Nuovi giochi per bambini poveri: incipriate una merda. Sembrerà un paesino di montagna sotto la neve.
Politica,storia,letteratura e varia umanità. Pezzi vecchi e nuovi d'ogni provenienza. Ogni lunedì una poesia. Borghesi e reazionari, pretonzoli e codini, reggicode e reggisacchi, ruffiani e pecoroni, tremate!
15.12.15
Nuovi giochi per bambini poveri (Marcello Marchesi)
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Ferruccio Parri, De Gasperi e i mali permanenti dell'Italia (S.L.L.)
![]() |
| Una rara foto del gabinetto Parri (1945). Da sinistra Ferruccio Parri, Manlio Brosio, Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi. |
Nel
domenicale del “Sole 24 Ore” c'è di regola una rubrica del
direttore, Roberto Napoletano, dal titolo Memorandum,
generalmente dedicata a pagine della storia italiana dell'ultimo
secolo. Il “memorandum” del 13 dicembre 2015 nasce da una lettera del
lettore Lorenzo Catania che ricorda la caduta 70 anni fa, per la
precisione il 24 novembre 1945, del governo presieduto da Ferruccio
Parri. Parri, nome di battaglia Maurizio, azionista, che era stato nel
C.L.N.A.I. alla testa della Resistenza armata, nel Corpo Volontari della Libertà.
Il suo governo, che seguiva quello del notabile prefascista Bonomi, era il frutto del “vento del Nord”, della Resistenza e dell'ampia partecipazione popolare ad essa. La scelta dell'esponente di un partito nuovo, presumibilmente minore, il Partito d'Azione, come capo del governo, da una parte rispondeva a un'esigenza di equilibrio tra i maggiori partiti, la Dc, il Psiup, il Pci, dall'altra premiava la forza politica che più fortemente si identificava con l'esigenza di costruire una Italia nuova, autenticamente democratica, assai lontana dal conservatorismo, dai privilegi e dai trasformismi del liberalismo prefascista.
Il suo governo, che seguiva quello del notabile prefascista Bonomi, era il frutto del “vento del Nord”, della Resistenza e dell'ampia partecipazione popolare ad essa. La scelta dell'esponente di un partito nuovo, presumibilmente minore, il Partito d'Azione, come capo del governo, da una parte rispondeva a un'esigenza di equilibrio tra i maggiori partiti, la Dc, il Psiup, il Pci, dall'altra premiava la forza politica che più fortemente si identificava con l'esigenza di costruire una Italia nuova, autenticamente democratica, assai lontana dal conservatorismo, dai privilegi e dai trasformismi del liberalismo prefascista.
Catania
lamenta come il nome di Parri, degno di figurare accanto a quelli,
per esempio, di De Gasperi e Di Vittorio tra i padri della
Repubblica, sia spesso trascurato o messo in secondo piano, e
aggiunge alla lettera una breve memoria su questa figura di
combattente. Egli scrive tra l'altro che “quando la società è
ridotta, come oggi, a consumo di merci, gli uomini sottomessi a
questa logica che cancella la natura e la volontà, come ciechi
brancolano nel vuoto dei valori” e aggiunge che “in Italia si
coltiva poco la memoria”. In particolare si rammarica del fatto che
la caduta di Parri nei manuali di storia diffusi nelle
scuole venga “liquidata con brevi parole ellittiche e
convenzionali che spiegano ben poco”, mentre in verità la breve
esperienza del Governo Parri (21 giugno - 24 novembre 1945)
rappresenta “un evento significativo, dopo il quale l’Italia si
ripiega su se stessa a leccarsi le proprie ferite, mentre la
corruzione, il parassitismo e gli intrighi si diffondono e
impediscono al Bel Paese di migliorare il suo costume etico-civile”.
La
risposta di Napoletano rifiuta nettamente questa lettura: “Non è
vero che dopo la caduta del Governo Parri arrivano corruzione e
parassitismo, ma piuttosto il centrismo degasperiano, orgoglio,
riscatto, il gusto profondo della fatica che condussero l’Italia
fuori dalle secche della crisi e posero le basi del miracolo
economico”.
Riconosce
tuttavia che un uomo come Ferruccio Parri appartiene alla storia più
nobile di questo Paese, sottolinea la sua appartenenza ai “Grandi
del dopoguerra” ed afferma che “molte delle sue intuizioni
rimaste inascoltate, si sono rivelate profetiche alla prova dei
fatti”. Cita un esempio: “A qualcuno appare bizzarra l’ossessione
della priorità alla lotta senza quartiere alla mafia negli anni
della Ricostruzione quando il primo obiettivo per tutti era quello di
ridare un tetto e un lavoro agli italiani, ma con il senno del poi
facendo i conti su quanto incide ancora oggi la criminalità
organizzata nella vita civile e nell’economia del Paese e su come
persista un germe malavitoso-corruttivo diffuso in territori sempre
più estesi, ci si rende conto che continuiamo a pagare proprio
l’assenza di quello sguardo lungo”.
Forse
si dovrebbe aggiungere che, dopo i 150 giorni di Parri, la Democrazia
cristiana di De Gasperi e i suoi governi, scegliendo come asse
l'alleanza occidentale e come funzione quella di diga contro il
socialcomunismo, cambiano politica nei confronti della mafia. Alla
lotta frontale si sostituisce una vera e propria apertura verso gli
“uomini d'onore” della Sicilia: se fino ad allora i Vizzini, i Genco Russo, i
Gioia, i Volpe si erano orientati verso il separatismo, proprio sotto
i primi governi De Gasperi si compie l'ingresso in massa degli
“uomini d'onore” e delle loro famiglie nella Democrazia
cristiana.
I risultati in Sicilia saranno pessimi: negli anni di De Gasperi il movimento operaio e contadino, la Cgil, il partito comunista e il partito socialista subiscono una vera e propria falcidie. Il peggio del prefascismo e del fascismo cooperano in quest'azione. Da una parte i mafiosi, anche quelli che il fascismo aveva condannato e costretto all'inazione, che minacciano, intimidiscono, colpiscono, uccidono soprattutto il dirigenti sindacali, dall'altra i magistrati che avevano fatto carriera sotto il fascismo i quali servivano il governo democristiano con lo stesso spirito con cui avevano servito il precedente regime, assolvendo sistematicamente gli autori degli omicidi politico-mafiosi e mandando in galera i dirigenti sindacali della sinistra per reati politici.
I risultati in Sicilia saranno pessimi: negli anni di De Gasperi il movimento operaio e contadino, la Cgil, il partito comunista e il partito socialista subiscono una vera e propria falcidie. Il peggio del prefascismo e del fascismo cooperano in quest'azione. Da una parte i mafiosi, anche quelli che il fascismo aveva condannato e costretto all'inazione, che minacciano, intimidiscono, colpiscono, uccidono soprattutto il dirigenti sindacali, dall'altra i magistrati che avevano fatto carriera sotto il fascismo i quali servivano il governo democristiano con lo stesso spirito con cui avevano servito il precedente regime, assolvendo sistematicamente gli autori degli omicidi politico-mafiosi e mandando in galera i dirigenti sindacali della sinistra per reati politici.
Napoletano
rievoca l'amareza di Parri, ormai più che ottantenne, molti anni
dopo la stagione della Ricostruzione, in una intervisa rilasciata a
Corrado Stajano che gli chiedeva quale fosse stata la sua delusione
più profonda: «Mah, il popolo italiano, ecco. È la cosa che mi
pesa di più. Man mano che mi sono fatto una conoscenza più profonda
del popolo italiano, ho toccato i suoi aspetti di scarsa educazione
civile e politica. Mi riferisco alla parte prevalente del Paese, non
a tutto il Paese. Questo rafforzarsi costante del mio pessimismo,
questa constatazione progressiva della non rispondenza della maggior
parte del popolo è una delusione forte per uno che ha sempre
ritenuto e ritiene di dover fare qualcosa per la vita pubblica».
Pessimismo
giustificato, ma la “riforma intellettuale e civile dell'Italia”
che avrebbe dovuto accompagnare la nascita della Repubblica e che, invece, non si
verificò, ha tra i suoi assassini De Gasperi e il centrismo
democristiano. La scelta di tollerare mafia, illegalismo,
clientelismo, forchettonismo, doppie verità, opportunismo, pur di
fermare il comunismo ateo, fu anche di De Gasperi e segnò
profondamente l'Italia democristiana.
Per
capire bisogna nello stesso tempo ricordare Parri e rileggere
Sciascia, il grande fustigatore della menzogna e della corruttela
democristiana, senza dimenticare che sia Parri che Sciascia, pur tra dubbi e incertezze, negli anni 60 e 70 videro
nel Pci, nel popolo comunista, l'unica forza in grado, per pulizia e
moralità, di realizzare quella grande riforma dello spirito pubblico
che ritenevano necessaria in Italia.
Qualcosa mi dice (ma è una ipotesi tutta da verificare, per carità!) che le velleità di un Togliatti o, più tardi, di un Berlinguer, di staccare la Dc buona da quella cattiva o, addirittura, di favorire l'autoriforma dell'intera Dc, si infransero nella capacità di corrompere e assimilare gli avversari del partito fondato da De Gasperi.
Alla fine del gioco fu la Dc a cambiare il Pci e non viceversa. Vi ricordate Andreotti? Allora, mentre ci siete, ricordatevi che egli fu per diverso tempo il sottosegretario di De Gasperi, una specie di delfino dello statista trentino.
