27.11.16

Il pappagallino. Una poesia di Amaruka (India, VII o VIII sec.)

Il pappagallino di casa ha udito le parole tenere
che di notte si sono bisbigliati i due giovani:
e quando, al mattino, le ripete forte
davanti ai genitori, tutta affannata per la vergogna
la sposa gli infila nel becco il frammento di rubino
che le pende dall'orecchio, e con la scusa 
di dargli un seme di melograno
gli impedisce di parlare.

da  Centuria d'amore (a cura di Daniele Sagramoso Rossella), Marsilio, Venezia, 1989

Come vota l'accozzaja (il Bartoccio)

No' semo l'accozzaja,
no' semo la marmaja,
'na razza de gentaja,
la bassa farsumaja,
la pora minutaja,
la più peggio plebaja,
la più peggio canaja,
la più trista teppaja,
ma sta ghenga e sta ciurmaja
dice NO e nun se sbaja!

Postilla

Ho trovato la poesiola, senza firma individuale, nella pagina fb del Bartoccio, una storica ed illuminata associazione perugina di poesia dialettale fondata – tra gli altri – da Bruno Orsini, partigiano, comunista antistalinista e direttore didattico, oggi animata – tra gli altri - da Renzo Zuccherini, anche lui direttore didattico, uno degli intellettuali perugini più fedeli all'insegnamento e all'impegno nonviolento di Aldo Capitini. (S.L.L.)

Troll (Paolo Bottazzini)

Nella mitologia di Internet, i troll sono personaggi ostili alle comunità in cui si infiltrano. Simulano l’affinità con lo spirito del gruppo e l’adesione alle regole di conversazione, per aprire un varco alle loro incursioni fatte di provocazioni e disinformazione.

da Chi decide se il trolling è reato? in "Pagina 99", 26 novembre 2016

«Il populismo di Bergoglio più eversivo di Trump». Intervista a Loris Zanatta (Domenico Lusi)

Una lettura “liberale” del fenomeno Bergoglio, discutibile ma molto interessante, è quella che si legge in questa breve intervista, che merita verifiche e approfondimenti. (S.L.L.)

La parola popolo è tra le più usate da Bergoglio, dopo Dio e chiesa. «Questo non deve stupire», sostiene Loris Zanatta, professore di storia dell’America latina all’università di Bologna e autore de La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell’Argentina di Bergoglio (Laterza, 2015). «Francesco può a tutti gli effetti essere definito un papa populista, se si usa il termine come strumento analitico e non nel senso negativo a cui siamo abituati. Il suo popolo non è però quello della tradizione illuminista, ma è il popolo della tradizione latinoamericana di cui il peronismo è stato il più tipico caso: una comunità organica, riflesso della volontà divina. Una sorta di “popolo mitico”, come lo ha definito il papa».
Da questo punto di vista il populismo di Bergoglio presenta similitudini con quello di Donald Trump. «Entrambi», osserva Zanatta, «condividono la critica radicale della globalizzazione, evocano un popolo unito, in armonia, minacciato dalla disgregazione sociale. Evocano un mondo che va a rotoli e promettono una redenzione: protezione, un senso d’identità perduta, un senso di destino». Ciò che li allontana è il tipo di salvezza: «Bergoglio è per la globalizzazione della solidarietà, un ritorno a un’antica civiltà cattolica in cui il popolo era intriso di valori evangelici. Una comunità organica tipica della tradizione latinoamericana visceralmente antiliberale, come tutti i populismi latini e cattolici, che siano Chavez, Peron, Castro o Podemos in Spagna. Un populismo che nelle estreme conseguenze può sfociare nel totalitarismo». Diverso il mondo anglosassone. «Per quanto radicale, Trump propone il ritorno alla grande America, al mito di un popolo iper-liberale e individualista che non tollera i vincoli imposti dallo Stato e che però non ha alternativa alla democrazia liberale. In tal senso, per la democrazia liberale il populismo del papa è, sulla carta, più eversivo di quello di Trump».
Anche il binomio malattia/corpo ricorrente nei discorsi di Bergoglio, osserva Zanatta, «viene dal cattolicesimo nazional-cattolico argentino, imbevuto di una visione organicistica in cui ogni individuo è sottomesso alla collettività, tutto è in armonia per volontà divina e dove i mali del mondo sono visti come attentati alla salute di quel corpo. La metafora del mondo come corpo malato, a causa dell’allontanamento da Dio verso il secolarismo, è il presupposto apocalittico della redenzione. Da qui i continui riferimenti del papa al cambiamento. Una visione tipica dei monoteismi che Francesco esaspera, trasponendola sul piano sociale ed economico».
Per Zanatta questa concezione «è preoccupante perché tende a sottoporre i diritti dell’individuo al benessere di una collettività, chiamata popolo, che non lascia spazio al pluralismo e riduce la vita politica e sociale a un’eterna lotta tra bene e male, una guerra di religione costante. Non a caso il papa non parla mai della dimensione politico-istituzionale, di democrazia, diritti individuali, Stato di diritto».
Eppure – dai gay al perdono per l’aborto – Bergoglio appare più aperto dei predecessori. «Dal punto di vista dei diritti e del riconoscimento dell’appartenenza alla chiesa di categorie prima escluse», ammette Zanatta, «il papa è di certo più “liberale”. Ma attenzione. Per Bergoglio la cattolicità è un fattore di organizzazione del mondo. Se per Ratzinger, cresciuto in Germania, la chiesa è una parte minoritaria di una società ormai secolarizzata che va difesa nella sua ortodossia, un gruppo di pochi ma puri, per Francesco la chiesa deve includere tutti per plasmare il mondo sulla dottrina cattolica. Ratzinger era più tollerante e rispettoso del pluralismo, mentre Bergoglio è fautore di una riconquista cristiana assai meno tollerante verso la secolarizzazione».


Pagina 99, 26 novembre 2016

Maestri del folk revival. Ritratto della famiglia Seeger, tra note e rivolte (Giovanni Vacca)

