15.12.15

Nuovi giochi per bambini poveri (Marcello Marchesi)

Nuovi giochi per bambini poveri: incipriate una merda. Sembrerà un paesino di montagna sotto la neve.

Ferruccio Parri, De Gasperi e i mali permanenti dell'Italia (S.L.L.)

Una rara foto del gabinetto Parri (1945). Da sinistra Ferruccio
Parri, Manlio Brosio, Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi. 
Nel domenicale del “Sole 24 Ore” c'è di regola una rubrica del direttore, Roberto Napoletano, dal titolo Memorandum, generalmente dedicata a pagine della storia italiana dell'ultimo secolo. Il “memorandum” del 13 dicembre 2015 nasce da una lettera del lettore Lorenzo Catania che ricorda la caduta 70 anni fa, per la precisione il 24 novembre 1945, del governo presieduto da Ferruccio Parri. Parri, nome di battaglia Maurizio, azionista, che era stato nel C.L.N.A.I. alla testa della Resistenza armata, nel Corpo Volontari della Libertà. 
Il suo governo, che seguiva quello del notabile prefascista Bonomi, era il frutto del “vento del Nord”, della Resistenza e dell'ampia partecipazione popolare ad essa. La scelta dell'esponente di un partito nuovo, presumibilmente minore, il Partito d'Azione, come capo del governo, da una parte rispondeva a un'esigenza di equilibrio tra i maggiori partiti, la Dc, il Psiup, il Pci, dall'altra premiava la forza politica che più fortemente si identificava con l'esigenza di costruire una Italia nuova, autenticamente democratica, assai lontana dal conservatorismo, dai privilegi e dai trasformismi del liberalismo prefascista.
Catania lamenta come il nome di Parri, degno di figurare accanto a quelli, per esempio, di De Gasperi e Di Vittorio tra i padri della Repubblica, sia spesso trascurato o messo in secondo piano, e aggiunge alla lettera una breve memoria su questa figura di combattente. Egli scrive tra l'altro che “quando la società è ridotta, come oggi, a consumo di merci, gli uomini sottomessi a questa logica che cancella la natura e la volontà, come ciechi brancolano nel vuoto dei valori” e aggiunge che “in Italia si coltiva poco la memoria”. In particolare si rammarica del fatto che la caduta di Parri nei manuali di storia diffusi nelle scuole venga “liquidata con brevi parole ellittiche e convenzionali che spiegano ben poco”, mentre in verità la breve esperienza del Governo Parri (21 giugno - 24 novembre 1945) rappresenta “un evento significativo, dopo il quale l’Italia si ripiega su se stessa a leccarsi le proprie ferite, mentre la corruzione, il parassitismo e gli intrighi si diffondono e impediscono al Bel Paese di migliorare il suo costume etico-civile”.
La risposta di Napoletano rifiuta nettamente questa lettura: “Non è vero che dopo la caduta del Governo Parri arrivano corruzione e parassitismo, ma piuttosto il centrismo degasperiano, orgoglio, riscatto, il gusto profondo della fatica che condussero l’Italia fuori dalle secche della crisi e posero le basi del miracolo economico”.
Riconosce tuttavia che un uomo come Ferruccio Parri appartiene alla storia più nobile di questo Paese, sottolinea la sua appartenenza ai “Grandi del dopoguerra” ed afferma che “molte delle sue intuizioni rimaste inascoltate, si sono rivelate profetiche alla prova dei fatti”. Cita un esempio: “A qualcuno appare bizzarra l’ossessione della priorità alla lotta senza quartiere alla mafia negli anni della Ricostruzione quando il primo obiettivo per tutti era quello di ridare un tetto e un lavoro agli italiani, ma con il senno del poi facendo i conti su quanto incide ancora oggi la criminalità organizzata nella vita civile e nell’economia del Paese e su come persista un germe malavitoso-corruttivo diffuso in territori sempre più estesi, ci si rende conto che continuiamo a pagare proprio l’assenza di quello sguardo lungo”.
Forse si dovrebbe aggiungere che, dopo i 150 giorni di Parri, la Democrazia cristiana di De Gasperi e i suoi governi, scegliendo come asse l'alleanza occidentale e come funzione quella di diga contro il socialcomunismo, cambiano politica nei confronti della mafia. Alla lotta frontale si sostituisce una vera e propria apertura verso gli “uomini d'onore” della Sicilia: se fino ad allora i Vizzini, i Genco Russo, i Gioia, i Volpe si erano orientati verso il separatismo, proprio sotto i primi governi De Gasperi si compie l'ingresso in massa degli “uomini d'onore” e delle loro famiglie nella Democrazia cristiana. 
I risultati in Sicilia saranno pessimi: negli anni di De Gasperi il movimento operaio e contadino, la Cgil, il partito comunista e il partito socialista subiscono una vera e propria falcidie. Il peggio del prefascismo e del fascismo cooperano in quest'azione. Da una parte i mafiosi, anche quelli che il fascismo aveva condannato e costretto all'inazione, che minacciano, intimidiscono, colpiscono, uccidono soprattutto il dirigenti sindacali, dall'altra i magistrati che avevano fatto carriera sotto il fascismo i quali servivano il governo democristiano con lo stesso spirito con cui avevano servito il precedente regime, assolvendo sistematicamente gli autori degli omicidi politico-mafiosi e mandando in galera i dirigenti sindacali della sinistra per reati politici.
Napoletano rievoca l'amareza di Parri, ormai più che ottantenne, molti anni dopo la stagione della Ricostruzione, in una intervisa rilasciata a Corrado Stajano che gli chiedeva quale fosse stata la sua delusione più profonda: «Mah, il popolo italiano, ecco. È la cosa che mi pesa di più. Man mano che mi sono fatto una conoscenza più profonda del popolo italiano, ho toccato i suoi aspetti di scarsa educazione civile e politica. Mi riferisco alla parte prevalente del Paese, non a tutto il Paese. Questo rafforzarsi costante del mio pessimismo, questa constatazione progressiva della non rispondenza della maggior parte del popolo è una delusione forte per uno che ha sempre ritenuto e ritiene di dover fare qualcosa per la vita pubblica».
Pessimismo giustificato, ma la “riforma intellettuale e civile dell'Italia” che avrebbe dovuto accompagnare la nascita della Repubblica e che, invece, non si verificò, ha tra i suoi assassini De Gasperi e il centrismo democristiano. La scelta di tollerare mafia, illegalismo, clientelismo, forchettonismo, doppie verità, opportunismo, pur di fermare il comunismo ateo, fu anche di De Gasperi e segnò profondamente l'Italia democristiana.
Per capire bisogna nello stesso tempo ricordare Parri e rileggere Sciascia, il grande fustigatore della menzogna e della corruttela democristiana, senza dimenticare che sia Parri che Sciascia, pur tra dubbi e incertezze, negli anni 60 e 70 videro nel Pci, nel popolo comunista, l'unica forza in grado, per pulizia e moralità, di realizzare quella grande riforma dello spirito pubblico che ritenevano necessaria in Italia.
Qualcosa mi dice (ma è una ipotesi tutta da verificare, per carità!) che le velleità di un Togliatti o, più tardi, di un Berlinguer, di staccare la Dc buona da quella cattiva o, addirittura, di favorire l'autoriforma dell'intera Dc, si infransero nella capacità di corrompere e assimilare gli avversari del partito fondato da De Gasperi. 
Alla fine del gioco fu la Dc a cambiare il Pci e non viceversa. Vi ricordate Andreotti? Allora, mentre ci siete, ricordatevi che egli fu per diverso tempo il sottosegretario di De Gasperi, una specie di delfino dello statista trentino.

Emiri e califfi. Fondi arabi scalano l’economia italiana (Gabriella Colarusso)

"pagina99", tornato in edicola a novembre, mi pare "più bello e più forte che pria", 50 e più pagine densissime, con articoli che sovente affrontano temi cruciali, dai più ignorati, come questo di Gabriella Colarusso di qualche settimana fa. Le acquisizioni dei fondi sovrani dell'Arabia Saudita, del Quatar, degli emirati, finanziatori di guerre sante, riguardano talora produzioni strategiche e industrie pubbliche. Quanta cinismo e, insieme, quanta stupida cecità ci sia nel far cassa in questo modo per pagare le mance elettorali è problema che affido alla riflessione di chi legge. (S.L.L.)

