25.12.12

Il professore di economia che si fece dittatore. Il Portogallo di Salazar

La scheda che segue è ripresa dal quotidiano "il manifesto" del 25 giugno 2002, ove fu pubblicata con il titolo Salazar, storia di un regime. Ne è probabilmente autrice Laura Minervini che nella stessa pagina firma un articolo sui campi di concentramento nelle colonie portoghesi al tempo di Salazar. (S.L.L.)


Antonio de Oliveira Salazar
Nel 1910 una rivolta repubblicana pone fine alla monarchia in Portogallo. Sebbene a guidarla vi siano uomini politicamente preparati, la Prima Repubblica non è in grado di portare a termine il suo ambizioso programma di rinnovamento del paese: le costanti crisi economiche (aggravate dalla partecipazione alla I guerra mondiale) e l'instabilità politica la screditano agli occhi dell'opinione pubblica. Sono queste le premesse che determinano il successo del colpo di stato militare del 1926. Il problema più urgente è quello economico. A risolverlo viene chiamato nel 1928 un professore di economia dell'università di Coimbra, António de Oliveira Salazar. Ministro delle finanze per 5 anni, riesce a chiudere il bilancio addirittura in avanzo. Negli anni immediatamente successivi al ‘28 Salazar tesse abilmente i presupposti che gli permetteranno di arrivare a capo del governo nel 1933, appoggiato dai partiti conservatori, dalla chiesa e da un'opinione pubblica attratta da miraggi di stabilità e prosperità economica. Dotato ormai di pieni poteri Salazar pone le basi per lo «Stato Nuovo», autoritario, nazionalista e corporativo. La costituzione del ‘33 annulla le fondamentali libertà dell'individuo, i partiti e i sindacati di classe sono aboliti e passano a operare nella clandestinità. Dal 1935 unico partito legale è la «Unione Nazionale», capeggiata dallo stesso Salazar. Questa serie di misure antidemocratiche è garantita da una censura ferrea e da un'onnipresente polizia (la Pide), riorganizzata con l'aiuto di «esperti» in repressione tedeschi e italiani. Nuove leggi per l'occupazione e lo sfruttamento delle colonie in Africa rispondono alle spinte nazionalistiche. Gli anni ‘30 sono quelli di maggior consenso intorno al regime.
Con la fine della II guerra mondiale si apre una nuova fase per il salazarismo: la caduta del nazismo e del fascismo tolgono al regime ogni legittimazione internazionale. Per sopravvivere deve chiudersi in se stesso e porre il Portogallo in una posizione di isolamento rispetto alle nuove idee che allora circolavano in Europa. La censura e le misure repressive vengono accentuate. La propaganda insiste sulla grandezza del Portogallo, ormai unica nazione europea il cui possesso delle colonie non è messo in discussione.
Nel 1961 comincia la lotta per l'indipendenza nelle colonie (Angola, Mozambico, Guinea-Bissau). La guerra coloniale durerà a lungo e si tratta di un periodo molto difficile sul piano interno per il Portogallo. L'impegno in una guerra lontana e su vari fronti strema le finanze portoghesi; moltissimi giovani inviati a combattere in nome delle «provincie portoghesi in Africa» trovano la morte in una guerra di guerriglia e in climi tropicali e malarici a cui non sono abituati. Il consenso interno al regime vacilla. Nel 1968 muore Salazar e gli succede un professore di diritto da lui stesso designato, Marcelo Caetano, che si presenta come un modernizzatore, ma già il suo slogan «evoluzione nella continuità» la dice lunga sulle sue reali intenzioni. Intanto, sin dai primi anni di guerra coloniale, l'elite militare dei cosidetti «capitães» - gli ufficiali che effettivamente dirigevano le operazioni di guerra in Africa - si accorgono dell'impossibilità di vincere quella guerra, iniziano a riunirsi, a discutere sulla sua insensatezza e sul suo anacronismo. In Portogallo il dissenso cresce: le proteste sociali in tutto il paese sono sempre più frequenti, l'opposizione clandestina si fa più organizzata e combattiva. Per questo, quella che nasceva come una cospirazione da parte dell'esercito, si trasforma nella pacifica «rivoluzione dei garofani», a cui il popolo partecipa in massa, e il 25 aprile 1974 il regime fascista viene rovesciato. Pochi mesi dopo viene riconosciuta l'indipendenza a tutte le colonie.

La rivoluzione dei sentimenti. L'amor cortese e i trovatori (di Alfredo Giuliani)

Recensione di un'antologia al tempo ancora fresca di stampa, l'articolo che segue, del 1984, è una ricognizione ancora utile su un passaggio importante della storia culturale dell'Occidente medievale. (S.L.L.)
Ciò che noi chiamiamo erotismo si chiamò nel medioevo "amore cortese". Questa espressione, che suona come una formula di maniera, racchiude una fenomenologia assai complessa le cui origini sono rimaste misteriose. Verso la fine del secolo XI nel sud della Francia compare già matura la poesia dei trovatori e questa poesia propaga ben presto la dottrina dell' amore cortese nell'occidente neolatino. Per capire la portata di tale avvenimento, basterà riflettere un momento al giudizio di fondo che ne hanno dato più volte gli studiosi. Citerò in proposito le parole di D' Arco Silvio Avalle, che mi sembrano precise e ricche di suggestioni.
In un saggio di qualche anno fa (Ai luoghi di delizia pieni, Ricciardi), Avalle notava che l' enorme rivoluzione dei sentimenti introdotta dall' amore cortese, con epicentro la Francia del XII secolo, mise in moto una tendenza capitale della sensibilità moderna, "vale a dire il culto dell'amore in quanto prodotto ‘separato’ degli istinti"; nello stesso tempo, quel culto comportava anche la sublimazione dell' amore "nel senso di una ascesi fine a sé stessa". Nelle parole "culto" e "ascesi" non vanno accentuate e neppure ignorate le sfumature religiose. L'amore cortese è una religione laica, una dottrina letteraria e, al limite, ereticale.
Essa va travestita nei panni d'epoca; come il vassallo serve il suo signore, così il cavaliere cortese rende in umiltà il suo servizio d'amore alla nobilissima dama. Ma si tratta di un vassallaggio radicalmente ambiguo e non di rado malandrino. Può essere casta devozione, anelante sottomissione, un blandire la dama modulando con sofisticato strazio le proprie sofferenze; ma può anche essere, a volte nello stesso tempo, una galanteria del desiderio, un acceso parlare dei sensi, richiesta di godimento, adorazione del "fiore" segreto della dama, quando non si rovescia nel divertimento, nello scherzo, nel vanto libertino e parodistico.

Desiderio sessuale
In ogni caso, il gioco del poeta provenzale ha l'effetto di isolare dal contesto sociale e di porre al culmine dell' esperienza nientemeno che l' epifania del piacere. In ciò consiste la "rivoluzione". Secondo l' etica medievale, nel desiderio sessuale c' è sempre un che di colpevole; e assolutamente colpevoli sono le relazioni adulterine. Ora, l' impresa suprema dei poeti provenzali fu proprio di coltivare il desiderio, di éterniser le désir (è la tesi di Renè Nelli sostenuta in un libro famoso, L'érotique des troubadours). Ma non si può eternare il desiderio cantando strofe per una consorte legittima. I matrimoni sono in genere affari di convenienza e l' amore non c'entra. La religione dell'amore cortese esige rigorosamente l'adulterio, con tutti gli ostacoli, i pericoli, le nostalgie, i segreti, le maldicenze, e così via, che esso comporta. Perciò l'amor fino, la fin'amor dei provenzali, si inscrive in un sistema di vincoli, tensioni, trasgressioni che ne garantiscono una elaborazione squisita. Si tratta dunque di un'etica opposta a quella ufficiale su cui vigilava la Chiesa; ma la cosa più singolare è che la nuova etica dell'amore cortese ebbe sostanzialmente una funzione estetica, fu tutt'uno con la nuova poesia.
Siccome l' aspettavo da molti anni, saluto qui con gioia il primo volume di una bella antologia curata da Giuseppe E. Sansone, La poesia dell' antica Provenza (Guanda, pagg. 324, lire 28.000). Ecco un filologo romanzo (Sansone insegna all' Università di Roma) che è anche un sottile intenditore di metrica e autore di nitide poesie. Con queste credenziali sembra essergli riuscita abbastanza agevolmente un'impresa non priva di insidie. La sua antologia può goderla anche il lettore che conosce poco o non conosce affatto l'antico provenzale. A fronte dei testi originali, Sansone gli offre una piacevole traduzione in versi il più possibile fedele, attenta a restituire un equivalente ritmico regolato sulle nostre misure metriche; dove ciò avrebbe comportato una forzatura il traduttore rinuncia alla regolarità del verso per badare, come dichiara egli stesso, alla "circolarità melodica della strofa".