Mike, Peggy e Pete Seeger
«Se dovessi dire davvero in poche parole il mio debito e la mia riconoscenza verso Pete, direi che ’grazie’ non è abbastanza. Egli non ha cambiato la mia vita. Egli è stato una parte integrante della mia vita fin dall’inizio. Le canzoni, il banjo, la generosità di spirito, l’ottimismo. Si faceva amare dovunque andasse. Ha 90 anni ora e non riesco a immaginare il mio mondo, il nostro mondo senza di lui. E lui sta facendo del suo meglio per restarci...».
Queste toccanti parole, riportate con le maiuscole originali, ce le ha mandate Peggy Seeger e sono la sua testimonianza per celebrare i novant’anni del fratello Pete. Sono però anche parole ideali per introdurre in breve ciò che è stata la stessa famiglia Seeger, una delle più prestigiose e importanti famiglie musicali dell’intero Novecento, la cui influenza è andata ben oltre quella dei confini degli Stati uniti. Pete, infatti, è solo il più celebre dei fratelli Seeger, ugualmente centrali per lo sviluppo e la diffusione del folk music revival in tutto il mondo. Con il padre, Charles, siamo poi addirittura agli albori dell’etnomusicologia modernamente intesa: la disciplina, infatti, all’inizio del secolo scorso, cominciava lentamente ad affrancarsi dalla primitiva impostazione datale dalla scuola berlinese, che con Eric von Hornbostel e Curt Sachs l’aveva fondata come «musicologia comparata», per aprirsi a una serie di problemi metodologici ed epistemologici in linea con quelle che all’epoca erano le più aggiornate istanze dell’antropologia culturale.
A Charles Seeger fu dunque affidata la vicepresidenza della Società per la musicologia comparata quando fu chiaro che, sotto il nazismo, sarebbe stato impossibile in Germania continuare un lavoro proficuo e indipendente. La società, purtroppo, non riuscì a mantenersi in vita ma lo spostamento di baricentro verso il più dinamico mondo americano avrebbe prodotto nel tempo l’irreversibile «rivoluzione» della ricerca sul campo (già moneta corrente in antropologia) che i tedeschi ignoravano completamente, limitandosi a delle comparazioni fatte a tavolino.
Pete Seeger è il figlio della prima moglie di Charles, la musicista Constance Edson, mentre Peggy e Mike sono figli della sua seconda moglie, la compositrice di musica d’avanguardia (ma anche appassionata studiosa di musica tradizionale) Ruth Crawford. Peggy, strepitosa polistrumentista (oltre a cantare e a scrivere testi e musiche suona perfettamente la chitarra e gli strumenti della tradizione folk americana: il banjo, il dulcimer, l’autoharp, la concertina), arriva negli anni Cinquanta in Europa e, tramite l’amico di famiglia Alan Lomax, incontra e sposa il grande folk singer inglese Ewan MacColl. Il loro sodalizio di vita e musica costituirà l’architrave del folk music revival britannico e produrrà un’incredibile quantità di concerti, dischi, pubblicazioni, ricerche, documentari, trasmissioni radiofoniche su tutti gli aspetti della cultura popolare anglosassone: dai canti dei pescatori alle ballate industriali, dalla musica dei nomadi alle testimonianze dei gruppi marginali della società inglese, come i malati di poliomielite o il mondo del pugilato semiprofessionistico. Dopo la scomparsa di Mac-Coll, nel 1989, tutto il materiale dell’enorme lavoro svolto dalla coppia è custodito al Ruskin College di Oxford. Peggy è anche una delle più importanti cantanti e autrici della canzone femminista (tra i suoi album, Different Therefore Equal e Penelope Isn’t Waiting Anymore), autrice di un vero e proprio «inno» del movimento come I’m Going to Be an Engineer.
Mike Seeger è anch’egli pluristrumentista e cantante: fondatore dei New Lost City Ramblers, si è dedicato con passione alla musica della tradizione rurale «old time» e resta fondamentale, e bellissimo, tra i circa quaranta dischi incisi, Fresh Old Time String Band Music. Numerosi sono i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti e la sua attività ha dato un formidabile impulso alla riscoperta, alla rivitalizzazione e alla diffusione di repertori che oggi rappresentano, per i musicisti folk statunitensi, le basi per cominciare seriamente a lavorare sulla musica di tradizione popolare. Oltre ad aver fatto conoscere la musica «old time» in tutto il mondo - ha suonato anche nel nostro paese -, Mike si è poi dedicato all’insegnamento con manuali e sussidi didattici audio e video, e la sua influenza è stata riconosciuta da musicisti rock come i Grateful Dead e dallo stesso Bob Dylan.
Da sempre l’attività musicale dei Seeger è stata legata all’attivismo politico a favore delle cause democratiche, antirazziste e progressiste, un impegno costante che ha provocato a tutti i membri della famiglia problemi e difficoltà di non poco conto nel rapporto con le autorità soprattutto in momenti di forte tensione sociale. Se Pete fu più volte arrestato e perseguitato in vario modo, Peggy non è stata da meno: resta memorabile quando, nel 1984, venne processata per la sua partecipazione a una manifestazione antinucleare avvenuta in Inghilterra un anno prima e nella quale era stata arrestata insieme a centinaia di persone. In sua difesa scrisse e cantò una canzone (Tomorrow) per spiegare il suo comportamento, ma fu espulsa per oltraggio alla corte senza aver nemmeno terminato la prima strofa, per essere di nuovo arrestata e infine multata.
Va detto, tuttavia, che esiste anche un nutrito gruppo di detrattori, da anni ormai impegnati in una rilettura «al negativo» dei protagonisti del folk revival anglo-americano, visti come esponenti di una borghesia bianca radical chic e romantica, antimoderna e sostanzialmente opportunista.

I Seeger furono anche protagonisti della scoperta casuale e del rilancio di una grande cantante di blues: Elizabeth Cotten, l’indimenticabile interprete di Freight Train. Cotten (che Charles e Ruth conobbero quando Penny, un’altra figlia, si perse in un grande magazzino e fu da lei ritrovata e a loro ricondotta), venne assunta come domestica nella grande casa di famiglia, ma pare che Peggy e Mike, appena adolescenti, la sostituissero spesso nel lavare i piatti per farle suonare la chitarra...

"alias il manifesto", 3 maggio 2009

26.11.16

“Furfante” e “farfanti” (S.L.L.)

La dichiarazione del dichiarante. Da "Ladro lui, ladra lei"


I dizionari italiani, anche quelli specializzati nelle etimologie, riconducono il sostantivo furfante a un arcaico verbo forfare o furfare, del cui uso forniscono in verità una documentazione scarsissima e rinviano al francese fors faire (“fare fuori”). Il verbo in questione, a quanto raccontano, veniva usato come intransitivo assoluto nel senso di “fare del male”, ma poteva anche legarsi a un complemento indiretto con il significato di “recare danno” o di “fare un inganno” (forfare a qualcuno) o essere addirittura transitivo (furfare qualcosa) nel senso di “rubare”.
Questo forfare o furfare, pochissimo usato e con valore semantico fluttuante, si collegherebbe anche a forfè o forfait (alla francese) e a tutti i termini connessi.
Codeste congetture (di questo si tratta) rivelano la loro debolezza se si confrontano i vocaboli toscani furfante (“persona senza scrupoli capace di inganni e raggiri”, “malfattore” o anche, scherzosamente, “birbaccione”) e furfanteria (“furberia furfantesca”), progressivamente affermatisi dopo il 1500, con i siciliani farfanti (il cui significato principale è “bugiardo”, “imbroglione” o anche, più benevolmente, “interessato contaballe”) e farfantaria, cioè la bugia, l'inganno, la menzogna piccola o grande.
Occorreranno opportune verifiche, ma c'è già materia per ipotizzare una diversa (e comune) origine sia del vocabolo toscano che di quello siciliano. In Sicilia si usa dire latru di pinna (ladro di penna) e latru di bancata (per indicare il bottegaio disonesto); ma c'è anche il ladro di parola. In latino fur fans è appunto un ladro che parla, che usa le parole per imbrogliare e derubare e dal latino fur fans potrebbero sia farfanti che furfante. Il vocabolo continentale privilegia l'atto del depredare, in quello dell'isola dei sofisti è prevalente la seduzione realizzata con l'arte del dire, ma entrambi contengono l'una e l'altra sfumatura di significato. Il Gatto e la Volpe di Collodi straordinariamente esemplificano questa pregnanza.

È nato un bambino (Hannah Arendt)

Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, "naturale" rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l'azione di cui essi sono capaci in virtù dell'esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle pratiche umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell'esistenza umana che l'antichità greca ignorò completamente, rimuovendo la fede in cui essa ravvisava una virtù assai infrequente e di nessunissimo conto, e confinando la speranza nel novero delle funeste illusioni del vaso di Pandora. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la "lieta novella" dell'avvento: 'Un bambino è nato fra noi'.

