27.7.10

Chi l'ha detto? (di Roberta Carlini - per "Rocca" di Assisi)

"La democrazia dei contemporanei è diversa da quella “classica”, e questa a sua volta era diversa dalla democrazia della agorà”.

“La scienza muta l’esistenza”.

“Se cambia la geografia, la politica non può restare uguale”.

“La crisi postula la salita, e non la discesa nella scala dell’etica, e se vuole anche dell’estetica”.

“Ci può essere reato senza peccato, come ci può essere peccato senza reato”.

“Qui vale la dialettica tesi, antitesi, sintesi”.

Chi l’ha detto? Frasi a caso dalle tracce della maturità, citazioni da bignamini a buon mercato, gioco di società sotto l’ombrellone? No, le frasi appena citate sono contenute in una lunga intervista che il nostro ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha dato a uno dei più importanti quotidiani nazionali, la Repubblica, nel mezzo di una delle più gravi crisi economiche e morali della nostra storia recente. I giornali trasudano di notizie su patti segreti tra uomini vicinissimi al potere per spartirsi le prebende di governo e sottogoverno; ministri e sottosegretari cascano uno dopo l’altro come birilli sotto i colpi delle inchieste giudiziarie; la disoccupazione è a livelli record; la crisi economica non accenna a finire; il parlamento si appresta a varare una manovra correttiva che congela stipendi pubblici, allunga l’età di pensione per molti, taglia fondi alle regioni e ai comuni; per non parlare del tracollo politico della maggioranza che sostiene il governo in carica. E in tutto ciò, il ministro dell’economia fa l’oracolo; inanella slogan, battezza formulette, cita, fraseggia. Dietro e dentro le centinaia di righe del tenore di quelle citate all’inizio di quest’articolo, gli esperti di fatti politici hanno letto due o tre notizie: un ri-posizionamento del ministro più forte della maggioranza più debole; un suo avvertimento a Berlusconi (nel sottile distinguo: la corruzione non è solo problema di una mela marcia, ma quantomeno di “una cassetta di mele marce”); un suo messaggio all’opposizione, attraverso il giornale-leader dell’opinione pubblica antiberlusconiana; addirittura, un suo messaggio ammiccante allo stesso gruppo editoriale che edita quel giornale antiberlusconiano. Movimenti importanti, per carità, nel dibattersi angosciato e angosciante di un regime che sembra sempre agli ultimi giorni. Che uno dei suoi esponenti più importanti, autore e protagonista indiscusso di quell’asse con la Lega Nord che è il vero azionista di riferimento del governo, si salvi dal diluvio precostituendosi una strada per il dopo, può anche essere segno di lucidità politica. Certo però che “le parole sono importanti” (come diceva Nanni Moretti in una sceneggiatura passata alla storia), e soprattutto è importante capire perché il ministro dell’economia della quinta o sesta potenza mondiale, quello che deve convincere i mercati e sostenere borse e monete, iniettare fiducia e dirigere la barra del timone, parla per frasi fatte, immaginette a effetto, citazioni a raffica. Per nascondere un vuoto, o un pieno che non si vuole mostrare?

