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25.8.19

Leonardo Sciascia in morte di Girolamo Li Causi (“l'Unità”, 15 aprile 1977)

Girolamo Li Causi tra i contadini nell'occupazione delle terre incolte

“Anche se in questi ultimi anni si era ritirato dall'attività politica, senza retorica possiamo dire che la sua morte segna una perdita insostituibile, una pena che si ggiunge alla pena: quella per l'amico che non c'è più, quella per l'uomo che ci ha dato una delle più grandi e durevoli lezioni di vita morale”.

13.8.19

I pieni poteri e l'Italia del Sì (S.L.L.)

Roma, Palazzo Braschi in occasione del plebiscito del 1934

Non credo che consapevolmente Matteo Salvini imiti, a quasi cento anni di distanza, le formulazioni e le parole d'ordine di Benito Mussolini. Ma esiste una sorta di coazione a ripetere che induce i duci e i capitani ad usare le stesse formule e a seguire percorsi istituzionali analoghi. Il passato pesa, anche se non tutti se ne accorgono.
Così non tutti sanno che la formula dei “pieni poteri” fu quella che il fascismo, non ancora regime, utilizzò dopo la marcia su Roma, nel suo esordio al governo, quando i parlamentari dichiaratamente fascisti erano ancora una minoranza.
Dal punto di vista istituzionale la prima legge che diede al Fascismo modo di cambiare le istituzioni del Regno fu appunto quella “dei pieni poteri”, la Legge 3 dic. 1922, n. 1601, concernente la delegazione di pieni poteri al Governo del re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione. (G. U. 15 dic., numero 293).
Il suo articolato, sbrigativo, così recitava:
1. Per riordinare il sistema tributario allo scopo di semplificarlo, di adeguarlo alle necessità del bilancio e di meglio distribuire il carico delle imposte; per ridurre le funzioni dello stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agili le funzioni e diminuire le spese, il governo del re ha, fino al 31 dicembre 1923, facoltà di emanare disposizioni aventi vigore di legge.
2. Entro il mese di marzo 1924 il governo del re darà conto al parlamento dell’uso delle facoltà conferite dalla presente legge.
3. La presente legge andrà in vigore il giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale. Nello stesso giorno cesseranno di aver vigore la legge 13 agosto 1921, n. 1080, la proroga della legge stessa accordata dall’art. 2 della legge 22 agosto 1922, n. 1169, e ogni altra disposizione contraria alla presente legge.
Potrebbe perfino essere un modello.
C'è un'altra preoccupante analogia. Alle elezioni-plebiscito che l'uomo forte della Lega Nord vorrebbe imporre subito, prima che il vento cambi e la gente abbia il tempo di riflettere, vuuole presentarsi alla guida dell'Italia del Sì, una formula che i propagandisti del fascismo inventarono per le elezioni plebiscitarie del 1929 e del 1934, quelle in cui gli eletti erano nominati dal partito fascista e ai cittadini rimaneva solo una facoltà di ratifica. 
Fu in uno di quei plebisciti che accadde la storia che segue e che amabilmente Leonardo Sciascia raccontò in una “voce” del suo Occhio di capra (Einaudi 1984), un libro che raccoglie i modi di dire della sua Racalmuto, voce che mi piace qui riprendere per intero.


Ci sputassi vossia
Ci sputi lei. Espressione ormai proverbiale, per dire di un’azione che si è costretti a fare anche se teoricamente, formalmente, si ha la libertà di non farla. Fu pronunziata da un certo Salvatore Provenzano, ex guardia regia (corpo di polizia, quello delle regie guardie, istituito da Nitti e sciolto da Mussolini), davanti al seggio in cui si votava il consenso o il dissenso al regime fascista. I componenti del seggio consegnavano al votante la scheda su cui, teoricamente, il votante era libero di scrivere “si” oppure “no”: ma di fatto le schede venivano consegnate con il “si” già scritto, per cui al votante altro non restava che leccare la parte gommata della scheda, chiuderla e imbucarla nell’urna. Accorgendosi dunque Provenzano che già era stato scritto un “si” dove lui aveva intenzione di scrivere un “no”, si rifiutò di toccare la scheda: che la leccasse, chiudesse e imbucasse il presidente del seggio.
Naturalmente fu arrestato: ché sarebbe già stato offensivo dire al presidente di leccare la parte gommata della scheda, chiuderla e metterla nell’urna: ma dirgli “ci sputi” era dimostrazione di assoluto disprezzo per il regime fascista. (Provenzano è morto una decina d’anni addietro. Era un uomo alto, asciutto, la faccia cotta dal sole. Vestiva sempre con giacca di velluto a coste, pantaloni da cavallante, gambali di cuoi. Viveva del reddito di una sua piccola campagna. Caduto il fascismo, non rivendicò mai il merito di essere stato antifascista).

4.8.19

Sciascia e Macaluso, le vite parallele (Rino Formica)