Da VITA ACTIVA. La condizione umana, Tascabili Bompiani, 1991

Incipit. La prigione terrestre (Hannah Arendt, VITA ACTIVA, 1958)

Nel 1957 un oggetto fabbricato dall'uomo fu lanciato nell'universo, e per qualche settimana girò intorno alla terra seguendo le stesse leggi di gravitazione che determinano il movimento dei corpi celesti - del sole, della luna e delle stelle. Certamente, il satellite costruito dall'uomo non era come la luna o le stelle, non era un corpo celeste che potesse rimanere in orbita per un tempo che a noi mortali, vincolati al tempo terrestre, sembra eterno. Tuttavia, per un certo periodo, esso riuscì a rimanere nel cielo e si mosse in prossimità dei corpi celesti, come se fosse stato ammesso in via sperimentale alla loro sublime compagnia.
Questo avvenimento, che non era inferiore per importanza a nessun altro, nemmeno alla scissione dell'atomo, sarebbe stato salutato con assoluta gioia se non si fosse verificato in circostanze militari e politiche particolarmente spiacevoli. Ma, per un fenomeno piuttosto curioso, la gioia non fu il sentimento dominante, né fu l'orgoglio o la consapevolezza della tremenda dimensione della potenza e della sovranità umana a colmare il cuore degli uomini che ormai, sollevando lo sguardo dalla terra verso i cieli, potevano scorgervi una loro creatura. La reazione immediata, espressa sotto l'impulso del momento, fu di sollievo per «il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre». E questa strana affermazione, lungi dall'essere la trovata accidentale di qualche reporter americano, involontariamente riecheggiava la straordinaria epigrafe che, più di vent'anni prima, era stata scolpita sul monumento funebre di un grande scienziato russo: «L'umanità non rimarrà per sempre legata alla terra».
Questo sentimento è stato per un certo tempo un luogo comune. Esso mostra che gli uomini, in qualsiasi campo, non solo non tardano a mettersi al passo con le scoperte scientifiche e gli sviluppi della tecnica, ma li precedono addirittura di decenni. Qui, come in altri campi, la scienza ha realizzato e confermato ciò che gli uomini avevano anticipato in sogni che non erano eccessivi né vani. La novità era soltanto che uno dei giornali americani più rispettabili riportò in prima pagina ciò che era confinato fino allora in una letteratura non precisamente rispettabile, la fantascienza (alla quale, purtroppo, nessuno ancora ha dedicato l'attenzione che merita come veicolo di sentimenti e di desideri di massa). La banalità dell'affermazione non dovrebbe farci trascurare il suo carattere straordinario; infatti benché i cristiani abbiano parlato della terra come di una valle di lacrime e i filosofi abbiano considerato il corpo come prigione della mente o dell'anima, nessuno nella storia dell'umanità ha mai concepito la terra come una prigione per i corpi degli uomini, o manifestato realmente la brama di andare letteralmente fin sulla luna. Sarebbe questo l'esito dell'emancipazione e della secolarizzazione dell'età moderna, iniziate con l'abbandono, non necessariamente di Dio, ma di un dio che era il Padre celeste: il ripudio sempre più fatidico di una Terra che era la Madre di tutte le creature viventi sotto il cielo?


Da VITA ACTIVA. La condizione umana, Tascabili Bompiani, 1991

Citazioni del Re Sole

“Se le occupazioni, i piaceri ed il commercio della società, come accade sin troppo spesso, vi distogliessero un giorno dal piacere dei libri e delle storie - l’unico in cui i giovani principi trovino mille verità senz’ombra di adulazione, - la lettura di queste Memorie potrebbe supplire in qualche modo a tutte le altre...”

“Ho riflettuto alla condizione, in questo dura e rigorosa, dei re, che devono, per così dire, rendere un conto pubblico di tutte le loro azioni a tutto l’universo e a tutti i secoli, e tuttavia, nel medesimo tempo non possono renderlo a nessuno, senza andar contro i propri interessi e scoprire il segreto della propria condotta... Coloro i quali hanno doti sufficienti per riuscire quasi sempre hanno una certa magnanimità nel riconoscere i propri errori”.


da Memorie di Luigi XIV. Le istruzioni del Re Sole al Delfino,Tascabili Bompiani, 1977

25.11.16

Una gemma, una leggenda. L'Ametista

Nacque l'ametista in una profonda caverna dell'India antichissima, dove i templi dedicati alle loro divinità, si ergono alti nel cielo, pur aderendo spettacolosamente, mirabilmente alla montagna nella quale si inseriscono.
Le caste vi pregano, nettamente separate. E gli Intoccabili possono avere accesso nel tempio, soltanto da un lato, nascosto alla vista degli altri credenti. Ma quando l'Amore ha deciso di scoccare la sua freccia, non vi sono barriere.
Era il figlio del notabile più importante della regione, l'uomo designato dal piccolo Dio ad innamorarsi della bellissima figlia del più miserabile degli Intoccabili. E fu proprio nel tempio che questo accadde. Prostrati nella preghiera, gli appartenenti alla prima casta non s'avvidero che il figlio di uno di essi aveva sollevato il capo, per fissare una bellissima fanciulla nell'altro lato del tempio, nascosta da una pesante tenda. 
Ma perché questa barbara divisione, quando la sorgente della vita e una e divina, quando la giovinezza non conosce barriera? Era la stessa divinità, quella a cui s'inchinava lui, il figlio dell'uomo più importante e più temuto del luogo, e la figlia del più miserabile, del più disprezzato intoccabile. 
Ma l'uomo potente vide certamente lo sguardo estasiato del figlio posarsi sulla fanciulla povera, e ne fu talmente adirato da chiamare gli uomini del suo seguito perché facessero scoccare la freccia ed uccidessero la bella fanciulla. Cento, mille frecce scoccarono, ma per volontà divina, deviarono ed infransero l'idolo indiano. Un urlo si levò dalla folla in preghiera. La maledizione sarebbe certo caduta su quella terra. Ed infatti il tempio, in un tremendo boato, ruinò, e dall'occhio dell'idolo caduto sortì una gemma, che penetrò nella montagna. 
La bellissima gemma, di un caldo colore tra il viola ed il turchino, diventò poi immensa : questa pietra era l'ametista.

Oggi e domani, Agenda per la casa dell'Istituto Nazionale Assicurazioni, 1956

Oligarchi v/s resto del mondo (Roberta Carlini)

