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19.8.19

Storia naturale della mucca (Giorgio Nebbia)


All'inizio di luglio è morto Giorgio Nebbia, che scienziato e docente universitario, fu uno dei fondatori in Italia dell'ambientalismo. Uomo di straordinario rigore e coerenza, politicamente schierato a sinistra, fu parlamentare per la Sinistra Indipendente, eletto nelle liste del PCI dal 1983 al 1992. Dopo ha continuato il suo lavoro di ricerca e partecipato a molte battaglie ecologiste da “cane sciolto”. Non condivideva i compromessi di un ambientalismo che si definiva “nuovo” con le pratiche di uno sviluppismo senza limiti. Il testo che segue, informato e godibile, rappresenta un esempio del suo modo serio, documentato e ragionato, di fornire informazioni, presentare problemi, prospettare soluzioni. (S.L.L.)


Può sembrare frivolo parlare delle mucche in una rivista che si occupa di geografia; dal momento, però, che questa rubrica è intitolata Il pianeta degli uomini, penso che sarò perdonato se mi occupo anche di altri inquilini dello stesso pianeta che sono strettamente legati alla vita umana.
Sulla Terra, in compagnia dei circa 7200 milioni di persone, che pesano complessivamente circa 400 milioni di tonnellate, abitano circa 1500 milioni di bovini, del peso complessivo di circa 600 milioni di tonnellate. L’uso del verbo “pesare” non è inappropriato perché gli umani e i bovini, come gli altri animali pesano letteralmente, con i loro corpi, sulla superficie terrestre, siano strade, città umane e allevamenti, campagne, pascoli, e pesano con la loro richiesta di alimenti e con i loro rifiuti organici (e, nel caso degli umani, anche merceologici). Non a caso alcuni studiosi propongono di studiare gli effetti ambientali attraverso la misura dell’“impronta” lasciata sul pianeta dai suoi abitanti.
Le mucche costituiscono circa un quarto dei bovini. A guardare una mucca da lontano, con il suo lento ruminare, non si pensa che quel tranquillo animale sia una macchina, non molto diversa da quelle di una fabbrica. Come una fabbrica introduce materie prime e combustibili e produce delle cose utili; così l’erba o il mangime sono le materie prime per il “funzionamento” della mucca che, con la combustione degli alimenti nel suo corpo, vive e “produce” il latte che arriverà poco dopo sulla nostra tavola e circa un vitello all’anno. Come una fabbrica “butta fuori” nell’ambiente una parte delle materie in entrata sotto forma di gas e rifiuti e scorie, così anche la mucca, nel suo processo vitale quotidiano butta nell’ambiente gas, urina ed escrementi.
L’esame della storia naturale della mucca fornisce alcune utili informazioni; non è facile redigere una contabilità del suo funzionamento ma si possono fare dei conti approssimativi. Immaginiamo una mucca ”media” che pesa 500 chili; nel corso di un anno questa mucca mangia circa 3.000 chili di erba e mangimi, e beve circa 10.000 chili di acqua. Dopo essere stata fecondata la mucca ha partorito un vitello per la cui alimentazione trasforma (come succede per tutti i mammiferi) una parte del suo cibo nel latte.
Gli allevatori regolano la vita delle “loro” mucche --- la successione delle gravidanze --- in modo che il latte di ciascuna mucca sia abbondante e in eccesso rispetto alle necessità del vitello e che una parte del latte sia disponibile per noi umani: una quantità che, per una mucca media nei paesi ad agricoltura e zootecnica progredite, ammonta in media a circa 6.000 litri all’anno, 600 milioni di tonnellate all’anno nel mondo.
Il latte è un liquido contenente circa il 3 percento di grasso, circa il 4 percento di proteine, circa il 6 percento di zuccheri e l’1 percento di sali dei preziosi (dal punto di vista biologico) elementi calcio e fosforo. Le proteine del latte hanno un buon contenuto di amminoacidi essenziali, quelli che l’organismo umano non è capace di sintetizzare e che devono essere apportarti con la dieta. Il latte prodotto in un anno contiene circa 100 chili di sostanze nutritive, formate da quelle che erano originariamente presenti nel cibo della mucca.
Prima di arrivare nella tazza della nostra colazione o nei dolci, il latte deve fare un lungo cammino; trattandosi di una soluzione instabile deve essere rapidamente analizzato, trasferito, sottoposto ad un processo di conservazione, per lo più un riscaldamento a bassa o alta temperatura; alla fine, dopo altri viaggi, viene inscatolato e distribuito nelle confezioni che si trovano nel negozio. Di tutto il latte prodotto in un paese, in Italia circa 10 milioni di tonnellate all’anno, a cui si aggiungono altri tre milioni di tonnellate di latte importato, soltanto circa un terzo viene avviato al consumo diretto. Il resto viene inviato nei caseifici dove viene trasformato nei numerosissimi formaggi commerciali, dopo separazione di parte del grasso che viene commerciato come burro. La soluzione restante viene fatta coagulare: la parte dei grassi e delle proteine insolubili in acqua (globuline) si separa dalla soluzione acquosa in cui restano disciolti una parte delle proteine (le albumine), e gli zuccheri. Questo liquido, il siero, viene per lo più usato per l’alimentazione dei suini, avendo cura che non finisca nell’ambiente dove diventerebbe fastidiosa fonte di inquinamento delle acque.
Finora abbiamo considerato le cose utili, i “prodotti” della fabbrica-mucca, ma una parte del cibo ingerito dalla nostra mucca, nel corso del processo vitale viene trasformata in rifiuti gassosi: si tratta di circa 3.000 chili all’anno di anidride carbonica, immessi nell’aria con la respirazione, e anche di una certa quantità di gas puzzolenti che fuoriescono da una parte del corpo della mucca che non nomino; quest’ultima miscela di gas libera nell’aria circa 100 chili all’anno di metano. Il metano è un gas che contribuisce a modificare negativamente il clima, anzi un chilo di metano danneggia il clima come circa 23 chili dell’altro “gas serra”, l’anidride carbonica. Un bel po’ delle modificazioni climatiche sono quindi dovute anche alla zootecnia: il prezzo ambientale che si deve pagare per avere carne, latte e formaggi. Niente è gratis in natura.
Ma c’è di peggio: una mucca, come, in proporzione, qualsiasi altro animale (umani compresi), elimina una parte dell’acqua e dei rifiuti sotto forma di escrementi. La nostra mucca ne elimina circa 6.000 chili all’anno; si tratta di una miscela puzzolente di sostanze liquide e solide fangose, contenenti azoto, fosforo, molecole organiche. Quando gli allevamenti del bestiame avevano a disposizione grandi pascoli, gli escrementi finivano nel terreno e, decomponendosi, addirittura fornivano sostanze nutritive per il pascolo o i successivi raccolti; insomma erano rifiuti rimessi in ciclo secondo le buone regole ecologiche. Con gli allevamenti intensivi lo smaltimento dei liquami degli allevamenti è diventato un problema.
È però possibile evitare che i liquami zootecnici vadano ad inquinare l’ambiente; trattandoli con microrganismi si recupera metano in forma utilizzabile come fonte di energia: con gli escrementi della nostra mucca “media” è possibile ottenere ogni anno circa 150 metri cubi di metano, equivalenti più o meno a circa 150 litri di gasolio. È vero che il processo di fermentazione produce anch’esso altri rifiuti gassosi e anche fanghi, ma nella vita non si può avere tutto.
Dopo alcuni anni, alla fine della sua vita “utile” (“utile”, naturalmente dal punto di vista dell’economia umana), la mucca raggiunge i suoi colleghi maschi nei macelli; la sua storia naturale continua in un altro ciclo produttivo, un triste e doloroso cammino a cui non si pensa così poco quando mangiamo la carne.
Circa la metà di ogni bovino macellato è costituito dai cosiddetti “quattro quarti”, che verranno poi trasportati con mezzi frigoriferi fino ad altri macelli e, alla fine, nelle macellerie dove acquisteremo la carne, un alimento pregiato contenente dal 10 al 20 percento di proteine con buona composizione di amminoacidi essenziali, dal 10 al 30 percento di grassi e da circa 1 percento di sali inorganici; hanno impiego alimentare anche le frattaglie, circa il 10 percento dell’animale macellato. La pelle, circa 10 percento, dopo la concia diventerà scarpe o borsette, e altri sottoprodotti della macellazione saranno utilizzati come concimi, nutrimento per i vegetali che diventeranno nutrimento per altri animali.
Si può ben dire che la vita della nostra povera mucca continua, nel corpo umano e in altre forme di vita. Lei non lo sa, là tranquilla nella stalla o nel pascolo, e non sa neanche che i generosi movimenti vegetariani e vegani si battono per sottrarla al suo destino di “bestia” economica. Resta il fatto che le proteine animali, del latte e della carne, hanno un elevato contenuto di amminoacidi essenziali e che molti milioni di terrestri non sarebbero in grado di sopravvivere soltanto con le proteine, povere di tali amminoacidi essenziali, dei vegetali di cui dispongono. Alla mucca almeno un grazie per come aiuta a “Nutrire il pianeta”, secondo l’invito dell’EXPO di Milano.

