29.1.17

Margherita Sarfatti, la vera moglie di Benito Mussolini (Pietrangelo Buttafuoco)

La vera moglie di Mussolini fu Margherita Frassini coniugata Sarfatti. Donna Rachele, invece, fu solo la sposa di Benito. Quando capitò il cortocircuito - lui in ospedale, ferito in guerra - la signora Mussolini, al capezzale, all’arrivo della Sarfatti si alzò e rovinò in un ruggito: “Vado io a ricevere questa tua moglie”. È una che nasce ogni mattina, Sarfatti, La regina dell’arte nell’Italia fascista, come recita il titolo del saggio di Rachele Ferrario, critica d’arte (edizioni Mondadori). Non ha la corona in testa, ha l’allure. E in quel DUX - il best seller di Sarfatti, pubblicato negli Usa, e che fece del Capo del Fascismo una celebrità mondiale - non fu solo l’autrice ma la protagonista.
Le pagine del libro - un successo ovunque, tradotto perfino in giapponese e in turco - sono più l’autobiografia di lei che l’agiografia di lui. E la storia d’amore che ne traspare, con gli occhi di oggi, diventa presagio di tragedia e solitudine. Il destino proprio “degli esseri che si concludono in un fallimento”. Lei è veneziana ed è ebrea. E la più internazionale tra gli italiani e ama un uomo che così dice di se stesso: “Sono in cerca del buon senso. E voglio ucciderlo”. Lui - figlio del fabbro, dagli occhiacci rivoluzionari - ama una donna la cui brama ultima, vergata nel testamento, è risolta in una sola richiesta: un pugnale che possa, confermandola nella morte, trafiggerle il cuore prima di essere sepolta.
Alta, sottile, collo di cigno, abito azzurro chiaro e mantello di ermellino Margherita è quella che Irene Brin - la più charmant tra le firme del giornalismo - descrive nella “bellezza candida e dorata trionfante sul finire del secolo scorso”. Lui - magro, contadino, testa calda - per dirla con le parole di Anna Kuliscioff, anarchica e fondatrice del partito socialista, “l’è un poetino che ha letto Nietzsche”.
Sarà Cesare Sarfatti, il marito di lei, ad accorgersi della qualità speciale di quel rivoluzionario di Predappio: “Segnati questo Mussolini”, scrive in un biglietto a Margherita, “sarà il prossimo uomo”. Lui diventerà Mussolini grazie a lei. Sarà, infatti, Margherita, il pigmalione del fondatore del fascismo. Gli insegnerà il mondo, l’arte e la disinvoltura in un’epoca dove il pappagallo sul pugno della marchesa Luisa Casati, acconciata da Léon Bakst, va a concludersi in trincea (non senza avere avuto, a modo di sipario, un ventaglio di lunghe piume d’aquila).
Sarà lei, nel frattempo che donna Rachele resterà socialista, ad accompagnarlo verso il fascismo e sarà di certo lei - e Ferrario lo spiega bene in questo libro - a imporre la novità ideologica nella fornace novecentesca. Quel che per il comunismo è l’utopia - il compimento della dittatura del proletariato - per il fascismo, come atto rivoluzionario, è l’avanguardia.
Il “piccolo mondo antico” (Antonio Fogazzaro è una figura centrale della formazione di Margherita) diventa la “grande metropoli contemporanea” ed è lei a essere presente quando il 31 ottobre 1932, a Roma, Guglielmo Marconi, schiacciando un pulsante, accende di luce la gigantesca statua del Cristo nella baia di Rio de Janeiro.

E sarà lei, ebrea, a vivere per intero la tragedia della guerra. Perseguitata pure lei quando ancora - separati dal loro stesso destino, “tutto passa” - a lui dirà ancora: “Grazie, amore, di quella tristezza”.

Il Fatto quotidiano, 4 novembre 2015

28.1.17

Africa. Un viaggio mozzafiato nel Continente chiave del mondo (Franco Cardini)

Franco Cardini
Novembre 2015. In occasione del viaggio in Africa di Bergoglio, “il manifesto” chiede un editoriale di commento a un prestigioso storico del Medioevo, che con criteri tradizionali si sarebbe definito “cattolico conservatore”. Ne viene fuori una denuncia durissima dell'imperialismo occidentale che ben di rado è possibile leggere negli scritti di intellettuali "progressisti". (S.L.L.)

«Più che le persone, mi fanno paura le zanzare»; «Io voglio andare. Se non mi ci portate voi, datemi un paracadute». Sono solo un paio di battute, colte “al volo” – è il caso di dirlo – sull’aereo che il 25 scorso portava papa Francesco a Nairobi, capitale del Kenya e prima tappa del viaggio di cinque giorni che lo sta vedendo impegnato nel continente dalle risorse del suolo e del sottosuolo più ricche al mondo e dalle popolazioni più miserabili della terra. Come tale gigantesco, incrollabile, insostenibile paradosso sia possibile, e come tutti lo accettiamo senza fiatare, è forse la spina avvelenata che sta contagiando il mondo: che lo sta portando verso una catena di guerre, di violenze e di disastri sia ecologici sia sociali che potrebbe anche rivelarsi di proporzioni mai viste.
Perché dev’esser chiaro che questa è la posta in gioco. E che, tra i grandi leaders mondiali, questo gesuita italoargentino che al suo paese qualcuno accusa di essere «un gaucho peronista irresponsabile» è l’unico ad affrontarla direttamente e a chiamare le cose con il loro nome: come ha fatto nell’enciclica Laudato si’. I rischi sono molti ed evidenti: per lui, per chi gli sta vicino, per le folle che accorrono a salutarlo. Lui lo sa bene.
E sa bene che, quando il pericolo è relativo e non incombe, lo si può anche evitare; ma quando è lì, ci è addosso, minaccia di sopraffarci, allora non c’è nulla da fare: va affrontato a muso duro. E lui, dietro certi suoi disarmanti sorrisi, la grinta del duro ce l’ha eccome.
In un raid mozzafiato, rifiutando papamobili corazzate e giubbotti antiproiettile, questo ciclone quasi ottantenne sta visitando un bel pezzo di Africa centroccidentale: il Kenya dove i cattolici sono quasi 9 milioni, l’Uganda dove superano i 14, la Repubblica Centroafricana dove sono invece piuttosto pochi mentre forti sono le comunità cristiano-evangeliche e musulmana, che lui visiterà tra domenica e lunedì.
Senza per nulla minimizzare le tappe a Nairobi in Kenia e a Kampala in Uganda, è proprio a Bangui, capitale della Repubblica Centroafricana, che avranno luogo gli incontri più significativi: anzitutto al visita al campo profughi, quindi la messa nella cattedrale e l’apertura della prima Porta Santa di quel Giubileo della Misericordia che – il papa ci tiene – non dovrà avere Roma come centro e mèta bensì svolgersi fondamentalmente in quelle periferie che egli ama e nelle quali vede le chiavi per il destino del mondo di domani. Quindi il papa visiterà la grande moschea della capitale.
Se non ci saranno intoppi gravi, è evidente che questo è solo il principio. Non potrà non esserci un’altra visita, specie nei paesi dove i fedeli cattolici sono ancora più numerosi: 31 milioni nella Repubblica Democratica del Congo, 20 in Nigeria. Va ricordato che in Africa i cattolici sono 200 milioni, vale a dire il 17% della popolazione cattolica del mondo; nel clero, i preti africani stanno ormai diventando sempre più numerosi e a loro viene sovente affidata l’evangelizzazione e la pastorale rivolta agli europei. Ecco perché Francesco sostiene che la risorsa più preziosa dell’Africa non sono né il petrolio, né l’oro, né i diamanti, né l’uranio, né il coltan, bensì gli uomini. Eppure da questo continente sfruttato e distrutto soprattutto a causa della scellerata complicità tra le lobbies multinazionali che lo dissanguano sfruttandolo e i corrotti governi locali che tengono loro il sacco ricevendone laute prebende mentre la guerra infuria e le bande terroristiche impazzano, la gente è costretta a fuggire. Derubati in casa loro e quindi cacciati. Inaudito, ignobile, intollerabile.
In Africa c’è anche una grave minaccia terroristica: il papa lo sa bene e non sottovaluta in pericolo. Non ci sono prove effettive che gruppi come Boko Haram o come le molte milizie attive in area somala da dove irradiano la loro violenza siano strutturalmente legate all’IS del califfo al-Baghdadi. Egli agisce forse solo in franchising, apponendo il suo trade mark agli attentati e alle azioni violente che riescono e dando così l’impressione di una potenza intercontinentale che non possiede. Ciò non diminuisce però di un grammo la pericolosità dei guerriglieri islamisti. In Uganda agisce, ai confini con il Ruanda e il Congo, la Adf-Nalu (“Forze democratiche alleate – Esercito Nazionale di Liberazione dell’Uhanda”), che ormai ha assunto un inquietante colore confessionale da quando a guidarlo c’è Jamil Mukulu, un ex cristiano convertito alla setta musulmana taqlib.
Quel ch’è accaduto il 20 scorso nel Radisson Hotel di Bamako nel Mali, è ancora troppo recente per essere già stato dimenticato: dei clienti uccisi una volta appurato semplicemente che non conoscevano il Corano. Qualche giorno fa i rappresentanti dell’Unione europea, riuniti a Malta, hanno stanziato un po’ meno di 2 miliardi di euro per sostenere lo sviluppo economico africano e rimpatriare i migranti irregolari: una goccia nell’oceano, che per giunta – come assicura padre Mussie Zerai, dell’autorevole agenzia Habeshia – finirà quasi del tutto nelle tasche di governanti e di politicanti locali. Eppure l’equilibrio sociopolitico del mondo discende dalla necessità di una ridistribuzione delle ricchezze nel continente africano.
Il papa lo sa; e sa benissimo altresì che il terrorismo è imprevedibile e che – se non si coordinano bene intelligence e infiltrazione per distruggerne le centrali – i quasi 36.000 uomini del servizio sociale non possono far quasi nulla per tutelare la sicurezza da nessuno. Lo ha detto chiaro e tondo: «Il terrorismo si alimenta di paura e povertà». Ma no, i soliti esperti tuttologi abituali ospiti dei talk-show durante i quali discettano su tutto, dalla questione femminile alla Juventus, gli hanno dato sulla voce giudicando la sua tesi “semplicistica” e “superficiale”, ribadendo con sussiego che alla base del terrorismo c’è l’ideologia distorta dei fondamentalismi. Ma sfugge a questi competenti per autolegittimazione che in una dottrina nella quale la fede viene degradata a base politica di un nuovo imperialismo vi sono sì i teorici che sanno quel che fanno, ma la massa di manovra agisce in quanto esasperata dalle sue condizioni economiche e incapace di disporre di un linguaggio sociale che non faccia riferimento al bagaglio religioso.
Ma alla base di tutto v’è una miseria che dilaga in Asia, in Africa, in America latina , che tocca a differenti livelli il 90% della popolazione del globo (e tra loro più poveri, quelli che vivono sotto la soglia di sopravvivenza fissata dalla Banca Mondiale, i fatidici due dollari al giorno, sono 700 milioni) e che è aggravata dall’informazione.
Non esiste povero e isolato centro che non sia raggiunto dalla Tv o dalla rete informatica. Ora, i miserabili che pensavano alla loro condizione economica come “naturale”, sanno e vedono; gli africani ai quali le multinazionali fanno pagare perfino l’acqua potabile sanno che là, “in Occidente”, c’è chi nuota in piscine private olimpioniche la cui capacità sarebbe tale da soddisfare le esigenze idriche giornaliere di migliaia di persone. E non ci stanno più. Ora, tra loro molti non trovano di meglio del jihadismo islamista per reagire; se piegheremo quella forza eversiva, non illudiamoci. Ne nasceranno altre: in quanto esse costituiscono le risposte distorte, scorrette, crudeli, disperate, a una situazione intollerabile.
Il papa chiede giustizia per i poveri nel nome del Cristo, povero tra i poveri. Quelli tra noi che sono insensibili alla parola di Dio e alla voce dell’umanità, si muovano almeno per egoismo, per legittima difesa. Per troppo tempo i poveri non si sono mossi perché non sapevano. Ora che sanno, non illudiamoci: o costruiamo tutti insieme una società più giusta e dignitosa, o ci travolgeranno.