Non hanno neanche un ufficio di rappresentanza a Milano o a Roma. Ma solo lo scorso anno hanno investito in Italia più di 2 miliardi di dollari. Vengono da Cina, Qatar, Abu Dhabi, Kuwait. Sono i fondi sovrani, gli Stati investitori che competono sui mercati mondiali.
Sovrani d’Oriente, corteggiatissimi dai politici e dai governi d’occidente, ai quali la crisi del 2008 e il bisogno di capitali hanno imposto di aprire le porte a Pechino e agli emiri. E di chiudere un occhio sui rischi geopolitici e strategici che portano insieme alle loro casseforti.
I problemi di ordine geopolitico sono più evidenti che mai dopo l’attentato di Parigi. E si aggiungono a quelli economici, di protezione del know-how in settori strategici. Senza contare la trasparenza della proprietà, virtù nella quale i fondi sovrani non eccellono (anche se in questo, va detto, sono in buona compagnia). Ma quali sono, e dove investono, i fondi sovrani che hanno lanciato la loro opa sull’Italia?
Il nostro Paese per un po’ era rimasto fuori dai loro radar, considerato un mercato meno attraente della Francia, della Germania e anche della Spagna. Poi, nel 2014, è arrivato il raddoppio: gli investimenti sovrani in Italia hanno fatto un grande balzo in avanti, con più di due miliardi iniettati nel sistema finanziario e industriale. Se si sommano gli investimenti fatti dal 2012 a oggi, siamo oltre i 7 miliardi di capitali freschi arrivati dai fondi sovrani.
Che il clima fosse cambiato lo si è capito a fine settembre, quando 34 fondi da 31 Paesi del mondo si sono dati appuntamento al Principe di Savoia, a Milano, accolti con grande fasto dai vertici della Cassa depositi e prestiti e dal ministro dell’economia: era la prima volta che l’International forum Of Sovereign Wealth Funds (Ifswf), il club dei fondi più potenti del mondo, si riuniva in Italia. Negli stessi giorni, la Qatar Investment Authority (Qia), il fondo sovrano dell’Emirato governato dalla monarchia della famiglia Al-Thani, e dalla shari’a, apriva il suo primo ufficio a New York, promettendo 35 miliardi di investimenti sul mercato americano nei prossimi cinque anni. Difficile da immaginare prima del crollo della Lehman Brothers. Ma da allora i nuovi imperatori dei mercati sono cresciuti a ritmo forsennato, e oggi i fondi sovrani attivi nel mondo sono 35, con un patrimonio di circa 5 triliardi di dollari, secondo le stime del Sovereign Investment Lab (Sil) della Bocconi.
Per numero di operazioni chiuse e valore degli investimenti fatti negli ultimi tre anni, i più attivi in Italia sono stati i fondi cinesi e quelli del Golfo: Qatar, Abu Dhabi, Kuwait e in misura minore l’Oman. Senza dimenticare Singapore, che nel 2014 ha speso 250 milioni di dollari per comprare il 50 per cento di Roma Est Shopping Center.
E il cambiamento della geografia dei capitali porta anche a una nuova diplomazia economica.
Lo Stato non investe più (gli investimenti pubblici sono calati del 18% dal 2008 al 2013, secondo i dati della Commissione europea) e i privati, grandi e piccoli, faticano a rilanciare industria e servizi su un mercato globale sempre più competitivo. Così i “barbari” sono diventati partner ambiti. «C’è un nuovo interesse per l’Italia, dovuto al mutato atteggiamento del sistema Paese, anche se scontiamo un forte ritardo rispetto agli altri stati europei», fa notare il direttore del Sil, Bernardo Bortolotti.
Il flirt, in verità, era iniziato da tempo, con il governo spesso nei panni di Cupido. Monti e Letta si erano dati da fare per stringere i rapporti con il Qatar e Abu Dhabi, Renzi ne ha raccolto l’eredità e ha intensificato gli scambi. Da quando è a palazzo Chigi, il premier ha incontrato molte volte, l’ultima a Firenze il 6 ottobre scorso, Mohammed Bin Zayed Al Nahyan, il principe ereditario di Abu Dhabi che Roma considera un alleato in contesti di crisi internazionale, dalla Libia al Medioriente. Ma un «ruolo fondamentale» in questa nuova diplomazia economica l’ha giocato il Fondo strategico italiano (Fsi) diretto da Maurizio Tamagnini, con una serie di accordi di co-investimento con i fondi d’Oriente.

La geografia degli investimenti
Il grande investitore, Pechino, è interessato soprattutto alle infrastrutture. A giugno di quest’anno la China Investment Corporation (Cic), primo fondo sovrano della Repubblica Popolare, l’unico che risponde direttamente al consiglio di Stato, è entrato con il 10% in F2i. L’anno scorso era stata la volta di State Grid, una società interamente pubblica, in Cdp Reti, che controlla Snam e Terna, ovvero le reti del gas ed elettriche.
Il Qatar preferisce comprare palazzi, alberghi, interi quartieri. Almeno in Italia, perché in Europa invece ha investito un po’ in tutto, dalle commodities ai servizi finanziari al settore auto, pagando anche un conto salato per lo scandalo dieselgate: sono i primi azionisti di Volkswagen. L’unica eccezione al mattone, nel portafoglio italiano, è la partecipazione del 50%, con Fsi, in IQ Made In Italy Venture, un fondo per sostenere l’industria della moda, del lusso, del cibo.
Diversa invece la strategia dei manager di Abu Dhabi – 67 mila km quadrati per 2 milioni di abitanti, saldamente nelle mani della dinastia Al Nayan – che hanno puntato su banche (sono i primi azionisti singoli di Unicredit), aerei (Etihad in Alitalia) e difesa (Piaggio).
C’è poi il Kuwait, che dopo il suo primo approdo in Italia, nel 2014 – 680 milioni di dollari investiti con Fsi per sostenere le imprese italiane – a ottobre ha sborsato altri 197 milioni per il 2,06% di Poste Italiane. Un caso interessante, la quotazione gestita da Francesco Caio, perché racconta di come il protagonismo di questi nuovi investitori statali potrebbe modificare, e in parte lo stia già facendo, la fisionomia dei rapporti tra Stato e mercato.

Capitalismo di Stato?
«Un governo che vende, sperando di incassare dividendi con cui poi si faranno pezzi importanti di manovra finanziaria, e un governo, straniero, che compra. Lo Stato ai due lati del mercato», ragiona Bortolotti. «Non c’è più l’Iri, lo Stato imprenditore, ma dopo 30 anni di globalizzazione ci troviamo ancora con lo Stato azionista, investitore».
Un paradosso? «Più che altro, il frutto stesso della globalizzazione, la contropartita finanziaria del boom dei Paesi emergenti che hanno accumulato riserve in valuta pregiata e devono investire per farle fruttare».
Da Ginevra, dove dirige “GeoEconomica”, un think tank indipendente che studia il fenomeno dei fondi e il ruolo dei governi nell’economia, Sven Behrendt accetta la provocazione. «È vero che lo Stato non si limita più soltanto a fornire al mercato regole entro cui operare, ma è diventato esso stesso un investitore sempre più attivo», ma di qui a parlare di capitalismo di Stato, per ora, ce ne passa. «Intanto perché i Swf rappresentano solo una parte dei fondi che investono a livello globale» e poi perché «sono diventati sempre più professionali». Cioè, agiscono come un qualsiasi altro fondo di investimento: le società con cui operano, spesso gestite da manager europei o americani, «hanno diversificato i loro portafogli a favore di investimenti più rischiosi e si sono interfacciate con il resto del mondo sulla base di interessi commerciali e finanziari».
Peccato che il controllo di questi veicoli sia spesso in capo a Stati non democratici, in cui è difficile anche distinguere i fondi sovrani dai fondi del sovrano, e con politiche estere ambigue nei confronti di organizzazioni terroristiche. È vero che può essere complicato ricondurre gli investimenti immobiliari del Qatar a obiettivi di natura geopolitica. Ma è anche vero che «l’idea per cui una cosa è il mercato, altra la politica è semplicemente una foglia di fico», dice l’analista politico e strategico Alessandro Politi. In un mercato mondiale «spesso dominato da oligopoli, anche le decisioni che seguono logiche puramente di profitto non sono mai scevre da concretissime ricadute politiche». Se Abu Dhabi investe nei droni Piaggio o li compra, qualche domanda si pone, prosegue Politi: «Devo capire cosa chiedono gli Emirati a me e io a loro. Si possono usare contro l’Iran dopo la pace con gli Usa? E nello Yemen? Sono domande concrete. Porre delle condizioni non basta, serve anche farle rispettare». Del resto, quando la tensione tra Stati cresce gli asset sovrani diventano il primo strumento di pressione. Ad oggi ci sono almeno tre membri del forum dei fondi sovrani congelati dalle sanzioni internazionali: la Lybia Investment Authority, il National Development Fund dell’Iran e il Russia Direct Investment Fund.