Da “Ambiente Società Territorio”, 60, luglio-agosto 2015 – nel sito “Il mondo delle cose” 23/11/2015

14.8.19

Lievito di birra, scoperta la sequenza del Dna. È un fungo vecchissimo e viene dalla Cina (Elena Dusi)



Più antico di Bacco, ha nel suo repertorio un ampio ventaglio di opzioni, inebrianti e non. Nacque in Cina, almeno 292 mila anni fa. Poi è stato addomesticato più volte, in giro per il mondo. C’è chi lo ha scelto perché ama il vino, chi la birra o il sake. Lui, apprezzato ovunque, sembra passarsela meglio accanto agli umani che non in natura, regalandoci alcol e altre piacevolezze (pizza e cioccolata inclusa) in cambio di calore e dolcezza (gli zuccheri sono il suo cibo preferito).
Con i suoi pochi micrometri di dimensioni, il Saccharomyces cervisiae, meglio noto come lievito di birra, è presenza discreta e invisibile. Gianni Liti, scientificamente parlando, a questo microrganismo ha dedicato la vita. Pizzaiolo per hobby insieme alle figlie, come molti scienziati che per lavoro si occupano di fermentazione non è insensibile al gusto delle bevande alcoliche. E con un bel brindisi, all’università di Nizza-Costa Azzurra in cui questo microbiologo e genetista lavora, Liti e il suo gruppo hanno festeggiato la pubblicazione su Nature dei risultati del loro progetto: il sequenziamento dei “mille e due genomi” del lievito di birra (il titolo “mille e un genoma” non era più disponibile: lo aveva adottato un gruppo di ricerca precedente) da parte di un consorzio internazionale a guida francese. «Abbiamo ricostruito l’albero genealogico di questi microrganismi – spiega – dimostrando che la specie Saccharomyces cervisiae è nata forse in Cina e da lì si è espansa, entrando in contatto con varie popolazioni umane che l’hanno addomesticata in più occasioni. Stabilire date precise non è facile: del lievito di birra non esistono certo resti fossili». Vino e sake prima, rispettivamente in Europa e Asia. Birra poi, in Asia, Europa e Africa. Più di recente il lievito di birra è entrato nella produzione industriale di pane, cioccolata, formaggio, sidro e – a livello sperimentale – biocarburanti. La simbiosi con l’uomo ha permesso a questi microrganismi di esplodere in numero e diffondersi in tutto il mondo. Anche alcuni piccoli primati in Malesia amano il liquido alcolico che si forma quando il nettare di una particolare palma fermenta nell’incavo delle foglie per azione di Saccharomyces cervisiae. Ma sono soprattutto le specie addomesticate a ritrovarsi con una varietà diversificata e arricchita di cromosomi, segno di salute in una specie. Il segreto di questo microrganismo è la velocità: sa metabolizzare gli zuccheri producendo etanolo rapidamente, battendo sul tempo le altre specie di microrganismi, spesso soppiantandole. «Sulla vita di questo lievito in natura non sappiamo molto – conferma Liti – troviamo campioni sulle cortecce degli alberi, sulla buccia dell’uva o nell’intestino delle vespe. Ma raccoglierli, isolarli e farli crescere in coltura è un lavoro complesso. Per questo il nostro progetto sui mille e due genomi ha usato soprattutto ceppi già presenti in laboratorio». E se il passato è molto ricco, il futuro non promette meno, per il lievito di birra. Il cervisiae in fondo è uno degli organismi più usati nei laboratori, per studiare i meccanismi di base delle cellule. Molti Nobel (il più recente due anni fa) sono stati assegnati a scienziati che hanno lavorato su questo semplice modello.
Modificando il suo Dna con le nuove tecniche di genome editing (soprattutto Crispr), è stato possibile indurlo a produrre medicinali o biocarburanti. Il progetto internazionale “Synthetic Yeast 2.0” punta addirittura a crearne una versione artificiale, con il genoma completamente sintetizzato in laboratorio. Dalla lettura del Dna del lievito di birra, passeremmo allora alla sua scrittura, aggiungendo, modificando o riarrangiando i cromosomi. Per arrivare, chissà, a nuove bevande favorite da Bacco.

“la Repubblica”, 6 aprile 2018

21.7.19

Etica e politica delle piante. Se gli alberi provano piacere e dolore che diritto abbiamo di potare le loro vite? (Gianfranco Marrone)


Per millenni relegate al gradino più basso nella catena degli esseri, anche le piante diventano soggetti etici ma la questione ambientale non si può ridurre a un semplice antropocentrismo al rovescio


Il mondo delle piante vive una clamorosa rinascita: tutti ne parlano, tutti le vogliono, tutti si ergono a loro difensori. Parlando in loro nome, a qualsiasi livello del dibattito pubblico: da quello filosofico a quello politico, da quello della sensibilità diffusa al mondo, manco a dirlo, dei social media. Di modo che oggi diventa possibile, come mostra il bel libro di Pellegrino e Di Paola Etica e politica delle piante (Editore: DeriveApprodi)
Per millenni le piante – selvatiche, coltivate, ornamentali, edibili, immaginarie o reali che fossero – sono state relegate nel gradino più basso della catena degli esseri. Per quanto il pianeta esista grazie a loro (costituendo l'80% della biomassa della Terra, assorbono carbonio e forniscono ossigeno), l'ideologia zoocentrica dominante – da Aristotele alla biologia contemporanea – le ha considerate, tutt'al più, un puro palcoscenico della vita animale, esseri viventi ma passivi, immobili e incapaci di progettualità, privi di sensibilità e affetti, meno che mai di cognizione e raziocinio. Nella migliore delle ipotesi, le piante hanno funzionato da serbatoio simbolico per le varie culture, restando comunque una sorta di alterità costitutiva della specie umana. Essere ridotti al rango delle piante, puri vegetali, è per gli uomini il massimo dell'abominio o dell'insulto, perché, appunto, comporta un uscir fuori dalla propria natura.
Ora però, ragionano Pellegrino e Di Paola, non solo nella storia del pensiero e della religione sono ben esistite ideologie non zoocentriche (da Teofrasto all'induismo e al giainismo), ma si è sviluppata ai nostri giorni una visione filosofica che attribuisce ai vegetali tutt'altre caratteristiche intrinseche. Falsa l'idea di un'immobilità delle piante (basta avere le lenti giuste per coglierne gli spostamenti). Per non parlare del fatto che, a conti fatti, esse sono dotate di sensibilità, manifestando sentimenti di piacere e di dolore, e partecipando da protagoniste alla costruzione e al mantenimento dell'habitat non solo naturale ma anche sociale.
In un'epoca qual è la nostra, dove ogni separazione fra natura e cultura, ambiente e uomo, appare, piaccia o non piaccia, del tutto superata, la specie umana ha perduto la sua supposta centralità nell'universo. È l'epifania del cosiddetto Antropocene (al quale gli stessi due autori hanno dedicato un importante volume lo scorso anno), che ha portato a riconsiderare, prima, il ruolo degli animali (si pensi all'antispecismo, l'animalismo, al veganesimo etc.) e, adesso, quello dei vegetali. E se, come da qualche tempo si discute, occorre attribuire agli animali loro precisi diritti, non in funzione dell'uomo ma in quanto tali, analogo ragionamento deve essere condotto per quel che riguarda il cosiddetto regno vegetale.
Per farlo, occorre innanzitutto ridimensionare i nostri, di diritti: in nome di che cosa uccidiamo le bestie? che diritto, appunto, abbiamo di sottoporle a quelle immani torture che si svolgono negli allevamenti o, peggio nei mattatoi? Allo stesso modo, ragionano Pellegrino e Di Paola, perché recidere sistematicamente le radici un albero imponente per farne un bonsai? In nome di quali valori potare il bosso nei giardini per ottenere forme stravaganti che dovrebbero colpire l'immaginazione? E anche: perché coltivare le lattughe, gli ortaggi e i cereali per mangiarli?
Da qui l'etica e la politica delle piante, aree di pensiero assai necessarie oggigiorno, se pure tutt'altro che evidenti e pacifiche. Se da un lato infatti sembra ragionevole dotare i vegetali di loro valori e loro diritti, dall'altro va detto che le categorie di valore e di diritto sono istanze propriamente umane che noi, in modo del tutto estrinseco, applichiamo a esseri che non è detto vogliano accettarle. La natura è il luogo delle peggiori nefandezze e delle più atroci violenze: ci si uccide e ci si mangia a vicenda. Tutti prede e tutti predatori, vegetali compresi. Insinuare in essa una qualche morale è quindi una forma di addomesticamento, ossia ancora una volta di assoggettamento all'uomo. Inoltre, come se non bastasse: se decidiamo di non mangiare più le piante, così come s'è fatto per gli animali, che cosa mettiamo nello stomaco? Dotare di valore gli altri esseri viventi significherà, paradossalmente, ridurre quello della specie umana? Antropocentrismo alla rovescia?
Le questioni, si vede, sono tutt'altro che banali. E il libro in questione le discute con intelligenza, conservandone tutta la problematicità. Quel che è certo è che la questione ecologica e ambientale non può essere affrontata in termini, per così dire, kantiani, dove l'uomo è il fine d'ogni azione morale e tutto il resto il mezzo. Il pianeta è una casa comune: allontanare da essa chi non ci piace – uomo, animale o pianta – è soltanto arroganza da stolidi.

