28.8.17

La scuola e la famiglia (Nanni Svampa)

Petrolini diceva “a me mi ha rovinato la guerra... e le donne”. A me mi han rovinato la scuola e la famiglia, almeno per quanto riguarda l'uso del dialetto e la conoscenza della nostra cultura popolare. Voglio dire che io, come molti della mia generazione, ho compiuto un cammino a ritroso, dopo vent'anni di scuola regolare, alla riscoperta di quei valori che la scuola appunto da un lato e l'educazione familiare dall'altro avevano soffocato in noi con pratica tipicamente borghese.


Dalla Prefazione a La mia morosa cara. Canti popolari milanesi e lombardi, De Carlo editore, Milano, 1977 (edizione Oscar Modadori, 1980)

La poesia del lunedì. Karin Boye (Göteborg 1900-1941)

A te

Tu mia disperazione e mia forza
tu mi prendesti tutta la vita che ho avuto
e poiché esigevi tutto
mi rendesti a migliaia

da Poesia, Anno I n.9 settembre 1981 (a cura di Daniela Marcheschi)

27.8.17

Giorno e notte. Una poesia di Amaruka

Il giorno è meglio della notte.
No, la notte è meglio del giorno.
O piuttosto, accidenti a tutt'e due
se non si sta con la persona amata.

da Centuria d'amore, Marsilio, 1989

Grido. Una poesia di Giuseppe Ungaretti (1928)

Giuseppe Ungaretti
Giunta la sera
Riposavo sopra l’erba monotona
E presi gusto
A quella brama senza fine,
Grido torbido e alato
Che la luce quando muore trattiene.


Da Sentimento del tempo 1919-1935

Mattino d’estate. Una poesia di Diego Valeri

Una immensa distesa
di vigne, ondata solo
da emergenti alberelli qua e là.
E, qua e là, la macchia rosso-bruna
d’un tetto, accanto a quella
gialliccia d’un pagliaio.
Poi, lontano, una lunga fila d’esili
pioppi frondosi
contro il turchino pallido
delle dolci colline. Il cielo è un bianco
fulgore, appena appena
annebbiato d’azzurro.
Il silenzio è spaccato dagli scoppi,
poi solcato dai lunghi rombi tremuli
di due campane gravi.
Io son qui, presso la finestra della
casa straniera che m’ha offerto asilo,
e guardo e ascolto
lento passare il mattino d’estate
su la pianura, per il cielo, e dentro
l’anima mia.
Guardo e ascolto...
E sento - e mai non l’ho sentito tanto -
che si sperde nel nulla la mia vita,
giorno su giorno, inesorabilmente.
Sento che se ne va,
che si stacca da me la giovinezza,
che muore in me tutti i minuti un poco;
e non sarà domani
che un pugnetto di cenere
nel mio pacato cuore.
Domani ti vedrò, mia giovinezza,
com’ora vedo
quelle lontane pallide colline
velate dal fulgore del mattino;
e il ricordo di te farà più triste
la mia povera povera tristezza,
come più muto fan questo silenzio
gli echi delle campane
che non cantano più.

da Umana, 1921

Lo sforzo. Una poesia di Billy Collins


C’è nessuno che voglia unirsi a me
nel lanciare alcuni sassi verso
quegli insegnanti che amano porre la domanda:
“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”
come se Thomas Hardy e Emily Dickinson
si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:
disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano,
con la penna in bocca a guardare fuori dalla finestra in attesa d’un idea.
Sì, sembra che Whitman, Amy Lowell
e tutti gli altri potessero solo tentare e fallire,
ma noi nella classe di Inglese della terza ora della prof Parker
qui al Liceo di Springfield ce la faremo
con l’aiuto di questi questionari di comprensione
a dire quel che il povero poeta non riusciva a dire,
e faremo tutto questo prima
dell’orgia dell’insalata di uova e tonno nota come pranzo.
Stasera, tuttavia, io sono quello che cerca
di dire che cosa significa questa assenza,
noi due che dormiamo e ci svegliamo sotto due diversi tetti.
L’immagine di questo vaso di fiori recisi,
non del nostro giardino, non aiuta.
E lo stesso vale per quel piatto singolo,
la lampada solitaria, e il tempo là fuori che preme il volto
contro queste finestre nuove, la pioggia leggera e il gelo del mattino.
E allora lascerò che sia la prof Parker,
che sta picchiettando con un gesso la lavagna,
e i suoi studenti – alcuni con la mano alzata,
altri trasandati con i loro cappellini portati a rovescio –
a capire quel che sto cercando di dire
su questo posto in cui mi trovo
e di farlo prima che suoni la campanella di mezzogiorno
e sia sguinzagliato il tornado di polpette di carne.


da Balistica, Fazi, 2011 – Traduzione di Franco Nasi

24.8.17

Gli anni Novanta del Settecento. Una poesia di Billy Collins

Gli anni Novanta del Settecento non torneranno più.
L’infanzia era favolosa.
La gente faceva passeggiate in cima alle colline
e scriveva sul diario quel che vedeva, senza parlare.
Avevamo alti collari e i nostri cappelli erano morbidissimi.
Ci sorprendevamo l’un l’altro con alfabeti fatti di ramoscelli.
Era un tempo meraviglioso per essere vivi, o anche morti.


Da Nostalgia, In Balistica, Fazi editore, 2011

Billy Collins, il Virgilio delle piccole cose (Paolo Mastrolilli)

