19.10.16

Far follie a Carnevale voleva dire far rinascere il mondo (Alfonso M. di Nola)

Cancellare il male, riaffermare gli istinti, abolire le regole e in tal modo ricreare l'uomo e la società: erano questi gli stimoli alla base dell'antico rituale carnescialesco. Di questa complessa pienezza oggi resta ben poco. La nostra cultura ha trovato molte altre valvole di sfogo all'ansia umana.
Un antico carnevale a Roma
I grandi carnevali dei tempi nostri hanno alle spalle una cronaca antica e una densità di significati antropologici che la baldoria, la sfrenata consumazione di cibi, il mascheramento, i corsi dei carri, nel loro esplodere festoso, testimoniano soltanto come pallido residuo.
I Romani celebravano, il 17 dicembre, il pacifico e insieme tremendo dio Saturno, progenitore delle genti italiche e nume del solco e del seme. In quel giorno il mondo era capovolto, il potere era sospeso al filo di una temporanea interruzione: gli schiavi avevano il diritto di mangiare con i padroni, le case erano lasciate aperte, ogni passante poteva farsi ospitare alla mensa imbandita. La festa, però, si fondeva con l’immagine conturbante della morte, e questa impensata relazione durerà fino ai tempi nostri. Proprio nei Saturnalia, schiavi e improvvisati attori impersonavano, nelle case e nelle piazze, le larve, i nefasti fantasmi dei trapassati, vestendo di bianco, l’antico colore funebre, e coprendosi il volto con maschere. L’anno moriva, così, in un clima ambiguo e angosciante, nel quale si fondevano la gioia della libertà riconquistata per un giorno, il ritorno degli spettri e l’attesa della germinazione dei semi deposti nella terra.
Forse il Carnevale è l’erede di questo momento orgiastico delle antiche culture dalle quali veniamo, anche se si inserisce in un periodo posteriore a gennaio. Conserva, però, tutti gli aspetti di un rituale laico e religioso di distruzione e rifondazione del tempo e del ciclo annuale, e va tenuto presente che il calcolo del Capodanno non corrisponde necessariamente al 31 dicembre-1 gennaio. È Capodanno ogni tempo che apre una nuova ciclicità e ne conclude quella precedente: e la fase carnevalesca si colloca, con la sua estensione diversamente calcolata, fra il Santo Stefano e il Mercoledì delle Ceneri, a cavallo dello spirare dell’anno astronomico e dei primi annunzi di primavera. Diviene un «Capodanno» delle remote genti europee, soprattutto dei contadini e dei pastori, che riprendono la loro opera o si preparano a riprenderla dopo il sonno invernale. Tutti i cerimoniali lo qualificano come una cancellazione del male che è alle spalle, dei rischi superati, dei malesseri tormentanti dei mesi trascorsi, e insieme come un rifare mondo, uomo e società attraverso un crollo nella non storia,in una apparente e fittizia abrogazione delle regole, quasi un regredire verso il caos per ricreare l’ordine del cosmo. Intanto su questo momento è passata, in radicali influenze, la predicazione cristiana, operando profonde trasformazioni di significati, anche se al di sotto delle nuove forme irrompe l’arcaica energia repressa del calarsi nel nulla per ricostruire il tutto. Già lo stesso nome della festa ha origini incerte dopo la fase di cristianizzazione. Nei paesi sassoni la notte fra il martedì e le Ceneri si indica come Fasnacht, che meglio attesta il tripudio orgiastico che l’accompagna, poiché viene da un verbo, faseln, che significa vaneggiare, delirare e impazzire.
Ma il nostro Carnevale dei paesi latini è forse strettamente connesso agli usi comandati dalla chiesa, se è vero che il nome è l’abbreviazione di carnes levare, dalla lettura di una sequenza ad levandas carnes, «a sospendere l’uso alimentare della carne» che si leggeva nella messa della domenica antecedente Quaresima. Ma la costante presenza di carri mascherati, da Colonia a Zurigo, a Roma, a Viareggio, a Ivrea, fece pensare anche a una diversa storia del nome, che veniva riportato al cursus navalis, abbreviato poi in curnuvalis e infine carnavalis, per ricordare gli antichi riti di Dioniso e di Iside nel corso dei quali, nella più scomposta libertà, quelle divinità erano celebrate con cortei di carri a forma di nave o di aratro.
I giorni di follia coprono un arco diverso nei calendari locali, ma si interrompono, in ogni caso, al Mercoledì delle Ceneri, il giorno che, nella liturgia ecclesiastica, apre il lungo corso penitenziale verso la Pasqua di Resurrezione. Non è una festa inserita nel calendario ecclesiastico e proprio per ciò manca di una precisa limitazione di data. Cominciava, una volta, immediatamente dopo Natale, a S. Stefano, la data nella quale, secondo la consuetudine, si aprivano i grandi teatri italiani fino alla fine dell’800. Ma più frequentemente comincia nel giorno di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, o in quello della Purificazione della Vergine, le cosiddette Candelore, che la chiesa avrebbe introdotto proprio per porre freno alla licenza carnevalesca. In alcuni paesi si limita agli ultimi tre giorni o al solo martedì grasso, mentre nelle regioni di liturgia ambrosiana (Lombardia) termina la prima domenica di Quaresima, con quattro giorni in più.
Le storie locali documentano molto bene l’aspetto di ribellione controllata e di «mondo capovolto» che è il cuore del periodo carnevalesco. A Colonia era la Notte della follia delle donne e fino al XIX secolo alle donne veniva attribuita un’autorità assoluta. Che abbia, in uno dei suoi filoni, l’esaltazione della sessualità femminile repressa all’interno delle società patriarcali risulta anche dal nome che, nei paesi della Renania, assumevano i giovani questuanti del Carnevale. Si chiamavano Zimbertsburschen, quasi ragazzi che dichiaravano la loro assoluta dipendenza da Bertha o dalla Donna (Zimbert è forma dialettale di Sankta Bertha), e Bertha era il misterioso personaggio medievale presente nella tradizione delle streghe e delle orge. Il tema femminile e sessuale ha corrispondenze europee, poiché' nelle terre campane si rappresenta la Zeza, una farsa cantata nella quale il cerimoniale giocoso della morte di Carnevale esige interventi gestuali e cantati osceni e la presenza di personaggi travestiti da donna e da omosessuali.
In questa sospensione della normalità irrompe occasionalmente la violenza. Chi non ricorda gli episodi di aggressività che segnarono il Carnevale del 1975 a Roma, quando orde di giovani, profittando dei mascheramenti, assalirono donne e bambini a via Nazionale e a via Veneto? Vi sono illustri precedenti e uno studioso francese, Le Roy Ladurie, ha recentemente rievocato la storia del Carnevale di un paese del Rodano, Romans, dove nel febbraio del 1580 i partecipanti delle due rive del fiume si uccisero in uno scontro assurdo. La preoccupazione di improvvisi furori e, insieme, la sollecitudine ecclesiastica per i buoni costumi facevano scrivere a un anonimo istriano del XVII secolo, nel suo Discorso contro il Carnevale: «Ma qual notte può essere più tenebrosa et oscura... spaventevole ai buoni. Coperto l’uomo sotto una tenebrosa maschera, se apposta l’inimico spenserato, lo offende e non è conosciuto».
Ma il Carnevale è anche spensieratezza, abbandono delle quotidiane angustie, godimento di breve libertà, che si fa licenza e, insieme, riaffermazione delle istintualità cancellate. Fin dal XIV secolo i canti popolari e le ingenue rappresentazioni che accompagnavano questi giorni assunsero dignità letteraria. Conserviamo circa quattrocento canti carnascialeschi, alcuni scollacciati e decisamente immorali, e servivano tutti ad accompagnare le grandi mascherate.
Ma gli usi popolari esigono, in molte regioni, che nella festa sia inserito lo spettacolo estremamente elementare della combustione o della finta uccisione di un elemento o di un personaggio simbolico che è, insieme, il piacere alimentare dei vitti non più consumabili in Quaresima e il ciclo annuale passato. E la «morte di Carnevale», che si riduceva al bruciamento di un palo rivestito di combustibili vili (lo «scarlo») a Ivrea e nel Canavese. In un sinodo milanese del 1674 si fa espresso divieto della combustione notturna dell’effigie di Carnevale, e perciò l’uso doveva essere molto diffuso. A Napoli, nella Zeza, sono presenti un notaio e un medico, questi per accertare la morte, il primo per raccogliere il testamento. Tutto, però, si calava in una serie di comportamenti che richiamavano la morte, quasi che l’emergenza dell’istinto di vita non potesse essere disgiunta dal forte impulso freudiano di distruzione. In molte città italiane passavano cortei notturni di uomini mascherati con teschi e tibie. Ad Asti i parroci, nel 1627, erano costretti a vietare che, durante il Carnevale, si accendessero roghi su sepolcri e ci si abbandonasse a baccanali. Mangiare, consumare cibi in abbondanza è un tentativo di sanare il rischio insito nelle grandi feste che segnano una crisi del gruppo o è anche stabilire una comunione mistica con le forze potenti che emergono in tale crisi. Perciò Carnevale ha i suoi cibi «rituali»: la lasagna a Napoli, preparata secondo antiche ricette molto diverse da quelle proprie dell’area romagnola-emiliana e ricca di ricotta, salsicce, grassi, uova, pomodoro; i ravioli in Abruzzo; le castagnole, originarie delle Marche; la gallina più vecchia in Romagna, con l’intento magico di preservare dalla morte le altre galline del pollaio. Ricorre anche, come privilegiato, il sangue di maiale nel sud, per la preparazione di speciali budini dolci, di salsicce di sangue e di fritture (sanguinacci). Siamo intorno al periodo dell’uccisione dei maiali, gli animali legati all’abbondanza della casa rustica, e riappare una tradizione antichissima: la chiesa ha costantemente proibito di mangiare il sangue ed esigeva che il sangue tratto dai cerusici ai clienti ammalati fosse seppellito in terreni particolari. Ma ha pure consentito che fosse consumato sangue porcino, accettando i costumi delle plebi rurali. Pausa nel ritmo ossessionante delle quotidiane fatiche e nella invivibilità delle pressioni istituzionali, il Carnevale ebbe una funzione liberatoria nelle società che ci precedono, del resto come altre date, quella dei Santi Innocenti e dell’Epifania. Ci si imbarcava sulla nave dei folli per un viaggio più o meno lungo, il rigore dei bargelli, dei signori feudali, dei principi si dissolveva, il piacere in tutte le sue forme trionfava. E, nella notte fra il martedì e il mercoledì, il breve incanto aveva termine in un ritorno, rinfrancato, ai modelli normali.
Oggi di questa complessa pienezza di tempo stagionale resta ben poco, forse soltanto la componente giocosa. L’alternanza fra la gravità del quotidiano e la follia ha trovato nella nostra società altri sbocchi e altre valvole di sicurezza, principalmente nei fenomeni del divismo, dello sport violento, delle folle piegate da capi carismatici.

