26.2.17

La colpa. Una poesia di Marisa Zoni (1935-2011)

Quando eravamo
bambini dalle
parti di Urbino
le cose vergognose
venivano sussurrate
o taciute
i diversi derisi
come in una
comunità tribale
c’era la guerra
ma la vergogna
non era quella
era l'ubriaco
che tornando a casa
cadeva sotto il portico
era l'omosessuale
chiamato pervertito
la parola a noi
bambini dava
l’idea di una colpa
gigante un po’ come
la piena del fiume
che passò rombando
una domenica sotto
i ponti: una pecora che belava
era in cima alla corrente
forse anche lei innocente.


da La quota rovente, 1990

Fotografia. I corpi a due dimensioni di Mapplethorpe (Roberta Perna)

Robert Mapplethorpe, Autoritratto
Alla Fondazione Forma di Milano, nei primi mesi del 2012, si svolse una importante mostra dedicata a Robert Mapplethorpe, il grande fotografo americano morto nel 1989, che di sé aveva detto: “Se fossi nato un secolo o due fa, forse sarei stato scultore”. All'evento “il manifesto” dedicò una pagina molto bella con un articolo e una scheda di Roberta Perna. Riprendo qui l'uno e l'altra, corredando il tutto con alcune immagini citate nell'articolo, che ho ripreso dalla rete. (S.L.L.)
Ken Moody e Robert Sherman
Dalle polaroid dei primi armi Settanta agli stili life, dai numerosi ritratti di artisti alla perturbante serie dedicata alla campionessa mondiale di body building Lisa Lyon, fino agli struggenti autori-tratti scattati poco prima di morire, in cui la figura del teschio, simbolo tradizionale di vanitas, rammenta allo spettatore l’estrema fragilità della condizione umana, la retrospettiva di Robert Mapplethorpe allestita fino al 9 aprile negli ampi spazi della Fondazione Forma di Milano si rivela un’occasione unica per approfondire il lavoro del grande fotografo americano scomparso ormai più di vent’anni fa, nel 1989. Attraverso più di centosettanta fotografie l’esposizione, proveniente dalla Robert Mapplethorpe Foundation di New York, ripercorre con grande efficacia e una impeccabile selezione delle opere la ricerca visiva di uno degli autori più rilevanti del panorama internazionale della seconda metà del Novecento.

Estetica punk
Il percorso di Mapplethorpe prende avvio nella prima metà degli anni Sessanta con l’iscrizione al Pratt Institute di Brooklyn, dove inizia a realizzare i primi collage polimaterici, nei quali incorpora tra l’altro ritagli e foto tratte da giornali e riviste. Alla fine del decennio risale l’incontro con Patti Smith, a cui rimarrà sempre molto legato. Da questo intenso rapporto affettivo prendono vita celebri scatti che popolano tuttora l’immaginario visivo dei numerosissimi fan della cantante americana, considerata a buon diritto madrina e antesignana del punk.
"Horses" , 1975 - Il primo album di Patti Smith
A Mapplethorpe si deve la foto di copertina dell’album di esordio Horses (1975), tra le più famose e incisive della storia del rock, inserita dalla rivista «Rolling Stone» nella lista delle cento migliori cover di tutti i tempi. Tra i due, allora entrambi giovanissimi, si instaura un legame profondo fatto di complicità e sostegno reciproco, un’affinità elettiva che traspare chiaramente in Horses, dove Patti Smith è ritratta come un’eroina antiborghese fortemente ambigua che, con la sua androginia, i capelli scompigliati e gli abiti maschili, sfida ruoli e convenzioni sociali.
Per lo sfondo della foto Mapplethorpe sceglie la semplicità di un muro bianco nell’appartamento del suo mecenate e amico Sam Wagstaff; l’abbigliamento della cantante, apparentemente casuale, è in realtà studiato in ogni minimo dettaglio, dal completo di taglio maschile alle bretelle, per un’immagine carica di significati che diventerà a breve un punto cardine dell’estetica punk. In mostra anche altri celebri ritratti di Patti Smith, tra cui l’enigmatica foto di copertina di Wave (1979), dove la cantante è ritratta con due colombe bianche posate sulle mani, mentre fissa con i grandi occhi spalancati lo spettatore.

Curve e spigoli
L’ambiguità di tali immagini è un elemento nodale della ricerca fotografica di Mapplethorpe: i rituali sadomaso più violenti, al pari degli ieratici vasi di fiori, generano un senso di perfezione dovuto all’incontro di realtà contropposte, eppure complementari. L’esasperato studio della forma - legato a una concezione della fotografia in netta antitesi rispetto alla ricerca del «momento decisivo» - congela volti, azioni, oggetti e persone per consegnarli intatti a un utopico ideale di immortalità, a un presente assoluto, dilatato all’infinito, capace di fagocitare passato e futuro.
Lisa Lyon, 1982
Le foto di Mapplethorpe si muovono a ridosso dei generi, i suoi fiori sono insieme forme falliche e vagine schiuse, i suoi corpi un’alternanza di curve e spigoli, una costellazione altamente stilizzata di forme penetrate e penetranti. Il fascino dei ritratti di Lisa Lyon, realizzati a partire dal 1980 e confluiti nel volume Lady, Lisa Lyon (1983), scaturisce da un particolare misto di attrazione e repulsione generato dalla compresenza e dalla coesistenza di mascolino e femminino. Il corpo statuario della campionessa di body building incarna pienamente il mito della primordiale unione degli opposti, la ritrovata compresenza di entrambi i sessi in un unico individuo. Alla stessa esigenza di esprimere una sessualità fluida, non più ancorata a generi e canoni stabiliti, rispondono i diversi autoritratti in cui Mapplethorpe si presenta con labbra e occhi vistosamente truccati, capelli cotonati, avvolto da un grande collo di pelliccia Impossibile non pensare alla nota opera di Marcel Duchamp, che all’inizio degli anni Venti si fa ritrarre da Man Ray nei panni del suo alter ego femminile Rrose Sélavy, costituendo un importante precedente per le numerose pratiche performative incentrate sul travestimento e il cambio di identità sviluppatesi durante tutto l’arco del Novecento, fino a oggi Pratiche estetiche come quelle di Katarina Sieverding, Urs Lùthi, Jürgen Klauke, Andy Warhol e altri, basate sulla messa in crisi del tradizionale binomio uomo-donna, al fine di dare vita a un erotismo ibrido e non normativo.
L’androginia, nel caso delle immagini di Mapplethorpe, non interessa soltanto la sfera sessuale ma investe più o meno apertamente tutti i soggetti ritratti, in cui elementi positivi e negativi si compenetrano, fino a creare esseri (oggetti, piante, persone) idealisticamente completi e autosufficienti. Non vi è dunque soluzione di continuità tra le scene di bondage più spinto e gli stili life più algidi: «Se guardo un pezzo di pane o un fiore oppure te, il mio sguardo non è diverso», sostiene Mapplethorpe in una lunga intervista realizzata da Janet Kardon, tradotta per la prima volta in italiano nel catalogo della mostra milanese, edito da Contrasto, a cura di Alessandra Mauro e Alessia Tagliaventi.
La differenza tra le foto di S&M e quelle di papaveri o calle risiede semmai nel rapporto che Mapplethorpe instaura con i modelli. Un legame umano basato sulla fiducia, che si traduce in un profondo senso di dignità del soggetto ritratto, anche nelle scene sadomaso più crude e sconcertanti Il suo lavoro è interamente fondato sulla capacità di trasmettere sicurezza e affidabilità, di far avvertire il suo pieno coinvolgimento nell’azione fotografica. Non vi è differenza alcuna tra il fotografo dietro l’obiettivo e i modelli che praticano atti estremi di bondage: Mapplethorpe è uno di loro e soprattutto è percepito come tale.
Lady, Lisa Lyon
«Altri fotografi», scrive Mapplethorpe, «la vedono in tutt’altro modo, ma il fatto è che, in quanto fotografo, collabori con il soggetto. Io sono solo la metà dell’atto fotografico, se parliamo di ritrattistica, perciò tutto dipende dall’avere gente che si senta bene con se stessa e con il modo in cui ti ci rapporti. È allora che ne tiri fuori un momento magico. Nei ritratti fare la foto è solo metà dell’opera: lavorare sulla propria personalità fino al punto di riuscire a trattare con ogni tipo di persona, quella è l’altra metà». La reciprocità nel legame tra fotografo e modello si configura dunque come punto cardine della prassi artistica di Mapplethorpe: «Dal modo in cui i soggetti si danno all’obiettivo si capisce il rapporto paritario con l’altro. Non stanno facendo qualcosa per una foto, rispettano il fotografo».
Louise Bourgeois
Soltanto a partire da una visione siffatta si può spiegare la capacità di Mapplethorpe di creare ritratti indimenticabili, come quello della scultrice francese Louise Bourgeois (1982), ripresa mentre porta sottobraccio con estrema disinvoltura una sua opera a forma di fallo gigante. Ha oltre settant’anni, il volto rugoso, ma lo sguardo vispo e un po’ insolente di una bambina sorpresa subito dopo una birbanteria.
Forse non è un caso che Mapplethorpe riesca a interpretare così magistralmente proprio la personalità di una scultrice: «Se fossi nato un secolo o due fa, forse sarei stato scultore, ma la fotografia è un modo così immediato di vedere, di scolpire». Le sue immagini intrattengono difatti rapporti strettissimi con la scultura, corpi possenti dei suoi modelli e mo delle si trasformano in statue marmoree, in masse volumetricamente scolpite e dalla superficie riflettente. Nella tensione muscolare del nudo di Lysa Iion c’è un consapevole richiamo all’opera michelangiolesca. L’attrazione per il corpo, soprattutto per quello maschile, è sottoposta a un simultaneo processo di erotizzazione e distanziamento estetico, l’immagine con la sua traboccante carica sessuale è mediata e decantata dal filtro della scultura antica. L’iconografia classica diventa il modello a cui conformare la fisicità del corpo in carne e ossa, alla ricerca di una bellezza ideale di winckelmanniana memoria.