Billy Collins
Immaginate un poeta che finisce sulle pagine del “New York Times”, perché due case editrici se lo contendono a colpi di contratti a sei cifre. Immaginatelo che fa una quarantina di letture all’anno, davanti a sale piene di fans adoranti, guadagnando migliaia di dollari a serata. Immaginate la sua voce che diventa un refrain della radio nazionale, dove declama regolarmente i suoi versi, e il Congresso che lo nomina «Poet Laureate of the United States», cioè poeta ufficiale di stato, come Virgilio che con la corona d’alloro magnificava le origini nobili dell’impero romano. Non ve lo potete immaginare, soprattutto in Italia. Perché l’idea che un poeta oggi possa diventare una celebrità, inseguito dal pubblico e dal successo, è estranea alla nostra testa. Questa, però, è la storia di Billy Collins, di cui arriva Balistica (Fazi). Uno che ama il golf, il poker, il pianoforte, il suo cane Jeannine, forse la moglie correttrice Diane, i sigari e il whisky, e fino a quarant’anni non aveva mandato alle stampe neppure un libro vero.
Adesso potrebbe sembrare un predestinato, visto che è nato 70 anni fa da una famiglia di Lowell, Massachusetts, già nota come patria di Jack Kerouac: «Se mio padre fosse salito in macchina con Neal Cassidy - scherza lui - gli avrebbe chiesto di scendere al primo semaforo». Si invaghisce della poesia da bambino leggendo “Poetry”, la rivista che il padre gli riporta dall’ufficio, dove arrivava per caso. Si fa coraggio, spedisce i suoi versi a “Poetry”, ma l’editore Henry Pago gli risponde: «Non ti azzardare più a mandarmi poesie però continua a scrivere». E lui obbedisce. Si laurea in lettere dai gesuiti, comincia ad insegnare al Lehman College del Bronx e non invia più nulla a “Poetry”, per 25 anni. E si accontenta di pubblicare i suoi versi su “Rolling Stone”, per 35 dollari a poesia. Siccome la perseveranza paga, nel 1988 si fa coraggio e manda una nuova collezione alla University of Arkansas Press. Il direttore gli accetta 17 poesie, gliene fa riscrivere una trentina. Esce The Apple That Astonished Paris, che fa di Collins un autore a 47 anni. Non è un successo travolgente, ma basta per farlo notare da un’altra casa editrice universitaria, la University of Pittsburgh Press, che nel 1998 pubblica Picnic, Lightning. Collins vende 50.000 copie, la radio pubblica Npr lo intervista e gli fa leggere i suoi versi. Nasce un fenomeno, e la potente Random House lo ruba alla piccola editoria universitaria, con un contratto che forse non beccherebbero neppure Paul Auster o Philip Roth. È scandalo nel mondo letterario, ma Billy diventa una celebrità. Come è possibile?
Innanzitutto perché scrive poesie che cercano di farsi capire: «Il titolo è come il tappetino di benvenuto al lettore. Cerco di essere ospitale. Ma passare dal titolo al primo verso è come salire su una canoa: ci sono un sacco di cose che possono andare storte». Poi perché usa tutta la libertà concessa dai versi: «Quando comincio a scrivere non so mai dove vado a finire. La penna è uno
strumento di scoperta, piuttosto che di registrazione». Infine perché non si vergogna di usare l’ironia: «Le commedie del più grande poeta in lingua inglese, Shakespeare, non si chiamano commedie per caso».


“La Stampa Tuttolibri”, 22 ottobre 2011

Gesù nelle mani di un musulmano. Quattro anni fa, in America (Remo Ceserani)