Ritaglio senza data da “Qui Touring”, mensile del TCI, probabilmente 1981

18.10.16

L'arte del decoratore (Le Corbusier)

Charle Eduard Jaenneret Le Corbusier (1887-1965)
L'arte del decoratore consiste nel fare nelle case altrui ciò che non ci si sognerebbe mai di fare nelle propria.

Incipit. Se il migliore fosse Snoopy? (Luciano Satta)

Nella sezione “cultura” del settimanale “L'Europeo”, nel maggio 1987, comparve un breve saggio di Giovanni Raboni sugli incipit romanzeschi, che ho già postato in questo blog. A corredo dell'articolo principale, in un “box”, Luciano Satta si produceva in un rapido sondaggio tra gli incipit dei romanzi italiani di quegli anni. L'articolo mi pare utile a restituire un po' del clima letterario in quegli anni di trapasso. (S.L.L.)

Questa vuol essere soltanto una specie di statistica; una specie perché le faranno difetto le cifre; si va a occhio e a mente. La prima impressione è che il romanzo italiano degli anni vicini a noi preferisca l'attacco di più facile immediatezza. È normale, ma poteva non esserlo, l'attacco con il verbo al passato. Fra le eccezioni, Aldo Busi della Vita standard; «Giuditta trascina una bambola di pezza e guarda fissa davanti a sé». Il passato più passato pare quello di Stanislao Nievo. Il palazzo del silenzio; «Nel 362 avanti Cristo, nel centro esatto del Foro romano dove era la palude prosciugata su cui nacque la città, si aprì una voragine».
Nell'aspetto stilistico e anche grammaticale sono da segnalare un paio di attacchi di «ripresa», ossia che sembrano richiamarsi a un già detto: con una o disgiuntiva, veramente fuori dell'ordinario, comincia la Diceria dell'untore di Gesualdo Bufalino: «O quando tutte le notti - per pigrizia, per avarizia - ritornavo a sognare lo stesso sogno»; invece La terza donna di Montefoschi ha un avverbio interlocutorio: «Nella casa vuota, frattanto, all'incrocio delle tre strade...».
Se si toglie subito, come abbiamo detto di fare, la quindicina di libri che attaccano con il parlato, la maggioranza relativa spetta al cominciamento onirico: un sogno si è già visto in Bufalino; e pochissime parole dopo quel frattanto di Giorgio Montefoschi una donna si sveglia di soprassalto. E in un altro Busi, quello recente della Delfina bizantina, l'inizio è il seguente: «Da tempi placentari Teodora sognava palloncini colorati». Giuseppe Cassieri, Diario di un convertito: «Mi sveglio di soprassalto, come da parecchie settimane ormai, sotto l'incubo di una spada che forse appartiene all'arcangelo Michele». Claudio Marabini, Viaggio all'alba; «Aveva fatto un brutto sogno, di cui non ricordava nulla». Franco Rella, Attraverso l'ombra; «Avevo sognato».
Anche l'ambiente ferroviario è un attacco gradito. Enzo Siciliano, Diamante: «Una stazione con l'apparenza di una maceria. Sotto una pensilina, lontana da quella dove sono sceso, c'è una folla disperata». Nerino Rossi, Il ballo di Mara: «Il finestrino, da appannato che era, si era fatto rorido. La donna avvicinò il viso al vetro». Giorgio Saviane, Getsemani: «Lo vidi camminare lungo il treno. Veniva verso di me». Nel Viaggio all'alba di Marabini bisogna aspettare invece l'attacco del terzo capitolo: «Il treno si mosse lento». E tutt'altro che ferroviario nonostante il titolo, ossia statico, casalingo, cucinario, è l'attacco del Treno per Helsinki di Dacia Maraini: «Pelo una patata». Nel campo delle comunicazioni c'è solo il treno, beninteso sempre di 40 romanzi che abbiamo visto. Niente auto, niente pullman; salvo l'attacco aeronautico dell'Atlante occidentale di Daniele del Giudice: «All'inizio del campo d'erba provò il timone; poi, dondolando le ali, cominciò a rullare».

