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3.9.19

La meraviglia dell’amicizia virile (Alessandro Piperno)

Michel Montaigne

Prima o poi può capitare a chiunque di imbattersi nella moglie di un amico in atteggiamenti licenziosi con un altro. Eccola lì – il tavolo più in disparte di un locale fuoriporta – scambiarsi tenerezze con uno sconosciuto! Al primo impulso di andare a salutare, goderti sadicamente il suo imbarazzo – le tempie paonazze, il balbettio di patetiche scuse – ne segue un altro di segno opposto: pagare il conto, filare via furtivi e riflettere sul da farsi.
A me accadde anni fa. Che choc vedere la ragazza di uno dei miei più cari amici – la coppia più affiatata del nostro gruppo – avvinghiata a un tizio in un cinema d’essai. Mi comportai nel modo che ancora oggi giudico il più appropriato. Non dissi niente, tenni quel segreto per me (fino ad ora, almeno). Dopotutto che diritto avevo di intromettermi? Chi mi assicurava di non essermi sbagliato? E qualora ci avessi visto giusto, chi mi diceva che la coppia più affiatata del nostro gruppo non lo fosse proprio in virtù della spregiudicatezza sessuale, un’indulgenza sapiente e reciproca? Del resto, non ho mai giudicato gli adulteri con severità. La monogamia è un oltraggio alla natura così sconsiderato che mai e poi mai mi sarei eletto a censore delle scappatelle altrui.
Ho fatto bene? Chi può dirlo! Se i due oggi sono sposati, hanno un paio di figli e veleggiano verso la maturità con un certo garbo, non lo devono anche un po’ alla mia discrezione? Non so se la signora nel frattempo ha rotto con il suo amante o se l’abbia sostituito, non so se il mio amico è al corrente di questa o altre infedeltà. So che l’amicizia pone dilemmi morali di questo tipo. Se l’amico in questione mi sta leggendo e sospetta che è suo il matrimonio di cui vado cianciando potrebbe giudicare il mio riserbo di allora non meno riprovevole della franchezza odierna (a mezzo stampa, per di più). Potrebbe pensare di essere stato tradito due volte: prima dalla malafede della moglie poi dalla reticenza di uno dei suoi più vecchi amici. La gente non è indulgente né con gli omertosi né con gli ipocriti. Mi chiedo: esiste in certi casi una deontologia comportamentale?
Amicizie virili È difficile spiegare cos’è l’amicizia virile a chi non l’abbia mai vissuta. Per me che ho radicate difficoltà a confrontarmi con l’altro sesso, è un diversivo spensierato, un’oasi alle fruste faccende quotidiane. Le cene, il cazzeggio, la Lazio (allo stadio, in tv, fa lo stesso), le lunghe sedute a Subbuteo o alla PlayStation, il bicchiere della staffa, le diatribe sui massimi sistemi filosofici, le dispute su quel libro che proprio non ti ha convinto e su quello che non riesci a scrivere, i sogni di gloria, le disfide ideologiche, le balle, il pettegolezzo, la maldicenza, le figure di merda, le confessioni più vergognose... Per non dire dei viaggi senza meta, i gesti di benevolenza reciproca, ma anche le prese in giro spietate (cojonella, la chiamiamo a Roma). Tutto questo è impagabile, insostituibile. L’ultimo sorso di adolescenza a disposizione di un adulto. Ho più di un amico che esulta (senza darlo a vedere) quando la moglie va in vacanza come nel famoso film con Marilyn Monroe, e mica perché così potrà darsi alla pazza gioia, ma per dedicare un po’ di tempo agli amici, tornare ragazzo almeno per il weekend. E allora via con il turpiloquio, con la selvatichezza, con la libertà.
Adoro l’ultima scena de L’educazione sentimentale quando Frédéric Moreau e Deslauriers, rinvangando i bei tempi andati, si commuovono su quella volta che andarono al bordello insieme. Frédéric esclama: «È la cosa più bella che ci sia capitata» e Deslauriers non può che convenirne.
Dio sa se li capisco. Mica perché sia un frequentatore di bordelli, ma perché immagino che anche a me tra qualche anno capiterà di rimpiangere il cameratismo, la complicità, i simposi con i pochi amici di una vita.
In un passo famoso di Antropologia pragmatica Kant scrive: «La specie di benessere che sembra meglio accordarsi con l’umanità è un buon pranzo in buona (e, se è possibile, anche varia) compagnia, della quale Chesterfield dice che non deve essere al di sotto del numero delle Grazie, né al di sopra di quello delle Muse». In poche parole, meno di nove e più di tre. E trovo che Chesterfield esageri per eccesso. Il numero perfetto a tavola è quattro, come i Cavalieri dell’Apocalisse.
Solo i misantropi danno valore all’amicizia? Non deve sorprendere che un orso nichilista come Flaubert e un abitudinario incline alla solitudine come Kant tenessero in così alta considerazione amicizie e convivi. Chi se non colui che ha seri problemi a frequentare il prossimo può apprezzare i pochi simili con cui sta bene? Nulla è più raro al mondo che una persona abitualmente sopportabile, pensava Leopardi. E come al solito aveva ragione. Ecco cos’è un amico: un raro esemplare di persona abitualmente sopportabile. Pochi ma buoni, questo è il motto.
Perché era lui; perché ero io Il che spiega perché lo scrittore che meglio ha saputo descrivere l’insostituibilità dell’amicizia, i suoi incanti, l’empatia, è anche colui passato alla storia per la scelta di chiudersi nella sua torre d’avorio, trascurando ogni altra faccenda, a meditare e a scrivere per il resto dei suoi giorni: parlo di Michel Montaigne naturalmente. Il suo amico del cuore si chiamava Étienne de La Boétie e per via della morte prematura di quest’ultimo la loro amicizia durò poco più di un lustro. Montaigne passò i decenni che gli rimanevano da vivere a rimpiangerlo, parlandone sempre con toni più consoni all’amore forse, che all’amicizia, tanto da autorizzare in qualcuno il sospetto di omosessualità. Mai un legame fu più franco, profondo, elettivo. Nel saggio Dell’amicizia, Montaigne scrive infatti: «Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: Perché era lui; perché ero io». Conoscete una definizione più efficace e più struggente dell’amore e dell’amicizia? Perché amiamo qualcuno? Perché gli siamo così devoti? Semplice: perché noi siamo noi e loro sono loro. Cos’altro c’è da dire o da spiegare?
In un saggio più tardo, Montaigne, tornando sull’argomento, chiarisce ancora meglio il suo punto di vista. Parlando delle poche cose per cui la vita è degna di essere vissuta (donne, amicizie, libri), confessa di essere un buon conversatore ma di aborrire le amicizie frivole. Le vere grandi amicizie si contano sulle dita di una mano. Sta ancora pensando a La Boétie naturalmente. È per colpa di quell’amico morto da molti anni, quel compagno che lo ha in qualche modo viziato, che Montaigne ha perso interesse per tutti gli altri. Le amicizie, quelle vere e profonde, si basano solo sull’elezione e sull’affinità. Come si vede: solo gli isolati credono davvero nell’amicizia.