La sorgente è unica, il corso della vita è binario.
Sono due figli eletti del profondo Sud, nati negli anni venti in due province periferiche della Sicilia, terra di acuti e profondi conflitti sociali dove la gioventù può solo lavorare la terra, andare in miniera o fare gli studi più essenziali per vivere e per affrontare una precaria esistenza.
I figli dei contadini, degli operai e dei minatori, quando possono frequentano le scuole tecniche per salire un gradino nella rigida scala sociale; i figli della piccola borghesia impiegatizia e delle professioni marginali frequentano l’Istituto magistrale perché nella gerarchia sociale la cultura umanistica precede l’apprendistato tecnico.
La scuola è la comunità dove l’individuale si mescola con il collettivo e dove i ragazzi entrano in contatto per la prima volta con la complessa società vivente.
Ma nella formazione umana di Sciascia e di Macaluso non c’è solo la scuola, c’è l’universo delle zolfare.
“La miniera non uccideva solo con il grisù, ma anche con l’isolamento della brutalità di una esistenza trascorsa tra uomini che lavoravano come bestie”.
Gli anni trenta sono gli anni già difficili per la gioventù italiana: sono gli anni degli inganni imperiali e della nefasta preparazione della prospettiva di guerra totale.
Sciascia e Macaluso, nati con l’avvento del fascismo, appartengono a quella generazione che non conobbe la felicità e la spensieratezza dell’adolescenza e della giovinezza. La dittatura, la doppia guerra, la liberazione e la repubblica anticiparono la maturazione di una generazione: fu generazione primizia chiamata a straordinarie assunzioni di responsabilità, con un passato vero da non poter utilizzare e con un futuro incerto da costruire.
Nella generazione degli anni venti il desiderio di capire si confondeva con la necessità di agire. Le divergenze nacquero dopo la fase della lotta clandestina. Durante il periodo fascista la rete cospirativa del partito comunista era forte e suggestiva. L’operaio Calogero Boccadutri per Sciascia e per Macaluso fu simbolo di purezza e sicurezza rivoluzionaria. Sciascia nel Pci vide una stella, Macaluso, invece, vide nel partito organizzato e disciplinato una grande famiglia politica più salda della stessa famiglia naturale.
Qui si scorge la vera dissomiglianza tra Sciascia che vota comunista e si rifiuta di aderire al Pci, e Macaluso che accetta il peso del partito per far vincere l’idea.
Con una ricerca al limite dell’ostinazione Macaluso in un agile libro (Leonardo Sciascia e i comunisti, ed. Feltrinelli), passa in rassegna l’opera letteraria dello scrittore siciliano ed estrae dai suoi scritti le molte coerenze di fondo e le veniali incongruenze (contraddisse e si contraddì).
Macaluso nel sottolineare la coerente passione politica e civile che costituisce l’anima della produzione di Sciascia, garbatamente apre il capitolo del dissenso occasionale ed operativo con il Compagno di una vita sempre in sintonia sui temi della giustizia e della ricerca della verità.
Il primo dissenso vero è sull’operazione Milazzo. Nel 1958 è pubblicato il Gattopardo e Sciascia riprende il pensiero del Principe di Salina e stronca il governo di Milazzo (opera che porta il segno della direzione politica di Macaluso nel Pci) con un lapidario giudizio: “ è il governo del cambiare tutto per non cambiare niente, è stato una sorta di consustanziazione politica”.
Macaluso nel libro riprende il tema: fa una analisi della situazione sociale e politica della Sicilia, sottolinea il significato di rottura e di movimento che ebbe la dirompente iniziativa del Pci nel dividere la Dc e nell’ allearsi con il MSI; e così conclude: “Sciascia voleva un Pci di combattimento sempre all’opposizione. Sciascia era uno scrittore con una forte passione civile, le sue intuizioni, i suoi giudizi, le sue critiche, mi hanno coinvolto anche emotivamente perché avevano motivazioni alte e a volte il tempo gli ha dato ragione. Ma una forza politica come il Pci, quale comportamento avrebbe dovuto assumere verso posizioni con un elevato impatto anche sull’opinione pubblica di sinistra? E’ stato proprio questo il nodo non risolto nei rapporti con Sciascia”.
Ma è nel 1975 che avviene la svolta politica di Sciascia con il Pci quando si candida a Palermo al Consiglio Comunale. Egli è travolto da una grande illusione: battere la Dc ed ogni compromesso con il Pci. Sciascia non si accorge che è vittima di un inganno, forse, preparato da Occhetto e non contrastato da Berlinguer per liquidare il vecchio gruppo dirigente del Pci siciliano.
Sciascia nel maggio del 1975 così motiva la sua partecipazione alle elezioni: “Bisogna essere intransigenti. Bisogna evitare assolutamente, nettamente, il gioco della doppia verità. Le cose non sono buone quando le facciamo noi e cattive quando le fanno gl altri. Sono o sempre cattive o sempre buone. E se noi facciamo cose cattive per arrivare alle buone, non solo non arriveremo mai, ma ci abitueremo a fare cattive cose e così resteranno. Di questa politica netta ha bisogno il Sud. E questo hanno capito i giovani che dirigono oggi il Pci in Sicilia”.
L’entusiasmo di Sciascia è infranto dalla più vasta e globale iniziativa post ’75 del Pci con le larghe intese negli enti locali dove la Dc è garante del Pci nell’area di Governo e nel potere locale.
A questo punto Macaluso si chiede: “Come faceva Sciascia a conciliare la sua posizione di sempre (il Pci all’opposizione e niente compromessi) con le larghe intese” che in Sicilia voleva dire anche la Dc di Lima?
Sciascia capì di aver commesso un fatale errore di credito e così si espresse nella intervista a Marcelle Padovani: “I miei rapporti col Pci sono stati assai complessi, quasi quanto quelli che intrattengo con la Sicilia. Di amore e odio, per semplificare. Nel 1974-75, mi sono avvicinato o, più esattamente, il Pci si è avvicinato a me; e questo accostamento mi ha indotto a credere che fosse diverso. Sono assai sensibile ai rapporti umani, ai contatti personali: certi giovani funzionari del Pci mi hanno dato l’impressione che il partito fosse mutato, o che era sul punto di farlo. L’esperienza del Consiglio Comunale è stata una totale delusione. Il partito non cambiava. E anzi, in un certo senso, peggiorava. Ho quindi commesso un errore di valutazione, ma si è trattato anche di un’esperienza liberatrice. Non nutro più, nei confronti del Pci, rispetto di sorta. Sono ancora affezionato a coloro che vi militano, ma ritengo che quel partito sia il più vecchio che ci sia: più vecchio ancora del Partito liberale”.
Il distacco definitivo tra Sciascia ed il Pci avviene con il caso Moro e con le elezioni politiche ed europee nel 1979 quando entra nelle liste radicali e vive all’interno di un movimento vasto contro il Potere, il Palazzo, la partitocrazia, la giustizia giusta e contro il Pci dove prevaleva l’obbedienza al Partito su la ricerca della verità.
Intorno al tema della mafia l’analisi di Sciascia è seducente e convincente.
Macaluso cita un articolo di Sciascia sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982. È un testo da rileggere integralmente. Riporto la conclusione: “È qui il caso di chiarire che molto probabilmente gli uomini politici indicati generalmente come mafiosi – dall’Unità ad oggi – non lo sono mai stati propriamente: l’hanno protetta e ne sono stati elettoralmente protetti, ne hanno agevolato gli affari e sono stati compartecipi dei profitti: che poi i loro successi, nelle fazioni interne di partito e nelle elezioni, e i loro profitti negli affari, comportassero violenze e omicidi, loro hanno finto di ignorare: così come il Sant’Uffizio ignorava la sorte degli eretici affidati al braccio secolare...”
La stessa validità politica della teoria del compromesso storico Sciascia la mette in connessione con la necessità per la Dc di liberarsi delle vecchie complicità. “Teoria che non ha fatto bene al Partito comunista, ma ne ha fatto alla Democrazia cristiana. Coloro che, nella Democrazia cristiana, alla realizzazione del compromesso aspiravano, hanno coinvolto tutto il partito nell’ansietà di farsi assolvere, dal rigoroso e quasi ascetico Partito comunista, dai tanti peccati commessi dal 1948 a oggi, il peccato di mafia incluso”.
Sul tema della giustizia, sul suo uso politico, sulle interferenze della politica sulla giustizia e su una giustizia “che assume un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile e con conseguenti punte di fanatismo, la convergenza di valutazioni e di critica tra Sciascia e Macaluso sfiora la organica identificazione.
È proprio dall’esplorazione di questo tema che si arriva a dare una risposta alla domanda che ci siamo posti quando abbiamo iniziato la lettura di questo prezioso libro: “Perché Macaluso sente il bisogno di scrivere su Sciascia ed i comunisti a 26 anni dalla morte di Sciascia e a 21 dalla fine del comunismo?” Perché Macaluso ha voluto dare il via alla stesura di una autobiografia della generazione che fu chiamata a fare l’Italia repubblicana. Fu la generazione più fortunata perchè la più coinvolta, ma fu anche la più infelice perché pagò sempre con la distruzione degli affetti la sua esposizione di prima linea.
La generazione nata durante il fascismo lascia irrisolte molte questioni che nel libro di Macaluso sono tenute in ombra, perché la educata e discreta formazione umana dell’autore lo impone. Sappiamo che l’irrisolto appartiene più alla serie dell’eterno mutevole che a quello del definitivo. Ancora oggi si ripresentano le eterne questioni che leggiamo nelle vite parallele di Sciascia e di Macaluso.
La politica è prosa o poesia? Il potere e la libertà sono compatibili? È componibile il conflitto tra democrazia organizzata (i partiti) e la democrazia fluida (i movimenti e l’anarco-individualismo?)
Intorno a queste domande ruota il rovello di Macaluso perché sa che il difficile non è porre la questione ma è quello di saper individuare dove è il punto di fusione delle contraddizioni.

Critica Sociale, 5 novembre 2010

7.7.19

Stroncature. “A sangue freddo” di Truman Capote (Giorgio Manacorda)

Ritrovo un ritaglio dall'Unità vecchio di cinquant'anni quasi esatti con un pezzo di Giorgio Manacorda dalla rubrica Rileggere, una “rilettura” dunque già allora, benché a pochissimi anni dall'uscita del libro di Truman Capote. 
Manacorda non poteva sapere che si trattava dell'ultimo romanzo portato a termine dallo scrittore americano, entrato negli anni 70 del 900 in una crisi letteraria ed esistenziale che – con alti e bassi (più bassi che alti) – lo accompagnò fino alla morte nel 1984; e dunque non sbagliò del tutto diagnosi quando sostenne che quel libro non era l'origine di un nuovo genere, di una nuova scuola (il “romanzo-verità”), ma l'opera di uno scrittore se non “finito” come il critico asserisce, quanto meno “alla fine”. E tuttavia la sua “stroncatura” - perché di questo si tratta, e non già di una rilettura – mi pare ingenerosa e sbagliata e il libro resta per me un libro molto importante, se non proprio un capolavoro. 
Affido l'articolo alla lettura (o – chissà – rilettura) dei 24 frequentatori di questo blog. (S.L.L.)