Tecnologia e trasparenza
Le criticità non sono solo sul piano dei rapporti geopolitici ma anche del trasferimento tecnologico. E della trasparenza, nervo scoperto dei nostri nuovi sovrani. Nel 2008, per conquistare credibilità agli occhi della comunità finanziaria e dei governi, molti fondi sovrani sottoscrissero la Carta dei principi di Santiago, che avrebbe dovuto spingere a una maggiore trasparenza su portafoglio, struttura di governance, provenienza dei capitali. L’adesione al trattato è volontaria e non esiste un’autorità indipendente che la valuti.
Alcuni «hanno fatto grandi passi avanti», spiega Behrendt, «altri sono migliorati ma restano a un livello ancora non soddisfacente, come Abu Dhabi, il Kuwait, la Cina». Ma altri ancora «sono del tutto inadempienti»; tra questi il Qatar, che è in fondo alla classifica stilata da Geoeconomica: not compliant. Sono i fondi che più hanno investito in Italia negli ultimi anni, i protagonisti del raddoppio degli investimenti sovrani nel nostro Paese. Nessuno di loro ha uffici di corrispondenza a Roma o a Milano. Un’assenza che non aiuta a diradare la nebbia e contribuisce ad alimentare la diffidenza dell’opinione pubblica e degli stessi policymakers.
Dall’osservatorio della Bocconi, Bortolotti ridimensiona l’allarme sulla trasparenza ma ne segnala altri. Il tema della trasparenza, dice, è «un falso problema: i fondi hedge americani o i fondi di private equity non sono certamente più trasparenti di quelli sovrani». Il rischio potenziale, semmai, «è che dietro alle loro scelte si possa inserire surrettiziamente un’agenda di natura politica, con gli investimenti che diventano una specie di quinta colonna per iniziare una guerra di natura economica ed espropriare l’azienda in cui si investe di tecnologie o saperi pregiati».
Nella nuova legge sulla sorveglianza, approvata a maggio dall’Assemblea nazionale e ora al vaglio del Senato, la Francia ha esteso i poteri dei suoi 007, anche in tema di intelligence economica. Che si tratti di fondi sovrani o investitori privati, la Republique prova a difendere il suo know-how. E l’Italia? Il golden power dà al governo potere di veto nei cambi degli assetti azionari di società considerate di interesse strategico. Poi? «Noi siamo molto, troppo prudenti, in materia di intelligence economica», incalza Politi. «Dopo le rivelazioni del wikileaks, del datagate, è arrivato il momento di rivalutare le nostre posizioni. Se vogliamo essere sicuri che determinati attori non si muovano in modo scorretto rispetto alle nostre aziende o ai nostri interessi strategici non possiamo giocare solo in difesa, con una mentalità ancora da guerra fredda. Non possiamo fare solo controspionaggio. E assegnare i ruoli da punta, quando li affidiamo, a dei privati». Come mettere una volpe a guardia del pollaio.


Pagina99we, 21 novembre 2015

Le banche italiane e il rischio all’amatriciana (Roberta Carlini)

Da pagina 99. Finalmente una cosa lucida e non demagogica sulla questione delle banche, un commento della nostra Robertina Carlini, che è condirettrice del settimanale di recente tornato in edicola e sul web. (S.L.L.)

Immaginate di andare in trattoria, una di quelle con le tovaglie a scacchi rossi e bianchi. Vi propongono come piatto del giorno un’amatriciana, insieme a varie altre scelte. Poi vi dicono che c’è anche l’amatriciana subordinata, che invece di 10 euro ne costa 6. Se avete pochi soldi e il gusto del rischio non vi rovina quello del pranzo, andate sull’amatriciana subordinata. Però non vi stupirete se a un certo punto, magari a metà piatto, il cameriere ve la porta via.
Ecco, questo è quello che è successo ai risparmiatori gabbati dal bail in delle banche italiane in difficoltà: sono state salvate coi fondi delle altre banche, e sono in salvo anche i soldi dei correntisti. Garantiti anche quelli che avevano acquistato obbligazioni delle banche; ma non i titolari di “obbligazioni subordinate”. Poiché si tratta di un gran numero di famiglie, spesso tutt’altro che benestanti, adesso il governo sta cercando di rimborsarle, dribblando i divieti europei che non vogliono niente che somigli a un salvataggio pubblico delle banche. Lasciando stare il fatto che questi divieti vengono dagli stessi pulpiti che hanno consentito un’iniezione da 250 miliardi a favore delle banche tedesche dopo il crac Lehman (potenza dei lobbisti e dei clan di Francoforte, di cui parla Gabriella Colarusso a pagina 5); lasciando stare l’ipocrisia per cui, se il rimborso passerà, sarà sotto l’etichetta degli “aiuti umanitari” (e a quelli che non hanno neanche soldi da dare alle banche, niente? non sarebbe più “umanitario” aiutare gli esodati, che hanno perso lavoro e pensione?); lasciando stare le insinuazioni per cui il governo si muove solo perché quasi tutti gli interessati stanno nelle regioni ex-rosse e adesso ad alta densità piddina... lasciando stare tutto ciò, siamo sicuri che sia una buona idea?

A scanso di equivoci, diciamo subito che chi ha visto all’improvviso i suoi risparmi volatilizzarsi per colpa della banca a cui li aveva affidati merita comprensione, rispetto, solidarietà. Ma anche una domanda: non vi era venuto il sospetto che quell’aggettivo vicino alle obbligazioni, subordinate, significasse qualcosa? e che, per avere un rendimento più alto dei normali depositi, qualche rischio doveva esserci? Le risposte collettive e inferocite a questa domanda parlano di clausole rimpicciolite, strumenti di pressione (ti dò il mutuo se mi compri qualche obbligazione), carte incomprensibili. Ma se così è, paghino, con nomi e cognomi, funzionari, direttori e dirigenti che hanno fatto la truffa, e le autorità che non hanno vigilato. Se invece interviene il governo a piè di lista e tutto si copre, tutto ricomincerà come prima. La questione non è piccola, visto che l’economia “del tasso zero” ha lasciato a bocca asciutta il popolo dei titoli pubblici, che cerca strade alternative per il proprio risparmio, magari chiudendo gli occhi sul rischio subordinato: tanto alla fine ci penserà qualcun altro a pagare il conto.

"pagina99we", 12 dicembre 2015

14.12.15

La poesia del lunedì. Corrado Govoni (1884-1965)

Crepuscolo sul Po

Come un frutto maturo cade il giorno.
Dal ponte che cavalca il fiume suona un corno.

Con uno strepito di gran cascata
un treno fora il vuoto su la via ferrata.

I rumori pel silenzio stenografo
sfuman come figure d’un cinematografo.

Il vento studia da flautista.
Il cielo è svolto simile ad un trasformista.

L’acqua che corre corre al mare
si tinge il viso di lillà crepuscolare.

Dentro, le case mirano a la riva
la loro immagine che sembra fuggitiva.