La ricerca del bello
Ajitto
Da qui nasce il forte interesse di Mapplethorpe per l’opera del barone Wilhelm von Gloeden (1856-1931), fotografo tedesco trasferitosi giovanissimo a Taormina, celebre per i suoi tableaux vivants fotografici di efebi abbigliati all’antica. Mapplethorpe non soltanto ne colleziona le stampe, ma gli rende omaggio citandolo apertamente in opere come Ajitto del 1981 o nell’autoritratto come fauno del 1985 (entrambe in mostra), rispettivamente ispirate al Caino e ai numerosi satiri gloedeniaani. La ricerca estenuante della perfezione, del bello a ogni costo, di corpi glabri e statuari da ritrarre plasticamente, diventa il motore primo, l’impulso decisivo del paradigma fotografico di questi due autori: voluttuosamente carnale e dionisiaco Gloeden, ossessionato dalla purezza e dall’assolutizzazione della forma Mapplethorpe.
Nel suo caso infatti il corpo diviene oggetto di una radicale trasfigurazione, resa possibile da rigorosi principi di geometrizzazione e iper-formalizzazione dell’immagine. Criteri mentali, prima ancora che visivi, capaci di generare un risoluto processo di astrazione della realtà, plasmata secondo le idee di un grande fotografo che scolpisce il proprio mondo attraverso l’uso di luci e ombre.
Calla (1984)
SCHEDA
Dalle «Polaroids» al Whitney
Robert Mapplethorpe nasce nel 1946 nel Queens (New York City).
Nel 1963 si iscrive al Pratt Institute, dove studia disegno, pittura e scultura e realizza collage polimaterici. Nel 1970 compra una macchina Polaroid con la quale scatta le prime foto, che inizialmente inserisce nei collage. Nel 1973 la Light Gallery di New York ospita la sua prima mostra personale «Polaroids». 
A metà del decennio, con una Hasselblad ricevuta in dono, inizia a ritrarre amici, conoscenti, artisti, musicisti, personaggi della scena underground e del S&M. Nelle seconda metà degli anni Settanta intensifica l’attività espositiva: nel 1977 è alla Documenta di Kassel, nel 1978 viene messo sotto contratto dalla Robert Miller Gallery. Nel 1986 realizza le scenografie dello spettacolo di danza di Lucinda Childs, «Portraits in Reflection». Nel 1988 il Whitney Museum gli dedica una grande mostra antologica, un anno prima della morte avvenuta nel 1989 a causa dell’Aids.
Oggi il suo lavoro è promosso da importanti musei, gallerie private e soprattutto dalla Robert Mapplethorpe Foundation, da lui istituita nel 1988 per promuovere la fotografia e finanziare la ricerca contro l’Aids. La mostra allestita alla Fondazione Forma perla Fotografia, all'interno dello storico deposito dei tram del quartiere Ticinese a Milano, comprende una selezione di 178 scatti, provenienti appunto dalla Robert Mapplethorpe Foundation. (r.p.)

Le madri sono secoli. Una poesia di Marisa Zoni (1935 - 2011)

Le madri sono secoli
che piangono i figli
del loro ventre delle
giornate adoperate
a crescerli: i bimbi
delle guerre hanno
occhi sfaldati
resi cupi dalle botte
del vento dal rumore
dei sassi calpestati
i figli sanno che
la terra li considera
semi: altre voci
verranno e in musica
canteranno
per loro qualcosa.

Tu paria dai mille occhi, Pendragon, 2004

Le grida di Giordano Bruno (José Saramago)

