30.9.15

Voci dal Baltico. Due poetesse estoni (Walter Cremonte)

Kersti Merilaas
Mailis Pòld è una giovane signora che viene dall’Estonia, ma da parecchi anni perugina a tutti gli effetti. Pianista, scrittrice, traduttrice, ha tradotto e traduce nella sua lingua madre alcuni dei nostri scrittori contemporanei, tra i quali – pare molto amato in Estonia – Umberto Eco. Insomma, dà un contributo rilevante a uno scambio culturale per molti versi nuovo e ricco di prospettiva. Ora però il suo contributo è piuttosto rivolto a noi, per nostra fortuna, avendo promosso la conoscenza in Italia di due poetesse estoni contemporanee molto interessanti, che ora – grazie a lei – appartengono alle nostre letture con una sorta di familiarità direi perfino affettuosa. Grazie a lei, naturalmente, in primo luogo, che le ha tradotte con grande maestria e sensibilità; ma anche grazie a un piccolo, coraggioso editore di poesia (LietoColle) ben deciso a sfidare le ragioni del mercato con una scelta certo non facile. Per LietoColle sono infatti usciti di Mari Vallisoo Parlano e volano, una raccolta di poesie scelte (2012), e poi nel Quadernario 2015, a cura di Maurizio Cucchi, nuovi testi ancora inediti nella nostra lingua (con un saggio molto importante di Mailis Pòld). E, sempre per LietoColle, è appena uscito, nel luglio di quest’anno, Fidati dei tuoi occhi (titolo bellissimo), con poesie scelte di Kersti Merilaas.
Ciò che più colpisce nella poesia di Mari Vallisoo è quello che Paolo Ottaviani nella Prefazione al libro ha ben sintetizzato come “l’indeterminatezza tra il quotidiano e l’eterno”, il “far coesistere (…) i gesti più consueti del vivere quotidiano e gli improvvisi squarci d’assoluto”, come se ogni cosa svelasse – come dice la poetessa – una “linea inquieta” tra la morte e la vita. E l’inquietudine è dietro ogni cosa, ogni cosa – anche la più familiare – è motivo d’angoscia: “Sul vialone / un bambino smarrito continua a chiamare”, in quella che appare – come ha colto ottimamente Lo Leggio in queste stesse pagine – “una suspense prolungata che accentua il senso di mistero”. Dove il mistero è la vicinanza della morte o meglio il modo in cui la morte rivela la sua vicinanza. E si può dire che i nuovi testi apparsi ora nel Quadernario segnalano un forte approfondimento e anche una radicalizzazione di quella che la Pòld indica esattamente come “sensazione della vicinanza della morte” da cui nasce la poesia. La poesia di Mari Vallisoo incantatrice e sfuggente, troncata così presto da un banale e crudele incidente stradale.
Altra voce davvero grande è quella di Kersti Merilaas, forse più “letterata” e più vicina a parametri a noi noti (la Vallisoo, interrogata sulle sue preferenze letterarie, aveva risposto: “Mi interessa piuttosto la fisica quantistica”). La Merilaas ha anche tradotto Brecht (oltre che Goethe) in estone, come da noi Fortini, e ce ne accorgiamo fin dalla prima poesia qui proposta: “Fidati dei tuoi occhi. Osserva, confronta e studia / (…) / L’ansia si chiama ansia, il nome del dolore è dolore / ora e sempre… / Tutto è così come lo vedi. / Onesto sei tu, mio amico, mai potresti gustare /il pane amaro e bagnato dalle lacrime dei compagni. / Perché allora pensi che con il falso si difende la verità / e con il crimine si combatte per la giustizia?”

Le poesie delle due autrici estoni sono tradotte benissimo: questo, si potrebbe obiettare, è un giudizio azzardato, risultando impossibile (per noi) ogni verifica sul testo originale a fronte, attraente e respingente come ogni mistero. Ma non così azzardato, se accettiamo il fatto che anche la traduzione poetica è a sua volta poesia, con la sua (relativa) autonomia e la sua intrinseca bellezza. E così ci appare la traduzione di Mailis Pòld, che ci ha fatto il dono di farci conoscere due magnifiche poetesse, da segnalare con certezza a chi ama la poesia e sente il desiderio, anzi la necessità di allargare il proprio orizzonte.

micropolis, settembre 2015

Uno, due ... Una poesia di Toti Scialoja

Uno due tre quattro
passa un gatto quatto quatto.
Quattro tre due uno
era un gatto di nessuno.

da Amato topino caro, Bompiani, 1971

28.9.15

La poesia del lunedì. Federico Garçia Lorca

Canzone di cavaliere

Cordova,
Lontana e sola.

Cavallina nera, grande luna,
e olive nella mia bisaccia.
Pur conoscendo le strade
mai più arriverò a Cordova.

Nel piano, nel vento
cavallina nera, luna rossa.
La morte mi sta guardando
dalle torri di Cordova.

Ahi, che strada lunga!
Ahi, la mia brava cavalla!
Ahi, che la morte mi attende
prima di giungere a Cordova!

Cordova,
lontana e sola.


Da Poesie, Guanda, 1967 – Trad. Carlo Bo

Santa Libera 1946. I partigiani rossi contro Togliatti (Mario Baudino)

I partigiani che nel 1946 clamorosamente tornarono sulle montagne, come qui si racconta, nutrivano preoccupazioni fondate. I fascisti non solo furono amnistiati, ma tornarono ad esercitare importanti funzione nell'esercito, nella magistratura, nella polizia, nella burocrazia, mentre prima strisciante, poi sempre più esplicita e diretta, la repressione colpiva i partigiani. A tutti consiglio di leggere il libro di Frassinelli e Graziano, Un'odissea partigiana, pubblicato qualche mese fa da Feltrinelli. (S.L.L.)
Agosto 46 - Partigiani a Santa Libera. A sinistra in piedi Armando Valpreda

da ASTI
Fu la prima protesta ad alto impatto mediatico della neonata Repubblica, con un pugno di partigiani venuti da Asti ad asserragliarsi sulla rocca che domina Santo Stefano Belbo, l'assedio delle forze di polizia, i giornalisti che andavano e venivano, gli insorti che rilasciavano interviste, le esagerazioni del caso, come quando il comandante Giovanni Rocca, focoso combattente, disse che erano in duemila, moltiplicando per dieci il numero degli effettivi. Ma in quei giorni di 60 anni fa, tra il 20 e il 26 agosto, si rischiò davvero la guerra civile nel nome di Santa Libera, la frazione di Santo Stefano posta teatralmente in alto, sui vigneti e sul paese, dove i partigiani di Asti avevano di nuovo impugnato le armi contro l'amnistia firmata due mesi prima dal guardasigilli Palmiro Togliatti. Ed erano tutti, o quasi, comunisti con tessera.
Vennero presi terribilmente sul serio, come richiedeva la situazione. Con loro trattò il Pci, attraverso un mitico capo come Cino Moscatelli, e l'intero governo di unità nazionale, attraverso Pietro Nenni (De Gasperi era in Francia per la conferenza di pace). Non riuscirono certo a far cancellare l'amnistia che aveva posto fine a una pur blanda epurazione dei fascisti, ma ottenero, almeno in termini economici e ideali, qualcosa di significativo: vennero infatti stabiliti, per successivi decreti legge, i provvedimenti economici «minimi» per chi aveva fatto la Resistenza, dal riconoscimento del servizio reso come servizio militare alle pensioni per le vedove e gli orfani. È vero che parallelamente iniziò la riorganizzazione delle forze di polizia, da cui furono esclusi quasi tutti gli ex partigiani, soprattutto comunisti, insomma cominciò il ritorno all'ordine. Ma la breve epopea di Santa Libera rappresentò il punto di non ritorno in una deriva politica che avrebbe potuto avere esiti molto diversi, e spaventosi.
Quella storia è stata ricostruita da Laurana Lajolo, la figlia dello scrittore partigiano che su quella rocca salì con Raf Vallone per convincere i ribelli (e ci scappò pure una fucilata, forse l'unica della settimana, come ricorda nel suo diario). Il saggio, frutto di dieci anni di lavoro, si intitola semplicemente I ribelli di Santa Libera ed è uscito qualche anno fa per le edizioni del Gruppo Abele. È in pratica l'unica ricerca che esista in materia. Il che sembra curioso. «Forse perché nessuno aveva interesse a enfatizzare l'episodio, ragion per cui i documenti sono rimasti a lungo chiusi nei cassetti. E forse perché, col tempo, si è pensato a questa vicenda come a un piccolo fatto provinciale e lontano». Non fu così. Il dramma di Santa Libera è stato un crinale sottile su cui ha camminato, per qualche giorno o per qualche settimana, la storia dell'Italia moderna. I giovani partigiani che vi erano confluiti, sotto la guida di Armando Valpreda, erano solo la punta emergente di una profonda scontentezza nelle file di chi aveva fatto la Resistenza.
In quei giorni gli operai della Fiat tennero pronto un camion per raggiungere se necessario le Langhe, ci furono manifestazioni in Toscana, dal Sud arrivarono segnali di forte irrequietezza. La repubblica di Santa Libera non era un episodio come tanti altri, in un paese ancora sconvolto dallo strascico della guerra, dove molti non riuscivano a deporre le armi e si consumavano violenze e vendette personali o politiche. Era un segnale d'allarme. Come ricorda l'ultimo testimone, l'astigiano Giovanni Gerbi, partigiano a 15 anni e a 17 là, sul poggio, col suo comandante Armando, «per noi ricominciava la Resistenza. I partiti, Pci in testa, non erano d'accordo, ma tutte le associazioni partigiane aspettavano da mesi qualcosa del genere. Eravamo pronti». Ma a far che cosa? Domanda senza risposta. Armando Valpreda, la mente più lucida, stratega generoso e idealista, aveva intenzione di tornare in Langa, semplicemente, fino a che le richieste partigiane non fossero soddisfatte. In che modo, e come ci sarebbe potuto rimanere, non è chiaro.
Rimanere a Santa Libera, circondati e con una risonanza enorme, fu più la conseguenza del caso che una scelta. I partigiani erano andati sulle colline senza clamore, ma dato che il grosso del loro gruppo era composto da poliziotti di Asti, che si servirono di armi e mezzi direttamente in caserma, il questore dette subito l'allarme anche se non li fece inseguire, forse per mancanza di uomini, forse per saggezza. Così la notizia che «i partigiani sono tornati su» deflagrò, accendendo speranze, incutendo timori. Dal 20 al 26 agosto, si trattò ininterrottamente. Erano una miccia innescata, bisognava farli scendere senza che esplodesse un grande incendio. «A parte Nenni, che fu sempre con noi, tutti gli altri erano pronti a spararci addosso», ricorda Giovanni Gerbi. E non è detto che esageri. «Siamo tornati indietro perché tutti i mediatori, soprattutto quelli comunisti, usavano lo stesso argomento: ragazzi, qui finisce come in Grecia», cioè con una terribile guerra civile.
Alla fine, venne stilato un elenco di 12 richieste - da cui era sparito ogni riferimento all'amnistia - che il governo si impegnò a onorare. I partigiani tornarono ad Asti «per evitare una guerra civile che avrebbe fatto il gioco degli americani, degli occupanti», come scrisse Valpreda. E anche questa identificazione la dice lunga su quali fossero allora gli umori, quali fuochi covassero ancora. «Ci hanno convinto che pure l'amnistia era necessaria», sospira il partigiano Gerbi. Si consoli, sessantanni dopo ce n'è un'altra. Non proprio un'amnistia, un indulto. «Questa è roba da niente. Allora dalle carceri uscirono i fascisti che ci erano appena entrati. Guardi, per me Resistenza voleva dire libertà ed eguaglianza. Adesso è passato tempo tempo. Se ci penso, mi dispiace solo di essere stato preso in giro».