“il manifesto”, 27 novembre 2015

1967. Un'intervista a Stokely Carmichael (“l'Unità”)


Cinquant'anni fa meno qualche mese, di luglio, in piazza incontrai Calogero Gueli. Tenevo in mano e non avevo ancora sfogliato “l'Unità”, appena acquistata dal tabaccaio Fontana, e Lillo mi segnalò l'intervista a Stokely Carmichael in terza pagina, quella che qui riporto. Lessi subito e con grande interesse. “La Sinistra” aveva già diffuso l'appello del Che dalla Bolivia quel Creare due, tre, molti Vietnam, che gli valse, nel Comitato Centrale del Pci, l'epiteto di “stratega da farmacia” rivoltogli da Giorgio Amendola e Mao, nel pieno della Rivoluzione Culturale, aveva diffuso dichiarazioni di solidarietà alla lotta violenta dei neri d'America. Gueli ed io eravamo molto curiosi dei rivolgimenti che in quegli anni scompaginavano l'ordine dei cinque continenti; ma lui aveva una particolare simpatia per le lotte degli afro-americani. Non mi sono mai spiegato come poi diventò l'uomo di potere che diventò.
Mi sono ricordato di quest'episodio qualche mese fa, ritrovando la pagina nell'archivio storico de “l'Unità”, mentre cercavo altro. La scaricai per postarla nel blog con i miei tempi. Oggi non sarebbe più possibile: l'archivio storico digitale de “l'Unità”, pur realizzato con cospicui sostegni pubblici, non è più disponibile a studenti, studiosi, nostalgici e curiosi. Ed è una vergogna. Scriverò ad alcuni direttori del passato che ritengo sensibili al problema: Tortorella, Macaluso, Reichlin, D'Alema, per capire se non si possa fare qualcosa. Intanto metto in giro questa intervista a Carmichael che “l'Unità” tradusse da un quotidiano inglese. È curioso il fatto che il traduttore usi il vocabolo “negro” per rendere il “black” angloamericano. Nigger era già stato bandito dagli afroamericani in lotta come termine legato allo schiavismo, ma in Italia “negro” non era ancora avvertito come “politicamente scorretto”. (S.L.L.)

