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25.8.19

Leonardo Sciascia in morte di Girolamo Li Causi (“l'Unità”, 15 aprile 1977)

Girolamo Li Causi tra i contadini nell'occupazione delle terre incolte

“Anche se in questi ultimi anni si era ritirato dall'attività politica, senza retorica possiamo dire che la sua morte segna una perdita insostituibile, una pena che si ggiunge alla pena: quella per l'amico che non c'è più, quella per l'uomo che ci ha dato una delle più grandi e durevoli lezioni di vita morale”.

22.8.19

La scuola, cioè la democrazia. Un articolo di Pietro Ingrao (“il manifesto”, 20 ottobre 1994)

Un articolo di Pietro Ingrao, quasi 25 anni dopo. Molte argomentazioni sono inevitabilmente datate e superate, ma il ragionamento spiega molto di quanto, purtroppo, è avvenuto dopo e il metodo mi pare attualissimo, in un momento in cui la democrazia o cambia o muore. (S.L.L.)


Che succede? C’è una tempesta che s’addensa sulla scuola pubblica. Non credo si tratti solo di un ritorno clericale. È di più. È un altro passo avanti nel processo di mercificazione, ed è legato alla nuova centralità che sta assumendo la questione dei saperi. Perciò oggi è a rischio e in discussione non solo la laicità della scuola, ma di più: il suo carattere di spazio pubblico garantito e potenzialmente libero, di diritto fondamentale di cittadinanza. E la controversia sulla scuola pubblica è emblematica di una questione più grande: se possano esistere spazi di autonomia, non misurabili con i criteri dello scambio mercantile e del denaro, prima di tutto in quel campo fondamentale dell’esperienza vitale che è la formazione, l’inoltrarsi nella lettura del mondo, e nell’esperienza del «fare».
Questa è la posta in gioco; e quindi è una questione di libertà.
Ma se tale è la sfida, essa non può essere combattuta in termini di conservazione: essa evoca subito la questione dei contenuti nuovi della formazione oggi. Temo che la battaglia per la scuola pubblica sarà perduta, se non costruiremo questa forte connessione con la riforma dei contenuti educativi. Lottiamo per una scuola pubblica riformata. Questo è un punto decisivo del discorso.

L’età dell’ingresso
Stiamo - spero - arrivando finalmente all’estensione della scuola dell’obbligo a 16 anni (e tendenzialmente fino a 18 anni). Attenti: non si tratta solo di uno spostamento quantitativo; cioè un qualsiasi di più del tempo che si sta sui banchi. Il passaggio da 14 ai 16 anni in qualche modo rappresenta un allaccio con un altro tempo dell’esperienza vitale: quel tempo di transito tanto controverso, delicato, persino ambiguo, spesso difficile e tempestoso che vede l’ingresso nell’età adolescenziale. Un passaggio - non possiamo dimenticarlo - su cui, nei secoli e nelle diverse civiltà, è sorta una letteratura enorme, e che nel nostro tempo forse è stato accelerato, ma anche reso più convulso e dilemmatico dall’incalzare dell’innovazione nel processo produttivo, nell’elaborazione dei saperi e del costume.
Sono anni in cui si verifica (nelle ragazze e nei ragazzi) un salto nella sfera sessuale e affettiva, e anche nel definirsi come soggetto civile, nella conquista di una autonomia culturale, e nel rapporto tra formazione generale e prima ricerca di una professionalità. Anni in cui si drammatizza e si complica il rapporto con l’autorità patema e materna e con il vincolo familiare, e si dilatano i rapporti sociali, la trama di relazioni con il mondo. Anni in cui diviene più stringente la questione del nesso delicatissimo tra l’acquisizione di competenze specifiche e la conquista di un sapere generale, e di una scala possibile di valori.
Del resto, se risalgo ai miei tempi, ricordo come - nel corso degli studi - erano complicate le classi del quarto e quinto ginnasio, proprio come classi difficili e incerte, una sorta di zona oscura prima della corposità del liceo, per chi ci arrivava. Oggi in Italia la giovane e il giovane a diciotto anni votano: cioè sono chiamati a decidere sullo Stato, sul governo, sulla economia del Paese, quindi sulla «generalità». E questo in un tempo - il nostro - in cui già a quattordici, quindici, sedici anni è rotto ormai l’isolamento spaziale della fanciullezza e si entra in rapporto (almeno da parte di molti, ragazze e ragazzi) direttamente con il caos degli assembramenti urbani attuali, e si comincia a girare il mondo, a conoscere direttamente, altre civiltà.

La formazione dei saperi
Dobbiamo averne nitida coscienza: l’estensione dell’obbligo a 16 anni, oltre ad essere una conquista, significherà una sfida e una prova, rappresenterà (nel bene o nel male) un salto di qualità nella funzione pubblica della scuola. Acutizzerà il conflitto fra le due tendenze che chiaramente oggi si scontrano: quella che chiamiamo una «lettura mercantile» della formazione, e la visione della scuola come sfera pubblica garantita, diritto fondamentale di cittadinanza, luogo necessario di costruzione di una democrazia moderna. E il conflitto fra le due letture si farà più aspro.
Quindi non si tratta solo di questioni di soldi (un po’ più di soldi alle scuole confessionali...), ma dei luoghi di costruzione di identità, e di elaborazione di saperi e di culture, che sono — oggi più di ieri - essenziali nel conflitto in atto (tra parentesi: si fa oggi un enorme spreco della parola «Italia», ma che significa questa parola, in fondo, si comincia a decidere là, nelle aule).
Dio mio: sempre la battaglia sulla scuola ha avuto un significato «generale», ed è stata centrale nel disporsi del conflitto sulle idee e i poteri. Ma oggi questa verità sperimentata diventa ancora più valida: perché la formazione e il controllo dei saperi decisa nella sfida produttiva, per il livello nuovo che in essa attinge il controllo e lo sviluppo delle conoscenze, per non dire la formazione di quell’«intelletto generale» di cui parlava il vecchio Marx.
E qui torno su un punto - forse un po’ ossessivamente - di cui ho già parlato altrove: il rapporto tra la scuola e la vicenda del Novecento. Voglio precisare che io non alludo a una dilatazione temporale dell’arco degli studi della storia della letteratura, della storia politica, ecc..
È molto di più. È la convinzione che - nel secolo - sono entrate in campo nuove culture e nuove soggettività: quindi i campi del confronto, del conflitto e della ricerca sono cambiati. Ci troviamo di fronte, con il Novecento, a letture nuove - per esempio - delle sfere della sessualità, dell’affettività, e quindi dei paradigmi con cui leggiamo l’esperienza vitale.

Il «post-fordismo»
È troppo, pensare che nelle scuole di oggi si parli di femminismo? E insisto a sottolineare: noi stiamo assistendo ora ad una mutazione aspra non solo dell’organizzazione del lavoro, del rapporto tra operai e tecnici e sistema delle macchine, ma del rapporto tra lavoro e vita, anzi tra lavori (al plurale) e vita, nel tempo della flessibilità e della nuova precarizzazione dell’atto lavorativo. È una mutazione sconvolgente, che domina il dibattito e anche lo scontro sociale. È problema cruciale, per i giovani.
Bene; ma quante sono le scuole italiane (compreso il liceo e prima dell’università) in cui si pronuncia la parola «fordismo»? Eppure noi - e i giovani - già ora ci troviamo a misurarci con il nuovo volto lavorativo che sta mettendo in campo il «post-fordismo». E cerchiamo in queste innovazioni la chiave per capire le mutazioni che stanno cambiando fisionomia, durata, remunerazione dell’atto lavorativo nel post-fordismo, e nell’epoca della «globalizzazione» del capitalismo. Tutto questo rappresenta un’esperienza bruciante per gli adolescenti che si affacciano alla vita. Questo tema entrerà o resterà fuori dalla porta delle aule? E che senso ha tornare a parlare di «scuole professionali», se non si muove da questi nodi e dai problemi formativi che essi evocano? E che cosa vuol dire «professionalità» oggi se non discutiamo, anche guardando alla scuola, le mutazioni che stanno investendo l’organizzazione dei lavori, e spingono sempre più a parlare di una formazione polivalente?