Chi aveva ragione tra Montaigne e La Rochefoucauld
Al contrario sono i mondani, gli estroversi, chi conta migliaia di amici su Facebook, chi non si perde un cocktail o una prima al cinema, a non tenere in gran conto l’amicizia, un po’ come i libertini per cui una donna vale l’altra.
E mi viene subito in mente un altro dei Gran Signori delle lettere francesi. Vissuto quasi un secolo dopo Montaigne, il duca di La Rochefoucauld frequentava assiduamente il salotto di Madame de Sablé, circolo parigino tra i più rinomati ed esclusivi nei formidabili anni della Reggenza. Intrecciò amicizie profonde – straordinariamente proficue per la letteratura occidentale – con Madame de La Fayette e Madame de Sévigné. Che trio incredibile! Il duca era bello, ricco, audace, un conversatore strepitoso, divertente e disincantato a un tempo. Oltre alle stupende Memorie gli dobbiamo le famose Massime. Dato il contesto, non ci sorprende che in una di esse scriva: «Per raro che sia il vero amore, è meno raro della vera amicizia». Assai più sorpresa ci suscita questa, altrettanto famosa: «Nelle avversità dei nostri migliori amici noi scopriamo sempre qualcosa che non ci dispiace». La Rochefoucauld mette il dito sulla piaga purulenta dell’amicizia, svela l’oscuro doppiofondo di qualsiasi sodalizio.
Per intenderci, provate a immaginare una telefonata con il vostro più caro amico. Ecco che, dopo il solito cazzeggio, vi annuncia: «Senti, ho una cosa da confessarti». «Tipo?». «Una cosa grossa». «Dai, non tenermi sulle spine». «Hai presente il vincitore della lotteria di Capodanno, quello che non si fa trovare? Il possessore del biglietto da dieci milioni di euro». «Be’, è il tuo benzinaio? La tua colf?». «No, sono io». «Dai, non scherzare». «Parlo seriamente».
Ditemi se non è un’ottima ragione per mettere alla prova la tenuta di una lunga consolidata amicizia. Dovremmo essere contenti per lui, il nostro amico è diventato milionario. Eppure in quel momento lo vorremmo morto. Facciamo di tutto per dissimulare questi impulsi biechi ma è più forte di noi. Siamo sconvolti. Non a caso Oscar Wilde, a suo modo un moralista classico non meno geniale di La Rochefoucauld, diceva: «Ognuno può compatire le sofferenze di un amico, ma è necessaria una natura davvero gentile per simpatizzare con i successi di un amico». Nessuna amicizia è mai davvero limpida. Ecco perché non c’è niente di meglio che parlare male di un amico. Ci piace ammirarlo, ma talvolta ci piace anche disprezzarlo. In fondo è invecchiato peggio di me, ci cogliamo ogni tanto a pensare. E ne proviamo conforto. Ma se muore, o se in qualche altro modo viene meno, lascia una voragine profonda, non un dolore che toglie il fiato, ma una specie di malinconia soffusa e immedicabile.
Insomma, credere o non credere nell’amicizia? Credere o non credere nella sua purezza e onestà? Chi aveva ragione, Montaigne o La Rochefoucauld? A chi dare retta, al solitario o al mondano?

La Lettura – Corriere della sera, 28 gennaio 2018

11.8.19

'Mpistari - 'Mpistatu - 'Ngiuria (S.L.L.)


"Mpistari" vale contaminare, appestare. Vi era però, almeno a Campobello, un uso particolare e, francamente, orribile del partIcipio. 'Mpistata era la ragazza nubile non più vergine. 'Mpistatu era il ragazzo che aveva subito sodomia. Per un mio coetaneo, nonostante la denuncia e la condanna del pedofilo (se non ricordo male un anno e mezzo di carcere senza sconti), rimase a lungo un marchio d'infamia che prolungava gli effetti del crimine subito. Lo chiamarono "lu 'mpistatu" per buona parte dell'adolescenza, poi prevalse la "ngiuria" (il soprannome) di famiglia, per cui non provò mai fastidio.

19.6.19

L'Abbeccedario di Camilleri. ZABAJONE



Anzitutto io da bambino non lo chiamavo uovo sbattuto, ma lo chiamavo «ovo duci duci», e mi piaceva da matto. Prima di tutto bisogna farselo da sé, non farselo servire. Se te lo fai da solo vedi via via il rosso montare, che cambia colore e diventa sempre più bianco e sempre più fluido – non liquido – e questa è una goduria alla sola idea.
Non mi piaceva mescolarlo nel caffè, sì, è ottimo lo so, ma non è puro. Il cucchiaino dritto era il segno che l’«ovo duci duci» era pronto. Dopodiché riempivi il cucchiaio ma non lo mangiavi in una sola botta, era uno sbaglio, lo mangiavi poco alla volta e poi alla fine la leccata e lo rinfilavi dentro. Questa è una delle delizie dell’infanzia che ricordo.
Naturalmente poi per i siciliani ha tutto un altro senso.
Vitaliano Brancati, Don Giovanni in Sicilia: «Cavaliere mio se mi mangio due uova sbattuti fuoco e fiamme fazzu», ecco, il gallismo siculo con lo zabaione si accorda benissimo.
Su questa memoria dell’«ovo duci duci» ho scritto anche un racconto, perché va a finire che con la vecchiaia si ha la cosiddetta «presbiopia della memoria» e quindi le cose dell’infanzia ti ritornano presenti con un’intensità che è dovuta al passaggio del tempo, alla prospettiva del tempo: più lontane sono e più ti precipitano addosso e riesci anche a percepirne le sensazioni, cosa che credevo impossibile. Perché con l’età hai un certo ottundimento di alcune sensazioni. Invece, i ricordi dell’infanzia davvero ti ritornano con un nitore, una forza, una precisione incredibile.
Non sono ricordi malinconici, mi diventano divertenti quando mi tornano e sono sempre estremamente piacevoli, perché hanno un’intensità tale che la malinconia non s’insinua.
D’altra parte nessuno ti vieta di riprodurre la sensazione – anche se il mio medico se ne risentirebbe come di un’offesa personale, se mi sbattessi due tuorli d’uovo con lo zucchero, forse rischi la morte, anche se non è vero perché rischi l’aumento di qualche analisi, ma poi stai due anni senza e ti passa. Si può riprodurre la sensazione in laboratorio, come ogni bravo esperimento scientifico.
Non c’è malinconia. Malinconia non è «Malinconia, ninfa gentile, la vita mia consacro a te», figuriamoci! La malinconia è una camurrìa che non finisce mai, la malinconia è uno stato d’animo da malattia, infatti la «melancolia» era una malattia.

l'Unità, 30 luglio 2010

13.6.19

Alcuni vocaboli da recuperare e rilanciare (dal "Libro delle parole altrimenti perdute" di Sabrina D'Alessandro)


orripilatore
agg. Che fa drizzare i peli per il ribrezzo e l'orrore

nefario
agg. Malvagio

rabagà
sost. Chi pur di stare al governo tradisce il partito e cambia dall'oggi al domani,

fanfalucco
sost. spargitore di frottole e fandonie

frugipèrda
sost. Chi non è in grado di mettere nulla a frutto

santocchio
sost. Ipocrita e falso devoto

stivaluto
agg. Tronfio e dispotico, che indossa gli stivali

squassapennacchi
sost. Dicesi di individuo militarmente abbigliato che vada pavoneggiandosi, per attirare su di sé gli occhi della moltitudine

mascellone
sost. Che ha grosse mascelle

squisigoso
agg. Strisciante e sgusciante come un serpente

lutìfico
agg. Orrendamente sporco

pirulino
sost. Individuo di scarse doti. Propriamente, pene

Rizzoli, 2011

Barattino - Da "I gerghi della malavita" di Ernesto Ferrero


Truffa classica a danno dei gioielleri: mentre un complice distrae il proprietario con richiesta di informazioni il ladro provvede sveltamente a sostituire il pezzo autentico con uno fasullo. Da baratto, "scambio in natura". Nelle banche, si tratta di sostituire una borsa o un involto pieno di denaro con altro identico, ma pieno di carta straccia. Anche l'argot ha in questa accezione barattin.