Qualcosa mi dice (ma è una ipotesi tutta da verificare, per carità!) che le velleità di un Togliatti o, più tardi, di un Berlinguer, di staccare la Dc buona da quella cattiva o, addirittura, di favorire l'autoriforma dell'intera Dc, si infransero nella capacità di corrompere e assimilare gli avversari del partito fondato da De Gasperi.
Alla fine del gioco fu la Dc a cambiare il Pci e non viceversa. Vi ricordate Andreotti? Allora, mentre ci siete, ricordatevi che egli fu per diverso tempo il sottosegretario di De Gasperi, una specie di delfino dello statista trentino.
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Emiri e califfi. Fondi arabi scalano l’economia italiana (Gabriella Colarusso)
"pagina99", tornato in edicola a novembre, mi pare "più bello e più forte che pria", 50 e più pagine densissime, con articoli che sovente affrontano temi cruciali, dai più ignorati, come questo di Gabriella Colarusso di qualche settimana fa. Le acquisizioni dei fondi sovrani dell'Arabia Saudita, del Quatar, degli emirati, finanziatori di guerre sante, riguardano talora produzioni strategiche e industrie pubbliche. Quanta cinismo e, insieme, quanta stupida
cecità ci sia nel far cassa in questo modo per pagare le mance
elettorali è problema che affido alla riflessione di chi legge.
(S.L.L.)
Non hanno neanche un ufficio di rappresentanza a Milano o a Roma. Ma solo lo scorso anno hanno investito in Italia più di 2 miliardi di dollari. Vengono da Cina, Qatar, Abu Dhabi, Kuwait. Sono i fondi sovrani, gli Stati investitori che competono sui mercati mondiali.
Sovrani d’Oriente,
corteggiatissimi dai politici e dai governi d’occidente, ai quali
la crisi del 2008 e il bisogno di capitali hanno imposto di aprire le
porte a Pechino e agli emiri. E di chiudere un occhio sui rischi
geopolitici e strategici che portano insieme alle loro casseforti.
I problemi di ordine
geopolitico sono più evidenti che mai dopo l’attentato di Parigi.
E si aggiungono a quelli economici, di protezione del know-how in
settori strategici. Senza contare la trasparenza della proprietà,
virtù nella quale i fondi sovrani non eccellono (anche se in questo,
va detto, sono in buona compagnia). Ma quali sono, e dove investono,
i fondi sovrani che hanno lanciato la loro opa sull’Italia?
Il nostro Paese per un
po’ era rimasto fuori dai loro radar, considerato un mercato meno
attraente della Francia, della Germania e anche della Spagna. Poi,
nel 2014, è arrivato il raddoppio: gli investimenti sovrani in
Italia hanno fatto un grande balzo in avanti, con più di due
miliardi iniettati nel sistema finanziario e industriale. Se si
sommano gli investimenti fatti dal 2012 a oggi, siamo oltre i 7
miliardi di capitali freschi arrivati dai fondi sovrani.
Che il clima fosse
cambiato lo si è capito a fine settembre, quando 34 fondi da 31
Paesi del mondo si sono dati appuntamento al Principe di Savoia, a
Milano, accolti con grande fasto dai vertici della Cassa depositi e
prestiti e dal ministro dell’economia: era la prima volta che
l’International forum Of Sovereign Wealth Funds (Ifswf), il
club dei fondi più potenti del mondo, si riuniva in Italia. Negli
stessi giorni, la Qatar Investment Authority (Qia), il fondo
sovrano dell’Emirato governato dalla monarchia della famiglia
Al-Thani, e dalla shari’a, apriva il suo primo ufficio a New York,
promettendo 35 miliardi di investimenti sul mercato americano nei
prossimi cinque anni. Difficile da immaginare prima del crollo della
Lehman Brothers. Ma da allora i nuovi imperatori dei mercati sono
cresciuti a ritmo forsennato, e oggi i fondi sovrani attivi nel mondo
sono 35, con un patrimonio di circa 5 triliardi di dollari, secondo
le stime del Sovereign Investment Lab (Sil) della Bocconi.
Per numero di operazioni
chiuse e valore degli investimenti fatti negli ultimi tre anni, i più
attivi in Italia sono stati i fondi cinesi e quelli del Golfo: Qatar,
Abu Dhabi, Kuwait e in misura minore l’Oman. Senza dimenticare
Singapore, che nel 2014 ha speso 250 milioni di dollari per comprare
il 50 per cento di Roma Est Shopping Center.
E il cambiamento della
geografia dei capitali porta anche a una nuova diplomazia economica.
Lo Stato non investe più
(gli investimenti pubblici sono calati del 18% dal 2008 al 2013,
secondo i dati della Commissione europea) e i privati, grandi e
piccoli, faticano a rilanciare industria e servizi su un mercato
globale sempre più competitivo. Così i “barbari” sono diventati
partner ambiti. «C’è un nuovo interesse per l’Italia, dovuto al
mutato atteggiamento del sistema Paese, anche se scontiamo un forte
ritardo rispetto agli altri stati europei», fa notare il direttore
del Sil, Bernardo Bortolotti.
Il flirt, in verità, era
iniziato da tempo, con il governo spesso nei panni di Cupido. Monti e
Letta si erano dati da fare per stringere i rapporti con il Qatar e
Abu Dhabi, Renzi ne ha raccolto l’eredità e ha intensificato gli
scambi. Da quando è a palazzo Chigi, il premier ha incontrato molte
volte, l’ultima a Firenze il 6 ottobre scorso, Mohammed Bin Zayed
Al Nahyan, il principe ereditario di Abu Dhabi che Roma considera un
alleato in contesti di crisi internazionale, dalla Libia al
Medioriente. Ma un «ruolo fondamentale» in questa nuova diplomazia
economica l’ha giocato il Fondo strategico italiano (Fsi) diretto
da Maurizio Tamagnini, con una serie di accordi di co-investimento
con i fondi d’Oriente.
La geografia degli
investimenti
Il grande investitore,
Pechino, è interessato soprattutto alle infrastrutture. A giugno di
quest’anno la China Investment Corporation (Cic), primo fondo
sovrano della Repubblica Popolare, l’unico che risponde
direttamente al consiglio di Stato, è entrato con il 10% in F2i.
L’anno scorso era stata la volta di State Grid, una società
interamente pubblica, in Cdp Reti, che controlla Snam e Terna, ovvero
le reti del gas ed elettriche.
Il Qatar preferisce
comprare palazzi, alberghi, interi quartieri. Almeno in Italia,
perché in Europa invece ha investito un po’ in tutto, dalle
commodities ai servizi finanziari al settore auto, pagando
anche un conto salato per lo scandalo dieselgate: sono i primi
azionisti di Volkswagen. L’unica eccezione al mattone, nel
portafoglio italiano, è la partecipazione del 50%, con Fsi, in IQ
Made In Italy Venture, un fondo per sostenere l’industria della
moda, del lusso, del cibo.
Diversa invece la
strategia dei manager di Abu Dhabi – 67 mila km quadrati per 2
milioni di abitanti, saldamente nelle mani della dinastia Al Nayan –
che hanno puntato su banche (sono i primi azionisti singoli di
Unicredit), aerei (Etihad in Alitalia) e difesa (Piaggio).
C’è poi il Kuwait, che
dopo il suo primo approdo in Italia, nel 2014 – 680 milioni di
dollari investiti con Fsi per sostenere le imprese italiane – a
ottobre ha sborsato altri 197 milioni per il 2,06% di Poste Italiane.
Un caso interessante, la quotazione gestita da Francesco Caio, perché
racconta di come il protagonismo di questi nuovi investitori statali
potrebbe modificare, e in parte lo stia già facendo, la fisionomia
dei rapporti tra Stato e mercato.
Capitalismo di
Stato?
«Un governo che vende,
sperando di incassare dividendi con cui poi si faranno pezzi
importanti di manovra finanziaria, e un governo, straniero, che
compra. Lo Stato ai due lati del mercato», ragiona Bortolotti. «Non
c’è più l’Iri, lo Stato imprenditore, ma dopo 30 anni di
globalizzazione ci troviamo ancora con lo Stato azionista,
investitore».
Un paradosso? «Più che
altro, il frutto stesso della globalizzazione, la contropartita
finanziaria del boom dei Paesi emergenti che hanno accumulato riserve
in valuta pregiata e devono investire per farle fruttare».
Da Ginevra, dove dirige
“GeoEconomica”, un think tank indipendente che studia il
fenomeno dei fondi e il ruolo dei governi nell’economia, Sven
Behrendt accetta la provocazione. «È vero che lo Stato non si
limita più soltanto a fornire al mercato regole entro cui operare,
ma è diventato esso stesso un investitore sempre più attivo», ma
di qui a parlare di capitalismo di Stato, per ora, ce ne passa.
«Intanto perché i Swf rappresentano solo una parte dei fondi che
investono a livello globale» e poi perché «sono diventati sempre
più professionali». Cioè, agiscono come un qualsiasi altro fondo
di investimento: le società con cui operano, spesso gestite da
manager europei o americani, «hanno diversificato i loro portafogli
a favore di investimenti più rischiosi e si sono interfacciate con
il resto del mondo sulla base di interessi commerciali e finanziari».