La comunicazione
Giustamente nelle scuole si impara a leggere e a scrivere: a usare lo strumento, le tecniche, le signifi-canze della scrittura. Bene. Ma oggi il fanciullo, già in età tenerissima, entra in rapporto con il duro e fascinoso mondo esterno attraverso l’esperienza del video, che è un altro linguaggio, e non perché è un mix di parola e visualità, ma perché usa altri codici, altre scansioni temporali della parola-immagine, altri ritmi dialogici (e in modo abbastanza stringente e obbligato). E’ troppo chiedere che, già nella scuola dell’obbligo, si studi storia della comunicazione, e si discuta sull’innovazione sconvolgente che - in questi anni - è stata introdotta nella vita di miliardi di esseri umani? E quindi già nella scuola dell’obbligo si impari e ci si educhi a decodificare, ad analizzare la storia dei linguaggi e il loro intreccio?
Se guardo, se scruto il mio nipotino di sette anni, vedo come impara a leggere, a usare la penna e la matita, ad allineare e confrontare i numeri. Ma non dobbiamo pensare (e provvedere) da ora a portare dentro le aule scolastiche (non so dire a quale grado, ma presto) il computer? Per insegnare ad adoperarlo, poiché sta diventando lo strumento dello scrivere e dello stampare. E quando, in che classe, da che età si comincerà -nella scuola dell’obbligo - a insegnare almeno i rudimenti, il senso, la logica dell’informatica?
Oppure, semmai essa verrà confinata il qualche settore delle scuole professionali, appunto interpretandola come tecnica separata, e non come rete cognitiva, sapere costituente della relazione sociale nel nostro tempo.

La sovranazionalità
Nel conflitto sulla sorte e sui caratteri della scuola pubblica e della scuola privata è aperta una discussione essenziale sull’articolo 33 («Senza oneri per lo Stato») che sta in Costituzione, e si può cambiare solo secondo le regole della Costituzione. Ma - forzo provocatoriamente le cose - la Costituzione non viene studiata oggi nella scuola (in quella sede, cioè, che abbiamo definito un’area essenziale della cosa pubblica, e -se vogliamo dirla così - un momento essenziale dell’agorà). Capiamoci bene: parlo dello studio e non solo dello specifico testo costituzionale, ma della storia ed esperienza storica delle istituzioni, della fissazione dei poteri e delle regole, e della storia delle grandi istituzioni pubbliche moderne, e quindi dell’apogeo e della crisi, in questo secolo, della statualità; per non dire del silenzio assoluto sulle grandi forme nuove della sovranazionalità, che sono il grande, grandissimo evento di questa fine del Novecento.
Ecco, allora, la riforma. Ecco la grande occasione dell’allargamento dell’obbligo, per tematizzare e immettere questa rivoluzione di contenuti.
Ecco perché tutela della scuola dell’obbligo e riforma dei contenuti sono indissolubilmente legati. Difenderemo la scuola pubblica se la presenteremo come la sede insostituibile di questa forte innovazione nei temi e nei contenuti, oltre che nelle forme didattiche. E quanto più spalancheremo le porte a questo presente nei luoghi della formazione, tanto più diverrà limpido il perché e la necessità di questa sfera pubblica garantita, di questo momento indispensabile - e critico, e libero - di ricerca e comprensione.
Non è forse, questo, anche il tema che dobbiamo porre al mondo cristiano, all’esperienza religiosa, invece di cedere alla pressione della confessionalità e della mercificazione?
Il mondo cristiano ha di fronte, drammaticamente, la questione della modernità, con le sue conquiste e con i suoi dilemmi aspri. Valgono di più un po’ di soldi e spazi alle scuole confessionali, o invece la discussione critica, la ricerca libera, il confronto nella scuola pubblica su ciò che significano i processi di mercificazione anche rispetto ai valori e alle idee di una esperienza religiosa? È una domanda (anche ad alcuni compagni del Pds).

21.8.19

Aldo Moro nel giudizio di Giancarlo Pajetta

Giancarlo Pajetta e Aldo Moro. Tra di loro Giorgio Napolitano, sottomesso.


«Penso che fosse un uomo grande intelligenza politica. Mi urtava, però, che la sua inerzia, persino la sua pigrizia politica fossero considerate il massimo della saggezza. Che il suo lasciar fare le cose alla Divina Provvidenza fosse poi interpretato nel modo più vario, attribuendo a lui disegni che forse erano suoi, o forse non erano altro che immaginazioni dei suoi interpreti. Per usare una frase che disse, e che mi colpì molto, “con il garbo è possibile fare qualsiasi cosa”. Ecco, era una persona garbata».

Da Scelba, Andreotti e altri “cari nemici”- Intervista a Ludovica Ripa di Meana, L'Europeo, 22 febbraio 1982

4.8.19

Sciascia e Macaluso, le vite parallele (Rino Formica)