Si è visto che sono tutti attacchi piani, gradevoli, cattivanti, anche quello di Nievo che si rifa a due millenni e tre secoli e mezzo or sono, normale del resto per un romanzo archeologico, di conoscenze e di memorie. Ma se volete l'attacco più semplice di tutti, quasi elementare, proprio da tema di scuola, eccolo: «Era una bella mattina di fine novembre». Direste, non ricordandolo, che è l'attacco di uno scrittore svogliato e di un romanzetto bolso; e che l'autore forse aveva in mente il poco ispirato Snoopy della notte buia e tempestosa. Di Snoopy può darsi; in ogni modo è, tolto il prologo, l'attacco della Rosa di Eco.

EUROPEO/2 MAGGIO 1987

IN HOC SIGNO... Una poesia di Eugenio Montale

A Roma un'agenzia di pompe funebri
si chiama L'AVVENIRE. E poi si dice
che l'umor nero è morto con Jean Paul,
Gionata Swift e Achille Campanile.

da Diario del '72

Un gioiello. Una poesia di Emily Dickinson (USA, 1830-1886)

Un gioiello tenevo fra le dita -
Quando m'addormentai -
Caldo era il giorno, i venti eran tediosi -
Io dissi “Resterà” -

Mi son svegliata - le mie oneste dita
rimproverai - la gemma era sparita -
Ed ora un ricordo d’ametista
È tutto quanto ho -

da Poesie (a cura di Giulio Errante), Tascabili Bompiani 1978

17.10.16

Costantino imperatore trasformista (Amedeo Feniello)

Una moneta dell'imperatore Costantino del 313 d.C., ilnove soldi d'oro coniato dalla zecca di Ticinum.
La presenza accanto all'Augusto del Sol Invictus, dimostra il grande riguardo verso i culti non cristiani
anche dopo  la battaglia del Ponte Milvio (312 d.C.)
Riparlare oggi della figura di Costantino può apparire anacronistico. C’è qualcosa ancora da dire su un personaggio su cui sono stati scritti fiumi di parole? Alessandro Barbero, invece, nel suo ultimo, importante lavoro intitolato Costantino il vincitore (Salerno) sostiene il contrario. Che su Costantino c’è ancora tanto da scavare e da raccontare. Basta non essere pedissequi e seguire una prospettiva originale e metodologicamente avvincente. Così Barbero accantona la storiografia sedimentata nel tempo, spesso caotica e fuorviarne, ricca di episodi che fanno ormai parte della vulgata (ricordate la visione della Croce con la scritta in hoc signo vinces?), ma spesso fondati su «un mero montaggio di congetture». E sceglie, da par suo, un’altra strada. Irta di insidie, ma filologicamente corretta, che è quella di riprendere le fonti originarie, convinto che «ogni testimone coevo ha una sua versione degli avvenimenti che non dipende solo dalle informazioni fattuali di cui dispone, ma anche e soprattutto dal suo orientamento culturale e ideologico».
Barbero riprende le testimonianze più varie, da quelle letterarie — dei panegiristi come degli ideologi, tra cui emerge Eusebio di Cesarea — a quelle materiali della propaganda costantiniana, al corpus delle leggi promulgate durante il suo regno, alle lettere e agli editti imperiali relativi alla vita della Chiesa e alle sue controversie interne, riportati dai polemisti cristiani del IV secolo, fino alle orazioni e ai manuali di storia composti nei decenni successivi alla sua morte, prima che il mito sovrastasse il ricordo dei contemporanei.
Più che da biografo, Barbero lavora da investigatore. Con una domanda di fondo: le fonti su Costantino, cosa raccontano? Sostanzialmente, parlano di quattro momenti. Il primo, di ascesa, come figlio di Costanzo, tetrarca di un Impero romano diviso in quattro, il meno accanito nella persecuzione dei cristiani, che lo portò a raggiungere il titolo di Augusto e a scontrarsi con Massenzio, fino alla fatidica battaglia di Ponte Milvio (312), momento che si ammanta di un alone leggendario, con un comandante assistito dalle potenze celesti. Il secondo è di ripartizione del potere con gli altri due Augusti, Licinio e Massimino, con l’alleanza stretta tra Costantino e il primo dei due; finché Licinio non liquida Massimino e l’impero è, ormai, affare loro, di Costantino e Licinio, che regnano beneficando largamente i cristiani, cui si spalanca un’epoca nuova, di prosperità. Il terzo è l’epoca dello scontro con Licinio, che termina con la vittoria di Costantino solo dominus dell’impero ormai unificato, che associa al potere il figlio, Crispo. Il quarto è il tempo dell’assestamento e della politica dinastica e religiosa, con l’eliminazione del figlio Crispo e della moglie Fausta; la definizione di una successione (Costantino jr., Costanzo e Costante); l’attenzione crescente verso le comunità cristiane; e l’impegno per ricucire le violente spaccature che dividono le Chiese d’Africa e d’Egitto con la convocazione del Concilio di Nicea (325); fino al suo battesimo e alla morte come membro della Chiesa.
Narrata così, la storia di Costantino non presenterebbe novità e si offrirebbe al lettore quasi priva di fascino, secondo una direttrice che parte dall’ascesa politica e arriva fino alla sua adesione al cristianesimo. Però, avverte Barbero, il percorso fu tutt’altro che lineare, con continui andirivieni, scompensi, cambiamenti che solo la tradizione e la vulgata hanno appiattito, fino a regalarci un’immagine, uniforme e incontrovertibile, di un sovrano che abbraccia la fede senza ripensamenti.
Riprendo un solo esempio nell’enorme mole di materiale presente nel libro e relativo alla numismatica. Le innumerevoli monete coniate durante il regno di Costantino costituiscono una fonte importante «per costruire il flusso della comunicazione politica indirizzata dall’imperatore ai sudditi». Cosa rivelano? La fortissima comunicazione simbolica e l’assoluta autorappresentazione. Con delle prospettive inattese. Ci si aspetterebbe, ad esempio, dopo la battaglia di Ponte Milvio, svolta della nuova epoca, l’utilizzo dei simboli cristiani. E invece sulle monete non c’è la Croce, ma il dio Sole. Più di metà di tutte le monete messe in circolazione a nome di Costantino fra la vittoria di Ponte Milvio e il decennio successivo sono insomma dedicate al Sole che è, parole di Barbero, «l’invincibile compagno dell’imperatore, segno inequivocabile di una scelta religiosa clamorosamente ostentata e certo popolare».
Verrebbe da dire: e le visioni cristiane? E il signum raccontato da Lattanzio a Ponte Milvio? E la cristianizzazione dell’imperatore? La cartina di tornasole monetaria è in definitiva l’indizio forte di una complessa, se non tormentata, vicenda politico-religiosa, dove convivono a lungo ai vertici del potere decise forme di sincretismo, visto che monete d’oro con rappresentazioni del Sole riportate in un programma iconografico impegnativo (il Sole che incorona Costantino o gli dona la vittoria) sono pervenute ancora per il biennio 324-325, quasi nella fase cruciale del Concilio di Nicea.
Questo è solo un esempio, ma nel volume se ne possono enumerare tanti altri, come quello relativo all’Arco romano di Costantino sul quale, chiosa Barbero, «vista la proliferazione degli studi si ha l’impressione che, su di esso, anziché saperne di più ne sappiamo di meno». Testimonianze da cui scaturisce in definitiva un personaggio impossibile da ricomporre in maniera unitaria. Un Costantino mai simile a se stesso, abilissimo a manovrare la propaganda, prima tollerante e quasi alla ricerca di una prospettiva religiosa sincrética poi persuaso, negli ultimi anni di vita, di essere stato accompagnato e protetto dal Dio cristiano. Una memoria (e una propaganda) imperiale che non si cristallizza con la sua morte, ma tende a plasmarsi ulteriormente. Col rafforzarsi delle leggende su apparizioni celesti e in hoc signo vinces. Mentre il ricordo di tanti contemporanei — pagani come cristiani — di un tiranno dispotico, autocratico, violento nel linguaggio e nei fatti, evapora e sfuma nel mito della lebbra che colpì l’imperatore, guarito dall’intervento salvifico di papa Silvestro. Leggenda che è il palinsesto su cui si elabora la costruzione della Donazione di Costantino e della respublica cristiana medioevale.


