28.6.12

Locomotiva. La fonte di Guccini.


Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l'Ufficio Telegrafico della stazione riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie. (...)
Alle 5,10 la locomotiva entrava dal bivio e passava davanti allo scalo, fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla macchina c'era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare, metteva carbone.... Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte! Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli rimaneva imperterrito nella locomotiva. (...)
L'urto, disastroso per la macchina e i carri, fu tremendo per l'uomo. (...) Avrebbe potuto pentirsi durante il tragitto e dare il freno ma egli non volle. Probabilmente un'improvvisa alterazione di cervello che lo rese crudele contro se stesso, perché, per quanti pensieri di famiglia egli avesse, non giustificavano certo un tentativo di suicidio che poteva costare la vita a molte altre persone.

«Il Resto del Carlino», 21 luglio 1893

Postilla
L'articolo è stato indicato come la fonte della canzone di Francesco Guccini La locomotiva, da Alberto Piccinini, che ha recuperato il brano per la sua rubrica di ritagli sul "manifesto" Vuoti di memoria il 28 giugno 2011. (S.L.L.)

Raniero Panzieri ("Quaderni Piacentini" n.19-20, ottobre-dicembre 1964)

Partito socialista e partito comunista hanno ritenuto opportuno com­memorare Raniero Panzieri, morto a Torino il 9 ottobre scorso. Potevano tacere, questi «partiti operai», potevano ignorarne la morte come avevano deciso di ignorarne pubblicamente l'attività degli ultimi anni (che invece, in pratica, avevano pervicacemente combattuto senza esclusione di colpi). 
Ma era chiedere troppo. 
Così l'«Unità» (10 ottobre) gli ha dedicato un gesuiti­co trafiletto in cui Panzieri viene trattato col tono che la Chiesa cattolica usa verso certi «spretati» («singolare e tormentata figura del movimento operaio»); e «Mondo Operaio» (n. 10, ottobre), la squallida rivista del Psi che solo sotto la direzione di Panzieri aveva vissuto una stagione feconda, ha suscitato ancor più fastidio esaltandolo e comodamente sorvolando sul radicale dissenso che lo aveva indotto a lasciare per sempre il partito. (Già nel 1958 Panzieri scriveva, proprio sulle colonne di «Mondo Operaio»: «Si vorrebbe far passare come richiamo alla lezione dei fatti, del "nuovo", quello che è, scopertamente, l'invito fatto ai socialisti perché favoriscano l'“operazione regime"! La banale e falsificatrice problematica sull'“auto­nomismo" e sul "frontismo", le divisioni artificiali, tutto insomma l'ar­mamentario vecchio e nuovo messo in campo dal giornalismo borghese è al servizio di questa grande "operazione" che dovrebbe definitivamente concludere quella restaurazione capitalistica, che in questi anni si è aperta il passo attraverso la ripresa egemonica nelle strutture economiche e nei livel­li profondi della società nazionale. Troppo si è già consentito, si è ceduto, nella ricerca delle soluzioni "facili", addirittura nella strumentalizzazione — socialdemocratica e borghese — dei problemi reali del movimento ope­raio. È così rispuntato nel partito il volto della vecchia socialdemocrazia, suscitando attesa e speranza nell'avversario, rinfocolando i suoi inviti, se­minando incertezza e sfiducia nei militanti circa la capacità e il ruolo del partito.») I socialisti di «Mondo Operaio» parlano oggi di Panzieri come di un loro compagno e del Psi come del suo partito!!
Non vogliamo qui ricordare le eccezionali qualità intellettuali e umane di Panzieri. Sono ben note a chi lo ha conosciuto e agli altri ciò suonerebbe retorico (e Panzieri era uomo privo di ogni retorica). Vogliamo solo smen­tire l'opinione generale secondo cui Panzieri sarebbe morto «improvvisa­mente». Non è vero. La sua morte è stata la conseguenza, ha segnato il suc­cesso di quell'operazione di vero e proprio linciaggio morale cui da anni, da quando aveva dato vita ai “Quaderni rossi”, rivista fin dal primo numero di livello europeo, lo sottoponevano i «partiti operai», coi loro burocrati, sin­dacalisti, ecc. In più, nell'inverno scorso veniva licenziato dal suo impiego editoriale. Ma il grave logorìo fisico e le pesanti difficoltà finanziarie non l'hanno indotto a risparmiarsi, a occuparsi di se stesso. Da ciò è stato stroncato, quest'uomo intimamente pessimista e forse disperato che sapeva costringere alla speranza chiunque lo accostasse.