Tuttolibri La Stampa 20 luglio 2019

14.7.19

Ecco perché gli occhi dei cani ci parlano: lo sguardo espressivo selezionato dall’uomo (Beatrice Montini)

Bassotto al guinzaglio

È stato l’uomo a selezionare nei cani la capacità di esprimere emozioni con l’espressione degli occhi, attraverso il movimento delle sopracciglia. A dirlo uno studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana («Pnas»), realizzato dall’Università inglese di Portsmouth. Gli autori della ricerca hanno confrontato la muscolatura facciale di 33 cani domestici con quella di 13 esemplari del suo parente più stretto, il lupo selvatico. Hanno, così, scoperto che ci sono delle importanti differenze nella muscolatura intorno agli occhi. Differenze che rendono possibili nei cani 8e non nei lupi) movimenti particolari come, ad esempio, sollevare le sopracciglia fino ad assumere una forma quasi «a virgola», creando un’espressione che è tipica anche degli esseri umani quando prova tristezza. Movimenti che, insomma, rendono lo sguardo del cane molto «riconoscibile» per l’uomo e quindi capace di suscitare in noi «empatia». «Gli occhi sembrano più grandi - dicono i ricercatori - più simili a quelli dei bambini».
Per gli autori dello studio siamo stati proprio noi esseri umani, a partire dall’addomesticazione del cane più di 33.000 anni fa, a indirizzare l’evoluzione della loro espressività nel segno di una maggiore capacità di comunicazione con noi. «Abbiamo anche studiato il comportamento degli animali - sottolineano i ricercatori - E abbiamo visto che quando i cani si trovavano alla presenza dell’essere umano, in pochi minuti alzavano il sopracciglio interno con un’intensità superiore rispetto a quella dei lupi».
«In natura è la pressione selettiva che produce l’adattamento nello specie. Quello che ha fatto l’uomo col cane l’ha fatto il ghepardo sulla gazzella - spiega l’etologo Roberto Marchesini al Corriere della Sera - La parentela tra cane e lupo è molto stretta, possiamo dire che sono cugini. Ma dal Paleolitico l’uomo ha iniziato a selezionare i cani privilegiando le caratteristiche che più lo rassicuravano. In particolare ha favorito una tendenza pedomorfica. Cioè le caratteristiche più infantili e rassicuranti. Per questo, ad esempio il cane abbaia anche da adulto, cosa che il lupo non fa, ed è molto più giocoso. Insomma l’uomo ha scelto quei cani che erano più docili, erano più adatti ad essere guidati, erano più arrendevoli e meno combattivi».

Corriere della sera 19 giugno 2019

7.7.19

2D 4D. Il ritorno di Lombroso (Manuela Monti e Carlo Alberto Redi)



Franco Battiato sostiene di conoscere «dal taglio della bocca/ se sei disposto all’odio o all’indulgenza/ nel tratto del tuo naso/ se sei orgoglioso fiero oppure vile/ i drammi del tuo cuore li leggo nelle mani/ nelle loro falangi dispendio o tirchieria» e, addirittura, «da come ridi e siedi/ so come fai l’amore». All’artista va concessa ovviamente ogni licenza poetica stante la bellissima melodia di Fisiognomica (1988) basata su un’idea tanto semplicistica quanto affascinante.
È Aristotele per primo a scrivere di fisiognomica e a correlare tratti della personalità a caratteri anatomici anche riferendosi all’indole di vari animali, idea poi ripresa nei bellissimi bestiari medievali. Le illustrazioni ottocentesche dei volti in preda alle emozioni più diverse (paura, collera, ira, disperazione, gioia) trovano una base pseudoscientifica nella moderna frenologia che sostiene come le funzioni psichiche dipendano da particolari regioni del cervello. Verrà poi Cesare Lombroso (1835-1909) a fondare la moderna antropologia criminale, antesignana dei sistemi di identificazione personale, morfologia molecolare, così come li vediamo al cinema e in televisione con i Ris al lavoro sulla scena del crimine, i dermatoglifi e i saggi di identificazione basati sul Dna.
Tra i maggiori esponenti del positivismo scientifico, Lombroso fu influenzato dal darwinismo sociale (fu un attento sostenitore di Darwin in Italia) e dalla fisiognomica, sostenendo che i caratteri somatici determinano le caratteristiche della personalità e i comportamenti. L’analisi dei sogni, delle manifestazioni di pazzia e delle manie di persecuzione che scaturiscono dal suo studio dell’autobiografia del genio pavese Gerolamo Cardano anticipano importanti osservazioni che saranno poi riprese da Sigmund Freud e Carl Gustav Jung.
Per Lombroso casi conclamati di pazzia sono quelli di Torquato Tasso, André Marie Ampère, Immanuel Kant e Ludwig van Beethoven e tra i pazzi (da buon ateo) ritiene vi sia un’abbondanza di fondatori di religioni e leader spirituali (Martin Lutero, Girolamo Savonarola e Giovanna d’Arco).
Dalle osservazioni sulle caratteristiche fisiche degli internati nei manicomi Lombroso deduce che esista un legame tra genio e follia. I titoli di alcuni lavori meritano di essere ricordati: La ruga del cretino e l’anomalia del cuoio capelluto; L’origine del bacio; Perché i preti si vestono da donne; Dante epilettico. Dalla lettura e studio di Dostoevskij, in particolare de L’idiota, trova conferma alle sue ipotesi che le manifestazioni di genio e pazzia sono dovute a stati di epilessia. Scrive così opere di rilievo internazionale quali Genio e follia e Genio e degenerazione, dove analizza i risvolti caratteriali di Francesco Petrarca, Cristoforo Colombo, Alessandro Manzoni e Lev Tolstoj.
L’analisi delle caratteristiche fisiche associate ai comportamenti lo porterà a sostenere che tra i geni predominano cervelli di volume superiore alla media e con deformità, come la presenza di suture anormali nel cranio di Alessandro Volta; inoltre l’aspetto fisico generale del genio è caratterizzato da pallore, magrezza o obesità e rachitismo. Dalla dissezione autoptica dei cadaveri di Giuseppe Villella (un «brigante») e di Vincenzo Verzeni (un serial killer, il «vampiro della bergamasca»), Lombroso trae la definitiva conferma del nesso tra caratteristica somatica (una marcata anomalia della struttura cranica, la «fossetta occipitale mediana») e comportamento socialmente deviante.
È sulla scia delle idee di questo grande scienziato che ancora si svolgono ricerche volte a predire, prevedere, pronosticare, anticipare qualsivoglia tratto della personalità (capacità di studio, dipendenze affettive, dall’alcool o dai videogiochi, aggressività, orientamento sessuale, psicopatologie di varia natura, eccetera) e anche della salute (rischio cardiocircolatorio, deposizione di grasso sui fianchi dipendenze farmacologiche, e così via) misurando tratti somatici, il più frequente dei quali risulta oggi essere la proporzione tra la lunghezza del secondo (indice) e quella del quarto (anulare) dito, il «mitico» rapporto 2D:4D. Ben più d 1.400 lavori pubblicati negli ultimi vent'anni dove il rapporto 2D:4D viene legato a caratteristiche della personalità, rischi di svariate malattie, cancro e addirittura sclerosi laterale amiotrofica per non dire di ben altri attributi maschili!
A rinnovare l’interesse per gli studi lombrosiani è il lavoro di John Manning, biologo evoluzionista dell’università gallese di Swansea che dimostra l’esistenza di un dimorfismo sessuale del rapporto 2D:4D tra maschi e femmine; nei maschi il rapporto tende a essere inferiore (il quarto dito risulta più spesso più lungo del secondo) rispetto a quello delle femmine, correlando con più alti livelli di testosterone: dal che è breve il passo nel sostenere il potere predittivo del rapporto 2D:4D come indice dell’esposizione in utero non solo al testosterone ma anche ad altri ormoni, in particolare a quelli legati allo sviluppo embrionale del cervello con l’idea, mai dimostrata, di un «cervello maschile» contro uno «femminile».
Il fascino dell’idea semplicistica di poter conoscere tratti complessi della personalità da elementari misure del corpo di chi abbiamo dinnanzi risiede probabilmente nel bisogno psichico di essere tranquillizzati, di conoscere davvero profondamente chi incontriamo nel corso della nostra vita. Basta fare una prova per rendersene conto, basta anche solo parlare del rapporto 2D:4D e vedrete che chi vi sta ascoltando immediatamente proverà a guardare la propria mano se non addirittura a misurare il 2D:4D.
È stato usato di tutto per misurare la lunghezza delle dita, righello, calibro, fotocopiatrice, radiografo con indagini coinvolgenti sino a 240 mila partecipanti (della Bbc) trovando solo differenze irrisorie: 0,984 per i maschi contro 0,994 per le femmine, con grande variabilità della distribuzione delle misure (soprattutto in base all’origine geografica dei partecipanti). Un esame critico dei dati rivela che non è ragionevole legare alcun valore del rapporto 2D:4D ad alcun tratto somatico o psichico; i detrattori sostengono che questi dati sono legati a «credenze paranormali e superstiziose» e che quest’area di ricerca è solo zeppa di risultati e conclusioni irriproducibili.
L’unico dato che pare resistere alle critiche è quello del legame tra esposizione ad alti livelli di androgeni nel corso dello sviluppo embrionale di una femmina e il successivo orientamento sessuale omofilo. Famoso il lavoro di Marc Breedlove (University of California, Berkeley, Usa) svolto agli inizi degli anni 2000 nel corso di feste ed esibizioni nella Baia di San Francisco. Qui i ricercatori fotocopiarono le mani degli intervistati chiedendo informazioni sul loro orientamento sessuale. Non risultò nulla di significativo per i maschi omo o eterosessuali mentre le femmine che si dichiararono omosessuali presentavano un rapporto 2D:4D «mascolino»: l’ovvia conclusione fu di ritenere che l’esposizione prenatale agli ormoni sessuali maschili influenza, nelle femmine, la scelta sessuale da adulte. Questo risultato è però contraddetto dai risultati dell’indagine svolta proprio da Manning con l’aiuto della Bbc dove le conclusioni sono esattamente opposte, l’esposizione al testosterone a livello embrio-fetale influenza la scelta omosessuale nei maschi.
Manning va ben oltre questa conclusione suggerendo addirittura che un minore rapporto 2D:4D è utile per diagnosticare il successo nelle prestazioni sportive (maratona, rugby, sci, basket, calao) e che le squadre agonistiche dovrebbero usare questo criterio per la scelta dei giocatori... La controversia continua e i novelli sostenitori di Lombroso e dà mitico rapporto 2D:4D hanno già pubblicato più di venti lavori nel 2019.

