25.7.15

Romano Luperini, il critico resistente (Matteo Marchesini)

La recensione qui “postata” non si può definire benevola, ma fa ugualmente cogliere l'importanza delle tematiche affrontate nel libro che presenta e della complessiva esperienza critica di Luperini. (S.L.L.)
Romano Luperini
Si possono proporre, oggi, libri simili a quelli che in pieno '900 s'intitolavano nudamente «saggi critici»? Certo è difficile pubblicare un volume di pezzi a tema vario, se a legarli non è la fama dell'autore; altrimenti gli editori pretendono il pamphlet a obiettivo unico, e di stretta attualità. Ormai il saggio è schiacciato tra giornalismo e studi specialistici. Con tanta più cura vanno quindi letti gli ultimi esemplari di questo genere ibrido, capace di unire fredde teorie e umori corrosivi, critica letteraria e sociale. Ne ritroviamo i connotati in Tramonto e resistenza della critica (Quodlibet), la nuova raccolta di Romano Luperini. Come i testi del suo maestro Fortini, questo Tramonto è costruito su una divisione tra brani sociologici e affondi su singoli temi letterari. Alle note sulla didattica in tempi di riforma Gelmini, e sui «lavoratori della conoscenza» nell'età globale, si affiancano analisi ravvicinate su Verga e Manzoni, su Alvaro e McCarthy, e ambigui bilanci sulla vincente critica tematica.
A unire il versante politico e quello letterario è la riflessione sulla funzione dell'intellettuale e del critico, di cui Luperini evoca alcuni modelli (De Sanctis, Auerbach, Debenedetti, Guido Guglielmi), definendone i limiti e i punti di attrito col presente. Il saggio su Mimesis è un'ottima introduzione ad Auerbach, preso a esempio ma anche smitizzato. Luperini loda la flessibilità teorica con cui si muove tra le epoche «a spirale lungo un asse», evitando sia l'arbitrarietà sia un piatto storicismo, e il suo mirabile intreccio di ermeneutica e filologia, che il tardo '900 ha poi separato rendendo l'una capziosa e l'altra sterile. Ma non elude le debolezze del grande studioso, evidenziando la genericità delle sue idee sugli «ordini sociali» da cui nasce l'arte. Auerbach interessa a Luperini anche perché scrisse il suo capolavoro, nel cuore cupo del '900, letteralmente sospeso tra Oriente e Occidente, cioè in quella posizione «di soglia» che secondo lui è divenuta oggi l'unica dalla quale gli intellettuali possano osservare con rigore la realtà globalizzata. Spesso il critico cita Said, la cui opera, debitrice di due mondi distanti, rappresenterebbe al meglio l'eredità auerbachiana, e mostrerebbe come sia possibile analizzare le differenze di civiltà partendo «dalla propria particolarità senza ipostatizzarla». Qui Luperini vede un antidoto al disimpegnato nichilismo postmodernista. A inizio XXI secolo, afferma, i drammi internazionali hanno messo in crisi il culto della centralità autoreferenziale del linguaggio, riproponendo un nuovo engagement e nuove poetiche della mimesi.
Ciò avviene in un contesto in cui è però irriproponibile la figura di un intellettuale "legislatore". Oggi dilaga un sottoproletariato intellettuale che non può certo dominare le enormi strutture entro cui è inserito. Ma d'altra parte, la posizione periferica dei suoi membri permetterebbe loro di dar voce alle istanze di tutte le categorie relegate nella stessa periferia sociale: di diventare cioè, da legislatori, interpreti di una universale marginalità. L'idea, benché sostenuta da uno storicismo un po' sommario, è suggestiva. Ma Luperini sopravvaluta le doti di rappresentanza dell'intellettuale, sfiorando ancora un corporativismo da vecchia repubblica delle lettere.
Inoltre, non guarda tanto a una diffusa capacità liberatoria della cultura, quanto piuttosto a gruppi che, per quanto precari, formano ceti istituzionali di professionisti (vede la marginalità perfino nei magistrati!). Sembra dimenticare che il ruolo ricoperto nelle istituzioni, almeno in quelle umanistiche, non ha più rapporti con le reali qualità, e che queste istituzioni producono anzi un'ideologia angusta e irriflessa, affiorante perfino nel Tramonto: dove, non a caso, le periodizzazioni culturali sono fatte coincidere con le mode accademiche.
Luperini è più convincente quando si muove dentro la «storia interna» della letteratura canonica. Notevoli sono i saggi dedicati alla privatizzazione dell'esperienza nella cultura moderna. C'è, ad esempio, un denso pezzo sul topos dell'incontro coi morti, legato nei classici alla trasmissione di una eredità comunitaria che gli scrittori degli ultimi secoli non riescono più a condividere, come mostrano i loro ritratti di defunti simili a indecifrabili revenant. E c'è un'analisi scorciata ma penetrante sul modo in cui, da Flaubert a Musil a Joyce, cambia la rappresentazione dell'adulterio, che da evento diviso tra contesti pubblici e privati sprofonda poi in una sfera tutta soggettiva.
Il passaggio tra '800 e '900 è il cuore delle riflessioni luperiniane. Lo confermano i saggi sul «modernismo»; termine con cui l'autore definisce la letteratura che nei primi decenni del XX secolo riflette il relativismo epistemologico imposto da Nietzsche e Freud. Questa letteratura si stacca nettamente dal decadentismo, in cui si continuano a collocare a torto modernisti come Tozzi, Svevo e Pirandello. Il discorso è qui così stringente, che si nota subito il contrasto con le successive pagine finali, dove è riproposta una storicizzazione delle poetiche del Duemila. Nel suo tentativo di reagire al postmodernismo, il critico finisce infatti per sostenervi un "realismo" inquinato dagli stereotipi e da un'esibizione di impegno assai estrinseca. Identifica la Realtà con certi grandi temi, dimenticando che la letteratura può giudicare il suo tempo anche a partire da spunti "marginali". Venendo al presente, Luperini accantona insomma il suo retroterra di marxista critico. Solo così si spiega il suo sostegno a libri come Gomorra, in cui la retorica populistico-estetizzante fa da alibi a un sociologismo di idee ricevute, e l'involucro del reportage fa da alibi alla corrività narrativa. Solo così si spiega, ancora, l'apprezzamento per i Tq e le loro piatte dichiarazioni "civili". In verità, questi letterati sfruttano i privilegi di ceto dello Scrittore socialmente riconosciuto, per circonfondere dell'aura mediatica dell'ipse dixit opinioni prive di ogni originalità. Si autopromuovono dicendo banalità su qualunque argomento, e pretendendo che la banalità sia nobilitata dal fatto che sono «Autori». Anziché un'alternativa al postmodernismo, si prefigura così la strumentalizzazione industriale e midcult delle insegne dell'engagement novecentesco. Per questi autori, la Realtà è quella decisa dallo storicismo armato dell'attualità mediatica, da riflettere in serial cartacei. Guardacaso, quasi nessuno di loro tenta ciò che per il Fortini caro a Luperini è il primo vero modo di impegnarsi coi mezzi letterari: ossia un'analisi spietata della falsa coscienza e dei compromessi che costa, in termini linguistici e sociali, il lavoro nell'odierna industria culturale. Ma non starebbe qui l'autentico «ritorno alla realtà»? E non viene a Luperini il dubbio che sia invece sostenendo la sua idea di realtà, schiacciata sui tempi imposti dai media, che si rischia di non accorgersi in tempi decenti della portata epocale degli scenari in apparenza privati e periferici di un Tozzi o di uno Svevo?


«Domenica - Il Sole 24 Ore», 8 dicembre 2013

“Essiri non si pò cchiù di na vota”- diceva Petrarca (Gian Luigi Beccaria)

Petrarca nel suo studio con la gatta
I proverbi, i modi dire, sono sempre stati il sale della lingua. Ora sono in calo nell'uso dei parlanti. Ma costituivano l'arguzia e la saggezza dei dialetti. Trovo di eccezionale efficacia che di uno strabico in Romagna si dicesse On a e gat e on a e pes, “un occhio al gatto e uno al pesce”, oppure guardé a la gata e frézre e pes, “guardare alla gatta e friggere il pesce”.
E per alludere a uno che si sobbarca i malanni mentre l'altro si lamenta, nel dialetto laziale si diceva 'a gallina fa l'ovu e u tallu strilla che ji dole u culu, così come in Sicilia A gaddina fa ll'uovo e ô gaddu cci abbrucia u culu, insomma c'è chi si lamenta pur stando bene e si attribuisce fatiche e meriti che invece toccano ad altri. In Piemonte si usava ripetere Dé le latüe (le lattughe) an guardia a i oche, lo stesso che Dé 'l lard a guarné al gat. Di grande saggezza il romanesco Er diavolo nun cià le pecore e venne la lana, come il siciliano Lu diavulu nun havi lana e vinni pecuri.
Sul fare lavori inutili in Piemonte si sentenziava che era come buté na frola an buca n'asu, buttare una fragola in bocca a un asino (che l'ingoia senza assaggiarla), e a Bologna Dè un giandòia a un sumér, dare un gianduiotto a un somaro, atti di cortesia sprecata.
Molto spesso modi popolari sono fluiti nelle testure di raffinati poeti. Giuseppe Savoca cita il proverbio siciliano Essiri non si pò cchiù di na vota, “essere non si può più d'una volta”, come rimpianto della giovinezza perduta, o motto comunque sulla fugacita irreparabile del tempo assegnato all'uomo: lo si ritrova tal quale nel son. 361 del Canzoniere del Petrarca. Ora, o il proverbio è arrivato alla tradizione orale per mediazione culta, se non direttamente dal testo del Petrarca («et veggio ben che 'l nostro viver vola / et ch'esser non si po' più d'una volta»), oppure è capitato il rovescio. Tra letteratura colta e proverbi popolari c'è un dare ed un avere.
Chi ha usato proverbi a iosa nella sua pagina narrativa è stato Verga, il quale cercava nei Malavoglia delle forme tendenti all'eclissi del narratore, e il proverbio gli serviva bene allo scopo, perché appariva come una parola d'altri non «prodotta», ma «riprodotta», citazione del parlato del popolo, forma nota e riconoscibile, che portava con sé quella presupposta impersonalità che Verga ricercava.