Peccato che il controllo
di questi veicoli sia spesso in capo a Stati non democratici, in cui
è difficile anche distinguere i fondi sovrani dai fondi del sovrano,
e con politiche estere ambigue nei confronti di organizzazioni
terroristiche. È vero che può essere complicato ricondurre gli
investimenti immobiliari del Qatar a obiettivi di natura geopolitica.
Ma è anche vero che «l’idea per cui una cosa è il mercato, altra
la politica è semplicemente una foglia di fico», dice l’analista
politico e strategico Alessandro Politi. In un mercato mondiale
«spesso dominato da oligopoli, anche le decisioni che seguono
logiche puramente di profitto non sono mai scevre da concretissime
ricadute politiche». Se Abu Dhabi investe nei droni Piaggio o li
compra, qualche domanda si pone, prosegue Politi: «Devo capire cosa
chiedono gli Emirati a me e io a loro. Si possono usare contro l’Iran
dopo la pace con gli Usa? E nello Yemen? Sono domande concrete. Porre
delle condizioni non basta, serve anche farle rispettare». Del
resto, quando la tensione tra Stati cresce gli asset sovrani
diventano il primo strumento di pressione. Ad oggi ci sono almeno tre
membri del forum dei fondi sovrani congelati dalle sanzioni
internazionali: la Lybia Investment Authority, il National
Development Fund dell’Iran e il Russia Direct Investment Fund.
Tecnologia e
trasparenza
Le criticità non sono
solo sul piano dei rapporti geopolitici ma anche del trasferimento
tecnologico. E della trasparenza, nervo scoperto dei nostri nuovi
sovrani. Nel 2008, per conquistare credibilità agli occhi della
comunità finanziaria e dei governi, molti fondi sovrani
sottoscrissero la Carta dei principi di Santiago, che avrebbe dovuto
spingere a una maggiore trasparenza su portafoglio, struttura di
governance, provenienza dei capitali. L’adesione al trattato
è volontaria e non esiste un’autorità indipendente che la valuti.
Alcuni «hanno fatto
grandi passi avanti», spiega Behrendt, «altri sono migliorati ma
restano a un livello ancora non soddisfacente, come Abu Dhabi, il
Kuwait, la Cina». Ma altri ancora «sono del tutto inadempienti»;
tra questi il Qatar, che è in fondo alla classifica stilata da
Geoeconomica: not compliant. Sono i fondi che più hanno
investito in Italia negli ultimi anni, i protagonisti del raddoppio
degli investimenti sovrani nel nostro Paese. Nessuno di loro ha
uffici di corrispondenza a Roma o a Milano. Un’assenza che non
aiuta a diradare la nebbia e contribuisce ad alimentare la diffidenza
dell’opinione pubblica e degli stessi policymakers.
Dall’osservatorio della
Bocconi, Bortolotti ridimensiona l’allarme sulla trasparenza ma ne
segnala altri. Il tema della trasparenza, dice, è «un falso
problema: i fondi hedge americani o i fondi di private
equity non sono certamente più trasparenti di quelli sovrani».
Il rischio potenziale, semmai, «è che dietro alle loro scelte si
possa inserire surrettiziamente un’agenda di natura politica, con
gli investimenti che diventano una specie di quinta colonna per
iniziare una guerra di natura economica ed espropriare l’azienda in
cui si investe di tecnologie o saperi pregiati».
Nella nuova legge sulla
sorveglianza, approvata a maggio dall’Assemblea nazionale e ora al
vaglio del Senato, la Francia ha esteso i poteri dei suoi 007, anche
in tema di intelligence economica. Che si tratti di fondi
sovrani o investitori privati, la Republique prova a difendere il suo
know-how. E l’Italia? Il golden power dà al governo
potere di veto nei cambi degli assetti azionari di società
considerate di interesse strategico. Poi? «Noi siamo molto, troppo
prudenti, in materia di intelligence economica», incalza Politi.
«Dopo le rivelazioni del wikileaks, del datagate, è
arrivato il momento di rivalutare le nostre posizioni. Se vogliamo
essere sicuri che determinati attori non si muovano in modo scorretto
rispetto alle nostre aziende o ai nostri interessi strategici non
possiamo giocare solo in difesa, con una mentalità ancora da guerra
fredda. Non possiamo fare solo controspionaggio. E assegnare i ruoli
da punta, quando li affidiamo, a dei privati». Come mettere una
volpe a guardia del pollaio.
Pagina99we,
21 novembre 2015
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Le banche italiane e il rischio all’amatriciana (Roberta Carlini)
Da pagina 99. Finalmente
una cosa lucida e non demagogica sulla questione delle banche, un
commento della nostra Robertina Carlini, che è condirettrice del
settimanale di recente tornato in edicola e sul web. (S.L.L.)
Immaginate di andare in
trattoria, una di quelle con le tovaglie a scacchi rossi e bianchi.
Vi propongono come piatto del giorno un’amatriciana, insieme
a varie altre scelte. Poi vi dicono che c’è anche l’amatriciana
subordinata, che invece di 10 euro ne costa 6. Se avete pochi
soldi e il gusto del rischio non vi rovina quello del pranzo, andate
sull’amatriciana subordinata. Però non vi stupirete se a un
certo punto, magari a metà piatto, il cameriere ve la porta via.
Ecco, questo è quello
che è successo ai risparmiatori gabbati dal bail in delle
banche italiane in difficoltà: sono state salvate coi fondi delle
altre banche, e sono in salvo anche i soldi dei correntisti.
Garantiti anche quelli che avevano acquistato obbligazioni delle
banche; ma non i titolari di “obbligazioni subordinate”. Poiché
si tratta di un gran numero di famiglie, spesso tutt’altro che
benestanti, adesso il governo sta cercando di rimborsarle, dribblando
i divieti europei che non vogliono niente che somigli a un
salvataggio pubblico delle banche. Lasciando stare il fatto che
questi divieti vengono dagli stessi pulpiti che hanno consentito
un’iniezione da 250 miliardi a favore delle banche tedesche dopo il
crac Lehman (potenza dei lobbisti e dei clan di Francoforte, di cui
parla Gabriella Colarusso a pagina 5); lasciando stare l’ipocrisia
per cui, se il rimborso passerà, sarà sotto l’etichetta degli
“aiuti umanitari” (e a quelli che non hanno neanche soldi da dare
alle banche, niente? non sarebbe più “umanitario” aiutare gli
esodati, che hanno perso lavoro e pensione?); lasciando stare le
insinuazioni per cui il governo si muove solo perché quasi tutti gli
interessati stanno nelle regioni ex-rosse e adesso ad alta densità
piddina... lasciando stare tutto ciò, siamo sicuri che sia una buona
idea?
A scanso di equivoci,
diciamo subito che chi ha visto all’improvviso i suoi risparmi
volatilizzarsi per colpa della banca a cui li aveva affidati merita
comprensione, rispetto, solidarietà. Ma anche una domanda: non vi
era venuto il sospetto che quell’aggettivo vicino alle
obbligazioni, subordinate, significasse qualcosa? e che, per
avere un rendimento più alto dei normali depositi, qualche rischio
doveva esserci? Le risposte collettive e inferocite a questa domanda
parlano di clausole rimpicciolite, strumenti di pressione (ti dò il
mutuo se mi compri qualche obbligazione), carte incomprensibili. Ma
se così è, paghino, con nomi e cognomi, funzionari, direttori e
dirigenti che hanno fatto la truffa, e le autorità che non hanno
vigilato. Se invece interviene il governo a piè di lista e tutto si
copre, tutto ricomincerà come prima. La questione non è piccola,
visto che l’economia “del tasso zero” ha lasciato a bocca
asciutta il popolo dei titoli pubblici, che cerca strade alternative
per il proprio risparmio, magari chiudendo gli occhi sul rischio
subordinato: tanto alla fine ci penserà qualcun altro a pagare il
conto.
"pagina99we", 12 dicembre 2015
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14.12.15
La poesia del lunedì. Corrado Govoni (1884-1965)
Crepuscolo sul Po
Come un frutto maturo cade il giorno.
Dal ponte che cavalca il fiume suona un
corno.
Con uno strepito di gran cascata
un treno fora il vuoto su la via
ferrata.
I rumori pel silenzio stenografo
sfuman come figure d’un
cinematografo.
Il vento studia da flautista.
Il cielo è svolto simile ad un
trasformista.
L’acqua che corre corre al mare
si tinge il viso di lillà
crepuscolare.
Dentro, le case mirano a la riva
la loro immagine che sembra fuggitiva.
In una barca piena di legumi
mentre le case sbocciano dei bianchi
lumi,
una donna con una guasta ventola
incita il fuoco sotto la sua vecchia pentola.
incita il fuoco sotto la sua vecchia pentola.
da Poesie (1903-1959), Mondadori, 1961
9.12.15
Oligarchi in Israele (Anna Momigliano)
![]() |
| Roman Abramovich |
Sarà perché le autorità
fanno poche domande sulla provenienza dei soldi, oppure perché
ottenere la cittadinanza è facile. O forse sarà perché dove c’è
il Mossad, Mosca non osa colpire col polonio. Fatto sta che molti
oligarchi russi di origine ebraica stanno acquistando casa in
Israele.