La Lettura Corriere della Sera, 30 giugno 2019

26.6.19

Leonardo e Galileo (Lucio Lombardo Radice)



Commemorando un grande del passato, si è quasi naturalmente portati a cercare nel suo pensiero e nella sua opera ciò che anticipa i successivi risultati della ricerca, le intuizioni e le “divinazioni” delle future conquiste della conoscenza umana. Commemorando Leonardo da Vinci, del quale si celebrerà il 15 aprile prossimo il quinto centenario della nascita, la tentazione di cedere a una simile tendenza è particolarmente forte e avvincente. Parliamo, s’intende, di Leonardo ingegnere e scienziato; di quel Leonardo segreto ideatore di macchine e di teorie che i contemporanei poco o nulla conobbero, e che ci è stato rivelato, a distanza talora di secoli, dallo studio dei suoi appunti, dei quaderni che egli scriveva e disegnava per sé stesso o per una ristrettissima cerchia di scolari. Ecco presentarsi a noi l'ingegnere che disegna macchine per volare cinque secoli prima del primo volo di Wright; il consulente militare inascoltato che progetta, alla fine del 1400. per Ludovico il Moro, cannoni a retrocarica, carri armati e mitragliatrici, ancora una volta con.un anticipo di secoli; ecco il gronde fisico che enuncia, sia pure in forma oscura o intuitiva, alcuni dei principi fondamentali della moderna meccanica; ecco il genio che precorre, intuisce o “divina” le meraviglie e gli orrori della scienza e della tecnica più moderne... Difficile resistere alla tentazione di esaltare il “genio”, di dare alla parola genio il significato romantico e antistorico di uomo al di sopra del suo tempo, di demiurgo che anticipa in sé i secoli a venire.
Noi pensiamo che non si sminuisca affatto la grandezza di Leonardo reagendo alla tentazione di fare di lui un solitario precursore dell’avvenire, indicando i limiti e le debolezze delle sue pur affascinanti e mirabili divinazioni, ricercando se vi siano motivi meno appariscenti ma più profondi che ci portano a collocare Leonardo tra le più grandi figure dei fondatori della scienza moderna. A noi sembra infatti che i “progetti” di Leonardo siano, per tanti loro aspetti, legati al loro tempo, al carattere artigiano, arretrato della scienza e della tecnica appena ai loro inizi. Occorre non dimenticare le date che segnano i limiti della vita di Leonardo: 1452-1519. Siamo agli albori della ricerca scientifica moderna, che impiegherà ancora più di un secolo, dopo la morte di Leonardo, per costruire gli strumenti di osservazione e di calcolo ad essa indispensabili. Vi è senza dubbio una linea continua di sviluppo che va da Leonardo a Galileo, ma vi è pure una differenza sostanziale, un vero salto qualitativo tra la scienza al principio del ’500 e la scienza attorno alla metà del ‘600. l‘epoca di Galileo è l'epoca del cannocchiale, che Galileo stesso ha se non inventato, certo per primo costruito come strumento capace di aprire nuovi mondi alla ricerca; è l’epoca della Géométrie di Descartes, della teoria degli indivisibili di Galileo stesso e dei suoi allievi Cavalieri e Torricelli, che precede e promuove quei metodi infinitesimali che Leibniz e Newton introdurranno qualche decennio dopo nella loro forma moderna. L’epoca di Leonardo è contrassegnata dal contrasto tra la modernità delle idee, degli orientamenti scientifici, e la povertà e l’arretratezza degli strumenti della scienza. Per osservare il cielo Leonardo non ha il cannocchiale. ma solo l'occhio, o qualche congegno del tutto primitivo: per calcolare Leonardo ha a sua disposizione solo le regole dell'aritmetica, conosce poco anche quella parte dell'algebra che oggi a noi sembra elementare, e che allora era faticoso studio e geloso segreto della scuola bolognese. Questo contrasto acquista un rilievo tutto particolare appunto nei progetti più arditi di Leonardo: macchine, disegni, teorie nelle quali un’idea nuova, moderna è costretta ad incarnarsi in una tecnica elementare, arretrata, artigiana.
Tuttavia, anche quando i suoi consegni sono ingegnosi ma primitivi e scarsamente realizzabili, anche quando le sue deduzioni fisiche e meccaniche sono errate, vi è in Leonardo qualcosa che fa di lui un uomo nuovo, un rivoluzionario nel mondo della scienza e della tecnica. È l'atteggiamento di Leonardo nei confronti della scienza, è la sua stessa concezione della ricerca scientifica. Siamo, con Leonardo, veramente al di là del Medioevo: non come patrimonio tecnico e strumentale, non per quel che riguaarda l’organizzazione della scienza e la posizione dello scienziato nella società, ma per quel che concerne l'orientamento del pensiero scientifico. Leonardo disprezza coloro che “vanno gonfiati e pomposi, ornati non delle loro ma delle altrui fatiche”, coloro che disputano «allegando l'autorità», i dotti del Medioevo, ricchi solo di citazioni aristoteliche e tomistiche. Contro essi polemizza nei suoi appunti quasi con le stesse parole, certo con gli stessi argomenti che Galileo adopererà un secolo e mezzo più tardi nella sua grande battaglia, non più segreta ma aperta, contro aristotelici e tornisti. I a sapienza, per Leonardo, è “figliola della sperienzia”; e a lui sembrano «vane e piene d’errori» quelle scienze “le quali non sono nate dall’esperienza, madre d'ogni certezza, e che non terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine non passa per nessuno dei cinque sensi”. Quale fosse l'intimo pensiero di Leonardo sul sovrannaturale, come «l'assenzia (essenza) di Dio e dell’anima e simili», non è facile dire: certo è però che Leonardo scienziato segue un metodo rigorosamente materialistico. Egli fa svanire dal mondo della natura gli angeli e gli spiriti, le "virtù” e i miracoli dei miti tnedioevali; dedica pagine e pagine a dimostrare che in natura non può esistere «quantità incorporea» («questa quantità è detta vacuo, e il vacuo» - cioè il vuoto -«non si dà in natura»); esclude dall’indagine scientifica ogni elemento di trascendenza, ogni mito sovrannaturale «ribelle ai sensi». È violentissimo contro i negromanti i quali affermano che gli spiriti esistono “sanza lingua parlino e sanza strumenti organici sanza i quali parlar non si può!”; apertamente ironico nei confronti “de' frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione san tutti li secreti”.
Agli albori delln ricerca scientifica moderna, vedendo aperti di fronte a sé sterminati rami di indagine, Leonardo si sofferma spesso ad esaltare le meraviglie dell’universo. Ma a noi non sembra che in Leonardo vi sia la «poesia del mistero», il turbamento di fronte all'inconoscibile, come a qualcuno è parso. In Leonardo vi è la esplicita affermazione della conoscibilità della natura e delle sue leggi, al di là di ogni «inspirazione» e di ogni misticismo, e della possibilità di conoscere e dominare la natura. Per Leonardo, così come per Galileo, il libro della natura è scritto in linguaggio matematico («la proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata ma etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti e in qualunque potenzia sia»), ed i fenomeni naturali seguono, inoltre, certi principi generali, che — una volta intesi — permettono di prevedere e anticipare i risultati sperimentali. Si tratta per esempio del principio secondo il quale «tutti li effetti» partecipano «delle lor cause», è della legge del minimo mezzo (in particolare del minimo tempo). Non si tratta però di una ripetizione delle idee platoniche né di una anticipazione delle categorie kantiane. «La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei infusamente vive»: il razionalismo di Leonardo è legato al suo materialismo scientifico. La ragione non trascende l’universo, ma è ad esso connaturata.
Certo, si tratta di un pensiero complesso. di una ricerca faticosa. piena di contrasti, di chiaroscuri, anche di contraddizioni. Tuttavia, il nucleo del pensiero scientifico di Leonardo ci pare contenuto nelle affermazioni che abbiamo sommariamente esposto. Leonardo è perciò alle origini di quella grande corrente di pensiero che troverà la sua piena espressione in Galileo, e che preparerà uno dei più grandi periodi del pensiero moderno: quello che, nella seconda metà del XVIII secolo, prenderà i nomi appunto dal razionammo e dal materialismo, e avrà il suo centro nella Francia alla vigilia della sua grande rivoluzione. Il seme, certo, non è il frutto, e non è lecito ricercare nel germe le parti perfette dell'organismo completo, ma commemorare a distanza di secoli Leonardo scienziato. deve pur significare — al di là della retorica del genio e del superuomo — ricercare e ritrovare la linea secondo la quale, nei secoli a venire, si svilupperanno e si dispiegheranno le sue concezioni e le sue intuizioni.