Cavalieri senza terra
Per capire queste poesie bisogna spesso giovarsi di note esplicative; e le note poste in calce ai testi sono qui essenziali e suscitano ovviamente l'attenzione verso l'originale. Anzi, direi di più: suscitano la gustosa percezione dei valori semantici e musicali dell'antico provenzale. La lingua d'oc affascina per il colore dei suoni, brevi e aspri o rotondi e dolci; e Sansone ha la delicatezza di inserire in una nota che segue l'introduzione un utilissimo compendio di norme di lettura e indicazioni sull'accento delle parole, nozioni che non si trovano mai in questo genere di libri e che sono di grande aiuto per il lettore dilettante. Insomma, l'antologia è anche un accattivante strumento didattico.
Delle tante questioni toccate nell' introduzione conviene sottolinearne una. La poesia dei trovatori prosperò per quasi due secoli come movimento letterario e come ideologia apportando nel rigido mondo dell'assetto feudale una "grande novità di carattere sociale". Se il primo trovatore documentato fu il nobilissimo Guglielmo, IX duca d'Aquitania, e altri tra i più famosi furono ugualmente nobili, per esempio Jaufre Rudel, Raimbaut d' Aurenga, Bertran de Born, molti poeti appartennero agli strati degli artigiani e dei mercanti, alcuni, come Marcabru e Bernart de Ventadorn, ebbero origini ancora più umili; e vi fu chi visse da giullare, esercitando cioè una professione che in genere abilitava alla sola esecuzione di opere altrui. Chi aveva l'ingegno di partecipare al movimento entrava in una élite avvalorata dall' arte poetica, non dalla nascita e dal censo.
Qualche studioso ha voluto vedere nell'ideologia della fin'amor una specie di contentino fornito dall'aristocrazia ai nobili inferiori, cavalieri senza terra, paggi, scudieri, tutta gente sospesa in uno stato perenne di insoddisfazione e destinata ad agognare invano ricchezza, possessi, inserimento stabile nella società cortese. Questa poesia del desiderio, anzi del desiderio desiderante, sarebbe stata fatta non da loro, ma per loro. L'amore cortese sarebbe dunque la grande metafora di un'impossibile integrazione sociale... Sansone non accenna a questo argomento, forse ipotesi triviale, e insiste invece sulla "conoscenza d' Amore", che è propriamente il patrimonio culturale dei trovatori e il loro dominio di intellettuali.
Vorrei dare ora qualche saggio delle traduzioni. Cominciamo con le due strofe centrali di una celebre canzone di Guglielmo d' Aquitania (Ab la dolchor del temps novel): "Si porta il nostro amore alla maniera / in cui si porta il fior di biancospino, / che avvinto all'albero tutta la notte / tremando resta nella pioggia e al gelo / fino al domani quando il sol s'effonde / sul ramoscello tra il verde fogliame. // Io mi ricordo ancora d'un mattino, / quando mettemmo fine al nostro scontro / e lei mi dette un dono così grande: / l'amore pieno insieme con l'anello. / Iddio mi lasci vivere ancor tanto / ch'abbia le mani sotto il suo mantello!" Lo stesso agio di endecasillabi in questa strofa di Jaufre Rudel, magnificamente ritratto nel quinto verso: "Allor che i giorni sono lunghi in maggio / amo d'uccelli il dolce canto, lontano, / e quando poi di là io me ne vado / mi risovvengo d' un amor lontano. / Di desiderio vado curvo e mesto, / tanto che canto o fior di biancospino / non m'è più grato del gelato inverno".
Finché il movimento ebbe vitalità, i trovatori provenzali furono fedeli al loro nome (trovatore è colui che trova nuove espressioni poetiche) e innovarono stile e contenuti. Uno dei poeti più antichi, Marcabru, andò subito controcorrente ringhiando alle facili galanterie. Nella famosa pastorella c' è il signore che cerca di sedurre la villana e riceve da costei una durissima lezione; non posso citarne che una strofa. Il signore s'è protestato mellifluamente desideroso di fare compagnia alla povera pastorella tutta sola col suo gregge; e lei di rimando: "Messere, diss'ella, chiunque mi sia, / ben riconosco il senno e la follia. / Il vostro accompagnar da pari, / signore, mi disse la villana, / dove s'addice che là se ne stia, / perché c'è gente che crede d'avere / la signoria, ed è soltanto vana".

Teste mozzate
Pochi versi del grande Bernart de Ventadorn: "Nel dar piacere e nel desiderare/ consta l'amor di due perfetti amanti. / Se non è pari la lor volontà, / a essi nulla può dare vantaggio". Come si vede, difficili equilibri raggiunti ricorrendo a due troncamenti (amor, lor) che in un contesto moderno sarebbero stonati, ma qui, nel piano andare del soave Bernart, suonano più che accettabili. E Sansone riesce a rendere con grande efficacia anche un poeta concettoso come Peire d'Alvernha. M'è parso, invece, che le regole metriche che egli s'è imposto di rispettare abbiano sacrificato a volte la chiarezza e la pregnanza del senso nella resa della sestina di Arnaut Daniel, Lo ferm voler qu' el cor m' intra, che del resto è un componimento di frigida bravura. E altrettanto direi della bella canzone Er resplan la flors enversa (Ora risplende il fiore inverso) di Raimbaut d'Aurenga, tanto simile a una sestina, che in due o tre punti suona più chiusa e irta dell'originale.
Ma questi piccoli nei trovano compenso nelle tante buone riuscite del libro, il quale termina, e non si poteva far meglio, con le splendide versioni dello spavaldo Bertran de Born, originale nelle canzoni d'amore, e davvero unico tra i trovatori per la gioiosa esaltazione delle armi: "e dentro il cuore mi dà diletto / i forti castelli vedere assediati / e le muraglie a pezzi sfondate, / e sulla riva vedere l' armata / da ogni parte di fossati cinta / con palizzate a forti tronchi fitti. / ... / E quando sarà nella zuffa entrato, / qualsiasi uomo che nobile sia / che braccia e teste pensi a mozzare, / ché meglio è morte di vivere vinto".
Bertran de Born passò gli ultimi venti anni della sua lunga vita come frate cistercense, senza scrivere poesie e presumibilmente disarmato. Questi uomini cortesi medievali erano gente dal forte sentire e passavano con fede da una religione all' altra.

“La Repubblica”, 31 agosto 1984

La poesia del lunedì. Vivien Lamarque

Più di tutto difficile era quando sui letti le notti calavano e le carezze si mettevano in cammino.


Al termine della strada non trovavano esse lì il signore accarezzabile per cui la partenza aveva avuto luogo.


