In prima fila a sinistra Umberto Terracini
Ai funerali di Umberto Terracini, cui mi accadde, un po' per caso, di partecipare, nel dicembre del 1983 c'era molta gente d'ogni estrazione, dalle massime autorità repubblicane (Pertini, Jotti, Cossiga, Elia e Craxi, presidenti della Repubblica, delle due Camere, della Consulta e del Consiglio dei ministri) a tutti i maggiori dirigenti del Pci, a tanti cittadini comuni, comunisti e non, tra cui tanti muratori e tanti giovani. 
Pertini, dopo aver sostato davanti alla bara, prese per il braccio la vedova, Laura, poi la accompagnò nel corteo. Dopo un breve ricordo di Saragat, che aveva conosciuto Terracini giovanissimo a Torino, ascoltai il discorso funebre, che era stato affidato al segretario Enrico Berlinguer. Si trattò – per usare le parole da lui usate – di un addio triste e fiero, quello qui postato. (S.L.L.) 
7 Dicembre 1983. Berlinguer pronuncia il discorso funebre per Umberto Terracini
Noi rivolgiamo qui oggi l'ultimo saluto, un saluto triste e fiero, a Umberto Terracini, uno degli artefici della Repubblica e della democrazia italiana e, insieme, l'amato compagno, un maestro di pensiero e di vita, un comunista esemplare.
Terracini, con tutta una generazione antifascista che aveva saputo sfidare il carcere, il confino, l'esilio, mettere a repentaglio e sacrificare la vita stessa, sarà uno di coloro che trarranno a salvamento l'Italia, secondo la previsione gramsciana, dalla rovina in cui il fascismo l'aveva trascinata.
È la generazione di Pertini e di Saragat, di Togliatti e di Nenni, degli esponenti della corrente popolare cristiana e del pensiero liberal-democratico: ad essa dobbiamo il riscatto democratico del Paese, la Repubblica, il Patto costituzionale. Ad essa sarà dato dai comunisti quello straordinario contributo che la storia ha riconosciuto.
Ognuna delle eminenti figure dì quella generazione emerge per un proprio tratto e per una propria particolare forza interiore nel dibattito e negli scontri che la percorrono. Terracini è tra i più precoci nell'impegno generoso di lotta e nella intuizione che qualcosa di profondo è ammalato nel seno della formazione economico-sociale capitalistica così come essa gli appare negli anni della sua prima giovinezza.
Ha già conosciuto il carcere e poi gli orrori di quella guerra contro la quale aveva lottato. È stato assieme a Gramsci alla testa della Sezione socialista torinese e delle battaglie operaie alle quali l'“Ordine Nuovo” partecipa con voce originale, con la tematica consiliare, con le riflessioni sul partito, con il giudizio sulla Rivoluzione d'Ottobre, un giudizio non soltanto entusiasta, ma penetrante e sottile, capace di coglierne subito i valori permanenti e universali.
Da tempo, ormai, sono al lavoro storici per illuminare il contributo che Terracini, da quel primo lontano inizio, ha portato alla causa dei lavoratori, della democrazia e del socialismo. È una riflessione che continuerà: da essa, in ogni modo, emerge che dal momento stesso in cui Terracini partecipa in modo determinante alla costituzione del nuovo partito politico del movimento operaio — il partito comunista — fino al suo ultimo intervento nella Direzione del proprio partito, la presenza di Terracini è quella di una intelligenza critica, di una stringente capacità ragionativa, di una inesausta passione morale.
È la presenza di chi sa che il nuovo partito non ha dinnanzi a sé una che strada già tracciata una volta per tutte e che la sua stessa nascita è prova di una crisi acuta della società e dello Stato. E' per questo che la capacità polemica di Terracini sa assumere posizioni diverse, traendo la lezione dalla storia e dai fatti.
Nella polemica con Lenin, che sollecita i comunisti italiani ad una linea di fronte unico con i socialisti, allora ancora guidati dall'ala di sinistra, Terracini sarà sostenitore — nonostante l'autorevolezza dell'interlocutore — di una tesi di rigida chiusura. Sarà lo stesso Terracini, più tardi, ad ammonire dal carcere i compagni che dirigono il partito sui rischi della svolta settaria del VI Congresso dell'Internazionale comunista, svolta che verrà modificata e corretta solo dopo la tragedia della vittoria nazista in Germania. Tanto più alta ci appare la figura di Terracini, quanto più egli deve affrontare non solo la brutalità fascista, il carcere duro, l'isolamento, il confino per tutto il tempo della giovinezza — per quasi 18 lunghissimi anni — ma deve contemporaneamente misurarsi con i propri compagni di organizzazione e di pena in uno scontro che giungerà sino ad una rottura certamente ingiusta, quali che ne fossero i complessi motivi, in quella tormentata vigilia della seconda guerra mondiale, al momento del patto di non aggressione sovietico-tedesco.