Roman Abramovich ha
comperato qualche mese fa un albergo a Neve Tzedek, il quartiere più
antico di Tel Aviv, oggi gentrificato. Lo ha pagato 100 milioni di
shekel, l’equivalente di 24 milioni di euro. Secondo la stampa
israeliana, il proprietario del Chelsea intende usare la villa come
sua abitazione principale. Più ambizioso Valery Kogan, il
miliardario proprietario di uno degli aeroporti di Mosca, nonché di
svariate miniere in Kazakhstan e in Africa, che ha da poco completato
la costruzione della sua reggia nella città costiera di Cesarea. Si
tratta della più grande dimora di tutto il Paese, con un salotto di
500 metri quadri, riporta il giornale “Yediot Ahronot”.
«Sono almeno dieci anni
che gli oligarchi russi di origine ebraica si stanno costruendo degli
sfarzosi pied-à-terre in Israele», racconta a “pagina99” Lisa
Goldman, co-fondatrice del sito d'informazione israeliano “+972”.
«In quanto ebrei, possono ottenere la cittadinanza israeliana. In
quanto miliardari possono comprarsi un influenza politica». Israele
sta diventando «un parco giochi per gli oligarchi», scriveva senza
mezzi termini qualche settimana fa l’“Economist”. E per quanto
il fenomeno non sia nuovo, negli ultimi anni ha registrato un
accelerazione.
Alcuni oligarchi
trascorrono nelle loro dimore mediorientali appena qualche settimana
l'anno, altri vivono semistabilmente nel Paese. Più che dal richiamo
delle origini, sono attirati da un certo laissez-faire delle
autorità nei confronti dei grandi capitali esteri: le ricchezze non
dichiarate ammonterebbero a circa un quinto del prodotto interno
lordo del Paese. «Sulla stampa locale si legge spesso di oligarchi
sotto inchiesta che trovano rifugio nel Paese, oppure di richieste di
chiarimenti da parte dell’Interpol in casi di sospetto riciclaggio
del denaro», dice Goldman.
Prima di Kogan e
Abramovich hanno comprato casa in Israele Vitaly Malkin, ex banchiere
e senatore russo che nel 2013 ha dovuto lasciare la politica
moscovita proprio a causa della sua cittadinanza israeliana, e Moshe
Kantor, magnate dei fertilizzanti. Già nel 2008 un popolare gruppo
reggae israeliano, gli Hatikvah 6, dedicava una canzone al
signore del commercio d’armi Arcadi Gaydamak: «Gaydamak si compra
tutto, HaPoel, il Beitar (due squadre di calcio ndr), tra un po si
compra pure noi». Come Kogan, anche Gaydamak possiede una villa a
Cesarea. E a un certo punto si era persino candidato, senza successo,
a sindaco di Gerusalemme, ma oggi pare viva soprattutto a Mosca.
Tra gli oligarchi
provenienti dall’ex Urss più noti in Israele si segnalano anche
Lev Leviev, originario dell’Uzbekistan, che si è arricchito con i
diamanti in Angola e ora finanzia gli insediamenti in Cisgiordania, e
l’israelo-ucraino Vadim Rabinovich, che si è presentato alle
elezioni di Kiev nel 2014 ma risulta residente a Bitan Aharon, un
moshav, o insediamento collettivo, nel centro di Israele.
I primi oligarchi hanno
lasciato Mosca per Tel Aviv all’inizio degli anni Duemila, quando
Vladimir Putin ha iniziato a fare sentire il suo pugno di ferro
contro gli imprenditori che avevano fatto fortuna durante l’era del
bespredel (sregolatezza), ai tempi di Boris Eltsin. Per chi
poteva sfruttare la Legge del Ritorno, Israele era una destinazione
ideale perché lo Stato ebraico difficilmente concede estradizioni:
nel 2001 il magnate dei media Vladimir Gusinsky sfuggì a un mandato
di cattura trasferendosi in Israele; nel 2003 Leonid Nevzlin, braccio
destro di Mikhail Khodorkovsky al colosso energetico Yukos, scappò
in Israele per evitare di fare la fine del suo capo, condannato a 13
anni di carcere.
L'“Economist”ipotizza
che, per chi ha nemici a Mosca, il trasferimento in Israele può
essere anche una scelta dettata dalla sicurezza: «Molti degli
oligarchi devono tenere gli occhi aperti, nel caso ci sia qualche
sicario o del polonio nel loro tè», scrive il settimanale, con un
velato riferimento ad Aleksandr Litvinenko, l’ex agente segreto
assassinato a Londra con la sostanza radioattiva. «Il sottinteso è
che l’intelligence russa non osa sfidare la sua controparte
israeliana, tanto che non ci sono stati assassinii [di oligarchi] nel
Paese». Lo stesso non si può dire del Regno Unito, dove sono morti
in circostanze sospette Boris Berezovsky e Alexander Perepilichnyy,
nel 2013 e nel 2012 rispettivamente.
La presenza, immobiliare e non, degli oligarchi in una piccola nazione come Israele ha ricadute politiche ed economiche, racconta a “pagina99” Anshel Pfeffer, corrispondente da Gerusalemme per l'“Economist nonché redattore di “Haaretz”. «Alcuni oligarchi sono vicini a Lieberman e altri membri di Yisrael Beitenu», spiega Pfeffer, riferendosi alla formazione nazionalista dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, originario della Moldavia. Inoltre gli investimenti immobiliari potrebbero avere contribuito all’aumento vertiginoso del costo degli affitti, che ha scatenato le proteste sociali del 2011 e che non accenna a ridimensionarsi: «Alcuni sostengono che l’acquisto di immobili da parte degli oligarchi sia una delle cause di questa impennata, ma gli esperti concordano sul fatto che il lusso abbia poca influenza sul più ampio settore immobiliare. Però forse c’è un qualche effetto sui prezzi a Tel Aviv, dove molte delle nuove costruzioni riguardano la fascia alta di mercato». Tra le destinazioni più popolari tra i tycoon dell Est, oltre a Tel Aviv, ci sono le località di mare già amate dai ricchi israeliani: Herzliya, per esempio, o Cesarea, dove la mega-villa di Kogan sorge non lontano dall’abitazione privata del primo ministro Benjamin Netanyahu.
La presenza, immobiliare e non, degli oligarchi in una piccola nazione come Israele ha ricadute politiche ed economiche, racconta a “pagina99” Anshel Pfeffer, corrispondente da Gerusalemme per l'“Economist nonché redattore di “Haaretz”. «Alcuni oligarchi sono vicini a Lieberman e altri membri di Yisrael Beitenu», spiega Pfeffer, riferendosi alla formazione nazionalista dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, originario della Moldavia. Inoltre gli investimenti immobiliari potrebbero avere contribuito all’aumento vertiginoso del costo degli affitti, che ha scatenato le proteste sociali del 2011 e che non accenna a ridimensionarsi: «Alcuni sostengono che l’acquisto di immobili da parte degli oligarchi sia una delle cause di questa impennata, ma gli esperti concordano sul fatto che il lusso abbia poca influenza sul più ampio settore immobiliare. Però forse c’è un qualche effetto sui prezzi a Tel Aviv, dove molte delle nuove costruzioni riguardano la fascia alta di mercato». Tra le destinazioni più popolari tra i tycoon dell Est, oltre a Tel Aviv, ci sono le località di mare già amate dai ricchi israeliani: Herzliya, per esempio, o Cesarea, dove la mega-villa di Kogan sorge non lontano dall’abitazione privata del primo ministro Benjamin Netanyahu.
"pagina99we", 5 dicembre 2015
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politica internazionale,
viaggi e geografia
Calabria medievale (Marina Montesano)
Ci sono argomenti e
luoghi, nella storia, che godono di una sovraesposizione: per il
medioevo Venezia e per il rinascimento Firenze, ad esempio. Altri,
invece, restano meno noti, e non perché poco interessanti. È il
caso di regioni come la Calabria e la Basilicata che, strette fra
Sicilia, Campania e Puglia, finiscono per esser considerate marginali
nel quadro storico; meno indagate dalla storiografia e soprattutto
ignorate dalla cultura condivisa.
A colmare questa lacuna,
almeno per alcuni secoli della nostra storia, arrivano Pietro Dalena
e il suo Calabria medievale. Ambiente e Istituzioni, secoli XI-XV
(Adda Editore, pp. 388, euro 20) che, come il titolo promette,
ripercorre la storia della regione nei secoli bassomedievali.
Per ciò che attiene alla
scelta della cronologia, vale quanto nota Franco Cardini nella
prefazione: «La regione appartiene appieno a quello scacchiere
bizantino (…) che in questo inizio di secondo millennio è la forza
trainante in un’Italia, per non parlare del resto d’Europa, che
ancora fatica a uscire da una condizione di ruralità, di economia in
lentissima ripresa rispetto ai secoli più difficili compresi tra V e
VIII. La Calabria è una terra ricca di risorse minerarie, di centri
relativamente popolosi, di coltivazioni pregiate come vigne e olivi,
di allevamento abbondante. È indubbio che, di fronte a questa
situazione preesistente, la conquista normanna, con i saccheggi
prima, con l’istituzione di un ordine feudale poi, abbia
rappresentato un forte elemento di discontinuità se non addirittura
di rottura. Ci si potrebbe chiedere se la ’storia spezzata’, la
cesura tra tardoantico e medioevo risieda, per la Calabria,
soprattutto quella centro meridionale (rimasta estranea agli influssi
longobardi), proprio in quest’epoca».