In una barca piena di legumi
mentre le case sbocciano dei bianchi lumi,

una donna con una guasta ventola
incita il fuoco sotto la sua vecchia pentola.

da Poesie (1903-1959), Mondadori, 1961

9.12.15

Oligarchi in Israele (Anna Momigliano)

Roman Abramovich
Sarà perché le autorità fanno poche domande sulla provenienza dei soldi, oppure perché ottenere la cittadinanza è facile. O forse sarà perché dove c’è il Mossad, Mosca non osa colpire col polonio. Fatto sta che molti oligarchi russi di origine ebraica stanno acquistando casa in Israele.
Roman Abramovich ha comperato qualche mese fa un albergo a Neve Tzedek, il quartiere più antico di Tel Aviv, oggi gentrificato. Lo ha pagato 100 milioni di shekel, l’equivalente di 24 milioni di euro. Secondo la stampa israeliana, il proprietario del Chelsea intende usare la villa come sua abitazione principale. Più ambizioso Valery Kogan, il miliardario proprietario di uno degli aeroporti di Mosca, nonché di svariate miniere in Kazakhstan e in Africa, che ha da poco completato la costruzione della sua reggia nella città costiera di Cesarea. Si tratta della più grande dimora di tutto il Paese, con un salotto di 500 metri quadri, riporta il giornale “Yediot Ahronot”.
«Sono almeno dieci anni che gli oligarchi russi di origine ebraica si stanno costruendo degli sfarzosi pied-à-terre in Israele», racconta a “pagina99” Lisa Goldman, co-fondatrice del sito d'informazione israeliano “+972”. «In quanto ebrei, possono ottenere la cittadinanza israeliana. In quanto miliardari possono comprarsi un influenza politica». Israele sta diventando «un parco giochi per gli oligarchi», scriveva senza mezzi termini qualche settimana fa l’“Economist”. E per quanto il fenomeno non sia nuovo, negli ultimi anni ha registrato un accelerazione.
Alcuni oligarchi trascorrono nelle loro dimore mediorientali appena qualche settimana l'anno, altri vivono semistabilmente nel Paese. Più che dal richiamo delle origini, sono attirati da un certo laissez-faire delle autorità nei confronti dei grandi capitali esteri: le ricchezze non dichiarate ammonterebbero a circa un quinto del prodotto interno lordo del Paese. «Sulla stampa locale si legge spesso di oligarchi sotto inchiesta che trovano rifugio nel Paese, oppure di richieste di chiarimenti da parte dell’Interpol in casi di sospetto riciclaggio del denaro», dice Goldman.
Prima di Kogan e Abramovich hanno comprato casa in Israele Vitaly Malkin, ex banchiere e senatore russo che nel 2013 ha dovuto lasciare la politica moscovita proprio a causa della sua cittadinanza israeliana, e Moshe Kantor, magnate dei fertilizzanti. Già nel 2008 un popolare gruppo reggae israeliano, gli Hatikvah 6, dedicava una canzone al signore del commercio d’armi Arcadi Gaydamak: «Gaydamak si compra tutto, HaPoel, il Beitar (due squadre di calcio ndr), tra un po si compra pure noi». Come Kogan, anche Gaydamak possiede una villa a Cesarea. E a un certo punto si era persino candidato, senza successo, a sindaco di Gerusalemme, ma oggi pare viva soprattutto a Mosca.
Tra gli oligarchi provenienti dall’ex Urss più noti in Israele si segnalano anche Lev Leviev, originario dell’Uzbekistan, che si è arricchito con i diamanti in Angola e ora finanzia gli insediamenti in Cisgiordania, e l’israelo-ucraino Vadim Rabinovich, che si è presentato alle elezioni di Kiev nel 2014 ma risulta residente a Bitan Aharon, un moshav, o insediamento collettivo, nel centro di Israele.
I primi oligarchi hanno lasciato Mosca per Tel Aviv all’inizio degli anni Duemila, quando Vladimir Putin ha iniziato a fare sentire il suo pugno di ferro contro gli imprenditori che avevano fatto fortuna durante l’era del bespredel (sregolatezza), ai tempi di Boris Eltsin. Per chi poteva sfruttare la Legge del Ritorno, Israele era una destinazione ideale perché lo Stato ebraico difficilmente concede estradizioni: nel 2001 il magnate dei media Vladimir Gusinsky sfuggì a un mandato di cattura trasferendosi in Israele; nel 2003 Leonid Nevzlin, braccio destro di Mikhail Khodorkovsky al colosso energetico Yukos, scappò in Israele per evitare di fare la fine del suo capo, condannato a 13 anni di carcere.
L'“Economist”ipotizza che, per chi ha nemici a Mosca, il trasferimento in Israele può essere anche una scelta dettata dalla sicurezza: «Molti degli oligarchi devono tenere gli occhi aperti, nel caso ci sia qualche sicario o del polonio nel loro tè», scrive il settimanale, con un velato riferimento ad Aleksandr Litvinenko, l’ex agente segreto assassinato a Londra con la sostanza radioattiva. «Il sottinteso è che l’intelligence russa non osa sfidare la sua controparte israeliana, tanto che non ci sono stati assassinii [di oligarchi] nel Paese». Lo stesso non si può dire del Regno Unito, dove sono morti in circostanze sospette Boris Berezovsky e Alexander Perepilichnyy, nel 2013 e nel 2012 rispettivamente.
La presenza, immobiliare e non, degli oligarchi in una piccola nazione come Israele ha ricadute politiche ed economiche, racconta a “pagina99” Anshel Pfeffer, corrispondente da Gerusalemme per l'“Economist nonché redattore di “Haaretz”. «Alcuni oligarchi sono vicini a Lieberman e altri membri di Yisrael Beitenu», spiega Pfeffer, riferendosi alla formazione nazionalista dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, originario della Moldavia. Inoltre gli investimenti immobiliari potrebbero avere contribuito all’aumento vertiginoso del costo degli affitti, che ha scatenato le proteste sociali del 2011 e che non accenna a ridimensionarsi: «Alcuni sostengono che l’acquisto di immobili da parte degli oligarchi sia una delle cause di questa impennata, ma gli esperti concordano sul fatto che il lusso abbia poca influenza sul più ampio settore immobiliare. Però forse c’è un qualche effetto sui prezzi a Tel Aviv, dove molte delle nuove costruzioni riguardano la fascia alta di mercato». Tra le destinazioni più popolari tra i tycoon dell Est, oltre a Tel Aviv, ci sono le località di mare già amate dai ricchi israeliani: Herzliya, per esempio, o Cesarea, dove la mega-villa di Kogan sorge non lontano dall’abitazione privata del primo ministro Benjamin Netanyahu.

"pagina99we", 5 dicembre 2015

Calabria medievale (Marina Montesano)

Ci sono argomenti e luoghi, nella storia, che godono di una sovraesposizione: per il medioevo Venezia e per il rinascimento Firenze, ad esempio. Altri, invece, restano meno noti, e non perché poco interessanti. È il caso di regioni come la Calabria e la Basilicata che, strette fra Sicilia, Campania e Puglia, finiscono per esser considerate marginali nel quadro storico; meno indagate dalla storiografia e soprattutto ignorate dalla cultura condivisa.
A colmare questa lacuna, almeno per alcuni secoli della nostra storia, arrivano Pietro Dalena e il suo Calabria medievale. Ambiente e Istituzioni, secoli XI-XV (Adda Editore, pp. 388, euro 20) che, come il titolo promette, ripercorre la storia della regione nei secoli bassomedievali.
Per ciò che attiene alla scelta della cronologia, vale quanto nota Franco Cardini nella prefazione: «La regione appartiene appieno a quello scacchiere bizantino (…) che in questo inizio di secondo millennio è la forza trainante in un’Italia, per non parlare del resto d’Europa, che ancora fatica a uscire da una condizione di ruralità, di economia in lentissima ripresa rispetto ai secoli più difficili compresi tra V e VIII. La Calabria è una terra ricca di risorse minerarie, di centri relativamente popolosi, di coltivazioni pregiate come vigne e olivi, di allevamento abbondante. È indubbio che, di fronte a questa situazione preesistente, la conquista normanna, con i saccheggi prima, con l’istituzione di un ordine feudale poi, abbia rappresentato un forte elemento di discontinuità se non addirittura di rottura. Ci si potrebbe chiedere se la ’storia spezzata’, la cesura tra tardoantico e medioevo risieda, per la Calabria, soprattutto quella centro meridionale (rimasta estranea agli influssi longobardi), proprio in quest’epoca».
Eppure, la storia della regione sembra seguire sostanzialmente quella del resto della penisola e dell’Europa all’inizio del secondo millennio, quando si palesano con evidenza i segni della ripresa; sebbene, come ormai appare chiaro, il «risveglio dell’Anno Mille» altro non era se non l’emergenza di un graduale processo che si ebbe a partire dall’VIII-IX secolo, quando da molte parti dell’Europa giungono prove di un incremento demografico; il miglioramento climatico attestato da quel momento può aver agito sulla società, contribuendo alla crescita demografica, in due modi: anzitutto grazie ai raccolti più abbondanti e alla fine delle carestie causate dal maltempo; e poi anche a causa della diminuzione delle malattie caratteristiche del clima freddo, che colpiscono soprattutto i bambini. L’intiepidirsi dell’aria e il miglioramento qualitativo e quantitativo del vitto non solo posero un argine alla mortalità infantile (del resto molto forte in tutta l’età preindustriale), ma alzarono in genere il livello della vita media. Oltre a ciò, le meno dure condizioni di vita dovettero incoraggiare le famiglie a diventare più numerose.
Non sono dettagli insignificanti: il libro di Dalena si apre infatti con un’ampia analisi del paesaggio, delle risorse, delle catastrofi naturali della Calabria nei secoli presi in esame. Soltanto dopo tale doverosa premessa si passa ai quadri istituzionali: ed è, difatti, questo il primo punto di forza del libro: saper tracciare un quadro di storia à part entière, dalla quale si evince come le istituzioni non possano prescindere dalla realtà profonda di un territorio; che nel caso della Calabria è certamente una realtà aspra, difficile, dove la natura è bella ma anche impietosa; al punto che, negli anni terribili della Peste Nera di metà Trecento, la regione fu martoriata anche dal terremoto del 1349, come nota Dalena.
A quel punto però la regione viveva già in uno stato di crisi differente, meno passeggera da quello di altri territori d’Europa; il governo angioino, infatti, con le sue politiche fiscali, aveva spopolato le campagne e distrutto l’economia. Non sembra che il successivo, decisamente migliore governo aragonese abbia potuto fare più di tanto, nonostante l’autore ne registri le positive strategie amministrative.
Con il governo aragonese il libro esaurisce il suo compito e si ferma. Compito che peraltro assolve pienamente; perché il secondo merito di Calabria medievale non sta nel fatto di essere un unicum: come già detto, l’area ha registrato un interesse moderato nella storiografia, ma una tradizione in materia esiste, e di essa lo stesso Dalena dà conto già in apertura; ma qui per la prima volta siamo dinanzi a un quadro di sintesi che, attraverso il rinnovamento del metodo di indagine (con il ricorso alla climatologia storica e alla storia ambientale), diviene fruibile anche per un pubblico di non specialisti.