Oscar Mondadori 1972 

19.5.19

Parole. Ormai tutto è grosso (Gian Luigi Beccaria)

Camillo Sbarbaro


Vi sono parole - scriveva Camillo Sbarbaro nei Fuochi fatui - che i vocabolari danno per equivalenti e ch'io non confonderei; non direi mai musco per muschio, visco per vischio... Si eviterebbero ambiguità e, s'anche di poco, la lingua si arricchirebbe. Così la spuma non è la schiuma. La nuvola è leggera, un fiocco di bambagia; la nube, il suono cupo lo dice, è plumbea, minaccia temporale. La sottana è greve, tetra, è quella del prete, dell'ava; mentre la gonna è festosa, è una corolla capovolta...».
Anche il comune parlante ha bisogno di sfumature, di distinguere, perché la realtà è sfumata. I perfetti sinonimi non esistono. I sinonimi non sono degli optional, ma la ricchezza di una lingua, e vanno usati nel modo più appropriato. Non posso confondere monelleria con marachella, perché la prima è la malefatta di un ragazzo vivace, e la seconda ancora una malefatta, ma fatta di nascosto. Ingenuo è diverso da minchione, e risparmiatore da tirchio, spilorcio, taccagno, pidocchio. Un modo appartiene a un registro neutro, formale, un altro invece all'informale, magari al gergale. Errore è diverso da strafalcione, da assurdità, bestialità, asinata, castroneria, o cazzata, come direbbero oggi i più. C’è una gradazione a discendere tra imbrogliato, truffato, turlupinato, bidonato, buggerato.
Alcuni sinonimi mettono in evidenza lo stacco tra passato e presente, tra antiquato e aggiornato. Specie nel campo tecnico: di un auto, sono certo sinonimi fanali-fari-proiettori-gruppi ottici, ma aumenta dall'uno all'altro la connotazione in senso tecnico. A volte poi è la moda, l'andazzo del momento a guidare la scelta: prendi due aggettivi come grande/grosso che tendono oggi ad avvicendarsi. Bisognerebbe distinguere tra «un grande scrittore», che indica ingegno e bravura stilistica, e «un grosso scrittore», che non ne sottolinea certo la corpulenza, ma la fama, trasferendo alla persona la corposità dell'attributo. Oggi però "grosso", moda anglicizzante per influsso di "big", è diventato un aggettivo tuttofare. Ha fagocitato tanti altri aggettivi specifici e informativi, ha eliminato una gamma di percezioni, reazioni, valutazioni. Tutto è grosso, un grosso finanziere, un grosso campione, un grosso personaggio, un grosso successo, un grosso affare, abbiamo sempre dei grossi problemi...

Tuttolibri – La Stampa, 11 agosto 2007

7.4.19

Miracoli. Quei “detective” sulle tracce di Dio (Fabrizio d’Esposito, Carlo Tecce)


Articolo di 5 anni fa esatti: in qualche punto andrebbe aggiornato. Per me resta ricco di notizie curiose e interessanti. (S.L.L.)

Jacopo Tintoretto, Le nozze di Cana

Il primo miracolo di Gesù causò una sbornia generale.
Racconta Giovanni l’evangelista: “Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’”. Il Messia diede una risposta dura a Maria. Chiamandola donna: “E Gesù rispose: ‘Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora’. La madre dice ai servi: ‘Fate quello che vi dirà’”. Venne così il momento: “Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: ‘Riempite d’acqua le giare’; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: ‘Ora attingete e portatene al maestro di tavola’. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola (...) chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono’”.

Ufficio eventi soprannaturali: le verifiche scientifiche e teologiche
Quel che la ragione non riesce a spiegare è un miracolo. E sant’Agostino, che non fu mai privo di ragione critica, n’era convinto: “Non sarei cristiano senza miracoli”. La Chiesa cattolica per conservare se stessa deve accertare i miracoli, afflati di presenza divina, segni di onnipotenza del creatore , ma non deve raggirare la scienza. In Vaticano, in piazza Pio XII, c’è l’ufficio miracoli che lambisce la basilica di san Pietro. L’ultima correzione fu impressa più di trent’anni fa con la Divinus perfectionis magister: è la costituzione apostolica che accerta i miracoli. In piazza Pio XII ha sede la Congregazione per le Cause dei Santi, composta da 36 componenti fra cardinali, arcivescovi e vescovi supportati dai collegi di consultori, teologici e storici. Il prefetto è il porporato Angelo Amato, salesiano di Molfetta. In trent’anni le “istanze miracolose” sono circa state 500. Attraversato il sentiero lugubre del Medioevo, il Vaticano ha costruito un meccanismo per non confondere la mano divina con la mano di un impostore. Quando un fedele, o anche un ateo convertito, rivela di aver ricevuto una guarigione con l’intercessione di un uomo o una donna in odore di santità, che parrebbe al cospetto di Dio e così potrebbe intervenire per alleviare le pene ai sofferenti, la pratica non viene subito trasferita al palazzo in Vaticano. La procedura prevede una serie lunghissima, e complessa, di verifiche intermedie, teologiche certo, ma soprattutto scientifiche.

Apparizioni e stimmate a indagare è l’ex Sant’Uffizio
Non c’entrano nulla, per restringere il campo, i fenomeni mistici di apparizioni di Madonne o di statuette che piangono, come accadde a Civitavecchia qualche anno. O come l’apparizione a Palermo, nel quartiere popolare di Capo, di un’ombra sul campanile della chiesa di Santa Maria della Mercede (chiusa da anni) che i fedeli giuravano fosse l’adorata Santa Rita da Cascia o la Madonna Addolorata. Su questi fenomeni, che includono anche le stimmate, pensiamo a san Francesco d’Assisi o san Pio da Pietrelcina, indaga invece la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio. Proprio padre Pio, negli anni venti del secolo scorso, non venne creduto dal severo organismo vaticano. Padre Agostino Gemelli lo definì “un imbroglione”. Successivamente, le stimmate sono entrate pure nel processo di canonizzazione. Altro caso clamoroso sono le apparizioni della Madonna a Medjugorje. L’ex Sant’Uffizio continua a investigare con una speciale commissione d’inchiesta presieduta dal cardinale Camillo Ruini.

Il potere taumaturgico del fondatore dell’Opus Dei
I miracoli per eccellenza sono le guarigioni. Nel ’98, una donna indiana sconfisse il tumore dopo aver pregato una suora di origini albanese, madre Teresa di Calcutta. Nel ‘61, un italiano, malato di fegato, rimosse la malattia dopo aver pregato con un’immagine di Nicola Stenone, vescovo danese, sotto il cuscino. E nel 2005, una suora francese non ebbe più i sintomi del Parkinson dopo aver invocato l’aiuto di Giovanni Paolo II, appena scomparso. Non ci sono corsie preferenziali per i pontefici, tutti si devono sottoporre all’itinerario contemplato dalla Congregazione. Anche uno dei santi più discussi, Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, vanta una guarigione miracolosa. Nel 1993 si ebbe notizia della guarigione “rapida, completa e duratura, scientificamente inspiegabile” del dottor Manuel Ne-vado Rey. La sua malattia era “cancerizzazione di radiotermite cronica grave al 3° stadio, in fase d’irreversibilità”.