“l'Unità”, 20 marzo 1952

6.6.19

Ereditarietà, pangenesi e gemmule. Lo sguardo lungo di Charles Darwin (Manuela Monti - Carlo Alberto Redi)

Charles Darwin

La storia dell’umanità è segnata indelebilmente da molte scoperte e invenzioni. Tra queste: il fuoco, la ruota e la teoria dell’evoluzione (forse ora dovremo aggiungere lo smartphone, vedremo...). E così, le nostre attuali conoscenze poggiano sulle spalle di alcuni giganti tra i quali spiccano Gregor Mendel e Charles Darwin. Come ben sappiamo, il primo ha riconosciuto le regole fondamentali della trasmissione dei caratteri in un’epoca in cui le basi fisiche sulle quali poggia tutta la teoria mendeliana erano ignote: geni, Dna e cromosomi (un inno alle ricerche mosse dalla curiosità); il secondo ha spiegato quali sono i meccanismi e i fattori capaci di promuovere l’evoluzione delle specie (anche l’opera di Darwin è essenzialmente basata su intuizioni teoriche). La fama riconosciuta a quest’ultima teoria (messaggio per i detrattori della teoria darwiniana: teoria non vuole dire fantasia, un’idea si basa, nel medesimo tempo, su una teoria e su dei fatti) ha però oscurato un’altra geniale intuizione di Darwin per la quale ricorre quest’anno il centocinquantesimo anniversario: la teoria della Pangenesi, formulata nel 1868 come un’«ipotesi provvisoria» in calce a un’opera in due volumi intitolata Le variazioni degli animali e delle piante nel corso della domesticazione.
L’esigenza teorica di Darwin è quella di dare un senso compiuto alla teoria sull’evoluzione delle specie spiegando attraverso quali meccanismi potesse realizzarsi uno dei fenomeni di rilievo della teoria stessa: la trasmissione delle variazioni dei caratteri ereditari acquisiti nel corso della vita di un individuo. Per Darwin, la teoria della Pangenesi è una «ipotesi provvisoria» poiché sa di non disporre delle sottili conoscenze citologiche necessarie a dare corpo a questo fantasma: e qui si rivela un’altra dote di questo genio, la cautela. Suggerisce che il meccanismo attraverso il quale i caratteri che si modificano nel corso della vita di un individuo passano alla progenie, si basi sulla produzione ed emissione di minuscole «gemmule» da parte delle cellule; queste gemmule, contenenti informazioni del vissuto biologico della cellula che le ha prodotte, circolano liberamente nel sangue e in tutto l’organismo accumulandosi nelle gonadi. Nel corso della riproduzione, spermatozoi e uova trasmettono alla progenie il contenuto delle gemmule.
Il termine Pangenesi (dal greco pan: tutto) deriva dal meccanismo proposto; le gemmule sono prodotte da tutte le cellule dell’organismo finendo poi per accumularsi nelle cellule germinali. Le cellule che vanno formandosi per moltiplicazione nel corso della riproduzione riassorbono le gemmule (che così ne marcano le proprietà) trasmettendo alla progenie i caratteri acquisiti dai genitori nel corso della loro vita.
La cautela di Darwin nel proporre questa ipotesi è famosa. Viene difatti illustrata in appendice al secondo e ultimo volume dell’opera e nella sua autobiografia, tenendo a sottolineare che la sua «denigrata ipotesi della Pangenesi» ha uno scarso valore poiché non dimostrata. Tuttavia si augura che in futuro «qualcuno sarà condotto a fare osservazioni che possano dar fondamento a qualche ipotesi di questo genere» così che «un’enorme quantità di fatti isolati potranno essere l’un l’altro collegati e diventeranno comprensibili».
Darwin, al tempo della proposta, era impegnato a difendere la teoria sull’evoluzione delle specie cercando di fornire spiegazioni cellulari e molecolari sui meccanismi sottesi all’ereditarietà (non conosceva i lavori di Mendel, la comunità scientifica dovrà attendere l’inizio del nuovo secolo per riscoprire le «leggi di Mendel») e sulle fonti delle variazioni sulle quali agisce la selezione naturale.
La teoria della Pangenesi è stata fortemente criticata e poi abbandonata per diverse ragioni, la più evidente è che delle ipotizzate gemmule non si trovava traccia. Già Darwin aveva premesso che con gli strumenti dell’epoca non sarebbe stato possibile vederle «perché inconcepibilmente piccole sebbene numerose come le stelle nel cielo e contenute in ciascuna cellula, spermatozoo e ovulo»; in assenza di dati sperimentali che la sostenessero fu considerata una «pura invenzione» dai più grandi biologi dell’epoca, August Weismann (paradossalmente uno dei maggiori sostenitori della teoria dell’evoluzione di Darwin) tra i primi.
Il più benevolo dei critici fu il cugino di Darwin, Francis Galton, che concluse con un lapidario «...nel sangue non si trovano... le gemmule» gli esperimenti effettuati per cambiare il colore della pelliccia di conigli bianchi tramite trasfusioni di sangue da conigli con la pelliccia nera.
È bene sottolineare che la teoria della Pangenesi prevede un passaggio di informazioni genetiche (le gemmule) da cellule del soma a quelle germinali: il suo rifiuto portò al definitivo affermarsi dell’idea che l’informazione genetica venga trasmessa solamente dalle cellule germinali a quelle somatiche, e non viceversa.
L’idea che caratteristiche acquisite dall’organismo in risposta a stimoli ambientali possano essere trasferite dai genitori alla progenie ha le sue radici nella filosofia di Ippocrate ma divenne famosa grazie alla teoria sull’evoluzione delle specie per uso/non-uso degli organi di quell’altro genio ribelle (se ne legga la biografia) di Jean-Baptiste Lamarck. Per molti autori la proposta della Pangenesi rifletteva, paradossalmente, una visione lamarckiana del processo evolutivo da parte di Darwin. Nel corso dell’anniversario della formulazione della teoria della Pangenesi dobbiamo ricordare che le più avanzate conoscenze di biologia cellulare e molecolare sulla comunicazione tra cellule mettono in luce l’esistenza di minute vescicole extra-cellulari chiamate esosomi (van Niel et al., 2018) che a pieno titolo possiamo considerare la versione moderna delle, ipotetiche, gemmule.
La possibilità che l’ambiente induca le cellule somatiche a produrre gemmule (esosomi) la cui composizione dipende dalla natura degli stimoli ambientali a cui le cellule sono esposte, è una potente e visionaria intuizione di Darwin: geniale. La composizione degli esosomi (proteine e Rna) riflette infatti quella del citoplasma delle cellule da cui si formano e vengono rilasciati. Sono dunque veicolo di informazione genetica tra cellule somatiche e tra cellule somatiche e cellule germinali (Zhang et al., 2018) e costituiscono uno dei meccanismi responsabili dell’ereditarietà dei caratteri per via epigenetica, portando nel genoma dello zigote piccoli frammenti di Rna di svariata natura o proteine regolatrici dell’espressione di specifici geni; in altri termini contribuiscono alla trasmissione intergenerazionale dei caratteri acquisiti per azione dell’ambiente (si veda anche «la Lettura», 5 febbraio 2017).
Sempre più chiare sono le evidenze sperimentali che sostengono l’idea di una trasmissione intergenerazionale di caratteristiche acquisite nel corso della vita dei genitori basate sull’azione della composizione degli esosomi. La trasmissione paterna dei disordini metabolici è uno dei tanti esempi: evidenze sperimentali in topi maschi nutriti con diete a basso contenuto proteico dimostrano come le cellule dell’epididimo (cellule somatiche) dove transitano gli spermatozoi siano capaci di passare piccoli frammenti di Rna a significato regolatorio negli spermatozoi che così vengono veicolati nella cellula uovo e quindi al nuovo individuo determinando in questo modo la trasmissione ereditaria di effetti prodotti dalla dieta paterna (Sharma et al., 2016).
È bene precisare che l’ereditarietà delle caratteristiche acquisite nel corso di adattamenti all’esposizione a xenobionti ambientali di varia natura (contenuti in aria, acqua, cibo) e a stress emotivi, si basa sulle modificazioni epigenetiche del Dna e delle proteine che lo avvolgono (metilazione di Dna e proteine, acetilazione di proteine, eccetera), modificazioni che sono reversibili non interessando la sequenza (primaria) del Dna.
Alla luce della teoria della Pangenesi e della trasmissione epigenetica di caratteristiche ereditarie, divengono del tutto comprensibili gli effetti prodotti sugli individui esposti a condizioni ambientali estreme: ad esempio, le persone concepite nel corso della carestia imposta dai nazisti nell’inverno del 1944-1945 alla popolazione di Amsterdam (evidenza dell’impatto dell’esposizione intrauterina alla malnutrizione) e i figli dei sopravvissuti dell’Olocausto (evidenza degli effetti transgenerazionali degli stress emotivi). In entrambi i casi è stato possibile dimostrare modificazioni significative di alcune regioni del Dna (differente grado di metilazione e dunque differente espressione della regione genica coinvolta) nella progenie degli individui esposti e che coinvolgono il recettore dell’insulina nel primo caso (spiegando così l’alta incidenza di diabete in questi individui) e alcune varianti del gene Fkbp5 la cui espressione è associata a condizioni patologiche dovute a post-traumatic stress disorder (ansia, depressione, disturbi psichiatrici, eccetera) nel secondo.
La Storia (...ma anche la letteratura lo dice, si pensi ad Alice nel paese delle Meraviglie!) insegna che credere in qualche cosa che non si vede e non si riesce a dimostrare è, a volte, corretto e che la mancanza di dati non è prova di assenza di significato di un’ipotesi. La Pangenesi oggi può essere considerata come la cornice concettuale del passaggio di informazioni ereditarie tra cellule e anche tra diverse specie di diversi regni ricordando il trasporto esosomiale di piccole molecole di Rna tra piante e funghi: ancora una volta quel genio di zio Charles aveva visto lungo, buon compleanno alla Pangenesi molecolare!

“La Lettura - Corriere della sera”, 2 dicembre 2018

18.5.19

Perché i teologi non capirono Galileo. Un articolo del teorico delle particelle Nicola Cabibbo (1935 - 2009)

Nicola Cabibbo

Nicola Cabibbo (1935-2010) fu uno scienziato italiano che, a cavallo tra secolo XX e XXI, diede un contributo importante alla “fisica delle particelle”. Cattolico e, per un certo periodo, presidente dell'Accademia Pontificia delle Scienze, si occupò più volte del rapporto tra scienza e fede ed in particolare fu attratto dal “caso Galileo”, anche in relazione della cosiddetta “riabilitazione” che in quegli anni la Chiesa Cattolica, su impulso del papa polacco Karol Wojtila, promuoveva.
L'articolo che segue, pubblicato quasi esattamente 10 anni fa sul “Corriere”, è secondo me reticente sulle questioni della libertà di pensiero, su cui la Chiesa non ha ancora fatto passi avanti decisivi: non a caso alle “scuse” sul caso Galilei corrispondono imbarazzi e silenzi sul caso di Giordano Bruno, che quella libertà con più fervore e coerenza rivendicò.
Ciò detto il testo mi pare molto interessante e formula ipotesi di lavoro, che - da “orecchiante” curioso senza specifiche competenze – mi piacerebbe veder approfondite. La prima mi pare la sottolineatura del carattere complessivamente “filosofico” dell'avventura intellettuale galileiana; la seconda l'indicazione delle basi filosofiche della persecuzione dei teologi contro Galileo (matematica pitagorica e atomismo v/s formalismo aristotelico). In ogni caso una lettura stimolante. (S.L.L.)