Sbigottite lo cercavano lo cercavano ma il signore all'arrivo non c'era.

(scelta lunedì 24 dicembre 2012 e postata nella notte di Natale per motivi tecnici)

24.12.12

Cena della vigilia. Il palombo in gratin di Ada Boni

Ada Giaquinto Boni, alto borghese (abitava nel palazzo Odescalchi, a Roma), nipote del grande cuoco Adolfo Giaquinto, più gastronoma che cuoca, scrisse uno dei più famosi libri di cucina del Novecento, Il talismano della Felicità, ove con mitezza da scrittrice inframmezzava alle ricette brevi aneddoti e storie di vita. 
Diresse a lungo “Preziosa”, un mensile femminile diretto a un pubblico medio-alto (“quelle che avevano la cameriera, ma non potevano permettersi la cuoca”). Quando, nel 1959, la rivista cessò le pubblicazioni, Ada Boni tenne per alcuni anni una rubrica, Il talismano di Arianna, su un rotocalco settimanale, appunto “Arianna”, onde ho tratto l’elogio del gratin che qui si legge e una delle ricette che compongono il Talismano di quel numero (forse dicembre 1965), intitolato I gratins piatti dell’inverno
La ricetta è quella assai semplice ed economica del palombo gratinato, che potrebbe essere un’idea per chi non abbia ancora interamente organizzato il menù per la cena di magro del Natale. (S.L.L.)
Elogio del gratin
Sarebbero tanto famosi, se venissero designati con il nome italiano? Forse  no: così, con quell'accento di sapore esotico, hanno un fascino particolare, evocano dinanzi ai nostri occhi visioni pantagrueliche. Eppure, ad analizzarlo bene, il gratin non è che un semplice modo di preparare il pesce, la carne, gli ortaggi insaporendoli con olio o burro e cospargendoli di pangrattato (in qualche caso di parmigiano grattugiato). Ma se includete un gratin in un menù, tutti i commensali gli faranno festa: bisogna ammettere che quella ghiotta crosticina dorata è veramente una grande e geniale trovata. Sono molte le ragioni pratiche che rendono il gratin un piatto prediletto anche alle cuoche: è relativamente facile da preparare; dà sempre una buona riuscita; è possibile prepararlo in anticipo; lo si può realizzare con vivande avanzate, dando loro un aspetto così diverso da renderne quasi impossibile il riconoscimento; è economico, anche se dovete ricorrere a vivande nuove.
Palombo gratinato
Per sei persone: 800 grammi di pesce palombo, pangrattato, un bicchiere d'olio, limone, sale, pepe, prezzemolo.
Ritagliate il pesce in fette regolari, alle quali toglierete la pelle. Dopo aver lavato ed asciugato le fette di palombo, passatele nel pangrattato e disponetele in un solo strato in una larga teglia nella quale avrete versato cucchiaiate d'olio. Condite il pesce con un pizzico di sale, circa un quarto di bicchiere d'olio e mettete la teglia in forno regolare per circa mezz'ora. Trascorso questo tempo, le fette di pesce saranno cotte, toglietele allora dalla teglia, spruzzatele con il sugo del limone e guarnitele con qualche cucchiaiata di prezzemolo trito.

Cucinare con gli avanzi. Il manzo lesso al modo di Francia.

Tra gli avanzi delle feste natalizie è possibile che ci sia, a seconda delle tradizioni regionali e familiari, del manzo lesso. Un recupero può essere quello che si usa in varie regioni di Francia, ove il bollito viene rosolato in burro o in olio, ma rigorosamente senza pomodoro, come invece accade molto spesso nel nostro bollito ripassato in padella.
La variante più semplice è alla lionese, in cui si fa a pezzi, piuttosto piccoli, il bollito, si taglia in quarti nel senso della lunghezza una quantità uguale di cipolle ben sane e si fa friggere al burro o all'olio, secondo il gusto. Al momento di servire – caldo o anche intiepidito - si mette un pizzico di prezzemolo tritato ed un poco di aceto. Il bollito deve essere ben rosolato e la cipolla ben cotta, senza essere bruciata e bisogna tenere il tutto un po' grasso.
Nella preparazione alla bretone, tolti dal fuoco i pezzi di manzo ben soffritti, si aggiungono alle cipolle nel padellone dei fagioli bianchi (già cotti e sgocciolati) in quantità adeguata, che si distribuiranno sopra il lesso rosolato nel piatto di portata.
Si parla di manicaretto alla  Luigi XVI quando al bollito alla lionese si aggiunge una salsa ben densa, con cui servire la carne. La si ottiene facendola rosolare un cucchiaio di farina nel fondo di cottura, bagnandola con il brodo, aggiungendo un po' di spezie e cuocendo rapidamente.
Un procedimento simile si riscontra nella variante alla borgognona, ove si aggiungono alcuni piccoli dadi di pancetta e alcuni funghi tagliati. La salsa, piuttosto ristretta, la si ottiene con un bicchiere di vino rosso.
Buon appetito.

23.12.12

Il giornalino non fa piangere. Giorgio Manganelli legge "Gian Burrasca".

L'articolo che segue è tratto dal "Corriere della sera". Sul ritaglio da cui l'ho copiato non c'è alcuna indicazione di data. Più di un indizio indica il 1978 come l'anno più probabile. Ignoro se questa acuta e personalissima lettura sia poi entrata in qualche volume del grande Manganelli. (S.L.L.)
Tra le varie deformità della mia infanzia, debbo denunciare anche questa: di non avere mai letto Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba. Questa carenza, pari ad un intero alfabeto di vitamine, mi ha escluso ed esclude da ammicchi, allusioni, citazioni abbreviate — Viva la pappa col pomodoro! — con cui miei coetanei e anche più giovani istituiscono una sorta di solidarietà, di parentela fetale. L'ho letto ora, in una edizione, nella BUR (ed. Rizzoli, pag. 360, lire 1.700), implicitamente destinata alla rilettura per coloro che hanno avuto una infanzia corredata di Gian Burrasca. E' un testo, che è sempre cosa diversa da quei badiali libri per bambini che erano cose da leggere, non libri : ma un testo amichevole, reso tale da una prefazione di uno spirito bizzarro, quel Giampaolo Barosso che compilò un Dizionarietto della lingua italiana di lusso, e dalle ottime note di Ettore Barelli: incidentalmente, due cognomi che moralmente dovrebbero far parte del Giornalino, ed uno, il Barosso, quasi ci riesce, fa proprio ‘palo’ a porta vuota: cosa  da disperarsi.
Dopo aver letto e riletto, da brizzolato post-romantico, il Giornalino, credo di aver capito perché mai io non lo abbia letto all'età cui spettava di diritto. Il Giornalino di Gian Burrasca non fa piangere. I libri che frequentavo e amavo erano libri notevoli per l'alto tasso di strazio, ambascia e desolazione che comunicavano. Non stiamo neanche a parlare di Cuore, libro che ho consumato di singulti; penso anche a certe storie educative e rovinose, alla Capanna dello zio Tom, pieno di malvagità e bontà sventurate, penso a Senza famiglia, ad una storia che mi faceva da Vangelo, con dentro un bambino povero, abbandonato, affamato, inseguito dai cani, solo, deriso, paziente, stracciato, con le piaghe ai piedi, buono, sul quale, quando non nevicava, pioveva sempre. Ricordo, con un lieve raccapriccio, una storia — mi pare fosse della Baccini — nella quale un pollo dichiarava che non v'era destino più nobile che finire in una pentola e fare un buon brodo per assistere una convalescenza.
Gian Burrasca, deplorevolmente, non fa mai piangere: non mi stupisce che venisse  considerato  «scarsamente educativo». Ci sono due ciechi, ma sono dei mendicanti imbroglioni, e c'è un ragazzo storpio, messo lì per farsi beffe di Cuore. Non solo Gian Burrasca è divertente e di una amabile, pulita leggerezza di modi, ma accoglie un rudimento di descrizione del mondo, che è maliziosa, furba e dispettosa.
C'è una dichiarazione di principio che vai la pena di riferire: « In generale accade questo: che i grandi insegnano ai piccini una quantità di cose belle e buone... ma guai se uno dei loro ottimi insegnamenti, nel momento di metterli in pratica, urta i loro nervi, o i loro calcoli, o i loro interessi!». Gian Burrasca ha le sue idee sui grandi, e sui modi da tenere per diventare tali. Si diventa grandi imparando a mentire, a dire una cosa e farne un'altra, e soprattutto imbruttendo. La condizione infantile è una sorta di culmine, di condizione perfetta nella quale la fantasia si allea alla schiettezza.
Gian Burrasca è terribile non solo perché rappresenta il momento libero, avventuroso, della vita, il momento in cui tutto è trasformabile — come l'agnello, il porco, e l'asino che diventano tigre, coccodrillo, leone — ma anche perché è sincero e prende alla lettera il parlar bifido degli adulti. Il bambino conduce a rovina i piani dei grandi perché ignora la ridicola e tragica scissione del vivere sociale.
Agli occhi di Gian Burrasca gli adulti sono anche buffi, la loro potenza si unisce ad una grottesca ignoranza e paura del reale, che il bambino fantastico conosce dall'interno. Uno scambio di occhiali fa loro credere di essere in punto di morte, una « anguilla innocente » li fa svenire, infine credono negli spiriti, li sospettano nascosti in una pianta  di dittamo.
Gian Burrasca sfiora tutti i momenti dell'esistenza adulta: è coinvolto in matrimoni, nella vita politica (« mi pare che avere un deputato in famiglia sia una cosa utile e da averci delle soddisfazioni») la morte, l'eredità, l'aldilà: e in ogni casa l'infante terribile rappresenta insieme l'invenzione e il senso ilare della realtà. Deploro di non averlo letto nella mia archiviata infanzia: chissà, forse il Circolo Pickwick l'avrei scritto io.