La Stampa, 26 agosto 2006

Capitali della Cultura. Perugia milionaria (Salvatore Lo Leggio)

Il concorso cui partecipano le città per diventare “capitali europee della cultura” assomiglia a miss Italia. Di step in step (perché non “gradino”?), cioè di scrematura in scrematura, il numero delle località pretendenti si va assottigliando tra un andirivieni di commissari che, spostandosi da un capo all'altro della nazione designata, prendono le misure alle città e ai loro progetti. E come nei concorsi di bellezza ci sono i titoli e i premi di consolazione. Così, tra le cinque città finaliste, una sola, Matera, ha la gloria d'essere “capitale europea della cultura 2019” e la gioia di ricevere i sostanziosi contributi connessi al ruolo; le altre - e tra esse Perugia - devono contentarsi della fascia di “capitali italiane della cultura 2015” e di un premio più modesto.

Questa delle “4 capitali 4” è peraltro cosa aberrante e un po' ridicola: “capitale” viene da caput, testa, e un essere a quattro teste ai più sembrerebbe un mostro; ma, nell'era della competizione globale e della sfida territoriale, le “sparate” pubblicitarie sono moneta corrente perfino nelle burocrazie europee. Detto per inciso, ci è capitato di leggere – sul giornalino di Colaiacovo e Castellini – un titolo sublime: Brufa capitale dell'arte tra scultura, ceramica e pittura.
Più significativo del ruolo di “capitalina” è comunque il premio di consolazione, un milione tondo tondo: 200 mila euro di fondi europei e 800 mila del ministero della Cultura. Tra gli intenti dichiarati da chi ha costruito questo baroccheggiante ambaradan c'è di far sì che i denari servano davvero per la cultura e che almeno una parte, più che a produrre “eventi” inevitabilmente effimeri, serva a finanziare infrastrutture durature, ragion per cui sono richiesti ai Comuni precisi progetti.

Le risorse assegnate a Perugia scaturiscono in parte dalla progettazione della giunta Boccali-Cernicchi e del suo team di consulenti guidato da Bracalente; e a loro si deve lo slogan contadino che avrebbe dovuto unificare iniziative ed interventi: Seminare il cambiamento. La nuova giunta ne ha corretto il senso con una specificazione, Dalla memoria il futuro, e ha modificato ampiamente il piano iniziale. Lo slogan risultante resta aereo e suggestivo, ma sembra affidare il domani di Perugia a un ritorno alle origini, che ridia vigore agli eredi delle antiche élites, massoniche o clericali importa poco. Il tutto è cementato da un'ideologia d'accatto, che trova la sua incarnazione nella vispa Teresa Severini, assessore e sorella del Consigliere di Stato: un “peruginismo” senza 20 giugno e senza lotte mezzadrili, senza partigiani e senza comunisti.

Dal prospetto diffuso risulta che il milione sarà speso un po' qua un po' là: 150 mila euro per un “Museo del Medioevo” (100 per infrastrutture e 50 per eventi); 30 mila per rappresentazioni storiche dentro la Rocca Paolina; 30 mila per un “Museo diffuso per gli strumenti musicali” e altrettanti per una mostra sulla Grande Guerra. Continuiamo: 20 mila euro per una rassegna di danza e 50 mila per concerti nei luoghi d'arte; 15 mila a favore dell'accessibilità del Pozzo etrusco e 100 mila al teatro Pavone per scenografie innovative. Qualcosa c'è anche per la biblioteca (L’Augusta è Perusia – si proclama), che dovrebbe «diventare, da principale conservatrice delle documentazioni riguardanti storia e cultura della città, la migliore divulgatrice delle stesse»: 20 mila euro per infrastrutture e 30 mila per eventi; poi “luci d'artista” sui monumenti (50 mila); teatro in piazza e musica d'autore (40 mila), il San Francesco musicato da Messiaen (60 mila), in cui si imita il canto degli uccelli. Dicono che sarà presentato da giovani orchestre europee “en plein air”: un tocco di francese impressionistico non guasta, come non guasta una spruzzatina del francescanesimo più innocuo, senza polemiche contro la ricchezza e senza dialoghi con l'Islam.
Si prosegue con le mostre, tra cui una dedicata a Gerardo Dottori (50 mila euro), immancabile dato il clima culturale. Sul “giornalino”, in parallelo con la rivalutazione dell'architettura fascista in città (un certo Majorca il 22 agosto proponeva una sorta di pellegrinaggio), è in corso una canonizzazione del pittore futurista e fascista: l'ultimo articolo (Coppari, 23 agosto) parla di una ingiusta emarginazione dovuta alla “retorica antifascista”. Non è da escludere che ci sia lo zampino di Campi, biografo del duce; o del suo allievo Varasano, presidente del Consiglio Comunale; o di tutti e due.
Un'altra voce (30 mila euro per le infrastrutture e 40 mila per gli eventi) ha il titolo inglese Community Drama, forse per confondere le idee. Il modello sono i “molti comuni umbri, che ospitano importanti feste popolari radicate nelle comunità locali che rievocano modi di vita, usi e costumi”; come dire: “...e noi faremo come Bevagna!”. Ci si predispone così alla rievocazione di Braccio Fortebraccio con relativa sassaiola programmata per il 2016. Per finire una catena di Sant'Antonio: 50 mila euro serviranno per partecipare a un altro concorso a premi, finanzieranno il Forum di Associazioni impegnato a sostenere la candidatura di Perugia come “capitale europea della gioventù 2020”. Evviva.

Di questo vasto programma si può dire subito una cosa: i finanziamenti a pioggia rischiano di far divenire effimero anche l'intervento infrastrutturale. Avrebbe avuto un effetto più duraturo un uso mirato del milione: per esempio interventi sulle sofferenze delle biblioteche e del sistema museale (e ce ne sono), o sui beni culturali a rischio (e ce ne sono, nell'ampio territorio del Comune). Forse non si poteva: alcuni interventi innovativi, possibilmente sorprendenti, sono nello spirito del concorso a premi e le sollecitazioni clientelari non mancano mai. Tuttavia fra tanta roba non c'è nulla che si colleghi al 20 giugno e al civismo laico, nulla che richiami Capitini e la pace, nulla (scuola, piccolo museo, centro di documentazione) che si connetta a Umbria Jazz, la più internazionale delle manifestazioni culturali della città, inventata tanti anni fa dai governi “comunisti” con l'opposizione della destra più bigotta e retriva.
L'insieme è dunque frammentario, ma non casuale; dentro le scelte e le omissioni si può leggere un disegno egemonico, di cui alcuni hanno di sicuro consapevolezza. Gli antichi ceti proprietari e redditieri, forti del peso nelle Università e nelle professioni, nelle banche, nei pubblici uffici e nella rendita immobiliare, inseriti nel ciclo del cemento e nelle attività mercantili, integrati dai nuovi venuti cooptati nelle medesime consorterie (professionisti e burocrati allogeni cresciuti intorno alle Università e ai pubblici uffici, imprenditori provenienti dal “contado” o da altre città ecc.), si propongono - attraverso figure “organiche” al loro mondo - come guida culturale di una città tornata alle antiche gerarchie sociali e territoriali.