Processo per diventare santi: il rischio dell’intromissione diabolica
Per conquistare la santità, ci sono tre protagonisti essenziali: l’attore, il postulatore e il vescovo che controlla. L’attore propone una causa di canonizzazione, il postulatore, che deve risiedere a Roma, la sostiene in Congregazione e il vescovo conferisce la procura. La presunta guarigione miracolosa viene esaminata da una commissione di cinque medici più due periti, che possono essere anche atei o appartenenti a un’altra religione. Vengono ascoltati dei testimoni, vengono sottoscritti verbali e vengono anche incrociate le prove. Quando i medici non riscontrano dinamiche scientifiche, il fascicolo – sì, sono davvero faldoni di documenti – viene trasferito ai teologici, che devono scongiurare qualsiasi intromissione di satana, uno spirito del male che può superare le leggi naturali.

Giovanni Paolo II, un miracolo per l’avvocato Carlo Taormina
Non è necessario per un santo aver compiuto un miracolo perché il pontefice, esercitando i suoi poteri di capo supremo della Chiesa, può ricorrere alla “canonizzazione equipollente”. Questo tipo di accertamento, dunque non classico, presuppone tre caratteristiche: il possesso antico di culti, virtù del martirio, ininterrotta fama di prodigi. Giovanni Paolo II ha utilizzato soltanto una volta la “canonizzazione equipollente”, così come il successore Benedetto XVI, mentre Francesco lo farà per la terza occasione, il 27 aprile, quando proclamerà santo Angelo Roncalli, Giovanni XXIII. Insieme al “papa buono” sarà santo anche Karol Wojtyla. Tra i miracoli del pontefice che distrusse il comunismo (altro evento soprannaturale?) compare il volto noto di Carlo Taormina, ex legale berlusconiano. Prima di essere sottoposto a un delicato intervento chirurgico durato dieci ore, la moglie gli disse di aver sognato Wojtyla e che si sarebbe salvato. Taormina si è salvato. E da quel giorno va a messa.

Il santuario di Lourdes e i cinque gradi di guarigione
Un luogo di miracoli continui, almeno secondo i suoi pellegrini, è il Santuario di Lourdes, in Francia, dove non manca mai un dottore all’U fficio delle Constatazioni Mediche. Sette anni fa, per evitare di scadere nel “miracolificio”, a Lourdes hanno reso più rigorosa l’inchiesta medica. Cinque tappe per arrivare al miracolo. Prima, guarigione constatata: una sorta di autocertificazione, il malato si dichiara ex malato, all’improvviso, ma oltre la situazione fisica, va esaminata la situazione psicofisica. Seconda, guarigione confermata: scatta l’indagine scientifica e teologica. Terza, guarigione ratificata: cessano i dubbi sull’avvenuto miracolo. Quarta, guarigione certificata. Quinta, guarigione proclamata dal vescovo diocesano.

La gamba ricresciuta a un contadino: “El milagro de los milagros”
Un incredibile miracolo “mariano”, attribuito cioè alla Madonna, in questo caso la Vergine del Pilar, avvenne nel 1640 nel villaggio spagnolo di Calanda, in Aragona. Non a caso è definito “El milagro de los milagros”. Il miracolo dei miracoli. Vittorio Messori ci ha dedicato un libro, anni fa. Nel luglio del 1637, un contadino analfabeta, Miguel Juan Pellicer, cadde dal mulo e finì sotto un carro. Gamba destra amputata a Saragozza e sepolta nel cimitero dell’ospedale della città. Nella notte del 29 marzo 1640, a Miguel ricrebbe la gamba, nel sonno. C’è anche la cicatrice dell’amputazione, quattro dita sotto il ginocchio.

il Fatto Quotidiano 7 aprile 2014

2.4.19

Cadere come una pera (Paola Mastrocola)


Ci son cascata come una pera. Mi piace quest’espressione, mi piace l’immagine della pera matura che cade. Lo dico così spesso che non so quante pere ho visto cadere, nel parlare della mia vita.
Però anche le pesche cadono.
E cadono anche le mele, le prugne, le nespole e, ancor più classicamente, le foglie.
Allora perché non diciamo mai: ci sono cascata come una pesca? Perché nel nostro linguaggio, nell’uso comune, nella tradizione dell’espressività popolare, cadono sempre soltanto pere? In questo inizio d’anno politicamente ed economicamente tormentato, dove intellettuali, giornalisti, scienziati, scrittori, attori e studiosi si dedicano a capire perché il Pil non cresce, perché la disoccupazione sale, se usciremo dall’euro e quanto siamo fascisti, io tenterei di dare una risposta al problema delle pere: diciamo così perché un tempo nelle campagne i peri erano gli alberi maggioritari, cioè i contadini piantavano in prevalenza peri? o perché ai contadini piace il formaggio con le pere, dunque in qualche modo è il loro frutto preferito, anche nel linguaggio? o perché le pere, per qualche loro strana fragilità costituzionale, cadono di più rispetto agli altri frutti?
Mi sono rivolta a un mio amico, uno studioso molto serio, il quale dopo averci pensato un po’ ha risposto: perché le pere cadono in piedi. Gli ho chiesto di spiegarsi meglio. Ha detto che la conformazione fisica della pera, il peso maggiore della sua parte posteriore, fa sì che cada in verticale, si appoggi col sedere a terra, per dirla in modo visivamente efficace. Effettivamente la pera cadendo non rotola, o rotola meno. Soprattutto non cade mai a testa in giù (ammesso che la testa sia dove spunta il picciuolo). Quindi è la più adatta ad esprimere l’analogia con l’essere umano che cade, anche lui solitamente di sedere. Poi l’amico scienziato s’è perso in un vortice di similitudini, tra le quali: “Sai, in fondo potremmo dire che la pera è come il gatto, cade sempre giusto”.
E qui mi si è disegnato in mente un gatto che cade da un’altezza considerevole e riesce ad atterrare molleggiando sulle quattro zampe. E riprende a camminare come nulla fosse, con passo elegante, ovviamente felpato.

Il Sole 24 ore, 24 febbraio 2019

28.3.19

Ambaradam (Francesco M. Cataluccio)