“la lettura – Corriere della Sera”, 22 maggio 2016

La poesia del lunedì (Emily Dickinson, USA 1830-1886)

Ho visto un cielo levare le tende,
Ravvolgere i cantieri luccicanti,
Raccogliere le antenne, e poi sparire -
Senza suono di tavole -
Senza squarcio di chiodi - o falegname -
Solo miglia di stupore -
Come quando un circo muove il campo
Nell’America del Nord.

Non c’è traccia né vestigio
Di quel che ieri ci abbagliava tanto -
Pista, prodigi ed uomini
Tutti scomparsi -
Così gli uccelli, lontano naviganti,
Non lasciano nell’aria che una tinta,
Un lieve sciabordio, un’allegrezza -
Inabissati poi, fuor della vista.


In Poesie (a cura di Guido Errante), Tascabili Bompiani, 1978

"Viviraggiu" (S.L.L.)

Il termine "viviraggiu" si usava in diversi paesi della Sicilia come sinonimo di "ricompensa", di "mancia": era il denaro che si dava a qualcuno "per una bevuta" come segno di gratitudine per un servigio non retribuito che si era ricevuto; insomma l'equivalente del biglietto di 5 euro che si dà a qualcuno "per prendersi un caffè".
Al mio paese aveva un uso più specifico, nei pubblici bandi.
Vi operavano ben due banditori professionali, specializzati in annunci ad alta voce. I socialcomunisti per preparare le riunioni, frequenti e spesso affollatissime, di contadini le facevano "vanniari" in tutto il paese da un Peppi, di origini palermitane, detto Patriarca (non so se si trattasse del cognome o di un soprannome). Ma per bandi più "neutri" ci si rivolgeva a un altro Peppi, autoctono, Peppi Iacona detto Iaià, il quale si dichiarava fascista e per questo di quando in quando scambiava qualche insulto con l'altro, che si diceva comunista.
Iaià era alto, allampanato e gran fumatore, poverissimo ma nell'aspetto dignitoso, specie nei mesi autunnali e invernali: il cappotto doppio petto grigio che indossava era vecchissimo, ma gli stava a puntino. Più che con i "bandi" si manteneva con piccoli trasporti a mano, con la carriola. Talora si faceva aiutare da un ragazzino, un nipote un po' discolo che gli fregava qualche moneta, di nome Gioacchino. Fu per qualche lustro ricordato un inseguimento per le vie cittadine. Lo zio rincorreva il nipote gridandogli: "Iachinuò, disgrazziatu rollu, dunami li vinti liri!".
Iaià aveva il monopolio dei "bandi" per gli oggetti smarriti, e le sue "vanniate" erano a volte davvero pittoresche. Celebrata era quella che - più o meno - faceva: "Cu' à axhiatu un potafuogliu, l'abbucassi a la posta. Tinitivi li grana, ma datici le documenta a ddru mischinu". Di solito gli annunci di smarrimento, di una borsa, una giacchetta, un paio di lenti, un berretto, un cane, un gatto, si aprivano con la formula "Cu à axhiatu..." e la descrizione dell'oggetto e si concludevano con la promessa di una mancia: "ca c'è lu viviraggiu".
Con questo significato specifico a quel tempo si usava "viviraggiu": era la mancia dovuta all'artefice di un ritrovamento.

16.10.16

La mia Natalia (Lella Costa)


Natalia Ginzburg
Nel maggio scorso si è tenuto a Torino il ciclo Natalia Ginzburg (1916-2016). Storia di una voce, curato da Giulia Cogoli: nella terza serata di lettura Lella Costa ha letto scene da Ti ho sposato per allegria e il monologo La parrucca, per poi concludere con un fuori programma: la poesia Memoria, che Natalia Ginzburg scrisse nel 1944 in ricordo di Leone Ginzburg. Prima dello spettacolo, Lella Costa aveva rilasciato un’intervista al canale televisivo Sky 3D. Una parte di quell’intervista per concessione di Sky 3D e Lella Costa è stata pubblicata dall’«Indice dei libri del mese» nella rivista cartacea e nel sito, da cui l'ho ripresa. (S.L.L.)

Lella Costa
La mia Natalia Ginzburg è un ricordo dell’adolescenza ed è legata a Lessico famigliare, che è stato uno dei libri della mia vita perché ha significato la scoperta entusiasmante, inebriante direi quasi, di una possibilità di raccontare la vita, le persone, le relazioni – addirittura un mondo e una temperie culturale, etica e morale – con le parole parlate; senza banalizzare, senza svilire, senza neanche il vezzo di chi abbassa deliberatamente il livello del discorso. Questa confidenza con la cultura, con la letteratura… è stato un grande regalo scoprirla in quel modo lì. Ho quasi invidiato la famiglia Levi, che è stata per molto tempo, inconsciamente, un mio modello; e la frase «non riconosco più la mia Germania» la dico tuttora. Ecco, quando un libro entra nel tuo linguaggio, nel tuo lessico famigliare, credo che possa essere a tutti gli effetti considerato un grande classico.