La vittoria più grande che il ministro dell’economia può vantare, nell’intervista citata, riguarda la rapidità di approvazione della sua manovra economica: quella varata in maggio, quando dalla Grecia è partito il nuovo corso dei governi europei, improntato a un rientro rapido e doloroso dai deficit pubblici contratti per salvare l’economia dallo choc finanziario dell’anno precedente. Dunque, dopo aver fatto pochissimo (al contrario degli altri governi) per contrastare la crisi finanziaria ed economica, il governo italiano si è messo tra i primi della classe nelle misure anti-deficit. “Al parlamento è bastato un mese per fare la manovra”. Il miracolo sta nel voto di fiducia, che ha stroncato sul nascere qualsiasi trattativa, dialogo, discussione. O meglio, ha stroncato trattative e discussioni alla luce del sole: poiché le lobby più vicine al governo o ai suoi clientes sono invece state rapidamente accontentate, o almeno non penalizzate. Hanno vinto i pochi allevatori che non hanno pagato le multe per le quote latte, riuscendo a spostare il peso del loro debito su tutti noi; e hanno vinto i camionisti per i quali si è avuta, come tutte le estati, l’ennesimo comma ad-hoc per evitare il blocco dei Tir sotto il solleone. Due piccoli esempi, che però mostrano uno stile: nessuna discussione con la platea dei dipendenti pubblici i cui stipendi sono stati congelati, nessun dialogo con il mondo della scuola disseccato e prosciugato di risorse, nessuna trattativa con i livelli istituzionali di regioni e comuni. Ma intanto, sottobanco, ognuno cerca -e a volte trova – il suo piccolo tesoretto. Chi può si mette in salvo, o addirittura ci guadagna qualcosa: poco importa che alla fine, della grande promessa di ridurre le tasse, non sia rimasto niente (la pressione fiscale è al 43,2%) e la solenne promessa del federalismo fiscale sia ancora tutta da scrivere, mentre ai protagonisti dello stesso federalismo, regioni e comuni, è stato finora trasferito solo il potere di litigarsi i tagli: a loro infatti Tremonti ha affidato l’onere di ripartirsi il grosso della manovra, ossia il taglio dei trasferimenti dallo stato centrale. Questo è, per ora, il solo “potere” supplementare che è stato trasferito agli enti locali dal governo che aveva fatto del federalismo la sua bandiera.

Dettagli, quel che conta è portare a casa uno slogan, che Tremonti trova nelle “Due P” da contrapporre allo scandalo della P3. “Nella manovra è stata fatta la riforma delle pensioni più seria d’Europa in questi anni e pari data c’è stata Pomigliano, con il lavoro che non esce ma torna in Italia e nel Mezzogiorno. E forse queste due, pensioni e Pomigliano, sono due P più importanti della P3”, dice il ministro. La “riforma delle pensioni più seria d’Europa” consiste nella somma di due misure: le cosiddette “finestre mobili” (con uno slittamento di 12 mesi per i dipendenti e 18 per i lavoratori autonomi) e lo scalone per le donne del pubblico impiego, che potranno andare in pensione di vecchiaia non più a 60 ma a 65 anni. Tutte e due gli interventi vanno nella direzione di un aumento strutturale dell’età pensionabile: quindi una modifica delle precedenti riforme, nella direzione di ottenere un risparmio previdenziale e lasciare la gente a lavoro più a lungo. Il vantaggio per le casse pubbliche è evidente, mentre si discute molto (e con pareri opposti) sull’effettiva portata “paritaria” di questa misura, ossia se si tratti davvero di un passo avanti contro la discriminazione di genere (sull’argomento, il sito www.ingenere.it ospita un dossier con pareri diversi). Mentre non c’è traccia, nella discussione parlamentare e politica sulle pensioni, di proposte e misure per l’emergenza vera che si creerà nei prossimi anni, quando arriveranno all’età di pensionamento le generazioni cresciute solo con il sistema contributivo, e con redditi bassi e saltuari: in altre parole, quando arriverà la prima generazione di pensionati che sono poveri pur avendo lavorato per tutta la vita. Quanto alla vertenza di Pomigliano, chiamata in causa per coincidenza temporale, tutti i meriti (o le colpe, dipende dai punti di vista, ed è evidente che quello del ministro-frasologo è abbastanza lontano da quello degli operai campani) sono della Fiat, alla quale il governo di Tremonti si è limitato a dare un appoggio entusiastico ma non richiesto, e forse neanche tanto gradito.

Tutto ciò, nella retorica del ministro, vale a oscurare la P3, ossia la montagna di scandali che sta sommergendo la politica. Qualcun rubacchia, noi facciamo, sembra mandare a dire il ministro. Non mettendo in connessione in alcun modo quel che invece in connessione è: la crisi della politica economica e quella della politica tout court; la sostituzione della contrattazione sottobanco al dialogo trasparente; il passaggio dalle procedure faticose della democrazia ai metodi spicci della contrattazione tra poteri (più o meno puliti); lo spostamento dalla cittadinanza alle clientele, dai diritti ai favori. Tutto ciò è evidente nell’Italia del 2010, appena si diradino un po’ i fumi dell’illusionismo in cui l’allievo – il ministro-prodigio, quello che governa l’economia italiana, con qualche temporanea interruzione, da sedici anni – ha superato il grande maestro, al quale i giochi di specchi sembrano non riuscire più.