Dell’1% sappiamo, ormai, quasi tutto. È del restante 99% che sappiamo assai poco. E le disparità che si sventagliano all’interno della massa delle persone distanziate dall’élite del top 1% non sono meno importanti. Nel loro libro Diseguaglianze (Laterza, 2016) i due economisti Maurizio Franzini e Mario Pianta si propongono di spiegare “quante sono” le diseguaglianze che ci affliggono, prima ancora di dire “come combatterle”.
Nel secolo scorso, scrivono i due, tutto era più lineare: le differenze nei redditi e nella ricchezza erano in un modo o nell’altro collegate alla struttura di classe della società. Al trovarsi dalla parte del capitale, o del lavoro. Bei tempi semplici. Adesso, la dicotomia capitale/lavoro (e la ripresa di quota distributiva e potere del primo, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso) è solo uno dei quattro motori della diseguaglianza, nella ricostruzione di questo libro. Seguono gli altri tre: il “capitalismo oligarchico” – la mirabolante e ingiustificata crescita dei redditi al top, in un intreccio tra potere economico e influenza politica; l’individualizzazione (spinta al massimo dalla concorrenza tra lavoratori e carriere, e dalla frantumazione del mercato del lavoro); l’arretramento della politica con la sua rinuncia a metter mano alla questione della diseguaglianza. Che qui è indagata nelle sue cause, oltre che nei suoi numeri; per arrivare alla conclusione che la questione è complessa ma non irrisolvibile.
Bisognerà – sorpresa – portare un po’ più di mercato e concorrenza ai piani alti (dove la meritocrazia è sostituita dall’oligarchia), e stendere protezioni su quelli più bassi. Il libro è dettagliato e le proposte a tutto campo, ma ne citiamo qui due, relative ai redditi più alti e ai più bassi: prevedere un tetto massimo nel rapporto tra i compensi del top management e quelli dei dipendenti, ed escludere da appalti pubblici e incentivi fiscali le imprese che non ci stanno; e introdurre un salario minimo per chi vive del proprio lavoro. Sono solo due esempi di misure di policy possibili; ma soprattutto, scrivono gli autori, occorrerà invertire una rotta culturale; per riconoscere che «l’avidità ha poco a che fare con il dinamismo economico e, invece, molto a che vedere con i comportamenti socialmente pericolosi».


pagina 99, 30 aprile 2016

Una speranza (S.L.L. - Stato di fb)

Dai toni usati dai pretoriani del capo del governo - da ultimo contro Rosi Bindi e contro i magistrati che annunciano un voto contrario al cambiamento della Costituzione -, dalla esplicita volontà di tagliare i ponti si può sospettare l'intenzione di "non fare prigionieri" dopo il 4 dicembre, anche se non si può escludere qualche provvedimento di clemenza a favore di chi vorrà fare un atto pubblico di pentimento e di sottomissione.
Se andrà come costoro sperano, taglieranno l'erba sotto i piedi alla parte più riflessiva della nazione, nelle istituzioni, nella politica, nelle Università, nel sistema delle comunicazioni. Ma, se davvero andasse così, a molti cittadini democratici e progressisti tra l'imbonitore fiorentino e l'urlatore genovese resterebbe solo la scelta della corda a cui essere impiccati.
Se - al contrario - la maggioranza degli elettori respingerà l'abrogazione della Costituzione del 1948 e il passaggio a un nuovo regime politico, potrà aprirsi uno scenario completamente diverso, molto più positivo. Andrea Camilleri ha espresso una grande fiducia nella saggezza di Mattarella. Sono d'accordo con lui. Il Presidente della Repubblica troverà il modo per dare rapidamente al paese un governo efficace e non avventurista e per persuadere il Parlamento al rapidissimo varo di una nuova legge elettorale e di quelle limitate misure di revisione costituzionale su cui esiste una larga condivisione.
Un anno e mezzo di dialogo costruttivo, di impegno fattivo, di decantazione delle tensioni è il migliore strumento per sottrarre il paese allo spirito di rivalsa e di vendetta.

Nonostante le deformazioni dei truculenti di tutti gli schieramenti, il NO è il voto più utile a restituire al paese quel clima di serenità indispensabile per affrontare le sfide dure che lo attendono e che riguardano, oltre alle gravi difficoltà economiche e sociali, la pace nel mondo e nel Mediterraneo.

Paesi. La val d'Aso e Moresco (Franco Arminio)

Altrove coi mattoni hanno fatto una muraglia. Qui, tra la riga del mare e il sipario teatrale dei monti Sibillini, hanno fatto gioielli. La bella scena non è dietro il sipario, la bella scena è davanti, dove ogni collina ha il suo paese nel punto più alto e da ogni paese ne puoi guardare tanti.
Poggiate i vostri piedi sulle piccole piazze, entrate nelle chiese, nei vicoli, guardate i palazzi, le finestre, le porte. Tutto risente di un lavoro paziente, come se chi posava un mattone sull’altro stesse componendo il disegno di un volto, di un braccio. Dopo le chiacchiere dei teologi medioevali, bisognava ristabilire un rapporto delle persone coi loro luoghi naturali. Quante strapazzate e strapazzanti giornate ci sono volute per uscire dalla cintura mezzadrile e per lisciare, ricamare, accudire queste colline come si accudiscono le cose più care. Quanto fiato c’è voluto, il piccolo fiato di ognuno, per fare le più intime scale di pietra, per posare i mattoni dei palazzi e delle chiese romaniche e farfensi.
C’è una bellezza diffusa che tiene insieme spontaneità e simmetria; anche dove si è lavorato all’impronta, l’insieme è sempre mirabile, come se da queste parti ci fosse una naturale ritrosia per la bruttezza. Nulla è mai troppo grande. Niente che appaia velleitario, intemperante ed esagerato. Siamo in una provincia che ben conosce la decenza dell'ospitalità e se ne serve adesso per mantenere una postura civile in tempi scomposti e affannati. Valore e cortesia di una terra senza fuochi fatui e senza trucchi, senza sorprese e stravaganze. Lo straordinario non abita da queste parti. Siamo in un paesaggio onesto, senza cupezze gotiche o artifici barocchi, un paesaggio tipicamente italiano, moderato, armonico, lievemente poetico, lievemente malinconico. Ogni paese è un sonetto costruito con l’endecasillabo dei mattoni a vista. Ogni paese esibisce alla sua periferia il verso libero delle costruzioni anni settanta.
L’economia meno florida ha tenuto un po’ lontane le matite dei geometri e le betoniere. Il contrasto con la Val di Tenna è abbastanza forte. Questi paesi somigliano a chi li abita: attenzione a ciò che vale davvero, sobrietà e compostezza, misura, discrezione, una timidezza accogliente, un’umiltà sincera che inclina all’anonimato della vita quotidiana piuttosto che alle vanità del primeggiare.
Il giro lungo la Val d’Aso può iniziare salendo ad Altidona, dove nello stesso sguardo puoi tenere il mare e le mura castellane. Quando arrivi in un paese puoi seguire il crinale e presto ne trovi un altro, oppure puoi andare a zonzo sul pettine della colline, scendere e salire per andare a vedere il paese che sta su un altro crinale, dove trovi un’altra piazza, altre mura, alte torri, altri merletti. Tutto è un po’ diverso dal paese che hai appena lasciato, ma la pellicola del mattone ti fa sentire nello stesso film.
In molti centri si può anche evitare la sosta, ma non a Monterubbiano e nella adiacente Moresco. Questo paese è come se fosse un proseguimento della pittura. Qui hanno fatto coi mattoni quello che Piero della Francesca ha fatto coi pennelli.

Scheda
Il paese. 600 abitanti e una torre eptagonale che domina la val d’Aso
Moresco è un comune di appena 629 abitanti in provincia di Fermo, nelle Marche (è comune autonomo solo dal 1910). Secondo la leggenda, al tempo delle scorrerie dei Mori lungo la costa adriatica, un gruppo di questi si spinse un po' più all'interno per edificarvi una roccaforte nel cuore della cristianità. Altri, al contrario, sostengono che il Castrum Morisci sia stato costruito vicino al mare proprio per respingere gli assalti dei Saraceni. Più probabile che il toponimo derivi da una nobile famiglia di nome Mori, oppure dalla parola dialettale morrecine che indica il mucchio di pietre su cui poggia il castello. È considerato uno dei borghi più belli d’Italia, con il castello, la caratteristica torre eptagonale con merlatura ghibellina che domina la valle dell’Aso e un centro storico molto caratteristico.