Dante e Pier delle Vigne. Vincenzo Consolo legge il canto XIII dell'Inferno

Ancora un brano dalla giornalistica lectura Dantis organizzata nel 2004 dal “Corriere della Sera” (La nostra Commedia), una gran parte dell’articolo di Vincenzo Consolo sul canto XIII dell’Inferno. Lettura intensa, appassionata, colta; scrittura pastosa e ricca. Un omaggio, oltre che a Dante, a un maestro e compagno scomparso da poco, al magnifico scrittore del Sorriso dell’Ignoto Marinaio. Un invito a rileggere, oltre che Dante, cui si dovrebbe periodicamente tornare, per scoprire sensi, bellezze, suggestioni che prima c’erano sfuggiti, anche Consolo. Per esempio il suo magnifico Retablo, che nacque come omaggio al “manifesto”, il quotidiano comunista che resistendo c’incoraggia alla resistenza (S.L.L.)
Vincenzo Consolo
È Nesso che conduce i due poeti dal primo al secondo girone del settimo cerchio infernale, è il centauro anzi, nel guadare il Flegetonte, che porta in groppa Dante, « ché non è spirto che per l’aere vada » . È Nesso la guida perché dei tre, con Chirone e Folo, staccatisi dalla schiera dei centauri, è il più intriso di sangue ( ha ucciso ed è stato ucciso) e il più adeguato quindi a far attraversare ai due viaggiatori il fiume di sangue bollente e a introdurli ( e introdurre noi) a uno stadio ancor più basso, più disumano, cupo e doloroso: al girone dei violenti contro se stessi, dei suicidi e degli scialacquatori, dei folli dissipatori d’ogni bene. Lascia Dante e Virgilio, il centauro, torna indietro e ha quasi raggiunto la sponda opposta — immaginiamo di sentire il rumore cadenzato dei suoi zoccoli dentro l’acquitrino — quando i due viaggiatori s’inoltrano in un bosco.
Una boscaglia fitta, intricata, buia, incubatica, priva di sentieri, passi, d'alberi nodosi e contorti, con fronde e foglie scure, con spine velenose. E, sopra gli alberi, hanno nido e regno le orrifiche Arpie, gli uccelli rapaci con volto di donna; a terra, hanno dimora fameliche cagne. Le Arpie riempiono il bosco di stridi sinistri. E, sotto il coro stridente, è nel bosco un murmure lamentoso d’invisibili dolenti. Invisibili perché non sono dannati che la « bufera infernal » con sé trascina, né nel fango giacenti, tormentati da grandine, falde di fuoco o saette, né costretti in avelli infuocati o immersi nel sangue bollente: sono spiriti che non hanno lampante forma umana, ma sono chiusi, incarcerati dentro i tronchi e le fronde degli alberi.
Qui, osserva De Sanctis, « La natura ( è) spogliata della sua vita, del suo cielo, della sua luce, delle sue speranze, è un sublime che ti gitta nell’animo il terrore; la natura spogliata della sua bellezza è un bello negativo, pieno di strazio e di malinconia. È la natura snaturata, depravata, a immagine del peccato... » . « Cred’io ch’ei credette ch’io credessi » , ci dice Dante con quel famoso bell’artificio stilistico, che quei lamentosi si nascondessero dietro gli alberi. E Virgilio allora gli suggerisce di spezzare uno stecco da uno di quegli alberi per fugare così il suo dubbio, il suo smarrimento. E questo fa Dante, tende la mano e strappa un ramoscello. Ed è — orrore — l’albero che grida «Perché mi schiante?», grida, versa sangue nero da quella lacerazione e riprende a lamentare, a dire, continuando su quei suoni aspri di «schiante», a deplorare, a rinfacciare a Dante la crudeltà.
Il poeta, atterrito, mortificato, lascia cadere a terra la fronda. Virgilio allora giustifica Dante, spiega allo spirito offeso che è stato egli stesso a suggerire quel gesto per far constatare al discepolo che la vicenda di Polidoro nella sua Eneide non è frutto di fantasia, ma realtà vera. E qui Dante tocca l’essenza della letteratura, della realtà e della verità «altra» dell’invenzione letteraria, l’essenza dell’allegoria, della metafora; l’essenza infine e il senso della Divina Commedia che va scrivendo. E ancora, l’esplicita citazione dell’Eneide virgiliana, come le infinite altre citazioni nel poema di classici latini o greci, i rimandi alla mitologia, alla teologia, alla filosofia, significano l’essenza memoriale, e teorica e ideologica della letteratura, significano la sua essenza palinsestica, vale a dire di scrittura su altre scritture, più o meno cancellate, più o meno leggibili.
È Virgilio ancora a risolvere quella situazione di penosa sospensione, di paralisi, invitando lo spirito prigione, ascoso, a rivelarsi, a dire chi fu, perché poi Dante, tornando nel mondo, possa, per riparare al mal fatto, ravvivare tra i viventi la sua storia, la sua fama.
« Io son colui che tenni ambo le chiavi / del cor di Federigo » risponde il dannato.
Ci troviamo così di fronte a una delle più alte, drammatiche e poetiche figure [...] ci troviamo di fronte a Pier della Vigna o delle Vigne, che è la lezione che preferiamo.
Chi era? «Un personaggio divenuto mitico assai prima che l’Inferno dantesco lo divulgasse poeticamente» dice Gianfranco Contini. Capuano, di umili origini, studente a Bologna, diviene consigliere del grande Federico II, lo Stupor Mundi, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, che Dante, pur ammirandolo, ha collocato tra gli eretici del VI cerchio.
Ascende dunque, Pier delle Vigne, alle più alte cariche presso la corte dell’imperatore: notaio, giudice della Magna Curia, logoteta del regno di Sicilia; poeta e maestro di retorica, è anche, con il suo stile ornato, barocco, l’estensore delle lettere imperiali, il ghost writer si direbbe oggi. Caduto in disgrazia per una congiura di palazzo (è accusato di tradimento e di peculato), è rinchiuso nel carcere di San Miniato o di Pisa, dove si uccide.
Un personaggio salito così in alto, così prossimo al grande potere, colui che teneva «ambo le chiavi /del cor di Federigo» , per colpa della meretrice dagli occhi puttaneschi, a causa vale a dire dell’invidia degli altri cortigiani, precipita nell’abisso, sprofonda nel buio della disperazione, nel gorgo dell’angoscia. E lì, nella cella, in attesa d’esser lapidato, non ha che il suo corpo per urlare la sua innocenza, rispondere a tanta offesa. E offende sé, uccidendosi («ingiusto fece me contra me giusto» dice), e inoculare in chi resta, com’è nei suicidi, il senso di colpa, il rimorso. E giura il dannato, perché Dante lo eterni nella memoria degli uomini, giura che egli mai tradì la fiducia del suo signore, mai venne meno ai doveri del suo ruolo. E ancora, a una domanda di Virgilio, Pier delle Vigne spiega che nei dannati in quel girone, nei suicidi, dopo il Giudizio Universale, giammai potrà ricongiungersi il corpo con lo spirito. Dice: « Saranno i nostri corpi appesi, /ciascuno al prun dell’ombra sua molesta» . La visione di quelle spoglie, di quei carcami appesi agli alberi ci fa pensare — eco sublime della poesia — alla Ballata degli impiccati di François Villon, alle incisioni di Jacques Callot o di Francisco Goya.
È facile dire che si può leggere questo nostro mondo d’oggi, questo nostro presente anche nel tredicesimo canto dell’ Inferno.
È certo che lo sviluppo, soprattutto nell’Occidente, ha avvelenato il pianeta, l’ha «infernato», l’ha ridotto a un bosco d’alberi foschi dentro cui noi suicidi ci siamo imprigionati. È facile vedere qua e là tradimenti, peculati e baratteria dei politici al potere; facile, nei corpi ignudi degli scialacquatori sbranati da cagne fameliche, vedere altri corpi dilaniati da cagne là nelle celle dell’atroce carcere di Abu Ghraib.

1791. La rivolta degli schiavi a San Domingo (Massimiliano Santoro)

Vincent Ogé
LA COLONIA DELL’EGALITÉ.
Nell'ottobre 1790 il mulatto Vincent Ogé sbarca a Santo Domingo per imporre, con le idee o con la forza, l'applicazione della Dichiarazione dei diritti alla gens de couleur libres. Giovane, ricco, istruito, Ogé aveva vissuto a Parigi i primi momenti rivoluzionari all'ombra della Società des Amis des Noirs di Gregoire, Brissot, Condorcet. Alla Grande Rivière, dove Ogé raduna un migliaio di mulatti con un discorso infuocato, hanno luogo i primi scontri con i coloni bianchi, che temono ogni riferimento anche indiretto alla Dichiarazione dei Diritti come una minaccia alla loro prosperità. Il 31 ottobre, dopo l'uccisione di un bianco e di due soldati, Ogé fugge nella parte spagnola dell'isola. Verrà giustiziato il 9 febbraio '91, ma ormai le idee della Dichiarazione dei Diritti si sono diffuse tra i mulatti.
Ancora nel 1790 Santo Domingo è la più ricca colonia francese, forse tra le più ricche colonie europee di tutti i tempi. Grande come il Belgio, la parte francese dell'isola di Hispaniola assicura alla Francia i 3/4 della produzione mondiale di zucchero e ne alimenta 1 /3 del commercio estero. Possiede 800 zuccherifici, 3117 caffetterie, 789 cotonifici, 3151 colorifici, 370 forni a caldo, 16.000 cavalli, 12.000 capi di bestiame: un giro d'affari di 200 milioni di lire tornesi. Un governatore di nomina regia e un intendente l'amministrano; un consiglio superiore della magistratura svolge la funzione di parlamento sovrano in un regime di limitata autonomia nel quale l'esclusiva del commercio con la metropoli regola le leggi economiche.