La Stampa, sabato 10/06/2006

24.7.15

Parole.Truffa (Jacopo Manna)

Biblioteca Universitaria di Bologna - Il vescovo Federigo Frezzi
Truffa dovrebbe derivare dal provenzale trufa che vuol dire “tartufo” ma non si capisce bene per quale traslato abbia assunto qui da noi il duplice significato di “scherzo” e di “imbroglio”, entrambi comunque figli dell’inganno.
Dei due, il primo è stato in grande uso nel Medio Evo finendo però per specializzarsi col senso di “perdita di tempo” (vulgo “cazzeggio”), specie nella coppia “truffa e buffa”: “folle è chi crede in questo mondan loco [...] / ch’è tutto truffe e buffe e falso giuoco” scriveva nel ‘400 Federigo Frezzi, vescovo di Foligno e sfiduciato del mondo.
Nel secondo significato il termine indica inizialmente il tradimento e la mancata fede (“è di sì nobil famiglia / che mai non fece tradimento o truffa”, dice Luigi Pulci parlando nientemeno che del paladino Rinaldo); ci volle lo sviluppo della civiltà mercantile e la nascita di libri a questa dedicati perché la parola finisse per designare il tradimento verso il cliente divenendo sinonimo di “frode commerciale”.
Nel 1953 fu forse Piero Calamandrei il primo ad utilizzare il termine “legge truffa” per definire il tentativo di trasformare il sistema elettorale italiano in senso maggioritario: tentativo patrocinato da Alcide De Gasperi e portato avanti a tappe forzate dalla maggioranza democristiana per poter andare alle elezioni di primavera col nuovo sistema. Il quale (e questo spiega la fretta imbarazzante con cui procedette il governo di allora) avrebbe dovuto finalmente consentire agli scudocrociati di raggiungere la supremazia parlamentare senza dover scendere ad imbarazzanti compromessi col Pci né coi missini. La storia ci racconta come finì la corsa: il responso elettorale punì i partiti che avevano cercato di manomettere il principio proporzionale, premiò chi (da opposte sponde) aveva denunciato la “legge truffa”, e mandò in soffitta l’idea che in nome della governabilità del paese si potesse ridurre il gioco parlamentare a due soli schieramenti. Fino al 1993, quando un referendum ad alta partecipazione popolare diede il via al sistema misto su base maggioritaria: la panacea che avrebbe dovuto spazzare via lo strapotere del sistema-partito e di fatto consegnò il paese un anno dopo nelle mani di Silvio Berlusconi. Si vede che non è bastato: l’attuale maggioranza, con velocità non inferiore a quella di De Gasperi, sta smontando la Costituzione: ed è un paradosso della Storia che tutto ciò stia nelle mani di un primo ministro la cui personale propensione alla “truffa e buffa” (arrivare in ritardo, baloccarsi col telefonino, divagare pervicacemente durante i discorsi pubblici) è divenuta bersaglio abituale di satirici e commentatori.
All’origine della parola truffa, come abbiamo detto, c’è stranamente un vocabolo che significa tartufo. “Tartufo” è il nome scelto da Molière per un suo indimenticabile personaggio, abile impostore e finto sant’uomo nelle cui mani l’incauto Orgone finisce per mettere l’intera fortuna della sua famiglia. Bisognerebbe guardarsi dal concentrare troppi poteri nell’arbitrio di una sola persona: Orgone si salvò dalla rovina per miracolo, ma i miracoli sono cosa rara.


“micropolis”, marzo 2015

Fedeltà. Una poesia di Ausonio (310-395)

Menelao tenta di trattenere Elena. Anfora attica V sec. a.C. - British Museum
Quando nei miei carmi d'amore legge
di Laide e di Glicera,
celebri peccatrici,
mia moglie dice: è un gioco, un'invenzione.
Tanta è la sua fiducia
nella mia fedeltà.

Da Ausonio, Epigrammi in Opere, Utet Torino, 1971
Traduzione Salvatore Lo Leggio

Giovanni Berlinguer, un comunista laico (Maurizio Mori)

Quello che segue è l'ultimo articolo scritto da Maurizio per "micropolis", paradossalmente un necrologio, con un finale che è un presentimento. (S.L.L.)


Altri hanno scritto, con dovizia di riferimenti, su Giovanni Berlinguer in occasione della sua scomparsa, ricordandone il corretto e serio rigore di politico e di scienziato. A me, gratificato in vita della sua amicizia, spetta solo ricordarlo per come lo conoscevo e per i suoi rapporti con Perugia e l'Umbria, le istituzioni e l'Università. 
Ho conosciuto Giovanni Berlinguer a metà degli anni '50 del secolo scorso, leggendo un suo agile ma documentato libro, La medicina è malata, scritto a quattro mani con il suo amico e conterraneo Severino Delogu. L'ho seguito, sulle pagine di quotidiani e riviste, quando rivestì un ruolo centrale in quel “Convegno nazionale sulla sicurezza sociale”, promosso dalla Cgil nella primavera del 1959, che segnò la ripresa e la proposizione al pubblico dibattito e alle lotte delle forze sociali, politiche, culturali di un atto del Comitato esecutivo della Cgil, che già nel 1956 aveva lanciato la proposta dell'istituzione in Italia del Servizio sanitario nazionale, pubblico e universalistico. L'ho incontrato di persona, di lì a pochi anni, quando ci trovammo insieme a sostenere le prove per l'acquisizione della libera docenza in Igiene. 
Da lì un contino incontrarsi, per più di un decennio, qua e là per l'Italia (“viaggiatori di commercio della riforma sanitaria”, scherzavamo) in incontri, dibattiti, riunioni, convegni: un impegno politico-culturale, ma anche, per chi come noi lavorava all'università o per chi, a Perugia Gianni Barro, con l'università collaborava, un impegno di elaborazione e proposta scientifica. Una collaborazione e un lavoro comune, prolungati nel tempo, fino all'altro ieri. Anche con la partecipazione di Giovanni Berlinguer alle attività dell'Istituto di Igiene dell'Università di Perugia e del Centro sperimentale per l'educazione sanitaria diretti da Alessandro Seppilli e con l'ingresso di Giovanni nella Direzione della Fondazione Angelo Celli - promossa da Seppilli - per una cultura della salute.
Una collaborazione e un lavoro comune. Non sempre una consonanza politica (se non negli ultimi tempi, a fronte degli sfasci via via di Pds, Ds, Pd). Giovanni, quadro del Pci, parlamentare italiano e poi europeo, io trotzkista militante e poi aderente a “il manifesto”; Giovanni, anche se legato da amicizia con Maccacaro, lontano da e critico duro di Medicina democratica, io cofondatore e dirigente nazionale del Movimento per la difesa della salute; io impegnato nell'aiuto operante ai combattenti palestinesi, Giovanni severamente critico verso le forme di lotta dell'Olp. Ma nessun intralcio ai rapporti personali e di collaborazione.
Giovanni uomo libero, sempre. Lo ricordo al congresso in Lussemburgo, nei primi anni '70, dell'Associazione per lo studio delle condizioni di vita e la salute, di osservanza “socialismo reale”; l'ho sentito entrare in pesante polemica pubblica con la rappresentanza sovietica. Erano tempi in cui a Perugia dirigenti locali del Pci, mai visti in una sala da concerto, indossavano l'abito della festa e sedevano in prima fila ad applaudire il violino di Ojstrach.
Un comunista laico. Fino al punto di cooptarmi, pur conoscendo la mia militanza trotzkista, nel Gruppo di lavoro sulla sanità della Direzione del Pci (un trotzkista alle Botteghe Oscure!).
Triste è la ventura di chi, come chi scrive, un sopravvissuto, si è trovato a ricordare sulle pagine di questo giornale cari compagni e amici scomparsi, da Livio Maitan a Orfeo Carnevali, da Gaetano Speranza a Franco Mencaroni. Ora Giovanni Berlinguer.


“micropolis”, aprile 2015

Se prevale CasaPound è anche colpa della sinistra (Alessandro Portelli)

L'altro giorno la nostra strega preferita, Angela Merkel, ha fatto piangere una bambina palestinese dicendole senza peli sulla lingua: «non possiamo accogliere tutti». Insensibilità teutonica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non possiamo accogliere tutti; più semplicemente, non vogliamo accogliere nessuno.
Adesso ci sorprendiamo e ci scandalizziamo per le schifezze esplose a Treviso e alla periferia di Roma, con tanto di contorno a braccio teso di Forza Nuova e Casa Pound.
Io però mi vorrei fare anche un'altra domanda: com'è che a Casal San Nicola i fascisti c'erano per aizzare le fiamme, e invece non c'era traccia di soggetti democratici, civili e antirazzisti a contrastarli, a spiegare, a offrire ragionamenti alternativi, e magari a sostenere i migranti in questo momento difficile delle loro vite?
Dov'erano le brave persone del Pd locale, che conosco e rispetto e che ho visto attivarsi solo per organizzare le primarie? Dov'era Sel? E lasciamo stare gli altri.
È la stessa storia che ho visto, dall'altro lato dello stesso quartiere, qualche anno fa, quando l'allora amministrazione Rutelli cercò di decentrare i campi rom istituendone uno di dimensioni limitate anche da queste parti: blocchi stradali, indignazione, grida rivoltose, Forza Italia e gli ultras della Lazio in strada, e della sinistra non una traccia. E alla fine, come a Treviso, come a viale Morandi, vincono loro.
Il senso comune, il mescolarsi di paura, egoismo, vittimismo, ignoranza che si respira nell'aria di oggi è anche il risultato della nostra abdicazione dalla politica come pratica quotidiana nella società e nei territori, direi come didattica ed educazione di massa come è stata per tanta parte della nostra storia.
Ci siamo riempiti la bocca con Syriza, ma in un paese ben più difficile e con più immigrati del nostro, Syriza nelle strade e nei quartieri c'era, ed è per questo che finora Alba Dorata non egemonizza le piazze. I manifestanti di Casale San Nicola non sono innocenti e la «comprensione» da più parti manifestata per le loro «ragioni» è pericolosamente vicina alla complicità. Ma sono soggetti subalterni e manipolati, capaci di ribellarsi solo contro gente più debole di loro.
La colpa più grave è la nostra, la colpa è di una sinistra che ha un'idea rattrappita, separata, specialistica e mediatica della politica, che ha scelto di lasciare impolverare una democrazia costituzionale basata sulla partecipazione attiva dei cittadini - e che anche per questo si è ampiamente lasciata contaminare da settarismo, da affarismo e corruzione, e anche in buona parte dalla stessa mentalità egoistica e proprietaria di cui vediamo anche in questi episodi i risultati.
I nostri governanti non hanno per migranti e rifugiati più rispetto dei rivoltosi trevigiani e romani. Basta vedere come li gestiscono: non sono persone ma problemi, da collocare dove capita, nella prima discarica che viene sotto mano, senza progettare, senza coinvolgere, senza attivare pratiche democratiche che possano prevenire i conflitti e aiutare l'accoglienza, senza assicurarsi che dove li mettono ci possano davvero vivere.
Chi sta al governo lo sa benissimo che aria tira. Operazioni improvvisate, dilettantistiche e autoritarie come queste sembrano - magari, sapendo chi c'è al ministero degli interni, sono - fatte apposta per aizzare il peggio che c'è nel paese. Poi si mandano i poliziotti coi caschi blu, a menare e a farsi menare. Le vere priorità di governo sono altre.
Eppure io resto convinto che questo paese non è rappresentato dai facinorosi di Quinto e di Casale San Nicola. Sono convinto che siano minoranze che monopolizzano il discorso pubblico e mediatico solo perché glielo consente il silenzio di tutti gli altri. La possibile ricostruzione della sinistra passa da qui.
Vanno benissimo gli accordi politici, le sinergie fra notabili e gruppi dirigenti. Ma fino a quando in strada ci saranno solo quelli di Casa Pound, tutto questo - al meglio - resterà chiuso fra le solite quattro mura.
A proposito. Alla fine, la bambina palestinese che Angela Merkel ha fatto piangere e la sua famiglia, in Germania ci potranno restare.