L'intervista, di cui riportiamo ampi stralci, perché aiuta a capire la formazione e le tesi del più prestigioso dei nuovi dirigenti negri, è stata concessa da Stokely Carmichael, leader del movimento del Potere negro, al giornalista Colin McGlashan, dell’Observer, durante il recente soggiorno londinese del dirigente dello SNICK (o SNCC, organizzazione negra studentesca d'avanguardia).
«Quello che non riesco a sopportare è che, un tempo, sognavo di essere bianco. Facevamo un certo gioco, a Trinidad: si prendeva una buccia di mango e la si buttava per aria; se cadeva dalla parte nera, avresti sposato una donna di pelle nera. E io speravo che cadesse dalla parte bianca » ricorda Stokely Carmichael.
Carmichael crebbe con due sorelle, tre zie e una nonna in cima a quarantadue scalini della migliore casa di Oxford Street a Port of Spain, Trinidad, Indie occidentali inglesi. L'aveva costruita suo padre, quella casa, per poi andarsene negli Stati Uniti. Cosi Carmichael non vide i genitori fino all'età di dodici anni, quando li raggiunse a New York...
Sui dieci anni, indossava rispettabili pantaloni grigi, camicie bianche con il colletto duro e i calzini lunghi della Tranquillity Boys School. « La mia rabbia — dice — è che ero drogato dalla supremazia bianca e non mi ribellavo. Forse sono pazzo adesso: perché anche la gente che ammiravo, nelle Indie occidentali, non si ribellava. Ed ero addirittura soddisfatto, quella volta che rimasi quattro ore in piedi, ad agitare la bandierina, per l'arrivo dei Reali... ».
«Se domandate a un bambino negro — continua — di qualunque posto sia, nelle Indie occidentali, qualche cosa sulla storia africana, sulla valle del Nilo o su Annibaie, non ne sa nulla. Sa tutto, invece, sulle regine bianche... ». Carmichael sta guardando un giornale londinese. Tralascia il titolo dove si attaccano i suoi comizi Potere negro-violenza, per fissare per un buon minuto la fotografia della principessa Margaret: «E costei ha ancora un fascino, per loro! Perché? Mio padre, per esempio: ecco uno che fu sottomesso. calmo, obbediente. Io no. Ma lui si beveva tutto quello che gli diceva il bianco: "Se lavori sodo avrai successo". Ed è morto com’era nato: povero e negro »...
Carmichael ricorda che il padre rimase disoccupato per tre settimane, perché era troppo onesto per corrompere i sindacalisti che gli dovevano trovare un posto. «Mia madre sfacchinò fino a mettere su cinquanta dollari. Allora invitò a casa il sindacalista, gli diede quel danaro e un costoso profumo Mio padre trovò l’impiego c commentò, convinto: "Ecco il premio per aver pregato il Signore". Mia madre sì, era un tipo combattivo. Se le serviva qualcosa, cercava di prenderla ».
Parla poi della sua adolescenza nelle strade di Harlem e del Bronx: «Rubavamo automobili, batterie, quel che capitava. Poi ci riunivamo a bande, cominciammo a svaligiare lavanderie. I piani li preparavo io. A sedici anni vendevo la droga. Secondo le leggi bianche non si può fare il traffico di cocaina fino a ventun'anni ».
A parte questa complessa formazione, una delle influenze determinanti fu quella di Malcolm X, il leader del nazionalismo negro assassinato tre anni fa ad Harlem.
La fotografia di Malcolm è appesa sopra la scrivania di Stokely. nel suo quartier generale di Atlanta, in Georgia. Accanto c’è un manifesto dello SNICK con la pantera nera che balza in aranti e la scritta: «Spostatevi o vi passeremo sopra».
«Ammiravo l'intelligenza di Malcolm. — dice Carmichael — la sua mente analitica, la sua coerenza e la sua volontà di dar vita a un movimento per riunire finalmente la sua gente. La cosa più importante che i giovani militanti hanno imparato da Malcolm è che egli parlò alla sua gente e smise di parlare ai bianchi... Il guaio con i bianchi liberali è che ogni volta che ti metti a parlare con loro, subito parlano della razza. Non è questo il tipo di amici che mi interessa Io voglio sedermi e ascoltare Thelonius Monk, o parlare di Bach o di Joyce »
Che avrebbe fatto, se mentre passeggiava con una ragazza bianca, un bianco l’avesse chiamata prostituta?
«Credo che avrei continuato a camminare. In un caso dei genere si va o a una lunga discussione o a una rissa. Non credo che ne varrebbe la pena».
E questo come si concilia con il rifiuto di porgere l'altra guancia?
«Non posso portare avanti una battaglia individuale. Sto combattendo il razzismo istituzionalizzato. Mio compito è di non permettere all'uomo bianco di condizionare in nessun modo il mio comportamento ».
Se si parla di violenza, Carmichael si stringe nelle spalle: «L’uomo bianco parla della violenza. Parlava di violenza,quando ha razziato l'Africa? Dice che il Potere negro è violenza. L'uomo bianco è stato violento con noi per quattrocento anni... Mi danno dell'agitatore e del sobillatore perché, quando mi rivolgo a un uditorio negro, non uso la logica e non intellettualizzo. Non ce n’è bisogno: i negri apprendono per istinto ed emozionalmente. Per esempio, essi comprendono bene la brutalità della polizia ».
Che si dice dei recenti tafferugli di Newark. dove 23 persone sono state uccise?
«Non sono stati tafferugli. Sono state ribellioni, io mi sono trovato coinvolto in esse otto volte... Il gioco della morte è quello che i bianchi compiono per spaventarci: "Guarda — dicono — voi avete avuto ven-tun morti, noi solo due... fareste meglio a smettere". Ebbene: lo SNICK ha una forza; perché quando noi diciamo: "Brucia. ragazzo, brucia", siamo noi i primi ad accendere davvero il fiammifero...».
«...Naturalmente si può ottenere una "pace duratura" negli Stati Uniti: basta che ogni volta che il bianco dice: “Nigger fai questo’’ il negro obbedisce. Comodo, no? Bella, questa pace! ».
E il futuro? Vi aspettate una contro-reazione da parte dei bianchi?
«Gli Stati Uniti non possono usare una bomba H contro il popolo negro, negli Stati Uniti stessi. Ma se circondano i ghetti, faremo crollare ogni dannata cosa che vi hanno costruito. Spianeremo l’intero Paese, se vengono alle mani con noi!».
Carmichael afferma di essere stato in prigione trentacinque volte, otto per sobillazione. Per di più gli hanno sparato otto volte... E’ stato picchiato più volte di quante ne possa ricordare; si rimbocca le maniche per mostrare le cicatrici che gli hanno lasciato quindici giorni fa, battendolo con la canna di una pistola durante un arresto. Prima di quest’anno, Carmichael riteneva che non lo avrebbero lasciato in vita fino alla fine dell’estate in corso.
Come vede ora la possibilità di essere ucciso come Malcolm X?
«È il dilemma dei bianchi. Hanno capito di aver commesso un errore con Malcolm X, perché lo hanno fatto diventare un martire. Hanno il problema di uccidermi, o di imprigionarmi. Non si decidono, ed è per questo che sono vivo ».
Intanto, non va mai in girò senza guardia del corpo. Nel Mississippi o a Watts. sotto la divisa da nazionalisti negri, la guardia del corpo porta le armi. A Londra si tiene in disparte. Il suo custode dice: «Non scrivete il mio nome: sappiate però che se Stokely sta per morire, io sto per morire con lui. Devono sparare a tutti e due ».
Carmichael, pensa di poter ancora perdere la propria popolarità?
«La gente guarda più a un uomo che a un movimento — dice perché è più facile. Ma ciascuno, nell’organizzazione, può fare quello che faccio io. Il personaggio Carmichael è un’invenzione della stampa bianca e non vivrò certo secondo le regole che hanno fabbricato per questo personaggio». Dice che ha lasciato la presidenza dello SNICK anche per combattere la sua crescente popolarità personale: « Cerco di ridimensionare Carmichael. Il mio posto è in mezzo al mio popolo. Il mio compito è quello di raccogliere l’ammirazione e l’amore che il popolo negro mi tributa, e di ridistribuirlo tra noi, e fuori di noi ».
Carmichael qualche mese fa diceva che Potere negro significava che i negri dovevano avere i loro diritti nelle aree a maggioranza negra. Ora dice: « ...Vogliamo il controllo delle istituzioni nelle comunità in cui viviamo, vogliamo possibilità di controllo nel Paese; vogliamo che finisca in tutto il mondo lo sfruttamento contro la gente non bianca ». Ritorna questa settimana in America, con un traguardo ambizioso per portare avanti la causa dello SN1CK: Washington, che ha una maggioranza negra.
Nel prossimo febbraio ritornerà a Trinidad; vede la Giamaica come uno dei migliori obiettivi (per una rivolta negra antimperialista, ndr). Ha vetntisei anni e — con riluttanza — Stokely Carmichael ha ereditato il trono di Malcolm X, simbolo principale dell’impegno negro nel mondo. Ha bisogno di adeguare se stesso a questo ruolo, come Malcolm seppe fare durante il suo ultimo anno di vita. La tragedia di Carmichael e del suo popolo è che potrebbero non dargli il tempo e la possibilità di farlo.

“l'Unità”, 25 luglio 1967

Luigi Pintor: “Senso del pudore” (Quando Berlusconi abolì la tassa di successione)

Mantenendo una delle promesse agli italiani firmate a “Porta a porta”, nel giugno del 2001, rientrato a palazzo Chigi, Berlusconi eliminò la tassa di successione, un'antica misura, tipica dei governi liberali, tesa a ridurre l'inuguaglianza delle opportunità nella competizione economica e sociale. Si trattava in verità già allora di poca cosa (il 4% solo per la parte di eredità eccedente il valore di 300 milioni di lire o di un miliardo di lire nel caso di eredi con gravi handicap o malattie), ma Berlusconi andò avanti come un rullo compressore. Quando il centro-sinistra tornò al governo nel 2006 si guardò bene dal reintrodurre la tassa “liberale” antiprivilegio, anzi fu montata una campagna di criminalizzazione nei confronti di Bertinotti, colpevole di averne parlato in campagna elettorale, facendo perdere all'alleanza dell'Unione non si sa quanti milioni di voti. È tipico di questa ormai lunga epoca di neoliberismo una specie di comandamento: non mettere ostacoli alla crescita delle grandi ricchezze. L'argomento che si usa è che l'aumento delle disuguaglianze è compensato dalla crescita dei beni disponibili, per cui – nonostante l'allargarsi della forbice, anche i redditi bassi crescono e anche i poveri stanno un po' meglio. La crisi del 2008 e i suoi effetti nel tempo hanno reso evidente che così non è: che anzi la crescita abnorme della ricchezza di pochissimi fa crescere disgregazione e povertà. Se non si toglie ai ricchissimi e ai ricchi e non si distribuisce ai ceti di reddito basso e medio-basso non si rilanceranno mai i consumi e i capitali non si sposteranno dall'area della rendita speculativa (che prevede l'impoverimento di massa anche attraverso l'uso ricattatorio degli indebitamenti statali) alla produzione di beni e di servizi.
Di tutto ciò – ovviamente – non c'è (né potrebbe esserci) traccia nell'editoriale di Pintor che invece illustra il tema, a partire dal conflitto di interessi del capo del governo del tempo, Silvio Berlusconi. (S.L.L.)

Forse non ho capito bene questa faccenda della tassa di successione che Silvio Berlusconi ha deciso di abolire nel primo dei primi cento giorni di vita del suo governo. Se ho capito bene, il capo del governo ha deciso all’istante di detassare il suo patrimonio, come ogni altro patrimonio miliardario, affinché i suoi familiari e discendenti possano di generazione in generazione ereditarlo intonso. I ragazzi non potranno dire che è un frutto del sudore della loro fronte, ma questo sarà un titolo di merito in più.
Non c’è nessun conflitto di interessi in una misura legislativa così candida. C’è una coincidenza di interessi perfetta e assoluta. Supponendo che il presidente del consiglio disponga di un patrimonio di diecimila miliardi (non riesco a immaginare una cifra più alta), e supponendo che la tassa di successione sia da noi al 28% come in America (ma l’ineffabile sinistra di governo l’ha già ridotta a un ticket del 4%), il capo del governo regala a sé e ai suoi cari 2.800 miliardi: una grande opera. In più, alienando così vantaggiosamente il suo patrimonio, diventa povero e risolve il conflitto di interessi. Se poi moltiplicate l’operazione per tutti i multimiliardari d’Italia, la somma sottratta all’erario basterebbe a sistemare l’intero sistema idrofognario (per restare in tema) del Mezzogiorno.
Secondo le filosofie liberali (non bolsceviche o social-democratiche) e le annose teorie economiche la tassa di successione ha valore di principio. I miliardari americani implorano Bush di non abolirla o ridurla, perché dove va a finire sennò la leggenda del self-made-man, delle pari opportunità e vinca il migliore? Ipocrisie borghesi, mi insegnavano un tempo i miei cattivi maestri, ma Luigi Einaudi ci credeva e i discendenti dei feudatari inglesi oggi aprono i loro castelli ai turisti per non finire in miseria. E le biografie patinate del presidente del consiglio non lo hanno sponsorizzato come uomo di gavetta? Dalla gavetta alla cornucopia nepotista.
Penso alla sofferenza interiore che deve provare un intellettuale liberale come Galli Della Loggia di fronte a questa decadenza del costume, alla difficoltà che incontrerà Lucio Colletti nel conciliare questi libertinaggi della casa della libertà con la filosofia di Popper, alle Fenici che il sottosegretario Sgarbi potrebbe ricostruire con quel 4%. L’on. Violante vorrebbe devolverlo in borse di studio, ma dubito che capeggerà un ostruzionismo parlamentare dopo averlo deplorato dal suo alto seggio, oggi gratuitamente ereditato dall’on. Casini.
Forse, contro una norma legislativa ad personam così sfrontata bisognerebbe appellarsi alla Corte costituzionale dappoiché la proprietà privata è altrimenti concepita nella Costituzione. Ma le Corti supreme, dalla Florida a Belgrado, contano meno di una pretura. Oppure bisognerebbe ricorrere all’Aja, se quel tribunale americano avesse una sezione civile contro i crimini di pace. Oppure appellarsi semplicemente al comune senso del pudore, come ha fatto saggiamente in extremis la signora Ferilli.