L'aristocrazia razziale
Più di 500 mila schiavi lavorano per assicurare alla metropoli le derrate coloniali che la crisi finanziaria del decennio 1780-90 rende ancora più preziose. Tra il 1783 e il 1789 la produzione di zucchero raddoppia. E cresce il numero degli schiavi: nel 1771 ne venivano importati 10.000 all'anno, 27.000 nell'86, più di 50.000 nell'89 quando la popolazione di schiavi nati in Africa supera i creoli. Aumenta anche la gens de couleur libres: 12.000 nel 1780; 28.000 nel 1789.
Ma a fronte di una tale produzione di derrate coloniali, quella di alimentari per il consumo interno è insufficiente: la colonia importa tutto dalla metropoli o, di contrabbando, dalle colonie limitrofe. Tutto è sacrificato allo zucchero. 30.000 coloni bianchi sono al vertice di un universo gerarchico chiuso, in cui l'aristocrazia della pelle rappresenta il limite invalicabile di un sistema razziale che nega per sempre ai discendenti di schiavi, per quanto indiretti, la dignità di essere umano. Un Code Noir, promulgato nel 1685 - riconfermato nel 1724 e aggiornato poi da una magistratura locale più legata ai coloni bianchi che non alla metropoli - impone restrizioni razziali che sanciscono un regime ben lontano dal modello di stato aristocratico illuminato del XVIII secolo.
La popolazione della colonia è distinta in tre classi. La prima, intoccabile, dei bianchi, tutti uguali, perché tutti possono accedere a cariche pubbliche, proprietà e privilegi. La seconda, i mulatti, suddivisa all'interno in una gerarchia genetica che distingue a seconda della vicinanza o meno al seme bianco. Spesso liberi da più generazioni e, talvolta, di pelle bianca, i mulatti rappresentano quasi un terzo nella gerarchia coloniale: intraprendenti e dinamici, proprietari di piantagioni e schiavi, non sono concessi loro né cariche pubbliche né una vita sociale comune con i bianchi. Le leggi della colonia impongono loro un abbigliamento modesto e un nome africano, perché nessuno dimentichi la loro origine. Terza classe: gli schiavi. Una linea invisibile separa la prima classe dalle altre due e per quanto vicino possa essere un mulatto a un bianco non potrà mai essere considerato come tale. Pregiudizio necessario alla stabilità sociale della colonia: su di esso si basa la superiorità dei bianchi che giustifica la schiavitù.
Ma pure i bianchi non sono uniti al loro interno. Quando, nel settembre 1789, giunge a Le Cap la notizia della Rivoluzione si dividono in due fazioni: i Petits blancs, commercianti, intendenti, piccolo borghesi, artigiani fanno proprie le prime rivendicazioni del Terzo Stato, pur nell'ostinazione di una separazione razziale contro i mulatti; i Grands blancs, proprietari di terre e ricchi burocrati, si schierano con il governatore per l'Ancien Régime, timorosi che la Rivoluzione possa attentare al sistema schiavista. Con il progredire della rivoluzione metropolitana e l'affermazione dei petits blancs, ai quali si aggregano, progressivamente, i proprietari di terra residenti in colonia, l'ostilità verso le gens de couleur libres si accentua: spesso benestanti, a volte più ricchi dei petits blancs, in netta ascesa economica, i mulatti rappresentano una minaccia crescente. Concedere loro diritti avrebbe significato rinunciare alla superiorità razziale; non concederli avrebbe potuto spingere i mulatti a fare fronte comune con gli schiavi. L'indecisione porterà i coloni alla rovina: attaccati da tutti i lati saranno incapaci di trovare una soluzione politica al problema.
In questo clima di conflittualità crescente, il 23 agosto 1791, esplode la rivolta degli schiavi. L'insurrezione ha inizio nelle mornes intorno a Cap-Francais e da qui dilaga nelle pianure del nord: in soli otto giorni più di 800 zuccherifici e 600 caffetterie vengono distrutti. A fine agosto solo Le Cap resiste alla furia della rivolta: dentro la città i bianchi torturano e uccidono i neri che cadono nelle loro mani; fuori, i neri massacrano i bianchi rimasti a difendere le piantagioni. Quando Bouk-mann, il grande capo della rivolta, viene catturato, decapitato ed esposto sulla pubblica piazza, i neri si dividono in due grosse bande agli ordini di Biassou e di Jean-Francois. Ma l'insurrezione perde parte dello slancio iniziale e i bianchi riescono a circoscrivere la ribellione fortificando alcune piantagioni dell'ovest. In tale fase di stallo il nero Toussaint Louverture decide di partecipare all'insurrezione agli ordini del'incerto Biassou.
Tussaint L'Ouverture
Un uomo chiamato Toussaint
Colto e consapevole dei valori della cultura bianca, il vecchio schiavo unisce al carisma del capo la prudenza di chi conosce il potere dei coloni. L'opera di riorganizzazione e addestramento degli schiavi trasforma i gruppi disordinati di Biassou e Jean Francois in un esercito più strutturato. Nel resto della colonia i mulatti continuano a combattere i bianchi, non esitando a servirsi dei loro schiavi per prevalere.
Quando, il 25 luglio 1792 i commissari coloniali Sonthonax, Polverel e Ailhaud si imbarcano per Santo Domingo - al comando di 6.000 soldati per riportare l'ordine e far applicare il decreto del marzo 1792 che concede ai mulatti l'eguaglianza giuridica - la colonia è ormai un territorio diviso in zone dominate da bianchi, neri e mulatti: a nord i coloni bianchi contendono a Toussaint il possesso delle grandi pianure; a ovest il predominio dei mulatti di Rigaud e Beauvais, che hanno occupato Port Au Prince è incontrastato. A sud una nuova insurrezione di schiavi sta guadagnando terreno.
La proclamazione della Repubblica e la dichiarazione di guerra contro Spagna e Inghilterra sono nuovi elementi di turbamento: molti coloni schiavisti passano agli inglesi pur di difendere il loro mondo. I capi ribelli Toussaint, Jean Francois e Biassou si arruolano nell'esercito spagnolo in cambio di una promessa di libertà. Nel settembre 1792 Martinica e Guadalupa proclamano l'indipendenza e innalzano la coccarda bianca; nel giugno 1793 il governatore Galbaud fugge da Santo Domingo con un gruppo di coloni monarchici. Grazie al blocco navale inglese, l'isola rimane isolata. Davanti all'ipotesi di un'occupazione, con le istituzioni locali allo sbando, il commissario Sonthonax proclama l'abolizione della schiavitù e del Code Noir nei territori del nord sotto la sua autorità. Il16 piovoso, anno II, (4 febbraio 1794): «La convenzione Nazionale dichiara abolita la schiavitù in tutte le colonie. Tutti gli uomini, senza distinzione di colore, residenti in dette colonie, sono dunque cittadini francesi. Come tali, godono di tutti i diritti assicurati in forza della costituzione».
Nel giugno 1794, giunge a Santo Domingo la notizia del decreto, mutandone radicalmente il panorama politico: petits e grands blancs cessano di costituire un blocco politico-militare compatto, mentre i neri accrescono enormemente il loro potere, finalmente riconosciuti come uomini liberi. Solo allora Toussaint sposa la causa della Rivoluzione Francese e giura fedeltà alla Repubblica. Dopo 5 anni di guerra contro bianchi, mulatti, francesi, inglesi, spagnoli; allontanati Sonthonax e Polverel, sconfitto il generale Hedouville, si siederà sulla poltrona di governatore (1798), dittatore incontrastato di quello che rimane di Santo Domingo.
Come uomo politico Toussaint si dimostra deciso e autoritario; prudente con i bianchi di cui sa di non poter fare a meno per la ricostruzione della colonia; irremovibile con i neri che costringe a un lavoro duro e disciplinato nelle piantagioni che già avevano coltivato da schiavi. Vera utopia coloniale, già a suo tempo auspicata da Philosophes e Phisiocrates, la politica tentata da Toussaint L'Ouverture si scontra la diffidenza dei bianchi, che non credono alle promesse del governatore, e il rancore dei neri che, costretti ad abbandonare colture più redditizie, lavorano poco e malvolentieri. L'equilibrio economico-sociale che ne deriva   genera malcontento dall'una e dall'altra parte. E il Direttorio diffida dell'ascesa politica di Toussaint e teme le velleità indipendentistiche dei neri, mentre gli interessi economici del paese impongono una rivalutazione del problema coloniale e un riavvicinamento con commercianti atlantici e grands blancs rifugiati in Francia. Il 5 novembre 1797 Toussaint invia al Direttorio una lettera accusando i proprietari bianchi di connivenza con gli inglesi e minaccia una resistenza a oltranza nei confronti di chiunque cerchi di ripristinare la schiavitù a Santo Domingo. Il 21 gennaio 1800 Toussaint prende possesso della parte spagnola dell'isola e divide la colonia in 8 dipartimenti sotto il suo controllo. Di fatto è una dichiarazione d'indipendenza.  Ma la Francia consolare non è disposta a tollerare il nuovo corso, né un governatore nero che rifiuta qualunque dipendenza politica.
Tra il novembre e il dicembre 1801 salpano dalla Francia 94 navi, un'armata di 35.000 soldati al comando di Leclerc, cognato di Bonaparte.
Sarà una disfatta. In un anno moriranno i nove decimi degli effettivi, per le imboscate o l'epidemia di febbre gialla. Quando, il 2 novembre 1802, Leclerc soccombe alla malattia le truppe francesi che, pure erano riuscite a deportare in Francia Toussaint L'Ouverture, non sono più in grado di sostenere la situazione. Il 9 novembre 1803 Dessailine proclama l'indipendenza di Haiti; entro la fine dell'anno non un solo bianco sopravviverà al terrore che accompagna la nascita del nuovo stato.
La relazione che lega le colonie alla Rivoluzione, la Rivoluzione all'insurrezione dei mulatti, l'insurrezione dei mulatti alla rivolta degli schiavi è evidente. Un evento condiziona l'altro, sconvolge la vita della colonia, fino all'abolizione della schiavitù a cui nessuno pensava nelle prime giornate rivoluzionarie. Tra il 1789 e il '94 la questione delle colonie e dei diritti dei mulatti viene dibattuta all'Assemblea Nazionale ma pochi sembrano conoscere a fondo il problema.
La questione della validità per i neri liberi della Dichiarazione dei diritti, era stata posta per la prima volta il 22 ottobre 1789 da una delegazione di mulatti che aveva chiesto all'Assemblea l'applicazione della Dichiarazione dei diritti a tutti gli uomini liberi. Avevano ottenuto applausi e promesse. Il 2 marzo 1790 si decide di demandare la soluzione a una Commissione per le colonie, presieduta da Barnave, un Amis des Noirs della prima ora la cui posizione è netta. La Francia ha bisogno delle colonie, è necessario preservare il monopolio del commercio della borghesia francese sulle colonie per portare a termine con successo la Rivoluzione. Per questo occorre non urtare i coloni, ostili a questo monopolio, sulla questione dei mulatti ma, anzi, concedere loro piena autonomia. L'Assemblea accetta. Si arriva, il 15 maggio 1791, a sancire il diritto di voto dei mulatti nati da genitori liberi. Ma il decreto non verrà mai applicato e il 24 settembre è annullato.
Ma si sarebbe potuto fare altrimenti? Si poteva correre il rischio scontentando i coloni bianchi, di una secessione delle colonie? Ancora nel 1791 solo pochi conoscono con precisione la situazione di Santo Domingo e costoro sono contro qualunque apertura ai mulatti, timorosi di rompere il delicato equilibrio politico-razziale esistente in colonia prima della rivoluzione. II dibattito si trascina per anni e quando il 24 marzo 1792, l'Assemblea nazionale decreta l'eguaglianza giuridica dei mulatti è tardi.
Tra il 1789 e il 1792 si sono sviluppati a Santo Domingo tre diversi movimenti politici che non vengono compresi, in Francia: i petits blancs hanno sposato la causa della rivoluzione con l'intento di abolire l'esclusiva ed espropriare i mulatti; i proprietari mulatti ritenendo di avere ottenuto dall'Assemblea nazionale la piena eguaglianza giuridica sono insorti per ottenere l'applicazione a loro vantaggio della Dichiarazione dei diritti; gli schiavi si son ribellati contro la schiavitù disgregando così l'edificio economico della colonia.
General Leclerc
Un potere d'argilla
L'insurrezione dell'agosto 1791, è un movimento spontaneo che raccoglie malcontento e rancore accumulati in anni di schiavitù e diviene un inarrestabile fenomeno rivoluzionario in virtù della fragilità delle strutture di gestione di un potere, quello dei bianchi, tanto solido sul piano simbolico quanto fragile su quello politico e sociale. I coloni, che avevano basato la loro forza sulla convinzione di un privilegio razziale, riconosciuto da neri e mulatti, non sono più in grado infatti, dopo l'89, di sostituire questo privilegio se non facendo ricorso alle armi, infine impotenti di fronte a una massa di schiavi venti volte superiore. Immagine allo specchio di un'aristocrazia genetica nella quale ritrovare una nobile origine, l'idea della razza era, fino all'arrivo della Dichiarazione dei diritti, radicata in ogni uomo di Santo Domingo, e, in questo senso, coloni bianchi e mulatti avevano l'obiettivo comune di affermare la propria superiorità, in un mondo che comunque dell'Ancien Régime non aveva più nulla: la piantagione aveva preso il posto della signoria, la produzione del consumo, l'industria dell'agricoltura. In un attimo la Dichiarazione dei Diritti muta la semiologia del potere di Santo Domingo e ne scardina la base aristocratico-razziale sulla quale i coloni hanno puntato per controllare, con poche centinaia di soldati bianchi, più di mezzo milione di schiavi: non più privilegi e aristocrazia, ma libertà economica, eguaglianza giuridica, fraternità. Sono i coloni che per primi colgono la portata universale della Dichiarazione e tentano, con ogni mezzo, di impedirne ogni lettura; sono i mulatti che ne reclamano i benefici e, non ottenendoli, insorgono contro i petits blancs. Ma il delicato equilibrio   sociale   è incrinato. Quando gli schiavi rompono le catene, il meccanismo elitario sul quale si basa il potere dei bianchi è già in decomposizione perché privato, appunto, di quei princìpi aristocratici dai quali trovava fondamento.