“il manifesto”, 25 luglio 2015

8.12.15

Da Cirino Pomicino a Renzi. I governanti che danno i numeri (Gabriella Colarusso)

Rievocazione divertita delle cifre à la carte della politica italiana, ma occorre una piccola precisazione. Berlusconi mantenne la promessa sulle pensioni minime a un milione di lire, in tempi molto rapidi. (S.L.L.)
Giulio Tremonti
Non solo l’incauto Poletti. Dai tempi della Dc, il rapporto dei nostri governanti con i numeri ha sempre avuto a che fare più con il lotto che con la scienza. Cifre e tabelle date in pasto all’opinione pubblica a scopi di propaganda, salvo poi essere smentite il giorno dopo, a volte dagli stessi che le avevano diffuse.
Un pioniere del genere fu, nei primi anni Novanta, Paolo Cirino Pomicino, ex ministro del Bilancio del governo Andreotti, protagonista di memorabili conferenze stampa in cui snocciolava numeri ai giornalisti spostando miliardi (di vecchie lire) da un capitolo di bilancio all’altro come fossero noccioline. Nel 1991, smentito da più parti sullo stato di salute delle finanze pubbliche, entrò in conflitto persino con se stesso: nei conti dello Stato c’è un buco di 9 mila miliardi, disse inizialmente. Poi ci ripensò: no, sono 6 mila più 5 mila.
Silvio Berlusconi ne ha raccolto degnamente l’eredità, promettendo di volta in volta riduzioni di imposte miracolose e più soldi per tutti, dall’«innalzamento delle pensioni minime ad almeno un milione di lire al mese» (contratto con gli italiani del 2001) all’ormai mitologico «un milione di posti di lavoro» del 1994, lievitato nella campagna elettorale del 2013 a 4 milioni di nuovi occupati. La stessa tornata elettorale in cui Pier Luigi Bersani si disse pronto a restituire alle imprese «50 miliardi in 5 anni».
Numeri à la carte. Per non parlare della finanza creativa dell’ex ministro Giulio Tremonti, immortalata nelle imitazioni di Corrado Guzzanti. Nell’autunno del 2011, dopo l’estate nera della Borsa e con l’Italia sull’orlo del commissariamento, il tributarista di Sondrio presentò a diversi investitori un piano per valorizzare gli immobili dello Stato da 10 miliardi l'anno. Valore delle partecipazioni del Tesoro in Eni, Enel e Finmeccanica indicato del documento: 17,3 miliardi. Peccato però che i dati di Borsa italiana raccontavano una realtà diversa: il valore di quelle quote, ai prezzi di mercato di quel momento, era di 12,8 miliardi. Meno cinque miliardi. Le cose non sono cambiate con il governo dei professori. Tecnici e bocconiani per non azzeccarne una. Per mesi, nel 2012, non si capì quanti fossero esattamente gli esodati della riforma Fornero: 65 mila aveva detto in un primo momento l'esecutivo Monti, 130 mila per l'Inps, cresciuti poi a 390 mila. Ancora oggi è mistero.
Ma il vero banco del pesce della politica italiana è da sempre la spending review, sul cui altare sono stati immolati fior di economisti consiglieri, da Enrico Bondi a Carlo Cottarelli a Roberto Perotti. Risparmi per 2 punti di Pil, annunciò roboante il governo Letta nel 2013, circa 30 miliardi in tre anni. Se n'è fatto poco o nulla e il caro Carlo se n'è tornato beato al Fmi. Sbarazzatosi di Cottarelli, Renzi ha sacrificato anche il più mite Perotti. Dei 10 miliardi di risparmi promessi in pompa magna dal premier, se ne realizzeranno si e no 6, di cui peraltro 2 sottratti al fondo sanitario. Se son balle, fioriranno.

"paginna99we", 5 dicembre 2015

Dopo il no di Amburgo. Roma olimpica resterà col cerino in mano?

Dal numero del 5 dicembre 2015 di “pagina99 we” recupero un commento non firmato che contiene una fondata previsione e una opportuna proposta. (S.L.L.)

Era il 1960 quando la torcia olimpica entrò per la prima volta nello stadio Olimpico di Roma. La storia potrebbe ripetersi tra nove anni, per la gioia di quanti, a partire dal governo Renzi, hanno sostenuto la candidatura della capitale per i Giochi del 2024.
Dopo il ritiro, una settimana fa, di Amburgo, a contendere la vittoria a Roma è rimasta la sola Parigi, vista la debolezza delle altre avversarie: Budapest, che rischia di scontare la linea dura del premier Orbàn sui rifugiati, e Los Angeles, chiamata a rimpiazzare all’ultimo minuto la favorita Boston, città prescelta dal governo americano che, dopo mesi di proteste degli abitanti contrari ai Giochi per i costi ritenuti esorbitanti - uno studio della Said Business School dell’Università di Oxford commissionato dal comitato No Boston Olympics ha stimato in 14,3 miliardi di dollari il budget minimo, più gli sforamenti -, ha pensato bene tenersi alla larga dalla competizione.
Su un dato, infatti, tutti gli studi sono concordi: organizzare i Giochi è un affare soprattutto per il Cio e le imprese coinvolte nei lavori, non certo per i bilanci municipali e statali. Dopo Los Angeles (1984), le ultime concluse con un utile, le Olimpiadi sono sempre state una perdita secca per le amministrazioni: 6 miliardi di dollari per Barcellona 1992 (a fronte però di opere che hanno recuperato alla città tutta l’area del lungomare), 10 per Atene 2004 (c’è chi pensa sia stata l’origine del tracollo greco), addirittura 40 per Pechino 2008.
L’ultimo campanello d’allarme è suonato, appunto, la scorsa settimana, con il ritiro di Amburgo, l’altra grande favorita per il 2024. Anche in questo caso a bocciare i Giochi, per i costi eccessivi, sono stati i cittadini. Contro ogni previsione, il 51,7% ha votato no al referendum per la conferma della candidatura.
Nonostante ciò, per i promotori di Roma 2024 i Giochi restano un’occasione per dotare la città di infrastrutture e trasporti efficienti, con importanti ricadute economiche e occupazionali. Gli studi dimostrano tuttavia che anche l’impatto di lungo periodo sull’economia resta incerto e, comunque, di lieve entità. Proprio considerazioni simili (e lo stato dei nostri conti pubblici) indussero tre anni fa Mario Monti a ritirare la candidatura di Roma per il 2020.
C’è chi oggi, più modestamente, si accontenterebbe pure di un’operazione in perdita ma con benefici tangibili per la città, come nel caso di Barcellona. Ma neanche su questo fronte si può stare tranquilli. Quella dei grandi eventi sportivi italiani degli ultimi 25 anni - dagli stadi faraonici di Italia ’90 ai mondiali di nuoto di Roma 2009 - è anche una storia di sprechi enormi.
Insomma, alla luce di una valutazione costi-benefici e dei precedenti di Boston e Amburgo, c’è il rischio concreto che quella che viene dipinta come un’esaltante corsa a guadagnarsi il privilegio di ospitare l’Olimpiade possa trasformarsi in un deprimente gioco a chi resta col cerino in mano. Che fare, dunque, per evitarlo o, quantomeno, trasformare il rischio in una scelta condivisa? La cosa più semplice sarebbe dare l’ultima parola ai cittadini romani con un referendum. Anche stavolta l’esito potrebbe essere sorprendente.