Un'immagine di Giordano Bruno
In fin dei conti, non c’è grande differenza tra un dizionario biografico e un normale cimitero. Le tre righe secche e indifferenti con cui nella maggior parte dei casi i dizionaristi riassumono una vita sono l’equivalente della semplice sepoltura che accoglie i resti di coloro che (mi si perdoni il facile gioco) non lasciano resti. La pagina piena, con autografo e fotografia, è il mausoleo di bella pietra, porte di ferro e corona di bronzo, più il pellegrinaggio annuale. Ma il visitatore farà bene a non lasciarsi confondere dalle facciate d’architetto, dalle sculture e dalle croci, dalle prefiche di marmo, da tutto lo scenario che la morte pomposa ha sempre apprezzato. Così come dovrà fare attenzione, se si trova in campo aperto, senza riferimenti, a dove mette i piedi perché non gli accada di trovarsi sotto le scarpe il più grande uomo del mondo.
Non starà tuttavia calpestando la tomba di Giordano Bruno, perché questi fu bruciato a Roma, arse atrocemente come arde il corpo umano, e di lui, che io sappia, neppure le ceneri furono conservate. Ma allo stesso Giordano, affinché ogni cosa stia nel posto che le compete e giustizia infine sia fatta, furono riservate quattro righe in questo dizionario biografico. In cosi poco spazio, in cosi poche lettere, tra la data di nascita (1548) e la data di morte (1600), limiti di un universo personale che visse nel mondo, ben poco si dice: italiano, filosofo, panteista, domenicano, abbandonò l’ordine, si rifiutò di rinunciare alle proprie idee, fu bruciato vivo. Nient’altro. Nasce e vive un uomo, lotta e muore, così, per questo. Quattro righe, riposa in pace, pace alla tua anima se in lei credevi. E noi facciamo un’eccellente figura tra amici, in società, in riunione, a un tavolo di ristorante, nelle discussioni profonde, se lasciamo cadere al momento opportuno, in modo spigliato e competente, la mezza dozzina di parole di cui abbiamo fatto una specie di grimaldello o di chiave falsa che crediamo possa aprire una vita e una coscienza.
Ma, per nostra costernazione, se siamo in un momento di rara lucidità, le grida di Giordano Bruno erompono come un’esplosione che ci strappa di mano il bicchiere di whisky e ci spegne sulle labbra il sorriso intellettuale che abbiamo scelto per parlare di certi casi. Si, questa è la verità, la scomoda verità che viene a sconvolgere il pacato intento del dialogo: Giordano Bruno gridò quando fu bruciato. Il dizionario dice soltanto che fu bruciato, non dice che gridò. E allora, che dizionario è mai questo che non informa ? A che mi serve una biografia di Giordano Bruno che non parla delle grida che egli lanciò, li, a Roma, in una piazza o in un cortile, circondato dalla folla, chi attizzava il fuoco, chi assisteva, chi redigeva serenamente l’atto dell’esecuzione?
Troppo spesso dimentichiamo che gli uomini sono di car ne che facilmente soffre. Fin dall’infanzia gli educatori ci parlano di martiri, ci danno esempi di civismo e di morale a loro spese, ma non dicono quanto furono dolorosi il martirio, la tortura. Tutto rimane astratto, filtrato, come se guarda, simo la scena, a Roma, attraverso spesse pareti di vetro che soffocassero i suoni, e le immagini perdessero la violenza del gesto per opera, grazia e virtù della rifrazione. E allora possiamo dire, tranquillamente, gli uni agli altri che Giordano Bruno fu bruciato. Se gridò, non lo abbiamo udito. E se non l’abbiamo udito, dov’è il dolore?
Ma gridò, amici miei. E continua a gridare.


Di questo mondo e di altri, Einaudi, 2007 

25.2.17

Il ciuco... Una poesia di Sandro Penna

Il ciuco, fisarmonica del dolore
nell'ozio, fiducioso nel sudore.

Poesie, Garzanti, 2000

In quel palco del Teatro Fiorentini. Eduardo De Filippo ricorda Matilde Serao (1977)

Matilde Serao (1856-1927) nel suo studio a Napoli, nel 1924
In occasione del cinquantenario della morte di Matilde Serao “la Repubblica” pubblicò un paginone dedicato alla giornalista e scrittrice partenopea. Pezzo forte la testimonianza di Eduardo De Filippo, raccolta da Lucio Villari, che disegna uno spaccato della cultura teatrale e letteraria del primo Novecento. (S.L.L.)

ROMA
Eduardo, cosa pensa, oggi, di una donna come Matilde Serao?
«Quello che ne pensai quando la conobbi. Era l’autunno del 1925; recitavo al Teatro Fiorentini, a Napoli, nella compagnia di Vincenzo Scarpetta. Una sera, alla fine dello spettacolo, seppi che c’era la Serao e che voleva vedermi. Andai nel suo palco e lei ebbe per me parole lusinghiere e molto affettuose. La Serao era una donna aperta e sincera, attenta alle qualità e alle esigenze dei giovani. Nel campo del giornalismo ne aiutò molti a lavorare e a farsi strada. Aveva per loro un affetto materno, non era vero che lo facesse anche per portarseli a letto. Solo la volgarità di certi ambienti napoletani poteva far immaginare donna Matilde nelle vesti di seduttrice. Probabilmente molti si facevano ingannare dalla passionalità, dall’erotismo di tanti suoi personaggi femminili». 

Anche Scarfoglio cedeva a questo luogo comune...
«Sì, a lui si attribuiva una battuta cattiva: "Matilde è il calamaio della Posta" (dove tutti possono intingere la penna...). Ma, si sa che Scarfoglio era inferiore, come scrittore e intellettuale, alla moglie ».

I loro rapporti non furono certo facili.
«Inizialmente il loro modo di fare giornalismo si integrava perfettamente, sia dal punto di vista professionale che ideologico-politico. Scarfoglio era però retorico, inondava di inchiostro i suoi giornali. La Serao era più sobria, anche perché era molto attenta a ciò che le accadeva intorno, alle persone, ai gesti. I suoi romanzi, le sue novelle, sono fatti di queste osservazioni filtrate da una memoria molto sensibile. Perciò, alla lunga, le loro strade non potevano che divergere».

Forse nella Serao c’era anche un senso di maggiore felicità e serenità.
«Sì, è vero. Ricordo che lei abitava alla Riviera di Ghiaia in una casa dove, ragazzo, andavo spesso perché c’ era un fotografo alla moda, Armando Toppo, mio amico. Una volta, alla finestra dello studio della Serao (a cui sempre alzavo lo sguardo timoroso), vidi una bandiera; chiesi a Toppo che cosa fosse successo, mi disse che era il modo con cui la Serao festeggiava la parola “fine” a un suo romanzo. Era un modo allegro e infantile di manifestare la propria gioia».

Per questo, allora, amava tanto il teatro?
«Forse sì. Lei seguiva con molta attenzione ciò che accadeva nel mondo del teatro... Alla fine del 1917, dopo la rotta di Caporetto, le autorità proibirono, in segno di lutto, le riviste e i varietà. Raffaele Viviani, ancora non molto noto, decise di formare una compagnia con gli attori rimasti disoccupati. Insieme alla sorela Luisella chiamò bravissimi attori di varietà quali Gigino Pisano, Cesarina Faras, Salvatore Costa, Guglielmo Inglese, Mario Mari e altri, e per la Compagnia scrisse ’O vico dove lui, cantando e recitando, faceva da filo conduttore di uno spettacolo molto bello e divertente. Fu un grande successo, ma la “crème” del mondo culturale e dello spettacolo napoletano (Bovio, Di Giacomo, Murolo, ecc.) non diedero peso all’avvenimento. La Serao, invece, ne fu entusiasta e scrisse provocatoriamente sul giornale: “Napoli si è accorta cosa succede al Teatro Umberto 1°?”. Aveva capito il grande talento di Viviani; cosa che non riuscirà, neanche negli anni successivi, a Benedetto Croce, che pure viveva quotidianamente, la vita culturale di Napoli ».

Questa particolare sensibilità della Serao si spiega, credo, anche col fatto che la sua narrativa ha una struttura teatrale.
«Certamente. Ernesto Murolo, ad esempio, ha trasformato in commedia un suo racconto, O Giovannino o la morte, che ebbe un successo anche per l'interpretazione di Marietta Gioia, l'astro del Teatro d’Arte Napoletano. Posso ancora ricordare Ruggero Ruggeri e Emma Gramatica che recitarono Dopo il perdono. Dal punto di vista teatrale Napoli non era affatto una città di provincia. Novelli, Zacconi, la Duse, Tino Di Lorenzo, Gualtiero Tumiati, recitavano spesso in una città che, col Sannazaro, il Bellini, il Fiorentini, il Merendante, era una vera e propria capitale del teatro italiano. La Serao fu in rapporto con questi artisti e con i più importanti uomini di teatro del periodo. Esiste, a tal proposito, una corrispondenza inedita presso una nipote della Serao che spero di poter fare pubblicare al più presto».