In Etiopia, a sud di Macallè e 700 chilometri a nord di Addis Abeba, nella zona del Debra Behan, c e un massiccio montuoso chiamato Amba Aradam, (da «amba», rilievo montuoso) dove, dal 10 al 19 febbraio del 1936, le truppe degli invasori italiani, comandate dal maresciallo Pietro Badoglio, combatterono una cruenta battaglia contro gli etiopi guidati dal ras Mulugeta Yeggazu.
L’aviazione italiana, che aveva il dominio incontrastato del cielo, utilizzò su larga scala il gas iprite irrorandolo a bassa quota, con la precisa finalità di terrorizzare sia i soldati che la popolazione civile e piegarne ogni resistenza, mentre le truppe italiane a terra lanciavano con l’artiglieria proiettili al fosgene e arsina.
Ma il soldato-giornalista Indro Montanelli, non vide e non volle vedere nulla, e negò per tutta la vita quei crimini italiani. Eppure, già a partire dal 22 dicembre 1935, l’esercito italiano usava le armi chimiche, contravvenendo al Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925 (sottoscritto anche dall’Italia).
Nel luglio del 1936 il deposto imperatore Hailé Selassié aveva denunciato, all’assemblea della Società delle Nazioni, che: «Mai, sinora, vi era stato l’esempio di un governo che procedesse allo sterminio di un popolo usando mezzi barbari, violando le più solenni promesse fatte a tutti i popoli della Terra, che non si debba usare contro esseri umani la terribile arma dei gas venefici».
Durante la battaglia di Amba Aradam le truppe italiane erano alleate con alcune tribù locali ma, a seconda delle trattative in corso, alcune di queste si schieravano a loro volta con il nemico, per poi riaffiancare i soldati italiani.
Al loro ritorno in patria, i soldati «italiani brava gente», di fronte a una situazione disordinata e caotica, cominciarono a definirla «come ad Amba Aradam»: «è un’Amba Aradam». Nell’uso, le due parole si sono fuse in una sola, col cambio della lettera finale, diventando Ambaradan.
Tre anni dopo, tra il 9 e 1’11 aprile 1939, una carovana di partigiani guidati da Abebé Aregai, leader del Movimento di Liberazione Etiope, fu individuata dall’aviazione italiana e si rifugiò nella grotta di Amezegna Washa (Antro dei Ribelli) del monte Amba Aradam. La carovana era composta da membri della resistenza, ma anche dai loro parenti, che garantivano la cura dei feriti, oltre che da donne, vecchi e bambini. Il plotone chimico della divisione Granatieri di Savoia attaccò i partigiani di Aregai, usando bombe a gas d’arsina e iprite. Solo quindici persone riuscirono a scappare dalla grotta. Morì la maggior parte di coloro che vi si erano rifugiati. Ottocento persone arresesi all’alba dell’11 aprile vennero subito fucilate. Coloro che all’interno della grotta continuarono la resistenza furono uccisi con i lanciafiamme. Le estese ramificazioni della grotta resero pero molto difficile esplorai la pei stanare i membri della resistenza che ancora vi si rifugiavano. Il comando militare italiano diede quindi l’ordine di ostruirne l’imboccatura.
In quella grotta di una montagna ormai dimenticata è sepolta la nostra buona e confusa coscienza nazionale, ricordata oltre che a Roma, anche a Genova, Lainate e Mestre, dove ancora esistono strade che si chiamano via Amba Aradam.

da L'ambaradan delle quisquilie, Sellerio 2012 

11.2.19

Il paradiso (Eduardo Galeano)

Eduardo Galeano, Montevideo, 1940 – 2015
Se ci comportiamo bene - è una promessa - saremo tutti uguali, senza distinzioni di razza, colore, sesso, idioma, religione né di opinione. Tutti vedremo le stesse immagini e ascolteremo gli stessi suoni e vestiremo gli stessi vestiti e mangeremo lo stesso pasto e saremo soli con la stessa solitudine dentro case uguali in quartieri uguali di città uguali dove respireremo la stessa spazzatura e saremo condotti sulle stesse automobili e programmati per gli stessi computer, in un mondo che sarà meraviglioso per tutto quello che non ha né piedi né ali né radici.

da Occhiate, "il manifesto", 11/11/1993

Lo sviluppo (Eduardo Galeano)


Il ponte senza fiume.
La lucidatrice elettrica in un appartamento a piano terra.
Alte facciate di edifici senza nulla dietro.
Il giardiniere che taglia l'erba di plastica.
L'autostrada che non permette di conoscere ciò che l'autostrada ha annichilito.
Lo schermo della televisione che ci mostra un televisore, dentro il quale c'è un altro televisore.

da Occhiate in "il manifesto", 11 novembre 1993

1.12.18

Parole. Strategia (Bruno Bongiovanni)

L'allenatore del Napoli Carlo Ancelotti. Non pochi lo chiamano "stratega"

Strategia, s. f. È un termine dal significato originario militare, significato che, pur diversificandosi nel tempo, ha continuato a sussistere e perdura. Deriva dal greco strategós, figura che si identifica, nell'antica Atene, con ciascuno dei dieci membri della speciale magistratura istituita da Clistene, alla fine del VI secolo, con funzioni di comando, e di conduzione, nell’esercito stratós (parola primigenia) - o nella flotta. Se lo strategós è dunque un comandante appunto militare (nell’esercito macedone è alla testa di una falange), la strategia diventa un complesso di tecniche e di azioni che coordinano, a partire da approfondite indagini, e con finalità offensive o difensive, lo svolgimento di una campagna bellica, prestando attenzione, più che alle armi o all’addestramento dei soldati (compito di esperti specialisti o di militari abilitati), alle condizioni degli avversari, alla natura del terreno o del mare su cui si deve combattere, al clima e alla sua influenza, alla durata temporale che è prevista per la battaglia imminente.
In francese il termine (stratégie) compare nel 1562 e nello stesso anno viene tradotto in inglese (strategy), lingua in cui ricompare più volte, soprattutto a partire dal 1688, mentre in francese, come anche in italiano, la diffusione si ha soprattutto a partire dall’inizio del XIX secolo. Tra gli autori italiani si rintraccia in Muratori, e poi in Manzoni, Cattaneo, D’Annunzio, Fenoglio, ma in Gramsci, nei Quaderni, là dove si affronta la prospettiva di Gioberti (la personalità più citata nei Quaderni), la strategia diventa l’insieme di pratiche civili realizzate per conseguire uno o più obiettivi politici e istituzionali. La stessa cosa accade anche in altre lingue. In inglese con Macaulay e Carlyle. In francese con Hugo e con Valéry, sino a Gide, che ne amplifica gli ambiti e individua una strategia amorosa, una strategia elettorale, una strategia morale. La strategia diventa così, al di là della condotta militare, l’individuazione del modo più adeguato di agire e di comportarsi per conseguire obiettivi specifici anche in politica, in economia, nella società, nella vita privata, nel mondo mediatico della comunicazione e della pubblicità. Investe funzionari impegnati in mansioni amministrative o giudiziarie, ma anche tecniche retoriche ed espedienti letterari. Tutti, infine, anche gli individui comuni, con semplici finalità interne alla vita quotidiana e familiare, possono essere soggetti che attivano una qualsivoglia strategia, termine che può rientrare quindi nello stesso lessico della psicologia comportamentistica e che può avere a che fare con i convincimenti, sempre cangianti, dell’opinione pubblica.
Gli studi strategici, a ogni buon conto, restano quelli che affrontano le guerre e le paci, gli equilibri e gli squilibri delle politiche di potenza, l’uso e l’abuso di armi deterrenti, i rapporti internazionali collegati ai mezzi che implicano l’impiego della forza. Strategie sono state, ai tempi di Truman prima, e di Eisenhower dopo, il containment e il roll back, politiche atte a frenare e a fare arretrare l’Urss e lo stesso comunismo internazionale. Già Clausewitz, d’altra parte, aveva sostenuto (Vom Kriege, 1832) che anche la minaccia della guerra, e non solo la guerra combattuta, aveva una fondamentale, e decisiva, valenza strategica. Tattica, diplomazia, forza militare e geopolitica si sono insomma intrecciate. Ma vi è da ultimo stata anche la strategia della tensione, espressione apparsa per la prima volta il 12 dicembre 1969 in un articolo dell’“Observer”. Si manifestò in Italia, con intensità, tra attentati, tentativi di golpe e terrorismi, dal 1969 al 1984. Ma la si può far risalire alla strage del 1947 a Portella della Ginestra.