La sorgente è unica, il corso della vita è binario.
Sono due figli eletti del profondo Sud, nati negli anni venti in due province periferiche della Sicilia, terra di acuti e profondi conflitti sociali dove la gioventù può solo lavorare la terra, andare in miniera o fare gli studi più essenziali per vivere e per affrontare una precaria esistenza.
I figli dei contadini, degli operai e dei minatori, quando possono frequentano le scuole tecniche per salire un gradino nella rigida scala sociale; i figli della piccola borghesia impiegatizia e delle professioni marginali frequentano l’Istituto magistrale perché nella gerarchia sociale la cultura umanistica precede l’apprendistato tecnico.
La scuola è la comunità dove l’individuale si mescola con il collettivo e dove i ragazzi entrano in contatto per la prima volta con la complessa società vivente.
Ma nella formazione umana di Sciascia e di Macaluso non c’è solo la scuola, c’è l’universo delle zolfare.
“La miniera non uccideva solo con il grisù, ma anche con l’isolamento della brutalità di una esistenza trascorsa tra uomini che lavoravano come bestie”.
Gli anni trenta sono gli anni già difficili per la gioventù italiana: sono gli anni degli inganni imperiali e della nefasta preparazione della prospettiva di guerra totale.
Sciascia e Macaluso, nati con l’avvento del fascismo, appartengono a quella generazione che non conobbe la felicità e la spensieratezza dell’adolescenza e della giovinezza. La dittatura, la doppia guerra, la liberazione e la repubblica anticiparono la maturazione di una generazione: fu generazione primizia chiamata a straordinarie assunzioni di responsabilità, con un passato vero da non poter utilizzare e con un futuro incerto da costruire.
Nella generazione degli anni venti il desiderio di capire si confondeva con la necessità di agire. Le divergenze nacquero dopo la fase della lotta clandestina. Durante il periodo fascista la rete cospirativa del partito comunista era forte e suggestiva. L’operaio Calogero Boccadutri per Sciascia e per Macaluso fu simbolo di purezza e sicurezza rivoluzionaria. Sciascia nel Pci vide una stella, Macaluso, invece, vide nel partito organizzato e disciplinato una grande famiglia politica più salda della stessa famiglia naturale.
Qui si scorge la vera dissomiglianza tra Sciascia che vota comunista e si rifiuta di aderire al Pci, e Macaluso che accetta il peso del partito per far vincere l’idea.
Con una ricerca al limite dell’ostinazione Macaluso in un agile libro (Leonardo Sciascia e i comunisti, ed. Feltrinelli), passa in rassegna l’opera letteraria dello scrittore siciliano ed estrae dai suoi scritti le molte coerenze di fondo e le veniali incongruenze (contraddisse e si contraddì).
Macaluso nel sottolineare la coerente passione politica e civile che costituisce l’anima della produzione di Sciascia, garbatamente apre il capitolo del dissenso occasionale ed operativo con il Compagno di una vita sempre in sintonia sui temi della giustizia e della ricerca della verità.
Il primo dissenso vero è sull’operazione Milazzo. Nel 1958 è pubblicato il Gattopardo e Sciascia riprende il pensiero del Principe di Salina e stronca il governo di Milazzo (opera che porta il segno della direzione politica di Macaluso nel Pci) con un lapidario giudizio: “ è il governo del cambiare tutto per non cambiare niente, è stato una sorta di consustanziazione politica”.
Macaluso nel libro riprende il tema: fa una analisi della situazione sociale e politica della Sicilia, sottolinea il significato di rottura e di movimento che ebbe la dirompente iniziativa del Pci nel dividere la Dc e nell’ allearsi con il MSI; e così conclude: “Sciascia voleva un Pci di combattimento sempre all’opposizione. Sciascia era uno scrittore con una forte passione civile, le sue intuizioni, i suoi giudizi, le sue critiche, mi hanno coinvolto anche emotivamente perché avevano motivazioni alte e a volte il tempo gli ha dato ragione. Ma una forza politica come il Pci, quale comportamento avrebbe dovuto assumere verso posizioni con un elevato impatto anche sull’opinione pubblica di sinistra? E’ stato proprio questo il nodo non risolto nei rapporti con Sciascia”.
Ma è nel 1975 che avviene la svolta politica di Sciascia con il Pci quando si candida a Palermo al Consiglio Comunale. Egli è travolto da una grande illusione: battere la Dc ed ogni compromesso con il Pci. Sciascia non si accorge che è vittima di un inganno, forse, preparato da Occhetto e non contrastato da Berlinguer per liquidare il vecchio gruppo dirigente del Pci siciliano.
Sciascia nel maggio del 1975 così motiva la sua partecipazione alle elezioni: “Bisogna essere intransigenti. Bisogna evitare assolutamente, nettamente, il gioco della doppia verità. Le cose non sono buone quando le facciamo noi e cattive quando le fanno gl altri. Sono o sempre cattive o sempre buone. E se noi facciamo cose cattive per arrivare alle buone, non solo non arriveremo mai, ma ci abitueremo a fare cattive cose e così resteranno. Di questa politica netta ha bisogno il Sud. E questo hanno capito i giovani che dirigono oggi il Pci in Sicilia”.
L’entusiasmo di Sciascia è infranto dalla più vasta e globale iniziativa post ’75 del Pci con le larghe intese negli enti locali dove la Dc è garante del Pci nell’area di Governo e nel potere locale.
A questo punto Macaluso si chiede: “Come faceva Sciascia a conciliare la sua posizione di sempre (il Pci all’opposizione e niente compromessi) con le larghe intese” che in Sicilia voleva dire anche la Dc di Lima?
Sciascia capì di aver commesso un fatale errore di credito e così si espresse nella intervista a Marcelle Padovani: “I miei rapporti col Pci sono stati assai complessi, quasi quanto quelli che intrattengo con la Sicilia. Di amore e odio, per semplificare. Nel 1974-75, mi sono avvicinato o, più esattamente, il Pci si è avvicinato a me; e questo accostamento mi ha indotto a credere che fosse diverso. Sono assai sensibile ai rapporti umani, ai contatti personali: certi giovani funzionari del Pci mi hanno dato l’impressione che il partito fosse mutato, o che era sul punto di farlo. L’esperienza del Consiglio Comunale è stata una totale delusione. Il partito non cambiava. E anzi, in un certo senso, peggiorava. Ho quindi commesso un errore di valutazione, ma si è trattato anche di un’esperienza liberatrice. Non nutro più, nei confronti del Pci, rispetto di sorta. Sono ancora affezionato a coloro che vi militano, ma ritengo che quel partito sia il più vecchio che ci sia: più vecchio ancora del Partito liberale”.
Il distacco definitivo tra Sciascia ed il Pci avviene con il caso Moro e con le elezioni politiche ed europee nel 1979 quando entra nelle liste radicali e vive all’interno di un movimento vasto contro il Potere, il Palazzo, la partitocrazia, la giustizia giusta e contro il Pci dove prevaleva l’obbedienza al Partito su la ricerca della verità.
Intorno al tema della mafia l’analisi di Sciascia è seducente e convincente.
Macaluso cita un articolo di Sciascia sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982. È un testo da rileggere integralmente. Riporto la conclusione: “È qui il caso di chiarire che molto probabilmente gli uomini politici indicati generalmente come mafiosi – dall’Unità ad oggi – non lo sono mai stati propriamente: l’hanno protetta e ne sono stati elettoralmente protetti, ne hanno agevolato gli affari e sono stati compartecipi dei profitti: che poi i loro successi, nelle fazioni interne di partito e nelle elezioni, e i loro profitti negli affari, comportassero violenze e omicidi, loro hanno finto di ignorare: così come il Sant’Uffizio ignorava la sorte degli eretici affidati al braccio secolare...”
La stessa validità politica della teoria del compromesso storico Sciascia la mette in connessione con la necessità per la Dc di liberarsi delle vecchie complicità. “Teoria che non ha fatto bene al Partito comunista, ma ne ha fatto alla Democrazia cristiana. Coloro che, nella Democrazia cristiana, alla realizzazione del compromesso aspiravano, hanno coinvolto tutto il partito nell’ansietà di farsi assolvere, dal rigoroso e quasi ascetico Partito comunista, dai tanti peccati commessi dal 1948 a oggi, il peccato di mafia incluso”.
Sul tema della giustizia, sul suo uso politico, sulle interferenze della politica sulla giustizia e su una giustizia “che assume un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile e con conseguenti punte di fanatismo, la convergenza di valutazioni e di critica tra Sciascia e Macaluso sfiora la organica identificazione.
È proprio dall’esplorazione di questo tema che si arriva a dare una risposta alla domanda che ci siamo posti quando abbiamo iniziato la lettura di questo prezioso libro: “Perché Macaluso sente il bisogno di scrivere su Sciascia ed i comunisti a 26 anni dalla morte di Sciascia e a 21 dalla fine del comunismo?” Perché Macaluso ha voluto dare il via alla stesura di una autobiografia della generazione che fu chiamata a fare l’Italia repubblicana. Fu la generazione più fortunata perchè la più coinvolta, ma fu anche la più infelice perché pagò sempre con la distruzione degli affetti la sua esposizione di prima linea.
La generazione nata durante il fascismo lascia irrisolte molte questioni che nel libro di Macaluso sono tenute in ombra, perché la educata e discreta formazione umana dell’autore lo impone. Sappiamo che l’irrisolto appartiene più alla serie dell’eterno mutevole che a quello del definitivo. Ancora oggi si ripresentano le eterne questioni che leggiamo nelle vite parallele di Sciascia e di Macaluso.
La politica è prosa o poesia? Il potere e la libertà sono compatibili? È componibile il conflitto tra democrazia organizzata (i partiti) e la democrazia fluida (i movimenti e l’anarco-individualismo?)
Intorno a queste domande ruota il rovello di Macaluso perché sa che il difficile non è porre la questione ma è quello di saper individuare dove è il punto di fusione delle contraddizioni.

Critica Sociale, 5 novembre 2010

14.7.19

Valentino Gerratana: il filosofo militante che ci ha ridato Gramsci (Antonio Floridia)



“L’uomo che ci ha ridato Gramsci”, così Guido Liguori, presidente della International Gramsci Society, nell’intervento conclusivo del convegno che ha ricordato, nel centenario della nascita, la figura di Valentino Gerratana, e che si è tenuto a Modica, città di origine dello studioso, il 15 e il 16 giugno.

Il convegno modicano, organizzato da una “scuola di formazione politica” intitolata alla memoria di Virgilio Failla (storico leader e a lungo deputato del Pci nel ragusano, in quella che a lungo è stata la “provincia rossa” della Sicilia), in collaborazione con l’Istituto Gramsci siciliano e quello nazionale, nonché con la Gramsci International Society, ha avuto il merito di collocare la figura di Gerratana nel contesto della sue radici (a partire dalla relazione di Giancarlo Poidomani, storico dell’università di Catania, su “la costruzione del Partito nuovo nella provincia iblea”) e di illuminare passaggi della biografia di Gerratana che sono rimasti a lungo poco conosciuti, quasi oscurati dall’imponente lavoro per l’edizione critica dei Quaderni di Gramsci, a cui il nome di Gerratana rimarrà indubbiamente legato.
Un momento culminante, e anche molto toccante, del convegno si è avuto con una lunga video-intervista di Emanuele Macaluso. Lo storico leader del PCI ha ricordato i suoi rapporti con Valentino Gerratana, conosciuto in Sicilia nei primi anni del Dopoguerra, quando Macaluso era segretario della Cgil siciliana e Valentino – inviato in Sicilia dal partito per affiancare Girolamo Li Causi – era il direttore, di fatto, de “La voce della Sicilia”, il quotidiano voluto dal Pci per sostenere la battaglia politica durissima di quegli anni per la democrazia e la “terra ai contadini”. La testimonianza di Macaluso ha sottolineato, tra l’altro, la grande stima che Togliatti aveva maturato nei confronti del giovane intellettuale siciliano.