Riuscirà la vispa Teresa nel sogno di vestire da damigelle, paggi ed armigeri le ragazze e i giovanotti che nelle periferie e nelle frazioni hanno votato per il cambio, riuscirà a coinvolgerli nelle sassaiole educative? Riuscirà la destra a egemonizzare i ceti popolari sulla linea della chiusura campanilistica, del medievalismo, del becerismo dialettale, delle taverne e delle sagre in costume?

Di certo non dipende dalla debole opposizione. Alessandro Riccini Ricci, coordinatore del festival dell'Immaginario - Vivalacultura! (la manifestazione si svolgerà in novembre) in un progetto per Perugia2020 - degno di attenzione, seppure inficiato dall'abuso dell'aggettivo “nuovo” - ha inserito qualche idea per l'uso del milione. Propone tra l'altro una gestione trasparente e partecipata delle risorse del premio, ma la cosa è stata bellamente ignorata. A sinistra, in città come in tutta Italia, c'è quasi il deserto. È garantita, infine, la subalternità di postcomunisti e postdemocristiani del moderato Pd, che da molti anni gestiscono senza “visione” le politiche culturali, come strumento per alimentare clientele. Le loro proteste, anche quando hanno fondamento, appaiono petulanti e risultano irrilevanti. Ciò nonostante è difficile che la proposta culturale della destra, così meschinella, oligarchica e retrograda, abbia un seguito di massa: c'è tanto velleitarismo, tanta incomprensione della complessità sociale.  

"micropolis" settembre 2015

Mostro per sempre (“micropolis”)

Dall'ultimo "micropolis" un commento redazionale su un fatto di cronaca e sul livello (scarso) di gran parte del ceto politico-amministrativo. (S.L.L.)
Luigi Chiatti durante il processo
Il 4 settembre 2015 Luigi Chiatti ha finito di scontare la pena assegnatagli per gli omicidi commessi, tra il 1992 e il 1993, di Simone Allegretti e Lorenzo Paolucci, 4 e 13 anni. Chi ha vissuto quei momenti non può dimenticare l'angoscia, la rabbia il senso di sgomento per delle morti così insensate. Uno sgomento che brucia anche a distanza di tanto tempo e che, ora come allora, riguarda anche la personalità dell'assassino: il geometra Luigi Chiatti, da allora per tutti il mostro di Foligno, che al processo dichiarava "Se libero ucciderò ancora". Nel luglio scorso il giudice di sorveglianza, sulla base di una perizia psichiatrica che valutava Chiatti ancora "socialmente pericoloso", aveva respinto l'istanza di scarcerazione dei suoi legali e confermato il dispositivo della sentenza originaria che prevedeva l'internamento per ulteriori tre anni in apposita struttura psichiatrica.
Nel frattempo però una legge del maggio 2014 ha stabilito la definitiva chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, che dovrebbero essere sostituiti dalle Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza). La fine dell'orrore giuridico dei manicomi criminali dovrebbe coronare la pluridecennale lotta contro la segregazione del disagio mentale, che ebbe la legge 180 come frutto migliore, disattesa poi in varie modalità di attuazione. Proprio quello che sta avvenenendo anche ora. Il passaggio da luoghi di pura contenzione, non dissimile dai carceri, a strutture che al controllo accompagnino le necessarie misure piscologiche e sociali per favorire il reinserimento dei detenuti-pazienti, è ancora di là da venire: le Rems dovevano essere regionali, invece ne esistono per ora solo sei.
Così, quando si è presentata la questione Chiatti, sono sorte polemiche in gran parte strumentali. Prima l'allarme per una libertà che non era prevista, poi l'ansia per la destinazione del geometra ora 47enne. Il 6 settembre Chiatti è stato portato nella Rems di Capoterra in Sardegna, suscitando proteste e rimostranze, cui si è unito il sindaco della cittadina sarda che poi ha chiarito che la struttura prevede una sorveglianza di 24 ore su 24 e che comunque Chiatti vi resterà solo per tre mesi, dopo i quali dovrebbe essere trasferito in Toscana.
La stampa umbra ha dato la notizia con senso di sollievo, e su "La Nazione" del 7 settembre l'assessore regionale alla sanità Luca Bartolini ha dichiarato: "Luigi Chiatti non tornerà in Umbria. Nella nostra regione non ci sono al momento strutture adatte ad ospitarlo, ed anche se ce ne fossero, non potrebbe tornare qui. Sarebbe un affronto, uno schiaffo troppo grande per le famiglie di Simone e Lorenzo e per tutta la comunità".
In poche frasi l'assessore raggruppa un campionario sconcertante di banalità. In primo luogo perché rivendica quasi come un merito il mancato adeguamento alla legge, tanto più censurabile per una regione un tempo all'avanguardia della riforma dell'assistenza psichiatrica. Quanto all'affronto, non crediamo che il dolore di chi ha subito certe perdite aumenti o diminuisca a seconda della distanza dal colpevole, tanto più se questo ha pagato il suo debito con la giustizia. Soprattutto, questa e tante altre prese di posizione di questi giorni sottintendono la persistenza di un concetto punitivo e afflittivo della pena, una specie di desiderio di vendetta che copre con antiche suggestioni l'incapacità di affrontare seriamente e civilmente questioni difficili ma ineludibili.


micropolis, settembre 2015

I cento anni di Pietro Ingrao (Nicola Tranfaglia)