Scarfoglio la seguiva in questi interessi teatrali?
«Credo di no. Scarfoglio frequentava spesso, insieme con i figli, il teatro di Eduardo Scarpetta solo perché nella compagnia vi erano bellissime donne. Ricordo che nella pochade La dama di “Chez Maxim” recitavano donne stupende: Adelina Magnetti, Ester Bianche, Maria Dolini, Concettina Arola. Scarfoglio riuscì a diventare amante dela Magnetti, che fu poi l'affascinante Assunta Spina di Salvatore Di Giacomo. I rapporti degli Scarfoglio col teatro napoletano erano solo salottieri. Sempre a proposito della Dama di ”Chez Maxim” Scarfoglio protestò con Scarpetta perché di una prostituta, che c’era nel testo originale francese, egli aveva fatto una fioraia. Tutto qui».

Perché, secondo te, il premio Nobel del 1926 venne dato a Grazia Deledda e non alla Serao? Eppure, le opere della Serao erano state tradotte in francese, inglese, tedesco, russo, spagnolo, ceco, danese...
«Spesso dietro l’assegnazione dei Nobel vi sono motivi politici. Durante la guerra, come si sa, la Serao era stata accusata di essere filo-tedesca solo perché non si era fatta trascinare dal delirio nazionalistico soprattutto dei giovani Scarfoglio e del Mattino, anch’essi però contrari all’intervento dell'Italia. È probabile che questo abbia influito sule decisioni dei giudici del Nobel. Vorrei aggiungere, poi, che donna Matilde non era fascista anche se, come si diceva, Mussolini tentò di tirarla dalla sua parte. Mussolini teneva a coccolare gli artisti e gli scrittori. Con la Serao, però, non gli riuscì...».

È bello dunque che i napoletani celebrino oggi questa scrittrice non napoletana che così profondamente ha amato e capito la loro città.
«Vorrei dire che mi piace non disgiungere l’immagine di me, presidente della commissione che dovrà celebrare i 50 anni della morte della Serao, da quella di me giovane magro come adesso, timido, pieno di speranze e di sogni, che varca il palco del Teatro Fiorentini. Celebrando la Serao, in fondo, Napoli ritrova una immagine autentica di sé. Lavoro in questa commissione con amore filiale perché, come ho detto, i giovani erano molto legati a donna Matilde».

Quali sono i vostri progetti per quest’anniversario?
«Fra le altre cose, uno spettacolo fatto di brani narrativi della Serao. L’idea iniziale era di presentarlo nei saloni di Palazzo Reale, ho detto però agli amici della commissione che forse era meglio creare uno spettacolo mobile che portasse la Serao di piazza in piazza. Il popolo napoletano, che ha ispirato il suo lavoro di scrittrice, potrà così ritrovarla o addirittura scoprirla. È un giusto omaggio alla Serao e a Napoli».

Mi pare che ci sia pure una sua proposta di realizzare un film.
«Molti romanzi della Serao potrebbero diventare dei film. Penso a un’ opera, che io definisco politica, come il Ventre di Napoli. Secondo me un film ideale sarebbe il Paese di Cuccagna, diretto, ad esempio, da un regista come Francesco Rosi. È una mia vecchia idea, d’altronde, che risale al 1939 e che la guerra mi aveva impedito di condurre in porto. Spero di potere interessare qualche produttore. Se anche questa volta, però, non se ne facesse nulla, mi piacerebbe sceneggiare quella parte del Paese di Cuccagna dove si apre lo scenario del gioco del lotto. Uno spaccato sociale di Napoli, una serie di figure non dimenticabili: dal tagliatore di guanti Gaetano al marchese Cavalcanti».
(a cura di Lucio Villari)

“la Repubblica”, 21 febbraio 1977

"Era nel cinema..." Una poesia di Sandro Penna

Era nel cinema, dove le porte
s'aprono e chiudono continuamente.
A quel rumore ella pensò
ch'egli tornasse;
ma non tornò.

In Poesie, Garzanti, 1997

24.2.17

Ribollita toscana. La zuppa di recupero che conquistò Molière (Arcigola 1990)

Sull'origine e sulle caratteristiche della ribollita non vi sono pareri concordi. Sicuramente è un piatto tipico del contado fiorentino e probabilmente anche senese, mentre non trova riscontro nel sud della Toscana.
L’origine di questa celeberrima zuppa sembra da ricercarsi nell'etimologia stessa della parola: altro non sarebbe che una zuppa di magro avanzata e ribollita il giorno dopo. Il venerdì, nelle campagne, si preparava una zuppa a base di pane, patate, cavolo nero, fagioli - l'osso di prosciutto ed il lardo sarebbero aggiunte posteriori, segnale di un’economia più ricca - e siccome se ne faceva molta, avanzava anche il sabato. Veniva quindi messa in un tegame di coccio e lentamente stufava, bollicchiando, sul fuoco, acquistando densità ed esaltando il gusto delle verdure.
Si dice che i contadini la consumassero come prima colazione. Oggi la ribollita dei ristoranti è un pochino addomesticata: spesso è semplicemente un’ottima zuppa di verdure che solo raramente viene ribollita. Ne guadagna forse in leggerezza...
Per fare una ribollita domestica, prendete un chilo di fagioli cannellini freschi che andranno lessati in abbondante acqua finché non sono teneri. Messo da parte un quarto di fagioli, passate gli altri, aggiungendo uguale quantità di acqua fredda. Nell’olio fate cuocere carote, sedano e porri, aggiungendovi tre pomodori spellati e tritati, l’aglio e il timo. Poco dopo mettete il cavolo nero tagliato a strisce e, incorporato il passato di fagioli, fate cuocere adagio per circa un'ora. Cinque minuti prima della fine della cottura unite i fagioli interi e qualche fetta di pane raffermo. La zuppa deve essere abbastanza densa. Il giorno dopo riscaldatela facendola ribollire e servitela con una ciotola di cipolle fresche tagliate a rondelle e in un'ampolla di olio di frantoio. Una variante più chic consiste nel passare la zuppa in forno, cosparsa di fettine di cipolla, pepe nero e olio extravergine.


“L'arcigoloso”, a cura di ARCIGOLA, supplemento a “l’Unità”, 16 luglio 1990

23.2.17

L'unico bacio. L'amore discreto di F. D. Roosevelt e Margaret Suckley (Nanni Riccobono)