L’amicizia con Giaime Pintor
La relazione generale introduttiva del sen. Concetto Scivoletto ha ricostruito l’intero percorso biografico di Gerratana.
Nato il 14 febbraio del 1919, da una famiglia di piccola borghesia impiegatizia (il padre era un agente delle imposte, la madre viene ricordata negli atti anagrafici come “possidente”), secondo di quattro figli, Gerratana perde il padre ad appena 13 anni, e si impegna fortemente nello studio, conseguendo la maturità classica a 17 anni nel liceo classico di Modica.
Segue poi il trasferimento a Roma, iscrivendosi a Giurisprudenza e laureandosi poi nel 1941. Risalgono a quegli anni, le prime testimonianze del suo impegno critico sul terreno filosofico, pubblicando Gerratana, sul Bollettino dell’Istituto di Studi Filosofici dell’Università di Roma, tre saggi di polemica con Benedetto Croce. Ma la “grande storia” incombe: e Gerratana, frequentando la scuola allievi ufficiali di Salerno, incontra nel 1939 due figure che segneranno la sua vita: Giaime Pintor e Carlo Salinari.
L’amicizia con Giaime, e la sua tragica morte, non possono che dargli una forte motivazione politica e morale e spingerlo all’impegno politico: Carlo Salinari diviene il tramite per l’ingresso nel Pci clandestino e nella Resistenza romana: Gerratana sarà uno dei capi militari dei Gruppi di Azione Patriottica romani (con il nome di battaglia “Santo”). Anni di duro impegno e di dolore, che imponevano rigorose scelte morali, come lo stesso Gerratana ricorderà poi nella sua introduzione al testo di Giaime Pintor, Sangue d’Europa, pubblicato da Einaudi. E anni che segnano dolorosamente anche la sua vita familiare: nel 1941 muore in Grecia il fratello maggiore di Gerratana, ufficiale medico.
A Gerratana sarà poi conferita una medaglia d’argento al valor militare; ma, come è stato ricordato da molti nel corso del convegno modicano, egli rifuggirà sempre da ogni enfasi celebrativa su questi sui trascorsi: un costume di riservatezza che sarà uno dei tratti costitutivi della sua personalità, e ricordati anche dalla testimonianza dell’avv. Carmelo Ruta, già sindaco di Modica, che conferì negli anni Novanta a Gerratana un riconoscimento a nome della città.

La “Voce della Sicilia” e l’Unità
Nel dopoguerra, Gerratana si ritrova a vivere pienamente l’esperienza straordinaria di quel “nucleo romano” del Pci che tanta parte avrà nella storia del partito e nella costruzione del rapporto tra Pci e intellettuali: e si ritrova a gravitare e lavorare nell’ambito della commissione “stampa e propaganda” della direzione del partito. Una prima svolta matura già nel 1946: Togliatti “invia” in Sicilia, a costruire il Pci, Girolamo Li Causi e gli affianca Gerratana, per dirigere la “La Voce della Sicilia”, il quotidiano del comitato regionale del Pci: Michele Figurelli, nella sua relazione, ha ricostruito la linea politica e editoriale del giornale, e il contributo che vi diede Gerratana. E anche da queste pagine emerge la forza con cui il Pci affrontò la drammatica condizione sociale dell’isola, le lotte contadine, il movimento separatista, la costruzione di un partito che aveva radici deboli e che pure, in pochi mesi, ottenne risultati elettorali straordinari, fino al successo delle elezioni regionali del ’47, con la successiva, violenta reazione degli apparati statali, degli agrari e della mafia.
Gerratana rimane nella sua Sicilia fino al ’48: da qui passa all’altro capo della penisola, va a lavorare a Torino, presso la casa editrice Einaudi e nella redazione torinese de “L’Unità” dove conosce – restandogli legato da una lunga amicizia – Paolo Spriano e Italo Calvino. Le relazioni di Delia Miceli e Gregorio Sorgonà, archivisti e ricercatori della Fondazione Gramsci, hanno dato conto dei “fondi” documentari che sono oggi conservati dalla Fondazione e che testimoniano della lunga attività di Gerratana come protagonista della politica culturale del Pci.
Dai primi anni Cinquanta inizia la collaborazione con le Edizioni Rinascita; partecipa poi alla fondazione degli Editori Riuniti di cui dirige la collana “Classici del Marxismo”; collabora con l’Istituto Gramsci, divenendo prima membro del consiglio direttivo e dal 1957 direttore della sezione Filosofia. E svolge anche un’intensa attività pubblicistica su tutta la stampa di partito, anche quella “collaterale” dalle più dirette finalità pedagogiche (ad esempio, “Il calendario del popolo”: una comunicazione del giornalista Pinuccio Calabrese ha analizzato la collaborazione di Gerratana sul tema “religione e politica”).

L’edizione critica dei Quaderni dal carcere di Gramsci
Nel 1972 Gerratana ottiene la cattedra di Storia della filosofia all’Università di Salerno, dove rimarrà fino al 1994 (con una breve parentesi a Siena): un riconoscimento per la sua ricchissima produzione scientifica, che ha visto Gerratana curare e introdurre opere di Rousseau, Antonio Labriola, Marx ed Engels, Lenin. Nel 1966, su proposta dell’allora segretario generale dell’Istituto Gramsci, Franco Ferri, e su decisione della segreteria del Pci, a Gerratana viene affidato l’incarico di lavorare all’edizione critica dei Quaderni dal carcere, conclusa nel 1975.
In un’intervista rilasciata nel 1987 al giornalista dell’Unità Eugenio Manca, Valentino Gerratana, a proposito della prima edizione dei “Quaderni”, affermava che in quel caso “di Gramsci si offrì una rappresentazione vera ma parziale, non priva di forzature o di omissioni”. In effetti, Gerratana, come ha ricordato Guido Liguori, riconosceva questi limiti, ma anche i meriti, della vera e propria “operazione egemonica”, con cui Togliatti introdusse Gramsci nella cultura italiana, organizzando – com’è noto – i Quaderni su base tematica: il merito di aver fatto conoscere il pensiero gramsciano forse nel solo modo, e nel modo più rapido, con cui allora era possibile; ma il limite di averlo fatto con qualche forzatura e censura nei testi, facendo perdere il legame critico che Gramsci continuava a intessere – sebbene chiuso nelle carceri fasciste – con le vicende del movimento comunista internazionale, e trasformando la stessa immagine di Gramsci: non un politico e un teorico rivoluzionario, che rifletteva sulle ragioni della sconfitta del movimento operaio in Occidente, ma un grande intellettuale che lavorava sulla base delle tradizioni partizioni disciplinari: la filosofia, la critica letteraria, la storiografia… Un’immagine parziale, che tuttavia permise al pensiero gramsciano di entrare prepotentemente nella cultura italiana e che permise anche, almeno in parte, di stemperare – nella cultura del Pci – gli effetti della grigia stagione staliniana.

Quello straordinario rapporto tra intellettuali e Pci
Valentino Gerratana, con il suo lavoro e quello di tutto il gruppo dei suoi collaboratori – tra cui va ricordato Antonio Santucci, prematuramente scomparso – ci ha restituito un Gramsci che si arrovella, pensa, riflette, scrive e riscrive i suoi appunti: un pensiero vivente che costituisce uno straordinario patrimonio, come testimonia la crescita esponenziale dell’interesse critico verso la sua opera, specie negli Stati Uniti e in America Latina (la stessa nascita della International Gramsci Society, di cui Gerratana sarà primo presidente, si deve – lo ha ricordato Liguori – all’iniziativa di alcuni intellettuali nordamericani).
Insomma, la figura di Gerratana è emersa dal convegno modicano in tutta la sua ricchezza: “filosofo militante”, si dice, nel titolo stesso del convegno. Chi scrive ha voluto offrire, nel suo intervento, qualche riflessione su una stagione straordinaria del rapporto tra la cultura e la politica, tra gli intellettuali e un partito come il Pci; e sui termini con cui oggi sia possibile ripensare il nesso tra ricerca teorica e intellettuale, cultura politica, partiti. Oggi, forse, non si riesce nemmeno più a capire bene il senso di un’espressione che, giustamente, può essere evocata anche a proposito di una figura come quella di Gerratana, l’essere egli un “intellettuale organico”. Anzi, questa definizione viene oramai spesso usata in modo dispregiativo, o abbandonata perché foriera di equivoci. Si stenta persino a comprendere, oggi, come una generazione di intellettuali comunisti, di cui Gerratana è stato una delle più alte espressioni, concepisse il proprio rapporto con la politica e – quel che conta – con un organismo collettivo quale era un partito di massa.