“il manifesto”, 5 gennaio 2012

"Aquel olor..." (Quell'odore). Una poesia di Rafael Alberti

Quell'odore di inaspettata morte,
di soldato senza nome né famiglia,
che dà ai formicai della terra
forse l'abito migliore della vita,
al bordo di un olmo
mi portò via l'aroma della mia amica.

Aquel olor a inesperada muerte,
a soldado sin nombre y sin familia,
dando a los hormigueros de la tierra
quizás el mejor traje de su vida,
de la vera de un olmo
se me llevó el aroma de mi amiga.

Da Toro en el mar (Toro nel mare) in Poesie, Newton Compton, 1977
Trad. Salvatore Lo Leggio

La bassa stagione di Gianni D’Elia (S.L.L.)

Nella primavera del 2004 “micropolis” aveva organizzato un evento inconsueto per il giornale, la presentazione di un libro di poesia, Bassa stagione di Gianni D'Elia. L'incontro con il poeta poi non si svolse, non ricordo più per quale contrattempo, ma ho ritrovato – digitalizzato – il testo dell'annuncio che contiene una mia breve riflessione (nel giornale non firmata) su quel testo, che mi piace “postare” qui, a futura memoria. (S.L.L.)
Gianni D'Elia

Sulla copertina dell’ultimo libro di Gianni D’Elia è stampata una terzina che a noi di “micropolis” e di Segno critico capita spesso di recitarci vicendevolmente. Abbiamo l’impressione che valga da sola una decina di saggi ed un centinaio di editoriali. La riportiamo per intero:
la bassa stagione, che pareva bassa,
bassa non era ancora, Ground Zero;
c’è da bruciarsi anche ad andare in giro…
Non c’è mai capitato come giornale e come gruppo di organizzare presentazioni pubbliche di libri di poesia: è attività che non rientra nella nostra ragione sociale; sarebbero tuttavia bastati quei versi per spingerci ad un eccezione. In Bassa stagione (Einaudi 2003), d'altra parte, non abbiamo trovato solo questa icasticità, questa straordinaria concentrazione espressiva, ma tanto di noi stessi: la nostra indignazione e la nostra refrattarietà, la nostra speranza e il nostro malcontento, in negativo il senso d’impotenza e in positivo la coscienza del limite che accompagna il nostro agire. Sentiamo nostro il suo Marx non rinnegato, quello che ci mostra “le vite asservite al capitale” anche in certi orrendi paesaggi autostradali, il suo inesausto bisogno di utopia (il luogo che non è o, vorremmo poter dire, non è ancora). Non vogliamo però togliere il mestiere agli specialisti, lasciamo a loro analisi e giudizi critici. Noi sentiamo D’Elia soprattutto come poeta nostro. Per questo abbiamo voluto organizzare questo incontro, l’abbiamo quasi forzato a venire a Perugia a presentare il suo libro. L’incontro avverrà il 17 aprile alle ore di 17 a palazzo Penna. Ci guiderà ad una migliore conoscenza del poeta, della sua poesia, delle terzine della bassa stagione il nostro Walter Cremonte.


“micropolis”, marzo 2004   

Addio Volodia. Vita, morte e romanzo di Simone Signoret (Nello Ajello)