Ora che Pietro Ingrao ha raggiunto i cento anni - chi l'avrebbe detto a seguire le sue avventurose vicende tra il fascismo ormai declinante e la lunga e tormentata repubblica che ne è seguita? - vale la pena ricordare ai lettori chi è stato l'esponente più noto della sinistra del PCI e quali sono le ombre e le luci che hanno contraddistinto una vita ormai lunga e tutt'altro che facile.
Nato nell'anno in cui l'Italia liberale - dopo dieci mesi di incertezza - entra in guerra contro l'Austria e la Germania da una famiglia di piccoli proprietari terrieri in decadenza a Lenola, un paese contadino della bassa Ciociaria, ma originaria del paesino di Grotte, in provincia di Agrigento in Sicilia. Una famiglia piccolo-borghese, insomma, a stretto contatto con l'ambiente contadino che la circonda. La figura principale della famiglia, nella memoria di Ingrao, è il nonno materno siciliano approdato in quello sperduto paese tra Lazio e Campania negli anni dell'unificazione nazionale, a lungo impegnato non soltanto in Sicilia con Garibaldi e con chi combatteva l'esito monarchico e sabaudo del processo risorgimentale. Il padre non divenne mai fascista ma, come tanti italiani, fu costretto a prendere la tessera del Partito nazionale fascista nel 1933, quando non prenderla equivaleva a perdere il posto e magari andare al confino o in carcere. Lui era, secondo le parole che scrisse più tardi di sé, "un ragazzo introverso, un pò lunatico, emotivo" e a scuola i primi interessi furono letterari. Il primo vero distacco da Lenola avvenne negli anni Trenta, a quindici anni, quando, per frequentare il liceo, approdò nella cittadina di Formia, tra Napoli e Roma.
Di quegli anni restano a Ingrao ricordi molto vivi: frequentare il liceo significò lasciare l'ambiente contadino, il paese chiuso all'esterno, una mentalità necessariamente un pò ristretta. A Formia cominciò a leggere i poeti, la "Fiera letteraria", "Solaria". Nasce di qui il suo amore per la poesia, per Leopardi, per Ungaretti, Montale. Tra gli insegnanti incontra due personalità complesse e vivaci come Pilo Albertelli e Gioacchino Gesmundo, destinati entrambi a cadere durante la lotta di Liberazione. Ingrao, durante la lunga intervista che gli feci per "le cose impossibili" nel 1990, ristampata nel 2011 dall'editore Aliberti, ricorda ancora di quegli anni le lezioni storiche e letterarie di quegli insegnanti e i primi accenni antifascisti.
Ma, quando arriva a Roma per iscriversi all'Università, malgrado la tradizione antifascista della famiglia e la presenza di quei professori, si iscrive al GUF e sente - come la maggior parte dei giovani della sua generazione - la spinta nazionalistica che il regime fascista è riuscito a destare nelle nuove leve e a utilizzare sapientemente per giustificare e glorificare l'impresa di Etiopia e la fondazione dell'Impero sui colli di Roma. Sono gli anni più bui dell'antifascismo, quelli in cui la dittatura riesce, almeno a livello della piccola e media borghesia, a mobilitare quasi tutta l'opinione pubblica contro le democrazie occidentali e le "inique sanzioni" della "Società delle Nazioni". Non è un caso che Ingrao ricordi distintamente un motivo centrale della propaganda fascista di quegli anni: la guerra come strumento delle nazioni povere contro le "plutocrazie" del ricco Occidente. La partecipazione ai Littoriali rientra in parte in quel momento di adesione alla politica fascista, in parte nel desiderio particolarmente forte dei giovani di allora di spostarsi, di scambiare idee, discorsi, sentimenti con coetanei di altre città, nell'ambizione di provarsi nella poesia che è allora la grande passione dell'universitario. Ma, ricorda Ingrao, "la guerra di Spagna spacca la mia vita: da allora comincia un altro cammino. "E subito dopo interviene un altro avvenimento a far crescere i dubbi e a far allontanare il giovane dal regime: è l'asse Roma-Berlino, l'alleanza tra Mussolini e Hitler che si profila proprio nel 1936 e troverà tre anni dopo, nel Patto di Acciaio, la sua pericolosa formulazione politica e diplomatica. All'Università, Ingrao incontra molti di quelli che costituiranno, nella Resistenza e nel partito comunista italiano, il cosiddetto gruppo romano, dai fratelli Amendola, a Paolo Bufalini, ad Aldo Natoli, Lucio Lombardo Radice e a molti altri. Ma, nei suoi ricordi, è Antonio Amendola, scomparso precocemente nell'immediato dopoguerra, ad esser stato il personaggio decisivo per la scelta politica. Nell'intervista, Ingrao racconta di essere stato in qualche modo spinto a decidere il suo destino da una richiesta, per così dire ultimativa, del giovane Amendola. Qui si intravvede il sacrificio che, per motivazioni essenzialmente etiche, Ingrao ritiene di dover fare della sua passione letteraria e cinematografica, dell'anno trascorso al Centro Sperimentale di Cinematografia, dei primi appassionanti lavori condotti sotto la guida di Luchino Visconti, con altri come De Santis che sarebbero diventati nel dopoguerra registi importanti. Ma i tempi, sembra dire il protagonista, non consentivano incertezze né scelte strettamente individuali. L'obbiettivo di abbattere il fascismo era divenuto in quel momento prioritario sulle passioni personali. Ingrao sceglie i comunisti per la loro decisa volontà di condurre la lotta alla dittatura (che si rivela specularmente nella tendenza della polizia fascista di etichettare come comunisti pressochè tutti gli oppositori del regime, anche quando si trattava in realtà di socialisti o di aderenti a Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli ed Emilio Lussu) e il forte accento sociale che caratterizzava l'azione comunista. "E' con i comunisti e e dai comunisti - ricorda - che ho imparato a cospirare contro il fascismo. I comunisti mi parlavano della liberazione delle classi subalterne e li vedevo praticamente impegnati in questa lotta". Della seconda guerra mondiale Ingrao ricorda la spaccatura che avvenne nel gruppo romano sul patto Hitler-Stalin, "un colpo allo stomaco perché era un accordo con il nemico", le scarsissime conoscenze che egli aveva del gruppo dirigente in carcere o in esilio (a cominciare da Gramsci e Togliatti ), l'angoscia di una vittoria nazista nell'estate del 1940), le lunghe letture da clandestino in Calabria (è allora che scopre e legge Il capitale di Marx ma prima aveva già letto la Storia della rivoluzione russa di Trockij), il contatto con alcuni quadri del partito a Milano.
E' qui che lo coglie il 25 luglio 1943 quando, all'annuncio della destituzione del dittatore, "Milano fu nelle squadre tutta la notte". E il giorno dopo, per la prima volta, il giovane partecipa a una manifestazione politica comunista e parla alla folla: "Fu per me la sensazione fisica che la gente scendeva in campo, diventava attiva. Non eravamo più un'isola disperata in un mare chiuso. Eravamo ormai parte di un movimento di popolo: bene o male, quello che è stato poi il corso della mia vita, con le sue luci e le sue grandi ombre".
Ingrao appartiene alla seconda generazione dei leader comunisti: quella che conta personaggi come Paolo Bufalini, Mario Alicata, Enrico Berlinguer, Emanuele Macaluso, per citarne alcuni tra i più rappresentativi.
Alcuni tra i più rappresentativi erano entrati nel partito giovanissimi, durante gli anni più difficili dell'antifascismo, altri qualche anno dopo. Ma per tutti loro la lotta di Liberazione fu un momento di particolare importanza perché, per la prima volta, lottavano non in piccoli gruppi ma a contatto di grandi masse e sentivano che attraverso quella lotta a poco a poco stava per nascere un nuovo grande partito di massa.
In Ingrao è molto chiara la consapevolezza di questo momento decisivo della sua biografia politica e intellettuale, nonostante egli non sia mai stato partigiano combattente. "Anche facendo 'l'Unità clandestina' - mi ha detto - o lavorando ormai nelle organizzazioni comuniste clandestine di Milano o di Roma, sentivi di lottare insieme dentro la gente e fra la gente. Questo era ossigeno. Era un'altra vita che incominciava rispetto a quella conosciuta prima (...) solo così si può capire che fatto costitutivo è stata per tanti di noi la Resistenza e l'immersione in una lotta di massa che sperimentavamo dentro e con il partito comunista. Siamo diventati comunisti così". Era una dimensione tendenzialmente esclusiva, totalizzante della politica che quella generazione sentì per la prima volta e che nella storia d'Italia si sarebbe ripresentata dopo molto tempo alla fine degli anni Sessanta, dopo un altro ventennio di forte compressione delle classi lavoratrici condotta dai partiti centristi non attuando la Costituzione e risfoderando una parte non piccola della legislazione ordinaria fascista. Ma ancor più decisivo, rispetto alla forte sollecitazione di Antonio Amendola, è l'incontro con Palmiro Togliatti. Ingrao, nell'intervista lo dice apertamente: "Il dirigente politico che ha avuto l'influenza più forte su di me è stato Togliatti".
Ed è proprio Togliatti a notare un editoriale scritto dal giovane sulla situazione politica romana e a sottrarlo al lavoro organizzativo nella federazione per portarlo all'Unità il 31 maggio 1945. Qui Ingrao dopo la direzione di Alicata e quella molto breve di Montagnana, diventa direttore e mantiene la direzione del giornale per quasi dieci anni fino alla fine del drammatico 1956.
Sono anni molto importanti per il partito comunista italiano come per l'esperienza del direttore e politico Pietro Ingrao che si rende conto successivamente degli errori commessi dal PCI e da lui personalmente: "In quella vicenda - ricorda - io non seppi parlare". Non fu un'omissione da poco. Nel 1954 è eletto in direzione e due anni dopo entra in segreteria e in seguito l'esponente comunista riconosce l'errore commesso da Togliatti e dal partito sulla rivoluzione ungherese. Certo, ricordo che già nel 1990 mi colpì il condizionamento che per tanti anni il richiamo all'unità e il carisma di Togliatti ha esercitato su Ingrao. Basta leggere un brano dell'editoriale che firmò come direttore dell'Unità il 27 ottobre 1956 tra il primo e il secondo, definitivo intervento sovietico in Ungheria: "Sappiamo - scrisse allora Ingrao - che vi sono masse le quali seguono gli insorti e combattono con loro ma sono estranee a fini e obiettivi controrivoluzionari: e fra queste masse sono operai, studenti, intellettuali, trascinati dagli errori dei dirigenti ungheresi a prendere oggi le armi contro il regime popolare". Eppure Ingrao scelse ancora di tenere per sé i dubbi e di schierarsi con il segretario e con il partito a difesa di una linea di cui pure, e a ragione, dubitava.
Tra il 1960 e il 1966, quando i contrasti esplodono apertamente all'XI congresso del PCI, il gruppo dirigente comunista si interroga sul significato dell'apertura a sinistra, sui caratteri della Democrazia cristiana, sulla destalinizzazione nell'Urss, sulla linea da imprimere al partito di fronte alle molte novità che emergono. Ingrao riteneva che la ripresa delle lotte sociali e operaie e le contraddizioni già emerse vistosamente nell'alleanza tra democristiani e socialisti indicassero la necessità che al partito della classe operaia spettasse l'onere di sconfiggere il centro-sinistra e proporre un modello alternativo globale di sviluppo economico e sociale del nostro paese. L'alleanza tra il centro togliattiano e la destra amendoliana, guidato dal nuovo segretario Longo, segna un successo e si ricompone l'unità del gruppo dirigente. Ingrao, sconfitto, ammette di aver perduto ma sottolinea il suo dissenso: "Non sarei sincero, compagni, se dicessi che sono rimasto persuaso".
Con il 1968 si chiude una fase positiva per la sinistra e per i comunisti. E, l'anno dopo, vota a favore della radiazione dei membri del Manifesto (Rossana Rossanda, Aldo Natoli e Luigi Pintor, pur sottolineando subito dopo che si trattò di "un brutto errore".
Nel 1972 Enrico Berlinguer diventa segretario del PCI ma Ingrao non condivide la politica di "compromesso storico" lanciata dal segretario. "La formula del compromesso storico fu improvvisa come annuncio, né discussa prima ma era già in nuce nelle valutazioni, negli atteggiamenti, persino nelle scelte di inquadramento degli apparati dirigenti all'aprirsi degli anni Settanta. Io non condivisi e continuavo ad insistere su una strategia che tendesse a spaccare la DC nel momento in cui rischiava di trovarsi senza copertura politica per la crisi e il disinganno che scuoteva il partito socialista. Anche sulla politica estera non vi fu accordo con il segretario: "Io -precisa - fui contro la sua dichiarazione sul Patto Atlantico e sull''ombrello' offerto a noi dalla Nato. E glielo dissi direttamente in un colloquio che non dimentico per la sua asprezza ma anche per la sua sincerità". Tra il 1976 e il 1979 Ingrao è il primo esponente del PCI a presiedere la Camera dei Deputati dopo esser stato per 42 anni membro di quella assemblea.
La decisione di Berlinguer di rompere l'alleanza con la DC e puntare di nuovo su un'alternativa fu salutata in maniera positiva da Ingrao, il quale segnala l'importanza dello "strappo" del 1981 sull'invasione sovietica in Afghanistan legata a un giudizio negativo senza riserve sul modello sovietico di comunismo.
Ingrao non nasconde di sentirsi responsabile, come gli altri leaders del PCI, di non aver approfondito i problemi legati al tramonto del modello sovietico prima dell'89: "C'è stato uno sbaglio serio e un ritardo di noi comunisti italiani (ed io fra questi) nel capire i guasti dei regimi dell'Est e le convulsioni che si preparavano" ma non condivide la soluzione data dal segretario.
Di qui la successiva decisione di rifiuto della svolta impressa da Occhetto al partito (pur avendo a suo tempo aderito al Partito democratico della Sinistra) e soltanto nel 1993 dà l'addio definitivo al PDS. Diventa un indipendente vicino al Partito della Rifondazione comunista a cui aderisce formalmente soltanto il 3 marzo 2005.