La voce del padre
Delle tantissime voci di Lessico famigliare, curiosamente forse, quella che mi è rimasta di più nella memoria – anche perché aveva certi modi di dire coloriti e soprattutto perché gridava – è quella del padre, come se l’avessi conosciuto bene: non dico un amico, perché il professor Giuseppe Levi incuteva il massimo rispetto, certo però un uomo che mi sarebbe piaciuto molto conoscere e di cui credo di aver proprio sentito la voce. Come Giovanna d’Arco (tra un po’ vado a liberare Orléans) ho sentito la voce del papà di Natalia.
Credo di avere capito cos’è che ho anche molto invidiato in una figura come la Ginzburg: l’ho scoperto attraverso la definizione di un altro piemontese eccellente, Paolo Conte, quando parla di «tenerezza internazionale». Ecco, secondo me lei, i suoi, quelle famiglie lì, quel coraggio di buttarsi in situazioni e in luoghi, a volte per forza (penso al confino), a volte per amore di figli che vanno a vivere in America, appartengono a una dimensione internazionale che non prescinde né dimentica né, peggio, nasconde le proprie origini. Io sono nata a Milano, e ci vivo, però le origini della mia famiglia sono piemontesi e quindi mi sembra di ritrovare in quelle voci una speciale familiarità, una possibilità di riconoscere davvero quella lingua.
Credo che il suo punto di vista abbia sempre tenuto conto dello sguardo delle donne, anche quando raccontava storie in cui queste non erano pazzamente simpatiche o pazzamente intelligenti e forse non le piacevano nemmeno.
Quanto a lei, ho il grande rimpianto di non averla conosciuta, però conosco bene la sua sobria generosità di sé, la sua totale mancanza di tirchieria nelle proprie opinioni, nelle prese di posizione. È stata una donna estremamente combattiva, ha scritto cose mirabili su temi sociali – negli ultimi anni della sua vita, quando era parlamentare, per esempio – dando una grande lezione di etica, di coerenza, ma anche (non voglio dire «buon senso» perché sembra di sminuirla) del senso della condivisione del bene comune. Basta rileggere quello che scriveva, a metà degli anni ottanta, sul concetto di famiglia e su chi si incaponisce a darne delle definizioni.
Non so se la sua scrittura si possa definire una scrittura femminile. Credo che lei per prima abbia avuto qualche difficoltà a ritrovarsi in questa definizione, e comunque, pur dichiarandosi più volte totalmente a favore delle battaglie delle donne, non si è mai riconosciuta nei movimenti femministi. Però credo anche che il suo punto di vista abbia sempre tenuto conto dello sguardo delle donne, anche quando magari raccontava storie in cui queste non erano pazzamente simpatiche o pazzamente intelligenti e forse non le piacevano nemmeno. C’è una definizione che ha dato spesso dei suoi personaggi femminili: «randagia». Ecco, a lei piacevano molto queste figure di donne, di ragazze, che sono un po’ cani perduti senza collare, sempre in cerca, sempre in movimento; oppure figure femminili terribili, però con questo dono meraviglioso dell’ironia, a volte persino del grottesco. Soprattutto nei suoi scritti per il teatro, la parte meno conosciuta della sua produzione: Ti ho sposato per allegria, di cui credo si ricordi soprattutto la versione cinematografica, che ha avuto anche un certo successo, o il monologo La parrucca, che è Alan Bennett con cinquant’anni d’anticipo. Sono testi pieni di ironia, surrealtà e però anche capacità di ritrarre delle situazioni, delle relazioni, degli ambienti familiari, sempre con quel tocco di svagatezza che è una delle qualità vocali, insieme ai toni molto profondi, di Adriana Asti, per la quale è stato scritto Ti ho sposato per allegria; ma ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto vederlo interpretato anche da una Rina Morelli giovane, un’altra voce con questi toni appunto svagati, surreali, distratti ma non artefatti. Sono personaggi in cui, per un’interprete, non gioca tanto l’immedesimazione quanto la sfida e la possibilità di trovarci un’infinità di toni, di spunti, di invenzioni, perché quella che hai a disposizione è una straordinaria tavolozza sonora.
Memoria, invece, è una poesia che ho trovato in un’antologia del ginnasio e che quindi conosco da parecchi anni; da allora mi ha segnato come un modo straordinario di raccontare un dolore molto privato, la perdita di un uomo molto amato, con una sobrietà e un’intensità che rare volte mi è capitato di ritrovare. Mi sembra una voce perfettamente inserita in quel manipolo di eroi della cultura e della letteratura italiana che Natalia Ginzburg frequentava in quegli anni; ha una cadenza narrativa che ricorda tantissimo Pavese e quindi anche qualcosa di nobilmente piemontese che tocca le mie radici: sobrietà, esattezza, rifiuto dello sperpero di parole inutili. Per questo, alla Ginzburg teatrale, se vogliamo più lieve e più moderna perché le commedie sono state scritte dopo, mi è piaciuto affiancare una poesia di grande intensità, di enorme dolore, che credo possa essere anche un bellissimo momento di condivisione. Il lutto è una cosa che nella vita prima o poi ci tocca: far sentire che si può affrontarlo e condividerlo così, mi è sembrato il modo giusto di rendere omaggio a questa straordinaria ragazza.


da Indice dei libri del mese, ottobre 2016, Speciale Natalia Ginzburg

A fin di bene. Aspettando il reato di tortura (Livio Pepino)

Pera orale, rettale o vaginale per torture
All’atto della pubblicazione di questo fascicolo avremo forse, nel nostro ordinamento, il delitto di tortura. Il dubbio è, peraltro, d’obbligo perché da oltre trent’anni il Parlamento elude l’impegno di inserire nel codice penale uno specifico delitto di tortura coerente con la previsione dell’art. 1 della Convenzione di New York del 10 dicembre 1984 e i rinvii al riguardo non si contano. L’ultimo risale al luglio scorso quando, in dirittura di arrivo, la maggioranza si è spaccata e una sua parte consistente ha annunciato il voto contrario se non si fosse previsto che, per la sussistenza del delitto, occorrono violenze o minacce “reiterate”. Come se non fosse sufficiente, per integrare una fattispecie di tortura, strappare una sola unghia, spezzare un unico osso o realizzare un solo stupro! C’è da non crederci ma è la realtà. E temo di non sbagliare prevedendo che anche settembre passerà invano… In ogni caso – anche per guidare future scelte interpretative – è opportuno chiedersi perché ciò accade.
Il punto di partenza è un apparente paradosso. Le manifestazioni della tortura (sevizie brutali e inumane inflitte a freddo e finanche con rituali macabri o alla presenza di congiunti delle vittime e via seguitando) evocano situazioni e comportamenti patologici che sembrano estranei a ogni “persona normale”. Nessuno di noi – si dice con orrore – sarebbe mai capace di strappare le unghie, di percuotere fino alla morte, di violentare e stuprare indefinitamente, di applicare ferri e strumenti che straziano il corpo o bruciano le carni, di spezzare le ossa o anche “soltanto” di colpire a freddo con calci o pugni un’altra persona. E tutti proviamo un senso di nausea insopportabile nel vedere le immagini di Abu Ghraib o i filmati e le fotografie dei giovani (e meno giovani) sopravvissuti alla mattanza della Diaz nel caldo luglio del 2001 o, ancora, il volto martoriato di Stefano Cucchi, un volto – come è stato scritto – «che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono». Eppure la tortura ha sostenuto regni e dominazioni, salvaguardato religioni, dato soluzione a casi giudiziari, rassicurato singoli e gruppi. E chi l’ha praticata, lungi dal provare vergogna si è considerato spesso una sorta di salvatore della patria. Non solo, ma se esaminiamo gli identikit dei torturatori, troviamo spesso irreprensibili padri o madri di famiglia pieni di attenzioni nei confronti dei propri figli, vicini della porta accanto «che non farebbero male a una mosca», donne e uomini colti e finanche raffinati, funzionari pubblici di provata affidabilità. Torna – inevitabilmente – il riferimento alla «banalità del male» evocata da Hannah Arendt nell’Olocausto. Ma si tratta di una categoria che descrive una situazione, non della spiegazione del suo perché. Una spiegazione può, forse, trovarsi nelle pieghe delle discipline mediche o psichiatriche. Non è il mio campo e non lo so. Ma anche se così fosse per alcuni o per molti dei torturatori che attraversano il mondo non sarebbe spiegazione sufficiente. Se non altro per il numero di attori – protagonisti, comprimari, esecutori, comparse… che punteggia il vergognoso scenario della tortura. C’è inevitabilmente dell’altro.
Che cosa, dunque, produce, ispira o, quantomeno, consente, rende tollerabile la tortura? Ci sono, a ben guardare, diverse ragioni. Due su tutte, in qualche modo connesse. La prima sta in una cultura, in una visione del mondo, in un approccio agli altri e alla realtà che attraversa i secoli, a volte inabissandosi per poi riemergere, soprattutto nei momenti di crisi, in maniera prorompente. È una cultura più diffusa di quanto si creda, anche se non sempre e necessariamente produttiva di effetti così traumatici. Il suo nucleo forte è che la dignità e la libertà delle persone non sono valori assoluti e intangibili, che fanno capo a tutti e a ciascuno, ma semplici condizioni di fatto rimovibili, soccombenti a fronte di altri valori (veri o presunti) e, soprattutto, non riconosciute al nemico. In sintesi, la prima matrice della tortura – come di altri comportamenti affini (dal genocidio alla pena di morte) – sta nella costruzione di categorie, più o meno ampie, di nemici della società, considerati alla stregua di non persone e, dunque, potenzialmente destinatari di trattamenti diversi (e deteriori) rispetto a quelli riservati ai nostri simili. La seconda ragione che apre la strada alla tortura è la strumentalizzazione e l’amplificazione della paura che, soprattutto in periodi di grande difficoltà (come l’età del terrorismo in cui viviamo), giustifica tutto, anche i comportamenti più disumani, irrazionali e controproducenti, naturalmente “a fin di bene” (sic!).
Inutile illudersi: se non si aggrediscono questa cultura e questo approccio, anche la tortura, pur esecrata a parole, resterà protagonista della scena (con le conseguenze devastanti, specifiche e generali, che le sono proprie).