Truman Capote

1966. Un best seller internazionale: A sangue freddo di Truman Capote. Tutti lo leggono, tutti ne parlano. Polemiche in pubblico, polemiche in privato e l'inevitabile film che, in questa stagione di riprese, è annunciato sugli schermi del cinéma d'essai.
Un libro dichiaratamente sui generis, un romanzo costruito su un fatto di cronaca e scritto da Capote sulla base di colloqui con i due assassini.
Lasciamo da parte, per il loro carattere esterno rispetto all'opera scritta, le accuse che allora gli mosse il critico dell’Observer. Kenneth Tynan sosteneva che Capote non avrebbe fatto nulla per salvare la vita di quei due uomini, di cui egli diceva di essere diventato amico. Limitiamoci al libro. L'impressione che se ne ricava è la seguente, un libro costruito apposta per l'americano medio, il libro di uno scrittore finito, ma con tanto mestiere. Un autore che sfrutta fino in fondo le risorse di una realtà patologica, ma non per coglierne una qualche verità intima e dolorosa bensì per avere «qualcosa da dire».
Uno scrittore che non si rassegna all’esaurimento della propria vena, e tenta di rinsanguarla con sangue vero ma non ci riesce perché il libro è stato pensato sccondo le categorie estetiche e formali che improntano la mentalità e il comportamento dell’americano medio (come giustamente notò Moravia). La pretesa oggettività di Capote non è altro che un freddo estetismo da supermarket. A parte la struttura formale e lo «spessore» linguistico pei cui non vale la pena di spendere una parola, è molto rivelatrice la struttura narrativa di questo romanzo. Come prima cosa Capote ci descrive la vita delle vittime e ne fa un ritratto tale che ogni americano «come si deve» non può non amare.
Si tratta di un esempio tipico di famiglia americana, in cui il padre è di tempra dura, la tempra dei pionieri «che si sono fatti da soli» e i figli vivono spensierati e felici tra una partita di baseball e una torta di mele. Capote indugia a farci amare le vittime, ma è estremamente «obiettivo» freddo e distaccato nei confronti dei due assassini: essi sono semplicemente radiografati.
Gli stadi della struttura del romanzo sono tre: a) Amore. compassione e identificazione nella famiglia «per bene» depositaria dei valori della società e di tutto ciò che ni può desiderare; b) sgomento, terrore per la distruzione «senza ragione» di tanta perfezione, di tanto eden; c) rasserenamento nella spiegazione: sono due pazzi criminali che verranno uccisi a loro volta. La pace torna nell’americano medio: ciò che esce dalla regola è assurdo come un fulmine o una forza naturale o la pazzia dei due assassini.
Al di là o al di sotto delle intenzioni di Truman Capote, A sangue freddo è un romanzo in qualche modo emblematico: se dal suo interno non scaturisce nulla, scaturisce molto una volta che dal di fuori il critico collochi il romanzo e il suo autore nell'ambìto della società che li ha prodotti.

"l'Unità", 8 luglio 1969

27.6.19

Esercizi spirituali (Leonardo Sciascia)

Un albergo sulle pendici dell'Etna

Mi sono trovato una volta, d’estate, in un albergo di montagna dove ogni anno si riuniscono, per gli esercizi spirituali, gli ex allievi di un convitto religioso; uno di quei convitti che fanno «classe», e perciò vi si arrampicano anche quelli che appena possono permettersi di pagarne la retta (cioè: i padri vi arrampicano i figli, che certo preferirebbero le squallide e invigilate «stanze in famiglia», ma finiscono poi con l’affezionarsi e, una volta fuori, col riconoscere il vantaggio dei legami stabiliti coi maestri e coi compagni in quegli anni di clausura).
Arrivavano, gli ex allievi, alla spicciolata: e nello spiazzo davanti all’albergo, scendendo dalle loro grandi automobili, si incontravano con espressioni di sorpresa e di gioia, scherzosi insulti, abbracci e manate. E magari si erano lasciati la sera avanti, giù in città: ma il ritrovarsi all’appuntamento di ogni anno, tutti insieme, svegliava in loro una compagnoneria facile e sguaiata: che sarebbe stata, pensandoci bene, l’unica contropartita e risorsa alle lunghe ore di messa, predica e preghiera che li attendevano. Qualcuno arrivava accompagnato dalla moglie: ma soltanto fino alla soglia del ritiro; e lasciato lì, la valigia accanto, col viatico di due sororali baci sulle guance e di una frettolosa raccomandazione riguardo al freddo della sera e al golfino o alle medicine da prendere al pasto.
E lei se ne ripartiva lestamente, dando l’impressione, nel virare l’automobile nello spiazzo, nel festoso rombo del motore, nello slancio con cui usciva dal cancello, che, avendo consegnato il marito a un luogo in cui si celebrava lo spirito, libera, leggera, ilare corresse a luoghi dove invece si celebrava la materia. Una di quelle situazioni che provocano e suscitano immaginazioni che si sogliono dire boccaccesche ma che meglio sarebbe, in questo caso, dire maupassantiane (malpassantiane, preferiva Savinio): lei che corre all’alcova segreta e nel frenetico impatto, tra un bacio e l’altro, mentre il partner, come Mario Cavaradossi, la discioglie dai veli, dice: «ho lasciato quel porco ai suoi esercizi spirituali». Quel porco! E qualcuno, tra i venuti al monte dello spirito, lo era davvero: forse anche nella vita coniugale, certamente in quella pubblica. Malversazione, peculato, interesse privato in atti di ufficio: nero su bianco in rubrica giudiziaria. E molti altri ce n’erano, non mai o non ancora rubricati, di cui si diceva illecita la ricchezza, torbida l’incredibile ascesa. Avevo insomma sotto gli occhi, adunati all’insegna dello spirito, con apparente allegria costituitisi (verbo perfettamente in taglio) alla meditazione e alla preghiera, non pochi esponenti di una classe di potere.
La meditazione, la preghiera. Alla fine di ogni predica, dovevano ritirarsi ciascuno nella propria camera, a meditare. Uno che dopo la predica si attardava nell’atrio, fu severamente rimproverato da un prete: « Avvocato, mi meraviglio di lei! Vada a meditare in camera»; e l’avvocato filò in camera, mortificato. La sera, tutti insieme, recitavano il rosario: andavano su e giù nello spiazzo avaramente illuminato, a passo svelto, con dei dietrofronti improvvisi, confusi, aggrovigliati; e quanto più si aggrovigliavano tanto più levavano le voci nei pater, negli ave, nei gloria. Con una nota di isteria, di paura. E in quel momento, anche chi (come me) li vedeva nell’abietta mistificazione e nel grottesco, scopriva che c’era qualcosa di vero, qualcosa che veramente attingeva all’esercizio spirituale, in quel loro andare su e giù al buio, in quel biascicare preghiere, in quel confondersi e aggrovigliarsi: quella nota di isteria, di paura; quasi che per un attimo si sentissero, disperati, nella confusione di una bolgia, sul punto della metamorfosi. Appunto come nella dantesca bolgia dei ladri. E che l’attimo potesse diventare eternità.
Debbo confessarlo: quel piccolo, momentaneo contrappasso che sentivo si realizzava tra loro, in loro, mi appagava e rassicurava. Che credessero nell’inferno, che ne avessero paura. «Se ci credi, c’è; se c’è, ci andrai». E capisco perché un mio amico, che non ci crede e non ci andrà, ogni volta che incontra un prete domandi: «c’è ancora, l’inferno?». Ma pare che in questi ultimi tempi non riesca ad ottenere risposte soddisfacenti, e cioè affermative.

Nero su nero, Einaudi, 1979

26.6.19

Erice, un paese diverso (Leonardo Sciascia)

Erice. La piazza Umberto I con il Municipio, il Museo e la Biblioteca Comunale

Nella biblioteca comunale di Erice si trovano, manoscritti di nitida grafia, di paziente ordine tanti fascicoli che riguardano la storia della città: repertati, per categorie sociali, economia, costume giurisdizioni, avvenimenti pubblici, cronache criminali. Santo Uffizio dell’Inquisizione, Cronaca criminale ericina, Delinquenza del clero: e così via. Li ha lasciati il bibliotecario Antonino Amico, morto qualche anno fa, vecchissimo. Prete e canonico, me ne parlano come di un uomo molto intelligente, libero e tagliente nei giudizi, vivace, spregiudicato. Carlo Levi lo conobbe nel 1955, e ne ha fermato un ritratto ne Le parole sono pietre: « Ha ottanta anni, è quasi cieco e continua il lavoro di tutta la sua vita, di ricerca, di archivio, di collazione di antiche carte, di trascrizione di documenti, sì da lasciare agli studiosi un materiale prezioso per la storia di Sicilia. Ha l’aspetto del suo lavoro, col corpo incurvato e secco, lo sguardo lucente nel viso rattrappito, diverso come Erice da ogni cosa circostante, venerabile e raro, come se fosse un contemporaneo di quelle nebulose figure di Saturno, dei Ciclopi, di Bute, e della Venere Ericina». Chi sa che effetto fece, al canonico, che Levi lo vedesse contemporaneo anche della Venere Ericina.
Si sarà sentito tanto vecchio e al tempo stesso tanto giovane, forse. Certo è che non era uomo da scandalizzarsene: e si vede dalla leggerezza ed arguzia con cui tratta di «reità veneree», di tresche, di corna. Senza compiacenza: ma il divertimento c’è innegabile. Il culto della Venere Ericina, sembra dire il canonico, in questo luogo è continuato anche nei tempi di più oscura sessuofobia, e specialmente da parte di coloro che della sessuofobia avrebbero dovuto essere ministri ed esempio.
Ecco dunque un uomo che ha fatto bene il proprio lavoro: tutti questi fascicoli che forse nessuno pubblicherà mai, che pochissimi leggeranno. Ma ci sono: e offrono un vivace affresco della vita di un paese siciliano tra il Cinquecento e il Seicento; di un paese, come giustamente dice Levi, diverso.


da Nero su nero, Einaudi 1979

16.6.19

Emigrazione e letteratura. La prefazione di Leonardo Sciascia a “tutti dicono Germania Germania” di Stefano Vilardo

Negli anni della contestazione (68 e dintorni) non mancarono i tentativi di dare voce attraverso la sociologia e la letteratura a settori delle classi subalterne che l'antico verismo e lo stesso neorealismo avevano trascurato: gli operai della fabbrica moderna, per esempio, o i migranti. Uno di questi esperimenti di frontiera lo tentò, secondo me con successo, mettendo in versi i racconti di vita dei suoi compaesani emigrati, Stefano Vilardo, un maestro elementare di Delia (Cl), che alle magistrali di Caltanissetta – grazie ad una bocciatura poi considerata provvidenziale - era stato compagno di banco e amico intimo di Sciascia (vedi il suo A scuola con Leonardo Sciascia, Sellerio 2012). Quella che segue è la prefazione che lo scrittore di Racalmuto scrisse per la prima edizione in volume delle "poesie sell'emigrazione" composte da Vilardo. (S.L.L.)