Il ritaglio è vecchio di quattro anni, ma “postarlo” mi cosa utile non solo per il libro che nell'articolo viene recensito, di grande successo negli Stati Uniti e a quel che si legge molto stimolante, ma ancora di più per il clima culturale che vi si racconta. Aiuta a capire meglio quello che in Occidente e in Medio Oriente sta accadendo. (S.L.L.)
Reza Aslan
Un libro pubblicato negli Stati Uniti qualche mese fa da Random House e subito ripreso in Inghilterra dalla Westburne Press è balzato in cima alla classifica dei best-seller del «New York Times» e in testa ai più venduti da Amazon, pare soprattutto per merito di una disgraziata intervista televisiva sulla rete di destra reazionaria Fox News, in cui si è assistito allo scontro fra un'intervistatrice ignorante e prepotente e un autore molto imbarazzato (lo si può vedere su Youtube). Sono seguite accese polemiche giornalistiche e migliaia di commenti in rete e tutti sappiamo che le polemiche sono garanzia di successo nella nostra società del mercato e della pubblicità (basta che di un prodotto si parli, soprattutto in televisione, non importa se bene o male).
Il libro, intitolato Zealot (Random House, 2013) e firmato da Reza Aslan, presenta l'ennesima biografia di Gesù Cristo come figura storica, per quel che se ne sa e che si riesce a estrarre dal ginepraio delle interpretazioni di documenti scarsi e quasi tutti tardivi. Il quarantunenne Aslan offre una non inedita ma ben raccontata e documentatissima descrizione delle circostante storiche e sociali in cui si svolse la vita del povero pescatore analfabeta Gesù di Nazaret, dei suoi seguaci e degli immediati successori, che ne raccolsero l'eredità e misero le basi del cristianesimo. Nel libro vengono corrette molte delle ricostruzioni fantasiose dei vangeli, scritte parecchi anni dopo gli avvenimenti da autori tutti a noi ignoti (a parte Luca), che scrissero Marco poco dopo il 70 d. C. (probabilmente utilizzando narrazioni orali e tradizioni scritte che avevano circolato a lungo fra i primi seguaci di Gesù), Matteo e Luca fra il 90 e il 100 d. C., Giovanni fra il 100 e il 120 d. C. E si sa che Giovanni, da non confondere con l'apostolo dallo stesso nome, ha un'impostazione narrativa e anche ideologica diversa da quella degli altri evangelisti, che le narrazioni simili (dette «apocrife») intere o parziali sono molto numerose e che gli studiosi da qualche tempo (fra cui anche Aslan) danno importanza a una raccolta di discorsi di Gesù (detta Q, dalla parola tedesca Quelle, fonte), giunta a noi indirettamente, e sicuramente utilizzata da Matteo e Luca, ma ignota a Marco.
Aslan - e qui sta il merito maggiore del suo libro - descrive con molta attenzione e rispetto filologico per le fonti documentarie, ma anche con gusto forte per le situazioni drammatiche e estreme (carestie,povertà, conflitti, ribellioni, esecuzioni sommarie, crocefissioni), la situazione storica della Palestina. Rievoca la vita difficile del piccolo villaggio di Nazaret abitato da circa cento famiglie di pescatori, senza una strada, senza edifici pubblici, senza una sinagoga (a Nazaret nacque Gesù, non a Betlemme). Descrive la più potente città di Sipphoris o Autocratis, baluardo della presenza romana in Palestina, dove Gesù presumibilmente andò da giovane a lavorare alla cotruzione dei grandi edifici promossa da Erode Antipa, e poi Gerusalemme e il suo tempio, sede del regime autocratico della casta sacerdotale, dove Gesù arrivò con i dodici discepoli (dodici come le antiche tribù di Israele), entrò nel tempio, rovesciò i banchi dei cambiavalute, liberò dalle loro gabbie gli animali pronti per il sacrificio. Gerusalemme era la stessa dove non molto dopo andò incontro alla morte per crocefissione: una punizione che i Romani riservavano agli organizzatori di sedizioni politiche e che fu inflitta a molte persone in quel periodo, mentre il grande sacerdote del tempio e il sinedrio comminavano la morte per lapidazione; a questa forma di esecuzione capitale fu condannato, nel '62, in una Gerusalemme precipitata nel caos e nella rivoluzione, il fratello di Gesù, Giacomo il giusto, che era divenuto la massima guida dei seguaci di Cristo in Palestina.
La ricostruzione di questo ambiente storico, a parte qualche imprecisione e qualche ipotesi azzardata, è molto efficace e serve a farci capire, sia pure indirettamente, qualcosa della storia di Gesù e dei suoi primi seguaci: la situazione sociale della Palestina sotto occupazione romana, le rivolte, i molti salvatori, imbonitori e autoproclamati messia comparsi sulla scena, le prepotenze dei sacerdoti, le feroci repressioni dei soldati romani. Aslan prende coraggiosamente posizione sulle questioni più controverse, come per esempio quella del conflitto fra i palestinesi Giacomo, fratello di Gesù, e Pietro, suo primo apostolo e dall'altra parte il fariseo convertito Paolo di Tarso, quindi fra la prima comunità cristiana di Gerusalemme e, dopo la distruzione del tempio e della città, il nuovo cristianesimo romano e ellenizzante. Pietro e Paolo finirono entrambi a Roma e furono giustiziati per ordine di Nerone, ma la fine comune, secondo Aslan, non riesce a nascondere le profonde differenze di concezione religiosa fra i due.
Aslan si appoggia a alcuni tra i più autorevoli studiosi di quelle vicende (Schweitzer, Vermes, Wilson, Beard, Me-ier, Crossan, Borg, Wright, Carey) e dichiara apertamente le sue scelte interpretative. Una delle contraddizioni più forti in cui incorre, a mio parere, è che, dopo aver dichiarato la non attendibilità delle narrazioni contenute nei libri del Nuovo testamento e in quelli esclusi a suo tempo dal canone in seguito alle decisioni prese nei concili di Ippona (393) e Cartagine (397), Aslan non può fare a meno di rivolgersi continuamente a quei testi per sostenere la sua tesi principale: che Gesù sia stato un capopolo ispirato, un ebreo ligio alla legge mosaica ma ribelle contro la casta sacerdotale e il potere romano: una specie di Che Guevara, trasformato da Paolo in un dio in terra.
Il fatto curioso è che Aslan, come racconta onestamente nella prefazione al volume, è nato in una famiglia iraniana emigrata per ragioni politiche in America, è stato educato in famiglia alla religione islamica, si è poi convertito al cristianesimo, per poi di nuovo riconvertirsi all'islamismo e ora insegna storia delle religioni (e anche scrittura creativa) in California e ha scritto precedentemente un libro molto ben ricevuto Non Dio ma dio (2005), sulle origini, l'evoluzione e il futuro dell'islamismo. È proprio la sua adesione, a quanto pare convinta, all'islamismo (accompagnata, per la verità, da prese di posizione molto decise contro l'estremismo dei gruppi islamici fiancheggiatori del terrorismo) che ha ispirato le domande petulanti dell'intervista della Fox condotta da Lauren Green: una giornalista d'assalto, ottima pianista,che in passato ha partecipato a concorsi di bellezza sia nello stato del Minnesota, dove è stata incoronata miss, sia a livello nazionale, dove si è classificata terza e ora aspira a sostituire la popolare Oprah Winfrey fra il pubblico televisivo.
Lauren Green, che in seguito ha ammesso di non aver letto il libro, ha continuato a domandare a Aslan «perché, lei che è maomettano, si permette di scrivere un libro su Gesù e non dice apertamente ai suoi lettori qual è la sua fede?». Il malcapitato, per tutta risposta, le ha ricordato come avesse raccontato apertamente, in apertura del libro, la storia delle sue due conversioni, e si è trovato a doverle ripetere il fatto che è uno studioso, non un uomo di fede, con tanto di dottorato in studi religiosi e che il suo interesse per la vita di Gesù e della Palestina è dovuto solo alla sua professione di storico.
Ma c'è un'altra giornalista d'assalto che si è lanciata in modo violento contro Aslan. Il suo nome è Pamela Geller, scrive su un giornale del North Dakota, si è autonominata sostenitrice arrabbiata della religione cristiana e avversaria della temuta islamizzazione del paese, gira a far discorsi incendiari ed è autrice di un libro intitolato Fermiamo l'islamizzazione dell'America: una guida pratica di resistenza. Prendendo di petto il libro di Aslan (che probabilmente nemmeno lei ha letto), è arrivata a protestare perché «militanti jihadisti come il degenerato (vicious) Reza Aslan vengono portati in trionfo dai media e dall'intellighenzia come eroi del football alla fine di una partita giocata con strenua passione».
Fondamentalismi di tutti i tipi e di tutte le risme imperversano nel paese del presidente Barack Obama.


alias domenica – il manifesto, 29 settembre 2013

Durante tutto il viaggio … Una poesia di Nazim Hikmet

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno
durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me 
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