Milano anni 60. Le rose rosse della mafia (di Maurizio Maggiani)

Sul “Secolo XIX” il 14 ottobre di questo 2012 c’era un polemico articolo di Maurizio Maggiani dal titolo assai esplicito Mentre la mafia regna, ci si occupa di scippi.
L’articolo, assolutamente condivisibile, ricorda come una certa “cultura” nordista continua a non voler vedere la presenza minacciosa e pervasiva delle mafie nelle regioni del Nord: è quella stessa che ha enfatizzato i temi della “sicurezza”, chiedendo poliziotti dappertutto, telecamere, ronde.
Maggiani, di fronte allo stupore che accompagna le inchieste della magistratura o quelle giornalistiche di Saviano scrive indignato:
“Il sistema, l’apparato dei grandi media popolari e gli uomini che hanno governato e ancora governano il sistema, non si vergognano di palesare stupore e indignazione? Nell’ultimo decennio hanno insieme orientato e governato la sensibilità della pubblica opinione perché fosse costantemente all’erta, vivesse piegata nella paura, terrorizzata dal pericolo. Abbiamo avuto un “ministero della paura” che ha sostituito quello degli Interni, e l’apparato mediatico ne è stato il diligente ed efficacissimo megafono… Un popolo terrorizzato fino alla paranoia – comunque e nonostante chi ci osserva ci dica che riguardo ai delitti che ci ossessionano, l’Italia sta assai meglio di molte nazioni europee - ha lasciato che si trasformasse davvero il Paese in una favela, ma di tutt’altra suburra, pervasa di ben altri delitti”.
Sulla natura di questi “ben altri delitti” Maggiani non mostra dubbi:
“Da cosa e da chi è minacciata la santa pace dei bravi cittadini? Forse dai corrotti che hanno fatto sterco della Repubblica? Forse dagli acquirenti di voti mafiosi? Forse dai maiali che hanno grufolato nel bene pubblico? Quando mai, quando mai uno dei loro rivoltanti delitti è stato compreso nei reati “di grave allarme sociale”? Quando mai la comunità è stata messa in allarme per la disgregazione del sistema democratico, per l’avvelenamento di quello economico, per il mercimonio simoniaco del bene collettivo?”.
L’articolo non mi pare solo condivisibile, ma assolutamente encomiabile, perché accanto a Saviano ricorda i giornalisti che per primi si occuparono di infiltrazioni mafiose al Nord, a Milano in particolare, uno addirittura 60 anni fa, Giancarlo Fusco. Credo che nell’articolo ci sia una marginale imprecisione: a chiamare al “Giorno” il geniale giornalista di origine ligure penso che non sia stato Italo Pietra, ma il primo direttore del quotidiano milanese, il “famigerato” Gaetano Baldacci. Fu invece certamente Pietra a dare a Fusco l’incarico di cui Maggiani scrive nel brano del suo articolo che qui riporto. (S.L.L.)
Milano. La sede dei mercati generali tra gli anni 50 e 60
Il troppo e troppo stupidamente dimenticato Gian Carlo Fusco, fulgido esempio di uomo di cultura e pugilato, rarissimo esemplare di spezzino che abbia messo il naso fuori dal Golfo senza rimanerne segnato dallo sconforto e dalla depressione, fu chiamato a Milano da Italo Pietra.
Il leggendario direttore del “Giorno” lo chiamò per far valere il suo temperamento di pugile, il suo sguardo acuto e la sua bella scrittura come giornalista di inchiesta. Si era all’inizio degli anni ’60, nel cuore del boom economico e di Milano capitale morale, la città era il punto di incontro delle esperienze culturali e artistiche più avanzate d’Europa e incubatrice delle politiche progressiste del Paese.
Eppure, eppure… Gatta ci covava, e Fusco fu incaricato di un’inchiesta ai mercati generali, tanto per cominciare, dove forte era il sospetto che qualcosa non andasse. Uscì un suo memorabile reportage che raccontava con vividi dettagli le infiltrazioni mafiose nella rete di distribuzione all’ingrosso e al dettaglio.
Il giorno dopo la pubblicazione, di prima mattina, si presentò alla porta della stanza d’albergo dove Fusco alloggiava una bella bambina dai ricci neri che gli offrì una rosa rossa. A quel tempo non si usava la protezione e la scorta per i giornalisti e lo stesso giorno Italo Pietra ficcò Fusco sul rapido per Roma, città da dove cominciò daccapo il suo lavoro di giornalismo. Il dono di una rosa rossa era all’epoca cavalleresca della mafia il pronunciamento di una condanna a morte...

Anni 40. Quando Giancarlo Fusco militava nel Pci (di Marco Ciriello)

I suoi comizi – apprezzati anche da Togliatti – erano singolarissimi, interagiva con “il popolo”. In una piazza, un compagno gli grida: «si vede che sei figlio di signori», e lui ribatte: «forse lo sei anche tu, solo che mamma non te l’ha detto».