“il manifesto”, 30 giugno 2001

27.1.17

Pasolini e Pascoli (Massimo Raffaeli)

Alla voce di Orson Welles, nelle sequenze centrali del cortometraggio La Ricotta (1963), Pier Paolo Pasolini ha forse affidato la più disarmata e incandescente dichiarazione di poetica: «Io sono una forza del Passato./ Solo nella tradizione è il mio amore./ Vengo dai ruderi, dalle Chiese, dalle pale d’altare, dai borghi/ dimenticati sugli Appennini e sulle Prealpi,/ dove sono vissuti i fratelli./ (...) Mostruoso è chi è nato/ dalle viscere di una donna morta./ E io, feto adulto, mi aggiro/ più moderno di ogni moderno/ a cercare fratelli che non sono più». Nei versi si contiene la coscienza d’una sfasatura cronologica (il sentirsi estraneo, un sopravvissuto ostile) e insieme di uno squilibrio percettivo, quasi d’una perdizione: il sapersi divorato da una fame di forme, eventi, corpi chiamati a ribadire una radicale estraneità.
Quando si parla di sperimentalismo, troppo spesso si tace l’assoluta fissità dello sguardo, un sentire che non sembra conoscere varianti di spazio e tempo; viceversa, quando si dice manierismo, alludendone l’estroversione e febbre da engagement (la rincorsa ai fatti, ai destini generali) lo si liquida traducendolo in nostalgico anacronismo. L’anacronismo dei fuochi fatui, dei meteoriti. Un senso comune filisteo perciò gli conferisce rango di classico proprio nel momento in cui sostanzialmente glielo nega scegliendo di volta in volta tra stasi e mobilità, tra il dentro d’ima esperienza poetica refrattaria a ogni assimilazione e il fuori d’una costante presenza civile.
Pasolini è invece un convergere anzi un precipitare di prima e dopo, interno ed esterno, euforia e patimento. Mostruosa è questa lacerazione che non può né sa richiudersi, cicatrizzata in una sintesi. La sua figura fondamentale è l’ossimoro, in cui confliggono invarianza e senso della mutevolezza storica, così come riferimento primario è il Pascoli, analizzato nel saggio inaugurale della rivista Officina (maggio ’55) ma già attivo in lui negli anni di formazione e oggetto della tesi di laurea discussa a Bologna nel novembre del ’ 45 con Carlo Calcaterra, un maestro meno affascinante di Roberto Longhi (che certo Pasolini avrebbe preferito, se non avesse perso nei trambusti dell’8 settembre gli appunti per la tesi sulla pittura italiana contemporanea) ma filologo di grande qualità: la tesi sotto il titolo Antologia della lirica pascoliana, viene adesso edita da Einaudi con apparato di lettere al relatore e successivi interventi pascoliani grazie all’attenta cura di Marco A. Bazzocchi ed Ezio Raimondi.
Non si tratta di un’organica monografia ma piuttosto d’una selezione già appoggiata a un personale percorso d'autore. Frammentando il Pascoli, Pasolini cerca e subito ritrova motivi e consonanze che sono già iscritte nella propria parola; antologizzandolo, è come se riesaminasse per traslato i nuclei e le scelte linguistiche della plaquette d’esordio, le Poesie a Casarsa scritte in friulano e uscite tre anni prima da una piccola antiquaria bolognese.
Nei minimi detriti di Myricae e dei Canti di Castelvecchio (ma anche negli intarsi dei Conviviali), nei particolari capaci di dilatarsi a universali, dimora una contraddizione che è anche la sua, una specie di cortocircuito tra l'immobilità psicologica (così uguale a se stessa da apparire mineralizzata) e una liquidità verbale dilagante: «Si può dire che il Pascoli possedesse nella parola, nel mezzo espressivo la sua unica certezza nell’infinito d’incertezza dov’era immerso». Il diffondersi della parola, inclusiva dall’alto e dal basso secondo un canone pluri-linguistico avviatosi con Dante, rinvia per paradosso ad una situazione psicologica bloccata; il flusso nasconde e nel frattempo allevia il trauma senza mai poterlo appagare: nel cosiddetto infantilismo pascoliano, nella vita depressa e strozzata, Pasolini legge infatti i segni in cifra della propria omosessualità, mentre scopre in quella selva di forme un’autentica matrice spe-rimentalista. Non la rinnegherà. Nel saggio su “Officina”, forte dell’avallo di Contini, farà del Pascoli un crocevia o meglio una funzione in grado di legittimare quanto il Grande Stile novecentesco (il classicismo ermetico, il neorealismo della cattedra) sequestra oppure rimuove: il calore dell’esistenza, il germinare degli idiomi, l’universo muto e reietto del sentire popolare. Come per il fanciullino del Pascoli, per chi mai ha avuto accesso alla parola, la lingua è sempre altra, sorgiva, è una lingua di Adamo che restituisce alle cose i loro semplici nomi. «Per noi ormai lo scrivere in friulano è un fortunato mezzo per fissare ciò che i simbolisti e i musicisti dell”800 hanno tanto ricercato (e anche il nostro Pascoli, per quanto disordinata-mente) cioè una ’melodia infinita(...)»: quando Pasolini scrive queste parole, già da quattro mesi ha discusso la tesi ed è tornato in Friuli, a Casarsa.
Nei campi del Friuli, nei corpi e nella voce intatta degli adolescenti scampati alla guerra, il poeta proietta l’utopia di una lingua non ancora scissa dalla nuda esperienza, d’un pronunciare che fuori delle angustie vernacole corrisponda alla grazia del sentire; un mondo che finalmente sappia ricomporre la lacerazione tra l’umiltà della vita e la ricchezza delle forme che la esprimono.
Nico Naldini, che ne fu sodale testimone, recupera oggi questi scritti friulani di Pasolini in Un paese di temporali e di primule (Guanda), ordinandoli secondo la materia (frammenti di narrativa, testi di linguistica, note di politica e di pedagogia) e premettendo al volume una lunga memoria biografica che a sua volta è un esempio di filologia in atto, di critica tradotta senza residui in narrazione. Diseguali nel taglio, le pagine pasoliniane consuonano con la calma bellezza di un assetto naturale antico ma ormai prossimo a sciuparsi, se infatti vi si insinua un filo di disperazione: «Odore di terra romanza, di area marginale. Sulla dolcezza dell’Italia moderna c’è come il rigido, fresco riflesso d’un’Italia alpestre dal sapore neolatino ancora stupendamente recente». La forza del passato, l’umile Italia dei fratelli che non sono più.

“Il manifesto – la talpa giovedì”, 10 febbraio 1994


25.1.17

L'errore della memoria. Un racconto di David Toscana (Mexico)