Il partito come intellettuale collettivo
Non erano intellettuali “prestati” alla politica, come si dice oggi: al contrario, erano intellettuali che sentivano profondamente l’intrinseca “politicità” del loro specifico lavoro teorico e scientifico, che proprio per questo – anzi, tanto più per questo – doveva essere svolto con il massimo del rigore intellettuale. Erano intellettuali che erano e si sentivano profondamente parte di un “gruppo dirigente”, anche senza avere specifici incarichi politici: e potevano farlo perché il Pci era un partito che agiva come un luogo collettivo in cui questo incontro tra ricerca, cultura politica diffusa e “senso comune”, poteva esprimere al meglio le sue potenzialità.
Uno straordinario testo di Gramsci ci ricorda come ogni uomo “è un filosofo”, portatore di una “filosofia spontanea”, di una concezione del mondo spesso assunta passivamente dall’esterno e non rielaborata criticamente. Compito degli intellettuali è appunto quello di elaborare questa “filosofia spontanea”, costruire una consapevolezza critica di quanto spesso rimane implicito o confuso. E il partito, ricorda Gramsci in un altro passaggio, può essere uno “sperimentatore” di queste concezioni del mondo: il luogo collettivo in cui si cerca di “tenere insieme” la “filosofia spontanea” e la riflessione critica. Per questo, gli “intellettuali organici” di quella stagione politica non vedevano il “partito” come un’entità a cui sacrificare la propria libertà intellettuale: anzi, il partito era lo strumento collettivo attraverso cui soltanto il pensiero di un singolo poteva trovare il modo migliore per esprimersi ed essere valorizzato: attraverso cui il lavoro intellettuale diveniva esso stesso prassi. Si superava così una visione astratta, individualistica, della propria libertà intellettuale. Se la propria riflessione teorica doveva essere parte della costruzione di una coscienza collettiva, livelli e forme di mediazione erano inevitabili. E servivano a poco fughe in avanti che magari potevano e gratificare una dimensione “narcisistica” individuale, ma che non entravano nella costruzione di una più ricca e matura cultura politica diffusa.

La costruzione mancata di una cultura comune
Si comprende bene, così, come anche Valentino Gerratana, al pari di altri intellettuali comunisti della sua generazione, abbia vissuto molto male la “svolta” della Bolognina e la fine del Pci: quel che soprattutto colpiva negativamente era lo scarso rigore intellettuale, la notevole dose di superficialità, con cui si affrontò il nodo storico della fine del “comunismo reale”: qualcosa che strideva fortemente con un’eredità critica che aveva segnato un’intera esistenza.
Oggi, i termini del rapporto tra cultura e politica si pongono in modo certamente diverso dal passato; ma ci dovrebbe essere (e spesso non c’è) una drammatica consapevolezza di quanto urgente sia – per il destino della sinistra e della stessa democrazia – ricostruire questo rapporto. Non mancano oggi, nella cultura contemporanea, contributi intellettuali di alto valore che offrono uno sguardo critico sul presente e si interrogano sulle potenzialità di liberazione ed emancipazione che possono essere aperte o anche solo intravviste. Quel che manca, drammaticamente, e specie in Italia, sono le sedi, i luoghi, i canali, attraverso cui riconnettere la ricerca teorica e la produzione scientifica, da un lato, e – dall’altro – la costruzione di una cultura politica diffusa, di una coscienza collettiva che possa rappresentare il “bagaglio culturale” con cui chi “fa politica” guarda alla realtà. Una sconnessione letale, a cui bisognerà pur tentare di reagire.
Strisciarossa, 9 luglio 2019

13.7.19

Documenti. Per la coerente difesa degli interessi della Sicilia. Risoluzione unitaria dei Comitati Regionali del PCI e del PSI (Febbraio '55)

Quello che segue, il documento finale di una riunione congiunta dei Comitati Regionali del PCI e del PSI siciliani, non è tanto esemplificativo del periodo "frontista" nella storia della sinistra italiana e siciliana, quanto piuttosto del suo esaurimento. Alle precedenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana i due partiti si erano presentati uniti nelle stesse liste del Blocco del Popolo, sotto il simbolo di Garibaldi; alle imminenti elezioni della primavera 1955 si preparano a presentarsi in liste separate. 
E c'è di più: il segretario regionale del PSI, Raniero Panzieri, aveva già rilasciato a "L'Ora" un'intervista in cui preannunciava una proposta politica nuova, quella di un accordo fra Democrazia cristiana e Partito socialista per un governo di svolta in Sicilia, e anticipava l'apertura delle liste socialiste a candidati indipendenti dell'area liberaldemocratica, in particolare quelli legati al Movimento di Unità Popolare fondato, contro la legge elettorale maggioritaria (la cosiddetta legge-truffa) da Piero Calamandrei e Ferruccio Parri. 
Ribadire l'importanza delle lotte condotte insieme e le rinnovate convergenze programmatiche serve più che altro a sottolineare il carattere consensuale della separazione e ad impedire contraccolpi nelle amministrazioni locali governate insieme e nella CGIL. (S.L.L.)

Girolamo Li Causi e Raniero Panzieri
I caposaldi del programma del P.C.I. e del P.S.I.: 
«Uniti nella lotta e nell'azione, ciascuno dietro le proprie bandiere»