D'Annunzio. L'orbo veggente della Rinascente (di Giancarlo Fusco)

Un Fusco d’annata. Dal “Giorno”. Quale annata non saprei dire. Nel ritaglio non c’è indicazione, ma deve trattarsi – anno più anno meno – di mezzo secolo fa, quando c’era ancora Lascia o Raddoppia?. (S.L.L.)
D'Annunzio aviatore
Ariel armato, Artiere di tutte le arti, Filibustiere del Quarnaro, Orbo veggente, Vendicatore di Oberdan, Vindice di Lissa, Intrepido condottiero degli Uscocchi, Venturiero senza ventura, Beffatore in terra in cielo e sul mare, Imaginifico, Giustiziere a ferrofreddo, Messaggero di vita e di morte, Artefice insonne, Principe di Montenevoso, Il Comandante tout-court. Ma era sempre lui, Gabriele D'Annunzio. L'insuperabile trasformista, ch'ebbe un nome, arcano, sonoro, abbagliante, per ognuna delle sue tante metamorfosi. Poeta, romanziere, giornalista, drammaturgo, «bianco lanciere di Novara, aviatore, siluratore, legionario, deputato (di sinistra a destra, di destra a sinistra) dittatore, esule, sindacalista e perfino francescano di lusso.
A tempo perso, in margine alle sue fatiche letterarie, militari e politiche, fu anche il primo, pagatissimo market-promoting del nostro paese. Infatti, fra un'ode e una lauda, una favilla e un cartiglio, contribuì alla fortuna di molte imprese industriali e commerciali, battezzando prodotti e Ideando slogan. La penna stilografica Aurora gli deve il suo nome. «A dir le mie virtù basta un sorriso», motto del Gengival, dentifricio della borghesia giolittiana, è farina del suo inesauribile sacco. Fu lui, che suggerì al fratelli Bocconi di chiamare La Rinascente i loro grandi magazzini, ricostruiti, accanto al Duomo di Milano, dopo un disastroso incendio. Ebbe un estro particolarmente felice nel battezzare i liquori: Aurum, Prunella, Cerasella, San Silvestro. Quando poteva, associava il prodotto a una raffinatezza culturale. Allorché le distillerie Luxardo, di Zara, gli chiesero di trovare un nome suggestivo per il loro cherry-brandy, si ricordò che la Dalmazia, cinque o sei secoli dopo Cristo, era abitata dal Morlacchi. E sulle mensole del bar fecero la loro apparizione, di un bel rosso rubino, le bottiglie di Sangue Morlacco. Quindi, oltre a tutto quello che riuscì a essere, come «vate, soldato e grande amatore» (pappone, all'occorrenza) D'Annunzio fu anche un Inimitabile creatore di marchi di fabbrica ed etichette.
Dopo un buon trentennio di quarantena, Gabriele sta avendo il suo revival. E perfino alcuni autorevoli esponenti di quella intellighentia che, nell'immediato dopoguerra, lo mise praticamente al bando, come «demiurgo- culturale del fascismo, lo stanno rivisitando. E potremmo, perciò, ritrovarci fra i coglioni il dannunzianesimo. Con tutto il suo bricche-bracche di estetismi, spiritismi, misticismi, vaniloqui celebrativi, belle morti, olocausti e analoghe belinate. E questo proprio nel momento in cui gli italiani debbono, più che mai, tenere i piedi per terra. Speriamo che il nostro sia un timore infondato. Ma, intanto, la signora Maria Danese, che partecipa a Lascia o raddoppia? rispondendo sulla vita e le opere di D'Annunzio, sostiene d'essere veggente e «medium». Maledizione!

La Principessa di Clèves (di Benedetta Craveri)

Questa nota critica è un ampio stralcio dalla recensione per una riedizione italiana del celebre romanzo secentesco. (S.L.L.)

«Domando se una Donna virtuosa, la quale nutre tutta la stima possibile per un Marito quanto mai degno, ma è al tempo stesso combattuta da una violenta passione, che cerca in tutu i modi di soffocare, per un Amante... fa meglio a confidare questa sua passione al marito o a tacerla esponendosi a battaglie continue...».
Questo quesito che, nell'aprile del 1678, il supplemento del giornale parigino il Mercure Galant rivolgeva ai suoi lettori, sottoponeva al giudizio del vasto pubblico la querelle apertasi con la pubblicazione della Princesse de Clèves, apparsa anonima appena un mese prima e già oggetto della curiosità generale.
Non stupisce che molti lettori potessero giudicare scandalosa o quantomeno «stravagante» la soluzione data al dilemma, così efficacemente sintetizzato dal Mercure, dall'eroina del capolavoro di Madame de La Fayette. Scegliendo la strada della confidenza e della verità, la principessa di Clèves non solo uccideva un marito che non resisteva al dolore di non essere amato, ma attentava alle fondamenta stesse dell'istituto familiare.
Nella concezione aristocratica dell'Ancien Régime, il matrimonio si ispirava infatti a valori eminentemente sociali e mondani, rappresentava il frutto di una politica patrimoniale e di una complessa strategia di alleanze familiari ed era garantito dalla reciprocità degli interessi e da un preciso codice di comportamento. Tutto ciò non implicava necessariamente la negazione della sfera affettiva, ma non ne faceva un elemento qualificante dell'istituto coniugale. La confessione della principessa esponeva cosi sconsideratamente il matrimonio alla precarietà di un arbitrio personale, di una crisi soggettiva, riducendolo alla stregua di una semplice vicenda sentimentale. Ma la . Princesse de Clèves non si limitava a contravvenire alla norma sociale, metteva in discussione un'antica convenzione letteraria e gettava le fondamenta del romanzo moderno.
Voltando le spalle a una tradizione narrativa che risaliva alla cultura trobadorica, Madame de La Fayette esiliava l'amore dalle libere regioni fantastiche su cui aveva esercitato fino ad allora un incontrastato dominio, per confrontarlo con la difficile realtà contemporanea e costringerlo entro le mura disadorne della coscienza individuale. Per operare questa metamorfosi la scrittrice non aveva esitato a contaminare il romanzo, a renderlo partecipe delle altre esperienze artistiche del Grand-Siècle, a orientarlo verso quella scienza delle passioni e del cuore umano su cui tragici e moralisti avevano già costruito i loro capolavori. Non è un caso che Madame de La Fayette suggerisse una lettura della sua opera in chiave memorialistica, ed è indubbio che l'orgogliosa consapevolezza dell'eccezionalità della condotta adottata conferisca alla principessa di Clèves l'aura di un'eroina corneilliana.
Nel romanzo di Madame del La Fayette la comparsa dell'amore dà l'avvio a un duplice processo conoscitivo: permette al lettore di cogliere man mano, al di là dello stereotipo convenzionale basato sulla bellezza, la virtù, la nobiltà, il profilarsi della singolare personalità della principessa di Clèves, e svela contemporaneamente l'eroina della storia a se stessa, rendendola poco a poco arbitra della propria vita. Al termine di questa quète che, com'è stato osservato, segna per lei il passaggio dal silenzio alla parola, dall'apparire all'essere, la principessa di Clevès non rinunzia alla propria autonomia interiore e, sebbene libera di sposare l'uomo che ama, gli preferisce la solitudine e la pace.
Se la critica seicentesca aveva fissato l'attenzione sul problema dell'aveu (e, nel De l'Amour, Stendhal riprendeva la polemica sentenziando: «La principessa di Clèves non doveva dire niente al marito e darsi a Monsieur de Nemours»), la critica moderna si è soprattutto interrogata sul significato della retraite di Madame de Clèves e sulla sua aspirazione al repos. La decisione finale della principessa è stata di volta in volta interpretata come rifiuto della realtà, rinunzia alla vita, volontà di suicidio, paura della felicità, adesione orgogliosa a un modello eroico di virtù, scelta della libertà. In uno studio di qualche anno fa (La principessa giansenista, Bulzoni, 1981) Gabriella Violato, esaminate le molte ipotesi avanzate dalla critica, suggeriva di leggere la rinunzia della principessa di Clèves alla luce della cultura giansenista, a cui Madame de La Fayette si era andata progressivamente avvicinando nell'ultimo periodo della sua vita. In quest'ottica, la retraite, il repos, «ciò che era [parso] soluzione di fuga, paura di rimettere in discussione in un confronto con il mondo i valori acquisiti, diventa scelta contro ili mondo, dopo averne sperimentato fino in fondo l’insufficienza e il carattere limitato».