“il manifesto”, 19.07.2015

La crisi greca e noi (Luciana Castellina)

Tutti si ricordano la famosa frase pronunciata da Ramsey McDonald, primo presidente del consiglio di un governo laburista in Gran Bretagna nel 1931, nel pieno dell'altra grande crisi economica mondiale: «Credevo che il peggio fosse stare all'opposizione senza il potere di cambiare le cose, ora mi sono accorto che è peggio ancora stare al governo e non aver ugualmente potere». Pochi ricordano forse quello che avvenne dopo, quando McDonald decise di rompere con il proprio partito le cui rivendicazioni non era in grado di soddisfare e di dar vita ad un pessimo governo di unità nazionale.
Ebbene, nella tristissima serata che tutti abbiamo trascorso ieri notte attaccati alla televisione per seguire quanto accadeva ad Atene, su piazza Sintagma e dentro il palazzo del Parlamento che vi si affaccia, abbiamo, almeno molti di noi, tirato un sospiro di sollievo: non solo — lo sapevamo già prima — Tsipras non è Ramsey McDonald, anche se ha dovuto sperimentare una analoga impotenza
— ma, quel che più conta, la rottura con il suo partito non è avvenuta.
Sia i 40 deputati di Syriza che hanno votato contro il memorandum, sia i 109 membri del Comitato centrale che hanno espresso analoga opposizione, hanno ribadito che questo non comporta sfiducia nei confronti del governo. Un'altra bella prova della maturità di Siryza. Se questa unità reggerà anche nelle difficilissime settimane che ci aspettano, il peggio potrà forse essere evitato.
La scelta del che fare a fronte di un ricatto tanto arrogante da non esser stato nemmeno immaginato è stata per Atene molto ardua, ed è comprensibile che abbia sollevato un confronto così acceso, anzi drammatico. Tsipras, come sappiamo, ha respinto l'ipotesi di un'uscita dall'eurozona, e ha scelto di correre i rischi dell'accordo leonino che gli è stato imposto per guadagnare tempo — e mantenere una collocazione di governo — due fattori che aiutano ad affrontare una situazione molto difficile, ma meno difficile di quella che si sarebbe creata, subito, ove le banche fossero rimaste chiuse senza liquido, stipendi non pagabili, blocco dei servizi pubblici, importazioni impossibili in un paese che senza comprare all'estero il carburante per i propri pescherecci non è in grado nemmeno di pescare il proprio pesce.
Difficile e pericolosa: quando una crisi diventa così grave può accadere di tutto. Da parte dell'avversario, ma anche — la storia ce lo insegna — per le tentazioni autoritarie cui si potrebbe cedere per controllare le inevitabili proteste.
Adesso, se non ci saranno lacerazioni nel corpo di Syriza, sarà possibile lavorare per ridurre al minimo, e comunque per distribuire più equamente il peso delle misure imposte. Contando anche sull'estrema confusione che regna nel campo delle “istituzioni” UE: che non sono Maciste, ma una leadership sempre più confusa e sempre meno credibile. Basti pensare alla esilarante uscita del Fondo monetario, che dopo aver partecipato ai negoziati con la ineffabile signora Lagarde, manda adesso a dire che quell'accordo è ridicolo, non potrà mai esser realizzato, perchè la Grecia non potrà mai pagare un debito che negli anni, dopo le amorevoli cure dei dottori di Bruxelles, è passato dal 127 % del PIL all'inizio della crisi al 176 % di oggi, al prevedibile 200 % nel prossimo futuro.
Degli 82 miliardi che ora sono stati concessi ad Atene solo il 35 % andrà all'economia reale, il resto a ripagare debiti già contratti e a rifinanziare le banche, così come del resto è accaduto dal 2010,quando dei 226,7 miliardi elargiti allora ne andò solo l'11,7%.
Anche sul piano politico va ben sottolineato che da questa vicenda la leadership europea è uscita malissimo. Anche in Germania: basta scorrere la stampa tedesca più autorevole per sapere con quanta asprezza viene giudicato l'operato del proprio governo: "Il governo tedesco ha distrutto in un weekend sette decenni di diplomazia” — ha scritto il settimanale Spiegel e la autorevolissima Suddeutsche Zeitung ha titolato: “La signora Merkel, il nuovo nemico dell'Europa". Per non parlare di come in queste settimane si siano moltiplicate le voci, anche istituzionali, di chi dice che bisogna andarsene dall'UE.
Tsipras ha invece deciso di non abbandonare il campo di battaglia. Poteva decidere di lasciar perdere e cedere a chi suggeriva di imboccare la strada di uno sbriciolamento che avrebbe in realtà lasciato ancor più privi di forza rispetto alla finanza globale i singoli paesi.
Può darsi che per ottenere questa diversa Europa sia necessario ricorrere anche a questa scelta, ma assurdo è pensare che dia più forza, ad Atene ma anche a tutti noi, che la Grecia, la più debole, imbocchi questa strada da sola. Grexit, oggi, diventerebbe solo la patetica vicenda di un piccolo paese marginale, la vittoria, per l'appunto, di Scheubele.
Altra cosa è che a mettere in discussione l'eurozona sia uno schieramento più forte, almeno i paesi mediterranei, sulla base di un chiaro progetto di lotta e di reciproca solidarietà. Questo fronte oggi non c'è e noi italiani possiamo solo vergognarci perchè il nostro presidente del Consiglio, che avrebbe potuto, e dovuto, avere un ruolo di primo piano da svolgere in questa situazione, ha messo, pauroso, la testa sotto la sabbia.
Tocca anche a noi costruire un piano B, ma non solo per la Grecia.
Torna in primo piano il famoso concetto di “rapporti di forza", un termine che sembra sparito dal vocabolario della sinistra, sicché quanto accade ad Atene c'è chi lo rappresenta come l'antico dilemma fra riforme o rivoluzione. Quasi che sia possibile - scrive con la tradizionale vocazione al richiamo teorico tedesco Blokupy su “Neues Deutschland" — considerare la Grecia come un secolo fa la Russia: l 'anello più debole del capitalismo da cui si sarebbe potuti partire. Lenin, del resto, quando disse questa frase, non sapeva che la rivoluzione tedesca sarebbe fallita.
Oggi, comunque, noi sappiamo che di un processo rivoluzionario capace di sostenere la rottura eventuale della Grecia in Europa non c'è nemmeno l'odore. Non è rivoluzionario sbattere comunque la testa contro il muro senza valutare se si rompe la testa o si sbriciola il muro. Preservare la testa non è un atto di viltà, ma di intelligenza. Almeno se si intende combattere ancora e non solo costruire un monumento ai martiri.
“La gente protesta, scende in strada" — ci dicono anche nostri connazionali che sono in Grecia.“Nei bar si dice che Tsipras ha tradito”. E' comprensibile, ma per questo per vincere ci vogliono i partiti e non i bar: proprio nei momenti drammatici è indispensabile un soggetto consapevole, unito da una comune cultura politica, da un rapporto vero con le rispettive comunità, e non un agglomerato emotivo.
Per costruire l'egemonia necessaria ad affrontare situazioni complesse, con lotte mirate e non solo con la moltiplicazione delle proteste.
E' vero che lasciare solo alla politica — partiti e istituzioni — il potere di decidere può esser pericoloso, e lo è stato tante volte in passato. Per questo sono utili movimenti e forme dirette di espressione della società civile e speriamo che ce ne siano in Grecia a pungolare, anche contestandole, le decisioni che verranno prese. Ma la protesta indifferenziata di quello che ora viene chiamato “il basso che si contrappone all'alto", per usare un concetto che oggi va di moda, non basta. E infatti, fin'ora, il 99%, sebbene sia una così grande maggioranza di sofferenti, non vince. Occorre di più.
Io la penso così. Ma sono molto confortata nel riscontrare che la grande maggioranza di coloro che stanno cercando di costruire in Italia un nuovo soggetto politico unitario la pensa in modo analogo.
A qualche cosa la lunga storia della nostra sinistra — primo fra tutti il “genoma Gramsci" — ci è pur servita !


il manifesto,17.07.2015

Tre culetti (Rufino, II secolo d.C. Antologia Palatina V, 35)

Mi hanno scelto a giudicare tre culetti,
mi hanno svelato quell'abbagliante nudità.
Bianco e morbido il primo, fioriva
di fossette rotonde, ridente marchio di bellezza;
l'altro, schiudendosi, fra le carni di neve rosseggiava
più vermiglio che rosa porporina.
L'ultimo s'increspava di brevi onde silenziose,
fremito irrefrenabile della sua pelle tenera.
Se il giudice delle dèe avesse contemplato quei culetti,
non le avrebbe più degnate di uno sguardo.