Martedì 8 febbraio si sono riuniti in seduta comune i Comitati regionali siciliani del Partito socialista italiano e del Partito comunista italiano, sotto la presidenza dei loro segretari regionali, compagni Girolamo Li Causi e Raniero Panzieri, membri rispettivamente detta Direzione del P.C.I. e del P.S.I. La riunione è stata dedicata a un approfondito esame della situazione politica in Sicilia. Il dibattito si è protratto per tutta la giornata, con interventi di numerosi dirigenti delle federazioni dei due partiti e dei deputati regionali ed è servito ad approfondire e precisare con grande chiarezza gli obiettivi e i compiti, con particolare riferimento alle elezioni per il rinnovamento dell’Assemblea regionale, che stanno dinanzi ai due partiti della classe operaia e dei lavoratori siciliani, nell’attuale fase della lotta per la pace e la difesa e lo sviluppo dell’autonomia.
In questo momento drammatico per le sorti di tutta l’umanità, il compito primo è quello di impegnare nel modo più largo e vivete tutte le organizzazioni del P.C.I. e del P.S.L nella lotta per la pace. La pace è esigenza vitale del popolo siciliano, che già in passati ha manifestato la sua decisa volontà di lottare per essa, segnatamente con le grandi manifestazioni popolari in occasione della venuta in Italia del generale Eisenhower e con il plebiscito contro la bomba atomica, suggellato da un solenne voto del Parlamento siciliano.
La Sicilia, che ha sempre pagato col sangue dei suoi figli e con una maggiore miseria le avventure di guerra decise dalle classi dominanti italiane con l’appoggio degli agrari siciliani, che continua ancor oggi a soffrire fame e miseria, retaggio, al tempo stesso, della guerra passata ed effetto dell’accelerata preparazione di un nuovo conflitto da parte degli attuali governanti al servizio degli imperialisti, non può oggi permettere che la sua vita e il suo avvenire vengano minacciati per la follia di avventurieri internazionali, che mettono in pericolo l’esistenza stessa di tutta l’umanità. Il popolo siciliano ha il diritto di esigere che sia per sempre chiuso il periodo storico durante il quale, di fronte ai suoi problemi angosciosi, le classi dominanti non hanno saputo offrire altro che emigrazione e guerre, scatenate nell’interesse di pochi privilegiati: esso si è conquistato, attraverso dure lotte, la sua autonomia per poter far valere i suoi diritti e le sue aspirazioni alla pace e al benessere, e tanto più è deciso oggi a difendere questi diritti e queste aspirazioni, quando è stata sfatata definitivamente la leggenda della Sicilia zona fatalmente arretrata.
Il popolo siciliano ha lottato e lotta per la riforma agraria, per una riforma amministrativa che sollevi i comuni dall’oppressione dei prefetti e dall’impotenza finanziaria e promuova la libertà, per impedire che siano sfruttate a vantaggio dei monopoli e dello straniero le risorse di energia, delle quali si è scoperta la ricchezza: il petrolio, l’energia elettrica, le miniere. In tal modo ha aperto una strada, in fondo alla quale non vi è più la miseria c la disperazione, ma un avvenire radioso. Non solo una guerra distruggerebbe definitivamente il frutto delle sue lotte eroiche, dei suoi sacrifici, del suo lavoro, ma già oggi il solo fatto che si continui una politica, che dà la prevalenza alle spese militari su quelle pacifiche, compromette o ritarda di anni gli obiettivi di rinnovamento e di progresso.
Per chiedere una politica di pace, per proclamare la loro volontà contraria ai piani forsennati degli imperialisti diretti allo scatenamento di un terzo conflitto mondiale, nel quale l’uso delle bombe atomiche e termonucleari moltiplicherebbe a dismisura i lutti e le rovine delle guerre passate, i socialisti e i comunisti siciliani hanno preso solenne impegno di appoggiare con tutte le loro forze la lotta per la pace e, in particolare di mobilitare tutte le loro energie per far conoscere, per far sottoscrivere a tutti i siciliani l’appello contro l’uso delle armi atomiche, lanciato dal Consiglio mondiale della pace nella sua recente sessione dì Vienna. La lotta per una politica di pace del popolo siciliano assume particolare valore oggi, quando alla direzione del governo italiano, nei maggiori posti di responsabilità, alla presidenza del Consiglio e al ministero degli Esteri, seggono proprio due ministri siciliani.
Per fare sì che ogni cittadino, che ogni gruppo sociale, che ogni tendenza politica e ideale possano esprimersi e farsi valere sul piano politico parlamentare e si sviluppi al massimo il libero giuoco democratico, contro il monopolio politico perseguito con tutti i mezzi dalla Democrazia cristiana e contro il ricostituirsi del blocco di destra, che ha mortificato e mira a soffocare il Parlamento, i comunisti c i socialisti siciliani chiedono che sia assicurato, per le prossime elezioni dell’Assemblea regionale siciliana, il sistema più democratico, che è quello della proporzionale pura.
Il P.C.I. c il P.S.I. prendono atto del cammino percorso da forze, che sono oggi arrivate a comprendere la necessità di una lotta unitaria per gli interessi della Sicilia e fanno appello a tutti i cittadini e a tutti i gruppi politici, che effettivamente vogliono la rinascita della Sicilia, perché, contro le forze del passato, che hanno tentato più volte di affossare l’autonomia siciliana, contro l’oppressione del governo centrale, si schierino nella lotta, accanto alle classi lavoratrici e ai loro partiti. Ceti medi produttori, piccoli industriali, commercianti, hanno compreso in quesri anni la necessità, per lo sviluppo economico e civile della Sicilia, della riforma agraria, dando il loro appoggio alla lotta per una giusta soluzione del problema contadino; hanno compreso la giustezza delle lotte condotte dai sindacati dei lavoratori, per l’adcguamento dei salari degli operai siciliani a quelli degli operai del Nord e per la difesa e lo sviluppo della nostra industria contro il soffocamento da parte dei monopoli e dello straniero. Essi nella lotta per la pace e il progresso della Sicilia possono trovare il loro posto, in uno schieramento articolato c differenziato, n cui ciascuno esprima la propria personalità c difenda gli interessi del proprio ceto e della propria categoria, lottando per quelli più generali.
Oggi gli interessi della Sicilia si difendono lottando per la pace, per la difesa c lo sviluppo dell’industria siciliana, per l'utilizzazione piena di tutte le fonti dì energia, per la riforma agraria, per la riforma amministrativa, per la ferma rivendicazione di tutti i diritti costituzionali della Sicilia nei confronti dello Stato e in particolare per il rispetto dell’art.38 dello Statuto e per la difesa delle funzioni e della strettura dell'Alta Corte per la Sicilia, suprema garanzia dell’antonomia. Questi sono i capisaldi del programma che il Partito socialista e il Partito comunista propongono a tutte le forze politiche oneste, democratiche e autonomiste e alle masse dei popolo siciliano.
L’unità dei due partiti, rinsaldata dalle lotte, dal lavoro di ogni giorno, dai sacrifici e dal sangue di tanti militanti e combattenti eroici, le lotte sostenute con successo dal Blocco del Popolo nel paese e nel Parlamento, la loro forza, il programma che nanne proposto ai popolo siciliano ed al quale hanno sempre tenuto tede, sono garanzia per tutti di poter portare avanti le proprie istanze, di poter difendere i propri interessi senza bisogno di piegarsi ai ricatti, per finire poi soffocati dal pesante abbraccio della Democrazia cristiana. Accanto ad essi, uniti nel programma e nell’azione avranno modo di esprimersi altre forze libere, che vogliono la pace, l’autonomia, il progresso della Sicilia. Uniti nella lotta e nell’azione, ciascuno dietro la propria bandiera e i propri simboli, tutti gli uomini onesti, gli amici della Sicilia, coloro che lottano per la pace ed il progresso potranno ancora una volta spingere indietro le forze reazionarie locali, i fautori di guerra, gli imperialisti stranieri, portando avanti la Sicilia verso un avvenire luminoso, per il quale il suo popolo ha lottato, ed al quale sente di avere finalmente diritto.