NEW YORK
Più di un’amante. Margaret Linch Suckley era per Franklin Delano Roosevelt l’unica libertà dello spirito. Uno spirito così disciplinato e forte da non concedere sesso, sembra, a questa specialissima amicizia durata vent’anni. Il libro dello storico Robert Ward, uscito in questi giorni in America racconta la storia di F.D.Roosevelt e Margaret Suckley. È scritta, questa storia, nelle lettere e nei diari trovati sotto il letto di Margaret subito dopo la sua morte, nel ’91. Ward ha aperto la vecchia valigetta di lino e seta pensando di trovare solo conferme a quella che all’epoca si riteneva fosse un’amicizia superficiale tra il presidente e questa strana signora ai margini dell’entourage della Casa Bianca. Invece ne sono emerse pagine e pagine di fatti, aneddoti ed eventi completamente inediti. Margaret aveva 99 anni quando è morta: nessuno di quelli che la frequentavano aveva mai sentito parlare della sua amicizia con Roosevelt. E la sua discrezione all’epoca era così forte che non ci fu mai un pettegolezzo sul loro rapporto. Successivamente storici e biografi avevano cercato di carpirle i diari, tutto sommato era una vicina di casa del presidente, era l’amica di famiglia che gli aveva donato il prediletto terrier Fala. Margaret aveva sempre negato di avere suoi scritti.
I documenti, tra cui 38 lunghe lettere di Roosvelt, non offrono alcun indizio di intimità fisica tra di loro. Ward, dopo aver studiato a lungo il materiale, suggerisce che si siano scambiati in vent’anni un unico bacio, durante una gita in carrozza sulle colline che costeggiano l’Hudson, lungo il quale sorgevano la casa di Margaret e l’antica residenza Roosvelt. Tutto qui. Eppure Margaret è stata - scrive Ward - la persona più vicina a Roosevelt per vent’anni e certamente, al momento della morte, la più cara. Si erano incontrati nel ’22, dopo l’attacco di poliomelite che ridusse il presidente sulla sedia a rotelle. Margaret, trentenne, non sposata, s'innamorò di lui: lo chiama «il mio
Franklin». Roosevelt, dal canto suo, sentiva il vuoto creato dagli impegni della moglie Eleonor. Era un uomo che nutriva una profonda fiducia nelle donne. E nel loro giudizio politico: dalle lettere a Margaret si capisce quanto lei lo stimolasse, come profondo fosse il loro logos politico. Margaret non era pervasa da supina ammirazione per lui: lo criticava più spesso di quanto non lo lodasse e analizzava i discorsi in pubblico con la puntigliosità di uno specialista.
«Odio il mio discorso di ieri» le scrive nel ’36. E lei gli da ragione. Poi Roosevelt le scrive dei suoi dubbi di «sopravvivere» ad un quarto mandato, del vicino sbarco in Normandia... perfino del suo progetto di ritirarsi dalla presidenza degli Stati Uniti per candidarsi alla direzione delle Nazioni Unite. Nel maggio del ’44 le scrive: «Non sto bene, non sto affatto bene. L’unico mio piacere sono le tue lettere. Ti prego scrivimene tante, scrivi ogni giorno». Prima, alla fine del secondo mandato, nella corrispondenza si rintraccia il loro progetto più amato: costruire un cottage tutto per loro in cima a quella che entrambi chiamano «la nostra collina», sull’Hudson. Roosevelt è d’accordo perché la stanza ad est sia destinata a Margaret e scherzando le chiede il permesso per consultare la «nostra libreria... perché non metto in dubbio, mia cara, che vorrai tenerti in camera tutti i libri».
La «nostra libreria», custodita da Margaret in alcuni scaffali della sua camera da letto, e tutti siglati O.L., our library, comprende i più svariati testi: poeti francesi e libri sugli Ufo, testi di economia annotati ai margini dalla mano di Margaret e romanzetti da quattro soldi. Sugli stessi scaffali, una serie di delicate porcellane, regali di Franklin, registrati nel diario uno per uno lungo gli anni della loro amicizia. Alla fine, Margaret descrive Franklin come distrutto dalla sua malattia ma ancora pieno di fascino e ancora affascinato dalla sua amica più cara. E ormai vecchia, passati gli ottantanni, scrive: «Quello che io ho dato a F. è una completa mancanza di tensione. Mi disse una volta che non c’era nessuno col quale, oltre me, lui si sentisse interamente se stesso. Neanche con le due persone che gli erano forse più care di me, poteva mai davvero lasciarsi andare. Per questo, negli ultimi anni, voleva che fossi lì intorno a lui anche se non ci scambiavamo una parola per giorni interi... ero lì mentre leggeva o si assopiva e in silenzio, ci comprendevamo l’un l’altro».
Rimasta sola, Margaret, pur senza mai nominare la loro corrispondenza, divenne archivista della Roosevelt Library. Quando si ritirò del tutto, molti la intervistarono e un regista la fece a lungo parlare davanti alle telecamere: sorseggiando il suo thè, racconta delle sue visite alla famiglia Roosvelt dove «andavo - dice sorridendo dolce ed enigmatica - per vedere il cane Fala, al quale ero molto affezionata».


“l'Unità”, 12 aprile 1995

Una cassa di legno chiaro per Edda Mussolini. Cronaca di un funerale (Elvio Khròn)

ROMA
Chiesa gremita e saluti romani sul piazzale antistante ai funerali di Edda Ciano, la figlia primogenita del duce, coinvolta in una delle pagine più tragicamente simboliche tra le tante drammatiche della buia avventura fascista in Italia. Suo marito, Galeazzo Ciano fu fatto fucilare dal padre Benito Mussolini perché accusato di tradimento. Una uccisione contro la quale Edda si oppose con tutte le sue forze senza alcun successo. Nel 1943, infatti, Galeazzo Ciano, ministro per gli Affari Esteri e fino a poco prima ritenuto il delfino del duce, votò un documento avverso al regime e alla ferrea alleanza con i nazisti: Mussolini, malgrado le pressioni della figlia, non evitò (o non volle tentare fino in fondo di evitarlo) la condanna a morte del suo ministro e genero decisa dal celebre «processo di Verona».
I funerali della figlia di Mussolini, morta domenica scorsa in una clinica romana, si sono svolti in forma «quasi privata». La messa è stata celebrata dal parroco Maurizio Bevilacqua, nella chiesa frequentata comunementre dalla Ciano quand’era in vita: quella del sacro cuore di Maria Immacolata dei Parioli, il quartiere tradizionalmente abitato dalla alta borghesia della capitale. Insieme a un centinaio di persone e poco più c’era, commossa, la famiglia al completo: Romano e Vittorio, gli unici dei cinque figli del duce rimasti in vita e le loro rispettive mogli con i figli fra i quali, l’onorevole di Alleanza nazionale Alessandra Mussolini con il marito. C’erano poi i figli di Edda, Fabrizio e Raimonda e il marito di Annamaria, l’altra figlia del duce già deceduta, insieme all’altro fratello Bruno morto in guerra. Assenti i politici di spicco. An era rappresentata da Mirko Tremaglia e Teodoro Buontempo mentre era presente il ministro per gli Affari Esteri Susanna Agnelli. Tra le corone e i cuscini di fiori spiccava quella con la scritta «Movimento sociale-Fiamma tricolore».
Al rito funebre, inoltre, hanno partecipato anche Giuseppe Ciarrapico, Giampaolo Cresci, il principe Carlo Giovannelli e Cecco Giulio Baghino, presidente dei reduci della Repubblica sociale italiana vale a dire, sia pure indirettamente, il rappresentante di coloro che all’epoca decisero di uccidere il marito di Edda, Galeazzo Ciano. Nessun accenno, comunque, nell’omelia del parroco, alla vita privata di Edda Ciano e alle vicende nella quali fu coinvolta. Solo una predica dedicata al mistero, alla speranza della resurrezione, alla Pasqua. Le citazioni da Isaia e dal Vangelo secondo Giovanni sono servite al parroco per trattare i temi della morte, e appunto della resurrezione e della speranza. «Siamo qui solo per pregare - ha detto il sacerdote - la preghiera è il presupposto della speranza e noi cristiani speriamo in un mondo riconciliato». È mancato anche un discorso commemorativo da parte della famiglia o di altri intervenuti. «Si è trattato di un funerale semplice - ha spiegato onorevole Alessandra Mussolini, all’uscita della chiesa - è andato tutto proprio come zia Edda desiderava».
La bara, una cassa lineare di legno chiaro con il nome Edda Ciano Mussolini scritto in lettere dorate, alla quale hanno fatto da cornice diverse corone di fiori, è stata portata in spalla da parenti e amici e da Teodoro Bontempo. «Edda Ciano era una donna molto forte e coraggiosa - ha commentato il focoso deputato di An - è stata duramente provata dalla vita ed ha saputo mantenere una grande riservatezza e personalità. E' rimasta legata ai suoi ricordi e ai suoi affetti continuando a vivere nella società contemporanea nel rispetto degli altri e chiedendo rispetto. Se ne è andata - ha concluso Bontempo - con silenzio, dignità e tanto rispetto da parte della gente». Infatti, all'uscita la bara, spartana è stata accolta dal saluto romano di un folto gruppo di giovani, della vicina sezione dei Parioli di An, cui si sono uniti alcuni degli amici della Ciano che avevano partecipato alla funzione.
Puntuale e in tono con lo spirito i quei saluti fascisti fuori dalla chiesa - ma onestamente non propriamente segnato dall’educazione e dal rispetto della tragedia personale della donna scomparsa - il commento di Pino Rauti, leader missino e, si sa, fascista ostinato. «Quei saluti romani hanno onorato la figlia di Mussolini, non la moglie di Ciano». Rauti, a Bruxelles per i suoi impegni di parlamentare europeo, non era ai funerali di Edda Ciano, ma sottolinea: «C’era mia moglie e poi c’erano una corona del partito, il federale di Roma Cospito e un folto gruppo di giovani nostri simpatizzanti. Ieri, poi, era apparso un mio necrologio su di un quotidiano romano». Rauti, quindi, ha aggiunto: «Edda era sicuramente lacerata tra il padre e il marito. Io rispetto il suo impegno di moglie e di madre, ma allora ero dall’altra parte nel giudizio su Ciano: ero per il processo di Verona e per la punizione».
Edda Ciano Mussolini, verrà sepolta a Livorno, nella tomba della famiglia Ciano.