“il manifesto”, 31 agosto 1991

Arditi (da "micropolis" - giugno 2012)

Ganzer
L’hanno chiamata “Ardire” l’operazione, disposta dalla Procura di Perugia, che all’alba del 13 giugno ha portato all’arresto di dieci anarchici (due già in carcere), con la pesantissima accusa di terrorismo. Se non fosse che la sospensione della libertà di una persona è una cosa maledettamente seria, ci sarebbe da ridere. Sì, perché è stato proprio “ardimentoso” riproporre a distanza di meno di cinque anni lo stesso copione con gli stessi attori: si corre il rischio di un identico fiasco.
Colpiscono, infatti, le analogie con l’operazione Brushwood, rivelatasi in gran parte un ballon d’essai. Forse vale proprio la pena ricordare che il teorema accusatorio messo in essere dalla Pm Manuela Comodi è stato pesantemente ridimensionato dai giudici del Tribunale di Terni che, poco più di un anno fa, hanno emesso sentenza nei confronti dei 4 giovani spoletini bollati come “eco-terroristi”. Per due di loro nessuna associazione sovversiva, solo scritte sui muri e danneggiamenti.
Per gli altri due il riconoscimento del reato associativo ha comunque comportato una pena molto ridotta rispetto a quella chiesta dal Pm, segno di un quadro probatorio incerto, che sarà complicato per l’accusa ripresentare in appello.
Eppure a leggere i giornali sembra che la memoria di cronisti e commentatori si sia inceppata. Anzi, qualche ardimentoso, non esita, anche a costo di figuracce, a risalire proprio alla vicenda dei giovani spoletini come momento originario di questo nuovo “male” destinato a travolgerci. Non ci stanno facendo mancare nulla: riflettori sugli “eroi” salvatori e pesanti ombre sui “mostri”, interviste-tappetino, l’immancabile parere dell’esperto (nella verde Umbria anche il terrorista vive meglio?). Insomma un vero e proprio circo Barnum.
Nessuno che si sia preso la briga non diciamo di aprire un’inchiesta parallela, ma quantomeno di assumere una posizione deontologicamente corretta e quindi equidistante da accusa e difesa. Le uniche fonti sono quelle inquirenti: veline, appunto. Nessuno che abbia ricordato che l’indiscusso protagonista di questa replica, il capo dei Ros generale Giampaolo Ganzer, il prossimo settembre andrà in Appello per tentare di ribaltare la condanna a 14 anni di detenzione che, nel luglio 2010, il Tribunale di Milano gli ha inflitto per avere costituito un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Era doveroso farlo.

Culto e potere. Cristiani perseguitati e persecutori (Marina Montesano)

L'imperatore Teodosio
È comune in tempi come i nostri, nei quali il dibattito sul ruolo delle religioni nella cultura e nella società è tornato a farsi intenso, leggere giudizi opposti (e ugualmente acritici) sulla storia del cristianesimo: per alcuni si sarebbe diffuso grazie a un messaggio d'amore e compassione (contrariamente all'Islam, aggiungono in genere costoro), per altri sarebbe «colpevole» delle crociate, dell'Inquisizione e di altri innumerevoli misfatti. Si tratta di polemiche strumentali, che non hanno a cuore la conoscenza storica, ma che della storia si servono appiattendola in una serie di quadretti a tinte rosee o a tinte fosche. Tuttavia è pur vero che sulle modalità dell'affermazione della religione cristiana nell'impero romano, nonostante una ricca letteratura a riguardo, rivolta però soprattutto a un pubblico di specialisti, non sempre le idee sono chiare.

I sospetti dei «tradizionalisti»
Cristiani perseguitati e persecutori di Franco Cardini (Salerno Editrice, pp. 188) ci proietta già dal titolo al cuore del problema; fino all'età di Costantino i cristiani vivono nell'impero romano una condizione difficile, dovuta alla scarsa compatibilità tra una fede monoteistica alla quale si erano votati e un mondo in cui era per loro opportuno tenersi lontani da quelle occasioni in cui cerimonie civili e culti che noi qualifichiamo oggi come «pagani» in qualche modo si associavano: a partire dal cerimoniale di omaggio alla figura dell'imperatore.
Nonostante questa difficoltà di fondo, è assai probabile che molti fra loro cercassero una forma di convivenza con le strutture di potere e di culto circostanti, comportandosi da buoni cittadini non più e non meno degli altri. Il sospetto che circondava i cristiani, come sembrano mostrare alcune testimonianze dell'epoca, era comunemente riservato dai «tradizionalisti» romani a coloro che aderivano a culti provenienti dall'Oriente: le voci che riferivano dei riti abominevoli dei cristiani, consistenti soprattutto in casi d'infanticidio e di pedofagia nonché d'incesti e di promiscuità sessuale, delitti perpetrati nel corso di riti notturni e segreti, erano già circolate in forme più o meno analoghe nei confronti di culti stranieri e misterici come quelli dedicati a Dioniso o a Cibele.