Quando nel 1610 si spostò da Padova a Firenze presso la corte dei Medici, Galilei insisté per ricevere il titolo di “Filosofo e Matematico primario” del Granduca. Non solo Matematico, come Keplero presso la corte imperiale di Praga, ma anche e anzitutto Filosofo. Questa richiesta è fondamentale per capire la vastità del progetto galileiano: una scienza che non si accontenta di esplorare e descrivere fenomeni ma aspira a una comprensione totalizzante della natura. Un tale programma diviene necessariamente una filosofia; alla sua base il famoso passo de Il saggiatore (Feltrinelli) in cui Galilei afferma che il grande libro della natura è scritto in caratteri matematici. È dalla matematica che bisogna ripartire per capire il mondo.
Gli sviluppi della scienza e delle tecniche, rappresentati da scienziati come Nicola Copernico o William Gilbert, o dai grandi scienziati- artisti-ingegneri del Rinascimento italiano, da Leonardo a Guidobaldo del Monte, non potevano essere inquadrati nella filosofia allora dominante, quella di Aristotele. In Aristotele la natura era descritta in termini di «forma» e «sostanza», concetti che non permettono di andare oltre una discussione puramente qualitativa dei fenomeni naturali. Il passaggio dal qualitativo al quantitativo richiedeva una filosofia diversa, quella di Pitagora, secondo cui tutto è numero.
Ancora oggi l’innegabile successo della descrizione matematica della natura è fonte di meraviglia. Quando nel 1960 Eugene Wigner, uno dei padri della meccanica quantistica, scrisse un saggio, ormai divenuto un classico, sulla Irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali dovette concludere che «we do not know why our theories work so well», non sappiamo perché la matematica funzioni così bene.
La nuova filosofia della natura si scontrava quindi con quella dominante, ma anche con il pensiero teologico che, tramite la scolastica, proprio nella filosofia di Aristotele aveva trovato le sue fondamenta razionali.
Essere contro Aristotele nel Seicento era estremamente rischioso. Come sappiamo, lo scontro portò alla messa all’indice delle opere di Copernico nel 1616 e al processo contro Galilei del 1633. Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche che si trasformava necessariamente in filosofia della natura aveva gettato un forte sospetto di eresia su Galileo e i suoi seguaci. Alla Chiesa mancò all’inizio del Seicento una personalità del calibro intellettuale di un Tommaso d’Aquino, che sapesse valutare correttamente l’impatto filosofico della nuova scienza, a cominciare dalle scoperte astronomiche di Galilei del 1609. Fondamento del metodo di Galilei è un’immagine del funzionamento della natura in cui inquadrare i fenomeni particolari. Galilei è atomista convinto, vede tutta la materia come composta da particelle che si muovono nel vuoto, e questa immagine del mondo guida la sua ricerca. L’atomismo fa da sfondo agli studi sul galleggiamento, è centrale ne Il saggiatore, e ispira la discussione della resistenza dei materiali nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze del 1637. Non soltanto il pitagorismo, anche l’atomismo si scontra con Aristotele.
Come ha dimostrato Pietro Redondi, nel suo Galileo eretico (Einaudi), l’atomismo di Galilei giocò un ruolo non indifferente dietro le quinte del processo del 1633. Galilei era convinto che tutta la materia, sia sulla terra che nei corpi celesti, obbedisce alle stesse leggi. E questa convinzione, confermata dalle sue scoperte astronomiche, lo aveva portato al sistema copernicano, secondo cui la terra gira intorno al sole e ruota su se stessa.
Un elemento essenziale del metodo di Galilei consiste nel semplificare al massimo i fenomeni che si desidera studiare, sfrondandoli per quanto possibile da effetti secondari che oscurano il risultato cercato.
Per studiare la legge che regola il moto dei corpi conviene concentrarsi su oggetti pesanti, meno influenzati dalla resistenza dell’aria. E poi conviene rallentare la velocità della caduta, studiando il rotolamento su un piano inclinato. L’ultimo passo consiste nello studiare il moto di un pendolo, che elimina l’attrito.
Affrontando lo stesso problema da più punti di vista, in condizioni sperimentali diverse — il moto di un proiettile, il rotolamento su un piano inclinato, il pendolo — Galilei arriva a isolare il cuore del fenomeno, a determinare le leggi del moto. I Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze contengono alcuni bellissimi esempi di esperimenti mentali. Si tratta di uno strumento del tutto originale, che è forse il massimo contributo di Galilei allo sviluppo delle scienze: immaginare un esperimento, anche se non facilmente realizzabile, il cui risultato è tuttavia evidente. Un esempio tra tanti: se un oggetto si muove verso il basso, il suo moto è accelerato, se si muove verso l’alto il moto è ritardato, quindi Galileo può affermare che su un piano orizzontale l’oggetto non sarebbe né accelerato né ritardato, ma si muoverebbe a velocità costante. Tanto evidente è questa conclusione che non è necessario eseguire l’esperimento. Anzi l’esperimento non riuscirebbe perché non è possibile eliminare del tutto l’attrito, ma la conclusione resta.
Esperimenti mentali di questo tipo sono alla base della scoperta della gravitazione universale di Newton — la Luna cade come una mela? — o della teoria della gravità di Einstein — che cosa succede in un ascensore in caduta libera?
La fertilità del lavoro di Galileo per lo sviluppo delle scienze è impressionante, e si sviluppa già nei decenni successivi alla sua scomparsa. Nelle ricerche di Galilei troviamo i semi della scoperta del barometro di Torricelli, o della legge della gravitazione universale di Newton.
Intorno al 1675 Giovanni Cassini e il danese Ole Rømer, che studiavano un metodo proposto da Galilei per la determinazione della longitudine, osservarono delle irregolarità nel periodo di rotazione dei satelliti di Giove. Ottennero così la prima misura della velocità della luce, rispondendo a una precisa domanda posta da Galilei nei Discorsi. È conoscendo la velocità della luce che James Bradley, studiando l’aberrazione stellare, un piccolo spostamento della posizione apparente delle stelle, poté trovare nel 1729 una dimostrazione del moto della terra intorno al sole, quella dimostrazione che Galilei aveva inutilmente cercato cent’anni prima.

“Corriere della sera”, 23 maggio 2009

14.5.19

Crimini contro l'ambiente. Non ammazziamo i gorilla (Maurilio Orbecchi)



“Colui che comprende il babbuino contribuirà alla metafisica più di Locke” scrisse Darwin nel 1838 dopo aver scoperto quale fosse l'origine delle specie. Raramente previsione fu più azzeccata. Gli umani e le altre scimmie, infatti, condividono gli stessi sistemi emotivi trasmessi loro dai progenitori comuni. Per questo motivo studiare il sistema affettivo dei primati non umani, un sistema non mascherato dai processi cognitivi corticali come quelli di Homo sapiens, contribuisce a far luce sulla realtà di ciò che si nasconde dietro i nostri comportamenti e pensieri. L'etologia cognitiva e la psicologia animale comparata sono, per questo motivo, ormai discipline indispensabili sia per la psicologia cognitiva e dinamica, sia per la filosofia della mente.
Ma come faranno psicologi e filosofi del futuro a capire l'uomo se non ci saranno più scimmie da studiare nel loro ambiente originario? Questa domanda sorge spontanea dopo la lettura dell'interessante libro dello psicologo animale comparato, Angelo Tartabini (Crimini contro l'ambiente. Tuteliamo le scimmie per salvare l'uomo, Liguori, Napoli 2015), un resoconto diretto delle sue ricerche ed esperienze sul campo in vari paesi del mondo.
Tutti i primati antropomorfi, oranghi, gorilla, scimpanzé, bonobo, sono ad altissimo rischio di estinzione per un insieme di fattori che vanno dall'aumento della temperatura, alla deforestazione indiscriminata, all'inquinamento, ai safari, al bracconaggio, fatti che avvengono soprattutto nei paesi socialmente ed economicamente più deboli, proprio quelli dove vivono le scimmie. Le cifre sono impressionanti: a fronte di sette miliardi di primati umani, sono rimaste poche decine di migliaia di oranghi, gorilla, bonobo e circa duecentomila scimpanzé.
In Africa, dal 1990 ad oggi, è stato sottratto ai gorilla metà del loro territorio originario. In questo continente ci sono sedici generi di scimmie in via di estinzione. Questo vuol dire che nel 2020, quindi tra meno di un lustro, molte specie di scimmie che vivono ancora in questa parte del mondo non si potranno più vedere in libertà.
Le multinazionali cinesi delle estrazioni minerarie stanno provocando danni incalcolabili all'ambiente e agli animali, anche con la caccia e favorendo il bracconaggio. Ricchi psicopatici di successo, azionisti e manager di Pechino e Shangai, si dilettano a cacciare scimmie, inclusi gli scimpanzé. Il costo di uno scimpanzé alla fonte è di 25.000 dollari circa, un gorilla può valere anche 40.000 dollari, cifre molto allettanti per gli afri-cani, denari che sono divisi tra più persone tanto che le autorità, non estranee a questo commercio, preferiscono chiudere ambedue gli occhi. Come se non bastasse, si aggiungono anche i bracconieri locali, combattuti dai governi con pene dure, fino alla fucilazione, che in questo modo riforniscono zoo, zoo safari, bioparchi in maniera illegale, e soddisfano il mercato di persone ricche e insensibili che le comprano per tenerle in schiavitù, al guinzaglio, come fossero animali da compagnia.
In alcune nazioni la situazione è ancor più drammatica: la ricchezza forestale dell'Etiopia, un paese in cui vivono una proscimmia e un'altra decina di specie di scimmie, è ridotta al lumicino e i processi di rimboschimento in atto sono lenti e insufficienti. In Namibia le multinazionali del turismo, in aree private, organizzano dei safari in cui è possibile uccidere, naturalmente a pagamento, animali selvatici, incluse le scimmie. Per partecipare si paga una cifra minima di 10.000 dollari americani e tutto avviene alla luce del sole. Il fatto più sconvolgente è che le autorità della Namibia, luogo dove sono rimaste solo una proscimmia e due specie di scimmie, sostengono che questo tipo di caccia è positivo perché ridurrebbe il bracconaggio.
Tra le situazioni più preoccupanti vi è quella di Togo, Ghana e Benin. Questi tre Paesi in passato sono stati devastati dalla deforestazione e ora l'espansione demografica non favorisce il loro sviluppo. Ciò sta mettendo in grave pericolo le poche specie di scimmie rimaste che sono poco meno di una decina.
La condizione del Sud America non è certo migliore: in Argentina la deforestazione ha raggiunto livelli impressionanti, e le quattro specie di scimmie sudamericane che sopravvivono in questo paese si trovano in luoghi molto limitati del Nord, ai confini con il Brasile e il Paraguay. In Ecuador la foresta ricopre ancora il 50 per cento del suo territorio, ma le multinazionali del petrolio, numerose in quella zona, stanno mettendo in pericolo gli equilibri naturali di tutto il paese in cui vivono ancora diciannove specie di scimmie.
Il libro di Tartabini non è però soltanto un'appassionata e coinvolgente denuncia della situazione. In primo luogo la sua ricerca vuol essere lo stimolo e la speranza per una presa di coscienza della grave situazione ambientale attuale mondiale, un invito a prendere provvedimenti seri che salvino i primati non umani coi quali Homo sapiens condivide legame di attaccamento, inibizione all'incesto, egoismi, altruismi, emozioni, stati affettivi e mille altri comportamenti sociali che il nostro narcisistico antropocentrismo riteneva caratteristiche esclusive della nostra specie.