IL COMITATO REGIONALE DEL PCI
IL COMITATO REGIONALE DEL PSI

l'Unità, 15 febbraio 1955

9.7.19

1990. Battesimo di lacrime e champagne. Così il Pds nacque a Palermo (Gabriello Montemagno)



Il 10 ottobre del '90, da Roma, dalla commissione centrale per l'organizzazione, fu trasmesso a tutte le sedi regionali dell'ormai ex-Pci il nuovo simbolo del partito, la quercia, alle cui radici ancora si scorgevano la falce e il martello. E a Palermo l'albero nacque alle 18,31 precise, quando il fax di corso Calatafimi emise il disegno in scala di grigi del nuovo simbolo. Lì, quella sera, il clima non era dei più felici: la "primavera" orlandiana, l'esacolore, era stata interrotta per colpa del Caf (Craxi, Andreotti, Forlani); nelle elezioni del maggio il Pci aveva formato una lista di coalizione, "Insieme per Palermo" (col simbolo dei pupini che si tengono per mano), e che era stata clamorosamente sconfitta; mentre la Dc, capolista Orlando, aveva ottenuto la maggioranza assoluta in Consiglio comunale (42 consiglieri).
Ma l'arrivo del neonato, come avviene per ogni lieto evento, sembrava infondere un nuovo ottimismo fra dirigenti e militanti venuti ad assistere al parto telematico. Sì, già le indiscrezioni avevano ampiamente anticipato sia il nuovo nome che le caratteristiche generali del simbolo.
Però i reali tratti somatici del neonato ispirarono immediata simpatia. Sorse istantaneamente un clima di euforia e di moderata commozione fra quella cinquantina di comunisti presenti. Il segretario comunale Franco Miceli stappa una bottiglia di spumante. Sono tutti col bicchiere in mano, si guardano con occhi lucidi, nessuno si azzarda a pronunciare un brindisi, poi, improvvisamente, come voce dal sen sfuggita, in coro gridano: «Viva il partito comunista!». E intonano "bandiera rossa".
Iniziano subito i commenti, dinanzi a quel nuovo disegno che ciascuno ha provveduto a farsi dare in fotocopia. Mentre alcuni, furtivamente, saccheggiavano i manifesti col vecchio simbolo del Pci, come coloro che dalla casa terremotata portano via i ricordi più cari. Miceli, grattandosi con flemma la sua folta barba nera, così riflette: «Sia il nome che il simbolo credo che rappresentino bene il significato che noi vogliamo dare a questa nuova formazione politica. Cioè, una formazione che poggia su un patrimonio che non viene liquidato e che tende a mettere insieme le forze democratiche del Paese. È buona l'idea dell'albero con radici profonde, sempre verde e che si rinnova sempre». Questa cosa dell'albero che nasce dal vecchio simbolo del Pci con falce e martello, sembrava commuovere tutti. E Pietro Ammavuta, vecchio dirigente, teneva a sottolinearlo: «La proposta del compagno Occhetto mi pare chiara e netta, per un partito che vuole rigenerarsi, ma che vuole anche mantenere le sue radici, e portare nella nuova formazione politica il patrimonio storico, politico e morale che i comunisti italiani hanno accumulato nel corso di decenni».
Taceva l'insostituibile Rosolino Cottone, un comunista con tutta l'anima, un militante soave, che quand'era partigiano si chiamava "compagno Esempio". Ma sollecitato da un cronista, ricorda quando sull'Appennino tosco-emiliano «con le armi nelle mani» si cantava «l'Italia la faremo comunista». Poi, guardando il vecchio simbolo che malinconicamente pende da una parete, gli rivolge una frase che è tutta un poema: «Povero venni e povero me ne vado». Basta.
Nino Tilotta, che imitava alla perfezione la voce di Occhetto, aveva qualche riserva sul nome: «Avrei riflettuto di più se continuare a chiamarlo partito, se confermare cioè la forma partito. Il simbolo mi sembra molto bello, soprattutto se lo immaginiamo a colori». E Tilotta aveva ragione.
Valeria Ajovalasit
Quando, infatti, al Tg3 delle 19 il simbolo viene mostrato nei suoi colori, un applauso caloroso scoppia nella sede di Corso Calatafimi. E, nell'euforia, un militante della mozione Ingrao-Natta esclama con evidente soddisfazione: «Se non era per noi, quella falce e martello non ci sarebbe stata più!».
A parte, Franca Chiaromonte (ingraiana) borbotta: «Sembra il marchio delle Timberland». E la sua compagna Letizia Paolozzi: «È una giornata di lutto tremendo».
Ma i presenti erano quasi tutti della prima mozione (Occhetto). E sintetico, ma anche un po' caustico, è Paolo Agnilleri: «Il simbolo è bello, attuale. Ma era meglio se nasceva un anno fa». Intendeva dire, forse, che si sarebbero risparmiati i pupini della lista "Insieme per Palermo". Sintetico pure Filippo Grippi: «È un grande messaggio politico a tutto il popolo della sinistra».
Entusiasta Valeria Ajovalasit: «È l'occasione per stappare una bottiglia di champagne». E Leonardo Li Causi: «Un nome, Pds, e un simbolo che vanno verso un congresso unitario». Previsione quanto mai sbagliata, vista poi la scissione di Rifondazione nel febbraio del '91. Chi non voleva parlare era Franco Padrut, ma alla fine si decise: «Togliatti, negli anni Cinquanta, scriveva che "l'albero che abbiamo piantato non è sradicabile". Noi ora cerchiamo di ripiantarlo su una terra più fertile, per farlo diventare più grande. Perché è la terra che si è inaridita, non l'albero». Sì, Franco, è la terra che si è inaridita.

“la Repubblica”, 31 gennaio 2011

27.6.19

Camilleri comunista e terrone (Alfonso Maurizio Iacono)



L’ironia di Camilleri? 
Un messaggio d'intelligenza e umanità 
che rende stupida e innocua 
ogni possibile, inutile cattiveria

Dopo le feroci scritte circolate sui social nei confronti di Andrea Camilleri, avevo postato questo su Facebook: “Di Andrea Camilleri amo tanto la trilogia delle metamorfosi, anche se, come dice il mio amico Giovanni Taglalavoro, il Re di Girgenti è la sua opera più grandiosa. Un’epopea dove c’è tutto Andrea. Ma amo anche Montalbano. All’inizio aveva più o meno la nostra età e i nostri stessi problemi esistenziali. Poi l’ha fatto ringiovanire. La sua Marinella è quella della mia infanzia. La vedo, la riconosco. Camilleri ha la narrazione nel sangue. Tutte le volte che l’ho incontrato mi ha riempito di storie, bellissime, con quel modo di parlare che sentivo come un’aria di famiglia. Ebbe dalla mia Facoltà, me preside, la laurea honoris causa. Ne feci l’elogio, come accademicamente si usa fare e lui la lectio magistralis. Fu una bellissima giornata. E poi, da me presentato, venne a fare l’intervista impossibile al Galileo. A cose fatte, teatro strapieno, andammo a cena. E lì ancora storie. Mi sembrava di stare in un bar all’aperto a Porto Empedocle e per la verità una volta vi stetti. 
Alfonso Maurizio Jacono
Un’altra volta, dopo una lezione alla Scuola Normale, circondato da politici e sottosegretari di vario tipo, si mise ostentatamente e ironicamente a parlare in siciliano, anzi in agrigentino, con me, creando un piccolo, sottile, imbarazzato sconcerto in persone troppo abituate a essere ascoltate. Quello che hanno scritto sui social non lo sfiora minimamente. Non mi fa neanche rabbia, ma solo tristezza. La sua ironia è sempre stata un messaggio di intelligenza e di umanità che rende stupida e innocua ogni possibile, inutile cattiveria”.
Non avevo ancora letto Vittorio Feltri, al quale manca proprio l’ironia. Quel che si mostra come modo crudo e sincero di dire le cose, nasconde in realtà la mancanza di ironia. Apprezza Camilleri come scrittore ma lo detesta perché è comunista e terrone, due cose che non riesce a sopportare. Detesta anche Salvo Montalbano, un commissario di polizia che è anche un po’ comunista nel senso in cui lo erano i comunisti siciliani di un tempo, antimafiosi e uomini delle istituzioni e della legge. Ma soprattutto è terrone. Lo è nel modo di rispondere al telefono, in quel suo mettere prima il cognome e poi il verbo (“Montalbano sono!”), nel gusto sensuale della cucina siciliana, nell’attrazione verso le belle donne, specie se di carattere, che egli trattiene, ma che si scatena nel suo alter ego, il vicecommissario Mimì Augello, nel rapporto con il mare che sommerge la verità dei morti annegati, quello che sta al confine tra l’Europa e l’Africa, un confine così distante dal Nord.
Molti dicono che Montalbano è un prodotto di consumo. Alcuni critici letterari storcono il naso. Vincenzo Consolo se ne fece una malattia. Anche fosse? L’ironia di Camilleri allenta lo stereotipo del siciliano. Se è detestato da Feltri perché comunista e terrone, è, allo stesso modo, amato da mezzo mondo, perché questo comunista terrone, pieno di fragilità e di contraddizioni umane, tiene fermi i principi senza moralismo e non si gira dall’altra parte di fronte all’ingiusta morte dei migranti in mare. È popolare ed è ciò che dà fastidio a Feltri, il quale usa spesso, come anche in questo caso, la frase “ha rotto i coglioni”. In effetti “coglione” è un termine familiare nel bergamasco. Si dice perfino “coglione di Bergamo”. Il grande condottiero Bartolomeo Colleoni si chiamava in realtà Coglione. Allora questa parola era un vanto. Poi, come tutti sanno, divenne ed è sinonimo di stupido. Chissà perché. Il grande lombardo Dario Fo, il genio dello zanni, l’uomo di Mistero buffo, avrebbe potuto rispondere.
Andrea, mi piace essere comunista e terrone come te.

Da Il Tirreno, 25 giugno 2019

25.6.19

L’operaio indio e la sinistra ibrida. Intervista a García Linera, vicepresidente della Bolivia (Marcello Musto)


Álvaro García Linera, vicepresidente della Bolivia e cultore di Gramsci, indica un nuovo orizzonte per le forze progressiste. «Sin dalle rivolte degli indigeni oppressi nel mio Paese, ho capito che occorre mettere insieme le lotte del lavoro e quelle identitarie dei popoli. In America Latina la destra può ottenere successi ma non ha un’idea di futuro».


Teorico marxista ed ex guerrigliero, il vicepresidente della Bolivia, Álvaro García Linera, è tra le voci più originali della sinistra latino-americana. Abbiamo conversato con lui sulla situazione delle forze progressiste in quella regione e nel resto del mondo. Il suo impegno politico è contraddistinto dalla consapevolezza che la gran parte delle organizzazioni comuniste latino-americane, non essendo capaci di parlare alla maggioranza delle classi popolari, erano destinate a una mera funzione testimoniale. In Bolivia, ad esempio, il loro richiamarsi al marxismo-leninismo più schematico ed economicista impedì di riconoscere — e di porre al centro del loro agire politico — la peculiarità della questione indigena. Le popolazioni native furono assimilate a una indistinta massa contadina «piccolo-borghese», priva di potenziale rivoluzionario.