«Prima della Rivoluzione francese» — annotava Gramsci — «prima cioè che si costituisse organicamente una classe dirigente nazionale, c’era un’emigrazione di elementi italiani rappresentanti la tecnica e la capacità direttiva, elementi che hanno arricchito gli Stati europei col loro contributo. Dopo la formazione di una borghesia nazionale e dopo l’avvento del capitalismo si è iniziata l’emigrazione del popolo lavoratore, che è andato ad aumentare il plus-valore dei capitalismi stranieri: la debolezza nazionale della classe dirigente ha così sempre operato negativamente. Essa non ha dato la disciplina nazionale al popolo, non l’ha fatto uscire dal municipalismo per una unità superiore, non ha creato una situazione economica che riassorbisse le forze di lavoro emigrate, in modo che questi elementi sono andati perduti in grandissima parte, incorporandosi nelle nazionalità straniere in funzione subalterna». Sempre così negativamente operando, la classe dirigente italiana si è data, dopo l’Unità, a un recupero di tipo sciovinistico delle glorie italiane in terra straniera, cioè di quegli elementi che nel campo delle invenzioni, delle scoperte, dell’arte militare avevano contribuito alla grandezza e ricchezza di altri Stati: e resta esemplare la questione sull’italianità di Colombo, che ha dato luogo a tutta una letteratura che Gramsci definisce « completamente inutile e oziosa ». Ma un tale chauvinisme, praticato a livello di un certo giornalismo, di una certa erudizione, aveva in effetti una funzione: la classe dirigente nazionale lo dava come una specie di viatico — il solo che fosse capace di dare — al popolo lavoratore che massicciamente emigrava. Già Cesare Balbo aveva auspicato « una storia intiera e magnifica e peculiare all’Italia » degli italiani, dei grandi italiani, fuori d’Italia; e proprio nel momento in cui una delle più grosse ondate di emigrazione dall’Italia si riversava sulle Americhe, sugli Stati Uniti e sull’Argentina in prevalenza, usciva un Dizionario degli italiani all’estero che partiva dall’anno 1000. Con lo stesso criterio, negli anni del fascismo si inaugurava — suggerita da Gioacchino Volpe — una pubblicazione in più volumi su L’opera del Genio italiano all’estero', ufficiale, governativa. La classe dirigente italiana, e la cultura che la rappresentava, era talmente occupata a cercare le orme del genio (Genio) italiano in terra straniera, dall’anno 1000 alla Rivoluzione francese, che non si accorgeva delle centinaia di migliaia di italiani che, bestialmente stivate, continuavano a lasciare le itale sponde. Non voleva accorgersene, cioè; non voleva curarsene. Erano italiani senza genio (Genio): sapevano soltanto lavorare con le braccia, e duramente. In altro luogo Gramsci osserverà: e perché questa classe dirigente, la sua cultura, la sua letteratura, dovrebbe occuparsene quando sono all’estero, dei lavoratori italiani, se nemmeno se ne occupa quando sono in Italia?
Ma in Italia, bene o male, paternalisticamente o meno, tra scapigliatura e verismo, il popolo lavoratore era entrato nella letteratura. Riguardo all’emigrazione, era però tutt’altro affare. E valga l’ironica osservazione che Dominique Fernandez fa a proposito dei Malavoglia'.
«Il maggiore dei Malavoglia, sin dal tempo in cui è ancora un bravo ragazzino e sta alla larga dalle osterie, si mette in testa di lasciare Acitrezza e tentare fortuna altrove. L’autore, lungi dall’incoraggiarlo in questa sana decisione, l’accusa di voler abbreviare i giorni a sua madre, di abbandonare alla deriva i suoi fratellini, di infischiarsi del focolare domestico, e infine d’essere un ambizioso, un pretenzioso, che sarà punito per aver disprezzato l’onorevole miseria di cui i Malavoglia si sono sempre accontentati... I Malavoglia apparvero nel 1881. Ebbene, in quello stesso anno, l’Europa mandava 85.000 emigranti in America; tre anni dopo 200.000; nel 1900 l’Italia, da sola, 200.000, di cui circa una metà siciliani... ».
Fernandez chiama quella di Verga «une bévue historique de taille», una grossa cantonata storica. E non il solo Verga l’ha presa. Non c’è nella letteratura italiana, infatti, un solo libro che rappresenti la condizione degli emigranti per come è stata, per come è. Solo in questi ultimi anni abbiamo avuto dei documenti diciamo ricreati: le lettere di un emigrante pubblicate da Antonio Castelli in Entromondo, queste storie messe in versi da Stefano Vilardo.
Vilardo è nato a Delia, in provincia di Caltanissetta, e a Delia è vissuto per tanti anni, insegnando nelle scuole elementari. Poeta, per così dire, in proprio (un paio di volumetti pubblicati in edizione limitata: poesie di idillio, poesie d’amore), ad un certo punto si è dato a raccogliere e ricreare queste storie (alcune ne ha pubblicate sul numero 15, luglio-settembre 1969, di “Nuovi argomenti”. E non è stata un’operazione facile. Per quanto, leggendole, non sembri, la mediazione del poeta c’è stata. La ricreazione, appunto. E che non sembri, è il maggior merito di questo libretto.

in Tutti dicono Germania Germania. Poesie dell'emigrazione, Garzanti, 1975

13.6.19

Noi, lettori di gialli (Leonardo Sciascia)

Una delle ultime cose scritte dal maestro di Racalmuto, una deliziosa paginetta di memorie e dubbi, vivamente consigliata. Il mistero di cui Sciascia ragiona non trova, neanche in rete, la soluzione che si desidererebbe: c'è chi garantisce che tale mistero in realtà non c'è e chi, invece, in qualche modo lo ripropone. Provare per credere (S.L.L.)


Il giallo è sempre stato il mio viatico ferroviario. Un po' meno, per la verità, in questi ultimi anni: non dismessa l'abitudine di acquistarne uno o due prima di salire sul treno, ma abbandonata la lettura dopo le prime dieci o al massimo venti pagine: ché sarà una decadenza di questo genere di racconto, il suo estenuarsi e ripetersi, ma il fatto è che raramente, molto raramente ormai, riesco a trovarne uno che più o meno straccamente mi invogli a leggerlo sino allo scioglimento, alla soluzione.
Ma trenta e più anni fa, le combinazioni dei misteri criminali che sono essenza del giallo non sembravano destinati ad esaurirsi (e bisogna aggiungere che se, per così dire, il genere commerciale e di consumo va ad esaurirsi, il genere propriamente letterario, quella materia, quella tecnica, quel modo di raccontare, si può dire vada invece affermandosi: vale a dire che il giallo è passato di mano, dagli scrittori di gialli agli scrittori tout court).
Più di trent'anni fa, precisamente nell'autunno del 1952, alla stazione ferroviaria di Caltanissetta acquistai l'ultimo dei gialli settimanali Mondadori: La morte alla finestra di G. Holiday Hall. E non che nei gialli Mondadori, tra tanti mediocri o addirittura pessimi, non ne fossero mancati fino a quel momento di buoni, ma fin dalle prime pagine La morte alla finestra mi parve di qualità diversa, di livello più alto. Ero allora fortemente affezionato agli scrittori americani, da Steinbeck a Caldwell a Faulkner a Cain: e mi parve che in quella pleiade si accendesse il lumicino del giovane G. Holiday Hall, intruppato tra i giallisti ma di miglior vocazione e di diverso avvenire. Più precisamente, avevo l'impressione che, pur dedicandosi alla letteratura di consumo, quel giovane scrittore (giovane e nuovo lo diceva la presentazione editoriale) avesse fatto i suoi latinucci sugli altri maggiori, e su Faulkner specialmente.
Mi avvenne di rileggere il libro qualche anno dopo (mi capita, coi gialli), e poiché le riletture sono sempre più attente delle letture, l'impressione di allora mi si confermò al punto che volli saperne di più. Scorsi l'elenco di tutti i gialli settimanali che erano nel frattempo usciti: ma non ne trovai altri di G. Holiday Hall. Andai a trovare Alberto Tedeschi, che della collana era direttore, per chiedergli di quell'autore, di quel libro; e come mai altri non ne fossero stati pubblicati. Tedeschi molto gentilmente cercò di soddisfare la mia curiosità, ma senza alcun risultato. G. Holiday Hall era scomparso dal mondo della detective story, né si era ripresentato nel mondo letterario americano. Tedeschi convenne che era opportuno far migrare il libro da quella collana ad altra più seria e che valeva la pena cercare di saperne di più sul suo autore. Ma non ne seppi più nulla. Riletto dopo trentasette anni, ancora mi pare valga la pena. E così è parso a Elvira Sellerio, che si è imbattuta a leggerlo ricevendone impressione non diversa dalla mia. Solo che non si è riusciti a saperne di più, su G. Holiday Hall. Si tratta di uno scrittore ben noto sotto altro nome che si è dato a quella vacanza (il nome lo fa sospettare)? Di un giovane scrittore che ha azzeccato quel primo libro e altri non ha saputo scriverne? Un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere.
Milano, luglio 1989