ALL'ANPI DI PERUGIA PER GASTONE SOZZI E GIROLAMO LI CAUSI

Gastone Sozzi

Per quel che ne so a Perugia, con l'amministrazione Boccali non si riuscì ad ottenere - dopo una petizione ad hoc - l'intitolazione di una via o di una piazza a Gastone Sozzi (nella foto), che nel carcere della città fu torturato e condotto a morte nel 1928 dai birri del fascismo. Forse non si fece a tempo.
Chiedo per questa via, ma lo farò in maniera formale, all'ANPI di Perugia di rilanciare e rinnovare la petizione. Non è escluso che il sindaco attuale, nipote di un prestigioso antifascista, appoggi la richiesta e la conduca a buon fine. Sozzi era un giovane comunista e, in quanto tale, conduceva la sua agitazione sovversiva contro il regime anche all'interno delle forze armate. E' forse dovuto a una sorta di intoccabilità dell'esercito il fatto che, tra le tante intitolazioni, di cui alcune discutibili, proprio quella di Sozzi sia stata dimenticata.
La battaglia per colmare quella lacuna oggi andrebbe fatta, e non solo da parte dell'ANPI.
Credo peraltro che un'altra intitolazione debba riservarsi in città a Girolamo Li Causi, dirigente importante del Pci, combattente antifascista e combattente antimafia. Fu lui a sfidare nel suo covo di Villalba il capo della mafia siciliana "don" Calò Vizzini con un comizio durante il quale i sicari del boss a tradimento gli spararono ferendolo gravemente. Nel carcere di Perugia, ove passò come detenuto "politico" per il suo antifascismo, lasciò importanti tracce: combatté una battaglia per la verità sul caso Sozzi e per le condizioni di vita di tutti i detenuti, politici e comuni, subendo le dure rappresaglie dell'amministrazione. Anche su questa richiesta mi piacerebbe vedere impegnata l'ANPI.

23.8.17

Nuda in piedi... Una poesia di Umberto Saba

Nuda in piedi, le mani dietro il dorso,
come se in lacci strette
tu glieli avessi. Erette
le mammelle, che ben possono al morso

come ai baci allettar. Salda fanciulla
cui fascia l’amorosa
zona selvetta ombrosa,
vago pudore di natura. Nulla,

altro ha nulla. Due ancora tondeggianti
poma con grazia unite
pare chiamino il mite
castigo della fanciullezza. Oh, quanti

vorrebbero per sé ai suoi occhi il lampo
del piacere promesso,
che paradiso è spesso,
e più spesso è l’inferno senza scampo!


Da Fanciulle (1925) in Canzoniere, Einaudi, 2001

Quanto dura la poesia? (Eugenio Montale, 1963)

Quando non esisteva ancora l’arte della stampa la materiale sopravvivenza delle opere poetiche era più che dubbia. Gran parte della letteratura greca non è riunta fino a noi: molto di più della latina, ma non senza grosse lacune. Se il Satyricon fosse stato «tirato» a diecimila copie noi lo conosceremmo per intero e sapremmo se i suoi presunti numerosi volumi formavano un’opera a modo suo organica, una sorta di Ulysses del suo tempo. Se possedessimo un esemplare a stampa della Commedia uscito dai torchi sotto il controllo dell’autore molte dotte induzioni e ricerche ci sarebbero state risparmiate (non in tutti i casi analoghi, se si pensa alle differenze che si notano tra una copia e l’altra del primo Ortis).
Prima dell’invenzione di Gutenberg la selezione delle opere letterarie era dunque affidata al caso: pochi i codici, molti gli incendi e le distruzioni. E oggi? Oggi si direbbe a prima vista che tutto quel che si stampa sia destinato a durare per molti secoli. Ed è infinitamente probabile che nelle cantine e nei sottoscala di qualche biblioteca la maggior parte dei libri che si vengono pubblicando resti a disposizione di sempre più rari studiosi. Ma il vero problema non è questo: è piuttosto nella moltiplicazione delle lingue che stanno creandosi una loro letteratura e nella proliferazione (e nella conseguente usura) dei vari linguaggi, sempre più desunti non dalla tradizione illustre, ma dai dialetti e dai vocabolari tecnici. Mentre si universalizzano le mode, i costumi, il comportamento, un moto contrario di specificazione capillare si avverte nella lingua degli scrittori. Non si scrive più nella lingua di tutti, la lingua, suppergiù, che parlavano i nostri padri, ma nel gergo del proprio clan, del proprio mestiere, in quest’ora e in questo momento. Essere originali oggi significa essere incomprensibili dieci anni dopo.
Moltiplicate questo stato di cose per forse trenta, quaranta letterature in fieri e ditemi che cosa sarà, nei secoli futuri, lo sterminato ginepraio della letteratura mondiale. Le traduzioni? Le opere originali sono poco traducibili; e saranno anche tanto numerose da scoraggiare posteri sempre più impegnati nella «produzione».
Sopravviveranno soltanto alcune opere delle lingue egemoniche, eventualmente la russa e l’inglese? Impossibile fare previsioni; da molti indizi si direbbe che l’arte della parola sia in via di esaurimento perché esistono forme di comunicazione molto più dirette; e in fondo il linguaggio espressionistico che «mima» il parlato di tutti i giorni tende piuttosto al grugnito e all’interiezione che alla parola nel suo limite semantico. È possibile che tra qualche secolo si formi un pidgin universale molto adatto alle didascalie di film e agli annunzi pubblicitari (ed anche, in parte, a una rudimentale conversazione), ma che le vere e proprie lingue letterarie esistenti oggi siano accessibili solo a rari specialisti.
E di quella che fu la letteratura italiana che cosa potrà sopravvivere? Diceva un giorno Missiroli: «Non si può essere un grande poeta bulgaro»; e cioè che una letteratura esiste solo quando ha dietro di sé un peso, una somma di valori storici culturali ed economici. Solo allora il mondo se ne accorge. (Si accorgerà di noi, dell’Italia fanfanesca di oggi, il mondo di domani? Si vorrebbe sperarlo, ma purtroppo, con Gutenberg o senza Gutenberg, le vie della distruzione sono infinite).