26.7.10

La caserma e il coraggio. Da "Una nobile follia" di Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869)

Nel 2007 gli Oscar Mondadori rieditarono un romanzo dello scrittore scapigliato Igino Ugo Tarchetti (1839-1869) Igino Ugo Tarchetti, Una nobile follia, del 1867.
Il romanzo racconta la storia di Vincenzo D., giovane colto e sensibile, amante della natura e dell'arte, innamorato di una donna, incapace di violenza, che viene chiamato a prestare il servizio militare e ben presto trasformato in una macchina per uccidere. Vincenzo parte per la guerra di Crimea (1852 – 1855) e partecipa alla battaglia del fiume Cernaia, che Tarchetti rappresenta per quello che probabilmente fu: un massacro insensato, assolutamente privo di elementi eroici.
La pubblicazione di Una nobile follia suscitò scandalo e valse al suo giovane autore una certa fama. La denuncia intransigente del militarismo trovava qualche riscontro dopo la cosiddetta “terza guerra d’indipendenza” del 1866, segnata dalle catastrofiche sconfitte di Custoza, per terra, e di Lissa, per mare. Il libro più celebre di Tarchetti è rimasto tuttavia Fosca (1869), storia “perturbante” di un amore morboso, le cui ultime pagine vennero redatte sui suoi appunti dall’amico Salvatore Farina, per la morte di tifo del Tarchetti. Proprio Farina ci racconta come questo ottocentesco stravagante, che andava agli appuntamenti galanti con i topi bianchi in tasca, avesse elaborato un vero e proprio programma “antimilitarista”, da diffondere tra le caserme. Qui ho postato da Una nobile follia due brani di esplicita denuncia (S.L.L.).
La caserma
Incominciò la mia notte: notte immensa, tenebrosa, terribile… Fui soldato. Questa parola esprime tutto. Affetti, memorie, doveri, aspirazioni, diritti, indipendenza, dignità conculcata – assoldato, tenuto a soldo, venduto. Così si uccide un uomo e si forma un soldato. La nazione lo tollera, vi ha di più, la nazione vi applaude, illusa come un fanciullo insensato dalla vista dei pennacchi azzurri, delle sciabole lucide, e del suono delle trombette: i pochi onesti fremono e tacciono.
Quel giorno in cui un uomo ha posto il piede in una caserma, conosce che tutto è finito per lui; quelle mura hanno delle terribili rivelazioni: assorbono le vite ne mostrano le larve come al di là di un velo trasparente. Ciò che vi ha di più orribile nella caserma è la tirannia delle abitudini militari, è lo scherno della virtù, la derisione di ciò che è delicato e gentile, la prevalenza della forza brutale. La caserma ha le sue associazioni occulte, il suo gergo come le galere, le sue tradizioni, le sue gerarchie, i suoi regolamenti segreti; quando si è soddisfatto alle esigenze della disciplina generale, rimane ancora l’obbligo di soddisfare a quelle delle discipline parziali. La caserma possiede e favorisce le abitudini e i vizi di tutte le comunanze: il giuoco, la crapula, il vino, la prostituzione del principio morale, la prepotenza, la violenza, l’oppressione del debole, il diritto della forza, la vendetta privata, la collisione pronta e feroce: tutto ciò vive nelle caserme e vi si perpetua da individuo in individuo; è un legato che si trasmette dal veterano al coscritto; entra nelle caserme dei novizi, e vi si dilata e si spande come un miasma contagioso; è il vaso fatale della leggenda, nessuno può sfuggirne le esalazioni morali, i forti e i cattivi vi resistono, i deboli e gli onesti soccombono.