David Toscana
C'è stato un periodo in cui non avevi un lavoro, e in quel periodo hai perso la tua casa perché prima che potessi fare i conti costava già il doppio e valeva la metà; la banca invece non perde, e se perde ti porta via tutto, e se ti porta via tutto alla fine ci guadagna; e in quel periodo il presidente e l'ex presidente si passavano il cerino acceso e dicevano non sono stato io, sei stato tu o chissà chi e giocavano a darsi colpetti col piede e a fare la fame per un giorno mentre condannavano altri a farla per tutta la vita; e in quel periodo hai sprecato ore e ore accanto al telefono in attesa che uno dei tanti gestori delle risorse umane mantenesse la promessa, la chiameremo noi, non si preoccupi, sicuramente prima di martedì. Finché non hai avuto più soldi per la bolletta e un messaggio registrato ti ha detto gentile cliente, ci mandi il saldo perché in Irlanda c'è gente che ne ha più bisogno di lei. E sei andato avanti così per parecchi mesi, e a un certo punto, mentre tua moglie strillava non è abbastanza, che hai intenzione di fare? fino a quando saremo a carico di mia madre?, ti sei detto che eri stufo di pagare per gli errori altrui, fossero di un capo, di un collega o della crisi economica. Per questo, ubriaco di ozio, hai giurato di vendicarti dell'uomo che ha messo nei guai la tua famiglia; il tuo giuramento, però, non è andato oltre un respiro profondo, i pugni stretti e uno sguardo d'odio copiato dagli eroi del cinema, perché alla fin fine il tuo nemico non era un uomo in carne e ossa ma un imbonitore televisivo che occupava tutte le aperture dei notiziari e che guardavi di discorso in discorso.
Conservavi gli spiccioli per comprare il giornale ed esaminare le offerte di lavoro, ogni volta più magre, e nel tuo tedio finivi per leggere le altre pagine, incluse le dichiarazioni quotidiane del presidente appena eletto che incitava i messicani, che ti incitava, lavorare di più, impegnarsi di più, le cazzate di sempre sullo stringere la cinghia, sul Messico che è più grande dei suoi problemi, insieme ne verremo fuori, siamo sulla buona strada; e a tutti faceva credere che il suo predecessore fosse Satana in persona. E magari lo è, hai detto ad alcuni amici anche loro disoccupati, solo che il diavolo sapeva leggere e scrivere; a questo angioletto, invece, dovremo pagargli la scuola per i prossimi vent'anni.
La tua occasione di vendetta è arrivata mesi dopo. Da pochi giorni avevi un nuovo impiego, incaricato delle statistiche di produzione in una fabbrica di fibre artificiali dove lavorerai per il resto della vita, o così credi adesso. Il tuo stipendio equivaleva appena al sessantré per cento di quello che prendevi prima. E senza tener conto dell'inflazione, hai detto a tua moglie, ma che posso farci? È un'occasione per ricominciare. L'hai abbracciata, e anche se le tue parole sembravano serene ti lamentavi, cazzo, ricominciare? alla mia età? come in quei giochi da tavolo in cui il caso ordina di tornare indietro di tre caselle e perdere due turni; vai non so dove senza passare per il Messico. Tu sempre più vecchio e più fottuto, mentre i porci dello Zócalo ingrassavano e sorridevano e agitavano il culo e cominciavano a camminare su due zampe. È arrivata sotto forma di un memorandum in cui con sommo piacere si comunicava agli impiegati che il Presidente della Repubblica messicana avrebbe trovato un buco nell'agenda della sua visita a Monterrey, per inaugurare il nuovo impianto di produzione del poliestere. Certo, c'è da applaudirlo, hai detto a un collega, è presidente per questo, per tagliare nastri. E poi i padroni della fabbrica si sentono in debito con lui: da quando il peso è ridiventato merda le loro esportazioni si sono moltiplicate. Ecco perché ti hanno assunto, ha risposto il collega dall'altra parte della scrivania PM Steele che odiavi: metallica, da ufficio statale, con un vetro sotto il quale gli altri infilavano foto, lettere, cartoline, gagliardetti delle squadre di calcio, qualunque ricordo a due dimensioni. Sotto il tuo non c'era niente. Perché niente volevi ricordare.
Appena presa la prima busta paga hai progettato di ricomprarti una casa. La città si era riempita di «Vendesi»; ma nessuna era alla tua portata, neppure nei quartieri che prima avresti disprezzato. Dando un nome falso hai chiesto che ti mostrassero la tua vecchia casa, ma l'ansia era tale che non hai saputo bluffare sui tuoi soldi. Stipendio? Anzianità? Referenze? Per favore, hai protestato, non è il momento di chiedermi cose del genere. Il venditore non ti ha lasciato entrare; si è reso immediatamente conto che gli avresti fatto perdere tempo. Il mio lavoro non è mostrare la casa, è venderla, ha detto. E a te non è rimasto altro che ammirare la facciata sporca, il garage sudicio, il giardino pieno di erbacce e il cartello dell'asta giudiziaria. Niente credito, ti ha informato il venditore, solo contanti, ma abbia fiducia, amico, magari le cose cambieranno. Ha parlato di un progetto dei banchieri grazie al quale il governo li avrebbe gonfiati di soldi fino a scoppiare. Hai chiesto se voleva dire che ti avrebbero condonato i debiti. Il venditore si è stretto nelle spalle e ha detto suppongo di no, questo è un paese cattolico, a chi ha verrà dato di più e a chi non ha verrà tolto tutto.
La mattina della visita presidenziale sei arrivato in ufficio già stanco, avevi passato una notte insonne ricordando il tuo giuramento di vendetta, e più ci pensavi, più ti rendevi conto che era fuori dalla tua portata. A così poche ore dal ritrovarti davanti quell'uomo, ti sono sembrate infantili le fantasie di torture con l' acido, con gli spilloni, con l'olio bollente, in cui te lo immaginavi scalciante e con la fascia tricolore. mentre chiedeva clemenza e gridava sì protesto, sì protesto, rispettare e far rispettare, che la nazione me ne chieda conto. Come vendicarsi di un personaggio del genere? Stavolta te lo sei domandato perché volevi davvero una risposta, e non per fare lo sbruffone a pugni stretti. E dopo averci riflettuto a lungo, ti è venuta in mente la parola attentato. Ma si trattava solo di un'idea, perché anche se te lo immaginavi come quello di Colosio, con musica di cumbia, coriandoli e pistola che spunta tra la folla, ti sei reso conto che non avevi i mezzi né il rancore né le palle per farlo, e che la tua vendetta poteva essere un sogno, magari un desiderio, ma non un piano. E la vendetta della democrazia, aspettare sei anni e votare per un partito di opposizione, ti sembrava una stronzata, lo stesso che non fare nulla.
È tornato quel sogno in cui avevi visto il tuo paese andare in rovina una volta di più, avevi visto la gente uscire per strada in cerca di azione, perché le entrate calavano, i debiti crescevano e i topi ballavano. Quella gente diceva che l'unione fa la forza, ma tu sapevi che a fare la forza sono i soldi. Li hai visti marciare, bloccare le strade, gridare, e hai capito che non avrebbero ottenuto nulla, tranne sfogarsi. Nessuno cancellava i loro debiti, ma loro lanciavano uova al creditore; nessuno gli dava lavoro, ma loro si denudavano per strada; nessuno gli dava da mangiare, ma loro sputavano dall'alto di un ponte.
Tra lenzuola sudate e un gran rigirarsi nel letto hai scartato la vendetta e scelto lo sfogo. Hai deciso che al momento giusto, al primo attimo di pausa, avresti gridato scopati tua madre, o meglio, scopa tua madre. Ecco, ti sei detto con soddisfazione, eliminando «ti» da «scopati» accorcio la frase di una sillaba. La brevità è importante, se non voglio interruzioni. Ti ritroverai di nuovo senza lavoro, naturalmente, perché la sottomissione paga e la libertà costa, ma a quel punto sarai tu il responsabile di quello che succede e potrai unirti alla gente che sputa e si denuda, e magari sputare è più dignitoso che ingoiare saliva.
Nell'improvvisato padiglione, davanti ai tuoi occhi, c'erano gli stessi che avevano o avrebbero sorriso a Salinas con piaggeria, dicendogli forza siamo con te. L'elicottero ha alzato una gran polvere e tutti hanno chiuso gli occhi, così l'apparizione del signor presidente si è trasformata in un trucco da illusionista. All'improvviso era sul podio, a ricevere applausi, a sorridere, a posare per le telecamere, a raccontare una barzelletta, a mettere in chiaro, in quanto fulcro di tutti gli sguardi, chi era grande e chi piccolo. Padroni e capi, quelli cui si dà del lei chiamandoli signore o ingegnere o dottore, ora si comportavano come pupazzi disposti a celebrare qualunque trovata del pezzo grosso. E tu, con la lucidità di metà mattina, hai capito che saresti rimasto tranquillo, quasi immobile, con la bocca ben chiusa. Perché quel che è fatto è fatto; il povero nella cassa, il ricco se la spassa; e tu a tirare la carretta, perché hai gente da mantenere e conti da pagare e insultare le madri è roba da ragazzini o calciatori, non da impiegati. E basta con le fantasticherie, ti sei detto mentre il presidente bla, bla, l'economia e il recupero, bla bla, il lavoro di voi di Monterrey, bla, perché la nazione, sissignore, la cinghia, è meglio, viva il Messico, futuro migliore.
Ti sei accorto che in persona ti faceva soggezione, non lo identificavi con la figurina che si affacciava ogni giorno dal tuo schermo tredici pollici. Ti sei sentito insignificante, e allo stesso tempo volevi che ti notasse, che tra centinaia di persone si accorgesse che tu eri lì, a prestargli attenzione, ad assentire, con un mezzo sorriso. La mano presidenziale si è protesa a premere un bottone rosso. Qualcosa nella fabbrica ha fatto le fusa e una cascata di chicchi di poliestere è uscita da un silos per cadere in una tramoggia, e tutti hanno applaudito l'inganno, perché ancora il macchinario non funzionava. E quella stessa mano si è avvicinata alla gente per essere stretta, in uno di quei gesti che la stampa definisce non protocollari. I tuoi colleghi si sono accalcati perdendo a poco a poco la compostezza, come bambini che si contendono la merenda. Ti sei detto che non volevi, ma la mano si è avvicinata tanto che non hai resistito all'impulso di prenderla, stringerla, portartela a casa e dire a tua moglie e a quell'idiota di tua suocera guardate, voi due, guardate chi mi saluta come un vecchio amico; e in quel contatto di un secondo lo hai guardato negli occhi, e avresti giurato che lo stesse facendo anche lui, e hai sentito il bisogno di chiedergli aiuto. Hai capito per la prima volta tutti quei morti di fame che si accalcano per vedere e toccare il presidente. Mi dia la mano, signor presidente, dicono le loro facce, perché è un anno che non piove, perché un sacco di gente è affogata, perché le galline non fanno più uova, per via dei vermi nella pancia. Sì, hai pensato, niente a che vedere con il tizio della televisione; e il contatto ti ha lasciato indifeso, ti ha trasformato in un mendicante all'angolo della via.
Quella sera lo hai visto di nuovo protagonista del notiziario, solo che adesso hai notato qualcosa di diverso: il suo sorriso non era più cinico ma amabile; e, dato che in casa nessuno ti ha chiesto della visita presidenziale, hai fatto un commento forzato. Di persona sembra più magro, hai detto, e c'è stato silenzio da uno e dall'altro lato della poltrona dov'eri seduto, perché tua moglie e tua suocera aspettavano solo che te ne andassi per cambiare canale.
Il giorno dopo siete apparsi in prima pagina, tu e lui, nel momento del saluto, intorno i tuoi colleghi e capi a guardare la fusione delle due mani. Se n'era andata la stella nel suo elicottero verde, bianco e panciuto, alzando la polvere che il suo arrivo non aveva disperso; ma nell'andarsene ti ha passato la staffetta, perché adesso sei tu quello circondato e salutato come in cerca di contagio. Per questo non sei rimasto sorpreso quando il capo del personale ti ha comunicato che erano molto contenti del tuo lavoro e avevano deciso di aumentarti lo stipendio del venti per cento.
Prendi il telefono per avvertire tua moglie e capisci che una mano, la stessa che ha premuto il bottone rosso e stretto la tua, ha tirato i dadi e ti ha regalato un pari, doppio turno, guadagni duecento passando per il Messico, ding ding, abbiamo un vincitore. Dall'altra parte non risponde nessuno. Meglio, ti dici mentre riattacchi. Fai i conti e ti accorgi che ancora non hai raggiunto il punto di partenza, ma non importa, pensi, il Messico è più grande di. Io sono più grande di. Alzi il vetro della scrivania e inserisci la pagina intera. Eccoti: in bianco e nero, di tre quarti, in centomila copie. Un successo la visita del presidente a Monterrey, dice il titolo. Proprio così, annuisci, e piazzi il tuo corpo flaccido sulla poltrona, senza più rancori né angosce né voglia di lavorare.
(traduzione di Francesca Lazzarato)