Avevo letto duecento pagine di Addio Volodia, il romanzo di Simone Signoret che in settimana uscirà da Mondadori (lire 22.000), quando mi è arrivata la notizia della sua morte. Pensavo di scrivere un articolo con calma, fra dieci giorni, a lettura ultimata (di pagine, il libro ne ha quasi cinquecento). Ma poi la "novità" mi ha indotto a cambiare ritmo, e sono arrivato in fondo al libro con una curiosa frenesia, sentendomi quasi il destinatario di una confidenza, di un messaggio "finale" da parte dell'autrice.
Non sembri una trovata di circostanza. L'uscita di Addio Volodia l'avevo aspettata con ansia, come raramente può capitare in tempi come questi, in cui le opere di narrativa inutili ci sommergono. Non solo. Desideravo ardentemente che il romanzo fosse bello. Per cedere a simili impulsi nei riguardi di un libro, occorre essere legati all'autore da vincoli magari occulti o "ufficiosi", ma strettissimi. È il mio caso.
Il tema scelto dalla Signoret - la tragedia ebraica vista dalla Francia fra gli anni Venti e Quaranta - mi interessava, certo, benché non potesse davvero dirsi inedito. Mi incuriosiva, naturalmente, il fatto che a cimentarsi con la letteratura fosse un'attrice, cioè l'esponente di una varietà umana cui di rado si attribuiscono le capacità di pensiero ritenute proprie di chi scrive. Ma il motivo vero di tanto entusiasmo era personale o, direbbe un sociologo, "interpersonale": si trattava dei rapporti antichi, intensi, fortemente venati di emotività, che esistevano fra me e quella scrittrice. Cioè, fra un uomo che era sui vent'anni nei primi anni Cinquanta e una donna che proprio allora, sulla scia di un film memorabile, si convenne di chiamare "Casco d' oro". Il fatto che la destinataria di questi stati d'animo li ignorasse era innegabile, ma di scarsa importanza. Poco o nulla contava che la Simone del 1985, malata, alcolizzata e scrittrice di romanzi, non somigliasse quasi per nulla alla splendida Simone del Casco d' oro (1951), e che anzi il contemplare qualche sua foto recente potesse essere, per gli antichi fans, motivo di disinganno.
Un libro è qualcosa di diverso da un'istantanea impietosa. Può far "vedere" una persona - la persona del suo autore - senza incrudelire sul dato fisico, riprodurne l'essenziale salvandola dalle vendette del tempo. È proprio ciò che io (ma forse faranno lo stesso altri miei coetanei) sono andato a cercare nel libro della Signoret. Dire che l'ansia sia stata soddisfatta in pieno sarebbe una bugia, e parlare di rivelazione di una "grande scrittrice", come si è fatto in Francia, suonerebbe come un incongruo elogio postumo.
Eppure, man mano che si procede nella lettura, ci si accorge che fra Casco d'oro e la scrittrice Signoret esistono legami evidenti. Per cominciare, una certa idea di Parigi: una metropoli popolare o piccolo-borghese suddivisa in borghi - l'indirizzo ufficiale della vicenda è: Rue de la Mare, XX Arrondissement - con la sua vita da villaggio, i ragazzini che giocano fra i materiali di palazzi in costruzione o fra i detriti di case appena demolite, mentre le madri si parlano sui ballatoi o si danno convegno in cucina. Dall'uscio di uno di questi appartamenti sdruciti potrebbe sbucare ad un tratto la Signoret dei bei tempi, l'eroina "positiva" di tanti film.
I ruoli adatti non le sarebbero mancati: avrebbe potuto essere, ad esempio, una delle due protagoniste femminili, Olga o Sonia, giovani ebree orientali che il terrore dei pogrom ha trapiantato a Parigi. Il fondale è appropriato, l'arco cronologico della storia - che abbraccia anni cruciali fra il primo dopoguerra, il nascente nazismo e la democrazia "entre deux guerres", con l'odio antiebraico e l'engagement a sinistra, la viltà ancestrale dei piccolo-borghesi di Francia e il rumoroso tripudio del Front Populaire, fino a un epilogo che disperde, per un incidente casuale, i personaggi, alla vigilia di quell'arrivo di Hiler a Parigi che ne avrebbe prodotto comunque la morte - sembra collocarsi a metà strada fra ciò che Simone rappresentava sullo schermo e ciò che era nella vita.
La trama del romanzo conta meno del sottofondo che la pervade. Ed è un sottofondo d'amarezza e di scetticismo ideologico, così somigliante agli umori recenti della Signoret. Su tutto, domina la cieca rivalsa che la Storia esercita ai danni delle sue vittime - per la precisione, di un gruppo di ebrei - incarnandosi prima nella "destra" di Hitler, poi nella "sinistra" di Stalin. In una saga così concepita il realismo trionfa, esattamente come nei film più belli interpretati da Simone.
Se dovessi trovargli una parentela italiana, accosterei Addio Volodia a talune opere di Pratolini venate di un populismo un po' naif, oppure - se penso alla tenerezza profusa dall'autrice nel descrivere i bambini, i loro giochi, i loro sogni - alla vena felice di un'Elsa Morante (con tanta professionalità in meno, com'è ovvio). A lettura terminata, si deve comunque riconoscere che il suo vero romanzo Simone l'ha scritto senza accorgersene, a puntate, sullo schermo e nella vita; ed è stato il pubblico, cioè noi suoi contemporanei, a collaborare coralmente alla stesura, come capita nelle saghe autentiche.
A trent'anni (tanti ne aveva nel 1951, quando uscì Le casque d'or) Simone era una donna straordinariamente bella, ma non era soltanto questo. Aveva tutti i requisiti anche letterari adatti a suggestionare un pubblico di gusti ancora "eurocentrici", reduce appunto, di fresco, dalla tragedia dell'Europa. Prima di tutto la sua pariginità un po' ruspante e sottoproletaria. Poi, la naturalezza con la quale sapeva diventare una robusta gigolette suburbana e l'autorevolezza con la quale arbitrava i duelli al coltello fra gli uomini che la desideravano. E ancora: la sua umanità scontrosa e intensa: chi non ricorda l'ultima scena di Casco d'oro - e mi scuso di citare sempre quel film, ma non a caso è diventato un simbolo - mentre Simone assiste da una finestra alla decapitazione di Serge Reggiani, il giovane falegname che per amor suo ha ucciso un uomo, non ha mai visto la tenerezza e la disperazione sul volto di una donna.
L'ambiente del film era quello del feuilleton francese di "mala". C'erano gli apaches di periferia, le osterie ombreggiate da pergolati, i valzer danzati nei cortili al suono dell'accordèon. E le "partite di coltello" fra i maschi, e le gigolettes che assistono attonite alla tragedia immancabile. Un genere che nei suoi momenti più alti evoca la penna di un Maupassant e il pennello di un Renoir.
Di questo impasto "primo Novecento" Simone era il lievito. Vi si muoveva come nel proprio elemento. I suoi ruoli migliori, e più proverbiali, oscillavano fra la ragazza "à la suite" della malavita e la prostituta di strada. Nella Ronde di Max Ophuls, è lei che inizia e conclude la serie degli incontri galanti, saldando il cerchio della storia: dal soldatino interpretato da Serge Reggiani al conte, che è Gèrard Philipe. Dall'osè al patetico, questi copioni le sembrano cuciti addosso. Le scivolate nel Guignol non alterano la sua recitazione: mai agitata, affidata all' immobile intensità degli occhi, al loro fuoco interno. Col passare degli anni l'avremmo vista incarnarsi in figure meno luminose ma sempre memorabili: nelle vesti, ancora, di una prostituta (ma stavolta in disarmo) nel film italiano Adua e le compagne; in quelle di un'anziana donna di piacere che protegge un bimbo arabo, nel film algerino La vie devant soi (non sono un critico di cinema nè un cineasta minuzioso: cito a memoria).
Sempre più gonfia sia per gli anni che per il bere, ma sempre così impastata di letteratura "alla francese" da conservare quasi intatto, ai nostri occhi, il fascino originario. E poco importava che i suoi menu fossero ormai prevedibili, e che uno strutturalista non avrebbe faticato a individuarne gli ingredienti canonici: gli apaches, i bas-fonds, la Legione straniera come rifugio finale per i reietti; e sullo sfondo un decennio di "cinèma noir" con i riverberi del Fronte popolare di cui Simone è un'adepta après-la-lettre, e sul taccuino del suggeritore le battute di dialogo inventate da Jacques Prèvert o da un suo epigono... Un miscuglio non sempre di serie A, ma per un mostro sacro del livello di Simone faceva lo stesso. A sollevare le vicende dai bas-fonds anche letterari, bastava lei. E poi, fuori dal set, c'era la vita del personaggio Signoret, trascorsa accanto a quell' altro pezzo di Francia che è Yves Montand. In combutta con lui, la solida gigolette diventava una donna politicamente engagèe. Insieme hanno simboleggiato, lungo quindici anni del recente costume europeo, la "coppia militante", il "mènage di sinistra".
A quel tempo, Parigi esportava un' immagine di sé in cui tutto sembrava miracolosamente conciliarsi senza stridori o pericoli di banalità: le note delle Feuilles mortes (fu la canzone che lanciò Montand nel film Quando Parigi dorme) e le campagne per la Pace, Stalin e i manifesti libertari, la frenesia per un esistenzialismo da locale notturno e la lettura diligente dell' “Humanitè”, Juliette Grèco e Maurice Thorez. Alle feste organizzate dal quotidiano del Pcf, l'arrivo di Yves e Simone, la coppia rossa, coincideva con l'acme dell'entusiasmo. In versione "impegnata" Casco d'oro non perdeva tuttavia ai nostri occhi il diritto di rappresentare l'Eterno femminino francese. Anzi.
Tutto ciò che trovavamo insopportabilmente retorico nel comunismo italiano - infinitamente meno convenzionale e polveroso, a dire il vero, del suo omologo francese - se portava la firma di Simone ci sembrava suggestivo: perfino l' epilogo, che ha trasformato la coppia rossa in un simbolo della "marcia indietro", dall'idolatria per il paese-guida alla denuncia dell'autocrazia che lo governa e vorrebbe opprimere il resto del mondo. Sbagliavamo? Forse si trattava soltanto di due commedianti furbi, specializzati in ruoli ideologici? Può darsi. Ma per quanto riguarda Simone, il Casco d'oro dei film, la Tigre rossa della cronaca francese, non mi piacerebbe ritirarle la mia postuma ammirazione. Se proprio pentirsi è obbligatorio, ci sono peccati più grossi di questo.