Proposte e imposizioni
La controversa scelta di Costantino a favore dei cristiani, scelta che Cardini dibatte attentamente nel testo, rappresenta un tornante epocale; una minoranza religiosa diviene a quel punto la colonna portante dell'impero, e a partire dalle norme emanate da Teodosio alla fine del IV secolo il cristianesimo si trasforma in religione di stato. Già questo dato, senza bisogno di aggiunte, pone una forte ipoteca sulla tesi del cristianesimo che si diffonde solo grazie al suo messaggio di pace.
Cardini non potrebbe essere più esplicito: «Le pagine che seguono non intendono affatto costituire un j'accuse non diciamo contro il cristianesimo in quanto tale, ma neppure contro le società che nei secoli si sono dette cristiane o contro le Chiese e le confessioni cristiane storiche. Non si proporranno dunque più o meno grandguignoleschi cataloghi di errori e di orrori, non si allineeranno argomenti "scandalosi" e recriminatorii, non si procederà ad alcuna macabra e ripugnante computisteria funebre. Ci si limiterà a richiamare i caratteri fondamentali delle persecuzioni delle quali i cristiani furono vittime tra I e IV secolo per mostrare come, nei due secoli successivi, la società divenuta a sua volta cristiana - e composta, non dimentichiamolo, per la stragrande maggioranza di figli e di nipoti non già dei perseguitati, bensì dei persecutori - si sia affermata a sua volta proponendo, ma anche imponendo, una fede di pace e d'amore con strumenti che furono non certo soltanto, ma tuttavia anche quelli dell'intimidazione, della costrizione legale, della seduzione e perfino della corruzione morale, della legislazione restrittiva o perfino inibitrice della libertà di coscienza, dell'esibizione della forza militare e della vera e propria violenza».
E ancora: «Quel che intendiamo qui ricordare è che, all'origine delle pagine più nere e sconcertanti non già del cristianesimo - che a sua volta non consiste tuttavia semplicemente ed esclusivamente nel rispetto dei valori evangelici -, bensì della storia della società cristiana e delle Chiese storiche, non stanno momentanee fasi di obnubilamento bensì lo sviluppo e la conseguenza di premesse intrinseche non ai loro principii, ma senza dubbio alla loro natura e alla dinamica secondo la quale esse si sono affermate nel mondo».
Insomma, se il caso del linciaggio di Ipazia, del quale negli ultimi mesi è capitato di sentir parlare più volte, non è stato un episodio eccezionale nella storia dell'affermazione del cristianesimo, il discorso non può limitarsi agli episodi di violenza esplicita; ma deve portarci invece a riflettere sulla complessità del rapporto persecutori-perseguitati.
 
Sacrifici in Val di Non
Nel 397, all'indomani dei decreti con i quali Teodosio I aveva eletto il cristianesimo a unico culto di stato, i missionari Sisinnio, Martirio e Alessandro vengono inviati dal vescovo di Trento, Vigilio, nelle aree montane circostanti la città, e precisamente nella Val di Non. Qui cominciano a predicare a montanari che, con tutta evidenza, erano legati alle pratiche religiose tradizionali.
Un giorno, alla fine di maggio, i tre assistono a un sacrificio di animali cui, stando al testo agiografico che racconta le vite dei tre, era stato costretto anche un neoconvertito: si trattava della festa degli Ambarvalia, un inseme di riti atti a favorire la fertilità delle messi; il culmine della cerimonia si raggiungeva con il sacrificio di un toro, una scrofa e una pecora che venivano prima condotti in processione tre volte attorno ai campi. Trattandosi di rituali strettamente legati alla vita stessa delle valli, peraltro piuttosto remote, i costumi locali dovevano aver risentito assai poco dei recenti provvedimenti legislativi sfavorevoli al culto pagano. I missionari cercano di impedire lo svolgimento della cerimonia sacra e i contadini, stanchi delle continue interferenze dei tre, li martirizzano: probabilmente sacrificando anch'essi alle divinità che avrebbero voluto abolire. Anche san Vigilio, secondo una tradizione tutt'altro che certa, avrebbe poi seguito i suoi missionari, finendo lapidato pochi anni più tardi in Val Rendena per aver distrutto un simulacro di Saturno. Martiri o persecutori? Entrambe le cose, evidentemente.
Si tratta di vicende che, seppur nella frammentarietà del racconto, sono significative della difficoltà che incontravano i missionari, forti del fatto che il quadro legislativo vigente aveva ormai abolito i culti precristiani, dichiarando lecito solo quello cristiano niceno-tessalonicese (cioè l'elaborazione teologica emersa come vincitrice dai concili del IV secolo), ma costretti a confrontarsi con comunità nelle quali tale decisione non poteva che assumere i contorni dell'arbitrio. La religiosità delle regioni marginali (e non soltanto di quelle) si radicava sui luoghi fisici (monti, foreste, sorgenti, fiumi, confini e così via) e sui ritmi tradizionali (la nascita, la morte, le nozze, il raccolto) con i quali si viveva a stretto contatto e da cui sovente si dipendeva: da questo derivava sostanzialmente il conservativismo, favorito da strutture mentali vecchie di secoli e forse di millenni, e la pratica tendenza a un sincretismo che accoglieva il nuovo senza per questo dover rinunciare al vecchio. Era arduo per i propagatori e i ministri della nuova fede lo spiegare che il Dio dei cristiani pretendeva un culto assoluto, per il quale si doveva rinunciare alle vecchie divinità e a quelle tradizioni che avevano accompagnato le comunità sino ad allora.

Storie di inquisizione
Cristiani perseguitati e persecutori accenna soltanto alle vicende successive alla prima affermazione del cristianesimo: dal massacro di qualche migliaio di sassoni, decisi a non convertirsi, voluto da Carlomagno e dai suoi vescovi, alle vessazioni degli eretici; dalle stragi dei nativi americani del Nuovo Mondo e alla tratta degli schiavi stivati in catene «a bordo di vascelli i capitani dei quali conoscevano a memoria interi libri della Bibbia». In particolar modo il capitolo delle persecuzioni antiereticali continua a esser terreno di indagine assai fertile; e nonostante le pubblicazioni non manchino, è un campo non privo di sorprese. In Francia è il catarismo a suscitare l'interesse maggiore: ormai abbondano le edizioni critiche degli atti processuali, ricchi di interrogatori a testimoni e sospetti condotti dall'inquisizione domenicana all'indomani della crociata anticatara. Non tutto questo materiale è di facile accessibilità in Italia, e dunque risulta opportuna l'antologia Il processo agli ultimi catari. Inquisitori, confessioni, storie (Jaca Book 2011), a cura di Elena Bonoldi Gattermayer, in cui sono raccolti alcuni fra questi testi. Siamo ai primi del Trecento, quando ormai la «Chiesa» catara è dissolta, ma sacche di resistenza persistono: in esse le credenze del catarismo si mescolano con un pensiero eterodosso (sui sacramenti, l'interpretazione dei testi sacri, la vita oltre la morte) difficile da collocare con precisione, nel quale sovente fanno capolino idee che sembrano provenire più da rielaborazioni personali (o anche collettive: ma senza una precisa gerarchia di insegnamento) del cristianesimo, del manicheismo cataro, di tradizioni che con una qualche approssimazione potremmo definire «popolari».