"la Repubblica", 31 marzi 1990

29.10.18

Sciascia e la pretesa della verità. L’“affaire Moro” nella ricostruzione dello scrittore siciliano (Vittorio Spinazzola)


Vittorio Spinazzola, che oggi viaggia verso i 90 anni e da ultimo ha saputo uscire dal campo minato delle recensioni e degli interventi giornalistici con qualche buon saggio, fu – nel secolo scorso - un valido critico militante, entrato piuttosto tardi nell'insegnamento universitario... Scrisse a lungo di letteratura italiana per la stampa del Pci e sui temi “politicamente sensibili” quasi mai si allontanò dalle impostazioni prevalenti nel suo partito. Quando nel 1978 uscì per Sellerio l'Affaire Moro di Leonardo Sciascia, che aveva iniziato una dura polemica con il Pci di Berlinguer proprio in occasione del rapimento dell'uomo politico democristiano, Spinazzola ne tentò la stroncatura. Secondo me, l'articolo, che qui posto come esemplare di un costume diffuso tra gli intellettuali più “organici”, è molto brutto. Fa sorridere, poi, il confronto tra il libro di Sciascia, uno dei più importanti del suo magistero civile, e un pamphlet di Arbasino uscito nello stesso torno di tempo, decisamente minore.

La prima edizione del volume "L'affaire Moro (1978).
La seconda (1983) uscì nella collaba blu "La memoria"
e comprende la relazione che LeonardoSciascia presentò
alla Commissione Parlamentare sul rapimento Moro
nella sua qualità di deputato per il Partito Radicale

Divagazioni psicologiche e crociata antistatalista di un pamphlet scritto in bella prosa - Più consapevole e criticamente efficace l’approccio di Arbasino.

È indubbiamente significativo che ad affrontare per primi il «caso Moro», ancora a caldo, e in forma saggistica, siano stati due scrittori di ascendenza illuminista: il settentrionale Alberto Arbasino e il siciliano Leonardo Sciascia. Diversi però sono stati i loro metodi di lavoro; l’uno si è orientato sul terreno della rilevazione sociologica, l’altro ha adottato gli strumenti dello psicologismo. E divergenti appaiono anche i risultati, che peraltro rappresentano una duplice conferma della evoluzione da tempo in atto in entrambe queste personalità letterarie. Il «frivolo» Arbasino accentua la sua volontà di intervento ironico e paradossale sull’opinione pubblica per sollecitarla ad assumere atteggiamenti di modernità laica, basati sui culto dell’empiria fattiva; l‘«impegnato» Sciascia inclina sempre più a prendere le distanze dalle forme organizzate di realtà collettiva e a richiamare con aulico cipiglio i lettori alla meditazione sulla sorte morale se non metafisica dell’individuo.
L’affaire Moro (Sellerio, pp. 146, L. 3.500) tenta infatti di interpretare le lettere scritte dalla vittima delle Brigate Rosse durante la prigionia come una straziata presa di coscienza della vanità del potere, cioè delle cose mondane, in nome dei valori perenni dell’eticità. Ma per seguire il ragionamento di Sciascia, bisogna accettarne la premessa, o meglio l’ipotesi di partenza. Secondo lo scrittore, le lettere esprimono il pensiero liberamente formulato da un uomo che, seppur prigioniero, non pativa alcuna vessazione o condizionamento. Come mai? Ma perché le BR hanno accusato il sistema carcerario vigente di tender ad alienare e annientare la personalità del recluso; la loro etica carceraria non può dunque non essere del tutto opposta: è facile dedurne che Moro godeva, da parte dei suoi sequestratori e prossimi carnefici, del trattamento più umano, corretto, leale.