Tuttolibri de “La Stampa”, 15 marzo 1986

22.12.12

"La scopata". Un progetto irrealizzato di Cesare Zavattini

Cesare Zavattini è soprattutto noto come soggettista e sceneggiatore cinematografico: tra i cento e più film cui mise mano si annoverano i capolavori neorealistici di De Sica Sciuscià, Ladri di Biciclette, Umberto D., Miracolo a Milano. 
Egli fu, in realtà, un intellettuale poliedrico di genio: poeta, narratore, umorista, pittore e tante altre cose ancora. Nel 1976 ebbe un momento di grazia: mostre in Spagna e in Messico e ben tre libri per diversi editori, Einaudi, Bompiani ed Editori Riuniti. Risale a quell’anno l’intervista a Gigliola Jannini da cui riprendo il frammento relativo a un curioso progetto cinematografico. 
Non mi risulta che sia stato mai realizzato e credo anche di indovinare il perché. (S.L.L)
Cesare Zavattini
D. In questo momento di intensa attività letteraria, come sono i suoi rapporti personali con il cinema?
R. Aperti ! Poco tempo fa mi ha telefonato un noto giovane regista domandandomi l'idea per un film, e gliel'ho data con un bel titolo: La scopata. Si tratterà di un film economico. Una camera da letto, un marito e una moglie del tipo giudicato comune. E una vera e propria analisi dell'atto più naturale, più bello e sconosciuto, smontato e scandito in ogni suo momento, interdisciplinarmente. Non sarà un film breve. E ci vorranno due o tre macchine da presa. Più un microscopio. Ma ogni mezzo tecnico, come ho sempre ambito, sarà mischiato così come il contenuto stesso del film, che passa da momenti pubblici a momenti segreti, dal monologo al dialogo. E mi caverò anche la voglia di essere speaker di un così sublime avvenimento.

D. Il soggetto non dà molto spazio alla fantasia. Lei che sa maneggiarla così bene ci rinuncia?
R. Mi fa tornare in mente quei personaggi del regime che erano contrari al film-inchiesta accusandolo di mortificare la fantasia. Tutto quello che non si conosce è una miniera di fantasia. Quello che si fa finta di conoscere è una fantasia talmente tautologica da poter essere perfino sovvenzionata dal ministero per il Turismo e Spettacolo.

Parlano tanto di me!
Conversazione con Cesare Zavattini a cura di Gigliola Jannini
"Panorama", 26 ottobre 1976

Ragazze e cocaina per il successo in società: il progetto di Tarantini.

Tarantini
Io ho voluto conoscere il presidente Berlusconi ed a tal fine mi sono sottoposto a spese notevoli per entrare in confidenza con lui e sapendo del suo interesse verso il genere femminile non ho fatto altro che accompagnare da lui ragazze che presentavo come mie amiche tacendogli che a volte le retribuivo.
Gli ho solo chiesto di presentarmi il responsabile della Protezione Civile, il dottor Guido Bertolaso, in quanto volevo che Enrico Intini mio amico con il quale avevo stipulato un contratto di collaborazione, potesse esporre allo stesso Bertolaso le competenze del suo gruppo industriale nella prospettiva di poter lavorare con la Protezione Civile.
Una sera il presidente Berlusconi mi presentò Guido Bertolaso con il quale in seguito mi sono incontrato unitamente ad Enrico Intini. Bertolaso ci inviò a Finmeccanica ma poi, dopo i primi incontri con tale dottor Lunanuova, non è successo più nulla. Voglio infine precisare che il ricorso alle prostitute ed alla cocaina si inserisce in un mio progetto teso a realizzare una rete di connivenze nel settore della Pubblica amministrazione perché ho pensato in questi anni che le ragazze e la cocaina fossero una chiave di accesso per il successo nella società.

Da un verbale di interrogatorio all’imprenditore Giampaolo Tarantini
"Corriere della sera", 9 settembre 2009

Il compagno più amato. Craxi racconta Pertini


Un'immagine giovanile di Sandro Pertini
Compagne, compagni, sono certo di interpretare il sentimento di tutti voi, inviando il più affettuoso saluto ed augurio al compagno che più di tutti amiamo: Sandro Pertini. Egli è per noi esempio della nostra storia, della nostra fede, del nostro senso di giustizia, del nostro amore per la libertà. 
Nelle pagine della sua vita si può ritrovare tanta parte delle lotte, dei sacrifici, delle conquiste del movimento socialista lungo la storia di quasi un secolo. Quando la sezione di Parigi del Partito Socialista, iniziando il tesseramento del 1931 inviò a Turati la tessera n.1 offrendogliela «quale segno di grande affetto e di altissima considerazione», Turati ringraziò ma aggiunse: «A me il n.1 non spetta che come anzianità. Mi permetta di cederla ad un assente che dovrebbe essere presente: ad Alessandro Pertini. Lo avrei come un favore». Pertini era in carcere già da alcuni anni, dall'esilio era ritornato in Italia per svolgere, nel massimo pericolo, la sua azione per la libertà. Anche la tessera n.1 del 1987 spetta al compagno Pertini. Non dimenticato Presidente della Repubblica, sempre presente nel cuore degli italiani ai quali col suo esempio ha indicato che voglia dire amor patrio, senso di giustizia, spirito di indipendenza.

dalla Relazione del Segretario del Partito, Bettino Craxi, al 44° Congresso del Psi

Le immagini del reo. Pena e processo secondo Foucault (Clara Gallini)

Riferiamoci a un libro fondamentale, Sorvegliare e punire, di Michel Foucault. E ricordiamo in breve, le linee del percorso storico che ricostruisce. Fino alle soglie dell'età moderna, i processi erano per lo più «a porte chiuse», ma pubblica — e fortemente ritualizzata — l'esecuzione della pena. Il corpo del reo era stato inquisito, attraverso un processo di estorsione - imposizione della verità, che riconosceva come valido l'uso della tortura. All'esecuzione della pena assisteva tutta la cittadinanza, che traeva ammonimento dal rito esorcistico. Pubblica era la gogna, pubblico il patibolo. Il corpo del reo diventava il luogo fisico e simbolico di un grande rituale di espiazione collettiva, in cui convivevano sofferenza, confessione della trasgressione e anche una buona dose di spettacolarità.
Con l'età moderna, circa dalla fine del '700, nuove tecniche di potere e nuovi simboli vengono elaborati dalla nascente borghesia. Nuovi ideali garantistici, nuove richieste di umanizzazione fanno parte integrante dello strutturarsi di nuovi discorsi e pratiche di controllo. A questo punto è il processo a diventare il grande momento pubblico, cui partecipano numerosi spettatori fortemente coinvolti. Nello stesso tempo, si afferma la pratica dell'internamento carcerario, con la conseguente perdita di visibilità della pena e con l'esercizio occulto di poteri tra le mura dell'istituzione segregante. Alla perdita di visibilità del corpo del reo Foucault attribuisce il segno di una costituzione di un uomo astratto, moderno prodromo di tutte quelle forme di controllo sociale, che nella società moderna passerebbero per la psiche più che per il corpo. Torture e violenze comunque presenti nel sistema carcerario non sarebbero che effetti di potere...

Da Delitto e mentalità collettiva in "Antigone", anno I n.1 marzo 1985

19.12.12

Chiesa, pedofilia e seminari. Parla Antonio Mazzi, prete televisivo.