Toilette. Una poesia di Aldo Palazzeschi (1885 - 1974)

Aldo Palazzeschi
I giganteschi cipressi d'argento
attendono in circolo sul prato.
fra i loro tronchi d'ebano istoriato
pendono distesi
tanti lenzuoli bianchi di bucato.
Intrepida riflette nell'attesa

l'acqua grigia della vasca.
Ecco: tra i veli della mattina nebulosa
il sole che s'affaccia insonnolito
pare una luna rosa.

Tutte le poesie, Monfadori, 2002

Sciascia a Parigi, per non cedere al terrore (Alessandro Leogrande)

Riprendo qui un commento su “pagina99”, il settimanale nato da una costola del “manifesto” e ideato da Emanuele Bevilacqua, che da poco è felicemente tornato in edicola e sul web, con la direzione di Luigi Spinola e la condirezione di Roberta Carlini, oltre alla direzione editoriale di Bevilacqua. 
Alessandro Leogrande legge la reazione francese ed europea al terrorismo islamista con la guida di Leonardo Sciascia, mettendo in luce pericoli che incombono su tutti noi. (S.L.L.)
Leonardo Sciascia a Parigi, davanti alla statua di Voltaire in Rue de la Seine  (Foto F. Scianna)
Dietro le quinte dei dibattiti sulla promulgazione dello stato d’emergenza francese aleggia il fantasma di Leonardo Sciascia, scrittore (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Todo modo) e attento critico del suo tempo . Fino a quando possono estendersi indebitamente misure di controllo che, nate in un momento eccezionale come quello degli attentati dell’Isis nel cuore di Parigi, richiedono una deroga effettiva ai principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo? Il potere dato ai prefetti di istituire il coprifuoco, interrompere la libera circolazione, impedire qualsiasi forma di manifestazione pubblica può alla lunga divenire ordinario, in una lotta al terrorismo dai confini incerti?
Tra la fine degli anni Settanta e la seconda metà degli Ottanta, Sciascia espresse nei confronti della lotta al terrorismo e alla mafia, la cui violenza raggiunse allora l’apice nella storia italiana, una linea precisa quanto eretica. Si pensi al suo libro L’affaire Moro, uscito nel 1978. Non è possibile combattere chi ha metodi illiberali e antidemocratici con metodi che a loro volta rischiano di diventare illiberali. La forza apparente di una legislazione d’emergenza tradisce l’insita debolezza degli Stati che la adottano.
Per la verità, al tempo del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, Sciascia disse molto di più. Disse, per esempio, che la pena per il leader democristiano e gli uomini della scorta massacrati non gli impediva di vedere che lo Stato che Dc e Pci volevano difendere strenuamente, senza trattare, era in realtà un vuoto simulacro: «Dieci mesi fa», scrisse su “Panorama” il 4 aprile del 1978, quando Moro era ancora nella prigione del popolo brigatista, «mi appariva come un guscio che racchiudesse, per dirla vittorinianamente, putredine e morte. Oggi mi appare come un guscio vuoto che può essere da un momento all'altro, e forse senza che ce ne accorgiamo, comunque riempito. Comunque, ma in ogni caso, per noi pericolosamente.»
È difficile porre una relazione immediata tra l’uccisione di Aldo Moro e quella dei ragazzi della «generazione Bataclan». Troppo diversi i contesti storici, troppo diversi i due tipi di terrorismo, quello brigatista e quello jihadista, nelle loro finalità e nelle loro modalità d'azione, per quanto il meccanismo mentale che porta ad abbracciare il fanatismo dottrinario e aderire alla lotta armata annullando se stessi, non sia poi così dissimile.
Ma il monito di Sciascia, espresso allora con una tale durezza che alcuni dirigenti del fronte della fermezza iniziarono a definirlo «codardo», resta sul fondo di tante nostre discussioni. Uno Stato di diritto deve rimanere tale, se non vuol trasformare i suoi stessi fondamenti in una formula vuota. A maggior ragione se vuole sconfiggere coloro i quali pensano che i diritti siano un prodotto dell’apostasia e la pluralità della vita qualcosa di spaventoso.
I teorici dello Stato islamico che scrivono lunghi articoli sulla rivista "Dabiq" sognano proprio questo: un mondo ideale (e per questo profondamente irreale) in cui, prosciugando a suon di bombe e attentati la «zona grigia» della complessità umana, rimangano sul campo due schieramenti opposti e irriducibili. Loro e gli strenui difensori dell’«ordine crociato e occidentale». Qualsiasi cosa voglia dire questa stramba espressione, il fine dell’Isis è chiaro: eliminare l'ordinarietà, la terra di mezzo, gli stili di vita non irregimentati, i pensieri eretici, le dissidenze, le differenze. Per questo non bisogna cadere nel loro gioco.
Oggi l’Ue può rinnegare se stessa anche in un altro modo: confondendo le centinaia di migliaia di persone che scappano dalle violenze del conflitto siriano con i terroristi. Proprio da questo mescolamento fortuito di lotta al terrorismo e gestione dell’esodo nasce l’idea di delegare alla Turchia e al suo governo autoritario il controllo dei profughi sulla frontiera orientale.

"pagina99we", 5 dicembre 2015

7.12.15

La poesia del lunedì.Giovanni Pascoli (1855 - 1912)

Carrettiere
O carrettiere che dai neri monti
vieni tranquillo, e fosti nella notte
sotto ardue rupi, sopra aerei ponti;

che mai diceva il querulo aquilone
che muggìa tra le forre e tra le grotte?
Ma tu dormivi, sopra il tuo carbone.

A mano a mano lungo lo stradale
venìa fischiando un soffio di procella:
ma tu sognavi ch'era di natale;
udivi i suoni d'una cennamella.

da Myricae, ora in Tutte le poesie, Newton Compton, 2005

6.12.15

L'invenzione del tostapane (Bee Wilson)

Un moderno tostapane a scatto
Tostare il pane dà una certa soddisfazione. Forse, si potrebbe pensare, perché il risultato è un alimento capace di tirare su il morale con la sua croccantezza e con il profumo celestiale del burro che si scioglie nelle scanalature. La soddisfazione, però, è anche meccanica e infantile: introdurre le fette nelle fessure, impostare il timer e aspettare il bip o il pop.
Per essere un oggetto così elementare, il tostapane elettrico arrivò piuttosto tardi. Dagli anni Novanta dell’Ottocento, gli uomini potevano teoricamente usare l’elettricità per riscaldare i bollitori e friggere le uova, ma per il pane tostato ricorrevano ancora ai forchettoni e alle griglie della gastronomia basata sul focolare aperto. Si trattava di variazioni sul tema degli strumenti appuntiti e dei cestelli per tenere il pane (o i bocconcini di carne e formaggio) davanti alla fiamma. La tostatura, a ben pensarci, è una forma di cottura arrosto, perché si applica all’alimento il calore radiante fino ad abbrustolire la superficie.
Per arrivare all’invenzione del tostapane elettrico fu necessario trovare un filamento di metallo durevole, abbastanza forte per resistere al calore senza fondersi. Accadde nel 1905, quando Albert Marsh scoprì il nichrome, una lega di nichel e cromo a bassa conduttività. A quel punto il mercato statunitense fu invaso dai tostapane elettrici, caratterizzati da varie tecniche manuali per l’estrazione delle fette.
L’apparecchio che conosciamo ora fu una creazione di Charles Strite, un meccanico del Minnesota che ne aveva fin sopra i capelli del pane bruciacchiato della mensa. Nel 1921 ottenne il brevetto per un modello con molle verticali di espulsione e timer variabile. Questa sì che fu una novità: un elettrodomestico che faceva tutto da solo. «Non occorre sorvegliarlo. Il pane non può bruciare» diceva l’annuncio pubblicitario del Toastmaster di Sprite.
Magari fosse vero. E' ancora possibile, ahimè, carbonizzare le fette con un tostapane a scatto.

da Bee Wilson, In punta di forchetta,Rizzoli 2013

Agricoltura. Il tesoro italiano è nascosto nei campi (Roberta Carlini)

Bene la produzione, ancor meglio l’occupazione, benissimo l’export. C’è un settore in Italia che traina, ed è quello più nascosto. Più basso, come la terra: l’agricoltura, che nel primo trimestre del 2015, ha collezionato numeri da sballo. E poteva andare anche meglio, senza ostacoli climatici (le alluvioni) e politici (le sanzioni alla Russia), dice la Coldiretti. Ma anche così, in un inizio anno in cui ci si entusiasma per incrementi di zero-virgola-qualcosa, l’agricoltura vanta cifre tonde e piene.