“Narcomafie”, ottobre 2016

Memoria, Una poesia di Natalia Ginzburg, nata Levi (Palermo, 1916 – Roma, 1991)

Gli uomini vanno e vengono
per le strade della città
Comprano libri e giornali,
muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso,
le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo
per guardare il suo viso,
ti chinasti a baciarlo
con un gesto consueto.
Ma era l'ultima volta.
Era il viso consueto,
solo un poco piu' stanco.
E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe erano quelle di sempre.
E le mani erano quelle che
spezzavano il pane e
versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo
che passa sollevi il lenzuolo
a guardare il suo viso
per l'ultima volta.
Se cammini per strada
nessuno ti è accanto
Se hai paura
nessuno ti prende per mano
E non è tua la strada,
non è tua la città.
Non è tua la città
illuminata. La città
illuminata è degli altri,
degli uomini che vanno
e vengono comprando
cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco
alla quieta finestra
a guardare il silenzio,
il giardino nel buio.
Allora quando piangevi
c'era la sua voce serena.
Allora quando ridevi
c'era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera
s'apriva, restera' chiuso
per sempre, e deserta
è la tua giovinezza.
Spento il fuoco,
vuota la casa.

In memoria del marito Leone Ginzburg, morto per le torture in un carcere fascista

15.10.16

Con fronti sicure. Una poesia di Eliodoro Lombardi (Trapani 1834 – Palermo 1894)

Con fronti sicure, con l'anime altere,
Dai solchi sudati, dall'aspre miniere,
Dagl'istmi recisi da' nostri fendenti,
Dagli ardui trafori che uniscon le genti,
Dal mar che varcammo fra nembi e procelle
Da specule eccelse che colgon le stelle,
Dall'aule raccolte de' gravi Atenei
Che covan l'auspicio di giorni men rei,
Noi qui convenuti, novelli Titani,
Chiamiamo fratelli, stringiamo le mani,
E al dio della Forza che opprime la terra
Portiamo, Titani, portiamo la guerra.


Da Scienza e Lavoro (Operai del braccio e della mente)

14.10.16

Cielo, Ciullo o che altro (S.L.L.)

Dario Fo, che amava definirsi un giullare, pour cause molto apprezzava il celebre contrasto duecentesco che comincia con "Rosa fresca aulentissima", di cui forniva una lettura molto originale. È ormai nozione assodata nelle storie letterarie che ne fosse autore un giullare, ma si trattava di un giullare d'alta classe, il quale frequentava la corte di Federico II di Svevia in Sicilia e nell'Italia meridionale e ne conosceva fasti e raffinatezze. E la lingua che usa, un volgare meridionale con pochi localismi e – per contro – carico di latinismi e francesismi, sulla scorta di un giudizio di Dante Alighieri, viene dai più collocata a mezza strada tra l'illustre e plebeo. 
Non scenderò nei particolari: condivido l'idea che - per quanto giocoso - lo scontro tra il giullare corteggiatore e la donna corteggiata segnali – come la pastorella provenzale - uno scontro non solo tra sessi ma, ancor più, tra livelli culturali e linguistici. Restano i dubbi sul nome dell'autore. D'Alcamo (dal luogo d'origine), come pensano i più, o Dal Camo (nome di famiglia)? Cielo o Ciullo? Chi propende per Cielo pensa a una palatalizzazione di Cheli (Michele); chi sceglie Ciullo lo fa derivare da Vincenzullo.
L'altrieri un bancario, ragionando con il quale m'era capitato di citare un verso dal celebre contrasto, mi ha fornito una spiegazione del “Ciullo” che ha fatto risalire al suo professore d'italiano, al liceo, peregrina ed estrosa, ma abbastanza convincente. Il giullare era detto in verità “Ciolla d'Alcamo” e il soprannome Ciolla aveva già allora i due significati che ha in Sicilia oggi di “pene” e di “stupido”. Non l'avevo mai sentito dire e non ho, finora, compiuto verifiche, ma mi pare giocare a favore l'uso tuttora frequente dell'accrescitivo ciulluni, che indica un organo sessuale maschile di ragguardevoli proporzioni o un grande sciocco.  

12.10.16

Quali interventi per i flussi migratori? (Livio Pepino)

Un ragionamento ordinato e comprensibile con l'indicazione di soluzioni praticabili. Tutto da leggere. (S.L.L.)