Corriere della sera, 5 maggio 1963

Dashiell Hammett. Un insuperabile impasto di disincanto (Gianni Canova)

Cambiano mode e umori, i generi mutano ed evolvono, scuole e filoni si susseguono, eppure continua a essere considerato un maestro. Anche da chi non si riconosce appieno nelle .sue pagine, o da chi dichiara di voler andare «oltre» la sua scrittura e di volerselo lasciare alle spalle. Più di Chandler, forse anche di Hemingway, Dashiell Hammett continua a essere un punto di riferimento obbligato per chiunque intenda misurarsi con una pratica di scrittura secca e disincantata, immersa negli incubi e nei fantasmi mentali della contemporaneità.
Strano impasto di romanticismo e cinismo, di whisky ed ebbrezze, di comunismo militante e feroce malinconia, la scrittura di Dashiell Hammett continua a essere un terreno di prova e di sfida per i traduttori. Non a caso, è uno dei pochi esponenti dell’hard boiled shool americana che sollecita sempre nuove traduzioni: come se dietro (e dentro) le sue pagine si intravvedesse ogni volta un «nocciolo» comunicativo (ludico, politico ed esistenziale) bisognoso di continui e incessanti aggiornamenti di «codice», proprio perché infrangibile e non deteriorabile nella sua compatta interiorità. Ultima arrivata in ordine cronologico, è da pochi giorni in libreria una nuova traduzione del capolavoro indiscusso di Hammett The Maltese FaJcon, curata da Attilio Veraldi. E questa volta già il titolo italiano contiene una novità: non più Il falcone maltese o Il mistero del falco, bensì - in base a una lezione che pare filologicamente più corretta - Il falco maltese.
Veraldi (romanziere in proprio, e apprezzato traduttore dall’americano) affronta così il celebre incipit del romanzo: «Pronunciata e ossuta, la mascella di Sam Spade presentava un mento appuntito che sporgeva da sotto l’arco più dolce delle labbra. Quella stessa forma appuntita riviveva poi, ridotta, nelle narici arcuate. Gli occhi erano regolari e d’un grigio giallognolo. Nell’arco delle sopracciglia folte, che partivano da due solchi gemelli dritto sopra al naso aquilino, ritornava ancora la forma appuntita mentre i capelli, castano chiaro, si spingevano a punta anch’essi, sulla fronte con un’accentuata stempiatura ai lati. Sembrava un satana biondo. Quasi attraente». Confrontiamola con la traduzione di Marcella Hannau per la vecchia edizione Longanesi: «La mascella di Sam Spade era ossuta e pronunciata, il suo mento era una V appuntita sotto la mobile V della bocca. Le narici disegnavano un’altra V, più piccola. Aveva occhi giallo-grigi, orizzontali. Il motivo della V era ripreso dalle spesse sopracciglia che si diramavano da due rughe gemelle al di sopra del naso aquilino e l’attaccatura dei capelli castano-chiari scendeva a punta sulla fronte partendo da un’ampia stempiatura. Somigliava, in modo abbastanza attraente, a un diavolo biondo».
Differenze? Poche, ma significative. Da una traduzione come quella della Hannau che mette in evidenza prima di tutto le cose, si passa al lavoro di Veraldi che pare attratto dalla forma delle cose. Cambiano poi il ritmo, il respiro sintattico, il grado e il livello di simbolizzazione e, per così dire, di alfabetizzazione (nella versione Harrau quella «V» più volte citata fa del volto di Spade quasi un frammento di abbecedario o di alfabeto, con Veraldi l’alfabeto diventa lingua descrittiva e qualificante). AI di là di ogni giudizio di valore, quel che conta è che le differenze rappresentano spostamenti progressivi del linguaggio attorno a un mito che non cambia, e che non appartiene ormai più in esclusiva alla lingua di Hammett, ma all’immaginario della società multimediale che di quella lingua si è impadronito (a cominciare dal cinema, e dall’interpretazione indimenticabile di Bogart nei panni di Spade).
Per questo, paradossalmente, The Maltese Falcon vive e sopravvive a prescindere dalla lingua che di volta in volta lo riporta in scena. Perché Spade, comunque descritto, ci somiglia. E perché la sua storia ci appartiene. Non a caso, come ha scritto Enzo Ungari, è la storia di qualcuno che per pochi dollari al giorno (più le spese...) «corre dietro a un sogno, ipnotico e immateriale e che si ritrova, da inseguitore, inseguito, e da cacciatore preda; un’altra vittima, una delle tante, che popolano l’immenso cimitero del noir americano».


“la talpa libri – il manifesto”, 22 novembre 1991

22.8.17

Il lavoro nell'esercito della Federazione Giovanile Comunista (Enrico Berlinguer, 1951)

Il giovane Berlinguer a una manifestazione della FGCI nei primi anni 50
Il 29 gennaio 1951, in occasione del trentennale della costituzione della FGCI, si svolse una solenne riunione del suo comitato centrale, aperta da un discorso di Enrico Berlinguer, al tempo segretario dell'organizzazione dei giovani comunisti. Ne riprendo un passaggio che rammenta il lavoro svolto in passato dalla FGCI nell'esercito, lavoro che richiedeva per la sua natura molte cautele, anche per l'ispirazione internazionalista dei comunisti, contrari a vedere dei “nemici” nei soldati di altri paesi. Vi si ricorda tra l'altro il martirio di Gastone Sozzi, torturato e ucciso dai birri fascisti nel carcere di Perugia. Con la prudenza richiesta dalla situazione (è il tempo del centrismo, del filoamericanismo senza crepe, dell'anticomunismo viscerale), Berlinguer lascia intendere che l'agitazione classista e internazionalista nell'esercito di leva e l'organizzazione, al suo interno, dei comunisti rimane un compito essenziale della FGCI. (S.L.L.)
La stampa della FGCI e in primo luogo il suo organo «Avanguardia» si occupava ampiamente delle questioni del lavoro nell’esercito, dell’agitazione fra i soldati; giornali speciali furono editi dalla Federazione Giovanile Comunista per il lavoro di agitazione fra i soldati: «La Recluta», «La Caserma», e altri, diffusi a migliaia di copie. Si cercò e si riuscì anche ad organizzare, in certi momenti, riunioni di reclute, si agitarono le rivendicazioni dei soldati, si cercò sempre e in tutti i modi di stabilire un contatto con i soldati, con i marinai, nelle caserme e fuori delle caserme. Nel 1927 un gruppo di giovani comunisti condussero una attiva agitazione fra un gruppo di marinai che si preparavano ad Ancona a trasportare delle armi in Albania per sostenere contro i lavoratori e i contadini albanesi il regime dominante allora in Albania che non era altro che uno strumento del governo fascista. L’agitazione ebbe successo, anche se portò all’arresto di numerosi marinai e alla condanna di due nostri compagni.
Gastone Sozzi
Voi sapete che l’attività della FGCI nelle file dell’esercito, per la fraternizzazione coi soldati ha il suo simbolo migliore nella lotta e nel sacrificio del compagno Gastone Sozzi, membro del C. C. della FGCI, che, sotto la guida del Partito condusse un attivo lavoro di direzione nelle file dell'esercito e fu per questo, appena venticinquenne, arrestato e torturato ferocemente dai fascisti. Egli non disse mai una sola parola sulla sua attività e fu assassinato in carcere dagli aguzzini fascisti. Il lavoro nell’esercito fu sempre, come del resto è ancora oggi, un lavoro difficile, nel lavoro dell’esercito fu necessario sempre tenere conto come oggi è necessario tenere conto, delle difficoltà, della necessità di essere prudenti anche; ma la necessità della vigilanza, la necessità della prudenza, la necessità di non fornire dei pretesti ad una azione di repressione dell’avversario, queste necessità non portarono mai, come non devono portare oggi, alla rinuncia del lavoro nell’esercito.