Aereo sillogismo
La convalida di questo aereo sillogismo sirebbe data dal fatto che i brigatisti hanno rischiato la vita per recapitare una serie di messaggi dei quali, a loro come loro, non importava un bel niente: a tal punto erano rispettosi dei desideri del loro, diciamolo pure, illustre ospite. Veramente, qui cadiamo in una tipica petizione di principio, dando per dimostrato quel che appunto occorreva dimostrare, ossia l’estraneità della BR alla strategia epistolare impostata da Moro. Ma Sciascia non se ne cura, procedendo oltre con le sue deduzioni. E a questo punto, ovviamente, il gioco è fatto.
Il caso Moro viene configurato come l’ultima conferma di un archetipo culturale celeberrimo: il grande della terra che, percosso dalla sfortuna, ridotto in mano dei suoi nemici più fieri, prossimo al supplizio, comprende l’enormità degli errori commessi nell’esercizio del dominio: si ravvede quindi pubblicamente ed affronta la morte con spirito contrito, grato ai suoi carnefici stessi per l’occasione di salvezza dell'anima che gli hanno offerto. Se ne edificano i buoni, e gliene proviene il plauso commosso dei letterati che dianzi lo esecravano. In fondo, Il Cinque Maggio del Manzoni è fondato su uno schema di questo genere.
Si può obiettare che, anche prendendo per giusta questa interpretazione coscienziale, il problema politico restava pur sempre un altro: cioè se lo Stato italiano dovesse accettare il ricatto della proposta di scambio dei prigionieri, quale che ne fosse l’ispiratore. Ma questo, a Sciascia, è il problema che interessa meno. L’importante è che Moro fosse giunto a illuminarsi d’una certezza di cui lui, lo scrittore, s’era persuaso da tempo: per lo Stato italiano, per qualsiasi Stato, non vale la pena di sacrificare un’unghia, figuriamoci la vita. Semmai, a scandalizzarlo è che i politici non abbiano capito o abbiano fatto finta di non capire, anche loro, una verità cosi evidente, approfittando della circostanza per un atto di contrizione collettiva. Ma tant’è, si sa che i politici pensano solo al godimento del potere: o che lo gestiscano effettualmente, come i democristiani, o che aspirino a intromettervisi, come i comunisti.
A spiegare una presa di posizione che confonde cosi curiosamente stati d’animo soggettivi e realtà oggettiva, moralismi e ingenuità e pose letterarie, possono essere addotti due motivi. Il primo è la mancanza di una base di conoscenza scientifica del fenomeno terrorista; poiché Sciascia conosce invece davvicino il fenomeno mafioso, attribuisce senz’altro a quello alcuni connotati di questo, anzitutto un codice dell’onore da far davvero invidia alla «onorata società». Il secondo è che Sciascia appare ormai pervaso da un sacro furore statofobico, che lo induce a esasperare oltranzisticamente i toni e modi della crociata contro l’empietà della statolatria. Certo, L’affaire Moro si richiama alla polemica antistatalista oggi così in voga; ma con un sovrappiù di passionalità viscerale, che induce a una accentuata trascuranza per le connessioni logiche del discorso.
Il significato più autentico del libro sta nella somma di osservazioni e divagazioni etico-psicologiche concepite da un letterato esperto, convinto che la letteratura assicuri il possesso della sapienza suprema, in quanto fornisce gli strumenti infallibili per scrutare il cuore e la mente degli uomini, divinando il segreto degli eventi più oscuri. Animato da tale persuasione, Sciascia accumula le supposizioni, sottolineandone il carattere immaginoso proprio per esaltare il valore della sua sensibilità intuitiva: « E c’è da credere», « Ed è pure da credere», « E a me pare di potere affermare», «E viene il sospetto che» _ «E si può anche, da questo sospetto, far rampollarne un altro», «Si può anche avere l’impressione... ma soprattutto si ha l’impressione... E c’è da immaginare (ancora da immaginare)», «Non c’è ripeto, nessun segno certo di un tale dissenso: eppure lo si intuisce, lo si sente, lo si intravede », « E può darsi che si stia, qui, facendo un romanzo: ma non è improbabile che » e così via.
Di un romanzo in effetti si tratta, scritto in bella prosa retoricamente ornatissima, secondo i canoni più accreditati dell’eloquenza suasoria. È il prestigio della letteratura come sede di verità, quello che a Sciascia preme di ribadire: della letteratura, cioè degli « uomini d» lettere », espressione da lui preferita a «intellettuali», che gli suona «termine di generica e imprecisata massificazione». Non per nulla L’affaire Moro non rimanda quasi affatto ad avvenimenti né a testi di tipo storico-politico, ma si appoggia alla auctoritas d’una serie assai lunga di buoni autori, da Cervantes a Borges, da Unamuno a Tolstoj, da Shakespeare a Calderon, a Manzoni, Poe, Trilussa, Pasolini, sino alla Novella del grasso legnaiolo e alla commedia I mafiosi della Vicaria.
Non serve obiettare che Sciascia, lavorando solo sui testi delle comunicazioni e missive resi noti dagli assassini prima del delitto finale, doveva inevitabilmente ricorrere alla fantasia, con tutti i rischi del caso. Il punto è che, per lui, la sua prospettiva di interpretazione letteraria dei fatti, in chiave di moralismo statofobico, non poteva non essere pregiudizialmente vera. In effetti, quando i nuovi materiali rinvenuti nei covi terroristici hanno revocato così pesantemente in dubbio la tesi di fondo su cui il libro è stato costruito, lo scrittore non se ne è dato per inteso: e ha continuato a proporsi, con sconcertante arroganza intellettuale, come l’unico depositario dei criteri di verità atti a chiarire una vicenda ancora per troppi aspetti così misteriosa. Qui però dal caso Moro passiamo, come è stato detto, a un caso Sciascia: certo significativo per comprendere i corsi e ricorsi ideologici d’una parte dell’intellettualità umanistica italiana, ma un po' meno storicamente rilevante dell'altro, a dispetto del clamore pubblicitario che lo accompagna.
Di fronte alla iattanza di Sciascia acquista miglior risalto l’abile cautela con cui Arbasino ha accostato l’argomento. Il sequestro del presidente democristiano viene da lui assunto come occasione per una sorta di inchiesta asistematica sullo stato dell’opinione pubblica: cosa diceva la gente, come si comportava, che genere di reazioni aveva o non aveva durante i cinquantacinque giorni della prigionia. Ai suoi occhi, questo episodio anzi ritorno di barbarie ha dato evidenza al permanere, nella mentalità e nel costume più diffusi, di un indifferentismo morale, una mancanza di fiducia nei valori collettivi, una tendenza a rifugiarsi e smarrirsi nelle angustie degli affetti e degli affari privati, tipici di una società ancora alle prese con un retaggio di disgregazione secolare, che l’ha tenuta al margini dei maggiori dinamismi di progresso, così in campo economico come culturale.
In questo stato (Garzanti, pp. 189, L. 4.500) denuncia insomma con acrimonia il fallimento della cosiddetta rivoluzione neocapitalista, nel suo tentativo di dare un assetto di modernità al paese. Secondo Arbasino, molta parte della popolazione non ha vissuto partecipativamente sino in fondo la tragedia Moro perché ciò l’avrebbe indotta, costretta a fare i conti, in senso critico e autocritico, con la gravità complessiva della crisi attuale. In compenso, si t assistito a uno scatenamento della retorica, come è rituale accada in una “società dello spettacolo”, dove tutto diviene motivo di esibizionismi cinici, fatui, spocchiosi.

Distrazione perpetua
È soprattutto sul comportamento dei ceti colti, la bolsaggine del linguaggio giornalistico, la distrazione perpetua dei narratori, sempre assenti dove capiti qualcosa di grosso, che lo scrittore appunta la sua attenzione, volta a cogliere ironicamente il divario tra l’orgia delle parole e lo scarso senso e gusto per la concretezza delle cose.
Dall’abbondanza e anche dalla ridondanza dei materiali (non tutte le pagine raccolte nel volume appaiono indispensabili) emerge in positivo l’auspicio di uno Stato democraticamente neoborghese, forte del consenso attivo dei cittadini, inserito a pieno titolo fra le nazioni europee più ordinatamente progredite, sugli sperimentati modelli inglese o magari svizzero. Questa visione da «ultimo dei liberali » stenta a calarsi nella concreta complessità del caso italiano: in effetti Arbasino si limita ad enunziarla, in termini di buon senso empirico, ma senza articolazioni ideologiche adeguate. E non per nulla offre così poco spazio ai dati propriamente politici, dove l’originalità della questione italiana si manifesta meglio, coi suoi aspetti di ritardo storico ma anche di anticipazione innovativa.
Resta il fatto che la posizione assunta dallo scrittore, pur nella sua opinabilità, gli consente un impatto critico, efficace sugli orientamenti della nostra società civile, e soprattutto dei ceti intermedi, nelle loro inquietudini e pigrizie e velleitarismi. In questo senso, la strage di via Fani e il lento assassinio di Moro si rivelano davvero un’utile cartina di tornasole. Arbasino non nasconde la sua scarsa simpatia per l’uomo politico assassinato, cui imputa gravi corresponsabilità nell’aver ridotto l’Italia «in questo stato», cioè in una situazione per cui non appare evidente a tutti la necessità primaria di difendere le istituzioni dello Stato, con la esse maiuscola: e possono emergere quelle tendenze al cedimento, alla trattativa, contro cui lo scrittore si pronunzia beffardamente. Ma appunto da questo atteggiamento di distacco deriva la disposizione a sottolineare con spregiudicatezza i sintomi di uno scollamento fra le tendenze serpeggianti nell’opinione pubblica e le prospettive indicate ai più alti livelli istituzionali.

l'Unità 28 ottobre 1978

11.8.18

Leonardo Sciascia. Le candide rabbie del Voltaire di Racalmuto (Alfredo Giuliani)


Il primo libro pubblicato nel 1950 da Leonardo Sciascia si intitola Favole della dittatura. L'ho letto soltanto nel 1982, quando in occasione del Capodanno l'editrice Sellerio lo ristampò in una veste assai elegante e lo mandò agli amici. Le favole, brevi o brevissime, sono meno d'una trentina; scritte con fermissimo e misurato nitore, lasciano appena intravedere quelle che saranno poi le cifre di questo autore: l'amarezza appassionata, l'arguzia mimica, il realismo venato di malinconia e di umori metafisici. Vorrei citare per intero una delle favole dal libretto di Sellerio: “Da anni il cane, quando pieno di noia si acculava ai piedi del padrone, amava la fresca sensazione che le scarpe gli davano: il padrone usando sempre una buona vernice alla trementina. Così, lentamente, il pensiero dei calci ricevuti e da ricevere, si fuse in quell'odore gradevole, acquistò una certa voluttà. La pedata fu soltanto un odore. Ma un giorno il padrone usò altra vernice, di un odore più torbido, come di petrolio e di sego. Da allora le pedate riempirono il cane di disgusto”. Qui Sciascia era ancora incline a intenzioni di raffinamento, quasi liriche.