Come ogni estate si infittisce il flusso dei migranti nel Mediterraneo verso l’Europa. Prima lungo le rotte balcaniche, oggi – di nuovo – lungo la rotta libica. E, oggi come ieri, i morti durante le traversate si contano a migliaia. A fronte di ciò la vulgata è che bisogna finirla con il buonismo e prendere atto che per rifugiati e migranti non c’è posto né in Italia né in Europa, se non in quote minime. E, “a difesa dell’Europa”, rispuntano muri e reticolati (talora reali, talaltra metaforici ma non meno gravi). Eppure la pratica del rifiuto, lungi dal fondarsi su dati e fatti, poggia su luoghi comuni, falsi, chiacchiere che acquistano dignità di argomenti solo grazie alle ripetizioni ossessive di imprenditori dell’odio e della paura, non sufficientemente confutate dai “benpensanti”. I dati sono noti: lo scorso anno in Italia, per la prima volta da quasi un secolo, il numero dei residenti è diminuito di oltre 60.000 unità. In altri termini: gli arrivi dei migranti che si stabilizzano nel nostro Paese e i nuovi nati non compensano i decessi e le emigrazioni degli italiani (pari ormai, ogni anno, a circa 100.000). Ciò significa che, senza migranti, la nostra popolazione crollerebbe negli anni e subirebbe un invecchiamento senza precedenti con conseguenze devastanti in termini economici, sociali, di sviluppo. Dov’è, dunque, l’invasione di nuovi barbari proclamata da politici e giornalisti senza scrupoli?
Sul versante di provenienza dei migranti la situazione è altrettanto nota: guerre e disuguaglianze crescenti stanno provocando nel mondo – soprattutto in Africa e in Medio Oriente – un vero e proprio esodo: 60 milioni di per-sone in fuga alla ricerca di rifugio, secondo l’Onu, nel solo 2014, l’esodo più rilevante dalla fine della seconda guerra mondiale. Orbene, di quei 60 milioni la stragrande maggioranza si sposta nei paesi vicini a quello di chi fugge o ai confini del Mediterraneo (in particolare, tra questi ultimi, la Turchia e il Libano), mentre nell’intera Europa, in tutto il 2015, sono arrivati complessivamente non più di un milione di profughi (di cui circa 150.000 in Italia). Una goccia in una popolazione dell’Unione europea di 500 milioni (e dell’Italia di oltre 60 milioni di abitanti).
Ragione e buon senso (prima ancora che senso di fratellanza o motivi umanitari) dicono, dunque, una cosa univoca: che un governo razionale dei flussi migratori nel nostro continente è esattamente l’opposto di quello che si prospetta, fondato sulla (promessa) predisposizione di aiuti economici ai paesi di provenienza (per eliminare le ragioni della fuga dei migranti) e sulla realizzazione di giganteschi campi di accoglienza ai confini dell’Europa (oggi in Turchia, domani in Libia).
Scontata l’importanza e la necessità, nel lungo periodo, di politiche internazionali giuste, rispettose e lungimiranti, è evidente che, nei tempi brevi e medi, il refrain degli aiuti nei paesi di origine è solo un vecchio ritornello di stampo colonialista che, anche quando (in verità assai di rado) proposto in buona fede, non tiene conto del fatto che nei paesi di origine dei migranti in cerca di rifugio umanitario (Siria, Iraq, Palestina, Eritrea, Somalia, Su-dan, Afganistan…) e nella stessa Libia sono in atto guerre civili risalenti, per lo più alimentate da politiche e armamenti occidentali, e che non si vede come eventuali aiuti economici ai governi potrebbero andare a beneficio di popolazioni sconvolte dai conflitti. Parallelamente la realizzazione di campi di accoglienza (o, più esattamente, di campi di concentramento) ai confini dell’Europa non risolverebbe in alcun modo il problema, ma semplicemente lo occulterebbe per qualche tempo (regalando, nel contempo, somme enormi a governi che violano ogni giorno i più elementari diritti umani).
Per governare efficacemente e in modo equo i flussi migratori qui e ora è necessario intervenire su altri piani. Due in particolare: creare corridoi umanitari per consentire a donne, uomini e bambini in fuga di raggiungere i paesi europei a cui aspirano (eliminando l’anacronistica e ingiustificata previsione del trattato di Dublino che li costringe alla permanenza nel paese di primo approdo) e prevedere, negli Stati di arrivo, permessi di soggiorno provvisorio per motivi umanitari idonei che consentano un lavoro regolare e la possibilità di spostamento all’interno dei paesi di Schengen. A chi defini-sce questa scelta economicamente insostenibile è agevole rispondere con i fatti: il numero di chi cerca rifugio in Europa è, come si è visto, modesto; gli arrivi clandestini sarebbero disincentivati in misura massiccia se non in toto; il carattere regolare e programmato dei flussi consentirebbe politiche di accoglienza organizzate e strutturate; i costi, per i paesi di destinazione, sarebbero di gran lunga inferiori a quelli oggi sostenuti per il pattugliamento del mare e per il finanziamento dei campi di accoglienza ai confini del continente.
Il problema – va detto con chiarezza – non sta nei migranti ma nella mancanza di politiche adeguate nei loro confronti. Mancanza che crea un circolo vizioso di incomprensione e di rifiuto assai rischioso per l’intero sistema di convivenza tra popoli e individui.


Narcomafie – N.4 Estate 2016  

Er povero ladro. Un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli

Nun ce vò mica tanto, Monzignore,
de sta lì a sede a sentenzià la gente
e de dì : questo è reo, quest'è innocente.
Er punto forte è de vedeje er core.

Sa quanti rei de drento hanno più onore
che chi de fora nun ha fatto gnente?
Sa lei che chi fa er male e se ne pente
è mezz'angelo e mezzo peccatore?

Io so ladro, lo so e me ne vergogno :
però l'obbrigo suo sarìa de vede
si ho rubbato pe vizzio o pe bisogno.

S'averia da capì quer che se pena
da un pover'omo, in cammio de sta a sede
sentenzianno la gente a panza piena.


21 novembre 1833

Il miliardario contro la casta (Gea Scancarello)

Pare che le ultime gaffe spontanee o studiate, specialmente quelle di sapore maschilista, abbiano fatto calare le perrcentuali di Trump nei sondaggi, rendendo più probabile l'ascesa alla presidenza USA di una donna, per la prima volta nella storia dell'Unione. Il successo del “populista” miliardario nella conquista della candidatura contro l'establishment del suo stesso partito (contro cui continua a polemizzare platealmente anche in campagna elettorale) è ragione sufficiente per una riflessione. L'articolo che segue, che dà conto di uno studio americano, offre qualche valido spunto. (S.L.L.)

L’attimo fuggente. Quell’istante di verità non calcolata, ma forse prevedibile. Il momento dell’allineamento perfetto tra il magnate, il cittadino medio e lo zeitgeist oltre la telecamera: ed è subito Trump.