Il coraggio
Nulla di più assurdo del coraggio nelle battaglie, nulla di più comune di un eroe sul campo. Tutti i soldati lo sono del pari, tutti agiscono eccitati da un istinto: non vi ha coraggio oltre il coraggio civile. L’arte militare ha usurpato quanto vi era di sacro nella famiglia per coprirne le sue nudità ributtanti, ha pure contaminato queste grandi virtù del cuore umano; le ha travisate; le ha tolte all’affetto domestico, alla povertà laboriosa, all’onestà sventurata, al genio operoso, alla virtù sconosciuta, per tributarle all’omicidio freddo, calcolato, impassibile, dell’omicidio ben riuscito. Turpe mistificazione! Tutti coloro che hanno preso parte a una battaglia sanno che cosa è un eroe; comprendono come colui che ha fatto sacramento (benché sacramento imposto) di esporre la propria vita e di attentare a quella degli altri, non compia che un semplice dovere annuendovi; intendono agevolmente come l’istinto della conservazione ci porti all’atto della difesa, come la difesa sia più energica quanto è più ostinato l’istinto, e come questo istinto faccia i più grandi eroi di coloro che sarebbero stati i codardi più volgari nella vita civile.

La poesia del lunedì. Lorenzo Stecchetti.

Nell'aria della sera umida e molle

era l'acuto odor de' campi arati

e noi salimmo insiem su questo colle

mentre il grillo stridea laggiù nei prati.

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L'occhio tuo di colomba era levato

quasi muta preghiera al ciel stellato;

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ed io che intesi quel che non dicevi

m'innamorai di te perché tacevi.

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Da Postuma (1877).

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Nota

La raccolta poetica Postuma, la cui poesia più nota è il celebre Canto dell'odio, comprendente testi anticlericali, anticonformisti o cimiteriali, fu composta da Olindo Guerrini (1845 -1916), che ne attribuì la paternità a un suo immaginario cugino, appunto Lorenzo Stecchetti, morto trentenne di tisi.

Quacquaraquà. A proposito di Leonardo Sciascia e di Ignazio La Russa.


Al mio paese e in diversi altri della Sicilia una classificazione gerarchica tradizionale suole distinguere gli esseri umani di sesso maschile (non mi pare che includa le donne) in uomini, “uminicchi” e “quacquaraquà”. 
Altrove, senza che la sostanza cambi, la gerarchia si amplia e giunge fino a cinque gradi: tra gli uomini e gli “uminicchi” stanno i “mezz’uomini” e tra gli “uminicchi” e i “quacquaraquà” c’è la categoria dei “pigliainculo” o anche “ruffiani”.
Questa più articolata distinzione usa Leonardo Sciascia ne Il giorno della civetta, uno dei suoi primi romanzi, che svela anche il contesto di diffusione, uso e abuso di questo stereotipo. Infatti nel romanzo ad esporre la teoria (e a significarne il disvalore) è il capomafia don Mariano. 
In bocca a lui essa appare funzionale alla subcultura mafiosa ed alle sue pratiche criminali: questa odiosa, quasi razzistica, gerarchizzazione delle persone serve infatti a giustificare l’omicidio ed il primato della prepotenza, degli "uomini" sulle altre categorie. 
A me pare evidente il fondo arcaico, quasi tribale, e fortemente maschilista di siffatte teorie e ringrazio Sciascia per averle così efficacemente demistificate. Immagino peraltro che egli ponesse nella testa più che nei testicoli il fondamento di una possibile distinzione tra le persone: uno dei suoi eroi, credo il più amato, frate Diego La Matina, è da lui definito “siciliano di tenace concetto”. Il concetto è, appunto, un fatto di testa. Del resto, anche nella simpatia per Vittorini, perfino per quello un po’ manicheo di Uomini e no, Sciascia mostra con tutta evidenza che il suo modo di pensare non ricalca affatto quello di don Mariano e del suo ambiente e si fonda su principi del tutto diversi. Se una distinzione nella specie umana bisogna proprio fare - lascia intendere il maestro di Racalmuto - è quella tra chi si batte, come può, per la verità e la giustizia e chi (quasi disumanamente) compie, organizza o serve l’ingiustizia e per farlo propaga la menzogna.
A complicare la cosa c’è in effetti il finale del romanzo. Qui è ancora don Mariano a dire la sua, a commento del trasferimento del capitano Bellodi e della sua sostituzione con un altro ufficiale dei carabinieri. Dice, più o meno, il capomafia: “Quello era un uomo, questo è un quacquaraquà”. 
La collocazione strategica dell’affermazione, quasi una “morale della fiaba”, ha indotto qualcuno alla convinzione, secondo me del tutto errata, che Sciascia, entro certi limiti, condivida il modo di pensare del suo personaggio. Lo ha fatto, di recente, anche Andrea Camilleri. In realtà, la “cavalleresca” affermazione del boss, che riconosce all’avversario tempra di vero uomo, contribuisce a demistificare ulteriormente la mentalità mafiosa, la cui cifra vera non è il coraggio, ma la vigliaccheria. Don Mariano, infatti, promuove il capitano Bellodi da “sbirro”, qual era all'inizio del romanzo, a “uomo”, solo dopo che i suoi protettori politici lo hanno subdolamente fatto trasferire, mettendolo in condizioni di non nuocere.
Resta il fatto che il romanzo di Sciascia, sotto questo aspetto, si sia prestato a letture diverse e persino contrastanti. Credo che capiti spesso alle opere di letteratura, specie a quelle di maggiore spessore. Sembrano avere connaturata una peculiare ambiguità.
Scrivo queste considerazioni dopo che ieri Ignazio La Russa, dalla tribuna di Orvieto, recuperando accenti e toni della “maschia gioventù” combattente con “romana volontà”, ha minacciato il finiano Fabio Granata : “Dica nomi e fatti, se no è un quacquaraquà”. 
E’ – credo – una conferma di quanto vado qui scrivendo: la tassonomia di "uomini, uminicchi e quacquaraquà" va nettamente rifiutata. E’ roba non solo da mafiosi e da maschilisti generici, ma anche da fascisti servili e ignoranti.