Dalla rubrica Babele. Osservatorio sulla proliferazione semantica in “L'Indice”, aprile 2013

Asterischi e asterismi (Giuseppe Antonelli)



«Sono un pescatore di asterischi», cantava qualche anno fa Samuele Bersani, alla ricerca «del senso gravitazionale che non c’è». Solo che a pescare asterischi in Rete oggi si rischia di prendere parecchi granchi. E di trovarsi alle prese con sensi doppi o proibiti. «C***o!». La parolaccia c’è, ma non si dovrebbe vedere. In inglese la chiamano «bowdlerizzazione» dal nome di Thomas Bowdler: un medico che ai primi dell’Ottocento pubblicò una versione «espurgata» di Shakespeare. Da noi qualcosa del genere era successo già a fine Cinquecento con le «rassettature» che intendevano rendere meno boccaccesco il Decameron di Boccaccio.
Nel frattempo, per camuffare le parolacce, il fumetto ha inventato i cosiddetti obscenicon. Dapprima stelline, teschi, spirali, fulmini e altri disegnini alternati a grandi punti esclamativi. Poi sequenze casuali di caratteri presi soprattutto dalla fila più alta della tastiera (!”$%&) o attinti tra i più iconici (@#*). Oggi le sequenze di asterischi-che-nascondono (ma nascondono poi davvero?) sono tornate a dilagare, un po’ ipocritamente, nella scrittura social. Un tempo si chiamavano asterismi, come le costellazioni. Perché gli asterischi sono figli delle stelle: nella forma e nel nome, che deriva dal diminutivo greco di astér «astro». E ora eccoli a fare da foglia di fico per le parolacce. Dalle stelle alle stalle. Dall’Innominato dei Promessi sposi, che viveva nel «castello di ***», alle innominabili imprecazioni della volgare eloquenza telematica.
Un asterisco per ogni lettera omessa, un po’ come fanno i filologi per le parole illeggibili di un testo. (Cinque, ad esempio, per «vaffa»: parola a cinque stelle…). Ma per i filologi l’asterisco ha anche altri significati. Messo prima di una base etimologica, indica che quella parola è in realtà un’ipotesi non documentata: come *brabus, che avrebbe portato dal latino barbarus all’italiano bravo. Prima di una frase o di una parola indica che quelle forme sono a-grammaticali, come in italiano *io avere o *libru. A-grammaticali come – verrebbe da dire, a proposito di asterischi – quei «car* tutt*» o «gentil* signor*» che campeggiano a volte nelle intestazioni di messaggi rivolti a più persone. Con il lodevole intento di evitare discriminazioni di genere, ma con l’involontario risultato di discriminare la lingua italiana.

“La Lettura – Corrire della sera”, 25 novembre 2018

26.11.18

Parole di luogo: "Finestra". Quei trasparenti inganni (Alfonso M. Iacono)


Dalla serie Parola di luogo, pubblicata dal “manifesto” nell'estate del 1989, riprendo la voce FINESTRA, curata da Alfonso Maurizio Iacono, un filosofo agrigentino che insegna all'Università di Pisa, che ha tra le direzioni di ricerca – ormai da molti anni – il tema della visione e dell'illusione nel pensiero dell'Occidente. Iacono, che ha un approccio epistemologico ed interdisciplinare ai problemi filosofici, già nel 1987 aveva pubblicato L'evento e l'osservatore e dopo l'89 tornerà più volte sul tema della “finestra”. (S.L.L.)

René Magritte, La condizione umana

Che differenza c’è fra lo strano e il meraviglioso? E che rapporto hanno entrambi con la finestra? Nella Casa deserta, Hoffmann ci dice che «nella vita i fenomeni reali sono spesso più meravigliosi di tutto ciò che la fantasia più sbrigliata cerca d'inventare» (cito dalla traduzione di Ervino Pocar, in Hoffmann, L’uomo della sabbia, Bur, Milano 1983. Lo scritto fa parte dei Notturni). Apparentemente, qui Hoffmann sembra riprendere un tema antico, che la filosofia moderna aveva ravvivato sulla scia degli sviluppi della conoscenza scientifica. Il tema antico era già in Platone e in Aristotele, i quali ci dicono che la filosofia deriva dalla meraviglia. Essa si caratterizza, secondo Aristotele, per l’osservazione dei fenomeni della natura. È la loro regolarità che suscita meraviglia e ci impone delle domande sui moti degli astri e sul perché dell'universo ordinato.
Il termine greco, che indica meraviglia o ammirazione, deriva da «vedere». E la vista, per Aristotele, è il senso più sofisticato, più adatto alla conoscenza. La meraviglia comporta partecipazione conoscitiva al fenomeno, ma con distacco, come è proprio del vedere che coglie l’oggetto a distanza. Nel pensiero moderno, per esempio in Fontenelle, è assai forte la distinzione tra «falso meraviglioso» e «vero meraviglioso». Anche questa, in fondo, è una distinzione antica, che si riscontra, per esempio, già negli storici greci e va a incrociarsi con la separazione fra mito (storia falsa) e storia (storia vera) (cfr. E. Gabba, True History and False History in Classical Antiquity, in “The Journal of Roman Studies”, 1981). Per Fontenelle il «vero meraviglioso» è quello della natura e dei suoi fenomeni, che si contrappone al «falso meraviglioso» delle favole e delle credenze superstiziose.
La conoscenza «vera», cioè scientifica, della natura desta più meraviglia delle conoscenze «false». Si può ammirare la regolarità dei fenomeni naturali, una volta che i prodigi siano stati spiegati e piegati al controllo conoscitivo della scienza. Attraverso la meraviglia, o meglio, attraverso il «vero meraviglioso», la conoscenza scientifica si impossessa anche del godimento estetico che producono i fenomeni reali. Il meraviglioso dissolve così lo strano, l’irregolare e il pauroso.
Ma in Hoffmann non è più così. Lo strano e il meraviglioso acquistano un nuovo rapporto di vicinanza e di ambiguità. E i mezzi artificiali con cui la vista poteva amplificare il proprio potere per il godimento del «vero meraviglioso» - le lenti, il cannocchiale, lo specchio - diventano, o tornano a essere, gli strumenti del ritorno all’ambiguità fra lo strano e il meraviglioso. In alcuni casi ciò avviene attraverso le finestre, poiché quel «guardare attraverso», che queste consentono, marca la zona d’ombra fra il possedere-a-distanza, che la vista assicura, e l’illusorietà o precarietà di un simile possesso. Tra le maglie del meraviglioso torna a insinuarsi lo strano.

