5.9.10

Una lettera. Massimiliano Cassaro a Sergio Marchionne.

Ai primi d’agosto Sergio Marchionne mandò a tutti i dipendenti una cortese lettera, in cui, preoccupato delle loro famiglie e del futuro, spiegava con semplicità le scelte dell’azienda e chiedeva a tutti collaborazione. Ho trovato solo oggi in rete questa responsiva, ma mi pare tuttora attualissima e, cosa che non guasta, ottimamente argomentata e scritta, senza far ricorso a frasi scarlatte. L’autore è un operaio il cui cognome, Cassaro, è diffusissimo dalle mie parti, a Caltanissetta, a Canicattì e perfino, al mio paese, Campobello. Non nascondo che la coincidenza mi fa piacere (S.L.L.)

Caro Sergio,

sono davvero onorato che lei abbia trovato il tempo e il desiderio di omaggiare me e i miei colleghi con queste sue parole. Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, nella buca delle lettere, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del “padrone”, anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia.

Ma veniamo al punto, non vorrei farle perdere troppo tempo. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però, e spero mi passi la puntualizzazione, che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia né probabilmente quella del suo vicino di casa.

Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare alla fine del mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire quest’espressione.

Quel che è certo è che, puntualizzazioni a parte, lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo di sentire. Lei sostiene che sia il caso di accettare “le regole del gioco” perché “non l’abbiamo scelte noi”.

Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che cose come il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi.

La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e ad oppormi a questo sistema di valori. Per quel che riguarda Pomigliano, sono sicuro che ci siano dei seri problemi da risolvere, d’altronde scovare i problemi e proporre soluzioni è il suo lavoro.

Quello che non mi convince molto sono proprio le soluzioni da lei proposte. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono esclusivamente sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda e sarebbe quindi sciocco da parte mia dirle di farlo in un modo piuttosto che in un altro, però quando lei parla di “anomalie” nella situazione di Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la benché minima idea di cosa sia realmente, e mi passi l’espressione, “faticare”.

Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da tredici anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde della giornata, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano.

Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia.

Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice: “la forza di un’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano”. Spero di non sembrarle troppo venale se le dico che ad una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa.

Lei dice che ci siete riconoscenti. Come vede ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la FIAT ha avuto un utile netto di 113 milioni di euro, ci viene negato persino il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene. Visto? Non ho laurea eppure qualche rudimento di marketing l’ho imparato comunque.

Lei vuole insegnarci che questa “è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde”. Immagino che, nonostante il suo stipendio milionario, comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, stiamo tutti rischiando alla pari.

Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più degradanti e più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la FIAT, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore della nostra industria.

Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea “dell’entità astratta, azienda”.

Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. Un futuro diviso tra sfruttati e sfruttatori. Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi.

Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo, e temo che la differenza tra noi e lei sia essenzialmente questa. A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.

Massimiliano Cassaro, operaio

Carmagnola (TO)

Nessun commento:

statistiche