In Il miele di Afrodite (cura e traduzione di Marina Cavalli), Mondadori, 1991

"Ora sei ritto e gonfio..." (Stratone, II sec. d.C. - Antologia Palatina, XII, 216)

Museo del Louvre. Pittura vascolare attica V sec. a.C. Rappresentazione di Eros
Ora sei ritto e gonfio -maledetto! - ora che lui non c'è!
Ieri - che lui era qui! - non tiravi neanche il fiato.

In Il miele di Afrodite (cura e traduzione di Marina Cavalli), Mondadori, 1991


Serradifalco e dintorni. Segreti nelle miniere (Saul Caia e Rosario Sardella)

La miniera di Bosco Palo nel Comune di Serradifalco
Nella villetta dei misteri sepolti
A qualche chilometro da Serradifalco, in provincia di Caltanissetta, c’è una villa abbandonata. La casa è a pochi passi da una miniera, quella di Bosco Palo. Nel giardino giacciono lastre d’amianto e rifiuti urbani. La struttura sembra essere sopravvissuta a un terremoto. Dell’interno non sopravvive più nulla. Quel che invece resta sono un centinaio di fogli buttati in terra. Documenti. Alcuni sono in buono stato, altri meno. Raccontano di una vicenda fosca. Sono certificati di provenienza e avvenuto trattamento di rifiuti speciali. In alto, in bella vista, il logo e il nome della società operatrice, la Aria srl. Da uno dei documenti, compilato dal direttore sanitario, si deduce di che materiale si tratti: siringhe, garze, liquidi speciali e farmaci scaduti. E poi servizi di dialisi e delle camere operatorie, solventi, reflui di radiologia, materiale di medicazione e trasfusionale monouso. In basso, c’è il riferimento al luogo di destinazione finale, il Consorzio Igiene Ambiente di Coriano, Forlì. In evidenza il timbro del firmatario e dell’Usl di riferimento, mentre a fine pagina troviamo anche il riferimento all’impianto di smaltimento che ha contro-bollato il documento.
In un altro documento c’è solo un elenco di località e date: Rimini, Riccione, Cattolica, Misano Adriatica, San Giovanni. Finanche la Repubblica di San Marino. Secondo questo foglio, c’è un carico di 565mila chilogrammi di rifiuti ospedalieri speciali da smaltire.
Oltre ai fogli, nella casa c’è quel che sembra un libro contabile. All’interno sono conservati un elenco di assegni, cambiali, fatture, assicurazioni di furgoni, biglietti di viaggi in aereo e treno, pernottamenti in albergo, ma anche scontrini di gioiellerie e bollette della luce. Il tutto riferito alla Aria srl di Catania, che oggi però non esiste più. La documentazione fa riferimento alla titolare e amministratrice della società, Maria Di Gioia. Nel 1995, il suo nome è stato coinvolto nell’operazione Asterix1, condotta da Erminio Amelio e Salvatore De Luca, allora sostituti procuratori di Palermo. L’inchiesta aveva portato ad emettere 15 ordinanze di custodia cautelare e 9 provvedimenti di sospensione dalle cariche pubbliche in seguito ad accertamenti sull’irregolarità dello smaltimento dei rifiuti solidi e tossici delle Usl di Palermo e provincia, che venivano ritirati e stoccati violando le norme vigenti. In carcere era andato anche Nicolò Cammarata, all’epoca commissario straordinario della Usl provinciale di Palermo, che, secondo la ricostruzione, aveva una relazione con l’amministratrice dell’Aria srl e che avrebbe favorito illecitamente per aggiudicarsi il servizio di smaltimento dei rifiuti ospedalieri delle Usl siciliane. L’azienda, secondo i magistrati, “non disponeva dei requisiti necessari per svolgere il servizio”, protrattosi per oltre due anni nonostante la concessione fosse prevista per soli sei mesi.

Le testimonianze.
Salvatore Alaimo, ex assessore della provincia di Caltanissetta, è convinto che molti dei rifiuti speciali e ospedalieri siano stati sepolti all’interno della miniera di Bosco Palo. «Di notte, arrivavano dei grossi tir che sostavano in una piazzola poco distante dalla casa – ci racconta – poi con i camioncini piccoli da un quintale e mezzo, prendevano la merce contenuta nei camion più grandi e la trasportavano qui, all’interno della villa». L’andirivieni, durato fino al 1994, è confermato dagli abitanti della zona e nel marzo 1991 i carabinieri della stazione di San Cataldo verificarono e accertarono la presenza di rifiuti speciali ospedalieri nella villetta. In seguito alla segnalazione dei militari, l’amministratrice dell’Aria srl (ex Sicilconsa) venne iscritta nel registro degli indagati in un processo penale svoltosi a Caltanissetta, nel quale le fu contestata la violazione di alcune norme in merito allo smaltimento di rifiuti. La vicenda però si chiuse subito con l’oblazione richiesta dalla stessa imputata.
Quel che non si conosce invece è la destinazione finale dei rifiuti transitanti dalla villetta. «Secondo me li portavano là – spiega Alaimo indicando le gole della vicina miniera di Bosco Palo». Dopo il blocco dell’attività produttiva, le miniere sono state tombate e, in molti casi, i pozzi allagati. «Non si può escludere a priori che questi siti siano stati utilizzati per smaltire rifiuti più o meno pericolosi – ci spiega Salvatore Caldara, dirigente dell’Azienda Regionale per la Protezione dell’Ambiente Sicilia – Questo lo si potrà verificare solamente quando sarà possibile accedere alle cavità sotterranee che al momento, per ovvi motivi di sicurezza, sono state tombate con delle piattaforme di calcestruzzo».
Impossibile accedere, dunque. Come impossibile è effettuare analisi e carotaggi in profondità. Per questo, durante la prima ispezione nel sito, i tecnici dell’Arpa si erano fermati solo a un’analisi di superficie, che non permise “di identificare l’emettitore delle radiazioni prodotte”. Per chiarire perché il sopralluogo dell’Arpa sia stato parziale e limitato solo a un’area della miniera, abbiamo chiesto spiegazioni a Caldara. «Utilizzando altra strumentazione, è stata fatta una seconda campagna di controlli tra il 2011 e il 2012 che sembrerebbe confermare la nostra prima valutazione: la radioattività rilevata è riferita alla presenza del potassio che si trova negli scarti di lavorazione della miniera».
Nel frattempo, la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta ha in mano un fascicolo intitolato Smaltimento illecito di rifiuti speciali, e sta portando avanti le proprie indagini. Al momento, l’unica certezza è la presenza delle coperture degli impianti realizzate con pannelli di amianto che, deteriorati a causa delle intemperie, sprigionano nell’aria le fibre tossiche. A questo bisogna aggiungere la perdita di olio dielettrico, fuoriuscito dai macchinari di trivellazione e le masse di sale accumulate nei capannoni o in apposite aree della miniera.
«Andrebbe caratterizzata l’area e poi bisognerebbe fare tutta una serie di valutazioni – ci spiega il dirigente Caldara – perché rimuovere quei quantitativi di rifiuti è un’opera ciclopica. Stiamo parlando di una discarica di proporzioni enormi, di dimensioni pari a più campi di calcio. Quindi sarebbe opportuno valutare che tipo d’intervento svolgere».

Mafia e miniere
Il binomio che lega le cave estrattive siciliane a Cosa nostra ha una storia lunga. Parliamo di un’epoca in cui gli “uomini d’onore” avevano grossi appezzamenti di terreni e in molti casi si erano guadagnati la fama di imprenditori. Uno di questi, Calogero Vizzini, è stato tra i più influenti capi mafia della storia siciliana e azionista di maggioranza della miniera di Gessolungo, in provincia di Caltanissetta, oltre che di altre attività estrattive. Si racconta che nel 1922 avesse fatto parte di una missione internazionale a Londra, con i dirigenti della Montecatini e il futuro ministro delle finanze Guido Jung. Scopo: trattare con altri industriali il prezzo dello zolfo.
Un memoriale redatto dal Partito Comunista in Sicilia e trasmesso nel 1964 alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia, raccoglie minuziosamente ogni singola infiltrazione mafiosa presente nelle cave della provincia di Caltanissetta. Qualsiasi attività che ruota attorno all’estrazione dei minerali è d’interesse della mafia, dalla manutenzione degli impianti al trasporto, passando per l’assunzione dei lavoratori.
Nel complesso di Bosco e Palo, i sali potassici viaggiano sui camion di Vincenzo Arnone, uomo d’onore e compare di Genco Russo. La sua azienda aveva vinto la gara d’appalto realizzata dalla Montecatini Spa, con un notevole ribasso del prezzo stabilito. Poco distante c’è Trabia Tallarita controllata dalla famiglia Di Cristina di Riesi; a Trabonella invece sono ancora una volta gli uomini di Vizzini e i mafiosi di Racalmuto a comandare.

Telecomandi e tritolo
«Sa quanti uomini d’onore lavoravano a Pasquasia? Una quindicina. E facevamo anche le riunioni all’interno della miniera; faccia il conto di quante miniere ci sono in Sicilia. Le cave nell’isola sono tutte in mano nostra». È il 4 dicembre 1992, seduto davanti la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia c’è Leonardo Messina, detto Narduzzo, figura di spicco della famiglia di Cosa nostra a Caltanissetta e da alcuni mesi collaboratore di giustizia. Messina era stato dipendente dell’Idrofont, una ditta pulita di San Cataldo, nella quale ricopriva la mansione di assistente al sottosuolo a Pasquasia, una delle più grandi miniere di sale potassico d’Europa, situata tra Enna e Caltanissetta.
Durante l’audizione, presieduta da Luciano Violante, il boss, soffermandosi sull’attentato di Capaci confessa: «Non abbiamo bisogno di comprare l’esplosivo all’estero perché le cave in Sicilia sono tutte in mano nostra». Un concetto ribadito anche durante il processo Leopardo celebrato a Caltanissetta: «Tutto quello che volevamo io l’ho uscito dalla miniera – le parole di Messina – da detonatori elettrici a dinamite. Noi rubavamo tutto all’Italkali, un anno l’azienda disse che gli mancavano dalla contabilità 400 kg di dinamite». Lui è l’ultimo pentito ascoltato da Paolo Borsellino.