il manifesto 20 luglio 2011

Comprensione. Una poesia di Costantino Kavafis

Anni di giovinezza, vita di voluttà...
Come ne scorgo chiaramente il senso.

Quanti rimorsi inutili, superflui...

Ma il senso mi sfuggiva, allora.

Nella mia giovinezza scioperata
si formavano intenti di poesia,
si profilava l’àmbito dell’arte.

Perciò così precari i miei rimorsi!
E gl’impegni di vincermi e mutare,
che duravano, al più, due settimane.


In 53 Poesie – Traduzione di Filippo Maria Pontani, Mondadori 1996

Cattivi Maestri (Walter Cremonte)

Si tratta di una recensione delle mie vecchie Cronache giubilari dedicate al trionfale Giubileo del 2000, pubblicata su “micropolis”. (S.L.L.)

Leggendo le Cronache giubilari di Salvatore Lo Leggio (Giada, 2001) viene alla mente, per prima cosa, un passo famoso del De rerum natura di Lucrezio; quasi all'inizio del poema, dopo aver esaltato Epicuro per la sua lotta vittoriosa contro la religio, l'autore si preoccupa di rassicurare il suo destinatario perché non tema di essere avviato su una cattiva strada, empia e scellerata; infatti il male non è nella critica alla religione, ma nella religione stessa, come dimostra l'episodio del sacrificio di Ifigenia ("Tantum religio potuit suadere malorum" – a proposito: come tradurre la parola religio? Si potrebbe proporre "alienazione religiosa"). Dunque Lucrezio ha temuto di essere preso per un cattivo maestro (e gli capiterà di peggio: sarà dichiarato pazza dal suo biografo cristiano). Correrà questo rischio anche il mio amico Salvatore?
E' certo, in ogni caso, che si troverebbe in buona compagnia: Lucrezio, appunto, e poi Machiavelli, Voltaire, Marx... E di sicuro quest'altro benvenuto tra i didatti del sospetto aveva ben chiaro
nella mente l'ammonimento del vecchio Bertolt Brecht: "Anche il minimo gesto, in apparenza semplice, / osservatelo con diffidenza. / Investigate se proprio l'usuale sia necessario. / E - vi preghiamo - quello che succede ogni giorno / non trovatelo naturale". Lo Leggio ha scelto come osservatorio privilegiato l'anno giubilare, in particolare nei suoi svolgimenti umbri, e ce ne ha mostrate di cose da guardare "con diffidenza": per aiutarci a demistificare l'apparente normalità di una pratica del ritualismo cosi invasivo ed ossessivo da apparire come un dato indiscutibile e quasi fatale della realtà e non, come è, frutto di scelte politico-mediatiche ben definite e ben individuabili. E per farlo l'autore di queste Cronache giubilari usa in maniera magistrale (ed anche molto divertente) l'arma dell'ironia, strumento prediletto del pensiero critico di matrice illuministica.

Una definizione classica della modalità dell'ironia è questa: la moralità dell'autore si afferma attraverso la auto-negazione delle posizioni che combatte, che sono confutate dalla propria stessa insostenibilità. Detta cosi sembrerebbe una cosa un po' "fredda". Ma nel caso di Lo Leggio balza in primo piano la presa di posizione partigiana, combattiva, spesso incalzata da un forte sentimento di indignazione e non solo dalla consapevolezza ironica (a volte ghignante) di una superiorità intellettuale sull'avversario. È per questo che il discorso di Lo Leggio - così teso a smascherare conformismi, acquiescenze e complicità di comodo - dovrebbe interessare non solo la sinistra critica, interlocutore privilegiato, ma anche un lettore cattolico, disposto però ad un sano bagno nell'acqua gelata e pulita per togliersi di dosso incrostazioni del tipo di quella denunciata, nel libro, a pag. 48, "per la quale il dialogo consiste nel dire agli altri: - Io sono nella verità, tu nell'errore! Adesso puoi anche parlare...". E certamente interessa una specie di povero cristiano come me, anzi, per dir meglio, una specie di semi-cristiano come credo di essere io, uno che del Cristianesimo ha percorso solo metà strada, fino alla croce, perdendosi la parte più succosa e gratificante: la Resurrezione, il trionfo sulla sofferenza e sulla morte. Riconosco meglio la prima parte, anche perché è nel senso comune e nel linguaggio comune il "povero Cristo", il "Cristo in croce" (e la croce di Spartaco nell'ultima scena del film di Kubrik, e la croce che forma il lettino dei condannati a morte per iniezione letale...) e in generale sento un po' estraneo il trionfo. Cosi le parole dette al ladrone "oggi sarai con me in Paradiso" mi suonano come "fatti coraggio, tra poco è tutto finito" - che non sarà proprio il paradiso, ma certo gli somiglia parecchio.

micropolis, aprile 2002

Stelle cadenti. Una poesia di Anna Maria Trepaoli

Notti su notti a scorgere
parabole di stelle
cadenti.
Ad ogni guizzo
un inconsulto 
risveglio di speranza.
Si può avere cent'anni
e non aver appreso
l'indifferenza
al mito.

In L'odore dei limoni. I poeti del Merendacolo, Guerra, 1994

Thomas Mann allo specchio dell'augusto Goethe (Rossana Rossanda)