L'Unità, 12 aprile 1995

Torino 1917. Barricate in Borgo San Paolo (Camilla Ravera)

Torino nei primi anni del Novecento. Piazza Madama Cristina
Il 22 agosto 1917, durante la prima guerra mondiale, ebbe inizio la sommossa operaia a Torino provocata dalla mancanza di pane. La protesta si trasformò in ribellione contro la guerra. Nella città si alzarono le barricate, e gli scontri con l’esercito furono sanguinosi. Camilla Ravera, dirigente del partito comunista e deputata alla Costitutente, fu testimone (ne parla in Diario di trent’anni) di quei giorni, che per tanti aspetti rimandano agii scioperi del marzo ‘43, quando gli operai si ribellarono alla guerra, e alla penuria. Rileggiamo la sua testimonianza. (S.L.L.)
Camilla Ravera
Io ero uscita di casa, quel mattino, con Cesare, il minore dei miei fratelli, già iscritto alla Federazione giovanile socialista. Ci erano giunte notizie confuse dell'agitazione in corso: il movimento non era ancora arrivato nelle via adiacenti alla nostra casa. Ma, dopo breve cammino, incontrammo i primi gruppi di donne: erano inermi, ma procedevano risolute e compatte. I negozi abbassavano le saracinesche; gente nuova di mano in mano ingrossava le file dei dimostranti. Carri blindati sopraggiunti disperdevano qua e là la gente, che, però, tornava rapidamente a raggrupparsi e a marciare verso il centro della città. Poliziotti e carabinieri cercavano di bloccare le file, di disperderle.
In uno di tali momenti di scompiglio e confusione fui separata da mio fratello. Ricordo che procedevo sola, quasi trascinata in quel tumulto. Ad un tratto si udirono degli spari, rapidi, ripetuti: dalla folla si levarono grida di dolore e di sdegno; nella strada rapidamente si fece il vuoto e il silenzio. Una donna alta e robusta mi afferrò per un braccio e mi spinse dentro il portone di una casa che subito richiuse. Fuori continuavano gli spari. Nel portone alcune donne, ferme, serie, silenziose, ascoltavano. Poi ogni rumore cessò.
Il vecchio portiere uscì dalla sua guardiola; con voce sgomenta disse alle donne:«Ma che fate? Che volete? Mettere il mondo ancor più a soqquadro?».
«Pane e pace son cose che tutti vogliamo» disse una con calma.
«Sì, ma...».
«E dobbiamo muoverci, tutti insieme, per guadagnarceli».
Il vecchio non aggiunse parola. Se ne andò, scuotendo la testa in segno di desolato assenso.
Le donne riaprirono il portone e tornammo nella strada, dove la gente di nuovo rifluiva.
Più tardi, riavvicinandomi a casa, mi ritrovai, dopo uno di quegli scontri, sola, nella piazza Madama Cristina. La piazza era deserta, e distesa in un silenzio strano dopo tanta rumorosa confusione. Davanti al portone chiuso di una casa, due bambini sedevano a terra, chini sopra una scatola di biscotti. Mangiavano avidamente con il viso soddisfatto e ridente.
«Non fate indigestione» dissi: pensavo al modo con cui quella scatola doveva essere arrivata nelle loro mani.
«Sono dolci», disse il più piccolo, sorridendo con vero piacere. E quella beata soddisfazione esprimeva tutto il bisogno di zucchero, compresso dalla lunga privazione. Finii per consentire al loro entusiasmo:«Mangiateli. Ma andate a casa».
Accennando al portone chiuso alle loro spalle dissero:«Ci hanno chiuso fuori».
«Fatevi aprire».
E ripresi il cammino nelle vie silenziose, coi portoni socchiusi e le saracinesche abbassate. Un'anziana donna del popolo camminava davanti a me, lentamente e come interdetta. La raggiunsi. Si fermò smarrita: teneva in mano una scarpa da uomo, nuova, una sola. Mostrandomela disse: «Me l'hanno messa in mano. Non sapevano più quel che si facessero. Gettavano le scatole e distribuivano la roba, così», e sorrise, forse per l'inutilità di quella scarpa sola. Poi la depose pianamente sul davanzale di una finestra chiusa, e se ne andò, scuotendo il capo. E io mi sentii invadere all'improvviso da un'ondata di amore per quel povero grande popolo del lavoro, costretto al saccheggio.
Cesare rientrò a casa molte ore dopo, stanchissimo, eccitato. Era stato in Borgo San Paolo. Ci informò rapidamente degli avvenimenti: le donne, la folla, i tumulti, i conflitti, la barricata.
«Hanno incendiato San Bernardino» disse. «Quei frati, l'anno scorso avevano sorpreso dei ragazzi a mangiare frutti nell'orto della chiesa. Li avevano flagellati e terribilmente spaventati, radendo loro sul cranio, col rasoio, il segno della croce; poi li avevano consegnati alle guardie. Nella popolazione era rimasto il rancore. Stamane sono entrati nelle cantine del convento: c'era un vero magazzino di viveri, di tutto; in quantità grande. La gente s'è sdegnata: la contraddizione era troppo forte. E qualcuno ha appiccato il fuoco».
«Questa guerra infame, questa guerra di predoni contro predoni - commentò piano la mamma - distrugge tutto, nel profondo, oltre che trucidarci i figli».
Uno dei suoi figli, Giuseppe, era già caduto; Francesco era in trincea; Carlo scriveva dalla scuola di Modena che si preparava a partire per la stessa destinazione; Cesare stava per essere chiamato alle armi.
«Faremo finire la guerra - disse Cesare - e cambieremo tutto. Il socialismo vincerà».
Esprimeva la speranza che era al fondo di quella rivolta del popolo.
Il 24 agosto la lotta diventò più aspra e sanguinosa. La forza pubblica, l'esercito, passarono all'offensiva con mitragliatrici e tanks. Un reparto di alpini, dinanzi alla folla che gridava «pane e pace», non sparò. Ma altre armi furono puntate sugli insorti: le mitragliatrici spararono all'impazzata su coloro che resistevano, sulla gente inerme che fuggiva, nelle finestre, nelle porte, nei negozi. Combattimenti individuali ebbero luogo nelle vie e nelle piazze. Nel corso Regina i tanks avanzavano verso il passaggio a livello dove si diceva risorta una barricata. Gruppi di donne escono dai portoni delle case, rompono i cordoni, tagliano la strada ai carri blindati, che per un momento si arrestano; poi riprendono il cammino. Le donne si lanciano allora sui carri, si aggrappano alle ruote, supplicano i soldati di gettare le armi. I soldati non sparano; avanzano ancora lentamente, poi si fermano.