That makes me smart, questo perché sono intelligente, ha risposto fiero The Donald all’accusa sdegnata rivoltagli da Hillary Clinton di non aver pagato nemmeno un dollaro di tasse, durante il primo dibattito presidenziale americano, in mondovisione. Molti l’avrebbero ritenuta un’ammissione sufficiente a finire davanti a un giudice federale; lui l’ha usata come volano per provare ad agganciare un popolo intero. E basterebbe questo, forse, a raccontare cosa sia diventata, anche a latitudini ben lontane dalle beghe dell’Italia tribalista postberlusconiana, la discussione politica di una democrazia complessa e articolata: avvitata, come poche volte in passato, in un populismo difficile da decodificare e smantellare.
Ancora più curioso è che siano servite solo quattro parole, su un totale di 16 mila snocciolate in 90 minuti di scontro, per scoprire le carte e realizzare l’affondo. D’altronde, la pochezza delle frasi, anche numerica, è uno dei parametri utilizzati da uno studio dettagliato per raccontare il tono della campagna politica che l’8 novembre porterà un nuovo inquilino alla Casa Bianca; firmato da J. Eric Oliver e Wendy M. Rahn, pubblicato negli “Annali della American Academy of Political and Social Science”, Rise of the TrumpenVolk analizza nel dettaglio, tra le molte cose, la semantica, lo stile e persino la struttura linguistica dei pretendenti al trono.
Più brevi le parole, meno articolato il pensiero, maggiore l’impronta populista: e l’indagine computerizzata su migliaia di ore di discorsi rivela che Trump è, tra tutti i candidati (e gli aspiranti tali) a sedersi nello Studio Ovale, quello che più spesso ha scelto parole con meno di sei lettere, abbinate a periodi composti in media da non più di 10 parole. Il semplicismo come valore, o come capacità da esibire.
Politicians, politici è probabilmente l’eccezione linguistica alla regola, ma racconta di un’altra condizione tanto in voga quanto difficile da sviscerare: l’avversione alle élite. In Italia si chiamerebbe casta; negli Stati Uniti, oggi, è l’establishment, la lobby, il Congresso o il partito, democratico o repubblicano che sia: giacché sono la disunione interna, la litigiosità, le faide e le ripicche reciproche ad aver creato lo spazio per i nuovi campioni della politica. Non è un caso che proprio Trump, con credenziali identiche a quelle attuali, esplorò la candidatura anche nel 2000, senza riuscire ad andar oltre alle ambizioni: molto, a Washington e fuori, da allora è evidentemente cambiato.
Il magnate ha menzionato i politicians sette volte durante il dibattito: sempre in antitesi da sé. Loro: privilegiati, lontani, indifferenti, incapaci di capire e di risolvere, o forse nemmeno intenzionati a farlo.
Seguendo una logica che non segue più però le cose di questo mondo, il denaro esibito con sorriso smargiasso da Trump dovrebbe essere corredo essenziale dell’élite, e dunque allontanare l’uomo Donald dal suo popolo, come peraltro amava dire Bernie Sanders, l’altro indiscusso catalizzatore di masse e umori che fino all’ultimo ha rischiato di soppiantare Hillary nella corsa, proponendosi come vergine alternativa ai maneggi democratici.
Ma non in questi tempi di populismi compositi e altamente strutturati, a dispetto del comun profetizzare. Perché – rivela ancora “Rise of the TrumpenVolk” – il secondo asse del populismo di nuova foggia è la sfiducia negli esperti: scienziati, politici o analisti finanziari che siano.
Così, mentre i business man per diritto ereditario nell’immaginario collettivo sorpassano in capacità gli economisti, nella tesi del magnate neo-repubblicano il cambiamento climatico si trasforma in una bufala messa in giro dai cinesi, come ha ricordato con malcelato piacere Hillary Clinton davanti ad almeno 100 milioni di spettatori. E le teorie cospirative diventano pane per elettori in cerca di rappresentatività e rivincite, mescolate al fondamentalismo e al cosiddetto nativismo: tanto che si invoca il muro col Messico a cementare la primazia dei diritti per i cittadini venuti alla luce nel Paese, a dispetto di stranieri e immigrati, anche regolari.
Quanto sia fattibile non importa: funziona non quando esiste, ma finché canalizza la rabbia, talvolta il conservatorismo, il senso di emarginazione, l’anomia. Condizioni e attitudini più o meno evidenti ma, secondo le analisi, determinanti nel successo populista, e incarnate con inconsapevole perfezione dai supporter imbufaliti e aggressivi presenti alle adunate oceaniche di The Donald. Ma anche nelle manifestazioni della tifoseria anti-elitaria di Sanders, incapace di rassegnarsi alla sua sconfitta e al successo di un membro dell’establishment.
Più difficile è capire come la sfiducia negli esperti e l’avversione alla casta possano andare di pari passo al sentimento nazionale, terzo baluardo di una cittadinanza elettorale che non crede più nelle istituzioni né nei suoi uomini, ma aggrappa le proprie speranze a un’affiliazione con capacità demiurgiche: il potere del popolo e della vera gente. Ma è un paradosso che si scioglie – tanto in Italia quanto in America, e persino nella Gran Bretagna dell’ideologo Corbyn – con la capacità del leader populista: ogni sentimento ha bisogno del suo pubblico e del suo oratore. E sembra quasi superfluo dunque ricordare il battage patetico del tycoon sul certificato di nascita di Barack Obama, presidente dal Dna diversamente ricco e dalla pelle marcatamente scura, tacciato di non essere un vero americano, quindi impossibilitato a guidare la nazione.
Non è dato sapere quanti birthist fossero nella sala della Hofstra University di Hamspead, mentre The Donald cercava di spiegare perché soltanto alla fine del settembre 2016, cinque anni dopo l’esibizione di quel certificato, ha infine ammesso che sì, accidenti, Barack Obama è davvero americano. Ma c’è da immaginare che Hillary Clinton possa essersi gustata un momento di rara felicità, unica tra gli aspiranti commander in chief a rifuggire (per lo più) dalle scorciatoie demagogiche: come provano, oltre alle tabelle di queste pagine, anche le fatiche a conquistare la nomination.


Pagina 99, 1 ottobre 2016

Allarme. Sempre meno acciughe nei mari italiani (Pagina 99)


È chiamata la regina del pesce azzurro ed è uno degli ingredienti preferiti dagli amanti della pizza alla napoletana. L’acciuga, o alice, è anche la specie più pescata in Italia. Ma il suo primato potrebbe finire, per colpa di parassiti e meduse. I mari italiani infatti si stanno riempiendo di Anisakis, parassita che vive nell’intestino dei pesci e può arrivare ad attaccare anche i loro muscoli. Larve di Anisakis sono state trovate in moltissimi esemplari già a partire dal 2013, quando è scattato l’allarme.
Il pericolo però si può arginare. I medici suggeriscono di non mangiare il pesce crudo, preferendo invece la cottura, che uccide il parassita già a 70 gradi. Un’altra soluzione è il congelamento, che allo stesso modo fa morire le eventuali larve già da una temperatura di -20, oppure la conservazione sotto sale. Non bastasse lo sviluppo di Anisakis, nel 2016 sono le meduse tentacolate a minacciare le alici. Questa specie, caratteristica dell’Oceano Atlantico e Pacifico, è arrivata nel Mediterraneo attraverso cargo provenienti dall’America e si è adattata facilmente al nuovo habitat. Nel 2005 ci sono stati i primi avvistamenti nel mare Adriatico. Oggi l’Istituto di ricerca marina e costiera di Dubrovnik ha dichiarato alla rivista “New Scientist” che ci sarebbero 500 esemplari per metro quadro solo nel tratto di costa compreso tra Italia, Slovenia e Croazia. Non sono pericolose per l’uomo, ma le meduse tentacolate si riproducono molto velocemente, consumando gran parte delle riserve di zooplankton di cui si nutrono le larve di acciughe. «È la prima volta che queste specie sono presenti in numero così alto nei nostri mari», ha sottolineato ancora al “New Scientist” Valentina Tirelli dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste.
Dopo Anisakis e meduse, ora c’è anche la pesca intensiva che incombe sulla sopravvivenza delle alici. Per anni la grande disponibilità di questo pesce è stata sfruttata dai pescatori italiani senza tenere conto dei rischi legati alla conservazione della specie. Greenpeace Italia ad aprile 2016 ha dichiarato che il 95% delle risorse ittiche locali è pescato eccessivamente, chiedendo al ministero delle Politiche agricole di prendere provvedimenti per ridurre la pesca.


Pagina 99, 8 ottobre 2016 – Articolo redazionale non firmato

11.10.16

Li morti arisuscitati. Un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli

Il beato Ippolito Galantini (Firenze 1565 - 1619)
Fra tutti li miracoli più belli
er mejo è der Beato Galantino,
che diede er volo a uno spido d'ucelli
bell'e arrostiti ar foco der cammino.

Come vedde vola li su' franguelli,
figurateve l'oste fiorentino!
Dicheno ch'arrivò pe ritenelli
sino a offri ar zanto un mezzo bicchierino!

"Nun zerve che me preghi e che me guardi"
rispose er zanto: "io parlo verbus-verbo.
P'er vino, co li debbiti ariguardi,

lo beverò pe nun paré superbo:
ma pe l'ucelli, fijo caro, è tardi.
Vanno a San Pietro, e già stanno a Viterbo."


Roma, 9 gennaio 1833.

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