Johann Joseph Schmeller, Goethe all'età di 81 anni con il suo segretario 
Thomas Mann non sta nella mia formazione. Dopo una infatuazione giovanile per La montagna incantata - ereditavo dalla guerra un filo di tbc e lo rivestivo delle piume di Naphta e Settembrini - Mann non ha più avuto un gran posto nel mio cuore. Ma una sua opera, non delle più note, mi si è annidata nella memoria, è Lotte in Weimar (in italiano non Lotte ma Carlotta a Weimar perché non la si scambi con gli scioperi di quella repubblica).Chi è Lotte? È l'amore del giovane Werther, protagonista dell'opera di Goethe del 1774 e decisiva nello Sturm und Drang. Era successo due anni prima a Goethe di infiammarsi per una Charlotte Buff, fidanzata con un suo amico, Kestner, e di esserne rifiutato per lealtà al promesso sposo. Goethe naturalmente era sopravvissuto, mentre il suo Werther si spara per disperazione.
Per il poeta non è stato né il primo né sarà l'ultimo innamoramento; già vedovo, a settantaquattro anni, chiede (inutilmente) la mano di una diciottenne. Ma in quello che sarebbe stato un idillio composto e ragionato, oltre che trasparente nei luoghi e personaggi, tutta la Germania s'era riconosciuta, gettando sul suo autore una gloria che non lo avrebbe più lasciato. Poesia e realtà non sono la stessa cosa.
Nel 1937 Thomas Mann, che ha lasciato per sempre la Germania e non è ancora partito per gli Stati Uniti, riflette senza indulgenza sul suo paese e sul poeta nazionale. Sa che Lotte era andata a Weimar, dove Goethe viveva fra splendori e onori, quarantaquattro anni dopo quell'amore giovanile; lei era ormai sessantenne e vedova, madre di nove figli, e faceva quel viaggio apparentemente per incontrare una sorella. Mann pensa che sia andata diversamente, e il suo racconto comincia mentre una elegante signora, anziana ma ancora snella e attraente - un tremito del capo tradisce l'età - scende con la figlia, severa e disapprovante, all'albergo dell'Elefante.
Lotte è così saggia da sorprendersi (o non tanto?) quando il maggiordomo dell'hotel, appena ne scorge la firma sul registro, riconosce in lei la fanciulla immortalata dal poeta, locale oltre che nazionale. Alla notizia, propagata fra maggiordomi e cameriste, una piccola folla si accalca davanti all'albergo. Lotte ha mandato un biglietto all'Eccellenza amico d'un tempo, diventato fin primo ministro del duca di Saxe-Weimar, ma si prepara a raggiungere la sorella, quando il maggiordomo la ferma perché riceva alcuni ospiti importanti: una giovane americana che freme di immortalarla nel suo album di disegni, l'ex segretario di Goethe, Riemer, la sorella di Arthur Schopenhauer e infine il figlio che Goethe ha avuto da una Cristiane Vulpius qualsiasi, la sola che ha sposato - messaggero dell'invito a colazione da parte del padre.
I colloqui con queste persone, più un monologo di Goethe con se stesso, costituiscono i pilastri del racconto, che staglia in crescendo, fra incensi e veleni, il profilo del poeta. Il quale risplende a Weimar della luce di un Nume, venerato e temuto. La più acerba nel descriverlo è la sciocca Adele Schopenhauer, ma agli occhi della stupefatta Lotte nessuno manca di dissodare il terreno del dubbio. L'ex segretario Riemer, in un profluvio di devozione, avanza il dubbio che la qualità più sublime del poeta, l'olimpico spirito di tolleranza, non si debba che a un'olimpica indifferenza alle sorti altrui. Ascoltando, Lotte è presa da un certo turbamento: non sarà presa anche lei da ambigui sentimenti per quel suo adoratore di gioventù che l'ha trascinata nella sua luce?
Adele Schopenhauer ha una preghiera da farle: non vorrà l'onorevole signora, quando si parleranno, indurre il grande uomo a dissuadere il figlio dallo sposare la sua carissima amica Ottilia von Pogwisch? Ottilia è una delle Muse weimariane, ardenti patriote antifrancesi e antinapoleoniche, e potrebbe convolare a nozze soltanto con un patriota tedesco molto più credibile di quanto sia stato Goethe figlio. La signorina Schopenhauer sembra ignorare che Goethe padre, assai sensibile alle fanciulle in fiore, è stato un grande ammiratore di Napoleone (e viceversa).
Nello sproloquio di Adele, l'ironia di Mann diventa sarcasmo. Non solo perché nulla apprezza di meno del patriottismo tedesco, che ritiene capace di ogni enormità, ma perché Goethe non vi ha opposto che la straordinaria capacità di tenersi fuori dai bassi impicci della storia senza mai, per così dire, pagare dazio. Ha osservato la guerra tra tedeschi e francesi dalle alture d'una delle sue predilette stazioni d'acqua, Karlsbad o Wiesbaden. I sorprendenti colloqui di Lotte si chiudono con il goffo Augusto, che dell'indifferenza del padre è il testimone più innocente, tanto che lei si commuove, non senza farsi sfiorare dal pensiero che se quella volta Goethe avesse sposato lei, potrebbe esserne la madre. Il successivo monologo di Goethe fra sé e sé, all'inizio di una giornata come le altre, è una preziosa tessitura di citazioni, che introduce l'evento della colazione di qualche giorno seguente.
Lotte vi si reca - la figlia sempre più disapprovante - nell'abito bianco e nastri rosa che portava quando Goethe l'aveva incontrata. Non è abbigliata più bizzarramente delle altre signore. Né è più incantata di loro dalla splendida casa al Frauenplan, dagli splendidi oggetti raccolti dal più colto degli uomini, dal suo splendido apparire per ultimo, un po' invecchiato ma guadagnando di essere dimagrito, nella casacca di seta nera e la decorazione della stella d'argento. È lui che dà il benvenuto con inimitabile cortesia e come lievemente sorpreso, stringendo fra le sue le mani di Lotte e della figlia. Sarebbe in pena se non lo avessero degnato di una visita! A tavola conduce Lotte al posto d'onore, sempre con quel parlare squisito nel quale nessun cenno di ricordo traspare.
La conversazione è generale, elevata, rispettosa, ciascuno al suo posto. Lotte vede e valuta e via via ammutolisce; anche quando lui mostrerà da un album alcune silhouettes ritagliate a mo' di ritratto, che lei gli aveva fatto avere. Poi è il congedo di tutti fra tutto. Non si saranno parlati a quattro occhi neanche un istante.
Lotte resta a Weimar qualche settimana, Goethe fa sapere al mondo di essere indisposto. Ma le manda la sua famosa carrozza foderata di seta blu pregandola di servirsene per andare una sera al teatro che egli, fra altre incombenze, dirige. Lotte nobilmente ci va, nobilmente appare sola nel suo palco, nobilmente si annoia alla Rosemuende di Koerner e infine risale in carrozza per rientrare. Nella penombra non si è accorta che Goethe vi era dentro.
Con la consueta eleganza si scusa di non aver potuto incontrarla più spesso. Lei, che la delusione ha reso padrona di sé, lo ringrazia smettendo di dargli dell'eccellenza. Tu, Goethe, hai capito come me che non potevamo lasciarci senza una parola dopo una così lunga separazione. Separazione, ritorni, che sono? replica lui; brevi momenti fra due esseri che si rivedono non poco segnati dall'età. Ha notato tutto, il tremito del capo, l'abito dai nastri rosa, e il loro significato non gli è dispiaciuto, anche se non è bene concedere al sentimentalismo della gente. Ah sì? Non è bello da parte tua, Goethe, ricordare i segni del mio sfiorire. E non credo che ti abbiano commosso perché non sei capace di un'emozione, osservi tutto e ti servi di tutto.
Il Nume incassa, chiede persino perdono e non lo ottiene, segno - dice - di disprezzo per chi lo richiede. Segue uno scontro, in forme cortesi e gelide, più che un dialogo. Lotte colpisce diritto, gli dice senza alcuna amenità che lui ha scelto di essere eccelso piuttosto che vivere, anzi sentire il Possibile che a ogni istante la vita offre, dono transitorio ma un dono. Lui non demorde, sì, ha scelto di dare al transitorio un'altra esistenza, a un'ombra, anche a una cara ombra, il sigillo dell'immortalità. Lei è donna e sa della vita, lui è un uomo e sa dell'eternità. Così si è chiuso il viaggio di Lotte a Weimar.
Mann vi ha regolato i conti con il suo paese e il tedesco più illustre. Ma forse anche con se stesso, per quello che di comune ha con Goethe - l'indifferenza per i sentimenti altrui. Dieci anni dopo Lotte in Weimar, consegnerà all'umanità un Arnold Schoenberg in veste di Doktor Faustus, uomo di suoni infettato di sifilide da una etera, che ha fatto un patto con il diavolo per scoprire il segreto di una scrittura musicale mai concepita prima. Schoenberg non gradisce, tanto più che Mann si è fatto spiegare tutto della dodecafonia non da lui stesso, che conosce da un pezzo, e vive in Pacific Palisades sulla sua stessa strada, ma da Theodor Wiesengrund Adorno, anche lui vicino di casa.
Più tardi renderà riconoscibile Gustav Mahler nel professor Aschebach, che si spegne a Venezia nell'amore umiliante per un ragazzo. Stavolta il mondo ha dubitato, ed è andato a frugare nelle pieghe dell'esistenza di Mann. Al quale nulla importa dell'infedeltà dei ritratti. Come Goethe, pensa che tutto è materia per le metamorfosi che vi porta l'artista. Quasi che tutti e due non potessero scrivere se non fuggevolmente toccati dal vivente, testimoni del suo passaggio alla fissità dell'immortale.
È la sola autocritica che Mann si è mai fatto, ammesso che dei due duellanti della carrozza abbia ragione Lotte. Ma non è detto. In ogni caso lei si è spenta prima di Goethe, come quasi tutte le creature da lui rese immortali. Lui, il Nume, cesserà di vivere dopo sedici anni, trascorsi in gran parte nel conversare meravigliosamente con Eckermann.