da Berlinguer-Grieco, Gesta ed eroi della Gioventù d'Italia, Edizioni Gioventù nuova 1951

Civiltà che uccide. Come i bianchi hanno civilizzato i negri (Ho Chi Minh)

Da una piccola e bella antologia di scritti che fu pubblicata nel febbraio 1968 da Feltrinelli riprendo questo testo di denuncia che il comunista Ho Chi Minh (1890-1969) scrisse per una rivista anticolonialista francese che circolava soprattutto fra gli immigrati afroasiatici in Francia. (S.L.L.)

ALCUNI FATTI CHE I TESTI DI STORIA NON MENZIONANO.
Se il linciaggio che le orde americane infliggono ai negri è un’usanza disumana, non so come chiamare invece gli assassinii in massa che gli europei hanno commesso ai danni dei popoli negri e in nome della civiltà.
Dal giorno in cui gli europei hanno messo piede sulle sue spiagge, il continente nero è stato costantemente intriso di sangue. Qui le stragi hanno la benedizione della Chiesa, sono legalmente sanzionate da re e parlamenti ed eseguite coscienziosamente da schiavisti di tutti i calibri, dai mercanti di schiavi di ieri agli amministratori coloniali d’oggi.

Religione
Fu per diffondere le benedizioni della Cristianità che, verso il 1442, i cavalieri del cattolicissimo re di Spagna approdarono alle spiagge dell’Africa. Il loro apostolato iniziò con i massacri e, “alla fine,” come dice il loro libro di viaggio, “il nostro Signore, che ricompensa gli atti di bontà e le imprese compiute per la sua maggiore gloria, ha ottenuto per i Suoi fedeli servitori la vittoria sui Suoi nemici. Ha voluto che la nostra opera fosse coronata dal successo, ci ha ricompensato delle spese che abbiamo sostenute e, grazie a Lui, abbiamo catturato 165 uomini, donne e bambini, senza contare il gran numero di morti e di feriti”.
Questi pii conquistatori istituirono una tradizione. La lista delle proprietà confiscate ai Gesuiti in Brasile, nel 1768, include, tra le varie croci della salvezza e altri oggetti religiosi, ferri per marcare gli schiavi.
Per un lungo periodo, le associazioni inglesi “Per la Divulgazione della Cristianità” trassero i mezzi per la missione dal mercato degli schiavi.
Il 12 febbraio 1835, la Chiesa Indipendente della Parrocchia della Chiesa di Cristo (Sud Carolina) annunciò sul giornale locale la vendita di “un gruppo di dieci schiavi abituati a coltivare cotone.” Quanti fatti di questo genere possono essere menzionati!
Le Chiese dell’America del Nord osteggiarono più risolutamente di chiunque l’abolizione della schiavitù.

I re
Da Carlo V a Leopoldo II, re del Belgio, dalla virtuosa regina Elisabetta d’Inghilterra a Napoleone, tutte le teste incoronate d’Europa presero parte al traffico degli schiavi.
Tutti i re colonizzatori firmarono trattati e concessero monopoli per lo sfruttamento della carne nera.
“Il 27 agosto 1701, Sua Cattolicissima Maestà di Spagna e Sua Cristianissima Maestà di Erancia hanno concesso alla Compagnia Reale della Guinea il monopolio del traffico dei negri nelle colonie d’America per dieci anni, allo scopo di ottenere, con questo mezzo, lodevoli e reciproci benefici per le Loro Maestà ed i loro sudditi...”
“Sua Maestà Britannica ha assunto il compito di introdurre nell’America Spagnola 144.000 indiani di ambo i sessi e di ogni età, dietro compenso di 33 piastre più 1/3 per persona...”

I mercanti di schiavi
Nel 1824, una nave che faceva il traffico degli schiavi ed aveva appena imbarcato dei negri sulle coste dell’Africa, diretta verso le Indie Occidentali, venne inseguita da un incrociatore. Durante l’inseguimento, l’incrociatore superò parecchi fusti galleggianti. I suoi uomini pensarono che la nave avesse gettato dei barili d’acqua per aumentare la sua velocità.
Ma quando furono a bordo della nave, udirono dei lamenti che provenivano da uno dei fusti rimasti sul ponte. Dentro si trovavano due negre quasi in stato di asfissia. I mercanti di schiavi avevano scelto questo mezzo per alleggerire la loro nave.
Una nave inglese salvò una nave di schiavi che stava affondando. Furono presi a bordo sia i negri che l’equipaggio. Ma quando gli inglesi si accorsero che le provvigioni scarseggiavano, decisero di sacrificare i negri. Li allinearono sul ponte e cosi, a sangue freddo, spararono loro con due cannoni.