“la Repubblica”, 2 ottobre 1985  

24.11.16

«Aprite i libri di scuola alla storia dello sport» (Pasquale Coccia)

Intervista a Felice Fabrizio e a Sergio Giuntini
L’incontro con i due storici dello sport Sergio Giuntini e Felice Fabrizio avviene a margine di un interessante convegno nazionale svoltosi a Milano poco prima di natale, che ha avuto per titolo Fratelli sportivi d’Italia. La città e la Nazione in 150 anni di vita sociale e sportiva, snobbato dalla grande stampa sportiva. Entrambi gli studiosi fanno parte della Società italiana di Storia dello sport e con loro c’era anche John Foot, professore di Storia contemporanea preso il Dipartimento di italiano dello University College di Londra, autore dell’ormai classico Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia (Rizzoli). Nel suo intervento al convegno, Foot si è meravigliato che in Italia la storia insegnata a scuola non faccia alcun riferimento alla storia dello sport. Un’affermazione che fa il pari con quella dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano, che anni fa commentando il massacro dei guerriglieri Tupac Amaru, uccisi dopo aver tenuto in ostaggio 72 persone nell’ambasciata giapponese di Lima, disse: «È uno scandalo che i libri di storia non parlino di calcio. Non succede nulla in America Latina che non abbia un rapporto diretto o indiretto con questo sport. La carneficina perpetrata da Fujimori (allora presidente del Perù, ndr) a Lima è avvenuta mentre sequestratori e prigionieri giocavano a calcio e Nestor Cerpa Cartolini, il capo del commando, è morto indossando la maglietta dell’Allianca Lima» (e già che ci siamo ci sembra doveroso ricordare come Oscar Washington Tabarez, l’allenatore-filosofo dell’Uruguay che l’anno scorso ha vinto la Coppa America, prima di sedersi in panchina fosse stato un maestro di scuola elementare a Montevideo).
Con Giuntini e Fabrizio parliamo allora del perché in Italia lo sport resti relegato alle due ore settimanali di educazione fisica e non riesca a trovare posto nei libri di storia come mezzo per sollecitare la curiosità degli studenti.

È possibile insegnare la storia dello sport a scuola?
Giuntini. «Non solo è possibile ma sarebbe necessario. Lo sport costituisce una parte integrante del vissuto delle giovani generazioni, che dimostrano una grande sensibilità verso le tematiche sportive».
Fabrizio. «Condivido pienamente. In quanto fenomeno culturale, lo sport fa parte a pieno titolo della storia. Ignorarlo significa non tenere conto dell’impatto che esso ha avuto e continua ad avere sulla vita quotidiana di milioni di persone, in particolare degli adolescenti».

In che modo la storia dello sport potrebbe suscitare l’interesse degli studenti?
G. «Partirei dalle conoscenze di tipo diretto già possedute dagli studenti: la pratica dello sport e il tifo. Si potrebbe ricostruire la storia delle discipline e la dimensione comunitaria del tifo come partecipazione collettiva ad eventi pubblici di grande significato simbolico. Un aspetto molto presente nelle diverse epoche della storia della civiltà umana».
F. «Aggiungerei altri due spunti: l’accostamento alla dimensione mitica degli eroi eponimi e l’impatto che le pratiche sportive hanno prodotto nel tempo sulle realtà locali in quanto elementi identitari».

L’insegnamento della storia dello sport darebbe una dimensione più culturale all’educazione fisica, visto che da quest’anno come prevede una circolare del Miur gli studenti avranno in pagella anche il voto orale oltre a quello pratico?
G. «L'educazione fisica ha bisogno di riaffermare la sua dimensione culturale. E un approccio storico si presta molto bene a questo tipo di valorizzazione».
F. «Perché questo si realizzi compiutamente è tuttavia necessario avviare e proseguire una prassi di collaborazione tra docenti delle diverse discipline che conferisca a ciascuno pari dignità».

Quali argomenti si dovrebbero affrontare alle scuole medie per interessare i ragazzi alla storia dello sport e con quali strumenti?
G. «I supporti multimediali sono indispensabili per suscitare l’interesse degli studenti. Proporrei dei metodi affabulatori che fanno leva anche sulla dimensione mitologica dello sport, le biografie dei grandi campioni come Coppi e Bartali, ma anche quelle più irriverenti da Maradona a Balotelli. È un pretesto per tracciare degli excursus più ampi della storia sociale dello sport nelle diverse epoche».
F. «Nella mia quasi trentennale esperienza di insegnamento nelle scuole medie inferiori della provincia e della periferia di Milano ho sperimentato con successo anche altre modalità: le biografie individuali e societarie, l’indagine statistica sulla presenza e sulla distribuzione nel territorio delle discipline sportive, la riflessione critica e autocritica a partire da testi scritti e audiovisivi».

Chi dovrebbe insegnare storia dello sport alle medie e alle superiori, il docente di educazione fisica, di storia e filosofia o di lettere?
G. Alle medie si potrebbe fare un lavoro interdisciplinare tra il docente di lettere e quello di educazione fisica, ma si potrebbe allargare anche a una più ampia interdisciplinarità. Alle superiori tra l’insegnante di storia e filosofia e quello di educazione fisica. Se le lezioni di storia dello sport sono concordate in tandem fanno più presa sugli studenti».
F. «Concordo in pieno. Nella mia esperienza, ho trovato spesso piena disponibilità anche da parte degli insegnanti di inglese».

Se il ministro dell’Istruzione vi chiedesse di stilare un programma di storia dello sport da quali argomenti iniziereste e con quali finireste?
G. «L’Età greco-romana è un punto di partenza imprescindibile; l’Età comunale con il municipalismo che si manifesta in molte forme di rivalità anche «sportiva»; l’Umanesimo e il Rinascimento per la riscoperta della corporeità; l’Illuminismo per le idee pedagogiche che aprono ad una educazione naturale e ludica; infine tutto il Novecento e in particolare l'età dei totalitarismi: lo sport fascista, nazista, comunista».
F. «Aggiungerei una sintetica rievocazione del contributo spirituale e materiale che le attività motorie hanno offerto al Risorgimento italiano».

Quali sono gli avvenimenti più importanti del ‘900, che uno studente delle superiori dovrebbe conoscere?
G. «Le Olimpiadi del 1896 e la figura complessa e per alcuni aspetti contraddittoria del barone De Coubertin. I trionfi azzurri ai mondiali di calcio del 1934 e del 1938 e l’utilizzo propagandistico che ne fece il regime fascista. Hitler, Goebbels e le Olimpiadi di Berlino del 1936. Le Olimpiadi della contestazione a Città del Messico 1968, con il pugno chiuso di Tommy Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri. Lo sport durante la Guerra Fredda con i due grandi boicottaggi olimpici del 1980 a Mosca e del 1984 a Los Angeles. Infine il doping di stato nell’ex Germania dell’est».
F. «Gli argomenti fondamentali sono proprio questi. Si potrebbero integrare con un excursus sulle tappe e sulle modalità attraverso le quali lo sport moderno si insedia nell’Italia liberale».

Vi è ostilità da parte del mondo accademico verso la storia dello sport e gli storici dello sport? Siete considerati di serie B, rispetto alla Storia ufficiale?
G. «Non più, oggi finalmente i pregiudizi sempre superati. Nelle facoltà di Lettere, Storia, Legge, Sociologia, Economia, Scienza delle comunicazioni vengono assegnate numerose tesi con tema sportivo. E lo stesso vale per i dottorati di ricerca ».
F. «E’ del tutto vero. Persiste però una certa qual diffidenza da parte di un mondo accademico diviso in chiesuole, ciascuna delle quali coltiva il proprio orticello, verso l’outsider che viene a rompere le uova nel paniere. E condivido pienamente lo stupore di John Foot che si chiedeva come fosse ancora possibile in Italia ignorare la dimensione sportiva nella elaborazione di qualsiasi saggio storico che pretenda di occuparsi delle vicende economiche, sociali, politiche e culturali del nostro paese».

Perché sui quotidiani non compaiono quasi mai pagine di storia dello sport, che potrebbero suscitare l’interesse degli studenti?
G. «In questi anni si è avuto uno scadimento generale del giornalismo sportivo nei principali quotidiani d'opinione e soprattutto nei tre quotidiani sportivi. Gianni Brera, purtroppo, non sembra trovare successori. La storia dello sport è sparita dai giornali, perché è scomparsa progressivamente la cultura sportiva. Assistiamo a un generale impoverimento dei contenuti, che ruotano esclusivamente intorno al calcio».
F. «Aggiungo la pigrizia degli addetti ai lavori e le scelte editoriali che privilegiano la cronaca e la polemica faziosa a scapito del resoconto tecnico e della riflessione».