1992, l’anno delle stragi.
Messina racconta che tra febbraio e marzo di quell’anno si era tenuta una riunione nel territorio di Enna, alla quale aveva preso parte la Cupola – Riina, Provenzano, Giuseppe Madonia e Santapaola – e che nel corso di quella riunione era stata decisa l’eliminazione di Giovanni Falcone. Con molta probabilità il vertice di Cosa nostra aveva deciso di attuare una nuova strategia stragista e di colpire anche vecchie amicizie, come l’onorevole democristiano Salvo Lima e l’esattore Nino Salvo. Narduzzo era stato aggiornato sugli esiti del summit dal suo amico Liborio Micciché, detto Borino, all’epoca consigliere per la Provincia di Enna.
Lima era stato anche il referente della mafia negli affari che ruotavano attorno a Pasquasia, aiutando la cooperativa La Pietrina che si occupava della pulizia dei nastri dei macchinari e che era amministrata proprio da Miccichè e da Raffaele Bevilacqua, esponente della corrente andreottiana della Dc e considerato sotto-capo della stessa ‘provincia’ mafiosa. Secondo la ricostruzione di Messina, agli atti del processo Andreotti, Salvo Lima, contattato da Bevilacqua, aveva a sua volta fatto pressioni su Francesco Morgante (presidente dell’Italkali), per convincerlo a dare dei lavori anche a La Pietrina, che da qualche mese era stata esclusa dalle commesse. Dopo l’intermediazione, la cooperativa di Micciché e Bevilacqua fu reinserita.
«Noi (inteso come Cosa nostra, ndr) eravamo i padroni della miniera – racconta Messina – perché loro (riferito all’Italkali, ndr) si occupavano di scavare il sale e noi invece ci occupavamo di controllare le gallerie». Le miniere erano i fortini di Cosa nostra. «A Pasquasia c’erano tutti: Miccichè, Mazzarisi, Arnone», spiega il collaboratore di giustizia.
Degli altri due abbiamo già parlato prima, Arnone invece era riferito a Paolino, titolare di un’azienda di trasporti e considerato uomo d’onore della famiglia di Serradifalco, arrestato durante l’operazione Leopardo condotta dalla Procura di Caltanissetta nel 1992.

La miniera atomica
Da circa vent’anni sono tante le inchieste giudiziarie che si sono susseguite sulla miniera di Pasquasia. Tuttavia, ad oggi, non sappiamo cosa nascondano quelle gallerie. Secondo uno studio dell’Arpa Sicilia, delle Asp di Enna e Palermo e i rilevamenti dei vigili del fuoco (commissionati dalla Procura di Enna), nella miniera ci sarebbero 9 mila quintali di amianto per 15 milioni di chili di terreno contaminati. Nel 2011, erano finiti sotto indagine Raffaele Lombardo (che ricopriva la duplice funzione di governatore e commissario delegato in materia di bonifica e risanamento ambientale), gli assessori Piercarmelo Russo e Giosuè Marino, e il consegnatario della miniera Pasquale La Rosa. Per loro, l’accusa contestava i reati di omissione d’atti d’ufficio e la gestione di rifiuti – amianto, nello specifico – non autorizzata. Il processo è attualmente in corso.

La chiusura e l’abbandono
Nel 1992 la miniera, attiva dal ’59 e terzo polo estrattivo al mondo per sali potassici, ferma la produzione. Ufficialmente perché gli scarti di lavorazione finivano nei fiumi Salso e Salito. Nel ’91 la Regione stanzia 70 miliardi di lire per la costruzione di impianti di depurazione a scarico controllato. I concorrenti tedeschi della Kali und Sulz, però, impugnano la proposta siciliana a Bruxelles, perché ritengono che favorisca l’Italkali (società a capitale misto che la gestiva insieme alla Regione Sicilia), ponendola in una posizione privilegiata sul mercato. Ne segue una lunghissima battaglia giuridico-legale tra la commissione europea e la Regione Sicilia, conclusasi a favore dell’Italia. Nel dicembre del 1992 la Giunta regionale rende pubblico l’appalto, aggiudicato dal raggruppamento di imprese Astaldi spa. Ma di nuovo tutto si blocca perché, secondo gli uffici regionali, la “disponibilità economica non risultava sufficiente per l’insieme delle opere del progetto”. Il tempo passa, i lavori non iniziano mai, i soldi scompaiono.

Gli studi dell’Enea
Parallelamente all’estrazione mineraria, alla fine degli anni ’70, la Comunità Europea chiese a tutti i Paesi membri di realizzare degli studi per cercare siti idonei a ospitare minerali radioattivi, di bassa e di alta intensità, con un decadimento che poteva raggiungere i 25 mila o i 100 mila anni. L’elenco prevedeva 134 siti, e tra i 12 situati in Sicilia c’era Pasquasia. Negli anni ’80, l’Ente nazionale per l’energia atomica (Enea) e l’Italkali firmarono un accordo quinquennale che consentiva agli scienziati di realizzare nella cava un laboratorio a 400 metri di profondità, per studiare le argille del sottosuolo e capire se era possibile costruire un deposito nucleare. I quotidiani riportano la notizia e la popolazione, spaventata dall’ancora recente disastro di Chernobyl, insorge. A farsi portavoce della battaglia è il sindaco di Enna, il democristiano Emanuele Lauria, che spinge la Regione a intervenire. Si apre un dibattito che portera alla revoca dell’autorizzazione allo studio. Nello stesso tempo, la Procura di Enna pone i sigilli al laboratorio. «Il nostro era uno studio sperimentale – spiega a Narcomafie il professor Enzo Farabegoli, che negli anni ’80 prese parte agli studi – non c’era niente di nascosto o di segreto, realizzavamo dei report che sono ancora oggi consultabili all’Enea. Le posso confermare che non c’è neppure un granello radioattivo dentro la miniera». Diversi anni dopo, ancora Leonardo Messina racconta al Procuratore antimafia Luigi Vigna che il Sisde si era interessato parallelamente allo studio dell’Enea. Pare infatti che i servizi segreti in forma ufficiosa avrebbero chiesto ai funzionari pubblici locali il nulla osta per seppellire materiale di natura militare altamente nocivo.

In Commissione antimafia.
Alcuni anni dopo la chiusura, nel 1997, l’avvocato agrigentino Giuseppe Scozzari, deputato de La Rete e componente della Commissione antimafia, porta all’attenzione del Governo la vicenda di Pasquasia e il possibile occultamento di rifiuti speciali. «Avevo parlato con molti minatori del luogo – ci racconta Scozzari – i quali mi avevano segnalato un movimento di camion che entravano e uscivano in orari e giorni inconsueti, considerando soprattutto che la cava era chiusa e abbandonata già da alcuni anni». Scozzari scrive un’interrogazione parlamentare per informare e chiedere chiarezza al Governo, consegnando lo stesso atto alla Procura di Caltanissetta e alla Commissione di cui era componente.
Il Procuratore della Repubblica nissena è Giovanni Tinebra, che in quegli anni si sta occupando delle stragi di Capaci e via D’Amelio e che viene convocato a Roma dalla Commissione. Durante l’audizione, il magistrato spiega che di Pasquasia «i giornali se ne erano occupati a sproposito» e che la fuga di notizie avrebbe «ingenerato un allarme superiore alla portata della questione». Ma tornando a parlare dei possibili sospetti che ruotavano attorno alle cave, spiega che «abbiamo tutta una serie di indicatori che ci portano a sospettare una pesante presenza di Cosa nostra nell’attività di raccolta, stoccaggio e smaltimento di rifiuti speciali e tossici». A un certo punto però il magistrato chiede di passare alla seduta segreta. A distanza di anni, Scozzari, presente all’audizione, ha spiegato che «probabilmente all’epoca dire che si stava indagando su Pasquasia poteva essere un fattore di rischio».
Fu l’ultima occasione ufficiale in cui si parlò di occultamento di rifiuti nelle cave. Solo nel 2003 Giuseppe Regalbuto. presidente della Commissione speciale sulle miniere dismesse dell’Unione regionale province siciliane (Urps), chiese ai magistrati di Caltanissetta lumi sugli sviluppi delle indagini. Sergio Lari, procuratore capo, rispose che c’erano stati degli accertamenti su «noti indagati» per reati di «smaltimento illecito di rifiuti anche radioattivi all’interno della miniera», ma che «tali atti tuttavia non sono ostensibili in quanto coperti da segreto».
«Questo – aggiunge Scozzari – è un altro dei dilemmi di questo Paese: come mai il Governo non ha mai fatto chiarezza sulla triste storia delle miniere, chiuse per volontà privata e per complicità pubblica».

Mamma Regione e gli enti informali
Aveva già capito tutto l’ingegnere Domenico La Cavera, detto Mimì, uno dei promotori della So.Fi.S. (Società Finanziaria siciliana), nonché ideatore di Sicindustria, il ramo distaccato nell’isola di Confindustria: «Il sale e il potassio erano da considerarsi il nostro tesoro. Dopo che si dimostrò che lo zolfo non era più economicamente valido e troppo costoso anche in termini di vite umane. Inoltre l’impossibilità della burocrazia regionale di agire in senso imprenditoriale e tanto altro ancora, fece scomparire il sale dalle nostre produzioni. Insomma la Sicilia dopo lo zolfo poteva diventare la regina del sale. Non fu così».
Siamo negli anni Cinquanta, la Regione ha affidato il timone del nuovo programma economico all’avvocato Vito Guarrasi, nominato Segretario generale del piano quinquennale per la ricostruzione della Sicilia. Ha il compito di gestire in maniera autonoma e diretta qualsiasi decisione o trattativa in merito alle vicende economico-finanziarie che riguardano il territorio isolano. Vito è figlio di Raffaele, ricco proprietario terriero di Alcamo, dal quale eredita i vigneti del famoso vino Rapitalà. Guarrasi ha amicizie importanti: Enrico Mattei e Eugenio Cefis, e i banchieri Enrico Cuccia e Michele Sindona. L’avvocato appartiene inoltre alla sezione siciliana dell’antica loggia della Massoneria universale di rito scozzese antico e accettato, Supremo Consiglio d’Italia, che si riunisce segretamente a Palermo, dove incontra boss mafiosi, ma anche magistrati, imprenditori, avvocati. Conosce per esempio i fratelli Ignazio e Nino Salvo (considerato l’esattore di Cosa nostra), Salvatore Greco Ciaschiteddu, ovvero il capo della prima ‘commissione’ della mafia, ed il cugino Totò Greco detto l’ingegnere, entrambi appartenenti alla famiglia di Ciaculli.