Sarà nella lotta di Resistenza e per il ritorno in Italia di Togliatti, che potrà essere superata quella dolorosa lacerazione: ma è proprio mentre essa dura che Terracini prova, assieme alla fermezza dei suoi convincimenti, la fiducia nella capacità del proprio partito di camminare sulla strada giusta: quella stessa strada per la quale può tornare a battersi in prima persona come uno dei capi della Repubblica partigiana dell'Ossola e poi, nuovamente, come uno dei massimi dirigenti del suo partito.
L'analisi storica mostrerà quanto si intrecciassero in quei dibattiti d'allora le ragioni e i torti. Ma rimane indubitabile, per chi non sia affetto da preconcetto fazioso, lo sforzo immane di ciascuno per individuare, in una condizione così difficile e con così scarse possibilità di indagine, la via più rispondente alle necessità del movimento dei lavoratori e agli interessi del Paese. Poteva essere facile, in quei frangenti, smarrirsi in modo irrimediabile nel momento in cui ci si trovava isolati e perdenti in una disputa teorica o politica: a qualcuno capitò, infatti, di passare addirittura dall'altra parte. Terracini non solo non cedette mai, ma seppe tener fede al suo partito anche nelle circostanze più difficili: e seppe farlo laicamente — così era nel suo carattere e nella sua formazione — e non certo, come qualcuno dice, per una sorta di concezione religiosa del partito.
Gli anni che vanno dal '43 al '47 costituiscono, ha scritto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, uno dei più creativi della storia nazionale italiana-, sono l'“età Costituente”. Essa comprende dapprima il complesso triennio di preparazione, con la nascita del Comitato di Liberazione Nazionale, la lotta armata contro il nazifascismo, il regime transitorio, la istituzione della Consulta, lo svolgimento del referendum istituzionale con la vittoria della Repubblica; e poi il biennio fervidissimo della attività della Assemblea Costituente, che si insediò il 23 giugno 1946. Di essa, dopo Giuseppe Saragat, dal febbraio 1947 fino alla fine della legislatura, Umberto Terracini — su proposta di Togliatti, presidente del gruppo parlamentare comunista, e per larghissimo consenso assembleare — è il presidente.
Un comunista veniva cosi chiamato a rappresentare nel nuovo ordinamento dello Stato la carica immediatamente seconda a quella del Presidente della Repubblica.
Come assolve questo suo compito Terracini?
Noi affidiamo il giudizio a una personalità che non era della nostra parte e della nostra epoca, alle parole che pronunciò Vittorio Emanuele Orlando al termine di quella solenne, storica seduta dell'Assemblea nella quale venne approvata la nostra Costituzione repubblicana.
Disse Orlando: «A Enrico De Nicola, innanzitutto, esprimo i nostri ringraziamenti; e poi a questo nostro Presidente. In lui (in Umberto Terracini) c'è una vocazione formidabile, la quale ha sostituito l'esperienza, perché negli ultimi anni della fortunosa e mirabile sua vita egli non ha potuto più frequentare aule universitarie, non ha più potuto studiare precisamente quei regolamenti e quelle fonti di diritto, da cui si formano poi gli atti costituzionali. Egli si è dimostrato veramente straordinario!... Egli si muoveva con una padronanza assoluta, aveva presente tutto, sapeva conciliare la fermezza di una autorità che s'impone con la bonarietà di un collega che trova l'arguzia per comporre un dissenso, un contrasto, che ad altri sarebbe, forse, apparso addirittura insormontabile! Egli è stato veramente un grande Presidente — direi — un Presidente nato perfetto”.
Terracini visse a quel modo da tutti ammirato la sua personale funzione, perché aveva piena consapevolezza del compito che dovevano assolvere l'Assemblea Costituente stessa, tutti i suoi membri e il frutto della loro opera — la Costituzione — una volta terminata.