Come ha capito che era necessario costruire una sinistra radicalmente differente?
«In Bolivia, gli alimenti erano prodotti dai contadini indigeni, gli edifici e le case erano costruite dagli operai indigeni, le strade venivano pulite dagli indigeni e ad essi l’élite e la classe media affidavano anche la cura dei loro bambini. Ciò nonostante, la sinistra tradizionale sembrava cieca e si occupava solo degli operai della grande industria, senza prestare neanche attenzione alla loro identità etnica. Questi erano importanti per il lavoro nelle miniere, ma costituivano un settore minoritario al confronto dei lavoratori indigeni, discriminati per la loro identità e sfruttati ancora più dei primi. Dalla fine degli anni Settanta, però, la popolazione aymara organizzò delle grandi mobilitazioni, sia contro la dittatura sia contro i governi democratici nati dopo la sua caduta. Lo fecero orgogliosamente con la loro lingua e simbologia, in maniera autonoma — attraverso comunità confederate di campesinos — e proponendo la nascita di una nazione a guida indigena. Fu un momento di rivelazione sociale».

Lei come reagì?
«Io ero studente al liceo e fui colpito da questa insorgenza indigena collettiva. Mi parve chiaro che il discorso della sinistra classica sulle lotte sociali, incentrato soltanto su operai e borghesia, fosse parziale e insostenibile. Esso doveva incorporare la tematica indigena e compiere una riflessione sulla comunità agraria, ovvero sulla proprietà collettiva della terra come base dell’organizzazione sociale. Inoltre, per comprendere le donne e gli uomini che costituivano la maggioranza del Paese, i quali rivendicavano una differente storia e collocazione nel mondo, era necessario approfondire la problematica etnico-nazionale delle popolazioni oppresse. Per fare ciò lo schematismo dei manuali marxisti mi parve insufficiente e mi misi a cercare altri riferimenti, dall’ideologia indianista al Marx che, con gli scritti sulle lotte anticoloniali e sulla comune agraria in Russia, aveva arricchito la sua analisi sulle nazioni oppresse».

Il tema della complessità del soggetto della trasformazione sociale, che ha caratterizzato la sua riflessione e militanza politica, è divenuto, con il passare del tempo, una discussione imprescindibile per tutti i progressisti. Tramontata la prospettiva del proletariato quale unica forza in grado di abbattere il capitalismo e dissoltosi il mito dell’avanguardia rivoluzionaria, da dove deve ripartire la sinistra?
«Il problema della sinistra tradizionale è stato quello di avere confuso il concetto di “condizione operaia” con una specifica forma storica del lavoro salariato. La prima si è universalizzata ed è divenuta una condizione materiale planetaria. Non è vero che il mondo del lavoro stia scomparendo. In realtà, non ci sono mai stati tanti operai e operaie nel mondo e in ogni Paese. Tuttavia, questa gigantesca operaizzazione planetaria della forza lavoro è avvenuta mentre si dissolvevano le strutture sindacali e politiche esistenti. Così, paradossalmente, in un’epoca nella quale è stato mercantilizzato ogni aspetto della vita umana, pare che tutto si svolga come se non vi fossero più operai».

Come si caratterizzano oggi le lotte sociali?
«La nuova classe operaia non si riunifica prevalentemente attorno alla problematica lavorativa. Non ha ancora la forza organizzativa per poterlo fare e, forse, sarà così per molto tempo ancora. Le mobilitazioni sociali non avvengono più tramite le forme classiche dell’azione operaia centralizzata, ma mediante forme sociali anfibie, nelle quali si mescolano professioni diverse, tematiche trasversali e forme associative flessibili, fluide e mutevoli. Si tratta di nuove forme di azioni collettive poste in essere dai lavoratori, anche se, in molti casi, esse lasciano emergere, più che l’identità lavorativa, altre fisionomie complementari, come quella dei conglomerati territoriali, o dei gruppi nati per rivendicare il diritto alla salute, all’educazione, o ai trasporti. La sinistra, invece di muovere rimproveri a queste lotte perché si sviluppano con modalità diverse dal passato, deve rivolgere attenzione all’ibridazione, all’eterogeneità del sociale. Deve farlo, in primo luogo, per comprendere i conflitti e, poi, per rafforzarli e contribuire ad articolarli con altre lotte a livello locale, nazionale e internazionale. Il soggetto del cambiamento è ancora il “lavoro vivo”: i lavoratori che vendono la loro forza lavoro in modi molteplici. Le forme organizzative, i discorsi e le identità sono, però, molto differenti da ciò che abbiamo conosciuto nel XX secolo».

Lei cita spesso Antonio Gramsci. Quanto è stato importante per l’elaborazione delle sue scelte politiche?
«Gramsci è stato un autore decisivo per lo sviluppo delle mie riflessioni. Ho iniziato a leggerlo che ero molto giovane, quando i suoi testi circolavano tra un colpo di Stato e un altro. Fin da allora, a differenza dei tanti scritti contenenti analisi economicistiche o formulazioni filosofiche incentrate più sull’estetica delle parole che non sulla realtà, Gramsci mi aiutava a maturare uno sguardo differente. Egli parlava di linguaggio, letteratura, educazione, senso comune, ovvero di temi apparentemente secondari, ma che, in realtà, formano la trama reale della quotidianità degli individui, quella che determina le loro percezioni e le inclinazioni politiche collettive. Da quella prima volta, torno regolarmente a leggere Gramsci ed egli mi rivela sempre cose nuove, in particolare rispetto alla formazione molecolare dello Stato. Sono convinto che il rinnovamento del marxismo nel mondo abbia in Gramsci un pensatore indispensabile».

Negli ultimi quattro anni, in quasi tutto il Sud America sono andati al potere governi che si ispirano a ideologie reazionarie e ripropongono l’agenda economica neoliberista. L’elezione di Jair Bolsonaro in Brasile costituisce l’esempio più eclatante di questo fenomeno. Questa svolta a destra è destinata a durare a lungo?
«Credo che il grande problema della destra mondiale sia quello di essere rimasta senza una narrazione del futuro. Gli Stati che propugnavano la liturgia del libero mercato costruiscono muri contro migranti e merci, come se i loro presidenti fossero moderni signori feudali. Quanti chiedevano privatizzazioni si appellano oggi a quello stesso Stato così tanto vilipeso, affinché li salvi dai loro debiti. Coloro che erano in favore della globalizzazione e parlavano di un mondo finalmente unificato, si appigliano, adesso, al pretesto della “sicurezza continentale”. Viviamo in uno stato di caos planetario e, in questo scenario, è difficile prevedere quale profilo assumeranno le nuove destre latino-americane. Saranno in favore della globalizzazione o protezioniste? Attueranno delle politiche di privatizzazione o misure stataliste? A queste domande non sanno rispondere neanche loro stessi, poiché navigano in un mare di confusione ed esprimono solo vedute di corto respiro. Le destre non rappresentano il futuro al quale la società latino-americana può affidare le sue aspettative di lungo termine. Al contrario, causano l’aumento delle ingiustizie e delle diseguaglianze. L’unico futuro tangibile per le nuove generazioni consiste nell’angustia dell’incertezza».

Che cosa deve fare la sinistra latinoamericana per invertire lo stato delle cose e aprire un nuovo ciclo di partecipazione politica e di emancipazione?
«Ci sono le condizioni affinché si sviluppi una nuova stagione progressista che vada oltre quanto è già stato realizzato nello scorso decennio. In questo contesto molto indefinito, c’è spazio per proposte alternative e per una predisposizione collettiva verso nuovi orizzonti, fondati sulla partecipazione reale delle persone e sul superamento, ecologicamente sostenibile, delle ingiustizie sociali. Il grande compito della sinistra è quello di delineare, superando i limiti e gli errori del socialismo del XX secolo, un nuovo orizzonte fondato sulla soluzione delle questioni concrete che procurano sofferenza alle persone. Servirebbe un “nuovo principio speranza” — a prescindere dal nome che gli daremo — che inalberi luguaglianza, la libertà sociale, l’universalità dei diritti e delle capacità quali fondamento dell’autodeterminazione collettiva».

La lettura – Corriere della sera, 9 giugno 2019

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