Avvenimenti, 24 marzo 1993

Contro il fondamentalismo l’esempio di Trotsky. Intervista a Giulio Giorello (Tonino Bucci)

L'intervista che segue, di dieci anni fa esatti, a Giulio Giorello, trovò occasione nel festival di filosofia, che si svolgeva a Roma e di cui il noto filosofo della scienza era in quel giorno il principale ospite. Tema dell'incontro, al Palladium, le ingerenze religiose nella sfera pubblica e il ritorno dei fondamentalismi (S.L.L.)

La scienza, anche se forte nel suo potere materiale di condizionare la nostra esistenza, soprattutto per il tramite della tecnologia, appare estremamente debole nel distinguere il bene dal male. Ci dà gli strumenti, ma non il fine, non le indicazioni per l’uso. E’ d’accordo?
Le Chiese, o meglio le burocrazie dello spirito religioso, hanno strutture tali che permettono di schierare tutte le forze sotto una bandiera. Il mondo della scienza, invece, è un mondo strutturalmente pluralistico nel quale ci sono formazioni molto diverse. Le donne e gli uomini che lavorano alla ricerca possono avere educazioni, sensibilità religiose o morali molto diverse. In Italia ci sono, da una parte, forze che possono agire come un sol partito, mentre dall’altra non esiste né il partito dei laici né il partito degli scienziati. La scienza è un’impresa plurale. Bisogna aggiungere che gli scienziati, per buone ragioni, si dimostrano molto spesso timidi, restii nel buttarsi in politica e nel dibattito pubblico. Siamo il paese che ha condannato Galileo Galilei e in cui la comunità scientifica è stata a parole valorizzata, ma in realtà duramente controllata nel periodo dell’odiosa dittatura fascista. Non bisogna dimenticare queste premesse storiche.

Ma non ci sono reazioni nella comunità scientifica di fronte alla recrudescenza di certe tendenze che mettono in discussione persino l’evoluzionismo?
Le cose stanno cambiando. In alcuni casi gli scienziati hanno dimostrato di saper parlare in prima persona sulla grande questione della libertà di ricerca. All’estero ci sono state autorevoli prese di posizione, ad esempio, contro la deplorevole moda del disegno intelligente usata per sterilizzare e neutralizzare gli approcci darwiniani e neodarwiniani. La reazione contro il disegno intelligente, la difesa del darwinismo e il bisogno di rispondere in modo forte e chiaro alle sciocchezze dei creazionisti è un elemento presente nella comunità scientifica, soprattutto in quella anglosassone. Altro esempio: gli interventi del professor George Coyne, un grande astrofisico, a difesa della teoria dell’evoluzione anche quando gli attacchi provenivano da alcuni esponenti della gerarchia cattolica. Non dimentichiamo che Coyne è un gesuita che dirige la Specula Vaticana. Un bell’esempio di coraggio scientifico e morale. E vanno poi citati i casi di ricercatori italiani nel campo della biologia, quello di Edoardo Boncinelli o, ancora, quello di Umberto Veronesi nella campagna referendaria sulla fecondazione assistita. E non mancano neppure riviste come “Darwin” che cercano di fare chiarezza. Nonostante l’Italia abbia visto più volte affermarsi, nella sua tradizione filosofica, delle tendenze antiscientifiche, oggi si comincia a prendere coscienza che la libertà di ricerca scientifica è una componente ineliminabile della più generale libertà del filosofare e della nostra cultura. Qui vorrei ricordare il mio maestro Geymonat, non solo un grande ricercatore ed educatore, ma anche rigoroso combattente antifascista. La liberazione dai pregiudizi nei riguardi dell’impresa tecnoscientifica rappresentava per lui una componente della lotta contro il fascismo. Era parte di un’unica battaglia che Geymonat, da marxista, identificava nell’ottica dell’emancipazione del movimento operaio.

Geymonat poteva ancora scorgere il nesso tra l’impresa scientifica e l’utopia della politica, dell’emancipazione dell’uomo dall’ingiustizia e dalla miseria. Oggi, invece, l’alleanza tra politica e scienza sembra essersi rotta. I politici contemporanei preferiscono, invece, ergersi a paladini della religione occidentale, come dimostra il caso di Calderoli. Perché?
Se i politici vedono la religione come uno strumento utilizzabile, è segno che ne stanno facendo una strumentalizzazione cinica. Piegano il bisogno delle persone di fede ai loro più bassi scopi. Dovrebbero essere gli autentici spiriti religiosi per primi a insorgere contro simili operazioni. Questo vale non solo per i casi più clamorosi - come quello dell’ex ministro leghista, un razzista che si era già permesso d’insultare una giornalista palestinese e che probabilmente ha dimenticato i suoi riti pagani sulla riva dell’inquinato Po - vale, dicevo, non solo per i casi più eclatanti, ma per tutti quei politici che una volta si proclamavano atei e oggi devoti, che utilizzano la religione a proprio instrumentum regni. Quanto alla scienza, non credo che la grande maggioranza degli uomini e delle donne oggi al governo abbiano competenze tecnico-scientifiche. Ma, essendo io uomo di sinistra, mi preoccupa di più il fatto che l’ignoranza dell’impresa scientifica domini anche tra i politici di sinistra. Non so se sia colpa degli uomini di scienza, poco bravi a spiegarsi, o dei politici della sinistra che non capiscono l’importanza della cultura scientifica per la maturazione del paese.

Forse, a dispetto delle continue ingerenze nella sfera pubblica, anche la religione non è così forte come si crede. Non crede che la presa delle Chiese tradizionali sulla società sia indebolita a causa dell’insorgere di tendenze irrazionaliste e new age proprio nei paesi occidentali?
Le voci che strillano alto, le voci del cosiddetto fondamentalismo - e mi riferisco qui non all’Islam, ma all’occidente cristiano, in particolare al protestantesimo Usa - ho l’impressione che tradiscano una debolezza. Questo strillare isterico dei fondamentalisti copre la loro profonda paura nei confronti del potere liberante dell’impresa tecnoscientifica. Sarebbe compito dei laici svelare la loro vigliaccheria.