Annunciata con grancassa dai più interessati degli ottimisti, la ripresa italiana finora documentata è chiusa in un decimale risicatissimo: più 0,1 per cento, per il primo trimestre del 2015. Ma per il settore agricolo il ritmo è doppio: il prodotto interno lordo dell’agricoltura, secondo i conti economici trimestrali dell’Istat, ha segnato infatti un incremento tendenziale – cioè, misurato sullo stesso periodo dello scorso anno – dello 0,2 per cento. Rispetto al trimestre precedente, il balzo in avanti è del 6 per cento: negli stessi mesi l’industria cresceva, rispetto al trimestre precedente, solo dello 0,6 per cento, mentre i servizi restavano fermi.
All’aumento del prodotto è corrisposto un aumento delle braccia. Dei 133mila occupati in più del primo trimestre del 2015, 45mila sono nell’agricoltura. E poiché il settore è molto piccolo rispetto a industria e terziario, in termini percentuali l’aumento spicca decisamente: rapportati al primo trimestre dello scorso anno, gli occupati in agricoltura sono il 6,2 per cento in più, contro un aumento complessivo dello 0,6 per cento. L’aumento di occupazione, così come quello della produzione, riguarda nord e Mezzogiorno, mentre il centro soffre di un calo di entrambi.
La terza voce è quella che, in gran parte, spiega le prime due: le esportazioni. Che, nel primo trimestre dell’anno, registrano un aumento del 7,8 per cento per il settore agricolo – che, sommato a quello del 5,8 per cento dei prodotti dell’industria alimentare, porta a un più 6,2 per cento dell’agroalimentare nel suo complesso: il doppio dell’incremento dell’export totale dell’Italia verso l’estero.
“Poteva andare anche meglio, se non ci fosse stata la chiusura del mercato russo e l’impatto di eventi climatici negativi, in particolare forti piogge e alluvioni”. Lorenzo Bazzana, della Coldiretti, sostiene che i buoni dati del primo trimestre potrebbero essere addirittura sottodimensionati.
Da tempo la sua organizzazione, e le altre del settore, battono sul tasto dolente delle sanzioni che bloccano le esportazioni in Russia e rendono più forte la concorrenza sui mercati europei. In più, ci sono le crisi del Mediterraneo, che hanno prosciugato i mercati di paesi nei quali l’export agricolo italiano era abbastanza forte.
Ma poi c’è il resto del mondo, e quella svalutazione dell’euro piovuta come una manna dal cielo. L’export agricolo italiano, spiega Bazzana, cresce in tutti i paesi fuori dell’Ue (fatta eccezione, appunto, per Russia e paesi del nord mediterraneo). Se si guarda a tutto l’agroalimentare, nel 2014 sono stati superati i 34,5 miliardi di esportazioni (più 2 per cento sul 2013) e ormai sono in molti a credere che si possano raggiungere entro breve i 50 miliardi di export.
È vero che l’euro debole riguarda tutti i settori, ma a quanto si vede l’agricoltura se ne avvantaggia di più, le mele vanno meglio delle auto. Come mai? “Be’, l’agricoltura non si può delocalizzare, la terra sta qua”. E sulla terra devono stare anche quelli che la lavorano. Così, il settore ha risentito di meno dei lunghi anni della crisi, e la sua reazione alla ripresa internazionale e alle condizioni favorevoli esterne è stata più immediata, e sensibile. Se la ripresa economica italiana è trascinata soprattutto dalle esportazioni, tutto il settore agricolo è il primo dei convogli trainati, meglio piazzato di tutti gli altri.

Lavoro ad alta intensità
L’aumento dell’occupazione è arrivato prima di quello della produzione, ed è stato anche più forte: più 6,2 per cento. Il nord se ne è preso la fetta maggiore (più 16,1 per cento), il Mezzogiorno ha visto un incremento del 4,4 per cento, mentre il centro ha perso l’11,5 per cento degli occupati agricoli. È ancora presto per dire chi sono i nuovi occupati e che contratti hanno, ma è molto probabile che il Jobs act non c’entri molto. L’aumento, dice l’Istat, ha riguardato sia gli autonomi sia i dipendenti. Tra questi ultimi, i dati del 2014 dicono che i rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono solo il 15 per cento del totale: tutto il resto è fatto di contratti a tempo determinato.

Operai agricoli a tempo indeterminato
Area     2012            2013                   2014
Nord    58,944        96,079                93,910
Centro 21,820        33,458                32,527
Sud      23,761        38,855                36,211
Isole    10,870        16,954                 16,441
Italia 115,395      185,346                179,089
Fonte: Istat

Quanto alla provenienza della manodopera, ultime stime disponibili vedono una presenza del lavoro degli stranieri, comunitari ed extracomunitari, attorno al 36 per cento.
Va detto che per l’agricoltura gli incentivi alle assunzioni sono arrivati anche prima della legge di stabilità, con il decreto della scorsa estate chiamato “campolibero”, che ha legato gli sgravi anche ai contratti a tempo determinato (purché di durata minima di tre anni). Ma, secondo gli esperti della Coldiretti, è ancora presto per vedere gli effetti di queste novità, così come quelli degli incentivi del Jobs act.
Più evidente, per ora, pare il mix di due ingredienti: l’export che tira, da una parte, trascinando con sé un settore ad alta intensità di lavoro, soprattutto immigrato; e una nuova attrazione per il lavoro agricolo dall’altra. Il ritorno dei giovani nel settore non è più una novità: ma la ripresa potrebbe favorire una maggiore stabilità delle loro avventure. Mentre rimane, come sempre, la scelta di settore-rifugio, per chi ha perso il lavoro, o è in cassa integrazione o deve arrotondare le entrate di un insufficiente lavoro part time.


Da “Internazionale”, 10 luglio 2015

Franco Calamandrei. Gli anni della speranza disperata (Aldo Natoli)