Le condizioni degli schiavi
I negri che venivano arrestati erano incatenati a due a due, al collo, alle braccia e alle gambe. Una lunga catena univa i negri in gruppi di venti o trenta. Legati in questo modo, erano costretti a camminare fino al porto dove avveniva l’imbarco, e dove venivano ammassati nella stiva, senza luce o aria.
“Per la salute,” erano costretti a ballare sotto una pioggia di sferzate una o due volte al giorno. Spesso succedeva che, nella speranza di farsi un po’ di posto, gli uomini si strangolavano l’un l’altro e le donne piantavano le unghie nella testa dei loro vicini. Gli ammalati, considerati come merce danneggiata ed invendibile, erano gettati in mare. Di regola, alla fine del viaggio, un quarto del carico umano era perito in seguito alle malattie infettive o ad asfissia. Gli schiavi superstiti venivano marcati e numerati con ferri roventi alla stregua di animali e calcolati in tonnellate e in balle. Cosi la Compagnia Portoghese della Guinea firmò nel 1700 un contratto con il quale si impegnava a fornire 11.000 “tonnellate” di negri.
Più di quindici milioni di negri vennero trasportati in America in queste condizioni. Circa tre milioni morirono o furono annegati durante il viaggio. Coloro che furono uccisi mentre opponevano resistenza o nel corso di rivolte non sono stati registrati. Il traffico infame terminò nel 1850, dando inizio a una nuova forma di schiavitù su più vasta scala: la colonizzazione.

La colonizzazione
Sarebbe difficile credere agli esempi di atrocità che stiamo per portare, se essi non fossero provati da documenti irrefutabili e se non fossero stati narrati dagli stessi europei.
Un commerciante francese nel Madagascar, accorgendosi di essere stato derubato, torturò con la corrente elettrica molti dei suoi impiegati sospettati del furto. Si scoperse poco dopo che il denaro lo aveva preso suo figlio.
Un amministratore coloniale costrinse una negra a rimanere un giorno intero sotto il sole cocente con una pietra pesante e ardente posata sul capo. Poi la fece legare e le versò della gomma liquefatta nella vagina.
Un colono, non riuscendo a convincere i suoi due servi a lavorare per niente, montò su tutte le furie, li legò a due pali, li cosparse di cherosene e li bruciò vivi.
Altri coloni inserirono cartucce di dinamite nella bocca o nell’ano di negri e li fecero saltare in aria.
Un funzionario si vantava di avere ucciso di propria mano 150 indigeni, di aver reciso 60 mani, crocifisso molte donne e bambini ed appeso un gran numero di cadaveri mutilati sui muri delle strade nei villaggi sottoposti alla sua amministrazione. Una compagnia concessionaria causò la morte, in una sola delle sue piantagioni, di 1.500 lavoranti indigeni.
Casi isolati, eccezionali? No. Casi tipici. Ma citiamo ora alcuni crimini collettivi che non possono essere attribuiti ai barbari istinti di pochi individui, ma per i quali l’intero sistema è responsabile di fronte alla storia.
“Nella nostra Algeria,” narra uno scrittore francese, “ai confini del deserto, ho visto questo: un giorno, delle truppe catturarono alcuni arabi che nort avevano commesso altro crimine se non quello di fuggire dalla brutalità dei loro conquistatori. Il colonnello diede ordine di metterli immediatamente a morte senza interrogatori o processi. Ed ecco ciò che accadde... In tutto erano trenta. Furono scavate trenta buche nella sabbia ed essi vennero sepolti li dentro fino all’altezza del collo, nudi e con la testa rasa esposta al sole che si trovava allo zenith. Perché non morissero troppo in fretta, di quando in quando versavano su di loro dell’acqua, come su dei cavoli... Mezz’ora piu tardi, le loro palpebre erano gonfie, i loro occhi schizzavano dalle orbite. La lingua enfiata riempiva la loro bocca orribilmente spalancata... la pelle, sulla testa, si spaccava ed arrostiva...”
Una tribù di Bangi non riusci a fornire la quantità di caucciù richiesta dalla concessione. Per costringere gli uomini della tribù a colmare il disavanzo, vennero arrestati come ostaggi 58 donne e 10 bambini. Questi vennero privati dell’aria, della luce, del cibo e perfino dell’acqua. Di tanto in tanto venivano torturati. Le loro grida, secondo i proprietari della piantagione, aiutavano a far proseguire il lavoro più rapidamente. Dopo tre settimane di atroci sofferenze, un gran numero di ostaggi erano morti.
Quell’anno c’era siccità. Il raccolto era andato completamente perduto. Tutta quella zona africana era in uno stato di desolazione. Gli abitanti si cibavano di erbe e di radici. I vecchi morivano di fame. Tuttavia, il governo civilizzatore reclamava le sue tasse. I poveretti lasciarono le terre, i giardini e le loro capanne dal tetto di paglia e tutti fino all’ultimo cercarono rifugio sulle montagne. L’amministratore mandò truppe e Cani da caccia al loro inseguimento. I fuggitivi furono presi in trappola in una caverna ed uccisi affumicati.
Nel 1895, gli inglesi massacrarono 3.000 ribelli Matabélé dopo che si erano arresi.
Dal 1901 al 1906, nell’Africa Occidentale, i tedeschi hanno ucciso non meno di 25.000 Herero.
Nel 1911, gli italiani trasformarono per tre giorni in un macello i sobborghi di Machiya. Furono massacrati quattromila indigeni.
Queste stragi in massa non facevano che interpretare dei principi politici ben definiti. Si trattava di una politica di sterminio. Al Capo, il governo rilasciò una volta la seguente dichiarazione: “Se gli indigeni si permettono di scivolare nella disobbedienza o nella ribellione, saranno inflessibilmente spazzati via dal paese; altra gente prenderà il loro posto.”
Oggi, dieci anni dopo la guerra “per il diritto dei popoli a governarsi da soli,” spagnoli e francesi continuano la loro avanzata sanguinosa nel Marocco sotto gli occhi indulgenti dei pontefici della Società delle Nazioni.
La storia dell’avanzata europea in Africa — e l’intera storia della colonizzazione — è scritta dall’inizio alla fine nel sangue degli indigeni.
Oltre ai massacri puri e semplici vi sono poi le opere di prestazione, l’asservimento, il lavoro forzato, l’alcol e la sifilide a completare l’opera distruttrice della civilizzazione. L’inevitabile conseguenza di questo mostruoso sistema è l’estinzione delle razze negre.
È dolorosamente interessante confrontare questi fatti con alcune cifre. Si noterà che il rapido arricchimento di alcuni colonizzatori corrisponde esattamente al non meno rapido spopolamento delle regioni sfruttate. Dal 1783 al 1793 la Compagnia di Liverpool ricavò dal traffico degli schiavi un guadagno di 1.117.700 sterline. Durante lo stesso periodo, la popolazione delle zone percorse da quella compagnia perse 304.000 abitanti. In nove anni, il re Leopoldo II ricavò dallo sfruttamento del Congo 3.179.120 sterline. Nel 1908, la popolazione del Congo Belga era di 20 milioni di abitanti. Questi erano 8.500.000 nel 1911. Nel Congo Francese, tribù di 40.000 uomini scesero a 20.000 in due anni; altre tribù scomparvero completamente.
Nel 1894, gli ottentotti ammontavano a 20.000. Sette anni di colonizzazione li ridussero a 9.700.