25.7.10

Bertolaso premiato per la solidarietà. Con chi?

A Montesilvano, in provincia di Pescara, assegnano annualmente un premio giornalistico sui temi della solidarietà intitolato a Guido Carletti, prima muratore e poi titolare, grazie al suo lavoro, di un’importante impresa di costruzioni. Carletti, nato nel 1927 è morto nel 1993, ma l’impresa è tuttora operante e finanzia il premio. L’associazione intitolata a “Guido Carletti per la solidarietà”, detentrice e organizzatrice del Premio assegna anche su designazioni espresse unicamente dai propri componenti due onorificenze: una targa onorifica a Ente/Associazione o persona fisica, operanti nell'ambito nazionale, distintisi per la promozione della solidarietà, dei valori culturali e tradizionali del costume, dell'arte e della storia locale; e “il calandrino”, un’opera artistica che in onore di suo padre, Alessio Carletti, presidente del premio destina ad una personalità italiana del mondo della cultura o socio-istituzionale che abbia particolarmente contribuito all'evoluzione di temi legati alla solidarietà. Quest’anno l’uno e l’altro premio sono stati assegnati alla stessa persona.

Così riferiscono le cronache: “Montesilvano 24 luglio 2010- Davanti alla casa Comunale emozionato, a dir poco, il Sindaco Cordoma, insieme al Capitano dei Carabinieri Enzo Marinelli, questa mattina attendeva il capo della protezione civile in Italia, Guido Bertolaso. Uno degli uomini più amati e discussi dell'ultimo anno, invitato a ritirare il Premio Guido Carletti, una graziosa scultura dal nome Calandrino, che ha ricevuto dalle mani di Alessio Carletti, noto imprenditore montesilvanese”. (da “Il Giornale di Montesilvano”, on line)

Bertolaso, lontano dall’Aquila, parla liberamente: “All’Aquila l’emergenza di protezione civile è sicuramente passata, si è conclusa nel momento in cui di fatto dalla costa gli aquilani sono tornati verso casa, anche se magari non tutti saranno ancora in casa, ma soluzioni erano state garantite per tutti. Oggi all’Aquila c’è un’emergenza di altro genere”. Aggiunge: “All’Aquila c’è un’emergenza di carattere sociale, c’è un’emergenza di carattere organizzativo, un’emergenza di carattere economica che devono essere risolte dalle autorità che a livello locale hanno le responsabilità di intervenire … sapendo che il governo non li lascerà soli”. Così riferisce l’ANSA. Insomma Bertolaso, fatti costruire da CASE i campi di concentramento disseminati nel territorio, a chi chiede la ricostruzione della città dice: “Non è di mia competenza. Arrangiatevi”