Eppure, la storia della
regione sembra seguire sostanzialmente quella del resto della
penisola e dell’Europa all’inizio del secondo millennio, quando
si palesano con evidenza i segni della ripresa; sebbene, come ormai
appare chiaro, il «risveglio dell’Anno Mille» altro non era se
non l’emergenza di un graduale processo che si ebbe a partire
dall’VIII-IX secolo, quando da molte parti dell’Europa giungono
prove di un incremento demografico; il miglioramento climatico
attestato da quel momento può aver agito sulla società,
contribuendo alla crescita demografica, in due modi: anzitutto grazie
ai raccolti più abbondanti e alla fine delle carestie causate dal
maltempo; e poi anche a causa della diminuzione delle malattie
caratteristiche del clima freddo, che colpiscono soprattutto i
bambini. L’intiepidirsi dell’aria e il miglioramento qualitativo
e quantitativo del vitto non solo posero un argine alla mortalità
infantile (del resto molto forte in tutta l’età preindustriale),
ma alzarono in genere il livello della vita media. Oltre a ciò, le
meno dure condizioni di vita dovettero incoraggiare le famiglie a
diventare più numerose.
Non sono dettagli
insignificanti: il libro di Dalena si apre infatti con un’ampia
analisi del paesaggio, delle risorse, delle catastrofi naturali della
Calabria nei secoli presi in esame. Soltanto dopo tale doverosa
premessa si passa ai quadri istituzionali: ed è, difatti, questo il
primo punto di forza del libro: saper tracciare un quadro di storia
à part entière, dalla quale si evince come le istituzioni non
possano prescindere dalla realtà profonda di un territorio; che nel
caso della Calabria è certamente una realtà aspra, difficile, dove
la natura è bella ma anche impietosa; al punto che, negli anni
terribili della Peste Nera di metà Trecento, la regione fu
martoriata anche dal terremoto del 1349, come nota Dalena.
A quel punto però la
regione viveva già in uno stato di crisi differente, meno passeggera
da quello di altri territori d’Europa; il governo angioino,
infatti, con le sue politiche fiscali, aveva spopolato le campagne e
distrutto l’economia. Non sembra che il successivo, decisamente
migliore governo aragonese abbia potuto fare più di tanto,
nonostante l’autore ne registri le positive strategie
amministrative.
Con il governo aragonese
il libro esaurisce il suo compito e si ferma. Compito che peraltro
assolve pienamente; perché il secondo merito di Calabria
medievale non sta nel fatto di essere un unicum: come già
detto, l’area ha registrato un interesse moderato nella
storiografia, ma una tradizione in materia esiste, e di essa lo
stesso Dalena dà conto già in apertura; ma qui per la prima volta
siamo dinanzi a un quadro di sintesi che, attraverso il rinnovamento
del metodo di indagine (con il ricorso alla climatologia storica e
alla storia ambientale), diviene fruibile anche per un pubblico di
non specialisti.
“il manifesto”, 25
luglio 2015
8.12.15
Da Cirino Pomicino a Renzi. I governanti che danno i numeri (Gabriella Colarusso)
Rievocazione divertita
delle cifre à la carte della
politica italiana, ma occorre una piccola precisazione. Berlusconi
mantenne la promessa sulle pensioni minime a un milione di lire, in
tempi molto rapidi. (S.L.L.)
![]() |
| Giulio Tremonti |
Non solo l’incauto Poletti. Dai tempi della Dc, il rapporto dei nostri governanti con i numeri ha sempre avuto a che fare più con il lotto che con la scienza. Cifre e tabelle date in pasto all’opinione pubblica a scopi di propaganda, salvo poi essere smentite il giorno dopo, a volte dagli stessi che le avevano diffuse.
Un pioniere del genere fu, nei primi anni Novanta, Paolo Cirino Pomicino, ex ministro del Bilancio del governo Andreotti, protagonista di memorabili conferenze stampa in cui snocciolava numeri ai giornalisti spostando miliardi (di vecchie lire) da un capitolo di bilancio all’altro come fossero noccioline. Nel 1991, smentito da più parti sullo stato di salute delle finanze pubbliche, entrò in conflitto persino con se stesso: nei conti dello Stato c’è un buco di 9 mila miliardi, disse inizialmente. Poi ci ripensò: no, sono 6 mila più 5 mila.
Silvio Berlusconi ne ha raccolto degnamente l’eredità, promettendo di volta in volta riduzioni di imposte miracolose e più soldi per tutti, dall’«innalzamento delle pensioni minime ad almeno un milione di lire al mese» (contratto con gli italiani del 2001) all’ormai mitologico «un milione di posti di lavoro» del 1994, lievitato nella campagna elettorale del 2013 a 4 milioni di nuovi occupati. La stessa tornata elettorale in cui Pier Luigi Bersani si disse pronto a restituire alle imprese «50 miliardi in 5 anni».
Numeri à la carte. Per non parlare della finanza creativa dell’ex ministro Giulio Tremonti, immortalata nelle imitazioni di Corrado Guzzanti. Nell’autunno del 2011, dopo l’estate nera della Borsa e con l’Italia sull’orlo del commissariamento, il tributarista di Sondrio presentò a diversi investitori un piano per valorizzare gli immobili dello Stato da 10 miliardi l'anno. Valore delle partecipazioni del Tesoro in Eni, Enel e Finmeccanica indicato del documento: 17,3 miliardi. Peccato però che i dati di Borsa italiana raccontavano una realtà diversa: il valore di quelle quote, ai prezzi di mercato di quel momento, era di 12,8 miliardi. Meno cinque miliardi. Le cose non sono cambiate con il governo dei professori. Tecnici e bocconiani per non azzeccarne una. Per mesi, nel 2012, non si capì quanti fossero esattamente gli esodati della riforma Fornero: 65 mila aveva detto in un primo momento l'esecutivo Monti, 130 mila per l'Inps, cresciuti poi a 390 mila. Ancora oggi è mistero.
Ma il vero banco del pesce della politica italiana è da sempre la spending review, sul cui altare sono stati immolati fior di economisti consiglieri, da Enrico Bondi a Carlo Cottarelli a Roberto Perotti. Risparmi per 2 punti di Pil, annunciò roboante il governo Letta nel 2013, circa 30 miliardi in tre anni. Se n'è fatto poco o nulla e il caro Carlo se n'è tornato beato al Fmi. Sbarazzatosi di Cottarelli, Renzi ha sacrificato anche il più mite Perotti. Dei 10 miliardi di risparmi promessi in pompa magna dal premier, se ne realizzeranno si e no 6, di cui peraltro 2 sottratti al fondo sanitario. Se son balle, fioriranno.
"paginna99we", 5 dicembre 2015
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Dopo il no di Amburgo. Roma olimpica resterà col cerino in mano?
Dal numero del 5 dicembre 2015 di “pagina99 we” recupero un commento non firmato che contiene
una fondata previsione e una opportuna proposta. (S.L.L.)
Era il 1960 quando la
torcia olimpica entrò per la prima volta nello stadio Olimpico di
Roma. La storia potrebbe ripetersi tra nove anni, per la gioia di
quanti, a partire dal governo Renzi, hanno sostenuto la candidatura
della capitale per i Giochi del 2024.
Dopo il ritiro, una
settimana fa, di Amburgo, a contendere la vittoria a Roma è rimasta
la sola Parigi, vista la debolezza delle altre avversarie: Budapest,
che rischia di scontare la linea dura del premier Orbàn sui
rifugiati, e Los Angeles, chiamata a rimpiazzare all’ultimo minuto
la favorita Boston, città prescelta dal governo americano che, dopo
mesi di proteste degli abitanti contrari ai Giochi per i costi
ritenuti esorbitanti - uno studio della Said Business School
dell’Università di Oxford commissionato dal comitato No Boston
Olympics ha stimato in 14,3 miliardi di dollari il budget minimo, più
gli sforamenti -, ha pensato bene tenersi alla larga dalla
competizione.
Su un dato, infatti,
tutti gli studi sono concordi: organizzare i Giochi è un affare
soprattutto per il Cio e le imprese coinvolte nei lavori, non certo
per i bilanci municipali e statali. Dopo Los Angeles (1984), le
ultime concluse con un utile, le Olimpiadi sono sempre state una
perdita secca per le amministrazioni: 6 miliardi di dollari per
Barcellona 1992 (a fronte però di opere che hanno recuperato alla
città tutta l’area del lungomare), 10 per Atene 2004 (c’è chi
pensa sia stata l’origine del tracollo greco), addirittura 40 per
Pechino 2008.
L’ultimo campanello
d’allarme è suonato, appunto, la scorsa settimana, con il ritiro
di Amburgo, l’altra grande favorita per il 2024. Anche in questo
caso a bocciare i Giochi, per i costi eccessivi, sono stati i
cittadini. Contro ogni previsione, il 51,7% ha votato no al
referendum per la conferma della candidatura.
Nonostante ciò, per i
promotori di Roma 2024 i Giochi restano un’occasione per dotare la
città di infrastrutture e trasporti efficienti, con importanti
ricadute economiche e occupazionali. Gli studi dimostrano tuttavia
che anche l’impatto di lungo periodo sull’economia resta incerto
e, comunque, di lieve entità. Proprio considerazioni simili (e lo
stato dei nostri conti pubblici) indussero tre anni fa Mario Monti a
ritirare la candidatura di Roma per il 2020.
C’è chi oggi, più
modestamente, si accontenterebbe pure di un’operazione in perdita
ma con benefici tangibili per la città, come nel caso di Barcellona.
Ma neanche su questo fronte si può stare tranquilli. Quella dei
grandi eventi sportivi italiani degli ultimi 25 anni - dagli stadi
faraonici di Italia ’90 ai mondiali di nuoto di Roma 2009 - è
anche una storia di sprechi enormi.