Nell’Uomo della sabbia Hoffmann ci descrive Nataniele che scorge per la prima volta Olimpia attraverso una finestra. Tutta la scena è significativa al riguardo. L'inquietante Coppola entra nella stanza di Nataniele e cerca di vendergli degli occhiali che chiama occhi. Al rifiuto atterrito di Nataniele. Coppola fa sparire gli occhiali e tira fuori dei cannocchiali. Il terrore di Nataniele di fronte a Coppola dipende dal fatto che quest’ultimo assomigliava a Coppelius, l’amico del padre, l’«uomo della sabbia» di cui aveva saputo da piccolo, che rubava gli occhi ai bambini per portarli sulla luna.
Ma, «scomparsi gli occhiali, Nataniele ritrovò la sua calma e pensando a Clara capì che tutto l’incantesimo era nato dalla sua mente e che Coppola era certamente un onesto ottico e meccanico, non già il sosia maledetto di Coppelius. Oltre a ciò i cannocchiali che Coppola aveva messo sulla tavola non avevano niente di straordinario o di incantato come gli occhiali; sicché per aggiustare le cose Nataniele pensò di acquistare realmente un cannocchiale».
Apparentemente dunque Nataniele riporta la situazione su un piano di razionalità e di ragionevolezza. Coppola è un ottico e meccanico e un cannocchiale è un cannocchiale. Tuttavia è attraverso questo strumento che Nataniele entrerà nella storia di Olimpia, l’automa con sembianze di donna. «Ne prese un piccolo, tascabile, molto elegante, - continua a narrarci Hoffmann - e per provarlo guardò dalla finestra. Non gli era mai capitato di avere un cannocchiale che avvicinasse gli oggetti con tanta chiarezza e precisione.
Il cannocchiale, che amplifica il potere della vista e dunque del possesso a distanza, che ha permesso di scrutare il meraviglioso delle stelle, dei pianeti e dei satelliti, che ha aiutato la chiarezza e la precisione scientifica, qui diventa, al contrario, strumento di uno scambio inquietante. Olimpia, l’automa, diventa per Nataniele, che guarda dalla finestra un volto meraviglioso di donna. In Hoffmann, non è più l’automa a mostrarsi come una meraviglia della natura artificiale, che imita i movimenti e sembianze di una natura vivente. Tutt’al contrario, per Natamele la meraviglia deriva da una tragica confusione, cioè proprio dal fatto che egli non si accorge della natura morta dell’automa e la scambia per una natura vivente. La natura meccanica, che imita la natura vivente desta non meraviglia, bensì orrore. Nataniele prova meraviglia alla vista di Olimpia solo in quanto non si accorge della realtà.
Il cannocchiale, usato attraverso una finestra, contribuisce a tale scambio e a tale confusione. «Involontariamente guardò nella stanza di Spallanzani: come al solito Olimpia era seduta davanti al tavolino sul quale appoggiava le braccia e le mani giunte. Soltanto ora Nataniele ride il viso meraviglioso di Olimpia. Solamente gli occhi gli parvero stranamente fissi e morti. Ma aguzzando lo sguardo attraverso il cannocchiale gli parve che quegli occhi si illuminassero di umidi raggi di luna. Pareva che solo in quel momento vi si accendesse la forza visiva; e gli sguardi fiammeggiavano sempre più vivi».
Quanto più Nataniele, dunque, aguzza lo sguardo attraverso il cannonchiale, tanto più si immerge nella confusione. Quel che per lui è meraviglioso, per il lettore si mostra già come strano. Gli occhi di Olimpia sono stranamente fissi e morti. Essi si vivificano, allo sguardo di Nataniele, grazie alla luce dei raggi di quella luna, dove Coppelius usava portare gli occhi che rubava ai bambini.
Quel che Nataniele vede dalla finestra non sembra rientrare nelle distinzioni che Roger Caillois e Tzvetan Todorov hanno voluto fare fra strano e meraviglioso nella letteratura fantastica. In Hoffmann proprio la continua tensione fra strano e meraviglioso sembra produrre l’effetto narrativo.

D'altra parte Hoffmann stesso, ne La casa deserta, ci dice del rapporto fra lo strano e il meraviglioso. Nel dialogo iniziale fra amici, che precede il racconto, Teodoro osserva che si chiamano strane tutte le manifestazioni della conoscenza e del desiderio che non si possono giustificare con argomenti razionali, mentre è meraviglioso ciò che appare impossibile, incomprensibile, «ciò che sembra superare le forze della natura o, aggiungo io, pare contrasti col suo solito andamento. Ne dedurrai che a proposito della mia pretesa facoltà profetica hai scambiato poc’anzi lo strano col meraviglioso. Certo è però che l’apparentemente strano scaturisce dal meraviglioso e che talvolta non vediamo il tronco meraviglioso dal quale rampollano i ramoscelli strani con foglie e fiori». E, aggiunge Teodoro, l'avventura che racconterà sarà una mescolanza di strano e di meraviglioso.
Secondo Roger Caillois, è il fiabesco che appartiene al meraviglioso, come un universo parallelo al reale, che non lo sconvolge, né lo distrugge. Il fantastico, invece, è l’irrompere di qualcosa che provoca una rottura nella coerenza dell’universo. Esso appartiene allo strano e al pauroso. Ma, in Hoffmann, lo strano sembra irrompere direttamente nel meraviglioso e il meraviglioso nello strano. I livelli della realtà narrativa sono molteplici. Vi sono universi paralleli che si toccano e confliggono in alcuni punti. Spesso, almeno due storie si incontrano nel racconto.
Ne La casa deserta sarà ancora attraverso una finestra che lo strano e il meraviglioso si incroceranno. Questa volta però la scena è rovesciata. Teodoro, guardando la casa deserta, scorge dapprima una mano e un braccio che sporgono da una finestra in alto. Nataniele guardava attraverso la finestra dall’interno della sua stanza; Teodoro guarda attraverso la finestra dall’esterno della casa. Ed egli, la prima volta, usa un binocolo.
Le finestre rappresentano quella distanza del possedere che è caratteristica della conoscenza visiva. Una distanza che è segnata dalla separazione fra l’oggetto osservato e il soggetto osservatore. Le finestre rappresentano l’ambiguità di questo tipo di possesso: la separazione offre anche l’illusione di un possesso della verità, che invece risulta poi diversa da quel che appare.
Ne La casa deserta vi sono due tipi di animali, che Hoffmann fa evocare a due dei suoi personaggi: i pipistrelli e le talpe. E il racconto termina con il saluto di Francesco, che apostrofa Teodoro con questa battuta: «Buona notte, pipistrello di Spallanzani». I pipistrelli e le talpe non hanno nella vista lo strumento del conoscere. Ed è proprio per questo che gli uomini dotati della facoltà di vedere il meraviglioso sono paragonati ai pipistrelli. Questi, pur senza vista, hanno un sesto senso, dice Francesco, che è superiore a tutti gli altri sensi messi insieme. Chi ha la vista e guarda dalla finestra, con binocolo o cannocchiale, può essere ingannato proprio da quella tranquilla sicurezza che dà il conoscere a distanza della vista.
La distanza, e la separazione segnalata dalla finestra, del soggetto osservatore dall’oggetto osservato non sempre assicura quel tipo di conoscenza fredda, come è freddo l’occhio, che ci dice che quel che si vede appartiene all’oggetto e alle sue qualità. La finestra rappresenta l’illusione del non coinvolgimento del soggetto osservatore di fronte a ciò che osserva, ma che non tocca con mano. È l’inganno di una conoscenza che pretende di conoscere senza azione. Hoffmann vuole disvelare quella illusione e quest’inganno, ed è perciò che strano e meraviglioso coinvolgono l’osservatore a cui non basta certo una finestra per proteggersi dal coinvolgimento in questo gioco. Al contrario, è proprio il vedere a distanza, nella separazione che la finestra crea tra l’osservatore e la cosa osservata, che esplodono tutte le ambiguità del reale, dello strano e del meraviglioso, tra ciò che la mente costruisce e ciò che la realtà impone.
In pittura, saranno le finestre di René Magritte a mettere in discussione quel confine tra soggetto e oggetto che Leon Battista Alberti aveva segnato, definendo la rappresentazione pittorica una finestra sulla realtà.

il manifesto, 23 agosto 1989

23.11.18

CACARI LI PIRA - FARI GRACIOPPA . Dalle campagne due modi di dire del mio paese (S.L.L.)