“il manifesto”, 2 agosto 2012

Gianni Brera racconta le Olimpiadi. Berlino 1936: Owens e Hitler

E Lanzi morse le nuvole correndo senza cervello
Uno dei più triti luoghi comuni concernenti una Olimpiade, risale alla edizione davvero kolossal di Berlino 1936. Pretende questo luogo comune che il Reichfhurer Adolf Hitler sia sempre squagliato dallo stadio al momento di stringere la mano al fenomenale negro Jesse Owens, trionfatore nelle due gare di scatto, nel salto in lungo e nella staffetta 4x100. E perché mai squagliava il folle dittatore? Perché proprio Owens smentiva le sue cervellotiche pretese circa la superiorità della razza ariana su tutte le altre famiglie umane.
Ora tutto questo è abbastanza grottesco. Non risulta che Hitler capisse molto di sport ma certo gli bastavano i risultati di mezzo secolo per convincersi che i negri di America conservavano doti primigenie ormai perdute dagli ariani europei e no. Intrigarlo in questi giochetti banali non è onesto: e tanto più fa specie la balla sull'avversione di Hitler per Owens, in quanto sapevano tutti che, fino a ieri, negli spogliatoi americani figuravano sempre due panchine, una delle quali riservata agli atleti di colore, e non per rendergli omaggio... Erano invece assai generosi gli spettatori tedeschi nei confronti del grande Jesse, risultato deludente nel solo salto in lungo. Azzeccò un volo al di là degli otto metri ma apparve casuale, in certo modo rimediato. La sua velocità era forse troppo alta per consentirgli una congrua rullata: molto più corretto ed elegante di lui in elevazione era il nostro esile Maffei, che purtroppo non era abbastanza veloce da protrarre l'inerzia anche in volo. Maffei costituiva il paradigma classico dello stile "tre passi e mezzo" predicato da Comstock. Owens arrivava sparato all' asticella in capo alla pedana e non sempre riusciva a trasformare l'inerzia in elevazione. I suoi frenetici passi in aria nuocevano spesso alla riuscita del salto: ma tant'è: Owens non aveva rivali nello sprintare e lanciarsi: quand'anche la rullata fosse minima, il suo volo riusciva imponente. Ed infatti vinse, pur saltando malaccio, e tolse la medaglia d'oro a un tedesco che aveva il nome in capo, Lang. Il poveretto aveva perfezionato uno stile efficace ed elegante: rullata, un solo passo e mezzo, riunione dei piedi in volo e slancio delle braccia appaiate verso l'alto. Purtroppo, non era che un povero ariano!
A dimostrare che l'atletica italiana aveva raggiunto livelli di imponenza continentale, intervenne anche Mario Lanzi sugli 800 metri, ma come e più di sempre si comportò da scapato. Era un atleta splendido, novarese di Borgoticino. La povertà e l' ignoranza lo avevano indotto a sprecarsi da ragazzo in campestri e traversate di paese (o tramagli). La sua struttura era del velocista puro. Non si fosse modificato organicamente, ciampicando per prode e carrareccio, chissà cosa avrebbero potuto dare i suoi muscoli tozzi e forti! Invece, tornò penosamente sulla velocità prolungata e sugli 800, allora considerati la disciplina più breve del mezzofondo. Nei 400 non seppe mai dare una giusta misura del suo valore. Negli 800 compì molte stranezze per una quasi totale mancanza di acume tattico. Nel 1904, ai primi Europei di Torino, credette di sapere che lo svedese Ny tirasse a stabilire il nuovo record del mondo in semifinale: così gli stette sempre dietro, a quell' altro stonato babbeo, e quando ormai era tramontato il record, saltò fuori per umiliarlo sullo spunto: il domani, incontrò il magiaro Zsabo in semifinale e morse le nuvole! A Berlino, lasciò che prendesse la testa il lungo Woodruff e conducesse la gara a piacimento; lui, intronato, tagliava il passo dietro agli ultimi. Quando si accorse che Woodruff non avrebbe desistito, saltò fuori di curva con uno scatto da ossesso: entusiasmò la folla, sorpresa da così tardiva resipiscenza, ma non inquietò minimamente Woodruff, che gli lanciò un' occhiatina di sguincio e si limitò ad abbreviare un poco la falcata, ancora sin troppo distesa e comoda: il funambolico negro finì in 1' 52"9, che è tempo da allievo moderno, e il fenomenale ma stolido Marion Lanzi ottenne 1' 53"3, e la medaglia d' argento. Due anni or sono, Sebastian Coe corse a Firenze in 1' 41"7 e proseguì sullo slancio per defatigarsi: non ansimava neppure... Lanzi battè la capa nel muro, come era solito, e deplorò di non aver capito che avrebbe dovuto attaccare un po' prima. Commentò Woodruff che anche lui avrebbe cambiato passo, nel caso che l' italiano lo avesse attaccato all' inizio del rettilineo. Naturalmente si deplorò Lanzi - secondo costume nazionale - ma si preferì credere a lui, alla sua classe potenziale, non meno grande della sua fessaggine. Lanzi ebbe sfortuna marcia nella sua lunga e distorta carriera. A Parigi, negli Europei 1938, trovò certo Harbig e ne fu tanto scosso che perdette anche il secondo posto, ad opera di un giovane sconosciuto francese. Esclamò dopo quella gara dissennata che avrebbe divorato un serpente. La sorte gli mise di fronte Harbig, che senza stritolarlo nelle sue spire praticamente lo distrusse. Comstock ci insegnò per l' occasione come si può sbagliare tutto nel preparare un ottocentista: fece correre a Lanzi una 600 metri (mi pare in 1' 21") e con solenne sicumera gli garantì il primato mondiale. Si correva a Milano sui 500 metri dell' Arena. Lanzi era sicuro di sè e fece l' andatura nell' ingenuo sogno di stroncare il tedesco sul passo. Harbig lo seguì fino all' ultima curva, dalla quale balzò fuori con falcate di incredibile foga e bellezza. Lanzi si piantò allora come quei brocchi ai quali non bastano i paraocchi per risparmiarsi l' umiliazione del sorpasso: poveretto, non doveva credere ai propri occhi: Harbig terminò ingobbito ma trionfante nel tempo, allora incredibile di 1' 46"6. Lanzi finì sullo slancio in 1' 49", che resistette per anni come record italiano. In tutto il mondo si fecero smorfie alla notizia di quel mirabolante primato di Harbig: nessuno voleva crederci: per fortuna, all' Arena era venuto il mio amico Gaston Meyer, francese, dunque insospettabile di amore per i tedeschi. Gaston prese i suoi bravi tempi e scrisse come gli dettava l' ammirazione, non il dispetto dell' askenazy. Nei giochi di Berlino 1936 toccò all' Italia un solo titolo nell' atletica: lo vinse Ondina Valla sugli 80 ostacoli. E quarta fu Claudia Testoni in fotografia. Ondina è un generoso dono della Lomellina pavese a Bologna la dotta. Il suo nome vero è Trebisonda, che contrasta buffamente con la sua natia bellezza di donna e di atleta. A Frascarolo Po se la ricordano piccolina in casa della nonna paterna. Suo padre lavorava in ferrovia. A Bologna l' hanno subito impostata sui salti e poi sugli ostacoli, che ha praticato con entusiasmo non inferiore ai mezzi. Era più veloce di lei la bolognese verace Claudia Testoni ma, proprio quel giorno, a Berlino, le successe qualcosa di molto intimo che non poteva giovare alla sua prestazione. Le ragazze della finale giunsero gomito a gomito. La fotografia premiò Ondina che certo si meritava tanta gloria. Claudia, lei si rifece in seguito stabilendo il nuovo primato del mondo, brava figlia. Ma a Berlino ebbero modo entrambe di sperare in un trionfo: e fu durante la staffetta 4x100: ma perdettero banalmente il testimone... Molto meglio delle ragazze fecero i maschi della staffetta di scatto: furono i soli a non perdere la testa nel vorticare degli americani e conquistarono la medaglia d' argento con un prestigioso 41"2 (gli americani, quelli erano scesi sotto i 40": ma il più brocco valeva 10"4). Gli staffettisti si chiamavano Ragni, Gonnelli, Caldana e Mariani. Boyd Comstock venne molto complimentato per questa prodezza. Fu onesto nel riconoscere che i ragazzi erano ben preparati ma certo non valevano gli altri sopracciò della scatto europeo... Ancora più onesto sarebbe stato se avesse ricordato ai suoi interlocutori che la scuola della staffetta veloce non era già da compiangere in Italia: a Los Angeles, quattro anni prima, Castelli, Maregatti, Salviati e Toetti avevano bravamente conquistato il bronzo. Imperversando in Germania e altrove le vezzose teorie sulle razze degli uomini, agli italianuzzi si continuava a guardare come a poveri cani da pagliaio... però alla classifica ufficiosa dei Giochi di Berlino, questo si nota: che prima viene la Germania, secondi gli Usa, terza l' Italietta di sempre. Segno che qualcosa stava mutando anche da noi. Americani, inglesi, francesi e scandinavi fecero gli scandalizzati commentando il rabbioso impegno dei tedeschi: e che altro dovevano fare, perdere per far piacere a loro? La verità è che recedere da certe posizioni è sempre spiacevole. I tedeschi avevano imparato da noi il dilettantismo di Stato: poi, sarebbero venuti i sovietici ed i loro alleati: nè gli invidiosi avrebbero cessato di far malevolenza... Una vittoria scandalosa venne considerata quella italiana nel calcio. Vittorio Pozzo aveva avuto una pensata sottile, gabellando per studenti quelli che erano ormai professionisti della più bell' acqua. Vero è però che pedatando studiavano. Pozzo impostò una squadretta di astuti italianisti con due liberi in area (il non ancora trapassato W). I favoriti svedesi si avventarono ai piccoletti del Giappone e poco onorando il WM inglese ne presero tre (a zero) in contropiede. Poi i giapponesi si avventarono agli azzurri, sempre legati al loro chiotto W, e in contropiede ne beccarono nove! Alla finale pervenne con l' Italia un' altra mittleuropea impostata difensivisticamente a W: l' Austria. Sempre giocando umile a difesa, l' Italietta mise due pappine con Nibal Frossi alle spalle del portiere austriaco. Gli alleati tedeschi facevano un tifo d' inferno per i fratelli austriaci e qualche ingenuo italianuzzo di fede fascista prese cappello. "Il finale - racconta Emilio De Martino - fu emozionantissimo. Agli austriaci toccò sul 2-1 di battere una punizione dal limite. Noi tutti con il fiato sospeso. Ma finalmente il famoso Tognin Vergessen tirò fuori il fallo". Amen.


“la Repubblica”, 27 luglio 1984  

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