Insomma, alla luce di una valutazione costi-benefici e dei precedenti di Boston e Amburgo, c’è il rischio concreto che quella che viene dipinta come un’esaltante corsa a guadagnarsi il privilegio di ospitare l’Olimpiade possa trasformarsi in un deprimente gioco a chi resta col cerino in mano. Che fare, dunque, per evitarlo o, quantomeno, trasformare il rischio in una scelta condivisa? La cosa più semplice sarebbe dare l’ultima parola ai cittadini romani con un referendum. Anche stavolta l’esito potrebbe essere sorprendente.
Insomma, alla luce di una valutazione costi-benefici e dei precedenti di Boston e Amburgo, c’è il rischio concreto che quella che viene dipinta come un’esaltante corsa a guadagnarsi il privilegio di ospitare l’Olimpiade possa trasformarsi in un deprimente gioco a chi resta col cerino in mano. Che fare, dunque, per evitarlo o, quantomeno, trasformare il rischio in una scelta condivisa? La cosa più semplice sarebbe dare l’ultima parola ai cittadini romani con un referendum. Anche stavolta l’esito potrebbe essere sorprendente.
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Toilette. Una poesia di Aldo Palazzeschi (1885 - 1974)
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| Aldo Palazzeschi |
attendono in circolo sul prato.
fra i loro tronchi d'ebano istoriato
pendono distesi
tanti lenzuoli bianchi di bucato.
Intrepida riflette nell'attesa
l'acqua grigia della vasca.
Ecco: tra i veli della mattina nebulosa
il sole che s'affaccia insonnolito
pare una luna rosa.
Tutte le poesie, Monfadori, 2002
Sciascia a Parigi, per non cedere al terrore (Alessandro Leogrande)
Riprendo qui un commento su “pagina99”, il settimanale nato da una costola del “manifesto” e ideato da
Emanuele Bevilacqua, che da poco è felicemente tornato in edicola e sul web, con la direzione di Luigi
Spinola e la condirezione di Roberta Carlini, oltre alla direzione
editoriale di Bevilacqua.
Alessandro Leogrande legge la reazione francese ed europea al terrorismo islamista con la guida di Leonardo Sciascia, mettendo in luce pericoli che incombono su tutti noi. (S.L.L.)
Alessandro Leogrande legge la reazione francese ed europea al terrorismo islamista con la guida di Leonardo Sciascia, mettendo in luce pericoli che incombono su tutti noi. (S.L.L.)
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| Leonardo Sciascia a Parigi, davanti alla statua di Voltaire in Rue de la Seine (Foto F. Scianna) |
Dietro le quinte dei
dibattiti sulla promulgazione dello stato d’emergenza francese
aleggia il fantasma di Leonardo Sciascia, scrittore (Il giorno
della civetta, A ciascuno il suo, Todo modo) e
attento critico del suo tempo . Fino a quando possono estendersi
indebitamente misure di controllo che, nate in un momento eccezionale
come quello degli attentati dell’Isis nel cuore di Parigi,
richiedono una deroga effettiva ai principi della Convenzione europea
dei diritti dell’uomo? Il potere dato ai prefetti di istituire il
coprifuoco, interrompere la libera circolazione, impedire qualsiasi
forma di manifestazione pubblica può alla lunga divenire ordinario,
in una lotta al terrorismo dai confini incerti?
Tra la fine degli anni
Settanta e la seconda metà degli Ottanta, Sciascia espresse nei
confronti della lotta al terrorismo e alla mafia, la cui violenza
raggiunse allora l’apice nella storia italiana, una linea precisa
quanto eretica. Si pensi al suo libro L’affaire Moro, uscito
nel 1978. Non è possibile combattere chi ha metodi illiberali e
antidemocratici con metodi che a loro volta rischiano di diventare
illiberali. La forza apparente di una legislazione d’emergenza
tradisce l’insita debolezza degli Stati che la adottano.
Per la verità, al tempo
del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate
rosse, Sciascia disse molto di più. Disse, per esempio, che la pena
per il leader democristiano e gli uomini della scorta massacrati non
gli impediva di vedere che lo Stato che Dc e Pci volevano difendere
strenuamente, senza trattare, era in realtà un vuoto simulacro:
«Dieci mesi fa», scrisse su “Panorama” il 4 aprile del 1978,
quando Moro era ancora nella prigione del popolo brigatista, «mi
appariva come un guscio che racchiudesse, per dirla
vittorinianamente, putredine e morte. Oggi mi appare come un guscio
vuoto che può essere da un momento all'altro, e forse senza che ce
ne accorgiamo, comunque riempito. Comunque, ma in ogni caso, per noi
pericolosamente.»
È difficile porre una
relazione immediata tra l’uccisione di Aldo Moro e quella dei
ragazzi della «generazione Bataclan». Troppo diversi i contesti
storici, troppo diversi i due tipi di terrorismo, quello brigatista e
quello jihadista, nelle loro finalità e nelle loro modalità
d'azione, per quanto il meccanismo mentale che porta ad abbracciare
il fanatismo dottrinario e aderire alla lotta armata annullando se
stessi, non sia poi così dissimile.
Ma il monito di Sciascia,
espresso allora con una tale durezza che alcuni dirigenti del fronte
della fermezza iniziarono a definirlo «codardo», resta sul fondo di
tante nostre discussioni. Uno Stato di diritto deve rimanere tale, se
non vuol trasformare i suoi stessi fondamenti in una formula vuota. A
maggior ragione se vuole sconfiggere coloro i quali pensano che i
diritti siano un prodotto dell’apostasia e la pluralità della vita
qualcosa di spaventoso.
I teorici dello Stato
islamico che scrivono lunghi articoli sulla rivista "Dabiq"
sognano proprio questo: un mondo ideale (e per questo profondamente
irreale) in cui, prosciugando a suon di bombe e attentati la «zona
grigia» della complessità umana, rimangano sul campo due
schieramenti opposti e irriducibili. Loro e gli strenui difensori
dell’«ordine crociato e occidentale». Qualsiasi cosa voglia dire
questa stramba espressione, il fine dell’Isis è chiaro: eliminare
l'ordinarietà, la terra di mezzo, gli stili di vita non
irregimentati, i pensieri eretici, le dissidenze, le differenze. Per
questo non bisogna cadere nel loro gioco.
Oggi l’Ue può rinnegare se stessa anche in un altro modo: confondendo le centinaia di migliaia di persone che scappano dalle violenze del conflitto siriano con i terroristi. Proprio da questo mescolamento fortuito di lotta al terrorismo e gestione dell’esodo nasce l’idea di delegare alla Turchia e al suo governo autoritario il controllo dei profughi sulla frontiera orientale.
Oggi l’Ue può rinnegare se stessa anche in un altro modo: confondendo le centinaia di migliaia di persone che scappano dalle violenze del conflitto siriano con i terroristi. Proprio da questo mescolamento fortuito di lotta al terrorismo e gestione dell’esodo nasce l’idea di delegare alla Turchia e al suo governo autoritario il controllo dei profughi sulla frontiera orientale.
"pagina99we", 5 dicembre 2015
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7.12.15
La poesia del lunedì.Giovanni Pascoli (1855 - 1912)
Carrettiere
O carrettiere che dai neri monti
vieni tranquillo, e fosti nella notte
sotto ardue rupi, sopra aerei ponti;
che mai diceva il querulo aquilone
che muggìa tra le forre e tra le grotte?
Ma tu dormivi, sopra il tuo carbone.
A mano a mano lungo lo stradale
venìa fischiando un soffio di procella:
ma tu sognavi ch'era di natale;
udivi i suoni d'una cennamella.
da Myricae, ora in Tutte le poesie, Newton Compton, 2005
O carrettiere che dai neri monti
vieni tranquillo, e fosti nella notte
sotto ardue rupi, sopra aerei ponti;
che mai diceva il querulo aquilone
che muggìa tra le forre e tra le grotte?
Ma tu dormivi, sopra il tuo carbone.
A mano a mano lungo lo stradale
venìa fischiando un soffio di procella:
ma tu sognavi ch'era di natale;
udivi i suoni d'una cennamella.
da Myricae, ora in Tutte le poesie, Newton Compton, 2005
6.12.15
L'invenzione del tostapane (Bee Wilson)
![]() |
| Un moderno tostapane a scatto |
Tostare il pane dà una
certa soddisfazione. Forse, si potrebbe pensare, perché il risultato
è un alimento capace di tirare su il morale con la sua croccantezza
e con il profumo celestiale del burro che si scioglie nelle
scanalature. La soddisfazione, però, è anche meccanica e infantile:
introdurre le fette nelle fessure, impostare il timer e aspettare il
bip o il pop.
Per essere un oggetto
così elementare, il tostapane elettrico arrivò piuttosto tardi.
Dagli anni Novanta dell’Ottocento, gli uomini potevano teoricamente
usare l’elettricità per riscaldare i bollitori e friggere le uova,
ma per il pane tostato ricorrevano ancora ai forchettoni e alle
griglie della gastronomia basata sul focolare aperto. Si trattava di
variazioni sul tema degli strumenti appuntiti e dei cestelli per
tenere il pane (o i bocconcini di carne e formaggio) davanti alla
fiamma. La tostatura, a ben pensarci, è una forma di cottura
arrosto, perché si applica all’alimento il calore radiante fino ad
abbrustolire la superficie.