Le religioni tradizionali hanno timore della modernità?
Le religioni tradizionali sono fatte dagli uomini e dalle donne che si riconoscono in esse. Non sono un corpo di idee platoniche definite una volta per tutte, ma organismi viventi. Come farle evolvere lo decidono coloro che ci sono dentro, nonché l’interazione di questi organismi con l’ambiente esterno. Non si possono dare definizioni univoche di realtà così composite come islam, protestantesimo, cattolicesimo, ebraismo e via dicendo. Il mio giudizio è che se le religioni sapranno scegliere una flessibilità e un sano scetticismo di base - la capacità di mettere in discussione i propri pregiudizi - potranno coesistere benissimo con molte innovazioni tecnico-scientifiche. Fra queste tradizioni, quella che ritengo più preparata a questo dialogo è il buddismo. Non ho nessuna adesione personale a questa religione, è solo un giudizio. Beninteso, anche il cristianesimo ha, alle sue spalle, una grande tradizione anche di dialogo con la scienza. Pensiamo all’evoluzione del protestantesimo durante la rivoluzione scientifica o allo spirito di libertà di Tommaso d’Aquino, un pensatore che molti “filosofi” cattolici mi pare non conoscano. Altrimenti si sarebbero guardati dal dire “l’embrione è uno di noi”. Ricordo un cattolico studioso di bioetica che diceva “l’embrione è uno di noi perché se viene perturbato, dà segno di reagire”. Ma, allora, anche un coccodrillo reagirebbe, e malamente, se qualcuno gli pestasse la coda. Dovremmo cercare di spostare il discorso su argomentazioni più serie e rigorose. Una società matura non deve aver paura di fondamentalisti che portino le proprie ragioni. Ma che queste ragioni ci siano e tutti abbiano la libertà di esaminarle. E confutarle. Questa era la tesi esposta da un certo signore in alcuni scritti sull’arte e la letteratura, nei quali difendeva il pluralismo come processo emancipativo dei lavoratori. Si chiamava Lev Davidovic Bronstein, in arte Trotsky.


“Liberazione” 23 febbraio 2006

Novembre 1917. Gorkij contro Lenin: “Infamano a sangue freddo la rivoluzione”

In occasione del centenario della Rivoluzione russa e in attesa che a Perugia si organizzi qualcosa credo utile postare, a memoria mia e di altri, nuovi materiali dal mio archivio di ritagli, eterogenei com'è consuetudine, ma utili a capire.
Qui riprendo un testo che Vittorio Strada tradusse e riprese per “la Repubblica” nel 1976, un articolo scritto da Maksim Gorkij e pubblicato originariamente sul giornale pietrogradese “Novaja Zhizn” (“Vita nuova”) il 10 novembre del 1917, subito dopo l'assalto al Palazzo d'Inverno e la presa del potere da parte dei bolscevichi. Nonostante le critiche di Gorkij a una presunta “soppressione della libertà di stampa” da parte di Lenin e Trotskij, il testo circolò abbastanza liberamente, come circolarono le critiche, sostanzialmente convergenti, di Plechanov e di molti altri esponenti della socialdemocrazia russa alla Rivoluzione d'Ottobre. In nome dell'“impreparazione” della Russia al socialismo, la scelta di Lenin viene giudicata una forzatura volontaristica imposta alle masse, una eredità deleteria dell'avventurismo anarchico e nichilista dei Bakunin e dei Neciaev e una premessa per gravissimi disastri futuri.
Gorkij, com'è noto, cambiò idea e s'inserì, dopo un'opposizione durata alcuni mesi, nel corso impresso alla rivoluzione da Lenin, accettando successivamente lo stalinismo. In questo blog è presente una pagina dal Viaggio sentimentale di Sklovskij fortemente critica verso il bolscevismo di Gorkij, cui egli rivolge con un tono lievemente più misurato esattamente le stesse accuse che costui faceva a Lenin. 
S.L.L.
Gorkij e Lenin in una rappresentazione agiografica d'epoca staliniana
Vladimir Lenin introduce in Russia il regime socialista col metodo di Neciaev: «a tutto vapore attraverso il pantano».
E Lenin e Trotskji e tutti gli altri che li accompagnano al disastro nella palude della realtà, devono essere convinti con Neciaev che «col diritto all’infamia ci si può facilissimamente trascinare dietro i russi», ed ecco che essi infamano a sangue freddo la rivoluzione, infamano la classe operaia, costringendola a organizzare sanguinosi macelli, istigandola a compiere violenze e ad arrestare persone di nulla colpevoli come A.V. Kartascev, M.V. Bernatskji, A.I. Konovalov e altri.
Costretto il proletariato ad acconsentire alla distruzione della libertà di stampa, Lenin e i suoi scherani hanno così legittimato per i nemici della democrazia il diritto di tappare ad essa la bocca; minacciando con la fame e le violenze tutti quelli che non sono d’accordo col dispotismo di Lenin-Trotskij, questi «capi» giustificano il dispotismo del potere contro il quale per un periodo tormentosamente lungo si sono battute tutte le forze migliori del paese.
L’«obbedienza degli scolaretti e degli stupidelli» che marciano dietro a Lenin e Trotskij, «ha raggiunto il massimo grado»; ingiuriando i loro capi alle spalle, ora allontanandosi da loro ora di nuovo a loro unendosi, gli scolaretti e gli stupidelli alla fin fine servono docilmente la volontà dei dogmatici ed eccitano sempre più nella massa più oscura dei soldati e degli operai speranze inattuabili di cuccagna.
I leninisti, che si credono i Napoleoni del socialismo, si agitano come dannati, completando la distruzione della Russia: il popolo russo pagherà tutto ciò con laghi di sangue.
Lenin, s’intende, è un uomo di una forza eccezionale; per venticinque anni egli è stato nelle prime file dei combattenti per il trionfi del socialismo ed è una delle figure di maggior peso e rilievo della socialdemocrazia internazionale; uomo d’ingegno, egli possiede tutte le qualità del «capo», compresa l’assenza di morale che è necessaria per questo ruolo e quell'atteggiamento spietato verso la vita delle masse popolari che è proprio del gran signore.
Lenin è un «capo» e un gran signore russo, non privo di certe qualità spirituali di questo ceto ormai scomparso, e perciò egli si ritiene in diritto di fare col popolo russo un esperimento feroce, in anticipo condannato all'insuccesso.
Estenuato e rovinato dalla guerra, il popolo ha già pagato questo esperimento con migliaia di vite e sarà costretto a pagare con decine di migliaia di altre vite, il che lo lascerà per lungo tempo decapitato.
Questa inevitabile tragedia non turba Lenin, schiavo del dogma, e i suoi scherani, suoi schiavi. La vita, in tutta la sua complessità, è ignota a Lenin, che non conosce la massa popolare, non è vissuto con essa, ma che — sui libri — ha imparato come si può far ribellare questa massa, come se ne scatenano nel modo più facile gli istinti. La classe operaia per Lenin è la stessa cosa che per i metallurgici il minerale. È possibile, in tutte le condizioni date, fondere con questo minerale lo stato socialista? A quanto pare è impossibile; ma perché non provare? Che cosa rischia Lenin se l’esperimento non riesce?
Egli lavora come un chimico in laboratorio, con la differenza che il chimico si serve della materia morta, ma il suo lavoro dà un risultato prezioso per la vita, mentre Lenin lavora su materiale vivo e porta a rovina la rivoluzione. Gli operai coscienti che seguono Lenin, devono capire che con la classe operaia russa si sta facendo un esperimento spietato, esperimento che annienterà le forze migliori degli operai e per lungo tempo arresterà il normale sviluppo della rivoluzione russa.


(trad. di Vittorio Strada) - “la Repubblica”, 6 novembre 1976

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