"Il buon odore delle pedate"
La favola del servilismo ha un tempo, che si snoda nei rapporti tra sentimenti e fatti; e ha uno spazio: si svolge in basso, ai piedi del padrone. Il tempo indefinito e continuo della condizione cane-padrone è reso con sapienza; al centro il pensiero dei calci ricevuti e da ricevere, e al principio e alla fine, simmetrici, Da anni e Da allora. Ma un' altra simmetria gioca il ruolo principale: il cane che era pieno di noia quando finiva col gustare il buon odore delle pedate, si riempie di disgusto quando l'odore cambia e diventa sgradevole. I fatti determinano le reazioni morali; e quella noia provata dal cane prima del disgusto non è forse un fatto più sottile, più insinuante dell'odore delle pedate? Dietro il garbo agevole e spesso divertito della scrittura, Sciascia risulta per fortuna un autore tenacemente attaccato alla realtà delle contraddizioni, ai fatti piccoli o grandi che costituiscono le verità percepite. Il piacere di favoleggiare, la mania di elevare la cronaca a favola, l'intelligenza della storia, e quella che ho chiamato più sopra l'arguzia mimica (la capacità di assumere e affabulare con riflessione i modi di essere degli altri), la naturalezza di scrivere pensando al lettore come a un altro se stesso (Quando non mi diverto, la pagina non viene); ecco, tutto questo, a cui si aggiunga il pirandellismo di fondo, fa di Sciascia un narratore deliziosamente pettegolo, irrequieto, mutevole, un interprete smaliziato della nostra commedia sociale. Tra le molte pagine dedicate a Pirandello, rileviamo un tratto autobiografico nel volume-intervista La Sicilia come metafora (Mondadori); quando lesse Il fu Mattia Pascal e qualche volume di novelle, ne ebbe una travolgente rivelazione: che dentro il mondo pirandelliano egli viveva, che il dramma pirandelliano dell'identità e della relatività era il suo di ogni giorno. Chi sono come sono come mi vedono gli altri chi sono e come sono gli altri come si può parlare con gli altri se gli altri non sanno nulla di me e io nulla degli altri e nulla anche di me stesso. Questo è l'aspetto arrovellato, da cui vediamo nascere l'inclinazione, tutta siciliana, al mimo. Tradizione orale, sulla quale Sciascia ha scritto osservazioni interessantissime (La corda pazza, Einaudi), e tradizione letteraria, essenzialmente moderna, se pensiamo a certe novelle di Pirandello e ai Mimi siciliani di Francesco Lanza (ristampato da Sellerio parecchi anni fa con prefazione di Italo Calvino). Scoprire il rovescio doloroso, pietoso, dell'avvenimento faceto, o il grottesco dentro la tragedia: il nocciolo dell'ispirazione pirandelliana, secondo Sciascia, è per lo più la sollecitazione fantastica provocata dal fatto realmente accaduto, è il personaggio reale che s'impone quale mimo di se stesso. Questa è anche la poetica di Sciascia, ma tenendo conto di una correzione: il modo di ragionare le cose si aggrappa all' illuminismo, a Diderot, Courier, Manzoni, insomma alla lucidità e al sarcasmo che si ficcano nel groviglio delle pulsioni umane, dei caratteri, degli interessi, delle cecità umane. Molti dei più celebrati romanzi di Sciascia sembrano quasi belli e scritti per il cinema (Il giorno della civetta, Todo modo); penso che di quelli il migliore sia A ciascuno il suo (ristampato l' anno scorso dall'Adelphi). Del resto, Sciascia non nascondeva tale vena: “Per il modo di raccontare, di fare il racconto, credo di avere un debito più verso il cinema che verso la letteratura”, dice a Marcelle Padovani (La Sicilia come metafora).

Candido e Pangloss
Ma il suo piacevole raccontare può avere ambizioni più complesse. Candido, del 1977, intreccia pressoché tutte le corde dello strumento: quella pazza o grottesca, la malinconica, la corda filosofica, la pettegola e maliziosa. Fedele al modello voltairiano, l'autore accumula in Candido tutte le improbabilità semiserie e plausibili della nostra commedia social-politica, con suicidi, omicidi, intrallazzi e bieche carriere, famiglie rapaci, gerarchi di partito, e molti preti spretati. Le vicende burattinesche scorrono vicinissime alla realtà e vengono continuamente risucchiate da una voragine di mestizia e delusione. Sciascia non se la sente di essere cattivo quanto Voltaire. Questi non risparmia dal ridicolo il suo protagonista. Candido, vissute tutte le sue disavventure per amore di Cunegonda, finisce con lo sposarla di malavoglia, diventata com'è brutta e sbattutissima, e con l'accontentarsi di coltivare l'orto. Quanto al suo precettore Pangloss, la sua leibniziana fede che questo è il migliore dei mondi possibili non vacilla mai neppure per un momento. Candide e Pangloss sono i due poli della ridicolaggine, e in conclusione appaiono derisoriamente salvi nel loro attivismo pratico e teorico. Invece, i due protagonisti di Sciascia non sono tanto ridicoli, caso mai ridicola è la Storia che ne strapazza la fede. Candido, orfano e ricco possidente, si fa tranquillamente rubare la terra dai parenti, dopo aver invano tentato di regalarla ai contadini, e colmo di felicità, beato con la sua Francesca come in un sogno, finisce col fare il meccanico in un' officina. Il suo precettore don Antonio, inquieto arciprete che legge gli enciclopedisti, Stendhal, Marx e i sacri testi psicoanalitici, una volta spretato conquista una vera religiosità e si iscrive al partito comunista. La complicità che Sciascia crea tra questi due esseri di favola è cosa amabilissima, ed è il succo del gustoso apologo. Amabilmente oppositivo è il ruolo che i due giocano l'uno per l'altro. Se per Candido l'essere comunista è un fatto quasi di natura, per don Antonio è una faccenda molto complicata, molto sottile. Se per Candido è più che giusto farsi espellere dal partito per restare comunista, don Antonio, per quanto indocile, non se lo può permettere, dato che non vuole spretarsi due volte. Il sistema di don Antonio consiste nel porre incessantemente l'una contro l'altra, o accanto all'altra, le verità più contrastanti. E Candido gli domanda: come può un uomo, o un partito, contenere tante verità opposte? Un partito non può, gli risponde don Antonio, deve trascegliere, ma la sinistra e l'uomo di sinistra, sì, deve viverle tutte. Questa è la morale dell'apologo. Dopo questo libro, Sciascia scrisse L'affaire Moro e si dedicò soprattutto a quelle riscritture e rimuginazioni di cronache che aveva pur sempre praticato (basta ricordare La morte dell'inquisitore del 1964 e I pugnalatori del 1976). Per loro natura tali scritti possono risultare assai accattivanti, sospesi tra il saggio di costume e il resoconto, per lo più, di un caso giudiziario o di una vicenda enigmatica.

La canzonettista dei bassifondi
Ricordo in particolare La scomparsa di Majorana (Einaudi), 1912+1 (Adelphi) e le Cronachette (Sellerio), tra le quali spicca la storia bellissima e atroce della Povera Rosetta, angelica canzonettista dei bassifondi ammazzata di botte dai questurini incarogniti (episodio milanese del 1913). Detto questo un po' con l'ansia di far presto, e con il rimpianto per la tormentata fine dello scrittore, devo aggiungere qualche riga sulle mie personali preferenze. Sfogliando e risfogliando tante opere e operine mi sono un po' soffermato su quelle che vorrei rileggere: il diario Nero su nero e, in cima a tutte, il mirabile Occhio di capra (entrambi pubblicati da Einaudi), una raccolta dal vivo di espressioni siciliane, di Racalmuto, il paese di Sciascia: parole, modi di dire, figure di discorso. In Occhio di capra c'è tutto il meglio della maniera appassionata, concreta, metafisica, poeticamente maliziosa del narratore. Le parole di questo piccolo e vivente vocabolario sono storie, sono favole, miti, misteri, rivelazioni, sono cose e stampi di persone, mimi che i parlanti con arte istintiva recitano addosso agli altri o a se stessi, e che Sciascia spiega raccontando, a futura e perenne memoria.

“la Repubblica”, 21 novembre 1989

5.8.18

Consigli alle donne (dalle "Memoires de Suzon, soeur de Dom Bougre, portier de Chartres", romanzo libertino)

Le Memoires de Suzon, soeur de Dom Bougre, portier de Chartres, sono un romanzo libertino anonimo del XVIII° secolo, uno di quei libelli che popolarono a lungo gli “inferni” delle grandi biblioteche, séguito della Histoire de Dom Bougre, portier des Chartreux, anch'essa anonima, ma attribuita a un Jean-Charles Gervaise de Latouche (1715-1782), che gli uffici della polizia letteraria e le curie vescovili di Francia giudicavano “un mostro nella società e un pubblico impostore”.
Con risultati letterari altalenanti i due libri rappresentano il versante più dichiaratamente “illuministico” della letteratura libertina del secolo: il sesso praticato, guardato e rappresentato è fatto mezzo a liberare gli animi dalle superstizioni religiose.
Il brano che segue, tratto dalle Memoires è ripreso da una intrigante raccolta di citazioni, il Breviario dei libertini che Riccardo Reim compilò nel 1997 per gli Editori Riuniti: si tratta di un paradossale consiglio di una donna alle donne. Una gravure che rappresenta Suzon e il suo amico Saturnino, disegnata per l'Histoire de Dom Bougre, la si trova in rete, nel sito della Biblioteque nationale de France ( http://classes.bnf.fr/essentiels/grand/ess_1264.htm ). Io per non incorrere inella follia dei censori ho preferito illustrare il breve testo con la foto di un cagnolino. (S.L.L.)


Donne, abbandonatevi pure, se il vostro temperamento lo richiede, a tutto ciò che l'amore ha di più piccante; ma, sempre, salvate le apparenze! Se il vostro ambiente non può offrirvi un uomo che, per scelta o per necessità, sia di sicura discrezione, addestrate piuttosto un cagnolino.