Antimafia 2000, 2 aprile 2015

Bertolt Brecht, un uomo è un uomo (Maria Grazia Gregori)

Ribelle, scapigliato: anche la giovinezza di Brecht, che molti si ostinano a vedere come un intellettuale che con la dialettica tenta di spaccare il capello in quattro, è stata come tutte le giovinezze di questo mondo. In un romanzo autobiografico, Avanguardia , la grande scrittrice tedesca Marieluise Fleisser, che è stata anche una sua amante, ci descrive Bertolt «Bidi» Brecht come un giovane Baal attraente e scostante che «stimolava, infiammava, trasformava quelle donne che erano tanto coraggiose da avere una relazione con lui». Baal proprio come il protagonista del primo testo scritto, a diciannove anni, da B.B. Un dramma-manifesto in cui la città natale, Augsburg, dove era nato nel 1898, è presente con i suoi fiumi, i suoi boschi, operai, puttane, borghesi, falliti che parlano un linguaggio di tutti i giorni, mescolato a citazioni della Bibbia e influenzato dal maledettismo di Büchner.
Quanto del giovane Bidi c'è in Baal, il poeta della natura ma anche lo sfruttatore di donne, dell'amicizia? E quanto di Brecht c'è in tutti i suoi testi dai più ferocemente dimostrativi a quelli più liberi, più carichi di dubbio, ai più «nascosti» anche per necessaria scelta di sopravvivenza nella Ddr dove, dopo il ritorno in Europa dall'esilio americano, decide di vivere e fonda il suo teatro, il Berliner Ensemble?
L'anniversario della sua morte, avvenuta il 14 agosto del 1956, ci permette di ripensare al suo cammino di scrittore, di drammaturgo, di innovatore del teatro «anche» attraverso i momenti di un'autobiografia tumultuosa, alla ricerca di che cosa di Brecht, figlio in tutto e per tutto delle vittorie e delle sconfitte epocali dei primi cinquant'anni del Novecento, sia rimasto come eredità alla cultura e al teatro del Terzo Millennio.
Frank Wedekind, provocatorio e sensuale, Karl Valentin, il clown che accompagnava nelle birrerie suonando il clarinetto, e la sua lugubre logica, Büchner, Rimbaud, Villon sono i suoi modelli giovanili scelti per filiazione ma anche perché sente la necessità di un cambiamento. «Lasciate che vi dica una cosa, cari lettori: niente può impedirci di riempire i teatri di eccezioni». Quando scrive queste riflessioni su un quotidiano di Augsburg, di cui è critico teatrale, Brecht ha 22 anni. E da quel momento e per tutta la vita si adopererà perché queste «eccezioni» contro il ron ron dell'abitudine teatrale, si verifichino il più spesso possibile. L'ha sostenuto, teoricamente, in Dialogo per l'acquisto dell'ottone che è il suo vero breviario di estetica teatrale pensato come un affascinante confronto di opinioni diverse e, in pratica, da «scrittore di drammi», come ama definirsi, e come regista di opere sue e altrui.
Il cosiddetto metodo brechtiano nasce da qui, da un'intuizione giovanile che si trasforma in pratica teatrale. Ma anche dalla vicinanza all'inventore del teatro politico Erwin Piscator che gli mostra la necessità di una scena in grado di progettare la realtà e dalla frequentazione del grande Max Reinhardt, per il suo glorioso eclettismo e la capacità di intervenire sugli attori.
Ecco: scrivere per il palcoscenico, saper lavorare per la scena, ma avendo la vita sempre a fianco come una compagna indivisibile sia come consapevolezza della quotidianità sia come dimensione «politica» e dunque comune, condivisa, dell'esistenza, può essere un'eredità importante di Brecht (e di ogni grande scrittore). Un'eredità che nasce dall'accettazione della sua fragilità, dei suoi errori, dall'aver saputo affermare, Brecht, che sempre e comunque - come dice il titolo di un suo celeberrimo testo - un uomo è un uomo.
Tutto questo va molto al di là del pur famoso effetto di straniamento da lui richiesto agli attori di cui - sosteneva Giorgio Strehler - tutti parlano ma pochi sanno cos'è. È qualcosa che si rispecchia nella qualità letteraria dei suoi testi e delle sue poesie, che discende da quella corrente d'energia distruttrice e ribelle del giovane Brecht che è sempre stata, anche nella contestazione del proprio passato secondo un'ottica marxiana, ben presente in lui. Sta in una vita vissuta pericolosamente - con i suoi silenzi e le sue angosce, i suoi accomodamenti (per esempio negli Usa durante la tristemente famosa «caccia alle streghe» di McCarthy) -, nelle città così simili a quello «sfavillante escremento di luce» di cui racconta in Mahagonny, nella semplice verità di affermare che al mondo non c'è tanto bisogno di eroi quanto di uomini. Sta anche nella lucidità conservata persino nella delusione più grande, nella capacità di pensare un pensiero collettivo in grado di proiettarsi nei comportamenti dei personaggi, nel rifiuto delle contraddizioni di un ordinamento sociale dominato dall'inevitabilità del male e dall'ingiustizia, nel saper sottolineare l'ineludibile responsabilità della scienza nei confronti dell'umanità come scrive in Vita di Galileo. Sta nell'amore totalizzante, mai cieco ma esigente e consapevole, per il teatro, nel cercare e inventare nuovi linguaggi necessari a un'epoca nuova, moderna, nel gusto per un lavoro collettivo accanto alle sue amate attrici e alle sue spesso sfruttate amanti. E nella scoperta di uno spettatore considerato come un compagno di strada che porta con sé in teatro la sua capacità di pensiero mantenendola ben sveglia.
Per questo, soprattutto, ha lavorato nel corso del suo lungo viaggio attraverso la scena e i suoi generi senza mai lasciarsi sedurre, come dice una sua celebre poesia. Paradossalmente rispetto al vero e proprio culto, talvolta intimidatorio, di cui è stato oggetto, discutibile come lo è stata la lunga stagione di dimenticanza di questi ultimi decenni sui palcoscenici d'Europa, rileggendo oggi Brecht ci si rende conto di quanto sia importante quella provocazione intellettuale che ritroviamo in tutte le sue opere: non gli importa l'arte di parte, ma vuole rivolgersi alla ragione degli uomini per fare nascere in loro un modo di pensare «pratico». «Ciò che mi interessa - scrive - è il rapporto fra uomo e uomo così come oggi si presenta. E con il mio lavoro tento di ricercare ed esprimere questo rapporto». È questo, insieme alle sue opere, che oggi ci importa di lui ben più del suo monumento.


L'Unità,14 Agosto 2006

27.9.15

Boss e bustarelle di Mafia Capitale (Giuseppe Baldessarro)