I programmi televisivi e radiofonici, che trattano gli avvenimenti storici sportivi sono migliorati rispetto al passato? In che cosa? Potete indicare alcuni di questi programmi?
G. «Negli ultimi anni si è avuto un miglioramento sia della tv che della radio, partendo dal presupposto che per me le telerisse alla Biscardi e le radio tifose non fanno testo. Credo che le migliori trasmissioni siano Sfide e Dribbling per quel che riguarda la tv e Zona Cesarini per la radio. Sky talvolta è capace di approfondimenti che meriterebbero uno spazio e un’attenzione maggiore».
F. «Questi programmi sono purtroppo isole felici che galleggiano in un oceano sconsolante. L’egemonia culturale della destra nel settore specifico del giornalismo sportivo radiofonico e televisivo ha purtroppo lasciato tracce profonde».

Scheda
I due storici intervistati
Classe 1956, membro del Consiglio Direttivo della «Società italiana di Storia dello Sport», Sergio Giuntini è autore di svariati saggi storici sullo sport. Tra i suoi volumi più interessanti ricordiamo Lo sport e la Grande Guerra (2001), Dorando Pietri, dalla via Emilia al West (2004), Due secoli di Arena e grande atletica a Milano (2007), Compagni di squadra. Racconti non solo di sport (2006), Pugni chiusi e cerchi olimpici. Il lungo '68 dello sport italiano (Odradek, 2008, con Maria Canella); Sport e fascismo (Franco Angeli, 2009); L'Olimpiade dimezzata. Storia e politica del boicottaggio nello sport (Sedizioni, 2009); Pape Milan Aleppe. Il Milan è un linguaggio di poeti e di prosatori (Sedizioni, 2011); Sport e stile. 150 anni d'immagine al femminile (Skira, 2011, con Maria Canella e Marco Turinetto); I calciatori delle palestre. Football e società ginnastiche in Italia (Bradipolibri, 2011).
Tra i pionieri nel campo della storia dello sport, Felice Fabrizio è autore di due importanti lavori che hanno inaugurato questo filone di studi in Italia: Sport e fascismo. La politica sportiva del regime 1924-1936 (Guaraldi 1976) e Storia dello sport in Italia. Dalle società all’associazionismo
di massa (Guaraldi, 1977). Tra i suoi testi meritano menzione anche Lo Sport nasce a… 1883-1940 un secolo di sport a Torino legato alla mostra «Sport uomo-Torino 80», Alle origini del movimento sportivo cattolico (Sedizioni 2009) e Fuoco di bellezza. La formazione del sistema sportivo italiano 1861-1914 (Sedizioni 2011).


il manifesto sabato 7 gennaio 2012

I viali irrigiditi... Una poesia di Ernesto Ragazzoni (Orta, 1870-1920)

I viali irrigiditi
nell'argento delle brine,
s'allungavan senza fine
come zuccheri canditi.

Giù dai rami scheletriti
era un vol di farfalline,
eran petali e perline
bianche, fiori seleniti.

Come dolce era l'andare
sotto il bianco incantamento
presso presso, e stretti al braccio...

Le parole usate e care
s'involavan pure al vento,
... ma non erano di ghiaccio.

da Poesie, Aldo Martello editore, Milano, 1956

"A lu paisi" e "a di fora" (S.L.L.)

Il paese, dalle mie parti, è il luogo del molteplice. Un paisi di … significa “una grande quantità di ...”. Il contadino che, tornando dalla campagna, portava a casa un paisi di cirasi (ciliegie) faceva la gioia della moglie, della figliolanza generalmente numerosa e talora anche della vicina incinta; mentre un marito che, pensando di profittare del prezzo stracciato, aveva portato a casa un paisi di pisci doveva subire le rampogne della moglie bisbetica, che non si limitava a chiedere chi li avrebbe mangiati, ma si rifiutava di pulirli.
Eppure, nello stesso tempo, anche nel mio borgo natio che non ha mai avuto mura o recinzioni, il paese era visto come una unità definita, racchiusa in una cerchia ideale che coincideva con il perimetro dell'abitato. Le terre che lo circondavano erano genericamente chiamate a di fora (“al di fuori”), anche quelle immediatamente contigue. Sicché quelli che, abitando verso i margini e mancando di servizi igienici domestici, facevano i loro bisogni a due o trecento metri dall'abitato, accostati a una siepe non lontana dalla trazzera, andavano a cacari a di fora; e a di fora si dirigevano quei contadini che, partiti all'alba con l'asino o anche a piedi per appezzamenti di terreno lontani tre, sette o dieci chilometri, sul far della sera (a la scurata) s'arricampavanu a lu paisi.   
Arricampari significava “raccogliere”, “portare a casa dalla campagna” con un riferimento specifico ai prodotti dell'agricoltura (arricampari tri sarmi di furmientu, “raccogliere tre salme di frumento”); il contadino all'Ave Maria vespertina arricampava se stesso, trovava per se stesso accoglienza e ricetto prima nel paese e poi dentro le mura della propria casa.

23.11.16

Adolescentula. Una poesia di Vittoria Aganoor Pompili

Quando t'ho conosciuto era d'aprile,
quel mese traditore
che nell'ebbrezza del nascente amore
pinge ogni cosa d'un color gentile.
Quando t'ho conosciuto era d'aprile!

E al di là della siepe io t'ho veduto.
Tornavi polveroso
dalla caccia; eri solo, eri pensoso.
Mi rivolgesti un timido saluto.
Al di là della siepe io t'ho veduto.

Tornavi dalla caccia; sul cappello,
largo e bruno, un irsuto
pennacchio; la giacchetta di velluto,
lo schioppo a spalla e... mi sembrasti bello
sotto la larga tesa del cappello.

Io tornavo dal bosco ov'ero andata
a coglier dei ciclami;
del mio sentier fra gl'intrecciati rami
ti sarò parsa una silvestre fata
di quei freschi ciclami incoronata!

Ed era, ben ricordo, era il tramonto;
veniva su dai prati
l'alito sano dei timi falciati,
la fragranza che vince ogni confronto;
ed era, ben ricordo, era il tramonto!

Ma finì quella dolce primavera.
Ti rividi soltanto
l'inverno, in un salotto, ed eri tanto
diverso, Dio! nell'abito da sera,
coi solini alti e la cravatta nera!

Io ripensai quei giorni spensierati
e le campestri danze,
quei sogni, quel desìo, quelle speranze
di due giovani cori innamorati,
e ripensai quei giorni spensierati!

O fresco aprile, o sano odor di timo!
Ridir t'udii, tra i crocchi, una volgare
celia; ti vidi, ignobile giullare,
di que' tuoi lazzi rider tu pel primo.
O fresco aprile, o sano odor di timo!

Tu nuove arguzie rimestando in mente
di me non t'eri accorto.
Io tremai come se vedessi un morto,
un caro morto amato inutilmente,
tra quella folla gaia e indifferente.

Sul cor mi cadde, come un velo fosco,
un subito sgomento.
E a chi di te mi chiese in quel momento
io rispondere osai: — Non lo conosco! — 
Sul cor mi cadde come un velo fosco.

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