Un mondo di fate e cavalieri
Perché in fondo la realtà del cristianesimo vissuto si porterà dietro la difficoltà iniziale, il «peccato originale» di una fede imposta attraverso un atto di legge, che difficilmente poteva venire a capo di comportamenti e credenze radicati magari da epoche ancestrali. Un tratto che si percepisce chiaramente quando si volge lo sguardo ad ambiti liminari, qual è per esempio quello del rapporto tra i vivi e i morti: una tema cui è dedicato un recente lavoro di Laurent Guyénot, La mort féerique. Anthropologie médiévale du merveilleux. XIIe-XVe siècle, (Gallimard 2011), che si colloca in modo originale sulla scia di analoghe ricerche di Laurance Harf-Lancner, di Jacques Le Goff o di Jean-Claude Schmitt. Guyénot analizza la cosiddetta «materia di Bretagna», una produzione letteraria che prende piede in Francia alla fine del XII secolo e che rapidamente si propaga in tutta l'Europa. Le avventure cavalleresche che vi si raccontano sono impregnate di sovrannaturale: fate che vivono in mondi «altri», cavalieri a loro volta «fatati», mettono in scena un immaginario della morte del tutto inedito.
Frutto del riemergere di mitologie pagane o prodotti della società contemporanea? Guyénot sembra propendere per la seconda ipotesi, ma certo è che la Chiesa stessa dovrà fare i conti con queste nuove istanze; e il cristianesimo che emergerà da tale confronto sarà qualcosa di nuovo rispetto al passato: come testimonia la nascita dell'idea di Purgatorio, assente nella cultura cristiana primitiva. Da questo cristianesimo «impuro» e perciò straordinariamente interessante non si può prescindere quando si guarda alla sua evoluzione; evoluzione la cui comprensione, al pari di quella di tutti i grandi fenomeni culturali, deve passare attraverso l'accettazione della complessità, rifuggendo la banalità degli schematismi.

"il manifesto" 4.6.2011

La pietosa verità (e la senile mitomania) di Casanova (Leonardo Sciascia)

Giacomo Casanova
Tanto rumore s’è fatto, intorno alla pubblicazione del testo originale della Histoire de ma vie di Giacomo Casanova, che la lettura dei primi due volumi, ora pubblicati, nella traduzione italiana, è quasi una delusione. E il “quasi” va a onore di Pietro Chiara (l’autore de Il piatto piange e della Spartizione), alle cui cure è stata affidata l’edizione e che, in minuziose note apposte ad ogni capitolo, mette a frutto i risultati raggiunti, in un secolo e più, dai casanovisti; cioè da quegli studiosi che hanno trovato una vera e propria specializzazione nella ricerca e nel controllo dei fatti e dei personaggi di cui il Casanova racconta (e in testa a questi casanovisti è da mettere il diplomatico americano John Rives Childs). Ma bisogna dire che, più o meno, i casanovisti sono convinti della veridicità della Histoire anche se il punto di partenza della loro appassionata ricerca è stato probabilmente quello della diffidenza. La stessa diffidenza che in prima sente qualsiasi lettore della Storia della mia vita: il puntiglio, per così dire, di non essere fatto fesso.
Potenzialmente, dunque, qualsiasi lettore della Storia è casanovista. Solo che ad un certo punto, generalmente, si arriva a questa conclusione di buon senso: che la veridicità o meno delle memorie casanoviste resta al di là di ogni possibile controllo. Perché, per esempio, stabilire la identità di donna Lucrezia, di sua sorella, di suo marito (il che, se non ricordo male, ha fatto Benedetto Croce), è un conto; ma un altro è dar fede a Casanova che davvero, nella locanda di Marino, sia accaduto tra lui e donna Lucrezia quel che spassosamente racconta. E così per ogni altra donna certamente o approssimativamente identificata, per ogni altra avventura.
Il fatto è che Casanova resta, nonostante tutta la buona volontà dei casanovisti, un mitomane. Le sue avventure erotiche, numerose quanto si vuole, sono a livello del prossenetismo, e del contagio venereo; e a parte l’impareggiabile quadro che egli ci offre del costume settecentesco, quel che nella Storia c’è di umano è appunto la sua senile mitomania, la sua senile e oscena immaginazione. Tra l’altro, quel che si era detto di questo testo originale, che Casanova  impiegasse un linguaggio più diretto, più immediato, che insomma chiamasse le cose con il loro nome, non corrisponde al vero: anche qui, come nel testo corretto dal professor Laforgue (che è quello in circolazione finora), i fatti erotici Casanova li rappresenta per metafore insulse come “il tempio”, “il sacrificio”, “l’altare” e così via. E tutto sommato gli abusi del professor Laforgue si riducono ad un tentativo, piuttosto ingenuo, di fare di Casanova un figlio della rivoluzione: di quella rivoluzione che accendeva l’Europa mentre il vecchio avventuriero, nel castello di Dux, un po’ come D’Annunzio al Vittoriale, con oscena pietà di sé, riviveva il suo passato erotico.

Dai Quaderni di Leonardo Sciascia, "L'Ora", 16 gennaio 1965

27.6.12

Menzogne neofasciste e verità storica (di Matteo Aiani)

Nella "battaglia delle idee" di "micropolis" oggi in edicola questo bell'articolo di Matteo Aiani su una vicenda ternana di quotidiano revisionismo fascisteggiante. (S.L.L.)
L’annuncio di Piergiorgio Bonomi - responsabile di Casa Pound Terni - irrompe sulla scena ternana con un certo fragore. Lo scorso 28 maggio, infatti, con un comunicato, ringrazia il Sindaco Di Girolamo ed i suoi consiglieri per l’avvio del procedimento amministrativo volto alla realizzazione di un monumento in memoria dei “Martiri delle Foibe”, in piazza Dalmazia.
Dopo un iniziale indugio, il Comune nega di aver concesso l’autorizzazione, mentre l’assessore Malatesta, interrogato nel merito dal consigliere Guardalben, afferma di voler individuare una via o una piazza da intitolare alle vittime delle foibe, come già richiesto da Giovane Italia nel febbraio 2011, inizio della vexata quaestio.
La prima reazione è di stupore, poiché non si può non rimarcare il paradosso per il quale la commemorazione della tragedia delle foibe venga espressa proprio dagli eredi di coloro che ne sono stati i principali responsabili. Infatti, come per qualsiasi avvenimento storico, non è possibile prescindere dalla necessaria contestualizzazione, che consideri il complesso delle situazioni sedimentatesi nel ventennio che precede la vicenda. Le origini della tragedia delle foibe, che pure presenta molte sfaccettature, risalgono all’affermazione del fascismo nella Venezia Giulia, un territorio caratterizzato dalla coesistenza di diversi gruppi nazionali: è in questa fase che si collocano le radici dell’odio, delle foibe e dell’esodo dall’Istria.
In seguito alla prima guerra mondiale e ai Trattati di Rapallo e Roma, vengono annesse all’Italia Gorizia, Trieste, l’Istria, Zara, e Fiume. Il regime fascista impone in tutta la Venezia Giulia una violenta snazionalizzazione delle comunità slovene e croate. Tra le misure adottate si segnalano: l’italianizzazione delle scuole, i limiti all’accesso nei pubblici impieghi, l’imposizione di cognomi italianizzati, la modificazione dei toponimi, sino alla repressione nei confronti del clero, con l’abolizione della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi.
La bonifica etnica determina da un lato la fuga di buona parte delle minoranze presenti nella Venezia Giulia, dall’altro il consolidamento di un marcato sentimento anti-italiano e di rivendicazioni territoriali.
L’occupazione e lo smembramento della Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, genera la costituzione di un ampio movimento resistenziale, che induce il regime fascista ad acuire la repressione contro le minoranze, accusate di offrire copertura ai partigiani.
Oltre a fucilazioni, rastrellamenti, rappresaglie, confische di beni ed incendi di villaggi, si assiste a massicce deportazioni di civili, con la predisposizione di 202 campi di concentramento destinati ad ospitare la popolazione allogena, sloveni e croati.
Solo inquadrata in questo contesto, e quindi cessando di perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e di occultare la verità dell’italianità sopraffattrice, la confusa disputa sulle foibe potrà trovare la propria composizione, venendo sottratta alle convenienze politiche ed alla propaganda.
La gestione della vicenda del monumento, dal canto suo, palesa ancora una volta l’incapacità - ed il conseguente imbarazzo - delle forze politiche di sinistra nel rileggere la propria storia. Ammettere responsabilità ed errori non significa uniformarsi alle argomentazioni revisioniste della destra neofascista e postfascista, le cui pseudo-verità - che celano la menzogna - oscurano la realtà dei crimini nazi-fascisti.