La So.Fi.S
A dieci anni dalla sua costituzione, l’ente regionale conta 55 partecipazioni azionarie in svariate società e debiti stimati intorno ai 3 miliardi di lire. L’idea di una Regione imprenditrice scricchiola. Ma invece di rivedere le strategie economiche, la politica dà vita a nuovi enti. Nascono l’Ente minerario ciciliano (Ems), la Società chimica mineraria ciciliana (So.Chi.Mi.Si) e l’Ente sviluppo industriale (Espi). A gestirne i fondi è Graziano Verzotto, democristiano di area Fanfani, veneto di nascita ma siciliano d’adozione, che qualche anno prima aveva accompagnato Enrico Mattei nella direzione dell’Eni. Verzotto non ha solo importanti contatti politici e imprenditoriali. Nel settembre 1960 insieme al boss catanese Giuseppe ‘Pippo’ Calderone, detto Cannarozze d’argento per via di una protesi metallica alla gola, è testimone di nozze del padrino Giuseppe Di Cristina, capo dell’omonima famiglia di Riesi e figura di spicco di Cosa nostra in Sicilia. Molti anni dopo, proprio in una società regionale controllata da Verzotto, il boss Di Cristina viene assunto come tesoriere.
La famiglia di Riesi controlla anche la miniera Trabia Tallarita, a metà strada tra i paesi di Riesi e Sommatino, nell’entroterra della Sicilia. In contrasto con le leggi regionali e i regolamenti, usavano per il trasporto degli operai camion malsicuri anziché gli autobus come da legge prescritto. A Riesi tutti conoscevano la situazione, ma le autorità competenti non intervennero. Le autorità erano loro, i Di Cristina.
La carriera di Verzotto è stroncata negli anni Settanta da un’inchiesta congiunta delle procure di Milano e Palermo sui fondi neri che l’Ems aveva dirottato sui conti svizzeri di Sindona. Viene spiccato un mandato di cattura e per evitare l’arresto fugge latitante in Libano.
Dalla ricostruzione degli inquirenti emerge che l’Ente minerario, il quale già disponeva di una concessione di finanziamenti con il Banco di Sicilia, deposita svariate somme in altri due istituti di credito: la Banca Unione di Michele Sindona e la Banca Loria, successivamente confluita nella Banca di Milano, di cui lo stesso Verzotto risultava consigliere d’amministrazione. Nell’inchiesta si fa riferimento a una parte di pagamenti d’interessi – tra il 5 e 6% – che venivano contabilizzati nei bilanci dell’Ems, mentre la parte restante – tra il 1,25 e il 2,5% – era versata direttamente in nero. Secondo gli inquirenti, circa 120 milioni di lire vengono intascati da uomini vicini a Verzotto, tramite assegni e contanti.

Il business delle bonifiche
Il primo vero passo per la bonifica di una miniera in Sicilia è stato fatto a Pasquasia, quando la Regione ha incaricato la società Sviluppo Italia di redigere un piano di messa in sicurezza del sito. Gli interventi prevedevano la possibilità di realizzare una nuova discarica all’interno del perimetro della miniera. Tuttavia, la presenza di 9 quintali di eternit e il fatto che tutti i capannoni fossero realizzati in cemento-amianto, resero impossibile ogni attività. Senza contare il fatto che mancavano i siti per accogliere un tale quantitativo di rifiuto speciale. Il sito è stato inoltre oggetto di ripetuti sabotaggi: l’ultimo è accaduto nel dicembre 2013, quando ignoti provocarono la fuoriuscita di olio dielettrico. Nessuno sembrò accorgersi di nulla, neanche il servizio di vigilanza che, interpellato dal consegnatario dei siti minerari dismessi Pasquale Larosa (attualmente sotto processo per omissioni di atti d’ufficio e disastro ambientale), riferì di non aver notato alcuna anomalia nell’area interessata.
Per la bonifica, il ministero dell’Ambiente stanziò venti milioni di euro. Ad aggiudicarsi l’appalto fu la 1 Emme soluzioni ambientali srl di Bergamo. Ma l’azienda Consap di Milano decide di fare ricorso al Tar, sostenendo che i suoi avversari bergamaschi «non avrebbero i titoli» per aggiudicarsi la gara. Dopo alcuni mesi di dibattito, fu il Tar del Lazio a confermare la decisione presa dal ministero e a consentire l’inizio dei lavori. Quando tutto però sembrò risolto, ad intervenire fu la Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, poiché notò anomalie nel lavoro della 1 Emme. Le indagini portano all’arresto di cinque persone trovate con un grosso quantitativo di rame e altri rifiuti ferrosi che secondo gli inquirenti sono stati rubati nel sito minerario. In particolare, i giudici dispongono dei campionamenti su cinque semirimorchi che trasportavano 106 tonnellate di “cemento-amianto” prelevato nella cava. I tecnici dell’Arpa e del Noe analizzano un pacco di onduline per ogni semirimorchio, constatando che “la superficie delle lastre non è stata preliminarmente trattata per rendere efficace il riferimento incapsulante” e che “la vernice incapsulante, necessaria al fine di evitare l’aero-dispersione delle fibre di amianto, risulta non uniformemente distribuita” . In altre parole, la bonifica realizzata sui pannelli d’amianto è stata parziale e incompleta.
Ad avvalorare la tesi degli inquirenti ci sono anche le intercettazioni ambientali. Nel corso di un dialogo tra un dipendente e un tecnico della 1 Emme si fa riferimento proprio al trattamento dei pannelli in amianto, che “per risparmiare” viene fatto solo “su una parte” e non su tutta la lastra.
Queste dichiarazioni evidenziano, secondo i giudici, “l’esistenza di un più ampio sistema di illegalità all’interno del sito con la consapevolezza e l’iniziativa dei referenti della società appaltatrice”. Nel corso delle operazioni viene sequestrata una somma di denaro trovata all’interno di automezzi provenienti dal casertano, sul quale si sarebbe dovuto trasportare il rame. Le ipotesi di reato su cui si procede vanno dal traffico illecito di rifiuti tossico-nocivi all’associazione per delinquere finalizzata alla frode in pubbliche forniture e a vari reati contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica.
«Non c’è dubbio che le miniere – spiega a Narcomafie il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari – in Sicilia come in altri luoghi, siano oggetto di grande interesse. Il problema della messa in sicurezza delle cave abbandonate e dell’eliminazione dei rifiuti tossici e nocivi, soprattutto l’amianto, costituisce una grande attrazione per le imprese che operano in questo settore». Camion pieni di tonnellate di rame prelevate dalle miniere e trasportati da corrieri in Campania. Un nuovo business tra mafia e camorra casertana.

Commissioni, interrogazioni e atti parlamentari
La complessa vicenda delle miniere siciliane è stata più volte portata all’attenzione del governo nazionale, sollecitato da numerose interrogazioni parlamentari. La prima in assoluto, come già detto, è stata quella dell’ex deputato della Rete Giuseppe Scozzari, interessato alle vicende societarie dell’Italkali, azienda a capitale privato e detentrice per il 49% delle miniere dell’isola gestite insieme alla Regione Sicilia per mezzo dell’Ente minerario siciliano. Diversi anni più tardi, agli inizi degli anni 2000, il deputato palermitano Vincenzo Fragalà, del gruppo Alleanza Nazionale, chiede al Governo Berlusconi di far luce sulle motivazioni che hanno portato alla chiusura di Pasquasia. Nel testo dell’interrogazione, l’avvocato era convinto che il blocco produttivo fosse stato provocato da “un condizionamento venuto da altri due protagonisti dell’oligopolio”, all’epoca Canada e Germania. Al termine della carriera politica, Fragalà torna a interessarsi delle vicende minerarie dell’isola scrivendo – nel gennaio 2010 – una lettera ad Adolfo Urso (suo compagno di partito e sottosegretario dello Sviluppo economico) per invitarlo ad un incontro a Enna per discutere della possibile riapertura di Pasquasia. Un mese dopo l’avvocato viene aggredito a colpi di mazza uscendo dal suo studio legale vicino al palazzo di giustizia di Palermo. Muore in ospedale dopo tre giorni di coma. Malgrado le tante ipotesi fatte dagli inquirenti, le indagini non hanno portato a identificare esecutori e mandanti.
Un contributo alla verità sulle miniere siciliane è arrivato con la realizzazione della video inchiesta Miniere di Stato, trasmessa su RaiNews e finalista del premio ‘Roberto Morrione’, che traccia un possibile quadro sullo smaltimento di rifiuti all’interno delle miniere.
I documenti trovati nella villetta dei misteri a Serradifalco sembrano avvalorare quest’ultima tesi, e per questo motivo il deputato Erasmo Palazzotto di Sinistra ecologia e libertà, interroga i ministeri dell’Ambiente e dell’Interno affinché facciano luce sulla vicenda, chiedendo inoltre di spiegare i tempi relativi alle bonifiche. «Nell’interrogazione, che non ha ancora ricevuto risposta – aggiunge lo stesso Palazzotto successivamente – appare logico ipotizzare che l’area mineraria dismessa tra le provincie di Enna e Caltanissetta, a causa della totale mancanza di vigilanza, possa essere identificata come l’area finale dello stoccaggio illegale dei rifiuti speciali. Anche per via di una forte presenza mafiosa nel territorio».
I componenti del Movimento 5 Stelle dell’Assemblea regionale siciliana hanno chiesto e ottenuto l’istituzione di una sottocommissione di studio sui siti minerari siciliani legata alla terza commissione (quella alle Attività produttive). «Siamo in una fase di studio – spiega Giancarlo Cancelleri, capogruppo M5S all’Ars – inizialmente procederemo con la mappatura dei siti, poi incroceremo i dati con le informazioni relative agli studi sanitari dei luoghi, per capire se c’è una correlazione tra l’inquinamento del territorio e le malattie, soprattutto oncologiche. Infine, abbiamo intenzione di proporre un piano di bonifica che possa portare successivamente alla riapertura dei siti e usufruire delle miniere come luoghi turistici»


Dalla rivista “Narcomafie” - Luglio 2015

23.7.15

L'enigma dei due Chávez (Gabriel García Márquez)

Dal blog di Gianni De Proiettis, nel sito de “il manifesto”, recupero questo antico e storico articolo di “Gabo” su Hugo Chavez. Ho aggiustato qua e là la traduzione, che tuttavia resta resta un po' zoppicante. (S.L.L.)