26.7.18

Nel pieno dello Stato. La mafia con la "emme" maiuscola (Leonardo Sciascia)


Il 6 marzo del 1980 nella Camera dei Deputati si ragiona di mafia e di antimafia. Si discute tra l'altro una mozione del gruppo radicale, che reca, dopo la prima firma di De Cataldo, quella di Leonardo Sciascia, che è al tempo e per una brevissima stagione deputato. Sul tema era già intervenuto il 26 febbraio e aveva insistito sulla lotta all'illecito arricchimento come chiave della lotta alla mafia. Ora riprende la parola per le dichiarazioni di voto, ma anche “per fatto personale”. Era uscito sul “corrierone” proprio il giorno prima un articolo di Sciascia in cui la parola “mafia” era scritta “Mafia”, con la maiuscola. Lo aveva citato nel suo intervento, fantasticando sulla maiuscola, un deputato democristiano calabrese, Ludovico Ligato, da molti reputato l'astro nascente della DC nell'Italia Meridionale. Sciascia, nell'incipit del suo intervento che è qui ripreso, parte proprio da lì per ribadire alcune verità, che allora come oggi si fingeva di ignorare, sulla natura della mafia.
Ligato avrebbe fatto di lì a poco un grande balzo in avanti nella carriera, nominato nel 1985, presidente delle Ferrovie dello Stato. Dimissionario perché coinvolto in uno scandalo di tangenti, le cosiddette “lenzuola d'oro”, tornò nella sua Reggio Calabria, in attesa di rimettersi in pista attraverso il decreto che assegnava alla città decine di migliaia di miliardi di lire per finanziare il recupero del lungomare. Fu ucciso il 29 agosto del 1989 e negli atti del processo che condannava il suo assassino e i mandanti della 'ndrangheta venne indicato come “colluso”, praticamente da sempre, con la 'ndrina dei De Stefano. (S.L.L.)

Poco fa, da un certo banco, sono state fatte delle illazioni su una “emme” maiuscola che sarebbe caduta in una mia nota sul “Corriere della Sera". Illazioni alquanto gratuite. La parola “mafia" si è trovata scritta con la “emme” maiuscola semplicemente perché quella nota era stata dettata per telefono. Il mio giudizio sulla mafia non era in nulla mutato: semmai c’era una dimostrazione di rispetto nordico da parte dello stenografo del giornale. Detto questo, giacché si parla di maiuscolo, debbo constatare che il dibattito si è svolto, come era prevedibile, tra filologia e sociologia, e allora tanto valeva di farne di buona. Infatti, la maggioranza degli interventi sembra convenire sulla tesi - vecchia tesi - secondo la quale la mafia insorge nel vuoto dello Stato; invece, insorge nel pieno dello Stato. Questa è la constatazione preliminare indispensabile da fare.
La buona sociologia, la buona filologia è fatta, a cominciare dal procuratore generale di Trapani nel 1837 - mi pare -, che in una relazione descriveva la mafia così come l’abbiamo conosciuta noi, ed era una mafia di procuratori del re, di segretari comunali e di preti.

Camera dei deputati, Seduta del 6 marzo 1980

5.5.18

La mia esperienza di scrittore in provincia (Leonardo Sciascia, 1964)


L'intervista qui riproposta apparve su “Giovane critica”, che allora si ideava, realizzava e stampava a Catania, nell'inverno del 1964 e poi inserita in una sorta di autoantologia che il direttore e redattore quasi unico, Giampiero Mughini, pubblicò come bilancio dei dieci anni della rivista. L'intervistatore era – quasi certamente – lo stesso Mughini. (S.L.L.)

Tu pensi che si possa parlare oggi di una «morte della provincia» nella accezione delineata da Massimo Ferretti (in un articolo sul “Giorno”)? O che si debba piuttosto parlare di «neoprovincia» e di «neoprovincialismo», cioè di movimenti effettivamente avvenuti ma che riguardano solo certe zone della provincia e, comunque, nei loro aspetti esteriori e di costume?
La provincia è morta perché tutto il mondo, oggi, è provincia. Provincia dico, nel senso deteriore. Non c’è niente di più decisamente provinciale, per esempio, degli avanguardismi che si svolgono oggi a livello delle capitali culturali e che nella provincia geografica trovano immediate rifrazioni: velleità ed escogitazioni in cui sì raccoglie, in definitiva, la cattiva coscienza di un paese (espressione che giustamente Ferretti usa nei riguardi della provincia di ieri).

La provincia, quella che fino a quindici anni fa (all'incirca) era area di ritardo e confusione culturale (ma che pure, nonostante il ritardo e dentro la confusione, obbediva a un compito, per così dire, «preparatorio») oggi non esiste più: e non occorre enumerare quegli strumenti che l'hanno portata al livello dei «centri» e che, piuttosto, hanno portato i «centri» al livello della provincia.
Perché si va tutti a scuola, ormai: ma non è poi un gran guadagno se la scuola subisce un evidente processo di degradazione. E se vent’anni fa la provincia consumava ancora D'Annunzio mentre i «centri» già consumavano Proust, e invece tre anni fa Musil è stato uniformemente consumato da Torino a Pechino, non c’è gran che da esultare: ché dopo tutto D’Annunzio lo si consumava leggendolo e Musil semplicemente acquistandolo. Ed è senza dubbio un fatto positivo che la provincia abbia perduto, nel livellamento, quei caratteri dannunziani che le erano propri (anche prima di D'Annunzio); ma bisogna considerare che ha perduto anche quei caratteri «umanistici» che pure resistevano sotto il ciarpame dannunziano e che erano poi viatico ai migliori che se ne svincolavano. La scomparsa degli eruditi locali, che non raramente arrivavano a dignità di storici, io ritengo significhi perdita per la cultura nazionale. Un giovane si sentirebbe sminuito, oggi, a dedicarsi a un’onesta ricerca sulla storia del paese natale: vuol «meditare» sulla storia, occuparsi delle teorie storiche di Toynbee e di Ortega. Il che è propriamente provinciale.
Ma ciò non accade soltanto nella provincia geografica.

Una volta — rispondendo all’inchiesta promossa da Il Paradosso sulla «generazione degli anni perduti» — ti dichiarasti «profondamente siciliano», profondamente radicato cioè nella provincia. In che senso tale tua condizione si riflette e determina le tue scelte letterarie (di tema, di linguaggio, ecc.)? Hai mai provato ad emigrare e, in caso affermativo, quale impressione ne hai ricevuto?
La mia scelta a vivere in provincia realizza in effetti quel proverbio che dice «meglio soli che male accompagnati». Poiché tutto il mondo è provincia, preferisco vivere nella mia: ché almeno mi consente di star solo invece che male accompagnato. E questa mia scelta si è confermata in una breve esperienza di emigrazione: a Roma, come quasi tutti oggi; e sono tornato senza alcun rimpianto; come ad una riguadagnata libertà, anzi.
Questo per quanto riguarda il mio rapporto con la società letteraria, culturale. C’è poi, nel mio stare in provincia, una più profonda ragione. Noi siciliani siamo condannati (la parola è di Gaetano Trombatore) a scrivere della Sicilia (ma per la verità, dentro questa condanna, io mi sento molto libero): e io ne ho avuto coscienza da sempre. Perché dunque sradicarsene, col rischio di farne memoria e nostalgia, favola e mito? Senza dire che, in senso più generale, è assolutamente ragionevole che lo scrittore risieda nei luoghi umani che meglio conosce, che dia testimonianza di una realtà di cui, per vincoli di sentimento di linguaggio di consuetudini, non gli sfugge nessun movimento nessuna piega nessuna sfumatura.

Come pensi si possa reagire alle forze conservatrici il cui volto in provincia non muta? Per chi, nell’organizzazione della cultura, si prepone obiettivi nuovi e moderni, esistono energie sane da utilizzare e quali? Nei nostri tempi che si fanno sempre più «stretti» esiste in provincia un posto peculiare per l'intellettuale? Riesce cioè egli a svolgervi una funzione che nelle metropoli e nelle sedi dell' «industria culturale» è ormai quasi impossibile?
Ritengo che un processo di decentrazione della cultura, cioè degli organismi di produzione della cultura, sia l'unico rimedio. Ma ciò avverrà per un naturale rovesciamento del processo di accentramento che per ora, purtroppo, è in accelerazione.
In accelerazione nonostante che cominci a rivelarsi, in un certo senso, anacronistico.

da “Giovane Critica”, primavera 1964, in Dieci anni di milizia intellettuale tuttofare – “Giovane critica” 31/32 – 1972, Sapere Edizioni

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