"micropolis", giugno 2012


Province alla riscossa (da "micropolis" - giugno 2012)

Da "micropolis" oggi in edicola una delle segnalazioni del Piccasorci, la rubrica che si occupa di topi nel formaggio e storiche stronzate. (S.L.L.)
Marco Vinicio Guasticchi e Giuseppe Castiglione
Importante missione in Sicilia per Guasticchi. Secondo il Corriere dell’Umbria a fine maggio il presidente della provincia di Perugia ha incontrato a Catania Giuseppe Castiglione, suo omologo nella provincia di Catania e presidente dell’Upi. Il Castiglione ha di recente ricevuto un avviso di garanzia per vicende relative all’area dell’ex cartiera Siace nel comune di Fiumefreddo di Sicilia,  ma avrebbe molto apprezzato il progetto “Lo Stato siamo noi”, di cui l’Ente perugino è capofila. A quanto pare Guasticchi ha incontrato scolaresche a cui, forte dei recenti esempi dati dal suo Ente in materia di appalti, ha parlato di legalità.

Un complotto contro Perugia? (da "micropolis" giugno 2012)

Riprendo con un titolo più esplicativo per i non umbri (quello originale è Il complotto) il commento pubblicato nella seconda pagina di "micropolis", oggi in edicola con "il manifesto", per la rubrica Il fatto. (S.L.L.)
Wladimiro Boccali, attuale sindaco di Perugia,
insieme a Renato Locchi, il suo predecessore
Il fatto del mese è un fatto mediatico. “La Repubblica” dell’8 giugno ha pubblicato due pagine su “Perugia paradiso perduto”, trasformata dalle gang in “capitale della droga”. Ne è autore Attilio Bolzoni, cronista palermitano noto per il suo coraggio nella denuncia di rapporti tra mafia, potere e affarismo, il cui libro più recente stigmatizza la tendenza a ridurre i grandi delitti a “criminalità organizzata”. L’inchiesta, più nel linguaggio che nella sostanza, presenta note di stonato sensazionalismo, ma racconta fatti accertati e a Perugia noti per chiunque abbia occhi ed orecchie aperti.
La reazione è sorprendente, specie da parte di giornali, giornalisti, uomini pubblici di vario genere, per lo più inclini a campagne di tipo securitario. Gira la tesi del “complotto”. Tra i primi a ipotizzarlo, sul “Giornale dell’Umbria”, Alessandro Campi, pensatore della nuova destra e della Fondazione di Colaiacovo: scrive di “una strana manovra” del quotidiano romano per “screditare e danneggiare la città e i suoi vertici amministrativi”, aggiunge le inquietanti domande di rito (“per quale ragione? e a vantaggio di chi?”). In conferenza stampa, con il metodo del “dico e non dico”, il sindaco Boccali suggerisce: “la Repubblica” forse non ha gradito la festa dell’architettura che il Comune di Perugia ha organizzato insieme al “Corriere della sera”, suo principale concorrente. Bolzoni, insomma sarebbe un killer al servizio di una vendetta privata. L’attacco sembra non aver atterrito Bolzoni, aduso a vedere le sue denunce minimizzate e le sue intenzioni sporcate da giornali e autorità siciliani, ma preoccupa le persone di buon senso. A noi è venuto in mente Jonny Stecchino, con una variante: “Perugia è bellissima ma ha un problema” (non tanto il “traffico” – come Palermo - quanto la libertà di stampa).
I pronunciamenti hanno riempito le pagine delle cronache locali: Bolzoni avrebbe usato con troppa disinvoltura le statistiche, Perugia non merita questo. L’acme è stato raggiunto da Guarducci, patron di Eurochocolat, con la minaccia di una protesta nella sede del giornale che chiama Banana repubblic. Unica voce fuori dal coro Barelli, di Italia Nostra, per il quale Bolzoni è reticente sulle responsabilità politiche del degrado del centro storico, diventato facile ricetto per traffici e spacci, e sui sindaci che proclamano politiche repressive del tutto inutili per il contrasto a un fenomeno da tempo in grande crescita.
In effetti Boccali ha lasciato cadere la cauta apertura (di cui – chissà perché - siamo stati tra i pochissimi a riferire) sulla legalizzazione dei derivati della cannabis e, ringalluzzito dal campanilismo, fa intendere che tutto o quasi si risolverà con le caserme e le volanti. Trascinato dalle cose ha dato un ruolo all’associazionismo cittadino per riempire gli spazi del centro città il 20 giugno, “giornata dell’identità cittadina”, ma le feste – anche laiche – passano, lasciando gabbati santi e fanti.
Sui giornali locali intanto si è letto di una task force comunale antipusher: sedici vigili urbani addestrati con la pistola, nel karate e in altre tecniche di ammanettamento e contenimento. Tra queste il krav maga, “disciplina con mosse e contromosse per disarmare gli avversari, elaborata dall’élite dei soldati israeliani”. Perugia come Israele. Evviva!

Dante. Il canto VI dell'Inferno letto da Tiziano Scarpa (Corsera 2004)

Dalla giornalistica lectura Dantis organizzata nel 2004 dal “Corriere della Sera” (La nostra Commedia) riprendo uno stralcio di Tiziano Scarpa sul canto VI dell’Inferno. Ho gradito molto l’approccio materialistico e sensistico con cui Scarpa interpreta la pena. Ho trovato invece inappropriate e perfino un po’ banali le considerazioni che lo scrittore fa sulla parte politica del canto, fondate come sono su un’arbitraria generalizzazione e attualizzazione (“gl’Italiani sono fatti così”). Non le ho riprese, rinviando l’ipotetico curioso al sito del “corrierone”. (S.L.L.)

In un pomeriggio d’agosto l’avrà sorpreso la grandine: «Riecco l’inferno». Perché l’inferno si fa vivo spesso, nella vita. Per farne esperienza basta una grandinata che ti prende a sassate in una pianura senza ripari.
Il terzo cerchio è il cerchio della pioggia. Questo è l’Inferno della Pioggia. Dante non sa ancora quale sbaglio dell’umanità sia punito così. Per il momento sa solo che qui dentro piove.
E’ una pioggia interminabile, infame, gelida, pesante: etterna, maladetta, fredda e greve. Non succede mai, in tutto il poema, che si sprechino così tanti aggettivi in sequenza. Dante sta insultando la Natura. Sta riassumendo in un colpo solo, con quattro aggettivi, la sua insofferenza per il clima. È un’invettiva contro il brutto tempo, invernale ed estivo, sintetizzata in una frase. Quattro aggettivi, dieci grumi di consonanti: sei sono suoni doppi, pieni di rancore fonetico: tt, rn, tt, fr, dd, gr. Le parole digrignano. La lingua preme rabbiosa contro i denti.
Le anime sono distese a terra. Non sono più padrone del proprio peso. Sono succubi totali. A una di loro viene concesso di tirarsi su per qualche minuto, riesce a mettersi seduta giusto il tempo per scambiare due chiacchiere con Dante. Ma quando la conversazione finisce, crolla di nuovo giù, per sempre. Dunque la punizione consiste nel non avere più il controllo dei propri muscoli, se non per rigirarsi cercando riparo nel vicino. Il castigo è questo: essere puro peso. Giacere slacciati. Sparpagliati a terra. Sotto la pioggia gelida. Martellati dalla grandine. In un incubo assordante: scrosci, grida, latrati. Un orco si aggira a mordere e strappare. Non si può sfuggire.
Dante calpesta una pianura di anime. Spiriti mescolati alla terra viscida, impastati di fanghiglia. Non si riesce più a distinguerli dall’acquazzone, formano una mistura sordida, sono pozzanghere d’anima, acqua sporca.
«Soffriranno di più, quando gli verrà restituito il loro corpo?» chiede Dante alla sua guida.
«Sì. Chi è completo soffre di più». Dunque noi, qui, in carne e spirito e ossa, soffriamo più delle anime infernali.
Da vivi, questi uomini apprezzavano la raffinatezza della civiltà, il vertice della cultura materiale: la cucina. Le buone ricette. Il trionfo dei sensi: la tavola apparecchiata, il profumo dei manicaretti, i sapori succulenti, la conversazione con i commensali, al caldo, in una bella sala, con i suonatori che decorano di musica l’atmosfera. Adesso il ristorante è uno sfracello di intemperie ghiacciate, si sentono solo urla disumane e la puzza dei loro corpi fradici, terrorizzati, terrei nella melma marcia. C’è un’unica portata nel menu: una brodaglia di anime putrefatte, una secchiata di vermi umani scaraventati a terra. I golosi sono diventati cibo. Il padrone della nuova gestione ne pilucca qualcuno con gli artigli, li scortica come si spella un salume. Sono avanzi andati a male, materiale da masticazione per una bestia malgustaia che non sa distinguere la carne umana, l’anima umana, da un boccone di fanga putrida. Lo spirito è condannato a essere materia.
Come li avremmo puniti, noi poeti mediocri, i golosi? Probabilmente con un effetto speciale banale. Trasformandoli in maiali che frugano nel fango. Dante fa di più, li degrada di più: li mantiene umani, ma li amalgama alla melma. Mescola la cosa più nobile con la cosa più infima: l’anima e la poltiglia lurida.