Nella mattinata Alessio Carletti ha consegnato, ufficialmente nelle mani del capo della protezione civile, il premio, esprimendo la sua stima. Bertolaso ha ricevuto questa mattina, oltre alla targa ad honorem, “il calandrino”, cioè una ceramica di rara manifattura. Mi son chiesto come mai il costruttore Carletti nutra tanta stima per Bertolaso. Ma non deve essere l’unico in zona. A quanto riferisce “Il giornale di Montesilvano”, Bertolaso andrà in questi giorni a visitare diversi posti abruzzesi, dove è stato invitato per ricevere la cittadinanza onoraria. Chissà se in codesti posti dell’Abruzzo tutto d’oro troverà qualcuna o qualcuno che gli possa fare un massaggio per la cervicale. All’Aquila comunque la cittadinanza onoraria non gliela danno e, visto che della protezione civile non c’è più bisogno, lui non ci torna. Non si sa mai.


Alemanno e l'innominato al convegno d'Orvieto. L'articolo della domenica.

Si è svolto da venerdì a 23 luglio alla mattinata di oggi, 25 luglio ad Orvieto il triduo dei circoli “Nuova Italia”. L’associazione, promossa dall’attuale sindaco di Roma Gianni Alemanno quando era ancora un capo corrente di An, ne è tuttora la proiezione locale; i circoli sono coordinati da un tronfio deputato umbro, lo spoletino Domenico Benedetti Valentini, che da sempre – dice - auspica il primato dei valori spirituali sul piatto materialismo della sinistra.

Dato il momento di forte tensione interna del Pdl soprattutto in conseguenza delle iniziative di Fini, più che come riunione di corrente (parola oggi bandita dal Pdl) il convegno si è caratterizzato come un tentativo di costruire a destra un argine contro lo strapotere della Lega, come un momento di confronto interno e infine come passerella per un certo numero di notabili. Ci sono stati, tra gli altri, Tremonti, Gelmini, Frattini, La Russa, Sacconi, Mantovano, Cicchitto, Gasparri.

Il tema fissato era Dalle identità locali all'unità nazionale, sussidiarietà e federalismo per ritrovare l'Italia, concepito come percorso per approfondire il tema dell’identità nazionale a cento cinquant’anni dall’Unità e il convegno alternava il dibattito generale alle tavole rotonde, varie per argomento e peso.

Se si legge il convegno nel quadro degli equilibri interni della destra al governo, sembra evidente che esso rappresenta un pronunciamento di Alemanno e dei suoi seguaci a favore di Tremonti: ne è riprova il calore che ha accolto il discorso del ministro dell’Economia, di cui vengono soprattutto apprezzati i riferimenti alla Tradizione (Dio, Patria e Famiglia), tanto cara alla destra conservatrice. Ma Tremonti è, anche, l’uomo dell’alleanza con la Lega Nord di Bossi, che ama le piccole patrie regionali e che non ha mai abbandonato le propensioni secessioniste e questo non dovrebbe essere gradito ad un ambiente affetto da nazionalismo. La chiave del rebus è nel titolo del convegno. Infatti l’idea cardine, ripetuta nelle forme più svariate sebbene con pochi argomenti, è stata quella di una “classe dirigente” molto territorializzata, di un ceto politico conservatore e perfino reazionario che interpreti umori localistici e perfino campanilistici.