Terracini firma la Costituzione
Nel rivolgersi ai deputati, pochi minuti dopo l'approvazione della Costituzione, Terracini così si esprimeva: “L'Assemblea ha pensato e redatto la Costituzione come un solenne patto d'amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano, cui esso lo affida perché se ne faccia custode severo e disciplinato realizzatore. Cittadini fra i cittadini, traduciamo nelle nostre azioni, le maggiori e le più modeste, quegli ideali che, interpretando il voto delle larghe masse popolari e lavoratrici, abbiamo voluto incidere nella legge fondamentale della Repubblica. Con voi inneggio a tempi nuovi cui, col vostro voto, abbiamo aperto la strada per un loro legittimo affermarsi”.
Da questo invito e auspicio di Terracini si ricava un giudizio storico e la indicazione di un impegno politico: se il primo Risorgimento era stato il compimento di uno sforzo durato decenni per portare a divenire uno Stato unitario, il Secondo Risorgimento (come è stato spesso chiamato il periodo della Resistenza, dell'avvento della Repubblica, della elaborazione della Carta Costituzionale) segnava l'avvio di un processo nuovo e rinnovatore, che doveva investire e compenetrare l'intera vita, presente e futura, della società e dello Stato. In tal modo si sarebbe corrisposto alle aspirazioni profonde del popolo italiano.
Terracini sentiva che dedicarsi ad una simile opera era il compito civile e politico preminente per realizzare la effettiva rinascita del Paese. Coartefice della Costituzione, Terracini ne fu uno dei più coerenti difensori, ne esigette il rispetto e soprattutto fu fino ai nostri giorni uno dei combattenti più appassionati per la sua completa attuazione, nella lettera e nello spirito.
Di quante battaglie nelle piazze, nelle aule parlamentari e in quelle giudiziarie è stato protagonista, e spesso vittorioso, Terracini! Quante volte lo abbiamo visto scendere in campo, instancabile contro lo sfruttamento delle classi lavoratrici, sia quando erano colpite dalle ingiustizie della classe avversa, sia quando venivano ingiustamente percosse dalla repressione dello Stato e del suoi organi.
Lo abbiamo visto onnipresente difensore dei diritti sociali e civili, di quelli tradizionali e di quelli nuovi via via sorti con il procedere dei tempi, delle libertà individuali e di quelle collettive, dell'autonomia dei Comuni contro le invadenze e le pretese accentratrici dello Stato, paladino degli interessi e dei diritti delle minoranze...
Un esempio di coerenza politica e morale portato avanti agli occhi del partito e del Paese sempre in piena libertà, ma senza l'ingombro dell'ostentazione.
Noi abbiamo amato e ammirato il compagno Terracini per la sua capacità di unire alla più viva e talora sferzante polemica con l'avversario la tolleranza e la comprensione delle ragioni altrui, e di congiungere ai dissensi non rari e non marginali con i propri compagni la fermezza degli orientamenti di fondo, la fedeltà verso gli ideali comunisti della propria giovinezza e verso i principi regolatori della vita dell'organizzazione che egli aveva contribuito a creare. Da ciò è venuto il contributo allo sviluppo della linea interna e internazionale del suo partito; una linea che vuole intrecciare democrazia e socialismo, piena autonomia nazionale e vivo spirito internazionalista.
Proprio la sua capacità di usare costruttivamente la sua intelligenza critica ne hanno fatto — contrariamente all'effigie deformata che taluno ne ha tracciata — un dirigente comunista di primo piano sino all'estremo della sua vita.
