14.7.18

Attila József. Così sognava il figlio della lavandaia (Paolo Di Paolo)


Se passate da Budapest, andate a cercarlo. Accanto al fastoso palazzo del Parlamento, in una piccola piazza, c’è un uomo giovane: magro, immobile, seduto su una gradinata. Ha in mano un cappello e tiene gli occhi bassi. Sembra molto stanco, ma non sconfitto. Quando il governo ungherese – guidato dal conservatore populista Viktor Orbán – ha annunciato la rimozione della statua del poeta Attila József, per ripristinare l’assetto fascista della piazza, migliaia di persone si sono date appuntamento per difenderla, in un atto di resistenza poetica e politica insieme. Perché la scommessa della giovinezza di József, morto trentenne nel 1937, è stata proprio questa: pensare la politica come rivolta e come poesia. Alimentare un grande fuoco davanti al quale gli uomini possano «scongelarsi».
È il fuoco dei vetrai, impastato di sangue e di sudore, di quelli che portano la luce nelle città come poeti.
Animato dallo spirito del ribelle e dalla lucidità del visionario, Attila resisteva al proprio tempo ingrato, provava a non cedere, come un melo selvatico - l’immagine è sua - che resiste all’uragano. E così è diventato uno dei simboli delle proteste contro il governo Orbán, contro la progressiva riduzione della libertà di espressione e dissenso, contro modifiche a una costituzione che si fa pericolosamente meno democratica.
«Su una spalla del povero c’è il mondo»: il giovane József scrive l’epica dei senza-niente, chiede a Dio di sgombrare il mondo dal male, con una disperazione pari allo slancio di un «minuscolo cuore», che balbetta, che spera, mentre «sempre più diventa buio». Se c’è una cosa che ha imparato subito è che si impara da tutti i lavori. Da bambino faceva il guardiano ai maiali, e anche nel sudicio ha imparato qualcosa - la quiete e la voracità. Ha venduto acqua nei cinema, il film era lo stesso per giorni: così ha imparato la bellezza dei dettagli. Ha fabbricato girandole di carta, e ha imparato che cosa sono i colori. Ha recapitato pacchi, e così deve essergli venuto in mente un verso che avrebbe scritto anni dopo: «Il dolore è un postino grigio». Ha fatto lo strillone di giornali, e così ha imparato che le notizie da gridare di solito sono cattive. È stato mozzo su una nave, è stato contabile e istitutore.
È stato quasi tutto, Attila József. Ma più di tutto avrebbe voluto essere un filosofo e un poeta. Un professore gli disse: le due aspirazioni non vanno d’accordo, meglio tentare la fortuna altrove. Ma la fortuna non si è mai presentata alla porta di Attila. Postini grigi invece sì: recapitavano per lui giorni disperati senza soldi e senza lenzuola, a Vienna. Eppure non ha mai smesso - né a Vienna, né a Parigi, a Cagnes-sur-mer, o nella sua Budapest - di scrivere versi. Ha creduto nella poesia e nella rivoluzione, questo ungherese nato all’inizio di un secolo feroce, così come ha creduto nei propri vent’anni: «I vent’anni la mia forza / i vent’anni li vendo». Non aveva eredità da spendere che non fosse la sua stessa energia. Il padre era operaio in una fabbrica di saponi; la madre una lavandaia: «Era mia madre, piccola, moriva presto: le lavandaie muoiono presto». Attila aveva da giocarsi la forza fisica e una voce per benedire e maledire il mondo, per pronunciare la rabbia e l’offesa, per dichiarare l’amore a una ragazza di nome Flora, per inneggiare alla rivoluzione. Iscritto al partito comunista, ne fu espulso come deviazionista.
Era un «vate proletario», un francescano, o cos’altro? Inseguiva un sogno di felicità privata e collettiva: quello che, da queste parti, siamo quasi riusciti a smettere di sognare. «Oh Europa, quante piaghe porti in te», scriveva - e protestava contro l’invecchiare di tutto: perfino la rivoluzione «tossicchiando si accoccola su pietre aguzze». «Uomo ungherese - la sua bandiera è un cencio, / un piatto vuoto il suo cibo; / siamo nazione che coglie erbacce: per noi / viene una morte rappezzata, scalza! ». Qualcuno ha visto in József un Villon novecentesco, e in effetti nei suoi versi c’è un dito puntato contro le ipocrisie della società, del potere, l’invito a colpirle, ad abbatterle con «l’ascia larga» per udire «lo strillo del deserto feudale». Ma c’è soprattutto lo slancio di un idealista, il batticuore di chi invita l’amico a farsi come un filo d’erba («più dell’asse terrestre sarai grande»), di chi scrive la sua «preghiera per gli stanchi», o per i cani sporchi, fradici, arruffati rimasti senza nessuno. È l’estremismo generoso e quasi impraticabile di chi riesce a custodire lo stupore anche di fronte al peggio, e prepara una staffetta per gli idealisti del futuro.
«Non vi offendete, vecchie pietre, se vi calpesto. Sono meno immobile di voi e sono più forte» scriveva Attila József. Anche lui, a vent’anni, sognava un amore giusto: «Oh, se avessi un’innamorata l’amerei come il fiume il suo letto». A trenta, con Flora, gli sembrò di avere trovato la felicità, di avere arginato l’incubo ricorrente della depressione. Lei invece gli spezzò il cuore? Fatto è che un giorno d’inizio dicembre, anno 1937, a Szárszó, Attila si distese sui binari al passaggio di un treno. La scena, come un presagio, sta in una delle sue prime poesie: «Ha vesti stracciate, è giovane. Il cielo si è fatto grigio».
Resta, di Attila József, la forza con cui ha difeso i sogni delle lavandaie come sua madre e delle tessitrici, i cenci unti e i pezzi di muro, ai bordi della città, incerti se cadere. La rugiada e il vento notturno, le case dei contadini, il Danubio, la pioggia e le «parole piane, primitive» con cui racconta il dolore che zampilla sui gradini, una rivoluzione possibile, l’umanità intorno a sé stanca ma non sconfitta. Il volto di ciascuno - dice un suo verso - «è una piccola periferia».

La Stampa 17 luglio 2013

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