Mirko Coratti
Favori, spintarelle, gare d’appalto truccate, mazzette, assunzioni, affidamenti diretti, pratiche da sbloccare e imprenditori concorrenti da mettere all’angolo. Per capire che cosa era diventata Roma e la sua classe dirigente basta leggere i capi d’imputazione contestati dalla Procura della Repubblica ad alcuni degli indagati dell’inchiesta Mafia Capitale. Ne viene fuori uno spaccato squallido, degradato e degradante, indicativo delle miserie umane di politici e burocrati in vendita in alcuni casi per poche migliaia di euro a fronte della grande responsabilità che dovrebbe avere chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica. Si tratta di condotte, ovviamente tutte da dimostrare in sede di giudizio, che smuove un senso di tristezza difficile da descrivere. Prendiamo il caso di Franco Figurelli, componente della segreteria del Presidente del consiglio della città Mirko Coratti, che per i suoi servigi al gruppo guidato da Carminati e Buzzi prendeva una bustarella da mille euro al mese. Il suo capo, Coratti, aveva un prezzo più alto proprio per il ruolo che svolgeva. Aveva incassato diecimila euro versati all’associazione Rigenera (a lui riconducibile) e strappato la promessa per altri 150 mila euro oltre all’assunzione di una persona che avrebbe indicato personalmente. In cambio era pronto a battersi, assieme ad altri, per facilitare l’aggiudicazione di alcune gare d’appalto ad aziende vicine al gruppo criminale. Era sempre pronto a spingere per sbloccare fondi per il sociale a pilotare nomine e a difendere il direttore generale di Ama (una municipalizzata) Giovanni Fiscon, gradito agli imprenditori collusi. Fiscon a sua volta quando c’era da dare una mano con gli appalti e le forniture di Ama non faceva una piega. Intanto incassava l’interessamento dell’organizzazione che gli aveva consentito, tramite gli agganci politici, di mantenere il suo posto e di avere una percentuale sugli appalti stessi.
A libro paga dei boss c’era anche Massimo Caprari (esponente del Centro democratico), altro consigliere comunale, che quando c’era da votare un debito fuori bilancio comodo a Buzzi e Carminati, non si tirava mai indietro: secondo gli inquirenti, il do ut des sarebbe rappresentato da soldi ed un’assunzione.
Alla stessa maniera agiva il consigliere comunale Giordano Tredicine (capogruppo di Forza Italia in Campidoglio), anche lui pronto ad incassare contante e altre regalie. Gaetano Altamura dirigente del X dipartimento del Comune (che si occupa del servizio giardini) pensava alla famiglia e quindi si era fatto assumere due nipoti nelle cooperative gestite dal clan. Pescava nella borsa dei mafiosi anche il mini sindaco di Ostia, Andrea Tassone, che in cambio di alcuni affidamenti diretti si era fatto “regalare” 30 mila euro e che, da esponente di primo piano del Pd capitolino, poteva contare sui buoni uffici di altri indagati del suo stesso partito. C’è poi anche la storia di Daniele Ozzimo (ex assessore alla Casa della giunta di centrosinistra guidata da Marino), di Guido Magrini (direttore delle Politiche sociali della Regione) e del consigliere comunale Pierpaolo Pedetti (anch’esso del Partito democratico), tutti impegnati a consegnare servizi relativi all’emergenza casa alle aziende di Carminati e Buzzi, i quali avevano poi agevolato l’acquisto a prezzi molto vantaggiosi di 14 appartamenti. C’era poi chi si accontentava di affittare ai clan qualche immobile intestato alla moglie per un migliaio di euro: una forma per far qualche soldo senza sporcarsi le mani direttamente. Miserie insomma. Come miserabile era la richiesta di Ozzimo a cui i magistrati, in un capo d’imputazione, contestano di essersi venduto per un’assunzione e per un contributo per la campagna elettorale di 20 mila euro. Ovviamente le briciole toccavano a chi contava di meno, come alla signora Brigida Paone che, da collaboratrice all’assessorato alla Casa, per la sua disponibilità era stata ripagata da una delle cooperative del gruppo criminale con l’assunzione della figlia. Nulla di grosso rispetto alle richieste del già citato Pedetti che aveva chiesto a Buzzi di comprargli un appartamento in cambio di alcuni sconti che avrebbe ricevuto una delle sue società.
Luca Odevaine
Nell’elenco dei “facilitatori” anche l’ex consigliere comunale e attuale consigliere regionale del Pdl Luca Gramazio, considerato un interno all’organizzazione criminale, per questo pronto a truccare gare d’appalto e a tessere rapporti lavorando “in proprio”. Insomma lui i soldi non li voleva, li faceva e basta. Prendeva i soldi invece Luca Odevaine, il quale nella qualità di componente del tavolo di Coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti asilo, intascava un mensile di diecimila euro, da raddoppiare dopo l’aggiudicazione di una gara che affidava alle cooperative dell’organizzazione la gestione dei servizi per i migranti. Odevaine ricopriva quel “ruolo” chiave grazie alla sua carriera sempre all’ombra della politica, tanto che in passato aveva ricoperto il ruolo di vice capo di Gabinetto di Walter Veltroni. Fabio Stefoni, sindaco di Castelnuovo, preferiva infine “lavorare” numeri alla mano e si faceva dare dal gruppo 50 centesimi al giorno per ogni migrante che Buzzi e Carminati gestivano nel suo Comune.
Il clan di Mafia Capitale aveva capito come agire. Violenza zero nei confronti dei politici e dei funzionari pubblici. Per convincerli a spendersi per loro era sufficiente scoprire quale fosse il prezzo da pagare. In cambio di favori e appalti, di commesse e spintarelle, bastava pagare qualche soldo, contribuire a qualche campagna elettorale, regalare un’assunzione ogni tanto per soddisfare gli appetiti clientelari. A volte bastava anche solo la promessa. E non era necessario avere tutti in pugno. Era sufficiente avere gli uomini giusti al posto giusto. Per il resto, il saccheggio di Roma era un gioco da ragazzi.


Narcomafie, luglio-agosto 2015

Lo smantellamento del Corpo forestale (Massimiliano Ferraro)

Il Corpo Forestale nasce nel Regno di Sardegna nel 1822 e con il tempo si è specializzato nella tutela dell’ambiente. Oggi sorveglia parchi e aree naturali, contrasta i traffici di rifiuti e la cementificazione illegale, si occupa di sicurezza alimentare e di zoomafia e, oltre a investigare, i forestali cercano anche delle soluzioni tecniche ai disastri ambientali.

Lo smantellamento prevede l’assorbimento in altri corpi di polizia.















Si scrive razionalizzazione e potenziamento dell’efficacia delle funzioni di polizia, si legge soppressione del Corpo forestale dello Stato, previsto dal disegno di legge Madia. La Guardia forestale è l’unica polizia specializzata nei settori ambiente e natura. La decisione è stata presa alla vigilia dell’introduzione nel codice penale della nuova legge sui reati ambientali e non sono stati in pochi, a destra come a sinistra, a sostenere come, tra le due, si possa vedere un controsenso. In Italia si commettono in media tre reati contro l’ambiente ogni ora. Il Rapporto ecomafie del 2014 di Legambiente riporta come il Corpo forestale dello Stato ha svolto, solo nel 2013, 11 mila inchieste ambientali, contro le 65 della Polizia di Stato. Il generale Sergio Costa, primo dirigente del Corpo forestale dello Stato, ha dichiarato al Corriere del Mezzogiorno che il pericolo - soprattutto in aree già martoriate dai crimini ambientali come la Terra dei fuochi - di fare un regalo alle ecomafie è «più di un’ipotesi». «Un informatore ci ha raccontato - ha rivelato il generale Costa - che il giorno in cui è stato annunciato lo smantellamento del Corpo forestale personaggi vicini alle ecomafie ed operanti tra Napoli e Caserta, hanno acquistato dolci e spumante per festeggiare la notizia. Brindare non è un reato, per carità. Ma è un segnale, no?».
Un addio tra le polemiche. Quale sarebbe il criterio alla base del provvedimento che porta allo scioglimento del Corpo forestale?
Il risparmio, innanzi tutto, o per meglio dire una “razionalizzazione” che dovrebbe permettere un minore sperpero di risorse.
Anche su questo punto però non si sono fatte attendere le obiezioni: si tratterebbe di risparmi davvero risibili o addirittura di una misura a perdere.
Danilo Scipio, segretario nazionale dell’Ugl Corpo forestale dello Stato, ha affermato: «Le ipotesi di accorpamenti sono semplificazioni che non vanno nella direzione di valorizzare i servizi e creare chiare sinergie tra i vari Corpi e Amministrazioni, ma avranno invece il solo effetto di eliminare funzioni ed abbassare il livello e la diffusione dei controlli di legalità sul territorio del Paese».
Fabio Balocco su “Il Fatto Quotidiano” ha evidenziato come dei circa 30 milioni di euro che rappresentano il “costo d’esercizio” del Corpo forestale, addirittura 28 vengono recuperati annualmente grazie alle sanzioni inflitte. Inoltre, gli ipotetici 2 milioni di euro di risparmio verrebbero drasticamente annullati dai 25 milioni di euro necessari per consentire l’integrazione delle giubbe verdi negli altri corpi. C’è poi il problema delle cinque regioni a statuto speciale, perché nella bozza del provvedimento approvato in commissione si fa riferimento al solo Corpo forestale dello Stato e non a quelli regionali. [...]
Di parere opposto, ovviamente, Marianna Madia, ministro per la Pubblica amministrazione e artefice della riforma: «Assorbire il Corpo forestale dello Stato vuol dire razionalizzare la catena di comando, snellire la burocrazia e valorizzare meglio le professionalità. Non significa ridimensionare, né marginalizzare, né tanto meno ridurre i posti di lavoro o le funzioni, fondamentali, di tutela dell’ambiente e del territorio».