Siamo fieri di tanto compagno, ma siamo fieri anche di appartenere ai partito che ha saputo avvalersi delle sue doti in incarichi di alta responsabilità. Uno spirito indipendente e anticonformista, una coscienza libera sempre ferma nei propri convincimenti sulle questioni fondamentali, un intellettuale di fine cultura, una cultura che sapeva esprimere con una eloquenza ragionatrice, talvolta e pungente, spesso affascinante: Terracini era questo, ed era anche l'espressione dell'animo delicato e del tratto affettuoso e gentile di chi sa che l'essere rivoluzionario vuole anche dire saper partecipare del sentimenti migliori delle donne e degli uomini a partire dai più semplici e diseredati. Un'umanità profonda, una mente aperta, una tensione combattiva e proprio per tutto questo un comunista esemplare e un grande un uomo che ha contribuito ad innalzare il ruolo del movimento operaio, del Partito comunista, dell'antifascismo e a tessere la storia del paese per oltre 70 anni.
Ecco perché Terracini era profondamente stimato e rispettato da tutti, benvoluto dal compagni, dai lavoratori della sua natia Genova e di tutta Italia, da tanti, tanti giovani e dagli elettori di Lucca, di di Livorno, che ad ogni Legislatura lo vollero candidato e lo rielessero con altissimo suffragio: sicché Terracini, fino alla fine, siederà in Parlamento, al Senato, eletto dal popolo.
La presenza a questa cerimonia che rende l'estremo saluto a Umberto Terracini di tante personalità dello Stato fino al supremo magistrato, il Presidente Pertini, di rappresentanti di tutti i partiti democratici, delle associazioni antifasciste, della stampa, insieme a quella di tanti comunisti, di tanti lavoratori, di giovani, di cittadini di ogni ceto, stanno a dire che con la scomparsa di questo nostro grande compagno non solo il Partito comunista, ma la Repubblica perdono uno tra i più alti esempi delle qualità peculiari del nostro popolo e delle sue indomabili speranze di rinnovamento e di progresso della nostra Italia.
Ringrazio tutti voi che siete qui, tutti coloro che si sono uniti a noi nel cordoglio e nel ricordo di Umberto Terracini e ringrazio Giuseppe Saragat per le nobili e sincere parole con cui egli ha espresso la sua alta considerazione e la sua amicizia verso il nostro compagno perduto.
E possano essere di conforto al suoi familiari — a voi cari Laura, Oreste, Luca — questo grande affetto di popolo e la certezza che noi comunisti continueremo a seguire l'esempio di Umberto Terracini.

L'Unità, 8 dicembre, 1983

S'io avessi una botteguccia. Una poesia di Gianni Rodari

S'io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.

"Speranza a buon mercato!"
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basti per sei.

E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza farla pagare.

da Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, 1971

Una società senza classi. Poesia di Jacques Prévert

Sentendo parlare
d'una società senza classi
il fanciullo sogna
un mondo che marina la scuola

Ed è con benevola indifferenza
che sorride
quando il professore di Viva la Francia
lo informa che è l'ultimo della Classe
E quando lo stesso educatore
gli predica il suo grande Credo-Credito
il ragazzo non comprende un solo predicato
a tutte le sue omelie melodrammatiche
e non presta alcuna attenzione
a tutta questa Edificazione
E apprende con un sorriso
che oltre che nella Storia di Francia
è l'ultimo degli ultimi
anche al Catechismo della Perseveranza
Dovreste vergognarvi
gli dice il Mortificatore
Perché dovrei vergognarmi 
dice il ragazzo
Non mi avete detto voi stesso 
or non è molto
Gli ultimi saranno primi

Allora aspetto.


da Poesie, Newton Compton, 1971

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