Lo scorso anno il prete televisivo Antonio Mazzi alla “festa democratica” di Pesaro disse parole che avrebbero dovuto fare scalpore su Chiesa e pedofilia e in particolare sui seminari. In Vaticano nell’immediato gli diedero risposte sprezzanti, poi silenziarono l’intera problematica. Dall’articolo del “manifesto” (siglato d.d.) che riferisce il fatto riprendo qualche passaggio di Mazzi e del curiale replicante. (S.L.L.)
Antonio Mazzi, prete televisivo

Antonio Mazzi
«Andrebbero aboliti i seminari minori. L'errore inizia da lì».
«Le risposte della Chiesa ai casi di pedofilia emersi in questi ultimi tempi non mi hanno convinto... Chi vuole diventare prete, deve studiare da casa facendo di tanto in tanto verifiche con il suo direttore spirituale, ma, ad adolescenza finita, il seminario è un luogo che castra, non è un luogo naturale. Bisogna trovare un iter più aderente alla realtà per chi vuole diventare prete, così che fino a 19-20 anni si possa vivere anche l'aspetto affettivo e sessuale… Io non sono andato in seminario se ci fossi stato non sarei mai diventato prete».

Roberto Zammerini,
rettore del Pontificio seminario romano minore.
«Forse don Mazzi si fa trascinare dalla ricerca dell'audience, o dal secolarismo, forse non conosce più tanto bene queste realtà… Anche le condizioni di un seminario minore si adattano ai tempi, non siamo più negli anni '40, i ragazzi non sono chiusi dentro come carcerati. Quest'anno abbiamo 18 seminaristi; ma bisogna sapere che seguono studi regolari presso scuole pubbliche o parificate e queste ultime sono composte da classi miste di ragazzi e ragazze. Inoltre abbiamo una psicologa che li segue. Non c'è nessuna costrizione».

“il manifesto”, 1 settembre 2011

“Stasera avrei voglia…”. Una poesia di Fabio Troncarelli.

Foto di Luana_58 (Luana Bungaro) 
Stasera avrei voglia di una ragazza
Furba come la luna,
Come la luna perfetta
A nascondersi e a sorridere.
Stasera sono perfetto e farò il furbo
Con le ragazze che hanno voglia!
Stasera sono una ragazza che ha la luna
Troppo furba per avere voglia di essere perfetta.
Stasera sono la luna.
E vorrei essere perfetto come una ragazza furba.
Oh! Stasera! Stasera! Stasera…
Con questa luna sempre in mezzo ai piedi…
Avrei tanta voglia di sorridere
E so solo nascondermi.

da Discrezione, Lalli, Siena, 1985

18.12.12

Il primo pentito (Giorgio Boatti)

A mo' d'introduzione lo storico Giorgio Boatti nel recensire il volume miscellaneo Pentiti, curato da Alessandra Dino per Donzelli, riassume la vicenda di Leonardo Vitale, che fu definito il “Valachi italiano”, e al quale è stata dedicata una biografia romanzata, L’uomo di vetro di Totò Parlagreco da cui è tratto un film con lo stesso titolo. (S.L.L.)
Leonardo Vitale, da giovane.
Si chiama Leonardo Vitale il primo «pentito» di mafia, che il 30 marzo del 1973, deciso a rompere il patto omertoso che lo legava a «Cosa Nostra», fa irruzione nella Questura di Palermo in preda a una specie di crisi mistica che gli impone di cambiare vita e di rivelare aspetti, peraltro del tutto veritieri, della struttura e delle imprese delittuose dell'organizzazione criminale in cui è inquadrato. 
Il giovane, forse instabile psicologicamente, fa emergere già allora, in epoca non sospetta, i nomi di personaggi di spicco, quali Riina e Calò, che componevano la «cupola» malavitosa siciliana, ma viene preso per pazzo. Travolto dalle perizie psichiatriche finisce per undici anni dimenticato negli manicomi giudiziari. Il 2 dicembre 1984, tornato in libertà, viene fatto assassinare dalla mafia che non può concedere a nessuno, neppure a un matto, di rompere il patto del silenzio che deve avvolgere il fenomeno mafioso.

“Tuttolibri” de “La Stampa”, 10 marzo 2007

Buzzati e Kafka. I Tartari non arrivano al “Corriere” (di Alberto Papuzzi)

Un articolo da “La Stampa” sul capolavoro di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, scritto per i 70 anni dalla pubblicazione, ne argomentazione e documenta la genesi “giornalistica”. L'ipotesi, suggerita daalcune allusioni dello stesso Buzzati, è confermata - nella stessa pagina - da una breve intervista di Papuzzi a Enzo Bettiza, che dello scrittore fu compagno di lavoro al “Corriere della Sera”. Posto l'articolo di Papuzzi e un frammento di Bettiza a mo’ di appendice. (S.L.L.)
Din Buzzati in via Solferino,
presso la sede del Corriere
Il Deserto è un travestimento narrativo
della routine redazionale,
che è anche una metafora della vita 
Con il suo nome è stato battezzato un orso che devasta le Prealpi vicentine, forse in ricordo della sua passione per le vette e del romanzo Barnabo delle montagne. Lui, a sua volta, veniva chiamato il «Kafka italiano», cosa che non gli faceva affatto piacere, a differenza di quanto si può pensare: «Oh, insomma: Kafka è Kafka, io sono io. Piantiamola con questa storia», dichiarava in un'intervista del 1962 sul settimanale “Tempo”.
Ma il paragone era indovinato perchè il suo romanzo più famoso, Il deserto dei Tartari, aveva un protagonista che poteva essere uscito dalla penna dello scrittore praghese: il tenente Drogo in servizio presso la fortezza Bastiani, in attesa di un nemico che non si vede mai. Arriverà quando l'ufficiale ormai stanco e malato deve lasciare il suo avamposto, per morire in una squallida locanda durante il ritorno a casa. Così si polverizza il sogno di epiche battaglie contro i fantasmi che devono arrivare dal deserto.
Kafkiano è l'inutile soggiorno, ai limiti del mondo civile, metafora della vita che si consuma nell'attesa. Ma si possono citare anche Beckett, Conrad e Sartre. Perciò non stupisce che Il deserto dei Tartari sia stato considerato da diverse generazioni di lettori, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, il romanzo più europeo della nostra letteratura, un libro culto che rispecchiava la cultura dell'alienazione.
Il deserto usciva 70 anni fa, il 9 giugno 1940. All'epoca Buzzati era inviato del “Corriere della Sera” a Addis Abeba, sul fronte di guerra, ma si trovava momentaneamente in Italia in attesa di ripartire per l'Etiopia. Nato nel 1906 nel Bellunese, in una famiglia della buona borghesia (docente universitario di diritto il padre, gentildonna la madre, sorella di uno scrittore), terzo di quattro figli, con due fratelli e una sorella, nel 1928 aveva intrapreso la carriera giornalistica, da cronista che faceva il giro dei commissariati, e nel 1933 aveva pubblicato Bàrnabo, il suo primo romanzo. Sapeva suonare piano e violino, mostrava un'inclinazione per il disegno e la pittura, nutriva due grandi passioni, per il mondo egizio e per le scalate dolomitiche, cui si dedicò tutta la vita. Personalità irrequieta, carattere chiuso e malinconico, spesso avvolto di tristezza, talvolta profondamente tormentato, in una lettera del 1930 all'amico Brambilla aveva confessato il disagio di vivere che ispira tutta la sua narrativa: «Poi vorrei fare qualcosa d'altro, o studiare o suonare il piano, o scrivere qualche capolavoro; ma mi viene un'apatia spaventosa e sento che il mio cervello si spappola nella vita attiva». In realtà, nel 1935 pubblica un secondo romanzo, Il segreto del bosco vecchio, mentre il “Corriere” ospita regolarmente suoi racconti.
Il capolavoro arriva a neppure 34 anni. In un primo tempo s'intitolava La fortezza, è Leo Longanesi, che lo pubblica da Rizzoli, a inventare l'immagine del Deserto dei Tartari. La leggenda racconta che Buzzati lo scrisse sui grandi tavoli della redazione del “Corriere”, nelle notti in cui era di turno. Probabilmente non è vero, mentre è vero che furono gli stanzoni di via Solferino a ispirargli la storia. La fortezza del romanzo, con gli ufficiali, la truppa, i rituali, la disciplina, l'eterna attesa di ciò che non succede, era il travestimento in foggia militare della vita al giornale, della routine redazionale, decenni che scorrono monotoni dall'assunzione al pensionamento, inseguendo il mito dello scoop che non si farà mai. Buzzati lo confermava in un'intervista del 1966: «Io mi chiedevo se sarebbe andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età altri molto più anziani, i quali andavano, trasportati dallo stesso lento fiume». Il romanzo ebbe un discreto successo, se si pensa che uscì in piena guerra. Il critico letterario Pietro Pancrazi ne parlò come di una delle prove più singolari della narrativa italiana. Una seconda edizione uscì nel 1945 da Mondadori (dove nel frattempo l'autore era trasmigrato). Ma furono i francesi a innamorarsi del Deserto che trovarono nelle loro librerie dal 1949. Nacque allora la straordinaria fortuna di Buzzati in Francia. Nel 1953 a Milano il Piccolo Teatro mise in scena la commedia grottesca Un caso clinico, dopo soli due anni la pièce venne allestita a Parigi (Un cas intéressant) in un adattamento curato da Albert Camus, che divenne un grande amico di Buzzati. Del quale bisogna ricordare anche La famosa invasione degli orsi in Sicilia, opera fantastica del 1945, con testi e tavole dipinte. La morte arriva nel 1972, per un tumore al pancreas, come il padre. Sei anni prima Buzzati aveva lavorato al copione di un progetto di Fellini, che si dichiarava suo ammiratore fin dai tempi del liceo. Si trattava del ben noto film Il viaggio di G. Mastorna, mai realizzato, anzi rimasto incompiuto anche come soggetto. Pure questa una metafora della vita, che chiudeva il cerchio.
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Appendice
''Se aprivi una porta…''
di Enzo Bettiza 
 «Circolava quest'aria da sempre, già dai tempi dei Lilli e dei Piovene. Tu vedevi impilare sul tavolo di un redattore, che era lì da secoli, le strisciate delle agenzie, la mazzetta dei giornali e persino il bollettino della pensione, ma quello era morto da tempo. Il Deserto era effettivamente una perfetta trasposizione dell'immagine un po' angosciosa che Buzzati aveva della vita al “Corriere”, in eterna attesa di qualcosa che non succedeva… Se bussavi a una porta del “Corriere”, si apriva lentamente e apparivano dei fantasmi». 