L'Indice, Aprile 2016

24.4.19

L'inquieta senescenza di Barbra Streisand. Il cane clonato, il disco antiTrump, la gaffe su Jackson

Barbra Streisand con Sammi-Samantha, il cane clonato


Da “la Repubblica” del 28 febbraio 2018 riprendo una curiosa notizia che riguarda una cantante, attrice, regista di grandissimo talento, Barbra Streisand.
L'amatissimo cane Samantha, morto nel maggio del 2017 lasciando un vuoto incolmabile che ha condiviso sui social network, in realtà è ancora con lei. Almeno in parte. Lo ha confessato Barbra Streisand confessando in un'intervista a “Variety” che due dei Coton de Tulear al suo fianco, Miss Violet e Miss Scarlett, sono il frutto della clonazione.
Le due cagnoline, racconta la star (attrice, cantante, produttrice e regista) settantacinquenne, sono state clonate da cellule prelevate dalla bocca e dallo stomaco dell'amatissimo cane Samantha, morto all'età di 14 anni nel maggio dell'anno scorso. I due cuccioli sono fisicamente simili a Samantha, ma ancora è presto per capire se ne hanno ereditato anche il carattere: "Hanno personalità diverse. Sto aspettando che invecchino così posso vedere se hanno i suoi occhi marroni e la sua serietà" racconta Streisand riferendosi al compianto amico a quattro zampe.
La rivelazione non è passata inosservata. Quindi, si possono clonare i propri animali domestici, la pratica non è confinata al campo della ricerca e ai laboratori? La risposta è sì, ma farlo non è certo alla portata di tutti. Può costare fino a 100mila dollari.
Per clonare un cane, i proprietari devono inviare un campione di tessuto, contenente il materiale genetico dell'animale domestico, al laboratorio. Il campione può essere prelevato da un veterinario, anche fino a pochi giorni dopo la morte. Nel processo di clonazione - definita in questo caso riproduttiva - vengono recuperate le cellule viventi dal campione di tessuto e fatte crescere per un paio di settimane. Dalla cellula somatica del donatore, viene rimosso il nucleo e sostituito con quello del cane da clonare. L’ovulo, per essere fecondato, non ha bisogno dello sperma, perché riceve tutte le informazioni genetiche da un singolo organismo. La divisione cellulare viene stimolata artificialmente attraverso uno shock elettrico. L'ovocita è quindi inserito nell'utero di un cane surrogato, dove la divisione cellulare continua e si forma il feto. Secondo Business Insider, circa un embrione su tre si sviluppa e diventa un cucciolo sano.
Dopo la rivelazione della Streisand, non si sono fatte attendere le reazioni degli animalisti. La Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) ha espresso i suoi dubbi attraverso una dichiarazione della presidentessa Ingrid Newkirk: "Vogliamo tutti che i nostri amati cani vivano per sempre, anche se può sembrare una buona idea, la clonazione non porta a questo – ha detto la rappresentante dell'organizzazione non-profit per i diritti degli animali - ma crea un nuovo e diverso cane che ha solo le caratteristiche fisiche dell'originale. Le personalità degli animali, i loro capricci e la loro "essenza" semplicemente non possono essere replicate". Il consiglio dell’associazione, se si desidera un cane, è quello di percorrere la strada dell’adozione, considerati i tanti animali abbandonati nei canili e bisognosi di cure e affetto.
Pioniera della clonazione canina è la Corea del Sud: il primo cane clonato, Snuppy, un maschio di levriero afgano, è nato lì nel 2005. Da allora il Paese ha fatto da apripista con la Sooam Biotech Research Foundation che, riporta Business Insider, è il leader mondiale nella clonazione di cani commerciali: a oggi ha clonato più di 600 cuccioli, molti dei quali inviati negli Usa. Vista la crescita delle richieste, la clonazione commerciale per gli animali domestici di recente si sta diffondendo anche negli Stati Uniti, ad esempio con ViaGen in Texas che offre servizi commerciali di conservazione e clonazione non solo di animali domestici, ma anche di bovini, equini e suini.
Ma sui dettagli dell'operazione Barbra Streisand non ha indugiato, preferendo parlare di Trump e del libro che sta scrivendo, sempre con gli amati cagnolini al suo fianco”.
Dopo questa notizia si deve attendere l'autunno per trovare nuove interessanti su Streisand, che ha intanto compiuto 74 anni. In settembre escono infatti anticipazioni sul suo nuovo disco: si intitola Walls e uscirà il 2 novembre e contiene la canzone Don’t Lie to Me (“Non mentirmi”), che è chiaramente contro Donald Trump, mentre del libro non si sa ancora nulla. Il disco, regolarmente uscito non otterrà il successo sperato, ma i concerti di Streisand in molte importanti città degli States, sono sempre affollati.
Di lei si riparlerà tra il febbraio e il marzo 2019 per una dichiarazione che sembra difendere la memoria di Michael Jackson, accusato post mortem di violenze su minori, rovesciando l'accusa sugli stessi minori e sulle loro famiglie. Si correggerà dicendo di essere stata fraintesa.
Sul libro contro l'attuale presidente USA che sta scrivendo con la solidarietà dei cagnolini non trovo in rete nessuna novità. Io spero che non conduca campagne politiche in prima linea: ho il sospetto che la sua opposizione giovi a Trump piuttosto che danneggiarlo.

2.4.19

Einstein. La grande immaginazione per unire ciò che altri avevano diviso (Gianfranco Bangone)