Box
Vent'anni fa, lo strano caso della Forestale di Brescia
Tra gli anni ‘80 e ‘90 a Brescia esisteva un nucleo d’eccellenza del Corpo Forestale specializzato in indagini sul traffico illecito di rifiuti. «Credo di aver iniziato l’attività ancora prima che fosse istituito il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri negli anni ‘80 - ha ricordato di fronte alla commissione Ecomafie l’ex colonnello Rino Martini - a quell’epoca non c’erano strutture investigative che disponessero di dati sul traffico illecito dei rifiuti, anche perché in quel periodo esisteva solamente la rotta nord-sud con smaltimenti nelle discariche campane».
Proprio di fronte agli uomini della Forestale di Brescia, coordinati allora da Martini, il 13 maggio 1995 si presentò una fonte confidenziale. Nome in codice: ‘Pinocchio’.
Chi fosse realmente quest’uomo non è mai stato possibile saperlo, ma quello che rivelò ai forestali di Brescia era pura dinamite. Spiegò i presunti rapporti esistenti tra il mondo delle fabbriche di armi e la famigerata discarica di Pitelli, a La Spezia, dove confluivano migliaia di tonnellate di rifiuti tossici. Pinocchio parlò anche di un imponente carico di rifiuti radioattivi destinati ad essere smaltiti in mare e di una nave - la Rigel - affondata al largo delle coste ioniche calabresi e carica, a suo dire, di materiale nucleare. Quel verbale fu solo l’inizio di un’inchiesta di proporzioni enormi, affidata all’epoca alle procure di Reggio Calabria e Matera. Proprio sul finire del 1995, subito dopo la morte per causa tossica del Capitano Natale De Grazia, il Colonnello Martini decise di abbandonare la guida della forestale bresciana per «motivi personali».
Un abbandono difficile da accettare visti gli ottimi risultati ottenuti dai suoi uomini, avvenuto dopo che i movimenti dell’ufficiale erano stati stranamente osservati per mesi dai servizi segreti militari. Di lì a poco, l’intero nucleo di esperti ambientali di Brescia fu smantellato e l’indagine fermata. Negli anni, anche grazie alla video-inchiesta La Forestale dei veleni (di A. Tornago, D. Gangale e S. Sciorilli Borrelli), in molti hanno interpretato quanto accaduto a Brescia come simbolo di un Corpo forestale “scomodo”, costretto a combattere contro forze occulte difficili da identificare, senza reali protezioni da parte dei Servizi o di altri apparati dello Stato.

Bonari sciacalli. Cosa Nostra spiegata dai boss (Corrado De Rosa)

Provenzano Angelo di Bernardo
Se a Francesco Schettino, il comandante della Costa Concordia naufragata all’Isola del Giglio il 13 gennaio 2012, si propone di tenere una lezione in un master sulla gestione degli attacchi di panico, non c’è da sorprendersi se a qualcuno viene in mente di chiedere al figlio di un boss di parlare di mafia.
I fatti: Angelo, figlio di Bernardo Provenzano, in un albergo di Palermo tiene degli incontri in cui chiacchiera con gruppi di turisti americani. Il suo intervento è preceduto da una breve introduzione sulla storia della mafia, poi racconta l’esperienza di vita e il rapporto con il padre, alla fine risponde alle domande dei partecipanti e spiega come si fronteggiano le difficoltà che nascono dal portare un cognome così ingombrante.
Le reazioni sono state immediate.
Il senatore Giuseppe Lumia ha invitato Provenzano jr a trovare un po’ di tempo per dire ai giudici dove si trovano i patrimoni del padre; Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto Nino, ucciso dalla mafia il 5 agosto 1989 in una delle vicende più torbide della storia criminale d’Italia, lo ha esortato a rinnegare il padre; Giovanna Maggiani Chielli, il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage dei Georgofili, ha scritto una lettera aperta all’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, in cui ha chiesto se ci sono strade legali per impedire il prosieguo di questi incontri offensivi per la memoria delle vittime delle stragi del 1993 – che molti hanno pubblicamente invitato a sabotare. Angelo Provenzano si è difeso e, quasi sorpreso, ha replicato al quotidiano “la Repubblica”: “Vorrei una vita più normale possibile, ma mi rendo conto che non c’è speranza”.
Sulle cause che lo hanno spinto ad accettare la proposta avranno forse inciso anche ragioni legate al tentativo di alleggerire il peso psicologico di aver vissuto la vita che ha vissuto. Ma in un’epoca di passioni tristi, motivazioni prosaiche e patrimoni fragili, è probabile che – senza scomodare Freud – più che la psiche poté il denaro. E siccome il reato di parentela non è contemplato dal codice penale, Angelo Provenzano ha ragione quando rivendicail diritto a una vita normale. Ma quella richiesta sarebbe più comprensibile se si accompagnasse a un impegno chiaro e inequivocabile non contro il padre, ma contro i crimini che ha commesso.
C’è, però, un altro passaggio avariato in questa storia. Se provassimo a capovolgere il punto di vista e riflettessimo su cosa spinge un tour operator di Boston, l’Overseas Adventure Travel, a scegliere il figlio di un boss come promoter per i suoi pacchetti di viaggio e a pubblicizzare quell’incontro sul sito web? Se, per un momento, andassimo oltre l’indignazione e ci chiedessimo perché decine di facoltosi americani di mezza età non vedono l’ora di partecipare a quegli incontri che, dopo una fase sperimentale, hanno avuto tanto successo da diventare una tappa fissa del tour?
Dovremmo dirci che il tour operator organizza viaggi, soddisfa clienti e guadagna su quello che offre, quindi dal suo punto di vista centra in pieno l’obiettivo. Ma anche che lo fa con un cinismo lucido che sfrutta una debolezza umana: offre ai propri clienti l’esperienza da ricordare cavalcando l’onda del fascino del male. Perché non c’è alcuna volontà di contribuire alla catarsi esistenziale di Angelo Provenzano da parte dell’agenzia di viaggi, ma la volontà di dare ai clienti il brivido di passare dalle suggestioni di don Vito Corleone a conoscere di persona il figlio di un padrino.
I cattivi ci piacciono da sempre e sulla mafia c’è il pericoloso gioco di mercato e di profitto che fa leva su complicati meccanismi psicologici che vanno dall’identificazione al riconoscimento di falsi codici d’onore, da un più o meno consapevole desiderio di emergere dall’anonimato al bisogno di fare i conti con un proprio lato oscuro che spaventa almeno quanto affascina. Questo mercato sfrutta la molla del piacere per la trasgressione, una componente fisiologica della natura umana, ci irretisce, lancia l’amo. E noi abbocchiamo come bonari sciacalli inconsapevoli, senza chiederci perché andiamo a sentire il figlio di un boss a parlare di mafia, a mangiare divertiti il panino Omertà in un fast food o a indossare una t-shirt che inneggia ai boss della Magliana.


Narcomafie, luglio-agosto 2015

Lumumba. Quel che la leggenda gli ha tolto (Arminio Savioli)

Nel 1976, a quindici anni dall’assassinio del leader africano Patrice Lumumba, ad opera degli agenti del neocolonialismo, il “Calendario del popolo”, pubblicò l'articolo che segue, con l'intento di eliminare quanto di leggendario c'era nella “vulgata” sul leader congolese, in qualche modo alimentata dalla sinistra internazionale. Tra le “icone” del Terzomondismo cubano, infatti, Lumumba aveva un posto di riguardo. 
Lo ripropongo, benché sia passati alcuni decenni, non ci sia più l'URSS e taluni riferimenti siano datati, sperando di sollecitare qualche attenzione intorno a una figura importante della storia del Novecento. (S.L.L.)


Sono passati quindici anni dalla morte di Patrice Lumumba. In quei giorni di crudeltà e di «nuova barbarie», in cui il mondo esterrefatto e impotente assisteva all’agonia di un eroe, chi scrive queste righe si trovava all’Avana. In un bar frequentato quasi soltanto da afro-cubani ascoltò conversazioni, registrò commenti, lacrime e gesti di collera. Lo stesso avveniva in molte altre città del mondo. Morente, Lumumba entrava già nel mito.

Non fu un ribelle romantico
Forse è ancora troppo presto perché la sua dolente figura ne esca, per entrare nella storia, più prosaica, ma più corretta narratrice di fatti, e più efficace maestra di vita. Si può tuttavia tentare un diverso «approccio» con l’uomo che passò come una troppo rapida cometa nel cielo africano: un «approccio» che, restituendogli ciò che la leggenda gli ha tolto, gli renda quella giustizia che gli hanno finora negato non solo i suoi nemici, ma anche i suoi troppo ingenui e sbrigativi ammiratori.
Lumumba non era (nulla, infatti, lo prova) quel ribelle romantico che alcuni ci hanno voluto far credere (basti pensare a certe frasi del suo amico belga Jean Van Lierde). Perfino sulle sue «umili» origini ci sarebbe da discutere. Figlio di un contadino, era però un évolué, cioè uno di quegli africani a cui la «paternalistica» amministrazione belga, nel tramonto degli imperi, aveva concesso una sorta di cittadinanza di seconda classe.
Nato a Onalua (distretto di Sankuru-Kasai) il 2 luglio 1925, apparteneva a una tribù dal passato glorioso: quella dei batetela, protagonisti di due epiche rivolte (nel 1895 e nel 1897) contro i mercenari di re Leopoldo. Fece le elementari con i missionari cattolici, le medie con i protestanti. Inurbatosi a Stanleyville, riusci a conquistarsi un lavoro fisso, modesto, ma rispettato: impiegato delle poste. In mezzo a una marea di milioni di contadini analfabeti, e di sottoproletari turbolenti e disperati, Lumumba apparteneva dunque a una «felice» élite di non più di centomila persone. Come membro del circolo liberale di Stanleyville, a trent’anni, s’incontrò con re Baldovino.

