25.8.10

Il trasformismo italiano e gli intellettuali contaminati. A proposito del caso Mondadori (di Giuseppe Carlo Marino)

Ripropongo in questo spazio la nota di Giuseppe Carlo Marino, storico di valore, che ho già condiviso su fb, nella speranza che abbia qualche lettore in più. A mio avviso ne meriterebbe molti (S.L.L.)
Il tema del trasformismo, soprattutto degli intellettuali ( e del loro conforme servilismo vanaglorioso), viene quasi sempre eluso. Piace poco e non se ne parla volentieri, perché si tratta di un vizio nazionale da cui pochissimi risultano immuni. E ci sono persino coloro che di tal vizio pretendono di fare una "virtù", vantandolo come una saggia "elasticità" di comportamento nei meandri di un sistema che da sempre inclina alla corruzione (Oh.. l'imperitura lezione del nobile Guicciardini!).

Per non farla lunga, veniamo al caso Mondadori, così come se ne rivelano oggi gli effetti nel mondo della cultura del bel Paese. Gli autori della nota e prestigiosa Casa editrice si sono divisi in due partiti: i "moralisti contaminati", indignati appunto per la contaminazione subìta dalle loro anime belle nel rapporto profittevolmente istaurato, e per anni profittevolmente mantenuto, con un editore niente affatto incline ai doveri civili ; e i "realisti innocenti" che, con qualche punta di inconsapevole cinismo, rivendicano il loro diritto all'innocenza (come quella - dice Pennacchi- del contadino che porta la sua merce al mercato) ovvero la sovrana autonomia delle loro anime belle di fronte ad un prodigo editore che lietamente usa evadere le tasse. Sui due partiti, si erge oggi, rigorosamente super partes, con ambigua saggezza da santone, il bla-bla del solito Scalfari (che certamente di moralismo se ne intende). Ma né gli uni né gli altri (né il santone super partes) comprendono o vogliono comprendere di non avere a che fare con una semplice questione di etica pubblica e, in ispecie, di mera "moralità fiscale".

La questione è un'altra. Non sapevano quei signori, quel distinto teologo Mancuso, quel letterato antimafia che si chiama Saviano, quel prete dedito a battaglie civili che è don Gallo, di stare al carro di una Casa editrice di cui è proprietario il cavalier Silvio Berlusconi? E non sapevano che tra le mggiori (e dal suo punto di vista più "virtuose") aspirazioni del suddetto cavaliere c'è proprio quella di non pagare le tasse? E ...allora, santo cielo, perché si indignano e blaterano adesso, scandalizzati? Quale altro scandalo esiste, nel caso, se non l'improprio candore della loro lunga tolleranza? Vogliono adesso salvarsi l'anima, finalmente, con uno slancio di schifiltoso perbenismo?

Invero, soprattutto i "moralisti contaminati" ( e Scalfari con loro) non hanno capito che la questione fin da principio non era una "questione morale", né tanto meno una "questione fiscale", ma una questione politica: non avrebbero dovuto alimentare con la produzione dei loro lucidi cervelli le risorse e le fortune di un gruppo editoriale che risulta concretamente funzionale alla formazione e alla stabilizzazione in Italia dell'egemonia culturale del potere di Berlusconi. Seppure da critici, e talvolta da autentici "oppositori", loro, in realtà, hanno fornito una costante legittimazione "culturale", una specie di grande alibi di civiltà democratica, a Berlusconi e al berlusconismo. Se in Italia esistesse soltanto la Mondadori, forse avrebbero potuto appellarsi ad uno stato di necessità. Ma non è così, come tutti sanno. E loro stessi lasciano intendere di aver goduto di particolari agi restando attaccati al carro del Cavaliere. Mi chiedo e chiedo: come affidarsi agli efficienti e ben remuneranti servizi di un Dracula e poi distanziarsene con ribrezzo quando poi, quasi per caso, lo si scopre in un angolo a bere sangue umano?

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