Nel bagaglio dello scienziato che posto occupa la metafora e l’analogia, e quanta libertà ha un ricercatore di superare i condizionamenti culturali della sua epoca mentre abbozza una nuova teoria che descriva la natura? Gerald Holton ha dedicato buona parte dell’ultimo decennio ad esaminare quella che chiama l’immaginazione scientifica, ossia quei misteriosi percorsi attraverso cui l’intuizione si trasforma in una struttura formalizzata. A luglio Holton era al festival di Spoleto per tenervi una conferenza e nella conclusione, in modo provocatorio e sottile, ha sostenuto che «Non possiamo spiegare Galileo o Fermi, più di quanto non si possa fare per Mozart o Verdi. Su questo punto Einstein ha ancora l’ultima parola: qui si trova il senso del miracolo che cresce sempre più, come lo sviluppo della conoscenza stessa cresce».
Holton aveva teso questo tranello finale per distanziarsi dall’uso improprio del suo lavoro sull’immaginazione: da una parte c’è il pericolo di una antropologia sul «fare scienza», dall’altra di mutuare dalla creatività artistica contesti che mal si prestano all’applicazione nel pensiero scientifico. Nonostante questa specificità la storia della scienza è lastricata da incidenti di percorso e lo stesso «metodo» è largamente disatteso.
Ad esempio nella valutazione dei dati sperimentali l’attitudine scientifica allo scetticismo lascia il posto a professioni di fede. Holton sostiene che vi è una «sospensione dell’incredulità» (Suspension of Disbelief), un termine preso a prestito dalla Biographia Literaria di Samuel Taylor Coleridge: «Una parvenza di verità sufficiente a procurare a questi fantasmi dell’immaginazione una sospensione dell’incredulità per quel momento che costituisce la fede poetica». Dalton e Mendel rifiutavano di accettare dati che potessero contraddire le loro supposizioni, i diari di laboratorio di Millikan - che misurò la carica elettrica dell’elettrone - dimostrano quanto poco tenesse in considerazione valori difformi da quelli che utilizzò per la pubblicazione del suo lavoro. In questa forzatura non vi è dubbio che allo scetticismo si sia sovrapposta una immaginazione tematica che condiziona i risultati.
Sulla falsariga dei suoi precedenti lavori Gerald Holton ha dedicato un lungo saggio a Einstein e alla cultura scientifica del XX secolo. Il volume del Mulino (1991) corrisponde alle prime due parti dell’opera originale - pubblicata dalla Cambridge University Press nell’86 - mentre la terza parte è uscita lo scorso anno (sempre per il Mulino e con il titolo Scienza, educazione e interesse pubblico). Einstein rimase ostinatamente fedele alle sue idee, è noto che rifiutò di accettare teorie come la meccanica quantistica di Bohr, che risultavano ben sorrette dalla base fenomenica, ma basate su presupposti antitetici ai propri. Non vi è dubbio che la libertà di uno scienziato sia strettamente circoscritta da un particolare insieme di temi (Holton li chiama themata) propri di uno scienziato: tale insieme ne condiziona lo stile, la direzione e il ritmo di sviluppo della ricerca. E nella misura in cui le mappe di themata dei singoli scienziati coincidono, ne risulta parimenti condizionato o indirizzato il cosiddetto progresso della comunità scientifica in quanto gruppo. D’altra parte le connotazioni intrinsecamente anarchiche della «libertà» potrebbero di fatto disperdere lo sforzo complessivo.
In occasione del conferimento del Nobel Einstein riconobbe che la relatività speciale comportava dei progressi: riconciliava la meccanica con l’elettrodinamica, ovvero le rispettive basi dei Weltbilder (o immagini del mondo) dell’epoca. La teoria riduceva anche il numero di ipotesi logicamente indipendenti e imponeva l’esigenza di una chiarificazione dei concetti fondamentali in termini epistemologici (ad esempio unificava quantità di moto e principi di energia, dimostrava l’identità di natura fra massa ed energia). Nel ’16 lo stesso Einstein riferisce in una lettera a de Sitter del suo «bisogno di generalizzare», e nel ’47 nelle sue Note autobiografiche torna a criticare il Weltbild dominante in fisica prima della relatività, a causa della sua assoluta rigidezza dogmatica: la convinzione che dio avesse creato le leggi newtoniane del moto, unitamente alle masse e alle forze necessarie, avrebbe potuto condurre gli scienziati assai lontano. I tentativi di fondare l’elettromagnetismo su questa struttura teorica erano destinati a fallire.
La propensione alla semplicità, tratto assai tipico nella personalità di Einstein, aveva portato a una teoria che apriva la porta a una serie di unificazioni. Nel contesto dell’elettrodinamica i fenomeni elettrici e magnetici potevano essere considerati la stessa cosa, vista da sistemi di riferimento diversi. Le antiche concezioni di spazio e tempo risultavano ormai prive del loro carattere di assolutezza e ridotte a sottoinsiemi di spazio-tempo. Con la scomparsa della nozione di simultaneità assoluta di eventi distanti, tutti i fenomeni dovevano essere descritti come propagati da funzioni spaziali continue. La teoria della relatività agiva come un filtro rigoroso: anziché imporre soltanto l’assunzione dei fondamentali concetti meccanici o elettromagnetici, o energetici - come richiesto dai precedenti Weltbilder - la relatività operava come una regola selettiva sulla forma e sul tipo delle leggi di natura.

Il manifesto 6 dicembre 1991

Ricerca scientifica. Frodi, truffe e manipolazioni (Franco Carlini)

Gregor Johann Mendel

Il libro Falsi profeti di Alexander Kohn (Zanichelli, 1991) è stato pubblicato per la prima volta, in inglese, nel 1986. Ma già l’anno successivo l’autore, virologo all’università di Tel Aviv, era costretto ad aggiungervi precipitosamente un altro capitolo di aggiornamenti. E oggi, a quattro anni di distanza, si sentirebbe addirittura il bisogno di raddoppiare il numero delle pagine. Non è colpa di Alexander Kohn il cui saggio mantiene intatto il suo interesse, ma del fatto che il fenomeno che egli illustra, con ricchezza di esempi e un analisi meticolosa, ha conosciuto un’accelerazione improvvisa. Falsi profeti tratta infatti di «inganni e errori nella scienza», come recita il sottotitolo. O, a essere più crudi, le frodi, le truffe, i comportamenti scorretti e le manipolazioni dei risultati scientifici, a opera dei ricercatori. Così oggi al libro di Kohn si dovrebbe aggiungere, almeno: 1) il caso della dottoressa Teresa Imanishi Kari e del professor Baltimore, già premio Nobel per la medicina; 2) la presunta «memoria dell’acqua» del professor Benveniste; 3) il caso dei professori Pons e Fleischman e dei loro esperimenti sulla cosidetta «fusione nucleare fredda»; 4) i falsi fossili del paleontologo indiano professor Gupta; 5) gli ultimi sviluppi, tuttora in corso, della penosa storia del professor Gallo e del professor Montagnier a proposito della scoperta del virus dell’Aids. L’elenco è incompleto per difetto e giusto per non tediare il lettore: le riviste scientifiche degli ultimi tre anni sono piene di altri episodi del genere.
Il fenomeno, va detto, è sempre esistito. Anzi, molte delle storie ricostruite con puntiglio da Kohn affondano le radici ben indietro nel tempo. Come i dati sperimentali del monaco Mendel, lo scopritore delle legge dell'ereditarietà, che esaminati con più attenzione, risultarono troppo belli per essere veri. L'ipotesi è che fosse stato il suo assistente di laboratorio, anzi di giardino, ad aggiustarli un po’, di modo che la trasmissione ereditaria dei caratteri genetici dei piselli risultasse ben provata. Ma si può classificare come frode, truffa, violazione dell'etica scientifica un caso del genere in cui i dati scorretti sostengono una teoria poi dimostratisi vera? Oppure i casi, assai più frequenti di quanto sembri, in cui un ricercatore, convinto a priori della bontà della sua teoria o del suo modello, inconsapevolmente aggiusta i risultati di un esperimento, senza nemmeno rendersene conto?
Il dolo, ovvero l’intenzione esplicita e consapevole di barare, è uno degli elementi distintivi delle frodi scientifiche propriamente dette. Molti casi, anche apparentemente minori, li racconta lo stesso Kohn, che ha attinto a una bibliografia enorme. Altri fanno parte della cronaca scientifica più recente. Quasi sempre la spinta a violare consapevolmente le regole non scritte dell’etica scientifica viene dall’abbinamento ambizione-pressione ambientale. L’ambizione del ricercatore non è un male in sé; si può anzi pensare che senza una certa dose di essa, molte scoperte non sarebbero mai avvenute. La pressione ambientale deriva da quell’insieme di meccanismi interni alla macchina della ricerca scientifica che collegano la carriera con il numero delle pubblicazioni scientifiche. È l’unico criterio «oggettivo» di cui la comunità scientifica si è dotata per valutare il merito (la comunità scientifica seria, naturalmente, non quella italiana che nei concorsi a cattedra sorvola con disinvoltura i meriti e fa valere invece le parentele, i legami di cordata o politici; le ultime scandalose bocciature nei concorsi italiani, raccolte anche dai quotidiani, sono lì a testimoniarlo). Ma è un meccanismo assai pericoloso, tuttavia: lì infatti stanno le ragioni pratiche di molti articoli scientifici a firma multipla, dove l’autore vero (e magari anche l’autore degli aggiustamenti fraudolenti) è il giovane ricercatore che deve sfondare a tutti i costi, e le altre firme sono di colleghi più anziani che lo coprono, magari avendo discusso con lui solo la filosofia generale dell’esperimento e nulla più. Se tutto va bene, nessuno se ne accorge e tutti i firmatari riscuotono il loro vantaggio. Se invece qualche collega si accorge della frode, allora ci si imbatte in penose lettere di scuse alla comunità della scienza, come quella scritta dal Nobel David Baltimore sul numero di Nature del 9 maggio scorso.
L’atteggiamento di Kohn rispetto al fenomeno non è moralista a oltranza: realisticamente egli dà per scontato che i casi di manipolazione o di alterazione dei risultati sperimentali siano più diffusi di quanto si pensi. Specialmente nelle scienze biologiche o in quelle psicologiche dove la riproducibilità degli esperimenti non è così semplice. Non nasconde tuttavia un certo ottimismo, basato sulla convinzione che in fondo, se la truffa riguarda una scoperta veramente importante, essa verrà inevitabilmente smascherata, dato che molti altri «colleghi» si butteranno su quella tecnica o su quel fenomeno, per ripeterli o migliorarli. Si può dare per scontato invece che nel caso di pubblicazioni marginali, o di scarso interesse, nessuno mai tenterà di nuovo la prova, e gli autori del falso (o della manipolazione) potranno vivere tranquilli: quel loro lavoro infatti è un tassello del tutto secondario, e cadrà assai rapidamente nel dimenticatoio; il suo unico effetto sarà di aiutare la carriera degli autori, senza produrre un danno sociale particolarmente alto (se non quello di portare finanziamenti e carriera a chi non se lo merita).
È un atteggiamento realistico, anche se poco allegro: i quattro cardini dell’etica della ricerca, dettati a suo tempo da Robert Merton, uno dei pionieri della sociologia della scienza, appaiono davvero in disuso. Essi erano universalismo, disinteresse, scettiscismo e comunanza. Tutti sono stati intaccati anche profondamente, dall’intreccio tra scienza e mercato e dal mercato delle carriere. Non c’è forse da strapparsi i capelli, né da condannare in blocco tutta la scienza moderna. Ma occorre saperlo, per non attribuire agli uomini e alle istituzioni di scienza delle virtù che non si meritano più di tanto.

"il manifesto", 6 dicembre 1991

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