Campobello di Licata (Ag) - Mandorli in contrada Musta

C'è un detto al mio paese, cacari li pira”, (“cagare le pere”) che ha il significato metaforico di “pagare fino in fondo un debito”, pecuniario o morale che sia o, più in generale, di “espiare una colpa”. Alla sua origine è la storiella di un contadino che sorprende un ladruncolo a raccogliere l'ultima pera di un suo albero di cui ha già mangiato tutti i frutti. Il contadino lo acchiappa, ma non può ottenere un risarcimento, data l'indigenza del ghiottone; non intende tuttavia lasciarlo libero e impunito, piuttosto gli intima di restare sul posto: prima di andarsene dovrà, appunto, “cacari li pira”.
Di furtarelli rurali, non di rado originati dalla fame, un tempo era ricca l'aneddotica locale, come non mancavano immagini di grandi o medi proprietari (burgisi) ringhiosi, attaccatissimi alla "roba", capaci di prendere a fucilate un poveretto per il furto di una pesca. Di questo archetipo nei paesi non mancavano le incarnazioni presenti, i cui atti e motti diventavano spesso oggetto di barzelletta. Ma neppure i più avari, i più gelosi della proprietà osavano sottrarsi ad alcune consuetudini dettate da umana solidarietà e cristiana carità. Per esempio, a conclusione del raccolto, si permetteva ai membri delle famiglie più povere di raccogliere ciò che era rimasto nel campo, “spigolatura” che non riguardava solo i campi coltivati a grano, ma investiva i terreni alberati, i mandorleti soprattutto. 
Al mio paese questa attività di recupero si chiamava gracioppa e graciuppari erano chiamati quelli che la praticavano, uomini, ragazzi, ragazze, più raramente donne fatte.
Non mancava però chi approfittava di questa consuetudine e visitava i mandorleti incustoditi prima della loro bacchiatura (metonimicamente, si usava e si usa il verbo scutulari o anche schitulari, bacchiare, per indicare tutta l'attività di raccolta), alleggerendo gli alberi del loro carico. Fari gracioppa 'nni lu carricatu si diceva e l'espressione si usava anche metaforicamente per indicare chi sfruttava a proprio comodo l'altrui disponibilità e benevolenza. Il modo di dire faceva il paio con l'altro pigliarisi la manu cu tuttu lu vrazzu (o grazzu), detto di chi approfittava della mano di aiuto offertagli, con una piccola differenza di significato: la gracioppa sui mandorli carichi sottolineava l'improntitudine, la presa del braccio insieme alla mano l'ingratitudine.

17.11.18

"Ministrare". Ovvero i piaceri della minestra (Maria Rosario Lazzati)



Minestra deriva dal latino ministrare, ovvero “servire, porgere”, perché veniva distribuita ai commensali da un domestico o da un membro autorevole della famiglia. Forse la somministrazione più suggestiva della letteratura italiana è quella del principe di Salina: “Quando egli entrò in sala da pranzo tutti erano già riuniti... davanti al suo posto, fiancheggiati da una colonna di piatti, si slargavano i fianchi argentei dell’enorme zuppiera col coperchio sormontato dal Gattopardo danzante... il Principe scodellava lui stesso la minestra, fatica grata, simbolo delle mansioni altrici del pater familias... nei piatti superstiti delle stragi compiute dagli sguatteri... [che] provenivano da servizi disparati”.
La parola descrive la pietanza insieme al gesto con cui veniva servita dalla zuppiera o dalla pentola: la minestra è etimologicamente inseparabile dal suo contenitore e accomuna ricchi e poveri perché tutti la servono e la mangiano nello stesso modo, con mestolo e cucchiaio, o la sorbiscono. Variano solo i materiali e le forme degli utensili.
Distrugge la minestra ed è un’imposizione sterile farla trovare, per comodità o per seguire la moda del momento, già servita nel piatto. Si privano i commensali di tre piaceri: assistere alla ministratio, servirsi o essere serviti coralmente e, soprattutto, scegliere la quantità e la consistenza desiderata.
Servirsi della minestra offre ai più piccoli una libertà inimmaginabile, l’anticipazione - osservare i gesti degli altri che si servono - è quasi un assaporare. La scelta, prima ancora di metterla in atto, è esaltante: una mestolata liquida o spessa? Piena o scarsa? Cercare le verdure del fondo o accontentarsi di quello che è in superficie? Recuperare sapientemente con il mestolo solo i pezzi di carota e la pasta? La minestra si gusta tutta, fino all’ultimo cucchiaio, con un rito preciso. Raccoglierla nel piatto è un gesto leggero che occupa entrambe le mani. A casa nostra, inclinavamo la fondina verso l’interno: era il modo più pratico per non sbrodolarsi; ma in pranzi più formali si vedono commensali inclinare il piatto verso destra o anche verso il centro della tavola. Non è un vezzo, né una raffinatezza. E un modo di evitare il rumore sgradevole delle succhiate: allungare il viaggio del cucchiaio verso la bocca rende impossibile alla testa di calarsi nel piatto e succhiare con avidità le ultime cucchiaiate.

In Simonetta Agnello Hornby, Maria Rosario Lazzati, La cucina del buon gusto, Feltrinelli 2012

11.10.18

Desinenze in a. Tutta bona (e binidittu)

Campobello di Licata 1928 - La banda. Foto di Fausto Vella (particolare)

In paesi anche non lontani dal mio, Campobello di Licata, Tuttu bonu e binidittu è formula che esterna una lode al Signore, da usare quando si apprende una buona notizia o si vuol condividere la gioia di persone care. Ma il detto può anche esprimere rassegnazione di fronte a tutto ciò che accade o potrebbe accadere: si accetta la volontà di Dio, anche in contrasto con i nostri desideri e le nostre speranze, nella convinzione che - alla fine – ogni evento contribuisce a realizzare un disegno provvidenziale.
A Campobello l'espressione è adoperata solo in questo secondo significato, con un velo di ironia e quasi sempre per questioni di poco momento: per esempio quando un cliente paga praticandosi un piccolo sconto, o quando a cena si trova solo pane e formaggio, o quando a malincuore si accetta di fare qualcosa di arrischiato. Per di più l'espressione ha subìto una trasformazione, una sorta di femminilizzazione: è diventata Tutta bona e binidittu o anche Tutta bona binidittu e Tutta bona a binidittu. Nel detto deformato le parole in sé non hanno molto senso ed è solo il contesto a renderle significative: questo spiega le diverse varianti pur in un ambiente ristretto, ma sul genere femminile le desinenze in a non lasciano equivoci.
Resta da interrogarsi sull'origine di quella trasformazione, ove il “tutta bona” sembrerebbe alludere all'avvenenza di una donna. Congetturo una genesi burlesca, uno stravolgimento comico. Immagino un Benedetto che, in una osteria o in una casa di piacere, reclama per sé una partner in ogni parte piacente e immagino un successo, un diffondersi rapido della battutaccia che carnevalescamente mescola sacro e profano. Il tempo provvede a una progressiva sostituzione della forma primitiva con quella alterata, che tuttavia conserva qualcosa della sua origine scherzosa: non ringraziamento a Dio, ma ironica manifestazione di un rammarico. (S.L.L.)

6.10.18

Malintesi (Vitaliano Brancati)

Il Giardino Bellini in una cartolina degli anni Trenta
E non sono tutte le nostre gioie basate su dei malintesi e su degli errori? La bellezza di questo paesaggio, che degrada verso il lido, è fondata sopra un errore ottico, che mi fa vedere le cose lontane più piccole, mentre, in verità, esse non lo sono. La donna, questo divino argomento, è un malinteso. Noi non abbiamo mai potuto giudicarla serenamente. Nessuno, neppure il misogino più accanito, l'ha contemplata con serenità scientifica. Lo sguardo, il tatto, l'olfatto , l'udito, che sono i mezzi dell'esperienza o i tentacoli del pensiero, sono stati sempre alterati dalla sensualità, nell'attimo in cui ella passava dinanzi all'uomo...
da Trampolini si imbatte in una donna alle soglie del giardino Bellini 
in Tutti i racconti, Mondadori, 2012 

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