Cantò il «fratello negro
che non ha mai innalzato piramidi»
Non possedeva, certo, la cultura di un Senghor o di un N’Kruma. Ma la sua poesia L’Africa sarà libera («Piangi, amato mio fratello negro... Tu, che non hai mai innalzato piramidi...») è singolarmente bella e colta, e i suoi discorsi sono eloquenti. Ben lontano dalla cultura ancestrale africana, cristiano, non credeva più nel potere magico degli stregoni. Sensibile al fascino della civiltà europea, non cercava una ragione d’essere nella «negritudine» e neanche nell’«autenticità africana», tanto cara a mistificatori e a fantocci dell'imperialismo. Non risulta affatto che avesse simpatie per il marxismo, per il comunismo; né che già mirasse ad affrontare, una volta conquistata l’indipendenza, i problemi sociali congolesi, del resto ancora embrionali in un paese dove il colonialismo non aveva permesso, o aveva ritardato e deformato, la nascita di vere classi nel senso moderno della parola. Ammiratore dei valori ricevuti dall’Europa attraverso l’educazione missionaria, le avide letture e le accese conversazioni (anche con amici «bianchi»), non sembrava neanche consapevole del fatto che il colonialismo burocratico e militare, il vecchio colonialismo senza maschera, ormai morente, avesse come solida retrovia un colonialismo economico destinato a sopravvivergli, sotto forma di neocolonialismo. Credeva nella «meritocrazia», che il colonialismo grossolano, «prima maniera», negava stolidamente, promuovendo «bianchi» mediocri e incapaci a svantaggio di «nativi» intelligenti, colti ed energici.
Lumumba rivendicava semplicemente per sé e per tutti gli altri africani «evoluti» il diritto di disporre liberamente del proprio destino, e di dirigere le masse arretrate sulla via dell’emancipazione, cioè dell’acquisizione di quegli stessi valori e «beni» materiali e spirituali che l’Europa aveva creato con tanta abbondanza e sviluppato con tanta sagacia, anche attraverso lo sfruttamento delle colonie e la tratta degli schiavi, per poi negarli egoisticamente ai popoli da essa assoggettati.

Era anche lui un «negro bianco»
Era, insomma, anche lui, come tanti altri protagonisti della decolonizzazione in Africa, un «negro bianco»; era il prodotto doloroso di un’acculturazione che ha sconvolto e annientato senza pietà le vecchie strutture e sovrastrutture tribali, senza ancora produrre altro che vuoti spaventosi, o, nella migliore delle ipotesi, sommarie impalcature, esili premesse, ruvide trame di un nuovo che stenta a sorgere. Anche Lumumba era, culturalmente, un «mostro», che il creatore europeo (nuovo dottor Frankenstein) ha aborrito e rinnegato nel momento stesso in cui gli ha dato la vita. Perché?
Nella risposta c’è la chiave di tutta la vicenda. Perché il «mostro» voleva vivere di vita propria. Perché si rifiutava di essere un automa. Perché, in nome dei sacri principii europei, chiedeva la libertà, per gli africani. E non una libertà, un’indipendenza fittizie, formali, bensì vere, concrete e complete.

Tanto moderato negli obiettivi quanto rigoroso nel perseguirli
Questo nazionalista «puro», questo patriota non dissimile dai suoi predecessori europei di un secolo prima, che aveva imparato ad ammirare sui banchi di scuola, e poi deciso di emulare da adulto, era tanto moderato negli obiettivi (non è del tutto «normale» un ruolo di decolonizzatore nell’epoca della decolonizzazione?) quanto rigoroso, tenace e inflessibile nel perseguirli. Questo «dettaglio», questa «sfumatura» fa la differenza fra Lumumba e tanti falsi profeti. Mentre il tribalismo, il regionalismo, il federalismo di uomini come Kasavubu. Kalonji e Ciombè (tanto più «africani» nei loro legami clientelari con le masse arretrate, nella loro demagogia populista, nel loro estremismo parolaio) non facevano paura alle centrali imperialistiche, che anzi già pensavano al modo migliore di servirsene, la prospettiva unitaria di Lumumba, moderna, illuminata, «europea», anche se non socialista, anche se liberal-democratica nell’ispirazione, irritava e spaventava, perché conteneva in sé il germe di un Congo forte, evoluto e padrone delle sue ricchezze, capace di trattare da pari a pari con il mondo intero. Il paradosso è insomma, a nostro avviso, questo: che Lumumba si rivelò un pericolo mortale per Bruxelles, Londra, Parigi e Washington, non perché fosse «più negro» degli altri esponenti politici congolesi, ma perché era «più bianco», «più europeo». Proprio perché aveva saputo più e meglio degli altri impadronirsi degli strumenti (non di tutti, di alcuni) della cultura europea, «rubandoli» ai «maestri», violando i limiti fissati all’«apprendista», era diventato un nemico con il quale non si poteva arrivare al compromesso, che bisognava annientare al più presto.

Perché fu sconfitto
Perché fu sconfitto? Il dramma di Lumumba fu quello di altri eroi che non hanno saputo dare ali robuste agli alti ideali che perseguivano. Tutto preso (fino alla separazione dalla famiglia, alla nevrastenia, all’insonnia, agli eccessi nel fumo, all’abuso di psicofarmaci) dalla ricerca del fine, dimenticò l’importanza dei mezzi. Si distaccò dalle masse, troppo semplici per capire un discorso tutto sommato ancora astratto, non nutrito di contenuti tangibili, prosaici, a portata di mano. E si alienò gli altri évolués, meschini e miopi, volgari nelle aspirazioni, smaniosi soltanto di rafforzare i propri privilegi senza troppo affaticarsi, di avere gradi più alti, militari e civili, di mettersi in tasca stipendi più cospicui, insomma di occupare «il posto dei bianchi», e di vivere «come i bianchi» a spese degli altri negri.

Sartre lo paragonò a Robespierre
Nel confuso periodo in cui fu primo ministro e ministro della difesa (luglio-agosto) Lumumba, a detta dei testimoni, diede prova di grande energia, e anche di duttilità. Al capitale privato straniero offrì assicurazioni esplicite, garanzie sulla sicurezza degli investimenti e sulla riesportazione dei profitti. Respinse le nazionalizzazioni «come regola generale». Firmò anche un accordo con una società americana. Si recò negli Stati Uniti, a chiedervi aiuti. Ma la sua personale incorruttibilità (che indusse Sartre a paragonarlo a Robespierre) contraddiceva e smentiva, se così si può dire, la sua moderazione. Lumumba non era un estremista, non rifiutava il compromesso. Ma erano i suoi interlocutori a rifiutarlo. Coloni, generali e amministratori belgi, compagnie multinazionali, CIA. servizi segreti di mezza Europa, non volevano trattare con un «eguale», ma con dei servi. Perciò provocarono il famigerato ammutinamento delle truppe africane, favorirono i movimenti secessionisti, gli aizzarono contro gli altri aspiranti al potere.

Cosa resta dell’eredità di Lumumba
A dargli la morte ci pensarono questi stessi loschi personaggi. Destituito dal presidente Kasavubu il 5 settembre, «protetto», cioè tenuto in ostaggio, da un’ONU ancora docile alla volontà americana. avvolto in una fitta rete di intrighi, arrestato il 2 dicembre durante un ultimo, disperato tentativo di sollevare le popolazioni rurali del Kwilu, Lumumba fu consegnato a Ciombè, affinché lo uccidesse. Durante il trasporto in aereo, fu bastonato a sangue. Il boia fu Munongo, allora ministro degli interni del secessionista Stato katanghese. 11 17 gennaio 1961 Munongo uccise Lumumba in circostanze che non furono mai chiarite. Le versioni variano: strangolamento, pugnale, pistola. I dettagli (veri, falsi?) sono orribili: testa tagliata e offerta a Ciombè come trofeo, cuore e fegato mangiati...
L’ironia della storia vuole che l’odierno presidente Mobutu, uno dei responsabili diretti della morte di Lumumba, si vanti di esserne l’erede, gli intitoli piazze, gli eriga monumenti. L’ipocrisia, come tutti sanno, è l’omaggio che il vizio rende alla virtù.
Quanto è rimasto dell’eredità di Lumumba? È difficile dirlo. Il neocolonialismo è sempre molto forte in Africa. In certe zone si è consolidato. Alto è il numero dei paesi i cui leaders sono creature di Washington, Londra o Parigi. Complicato e contraddittorio è il processo di emancipazione, ancora in corso. Pure, nuovi Stati hanno conquistato un’indipendenza talvolta autentica, in qualche caso solo formale. Altri sono entrati in un’area che può definirsi «progressista». Non sempre i contorni sono netti. Anzi c’è molta nebbia a oscurare la realtà. Dubbi e perplessità sono legittimi. Ma il modo come le ex colonie portoghesi si sono liberate sembra dimostrare che qualcuno ha fatto tesoro della terribile lezione rappresentata dal sacrificio di Lumumba. Il fatto che 22 paesi africani (non tutti «di sinistra») si schierassero con il governo di Luanda nel dibattito sull’Angola, dicendo «no» a Kissinger, indusse alla speranza. Contro Agostinho Neto non è stato possibile ripetere il «golpe» che riuscì così bene contro Lumumba. L’Angola è il nuovo banco di prova. Da qui attendiamo con fiducia una risposta alla domanda se il sacrificio dell’eroe congolese sia stato vano, o fecondo di risultati positivi.

“Il calendario del popolo”, marzo 1976

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