da “La Correspondance Internationale” n.69, 1924  

Le dame pisane. Una poesia di Guillaume Apollinaire

Marina Prinzisvalli, Sguardi di donne (Pisa 2009)
Le dame pisane sono scese a sognare
Nei loro prati dove palpitano le lucciole
E, dietro i muri, dei flauti delle viole
dicono amor perduto, che si vuol ritrovare

Dopo, quando gli ignoti hanno evocato le loro pene
O se ne vanno all'ora in cui la ronda passa
Con i suoi venti lumi e il grido affaticato,
Han paura dell'ombra e dell'ora che viene

Dell'ombra ove le lucciole sono fin quando albeggia
Lacrime di un rimpianto ardente come fiamma
Mentre voi  nella notte della vostra anima
Viole d'amore ascoltate che vibrano l'ultimo suono

Dell'ora che già arriva o belle delicate
E non sarà alla fine l'ora di avere sonno
Quando passa la ronda con il suo grido simile
Ai pianti dell'amore che vi ha reso ingrate

Sugli scaloni allora sentendo già morire
La fontana che langue le Pisane inclinate
Come la loro Torre, dalla morte spaurite,
pur nondimeno attendono l'amore che già arriva


da Revue Franco-Wallonne, luglio 1914 – ora in Poesie, Dall'Oglio 1959 - Traduzione S.L.L.

Lessico gramsciano. Cadornismo (Valentino Gerratana)

In attesa del centenario di Caporetto non guasta questa paginetta gramsciana di Valentino Gerratana, tratta da un denso libretto diffuso da “l'Unità” nel 1987, in occasione del cinquantenario della morte del fondatore del Pci. Mi pare che, mutatis mutandis, neanche oggi nella politica italiana manchino dirigenti cadornisti e che, anzi, questa tendenza è rafforzata dal leaderismo e dalla disciplina militaresca che talora esso produce. (S.L.L.)

Del generale Luigi Cadorna, capo di Stato maggiore nella prima guerra mondiale fino al disastro di Caporetto, Gramsci si era occupato con particolare attenzione in occasione delle accese polemiche sollevate intorno alla sua responsabilità per quella catastrofica sconfitta militare. Ma Cadorna e Caporetto diventano ben presto nella riflessione gramsciana soprattutto metafore di un pensiero politico. Molto spesso del resto nel linguaggio dei Quaderni la strategia militare si trasforma da forma apparente di modello in metafora eloquente della riflessione politica (vedi il caso più noto del confronto tra «guerra di movimento» e «guerra di posizione»). Cadorna è visto da Gramsci come un burocrate della strategia: colui che sacrifica la realtà allo schema e che dopo aver costruito il suo piano strategico con ipotesi «logiche» non esita a dar torto alla realtà e si rifiuta di prenderla in considerazione. In questo tipo di strategia agli individui non spetta altra sorte che quella di essere sacrificati, e lino ha senso quindi parlare di sacrifici inutili.
Gramsci comincia col mettere in dubbio che questa logica sia valida già sul terreno della strategia militare. Ma ciò che più gli preme è il discorso polemico contro quelli che definisce gli «strateghi del cadornismo politico» (Marx li chiamava «gli alchimisti della rivoluzione»). È difficile, sottolinea Gramsci, estirpare dai «dirigenti» «cadornismo»: «cioè la persuasione che una cosa sarà fatta perché il dirigente ritiene giusto e razionale che sia fatta, se non viene fatta, “la colpa” viene riversata su chi “avrebbe dovuto” ecc. Così è difficile estirpare l’abitudine criminale di trascurare di evitare i sacrifici inutili. Eppure il senso comune mostra che la maggior parte dei disastri collettivi (politici) avvengono perché non si è cercato di evitare il sacrificio inutile, o si è mostrato di non tener conto del sacrificio altrui e si è giocato con la pelle altrui».
Estirpare le cattive abitudini della politica era diventato il chiodo fisso di Gramsci. Si era convinto che queste cattive abitudini erano radicate in una concezione della politica basata sulla divaricazione dei compiti dei governanti e dei governati, dei dirigenti da una parte e dei diretti dall’altra: ai primi spetta solo decidere, ai secondi solo eseguire. Il vizio cadornistico di giocare con la pelle altrui trova qui il suo più succoso alimento. Per questo gli errori più gravi sono anche i più difficili da raddrizzare.
Con un’altra immagine, cambiando metafora, Gramsci tornava a insistere; «è vero che si è formata una mentalità sportiva che ha fatto della libertà un pallone con cui giocare a football. Ogni “villan che parteggiando viene” immagina se stesso dittatore e il mestiere del dittatore sembra facile: dare degli ordini imperiosi, firmare carte ecc. poiché si immagina che “per grazia di Dio” tutti ubbidiranno e gli ordini verbali e scritti diverranno azione: il verbo si farà carne. Se non si farà, vuol dire che occorrerà attendere ancora, finché la grazia” (ossia le cosiddette “condizioni obiettive”) lo renderanno possibile».
Da questo testo dei (Quaderni del carcere appare confermata l'impressione che la polemica gramsciana contro il «cadornismo politico» fosse anche una polemica interna di partito. Gramsci aveva infatti, com'è noto, disapprovato la politica della «svolta» con cui gli strateghi del Komintern avevano deciso tra il 1929 e il 1930 il rientro m Italia di centinaia di militanti comunisti, ai quali era affidato sulla carta il compito di guidare una allora improbabile insurrezione popolare, ma che erano destinati nella realtà a marcire nelle prigioni fasciste. Anche a questo doveva pensare scrivendo con durezza della «abitudine criminale di trascurare di evitare i sacrifici inutili».

Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, a cura di C. Ricchini, E. Manca, L. Melograni, Editrice l'Unità, 1987

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