"La Stampa", 28 aprile 2010

Ada. La moglie di Gobetti nel ricordo di Vittorio Foa

Torino 1945. Ada tra i partigiani
nei giorni della Liberazione
Pensando a Ada penso alla Resistenza. Ada era la moglie di Piero Gobetti e lei non ha mai dimenticato di essere la moglie di Piero. Ma nello stesso tempo era lei. Era una persona che viveva in un mondo che lei creava attorno sé. Tutto un mondo che non era solo di memorie. Era del presente, dell'immediato. Era un punto di riferimento. Se c'era bisogno di qualcosa ci si rivolgeva a lei. Se c'era bisogno di una parola di fiducia, di serenità, ci si rivolgeva a lei. Noi sapevamo che lei passava momenti molto difficili. Suo figlio Paolo era partito, lei era angosciata, non aveva notizie. Ma riusciva a dare a tutti un senso di fiducia, un senso di calma. Questa era lei nella Resistenza.
Io l'ho conosciuta per pochi minuti durante gli Anni Trenta a una riunione culturale. Ma non l'ho frequentata. Invece l'ho conosciuta poi bene al principio di settembre del 1943, cioè alla vigilia dell'arrivo dei tedeschi. Ho il ricordo della sua casa, della gente che la frequentava. Ero uscito di prigione da pochi giorni, non conoscevo nessuno. Non sapevo chi era fascista e chi non lo era. Adesso tutti parlavano liberamente ed erano pieni d'angoscia perché i tedeschi arrivavano, perché il generale di Torino, Adami Rossi, era d'accordo coi tedeschi, perché si raccoglievano le armi, perché era un momento di grande tensione.
Ricordo gli occhi di quei ragazzi di vent'anni. Io avevo già 33 anni. Vedevo gli occhi di quei ragazzi e di quelle ragazze che dicevano: è giunta la nostra ora, è il momento di fare qualcosa. Ecco, Ada era al centro di questo processo. Lei aveva una grande fiducia nella Resistenza e nella politica, ma aveva anche una passione per le donne, per il lavoro delle donne, per gli operai. Nella Resistenza vedeva non soltanto i partigiani in generale, ma vedeva anche le donne. Pensava che anche per loro sarebbe venuto qualcosa di nuovo e di forte. E attorno a questo pensiero ha lavorato per molti anni, con risultati contraddittori.
Lo sappiamo, molte cose sono andate bene, molte cose sono andate male. Ma c'è una cosa che in lei era molto caratteristica. Voglio ricordarlo. Lei era nel Partito d'Azione. In quel partito, come in tutti i partiti, ci possono essere molte idee diverse. C'era gente che discuteva seriamente della libertà e della giustizia, c'era gente che nella Resistenza vedeva anche momenti di esaltazione magari un po' retorica. Ma in Ada c'era un carattere specifico, un'idea pratica, aveva un concetto della politica che era di azione, non era soltanto pensare. Si poteva essere qualcosa solo se si faceva qualcosa.
Pochi mesi prima della Liberazione, nei Comitati di liberazione delle regioni si discusse su chi doveva assumere i poteri amministrativi lasciati liberi dai fascisti che erano scappati. A Torino si decise che il sindaco sarebbe stato un vecchio dirigente sindacale molto prestigioso dei comunisti e il vicesindaco una donna. Era la prima donna che diventava l'amministratrice di una città. E questa donna era Ada. Noi eravamo molto fieri che il vicesindaco di Torino sarebbe stata una donna e sarebbe stata lei. Ada ci disse che un giorno il futuro sindaco, Roveda, aveva convocato i futuri membri della giunta, che erano socialisti, democristiani eccetera. Si doveva discutere cosa si doveva fare subito, appena fosse caduto il fascismo, appena la Resistenza avesse preso il potere a Torino. Lei rimase molto scandalizzata perchè i suoi colleghi della giunta dicevano tutti che bisognava rifare le panchine. Perchè a Torino, durante la seconda guerra mondiale, durante l'ultimo anno, il freddo era tale che giustamente tutti quanti avevano staccato le panchine e si erano dati un po' di fuoco. Ada era scandalizzata che tutti parlassero delle panchine. E diceva: ma come, ci sono altri problemi prima, pensate alle migliaia di persone che arriveranno dai campi di concentramento dei vari Paesi e anche dal movimento interno fra una città e l'altra; noi dobbiamo pensare a questa gente, chi sono, quanti saranno, come possiamo dargli da mangiare; il nostro vero problema è di servire il Paese.
Lei raccontò che un vecchio dirigente socialista, una persona umana, bonaria, paterna che era nella giunta, Chiaramello, le disse accarezzandole la testa: «Che testolina bizzarra che hai, cara Ada, tu ci insegni a fare il nostro dovere». Mi ricordo che mesi dopo, incontrandolo - era diventato vicepresidente della Camera -, gli ricordai questo episodio. Lui ricordava bene questa donna che aveva insegnato a tutti che il problema era far vivere la gente, aiutarla. Ecco, Ada era questo: aiutava a vivere. Aiutava a vivere serenamente, aiutava tutti. Ci aiutava a vivere sorridendo.

“La Stampa”, 25 aprile 2007

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