Nel gennaio 1999, due settimane prima che Hugo Chávez assumesse la presidenza del Venezuela, Gabriel García Márquez lo intervistò in un viaggio in aereo da La Habana a Caracas. Mano a mano che conversavano, lo scrittore colombiano, già premio Nobel di letteratura (1982), scoprì una personalità che non corrispondeva all'immagine di un despota come quella che si era formato sui media. Esistevano due Chávez. Qual era quello reale? Un ritratto del presidente che fece la carriera militare per poter giocare a baseball, che recitava a memoria poesie di Neruda o Walt Whitman ed è morto per un tumore a 58 anni. (Gianni De Proiettis)

All'imbrunire, Carlos Andrés Pérez, allora presidente del Venezuela, scese dall'aereo di ritorno da Davos, Svizzera, e si sorprese di venir accolto dal suo ministro della Difesa, il generale Fernando Ochoa Antich, “Che succede?”, gli domandò intrigato. Il ministro lo tranquillizzò con spiegazioni così rassicuranti che il presidente, anziché andare al Palazzo di Miraflores, si diresse a La Casona, la residenza presidenziale. Stava prendendo sonno quando lo stesso ministro della Difesa lo svegliò con una chiamata per informarlo di una sollevazione militare a Maracay. Era appena entrato a Miraflores quando esplosero i primi colpi di artiglieria.
Era il 4 febbraio del 1992. Il colonnello Hugo Chávez Frías, con il suo culto sacramentale delle date storiche, comandava l'assalto dal suo posto di comando improvvisato nel Museo Storico della Planicie. Il presidente comprese allora che la sua unica risorsa era l'appoggio popolare e andò negli studi di Venevisión per parlare alla nazione. Dodici ore dopo, il golpe militare era fallito. Chávez si arrese, con la condizione che anche a lui fosse permesso di rivolgersi al popolo dai teleschermi. Il giovane colonnello creolo, con il basco da paracadutista e la sua ammirevole capacità di parola, si assunse la responsabilità del movimento. Ma il suo discorso fu un trionfo politico. Fece due anni di carcere, finché fu amnistiato dal presidente Rafael Caldera. Tuttavia, molti suoi seguaci - ma anche non pochi nemici - credono che il discorso della resa fu il primo della campagna elettorale che lo portò alla presidenza della Repubblica meno di nove anni dopo.
Il presidente Hugo Chávez Frías mi raccontava questa storia nell'aereo della Fuerza Aérea Venezolana che ci portava da La Habana a Caracas, due settimane fa, quando mancavano meno di quindici giorni al suo insediamento come presidente costituzionale del Venezuela eletto dal popolo (il 2 febbraio 1999, ndt). Ci eravamo conosciuti tre giorni prima a La Habana, durante la sua riunione con i presidenti Castro e Pastrana, e la prima cosa che mi ha impressionato è stato il suo corpo possente, di cemento armato. Aveva la cordialità immediata e la grazia creola di un venezuelano puro. Cercammo di rincontrarci un'altra volta, ma non fu possibile per colpa di entrambi, cosicché viaggiammo insieme verso Caracas per conversare della sua vita e dei suoi miracoli nell'aereo.
Fu una buona esperienza da reporter a riposo. Mano a mano che mi raccontava la sua vita, scoprivo una personalità che non corrispondeva affatto all'immagine di tiranno che ci eravamo formati attraverso i media. Era un altro Chavez. Quale dei due era quello reale?
L'argomento duro usato contro di lui nella campagna elettorale era stato il suo passato recente di cospiratore e golpista. Però la storia del Venezuela ne ha digerito più di quattro. Cominciando da Rómulo Betancourt, ricordato a ragione o a torto come il padre della democrazia venezuelana, che detronizzò Isaías Medina Angarita, un ex-militare democratico che cercava di purgare il paese dai trentasei anni di Juan Vicente Gómez. Il suo successore, il romanziere Rómulo Gallegos, fu spodestato dal generale Marcos Pérez Jiménez, che rimase quasi undici anni con tutto il potere. Questi, a sua volta, fu deposto da tutta una generazione di giovani democratici che inaugurò il periodo più lungo di presidenti eletti.