A destra impostazioni di questo tipo non sono del tutto nuove: ne è matrice la lettura “strapaesana” del fascismo, quella che Maccari e gli altri andavano propagando nel “Selvaggio”. Il fascista, in questa luce, era “popolano” e antimoderno, ostile al femminismo, al problematicismo, all’intellettualismo, xenofobo, sanguigno, volgare e manesco, capace di fare a botte non solo con i socialisti ma anche con i fascisti del paese vicino. Ma amava la sua città, il suo borgo, la sua terra, oltre che la grande patria italiana. Anche allora questo modello che, entro certi limiti, fu operante (c’era un fascismo emiliano, un fascismo lombardo, uno pugliese e uno siciliano) produceva conflitti, ma a mediare e a decidere c’era sempre il castigamatti (“Sorge il sole/ canta il gallo / Mussolini va a cavallo” scriveva Maccari). Ma oggi sembra mancare una guida siffatta e la domanda diventa inevitabile. Riusciranno la bandiera, l’esercito, l’inno nazionale, la spiritualità (di cui tanti intervenuti parlano) a tenere insieme la realtà magmatica del Pdl resa più conflittuale dal federalismo?

Credo che della probabile insufficienza della retorica nazionalistica si siano resi conto anche Alemanno e Mantovano (che è oggi il principale alleato del sindaco di Roma). Tant’è che ad Orvieto hanno voluto collocare nell’orario migliore della giornata di sabato, alle 11, una tavola rotonda dal titolo Identità italiana e libertà della Chiesa. Introdotti e commentati da Mantovano vi hanno partecipato i ministri Frattini e Ronchi, il vescovo di San Marino e del Montefeltro Negri, un arabo cristiano e Rocco Buttiglione. Quest’ultimo ha raccontato del suo martirio, voluto dalla potentissima (?) lobby gay, quando gli fu rifiutata la nomina a commissario europeo, perché non volle tacere le sue convinzioni sull’omosessualità come deviazione e fonte di disordine morale. Quasi tutti hanno raccontato la favola di una Chiesa assediata dal laicismo, dal relativismo, dall’Islam, quasi silenziata, e ne hanno ricavato la morale di un ancoraggio identitario.

A mettere insieme “strapaese” e integralismo cattolico ci ha pensato stamane Isabella Rauti, deputata, che nel convegno, in quanto moglie di Alemanno, era una sorta di first lady. Figlia di Pino Rauti ha seguito l’esempio del padre nel riuso degli stilemi togliattiani. Al padre piaceva “veniamo da lontano, andiamo lontano” e una volta apostrofò Fini, suo competitore in un congresso: “Veniamo da così lontano che tu non riesci neanche a immaginare da dove”. Voleva dire “da Salò”. La figlia a sua volta ha recuperato “l’unità nella diversità” del memoriale di Yalta. Ma il suo passaggio più bello ed esplicito è stato quando ha detto “Vandea”, significando la rivolta dei “territori” contro lo stato giacobino nemico della religione, delle chiese e dei campanili.

Se questo era il “tema” principale del convegno non poteva mancare in un ambiente post-missino e post-anista una presa di distanza dal capo di un tempo, Gianfranco Fini, in molti interventi alluso, in molti altri citato. La punta di lancia nella critica è rappresentata dall’accusa d’essere diventato un “compagno”. La Russa, a questo proposito, si lascia andare alla nostalgia. Rievoca i congressi del Msi che finivano a sediate. Cita Filippo Anfuso che ne fu deputato siciliano, di cui ricorda ch’era stato ambasciatore a Berlino pe la repubblica di Salò, ma non rammenta che era dietro l’assassinio dei fratelli Rosselli (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2009/12/una-storica-sentenza-del-tribunale-di.html) . Pare che ad un congresso, durante una rissa, costui commentasse: “E’ bellissimo”; e al camerata Nino Buttafuoco che lo guardava perplesso dicesse: “Si battono per un’idea, non per un’interesse”. Fini, invece - lascia intendere La Russa - l’idea l’ha tradita.

Un altro tema d’attacco al “cofondatore del Pdl” è la legalità, anche se l’obiettivo dichiarato degli interventi è più spesso il finiano Granata, che ha accusato il governo di tolleranze e compiacenze verso il crimine. “Fini lo sconfessi”, dice uno; “chieda scusa o si dimetta”, reclama un altro; “le scuse non bastano”, soggiunge un terzo. E’ un vero tiro al bersaglio. La risposta fattuale A Granata tocca a Mantovano, che è sottosegretario agli Interni ed elenca i successi governativi nella guerra alle mafie, ma poco può parlare della lotta alla corruzione e alle complicità politiche con le organizzazioni criminali.