Per arrivare
all’invenzione del tostapane elettrico fu necessario trovare un
filamento di metallo durevole, abbastanza forte per resistere al
calore senza fondersi. Accadde nel 1905, quando Albert Marsh scoprì
il nichrome, una lega di nichel e cromo a bassa conduttività. A quel
punto il mercato statunitense fu invaso dai tostapane elettrici,
caratterizzati da varie tecniche manuali per l’estrazione delle
fette.
L’apparecchio che
conosciamo ora fu una creazione di Charles Strite, un meccanico del
Minnesota che ne aveva fin sopra i capelli del pane bruciacchiato
della mensa. Nel 1921 ottenne il brevetto per un modello con molle
verticali di espulsione e timer variabile. Questa sì che fu una
novità: un elettrodomestico che faceva tutto da solo. «Non occorre
sorvegliarlo. Il pane non può bruciare» diceva l’annuncio
pubblicitario del Toastmaster di Sprite.
Magari fosse vero. E' ancora possibile, ahimè, carbonizzare le fette con un tostapane a scatto.
Magari fosse vero. E' ancora possibile, ahimè, carbonizzare le fette con un tostapane a scatto.
da Bee Wilson, In punta di forchetta,Rizzoli 2013
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gastronomia e alimentazione
Agricoltura. Il tesoro italiano è nascosto nei campi (Roberta Carlini)
Bene la produzione,
ancor meglio l’occupazione, benissimo l’export. C’è un settore
in Italia che traina, ed è quello più nascosto. Più basso, come la
terra: l’agricoltura, che nel primo trimestre del 2015, ha
collezionato numeri da sballo. E poteva andare anche meglio, senza
ostacoli climatici (le alluvioni) e politici (le sanzioni alla
Russia), dice la Coldiretti. Ma anche così, in un inizio anno in cui
ci si entusiasma per incrementi di zero-virgola-qualcosa,
l’agricoltura vanta cifre tonde e piene.
Annunciata con grancassa
dai più interessati degli ottimisti, la ripresa italiana finora
documentata è chiusa in un decimale risicatissimo: più 0,1 per
cento, per il primo trimestre del 2015. Ma per il settore agricolo il
ritmo è doppio: il prodotto interno lordo dell’agricoltura,
secondo i conti economici trimestrali dell’Istat, ha segnato
infatti un incremento tendenziale – cioè, misurato sullo stesso
periodo dello scorso anno – dello 0,2 per cento. Rispetto al
trimestre precedente, il balzo in avanti è del 6 per cento: negli
stessi mesi l’industria cresceva, rispetto al trimestre precedente,
solo dello 0,6 per cento, mentre i servizi restavano fermi.
All’aumento del
prodotto è corrisposto un aumento delle braccia. Dei 133mila
occupati in più del primo trimestre del 2015, 45mila sono
nell’agricoltura. E poiché il settore è molto piccolo rispetto a
industria e terziario, in termini percentuali l’aumento spicca
decisamente: rapportati al primo trimestre dello scorso anno, gli
occupati in agricoltura sono il 6,2 per cento in più, contro un
aumento complessivo dello 0,6 per cento. L’aumento di occupazione,
così come quello della produzione, riguarda nord e Mezzogiorno,
mentre il centro soffre di un calo di entrambi.
La terza voce è quella
che, in gran parte, spiega le prime due: le esportazioni. Che, nel
primo trimestre dell’anno, registrano un aumento del 7,8 per cento
per il settore agricolo – che, sommato a quello del 5,8 per cento
dei prodotti dell’industria alimentare, porta a un più 6,2 per
cento dell’agroalimentare nel suo complesso: il doppio
dell’incremento dell’export totale dell’Italia verso l’estero.
“Poteva andare anche
meglio, se non ci fosse stata la chiusura del mercato russo e
l’impatto di eventi climatici negativi, in particolare forti piogge
e alluvioni”. Lorenzo Bazzana, della Coldiretti, sostiene che i
buoni dati del primo trimestre potrebbero essere addirittura
sottodimensionati.
Da tempo la sua
organizzazione, e le altre del settore, battono sul tasto dolente
delle sanzioni che bloccano le esportazioni in Russia e rendono più
forte la concorrenza sui mercati europei. In più, ci sono le crisi
del Mediterraneo, che hanno prosciugato i mercati di paesi nei quali
l’export agricolo italiano era abbastanza forte.
Ma poi c’è il resto
del mondo, e quella svalutazione dell’euro piovuta come una manna
dal cielo. L’export agricolo italiano, spiega Bazzana, cresce in
tutti i paesi fuori dell’Ue (fatta eccezione, appunto, per Russia e
paesi del nord mediterraneo). Se si guarda a tutto l’agroalimentare,
nel 2014 sono stati superati i 34,5 miliardi di esportazioni (più 2
per cento sul 2013) e ormai sono in molti a credere che si possano
raggiungere entro breve i 50 miliardi di export.
È vero che l’euro
debole riguarda tutti i settori, ma a quanto si vede l’agricoltura
se ne avvantaggia di più, le mele vanno meglio delle auto. Come mai?
“Be’, l’agricoltura non si può delocalizzare, la terra sta
qua”. E sulla terra devono stare anche quelli che la lavorano.
Così, il settore ha risentito di meno dei lunghi anni della crisi, e
la sua reazione alla ripresa internazionale e alle condizioni
favorevoli esterne è stata più immediata, e sensibile. Se la
ripresa economica italiana è trascinata soprattutto dalle
esportazioni, tutto il settore agricolo è il primo dei convogli
trainati, meglio piazzato di tutti gli altri.
Lavoro ad alta
intensità
L’aumento
dell’occupazione è arrivato prima di quello della produzione, ed è
stato anche più forte: più 6,2 per cento. Il nord se ne è preso la
fetta maggiore (più 16,1 per cento), il Mezzogiorno ha visto un
incremento del 4,4 per cento, mentre il centro ha perso l’11,5 per
cento degli occupati agricoli. È ancora presto per dire chi sono i
nuovi occupati e che contratti hanno, ma è molto probabile che il
Jobs act non c’entri molto. L’aumento, dice l’Istat, ha
riguardato sia gli autonomi sia i dipendenti. Tra questi ultimi, i
dati del 2014 dicono che i rapporti di lavoro a tempo indeterminato
sono solo il 15 per cento del totale: tutto il resto è fatto di
contratti a tempo determinato.
Operai agricoli a
tempo indeterminato
Area 2012 2013 2014
Nord 58,944 96,079 93,910
Centro 21,820 33,458 32,527
Sud 23,761 38,855 36,211
Isole 10,870 16,954 16,441
Italia 115,395 185,346 179,089
Fonte: Istat
Quanto alla provenienza
della manodopera, ultime stime disponibili vedono una presenza del
lavoro degli stranieri, comunitari ed extracomunitari, attorno al 36
per cento.
Va detto che per
l’agricoltura gli incentivi alle assunzioni sono arrivati anche
prima della legge di stabilità, con il decreto della scorsa estate
chiamato “campolibero”, che ha legato gli sgravi anche ai
contratti a tempo determinato (purché di durata minima di tre anni).
Ma, secondo gli esperti della Coldiretti, è ancora presto per vedere
gli effetti di queste novità, così come quelli degli incentivi del
Jobs act.
Più evidente, per ora,
pare il mix di due ingredienti: l’export che tira, da una parte,
trascinando con sé un settore ad alta intensità di lavoro,
soprattutto immigrato; e una nuova attrazione per il lavoro agricolo
dall’altra. Il ritorno dei giovani nel settore non è più una
novità: ma la ripresa potrebbe favorire una maggiore stabilità
delle loro avventure. Mentre rimane, come sempre, la scelta di
settore-rifugio, per chi ha perso il lavoro, o è in cassa
integrazione o deve arrotondare le entrate di un insufficiente lavoro
part time.
Da “Internazionale”,
10 luglio 2015
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Franco Calamandrei. Gli anni della speranza disperata (Aldo Natoli)
Rilette le acute, e
talora commoventi, note di Aldo Natoli in un vecchio ritaglio, ne
ricavo l'esigenza di procurarmi il libro di cui si parla, il diario
di Calamandrei, tanto più che di questa storia ho appreso – come
tanti – aspetti che Natoli non era in grado di approfondire
attraverso un libro che si raccomanda vivamente. Si tratta Una
famiglia in guerra (Laterza
2008), che raccoglie
scritti di Franco e Piero Calamandrei tra il 1936
e il1956, al cui centro sono le lettere che il padre giurista
liberale e il figlio partigiano e poi militante comunista si
scambiarono nel tempo della Resistenza armata, ma che ha come vera
protagonista Maria Teresa Regard, la compagna di Franco, la cui
intelligenza e la cui forza è un vero polo d'attrazione.
Nell'analisi di Natoli manca soprattutto l'amore, che viene a quel
che s'intende rimosso dal Diario (ci
sarebbe da interrogarsi sulle ragioni), ma che incide profondamente
nella scelte di vita. Ah, l'amore, l'amore quante cose fa fare
l'amore! (S.L.L.)