Rilette le acute, e talora commoventi, note di Aldo Natoli in un vecchio ritaglio, ne ricavo l'esigenza di procurarmi il libro di cui si parla, il diario di Calamandrei, tanto più che di questa storia ho appreso – come tanti – aspetti che Natoli non era in grado di approfondire attraverso un libro che si raccomanda vivamente. Si tratta Una famiglia in guerra (Laterza 2008), che raccoglie scritti di Franco e Piero Calamandrei tra il 1936 e il1956, al cui centro sono le lettere che il padre giurista liberale e il figlio partigiano e poi militante comunista si scambiarono nel tempo della Resistenza armata, ma che ha come vera protagonista Maria Teresa Regard, la compagna di Franco, la cui intelligenza e la cui forza è un vero polo d'attrazione. Nell'analisi di Natoli manca soprattutto l'amore, che viene a quel che s'intende rimosso dal Diario (ci sarebbe da interrogarsi sulle ragioni), ma che incide profondamente nella scelte di vita. Ah, l'amore, l'amore quante cose fa fare l'amore! (S.L.L.)
Franco Calamandrei da giovane
Questo di Franco Calamandrei (La vita indivisibile, Diario 1941-1947, Editori Riuniti) non è un libro di memorie e di riflessioni sul passato. E' un diario trovato fra le carte dell'autore dopo la sua morte (1982) e che fu scritto quarant'anni fa, negli anni di ferro della guerra e dell'immediato dopoguerra; un dialogo serrato e tormentoso con se stesso e il vivere quotidiano. E culmina nel cimento cui è chiamato un giovane intellettuale che aveva 26 anni al momento del crollo dell'8 settembre 1943, e al quale si impongono improvvisamente scelte che trascendono la sua vita privata e lo spingono, nella lotta armata, al limite estremo del confine fra la vita e la morte.
È il documento autentico del travaglio di una generazione e fa immediatamente correre il pensiero alla vicenda di Giaime Pintor, conservata nel suo Doppio diario, 1936-1943 e nell'ultima lettera al fratello, prima della morte. Ma il richiamo vale piuttosto a sottolineare la profonda diversità delle motivazioni, la molteplicità e la contraddittorietà delle esperienze nell'apparente somiglianza delle scelte decisive.
Franco Calamandrei, coetaneo di Giaime (era nato solo due anni prima, nel 1917), giungerà anche lui, all'inizio dell'autunno del 1943, nel dilagare della guerra e nell'accendersi della guerra civile, a rompere il quadro protetto e privilegiato della vita privata, a schierarsi nelle prime file della lotta armata contro i tedeschi che occupano Roma, a combattere nelle formazioni dei Gap comunisti.
Ma per quale via è giunto a questa decisione? Qui, certo, non ritroviamo Giaime, la razionalità della sua scelta, che proviene da un sicuro senso della storia, il valore morale della sua mobilitazione che non offusca la sua armonia intima, la sua "felicità", ma proprio da esse scaturisce. Nel Diario di Calamandrei fra il 1941 e il 1943, domina, come una cappa opaca, il peso del vivere: "un uomo che per inerzia non sa opporsi mai alla realtà che gli si propone. Non se ne può distinguere, e come si affonda in una sabbia mobile inevitabilmente si adegua a quella realtà, si fa come la realtà lo invita a essere"; "la disperazione ci insidia in ogni attimo, in ogni nostra parola e gesto". Vive in solitudine e precarietà, in una insoddisfatta ricerca di amore, lontano dai genitori, dai quali lo separa una distanza che, anche se talora lo desidererà, non riuscirà mai a superare. Il suo rovello principale sembra il vuoto invalicato fra vita e arte (Proust), la vita come opera d'arte (Gide), il rapporto inafferrabile fra verità e labilità dell'esistenza quotidiana, la ricerca di un punto fermo da cui partire.
Ne è pervaso al punto che le immagini della tragedia che lo circonda (la Napoli bombardata del 1942) penetrano raramente nella sua intimità e da questa ritornano riflesse in una cornice formale che rivela l'assillo di incidere spazio, tempo, sentimenti, passioni in "situazioni" perenni: "Il narratore... è un'anima nata e cresciuta in mezzo, dentro ai fenomeni, imbevuta di loro fino alla saturazione, posseduta, assordata, ossessionata da loro. Chiusa tra i fenomeni come in un recinto, in una prigione. La verità per lei, la sua forma, è al di là dei fenomeni, dietro di loro, ed essa per conquistarla deve accettare il reale... assottigliarlo fino alla trama, renderlo leggero e trasparente, e attraverso di esso vedere rivelarsi la verità, a se medesima. Il simbolo, insomma, punto di partenza del poeta, è il punto di arrivo del narratore. Essi si incontrano nel loro lavoro come un cavatore che fora la terra dalla superficie si incontra con un sepolto che zappa dal sottosuolo per venire alla luce".
Questa immagine sorprendente esprime con efficacia l'intensità della ricerca di arte e di verità in cui Calamandrei era impegnato nella primavera del 1943, in modo che sembrava assorbirlo totalmente. Ma nell'estate (nel frattempo si era trasferito a Venezia), con la caduta di Mussolini (25 luglio) e l'armistizio dell'8 settembre, improvvisi, profondi mutamenti sommuovono gli instabili equilibri del suo conoscere. Scoperta della libertà come un nuovo possibile modo di vivere, tanto più nuovo in quanto non atteso, non "ideologizzato". Subito dopo, soldati sbandati in fuga, l'imminente insidia tedesca lo inducono a fuggire da Venezia verso il Sud fino a Roma, dove incontra degli amici. Il 12 settembre scriverà: "e tutti siamo d'accordo che questa estrema occasione di intervenire, di farci una buona volta partecipi, non ci deve sfuggire. V. e P. sono inquadrati in un nucleo di simpatizzanti dell'organizzazione comunista. Non hanno durato fatica a persuadermi che il nostro posto di lotta è di qua, non di là dalle linee".
Questa breve notazione, del tutto spoglia di argomenti politico-ideologici, chiosata per di più da alcuni versi di Lee Masters ("E adesso so che bisogna alzare le vele / e prendere i venti del destino, / dovunque spingano la barca"), contiene la chiave dell'impegno di Calamandrei nella lotta politica e armata. È il salto che dovrebbe scrollargli di dosso l'inerzia di una vita solo patita? È stato abbagliato dall'illusione di rompere il cerchio della solitudine? Ha scoperto nella propria esistenza la risonanza della vita di altri uomini, già da lui diversi, adesso, per la prima volta, sentiti simili?
Risposte a questi interrogativi ricorrono nel suo diario di quei mesi, ma non diventeranno mai certezza. Adesso è coinvolto in un'esperienza nuova, esaltante e atroce. Adesso può illudersi di non essere più un intellettuale che osserva e definisce l' esistenza, di non appartenere più alla "razza di chi rimane a terra". In rari istanti può perfino dubitare di non essere più fuori, ma dentro il caldo, sanguinoso, ma esaudito grembo della vita, proprio perché si trova ormai sulla cresta sottile che separa la vita dalla morte. Affiorano in lui valori che prima non ha conosciuto: un ideale di libertà, solidarietà, uguaglianza. Lo chiamerà comunismo, ma non è forse una riscoperta del fervore, ora che l'aridità sembra lontana (ancora una reminiscenza gidiana)? È vero che adesso, nelle pause fra le azioni, nel suo rifugio notturno, legge i classici del marxismo; ma non è un neofita in cerca della rivelazione, nessuna nuova verità illuminerà le pagine del suo diario. Forse ha solo trovato un nesso con la vita che lo circonda e questa, adesso, è la società. Potrebbe essere, ma non lo sarà, una rivoluzione per chi, come lui, aveva teorizzato nella scoperta e nella traduzione di nessi la specificità dell'opera creativa del narratore. Ma lui non diventerà un narratore; più tardi non scriverà il romanzo che pure aveva progettato e adesso, dentro la lotta, continuerà ad interrogarsi senza pudori, spingendo fino al limite estremo la sincerità con se stesso.
Da una parte, non eliminerà mai il dubbio che ciò che lo ha spinto alla lotta armata sia stato l'impulso all'avventura (ancora Gide); dall'altra, nel muovere con i compagni all'attacco del nemico, si sente talora trascinare da un'onda che è forse quella, immensa, della storia. Il suo racconto da protagonista su fatti memorabili della Resistenza a Roma ha un valore documentario (e letterario) unico: così l' esaltazione e il terrore nell'attacco contro l'Hotel Flora, sede di un comando tedesco; la lucidità (dolente, si noti) del comandante militare nell'intervento armato alle Caserme di Prati, dove una donna era stata uccisa; il gesto inesorabile, levandosi il cappello, dell'attacco finale a via Rasella.
Nessun narcisismo in lui (in questo è lontanissimo dal suo modello gidiano): così troverà solo scarne parole, pochissime, per annotare la sua fuga dalla prigione di via Romagna, dove i fascisti della banda Koch lo avevano rinchiuso. Non avrà mai nè il distacco indispensabile, né l'autocompiacimento senza dei quali non si diventa eroi di un romanzo. Ma dedicherà una pagina bellissima ad un eroe reale, il giovane architetto Giorgio Labò, fucilato in quei giorni a Forte Bravetta dopo essere stato torturato dai tedeschi a via Tasso.
A guerra finita, Franco Calamandrei non troverà esaudimento e pace nella coscienza politica, nell'essere membro di un grande partito, nella legittimazione dell'ideologia. Proverà a confrontare le proprie motivazioni con quelle di un operaio che ha combattuto al suo fianco: non ritroverà mai in se stesso quella semplicità e quella naturalezza. Risorgono in lui gli assilli dell'intelletto. Per Calamandrei la "mobilitazione" non sarà, come era stata per Giaime, il punto di arrivo di una maturata necessità storica; ritorna l'impulso all'avventura, come evasione dalla vita quotidiana. La vita si vorrebbe indivisibile, ma è divisa, profondamente e irrimediabilmente scissa. Questa fessura non si è chiusa, rimarrà aperta come una ferita segreta. Noi possiamo solo, e con rispetto, supporlo, pensando al suo stanco colloquio con Bilenchi, trentacinque anni dopo, una settimana prima della morte. Probabilmente non sapremo nulla del lungo epilogo di quel dramma; ma, certo, non fu solo "disperazione borghese".


“la Repubblica”, 20 luglio 1984  

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