Il golpe del febbraio 1992 sembra essere l'unica cosa riuscita male al colonnello Hugo Chávez Frías. Eppure, lui lo ha visto dal lato positivo come un fiasco provvidenziale. E' la sua maniera di intendere la buona sorte, o l'intelligenza, o l'intuizione, o l'astuzia, o qualunque cosa sia l'afflato magico che ha guidato le sue azioni da quando venne al mondo a Sabaneta, nello stato di Barinas, il 28 luglio 1954, sotto il segno del potere: Leone.
Chávez, cattolico convinto, attribuisce la sua buona stella allo scapolario, l'immaginetta religiosa con più di cento anni che porta con sé fin da bambino e che ha ereditato da un bisnonno materno, il colonnello Pedro Pérez Delgado, uno dei suoi eroi tutelari. I suoi genitori sopravvivevano a fatica con gli stipendi da maestri elementari e lui dovette aiutarli, a partire dai nove anni, vendendo dolci e frutta con un carrettino. A volte andava a dorso d'asino a visitare la sua nonna materna a Los Rastrojos, un paese vicino che gli sembrava una città perché aveva una piccola centrale elettrica che dava due ore di luce la sera e vi risiedeva una levatrice che aiutò a nascere lui e i suoi quattro fratelli. Sua madre avrebbe voluto che diventasse prete, ma arrivò solo a chierichetto e suonava le campane con tanta grazia che tutto il paese lo riconosceva per il suo tocco. “E' Hugo che suona”, dicevano. Tra i libri di sua madre trovò un'enciclopedia provvidenziale, con un primo capitolo che lo sedusse immediatamente: Come trionfare nella vita.
In realtà era un ricettario di possibili scelte e lui le provò quasi tutte. Come pittore ammirato di fronte alle riproduzioni di Michelangelo e del David, a dodici anni vinse il primo premio in un'esposizione regionale. Come musicista, si rese indispensabile per serenate e compleanni grazie alla sua maestria con la chitarra e alla buona voce. Come giocatore di baseball riuscì a diventare un catcher di prima categoria. La scelta militare non stava nella lista, e non gli sarebbe neanche venuta in mente da solo, se non gli avessero detto che il modo migliore di arrivare in prima serie era entrare all'accademia militare di Barinas. Fu sicuramente un altro miracolo dell'immaginetta, perché quel giorno cominciava il piano Andrés Bello, che permetteva ai diplomati delle scuole militari di ascendere fino ai più alti gradi accademici.
Studiava scienze politiche e storia, dal marxismo al leninismo. Si appassionò per lo studio della vita e opera di Simón Bolívar, il suo Leone maggiore, i cui proclami imparò a memoria. Però il suo primo conflitto cosciente con la politica reale fu la morte di Allende nel settembre del 1973. Chávez non capiva. Perché se i cileni hanno eletto Salvador Allende, ora i militari cileni fanno un colpo di stato? Poco dopo, il capitano della sua compagnia gli assegnò il compito di vigilare un figlio di José Vicente Rangel, che era reputato comunista. “Guarda le giravolte che dà la vita”, mi dice Chávez con una eplosione di riso. “Ora suo papà è il mio cancelliere”. Ancora più ironico è che, quando si laureò nell'accademia, ricevette la sciabola dalle mani del presidente che venti anni dopo avrebbe cercato di deporre: Carlos Andrés Pérez."Oltretutto", gli dissi, “lei stette quasi per ucciderlo". “Assolutamente no”, protestò Chávez. “L'idea era quella di convocare un'assemblea costituente e tornare nelle caserme". Fin dal primo momento mi ero reso conto che era un narratore naturale. Un prodotto íntegro della cultura popolare venezuelana, che è creativa e giocosa. Ha un grande senso dell'impiego del tempo e una memoria con un che di soprannnaturale, che gli permette di recitare a memoria poesie di Neruda o Whitman e pagine intere di Rómulo Gallegos.
Fin da bambino, per caso, scoprì che suo bisnonno non era un assassino delle sette leghe, come diceva sua madre, bensì un guerriero leggendario dei tempi di Juan Vicente Gómez. Fu tale l'entusiasmo di Chávez che decise di scrivere un libro per purificare la sua memoria. Spulciò archivi storici e biblioteche militari e percorse la regione di paese in paese con un bagaglio da storiografo per ricostruire gli itinerari del bisnonno attraverso le testimonianze dei sopravvissuti. Da allora, lo incorporò all'altare dei suoi eroi e cominciò a portare lo scapolario protettore che era stato suo.
Fu in quei giorni che attraversò la frontiera, senza rendersene conto, per il ponte di Arauca e il capitano colombiano che gli perquisì la borsa trovò motivi sufficienti per accusarlo di spionaggio: aveva una macchina fotografica, un registratore, documenti segreti, foto della regione, una mappa militare con grafici e due pistole regolamentari. I documenti di identità, come è proprio di una spia, potevano essere falsi. La discussione si prolungò varie ore in un ufficio in cui l'unico quadro era un ritratto di Bolívar a cavallo. "Non ce la facevo quasi più - mi disse Chávez -, perché quanto più gli spiegavo, meno mi capiva". Finché non gli venne in mente la frase salvatrice: "Guardi, mi capitán, come è la vita: solo cento anni fa eravamo uno stesso esercito e quello che ci sta guardando dal quadro era il comandante di tutti e due. Come posso essere una spia?". Il capitano, commosso, cominciò a tessere le lodi della Gran Colombia e i due finirono la serata bevendo birra dei due paesi in una cantina di Arauca. Al mattino seguente, con un mal di testa condiviso, il capitano restituì a Chávez i suoi attrezzi da storiografo e lo salutò con un abbraccio a metà del ponte internazionale.
"E' da quell'epoca che mi venne l'idea concreta che qualcosa andava male in Venezuela", dice Chávez. Lo avevano destinato all'Oriente del paese come comandante di un plotone di tredici soldati e un'unità di comunicazioni per liquidare gli ultimi ridotti guerriglieri. Una notte di forti piogge gli chiese rifugio nella base un colonnello di intelligenza con una pattuglia di soldati e dei presunti guerriglieri che avevano appena catturato, macilenti e ridotti pelle ed ossa. Verso le dieci di sera, quando Chávez si stava addormentando, sentí nella stanza vicina delle grida lancinanti. "Erano i soldati che stavano picchiando i prigionieri con mazze da baseball avvolte negli stracci per non lasciare segni", raccontò Chávez. Indignato, esigette dal colonnello che gli consegnasse i prigionieri o se ne andasse di lì, poiché non poteva accettare che si torturasse qualcuno nel suo comando. "Il giorno dopo fui minacciato di processo militare per disobbedienza - raccontò Chávez -, ma mi mantennero in osservazione solo per un certo tempo".
Pochi giorni dopo, fece un'altra esperienza che superò le precedenti. Stava comprando carne per la sua truppa quando un elicottero militare atterrò nel cortile della caserma con un carico di soldati feriti in una imboscata guerrigliera. Chávez prese in braccio un soldato che aveva varie pallottole in corpo. "Non mi lasci morire, mi teniente..." gli disse terrorizzato. Riuscì appena a metterlo in un'auto. Altri sette morirono. Quella notte, insonne nell'amaca, Chávez si domandava: "Perché sto qui? Da un lato campesinos vestiti da militari che torturano campesinos guerriglieri e dall'altro lato campesinos guerriglieri che uccidono campesinos vestiti di verde. A quel punto, quando la guerra era finita, non aveva più senso sparare un colpo contro qualcuno". E concluse, nell'aereo che ci portava a Caracas: "Lì mi trovai nel mio primo conflitto esistenziale".
Il giorno dopo si svegliò convinto che il suo destino era quello di fondare un movimento. E lo fece a 23 anni, con un nome evidente: Ejército bolivariano del pueblo de Venezuela. I membri fondatori: cinque soldati e lui, con il grado di sottotenente. "Con che finalità?", gli domandai. Molto semplice,
disse: “Con la finalità di prepararci se succedeva qualcosa”.
Questa era la situazione il 17 diciembre 1982, quando si produsse un avvenimento inaspettato che Chávez considera decisivo nella sua vita. Era già capitano nel secondo reggimento di paracadutisti e aiutante di un ufficiale di intelligenza. Quando meno se lo aspettava, il comandante del reggimento, Ángel Manrique, lo designò per pronunciare un discorso di fronte a milleduecento uomini fra truppa e ufficiali.
All'una del pomeriggio, con il battaglione già riunito nel campo di calcio, il maestro di cerimonie lo annunciò. "E il discorso?", gli chiese il comandante del reggimento, vedendolo salire sul palco senza alcun foglio. "Non ho nessun discorso scritto", gli disse Chávez. E cominciò a improvvisare. Fu un discorso breve, ispirato a Bolívar e Martí, però con un apporto personale sulla situazione di oppressione e di ingiustizia dell'America Latina a duecento anni dall'indipendenza. Gli ufficiali, sia i suoi che gli altri, lo ascoltarono impassibili. Fra loro, i capitani Felipe Acosta Carle e Jesús Urdaneta Hernández, simpatizzanti del suo movimento. Il comandante della guarnigione, molto disgustato, gli rivolse un rimprovero che fosse ascoltato da tutti: "Chávez, lei sembra proprio un politico". "Inteso", gli rispose Chávez. Felipe Acosta, che era alto due metri e neanche dieci uomini riuscivano a immobilizzare, si mise di fronte al comandante e gli disse: "Si sbaglia, mi comandante. Chávez non è affatto un politico. E' un capitano di quelli di adesso e quando voi ascoltate quello che ha detto nel suo discorso, ve la fate sotto".
Allora il colonnello Manrique mise la truppa sull'attenti e disse: "Voglio che sappiate che quanto ha detto il capitano Chávez era autorizzato da me. Io gli ho dato l'ordine che facesse questo discorso e tutto quello che ha detto, anche se non l'aveva scritto, me lo aveva anticipato ieri". Fece una pausa d'effetto e concluse con un ordine tassativo: "Che questo non esca da qui!"
Alla fine dell'atto, Chávez andó a correre con i capitani Felipe Acosta e Jesús Urdaneta verso il Samán del Guere, a dieci chilometri di distanza, e lì ripeterono il giuramento solenne di Simón Bolívar sul monte Aventino. "Al finale, claro, gli feci un cambiamento", mi disse Chávez. Invece di "cuando hayamos roto las cadenas que nos oprimen por voluntad del poder español", dissero: "Hasta que no rompamos las cadenas que nos oprimen y oprimen al pueblo por voluntad de los poderosos".
Da allora, tutti gli ufficiali che aderivano al movimento segreto dovevano fare questo giuramento. L'ultima volta fu durante la campagna elettorale di fronte a centomila persone. Per anni fecero congressi clandestini sempre più numerosi, con rappresentanti militari di tutto il paese. "Facevamo riunioni di due giorni in luoghi nascosti, studiando la situazione del paese, facendo analisi, prendendo contatto con gruppi civili, amici. "In dieci anni - mi disse Chávez - arrivammo a fare cinque congressi senza essere scoperti".
A questo punto della conversazione, il presidente rise maliziosamente e rivelò con un sorriso malizioso: "Bueno, abbiamo sempre detto che i primi eravamo tre. Però possiamo già dire che in realtà c'era un quarto uomo, la cui identità abbiamo sempre occultato per proteggerlo, perché non fu scoperto il 4 febbraio e rimase attivo nell'esercito, arrivando al grado di colonnello. Ma ora siamo nel 1999 e possiamo già rivelare che il quarto uomo è qui con noi in questo aereo". Indicò il quarto uomo, che stava seduto a parte, e disse: “Il colonnello Badull!". Un anno dopo, già come ufficiale paracadutista in un battaglione blindato di Maracay, cominciò a cospirare in grande. Però mi chiarì che usava la parola cospirazione solo nel senso figurato di convocare volontà per un compito comune.
Secondo l'idea che il comandante Chavez ha della sua vita, l'avvenimento culminante fu El Caracazo, la sollevazione popolare che devastò Caracas. Soleva ripetere: “Napoleone diceva che una battaglia si decide in un secondo di ispirazione dello stratega". A partire da questa considerazione, Chavez sviluppò tre concetti: uno, l'ora storica. L'altro, il minuto strategico. E infine, il secondo tattico. “Eravamo inquieti perché non volevamo andarcene dall'esercito", diceva Chavez. “Avevamo formato un movimento, però non avevamo ben chiaro per che cosa". Tuttavia, il dramma tremendo fu che quello che doveva succedere successe e loro non erano preparati. “Vale a dire - concluse Chavez - che ci sorprese il minuto strategico".

Si riferiva, naturalmente, alla rivolta popolare del 27 febbraio 1989: El Caracazo. Uno dei più sorpresi fu lui stesso. Carlos Andrés Pérez aveva appena assunto la presidenza grazie a una copiosa votazione ed era inconcepibile che in venti giorni succedesse un fatto così grave. “La sera del 27, io andavo all'università per il mio master e entro nel forte Tiuna in cerca di un amico che mi prestasse un po' di benzina per poter tornare a casa", mi raccontò Chavez pochi minuti prima di atterrare a Caracas. “Allora vedo che stanno facendo uscire le truppe e domando a un colonnello: Dove vanno tutti questi soldati? Perché mandavano fuori quelli di Logistica che non sono addestrati al combattimento, e meno ancora per il combattimento urbano. Erano reclute, impauriti dallo stesso fucile che portavano. Cosicché domando al colonnello: Ma dove va questo mare di gente? E il colonnello mi dice: Nelle strade, nelle strade. L'ordine che hanno dato è questo: bisogna fermare questo casino a qualunque costo, e lì andiamo. Dio mio, ma che ordini vi hanno dato? Bueno Chavez, mi risponde il colonnello: l'ordine è di fermare il casino sia come sia. E io gli dico: Ma mi coronel, si immagina cosa può succedere. E lui mi dice: Bueno, Chavez, è un ordine e non c'è niente da fare. Che succeda quello che Dio vuole".
Chavez dice che oltretutto aveva la febbre alta per un attacco di rosolia e quando accese il motore vide un soldatino che correva con l'elmetto caduto, il fucile appeso e le munizioni che gli cadevano. “Allora mi fermo e lo chiamo", disse Chavez. “E lui monta in macchina, tutto nervoso, sudato, un ragazzino di 18 anni. Allora gli domando: Ebbe', dove vai correndo così? No, dice lui, è che ho perso il mio plotone e il mio tenente, che vanno in quel camión. Mi aiuti, mi mayor, mi aiuti a riprenderli.
E io raggiungo il camion e chiedo a chi li comanda: Ma dove andate? E lui mi dice: Io non so niente. Chi lo può sapere, si figuri". Chavez rimane senza fiato e si mette a gridare, affogando nell'angoscia di quella notte terribile: “Tu lo sai, i soldati li mandi per le strade, impauriti, con un fucile e cinquecento colpi e li usano tutti. Sparavano all'impazzata per le strade, sparavano nelle colline, nei quartieri popolari. Fu un disastro! Questo fu: migliaia di morti, e tra loro Felipe Acosta". “E l'istinto mi dice che lo fecero ammazzare", dice Chavez. “Fu il minuto che aspettavamo per agire". Detto fatto: da quel momento cominciò a prendere corpo il golpe che fallì tre anni dopo.
L'aereo atterrò a Caracas alle tre di mattina. Vidi dal finestrino la palude di luci di quella città indimenticabile dove vissi tre anni cruciali per il Venezuela, ma che lo furono anche per la mia vita. Il presidente si congedò con il suo abbraccio caraibico e un invito implicito: “Ci vediamo qui il 2 febbraio". Mentre si allontanava in mezzo alla sua scorta di militari decorati e amici della prima ora, mi folgorò la sensazione di aver viaggiato e conversato gustosamente con due uomini opposti. Uno a cui il destino ostinato offriva l'opportunità di salvare il suo paese. E l'altro, un illusionista, che poteva passare alla storia come uno dei tanti despoti.


Questo articolo fu pubblicato originariamente nella rivista “Cambio di Colombia”, nel febbraio 1999.

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