![]() |
| Franco Calamandrei da giovane |
Questo di Franco
Calamandrei (La vita indivisibile, Diario 1941-1947,
Editori Riuniti) non è un libro di memorie e di riflessioni sul
passato. E' un diario trovato fra le carte dell'autore dopo la sua
morte (1982) e che fu scritto quarant'anni fa, negli anni di ferro
della guerra e dell'immediato dopoguerra; un dialogo serrato e
tormentoso con se stesso e il vivere quotidiano. E culmina nel
cimento cui è chiamato un giovane intellettuale che aveva 26 anni al
momento del crollo dell'8 settembre 1943, e al quale si impongono
improvvisamente scelte che trascendono la sua vita privata e lo
spingono, nella lotta armata, al limite estremo del confine fra la
vita e la morte.
È il documento autentico
del travaglio di una generazione e fa immediatamente correre il
pensiero alla vicenda di Giaime Pintor, conservata nel suo Doppio
diario, 1936-1943 e nell'ultima lettera al fratello, prima della
morte. Ma il richiamo vale piuttosto a sottolineare la profonda
diversità delle motivazioni, la molteplicità e la contraddittorietà
delle esperienze nell'apparente somiglianza delle scelte decisive.
Franco Calamandrei,
coetaneo di Giaime (era nato solo due anni prima, nel 1917), giungerà
anche lui, all'inizio dell'autunno del 1943, nel dilagare della
guerra e nell'accendersi della guerra civile, a rompere il quadro
protetto e privilegiato della vita privata, a schierarsi nelle prime
file della lotta armata contro i tedeschi che occupano Roma, a
combattere nelle formazioni dei Gap comunisti.
Ma per quale via è
giunto a questa decisione? Qui, certo, non ritroviamo Giaime, la
razionalità della sua scelta, che proviene da un sicuro senso della
storia, il valore morale della sua mobilitazione che non offusca la
sua armonia intima, la sua "felicità", ma proprio da esse
scaturisce. Nel Diario di Calamandrei fra il 1941 e il 1943,
domina, come una cappa opaca, il peso del vivere: "un uomo che
per inerzia non sa opporsi mai alla realtà che gli si propone. Non
se ne può distinguere, e come si affonda in una sabbia mobile
inevitabilmente si adegua a quella realtà, si fa come la realtà lo
invita a essere"; "la disperazione ci insidia in ogni
attimo, in ogni nostra parola e gesto". Vive in solitudine e
precarietà, in una insoddisfatta ricerca di amore, lontano dai
genitori, dai quali lo separa una distanza che, anche se talora lo
desidererà, non riuscirà mai a superare. Il suo rovello principale
sembra il vuoto invalicato fra vita e arte (Proust), la vita come
opera d'arte (Gide), il rapporto inafferrabile fra verità e labilità
dell'esistenza quotidiana, la ricerca di un punto fermo da cui
partire.
Ne è pervaso al punto
che le immagini della tragedia che lo circonda (la Napoli bombardata
del 1942) penetrano raramente nella sua intimità e da questa
ritornano riflesse in una cornice formale che rivela l'assillo di
incidere spazio, tempo, sentimenti, passioni in "situazioni"
perenni: "Il narratore... è un'anima nata e cresciuta in mezzo,
dentro ai fenomeni, imbevuta di loro fino alla saturazione,
posseduta, assordata, ossessionata da loro. Chiusa tra i fenomeni
come in un recinto, in una prigione. La verità per lei, la sua
forma, è al di là dei fenomeni, dietro di loro, ed essa per
conquistarla deve accettare il reale... assottigliarlo fino alla
trama, renderlo leggero e trasparente, e attraverso di esso vedere
rivelarsi la verità, a se medesima. Il simbolo, insomma, punto di
partenza del poeta, è il punto di arrivo del narratore. Essi si
incontrano nel loro lavoro come un cavatore che fora la terra dalla
superficie si incontra con un sepolto che zappa dal sottosuolo per
venire alla luce".
Questa immagine
sorprendente esprime con efficacia l'intensità della ricerca di arte
e di verità in cui Calamandrei era impegnato nella primavera del
1943, in modo che sembrava assorbirlo totalmente. Ma nell'estate (nel
frattempo si era trasferito a Venezia), con la caduta di Mussolini
(25 luglio) e l'armistizio dell'8 settembre, improvvisi, profondi
mutamenti sommuovono gli instabili equilibri del suo conoscere.
Scoperta della libertà come un nuovo possibile modo di vivere, tanto
più nuovo in quanto non atteso, non "ideologizzato".
Subito dopo, soldati sbandati in fuga, l'imminente insidia tedesca lo
inducono a fuggire da Venezia verso il Sud fino a Roma, dove incontra
degli amici. Il 12 settembre scriverà: "e tutti siamo d'accordo
che questa estrema occasione di intervenire, di farci una buona volta
partecipi, non ci deve sfuggire. V. e P. sono inquadrati in un nucleo
di simpatizzanti dell'organizzazione comunista. Non hanno durato
fatica a persuadermi che il nostro posto di lotta è di qua, non di
là dalle linee".
Questa breve notazione,
del tutto spoglia di argomenti politico-ideologici, chiosata per di
più da alcuni versi di Lee Masters ("E adesso so che bisogna
alzare le vele / e prendere i venti del destino, / dovunque spingano
la barca"), contiene la chiave dell'impegno di Calamandrei nella
lotta politica e armata. È il salto che dovrebbe scrollargli di
dosso l'inerzia di una vita solo patita? È stato abbagliato
dall'illusione di rompere il cerchio della solitudine? Ha scoperto
nella propria esistenza la risonanza della vita di altri uomini, già
da lui diversi, adesso, per la prima volta, sentiti simili?
Risposte a questi
interrogativi ricorrono nel suo diario di quei mesi, ma non
diventeranno mai certezza. Adesso è coinvolto in un'esperienza
nuova, esaltante e atroce. Adesso può illudersi di non essere più
un intellettuale che osserva e definisce l' esistenza, di non
appartenere più alla "razza di chi rimane a terra". In
rari istanti può perfino dubitare di non essere più fuori, ma
dentro il caldo, sanguinoso, ma esaudito grembo della vita, proprio
perché si trova ormai sulla cresta sottile che separa la vita dalla
morte. Affiorano in lui valori che prima non ha conosciuto: un ideale
di libertà, solidarietà, uguaglianza. Lo chiamerà comunismo, ma
non è forse una riscoperta del fervore, ora che l'aridità sembra
lontana (ancora una reminiscenza gidiana)? È vero che adesso, nelle
pause fra le azioni, nel suo rifugio notturno, legge i classici del
marxismo; ma non è un neofita in cerca della rivelazione, nessuna
nuova verità illuminerà le pagine del suo diario. Forse ha solo
trovato un nesso con la vita che lo circonda e questa, adesso, è la
società. Potrebbe essere, ma non lo sarà, una rivoluzione per chi,
come lui, aveva teorizzato nella scoperta e nella traduzione di nessi
la specificità dell'opera creativa del narratore. Ma lui non
diventerà un narratore; più tardi non scriverà il romanzo che pure
aveva progettato e adesso, dentro la lotta, continuerà ad
interrogarsi senza pudori, spingendo fino al limite estremo la
sincerità con se stesso.
Da una parte, non
eliminerà mai il dubbio che ciò che lo ha spinto alla lotta armata
sia stato l'impulso all'avventura (ancora Gide); dall'altra, nel
muovere con i compagni all'attacco del nemico, si sente talora
trascinare da un'onda che è forse quella, immensa, della storia. Il
suo racconto da protagonista su fatti memorabili della Resistenza a
Roma ha un valore documentario (e letterario) unico: così l'
esaltazione e il terrore nell'attacco contro l'Hotel Flora, sede di
un comando tedesco; la lucidità (dolente, si noti) del comandante
militare nell'intervento armato alle Caserme di Prati, dove una donna
era stata uccisa; il gesto inesorabile, levandosi il cappello,
dell'attacco finale a via Rasella.
Nessun narcisismo in lui
(in questo è lontanissimo dal suo modello gidiano): così troverà
solo scarne parole, pochissime, per annotare la sua fuga dalla
prigione di via Romagna, dove i fascisti della banda Koch lo avevano
rinchiuso. Non avrà mai nè il distacco indispensabile, né
l'autocompiacimento senza dei quali non si diventa eroi di un
romanzo. Ma dedicherà una pagina bellissima ad un eroe reale, il
giovane architetto Giorgio Labò, fucilato in quei giorni a Forte
Bravetta dopo essere stato torturato dai tedeschi a via Tasso.
A guerra finita, Franco
Calamandrei non troverà esaudimento e pace nella coscienza politica,
nell'essere membro di un grande partito, nella legittimazione
dell'ideologia. Proverà a confrontare le proprie motivazioni con
quelle di un operaio che ha combattuto al suo fianco: non ritroverà
mai in se stesso quella semplicità e quella naturalezza. Risorgono
in lui gli assilli dell'intelletto. Per Calamandrei la
"mobilitazione" non sarà, come era stata per Giaime, il
punto di arrivo di una maturata necessità storica; ritorna l'impulso
all'avventura, come evasione dalla vita quotidiana. La vita si
vorrebbe indivisibile, ma è divisa, profondamente e
irrimediabilmente scissa. Questa fessura non si è chiusa, rimarrà
aperta come una ferita segreta. Noi possiamo solo, e con rispetto,
supporlo, pensando al suo stanco colloquio con Bilenchi, trentacinque
anni dopo, una settimana prima della morte. Probabilmente non sapremo
nulla del lungo epilogo di quel dramma; ma, certo, non fu solo
"disperazione borghese".
“la Repubblica”, 20
luglio 1984
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