26.6.12

Il ciclismo e la costruzione dell’Italia moderna (da Max Keefe)

Del volume Pedalare! Storia del ciclismo italiano dello storico inglese John Foot ho già pubblicato la recensione di Giovanni Ruffa da “alias” (http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2011/09/me-brusa-el-cu-novecento-italiano-il.html). Qui riprendo un articolo dal bel sito di “Max Keefe” (a naso pseudonimo di Roberto Mengoni, un dilettante della scrittura che diletta assai alcuni lettori, tra cui il sottoscritto), precisamente dal numero 23 di questo giugno, che partendo dallo stesso libro illumina altri aspetti dell’intreccio tra ciclismo e storia d’Italia (http://www.robertomengoni.it/index.html). (S.L.L.)
Secondo John Foot, professore della UCL di Londra e storico dell’Italia moderna, due film incarnano la rapida trasformazione dell’Italia nel dopoguerra: Ladri di biciclette (1948) e Il sorpasso (1962). Dalla povertà al lusso. Dalle due ruote alla Lancia Aurelia. Due anni prima era morto Fausto Coppi. Una morte assurda, per una malattia curabile, che i medici non seppero riconoscere in tempo.
Con la scomparsa di Coppi si chiuse l’epoca d’oro del ciclismo, una collezione di nomi da accostare ad Omero: Ganna, Bottecchia, Girardengo, Guerra, Binda, Bartali, Magni. Un cinquantennio di vittorie su strumenti di tortura, biciclette pesanti da trascinare su strade fangose, brecciate o distrutte dalle bombe, da saper riparare al volo con i denti e il mastice. In questo mezzo secolo, iniziato con il primo Giro nel 1910, il ciclismo era l’autentico sport nazionale, interprete profondo dell’animo popolare. A migliaia si assiepavano sugli stradoni della corsa rosa, scalpitando nei sandali, accaldati ed impolverati, “in attesa di quel naso triste come una salita”, della Locomotiva umana, dell’“airone fragile dalle gambe lunghe”. Allora non c’era la televisione e la radio abbozzava i primi passi nell’etere. La narrazione della storia seguiva canali primordiali, di bocca in bocca, da un bar all’altro, nutrita dalle pagine della Gazzetta dello sport del giorno dopo.
L’Italia degli anni ’40 e ’50 era l’ambiente giusto per creare miti. Rurale, tradizionale, iliadica ma poco idillica, abitata da uno sterminato numero di poveracci che condividevano il letto con la fame e che presto sarebbero scappati tutti verso le fabbriche del nord, per trovare il benessere del frigorifero e dell’utilitaria. Quella era gente che non sapeva perché stava assieme nella stessa nazione, se non che, oltre montagne su cui si era combattuto duramente per due volte, c’era gente ancora più strana del villaggio accanto.

Un popolo alla ricerca di un modo per mettersi alle spalle la miseria ed andare oltre.
Secondo John Foot, non si può capire la storia italiana del dopoguerra senza prendere in considerazione il ciclismo e i suoi miti, da Toti a Pantani. Lo storico inglese analizza i miti, non tanto per scoprirne la verità o la falsità (i miti sono per definizione la ri-costruzione popolare di un avvenimento lontano) quanto per capire in che modo essi hanno descritto, e continuano oggi a descrivere, un certo periodo della storia della penisola. Non è importante sapere se Bartali abbia effettivamente impedito la guerra civile nel luglio 1948 (non lo fece) quanto comprendere il fatto che popoli divisi da mille fratture sociali abbiano avuto racconti comuni in cui si riconoscevano, da trasmettere e da tramandare nel tempo.
Non c’era differenza tra i campioni e gli spettatori che li aspettavano. I ciclisti non avevano tecnici, medici e massaggiatori al seguito. Riparavano le loro armature come i contadini aggiustavano da soli case ed attrezzi. Non c’erano magliette tecniche né cibi speciali per i campioni. Le gerarchie sportive rispecchiavano quelle sociali: il campione e i gregari erano come il padrone con i braccianti. I gregari erano nati per servire il capitano. E basta. Racconta John Foot che quando Carrea, gregario di Coppi si ritrovò per caso sulle sue spalle la maglia gialla nel Tour del 1952, la sua reazione fu di disperazione e si fece fotografare mentre lustrava gli scarpini al capitano con il simbolo del primato. Che il giorno dopo restituì a Coppi con un sospiro di sollievo.
Ma il capitano non era un privilegiato. Viveva una vita intimamente legata a quella dei compagni, in bici dalla mattina alla sera, pasti e serate in comune, puramente maschile, senza spazio per mogli, fidanzate e modelle.
Coppi il comunista e Bartali il cattolico.
Miti semplici e privi di fondamento, come ogni mito che si rispetti. Etichette elementari con cui gli italiani cercavano di leggere la grande frattura politica e sociale del secondo dopoguerra. Coppi non era comunista, Bartali era devoto ma aveva partecipato con la sua bici alla resistenza. Gli italiani avevano bisogno di simboli in cui ritrovarsi, uniti nella discordia, divisi nel fanatismo sportivo, in attesa di diventare un solo popolo nel nome della televisione.
Coppi è l’elemento centrale del saggio. Il volto aguzzo e le gambe fragili di Coppi erano quelli di molti italiani. Coppi volava sulla bicicletta ed era goffo in terra. Finì per innamorarsi di una donna sposata, rompendo un tabù ancestrale, il nono comandamento della vita patriarcale, “non desiderare la donna d’altri”. Lui non ne ebbe molta felicità ma, in qualche modo lanciò lo sprint ad una società nuova che stava soppiantando quella arcaica. Morì giovane, alimentando il culto del martire e cristallizzando per l’eternità un volto con cui gli altri ciclisti si sarebbero confrontati.
L’epoca d’oro del ciclismo italiano è finita nel 1960, che oggi rivive nella narrazione delle imprese del passato, e anche una certa idea d’Italia. Le tradizioni patriarcali come l’eroismo del campione solitario sulle vette alpine. La vita rurale e la semplicità come i racconti provenienti da lontano, immaginati più che vissuti. La povertà e le folle per strada, i campanili e lo spirito comunitario, l’ingenuità e le promesse della modernità.
Oggi il Giro è una pallida ombra dell’antica gloria. Prevalgono le tattiche di squadra, il lavoro di gruppo. I campioni risplendono per una stagione. I giornalisti guardano ossessivamente al passato in cerca di paragoni. Fuga d’altri tempi è il classico titolo della Gazzetta per descrivere la cavalcata solitaria di un oscuro ciclista, lasciato solo perché i capitani non hanno sufficienti energie per scattare da soli. Pantani è stata forse l’ultima gloria, anche se il doping ne ha offuscato la leggenda.
John Foot ha scritto “Pedalare!” per parlare della storia d’Italia attraverso il ciclismo. Con ancora maggiore profondità che nel suo precedente lavoro Calcio! (vedi MaxKeefe 7 del marzo 2011), indaga sulla costruzione dei miti e dell’identità nazionale nel periodo di maggior fulgore del ciclismo.
Un racconto godibile, appassionato ma rigoroso, in cui la storia dei campioni è la storia dei nostri occhi che li guardarono, di come sono cambiati. Da ingenui occhi contadini a disincantati sguardi urbani. Forse più grassi, forse più felici. Ancora desolatamente affamati di miti.

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