Questo, per quel che ne ho compreso, il succo del dibattito. Ma, come si suole dire, è nei dettagli che si nasconde il diavolo. Vediamolo dunque il dettaglio.

Ieri ad Orvieto Alemanno ha proposto ai suoi una petizione da rivolgere ai vertici del Pdl per svolgere entro marzo i congressi comunali e provinciali. Dice che “per rigenerare il Pdl” occorre “una grande spinta dalla base, dal territorio”. Aggiunge che “da questi congressi la leadership di Berlusconi certamente sarà rafforzata e non indebolita”. Alla fine della “tre giorni” il Cavaliere si materializza con un messaggio: sì ai congressi locali, ma niente correnti. Si tratta in realtà di una risposta interlocutoria. Aveva già fatto sapere che non andrà in vacanza per occuparsi del partito: ma per uno come lui occuparsi del partito vuol dire in sostanza scegliere, località per località, i propri agenti fiduciari, tutto il contrario di un congresso. E c’è perfino chi gli attribuisce l’intenzione di uscire lui dal Pdl, lasciando il partito attuale a Fini come vuoto simulacro.

La stranezza non è, ovviamente, in questo un po’ ridicolo botta e risposta, ma nel fatto che questi due momenti sono tra i pochissimi in cui si sia avvertita nel dibattito orvietano la presenza di Berlusconi. Fino all’anno scorso, in convegni analoghi, era d’obbligo condire ogni intervento con un richiamo al capo e al fondatore. C’era chi ne esaltava la lungimiranza, chi il legame con il popolo, chi il prestigio internazionale, chi la distanza dal teatrino della politica; e il tono era encomiastico, un misto di ammirazione e gratitudine. Quest’anno niente di tutto ciò: ci si schiera contro Fini come lui desidera, ma non lo si nomina. Il fatto è che si comincia a pensare alla possibilità di un futuro senza Berlusconi ed a cercare nel “territorio” e nelle clientele locali la sopravvivenza delle proprie carriere.

Mafia! 1972: un delitto a Ragusa.

Giovanni Spampinato era cronista de “L’Ora” da Ragusa, nella cosiddetta “Sicilia babba”, considerata cioè tranquilla e immune da fenomeni mafiosi. Fu ucciso a soli 25 anni, quando, indagando da giornalista sull’omicidio di un ingegnere imprenditore, tal Angelo Tumino, si imbatte in fetido intrigo affaristico criminale, dentro cui sguazzano fascisti protetti da poliziotti e magistrati, terroristi, mafiosi e malavitosi. Lo scorso anno è uscito, opera del fratello Alberto, giornalista dell’Ansa, un libro che rievoca il delitto e il clima torbido in cui si svolse, dal titolo C’erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo. Ne riprendo qui un brano dal capitolo conclusivo. (S.L.L.)

Il primo giorno di primavera del 2005 ero in piazza del Campidoglio. Da quirinalista dell’Ansa – ruolo che svolgo dal 1999 – seguivo il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che, quel giorno, aveva lasciato il Quirinale per partecipare alla «decima Giornata del ricordo e della memoria delle vittime delle mafie» promossa dall’associazione Libera di don Luigi Ciotti. C’era molta gente. C’era anche il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro. Vari oratori si alternarono al microfono per leggere da un elenco i nomi delle vittime della mafia. Un rosario di 640 nomi, in ordine cronologico dal 1893 in poi. Arrivati al 1972 dissero il nome di Giovanni. Non me l’aspettavo, sentii un tuffo al cuore, ma non dissi nulla alle persone che erano con me e non ci avevano fatto caso.

Sei mesi dopo provai la stessa emozione quando accompagnai Ciampi nella visita alla Casa del Jazz di Roma, ospitata a Villa Osio, la splendida residenza sequestrata al boss della banda della Magliana Enrico Nicoletti. Ciampi si fermò alcuni minuti in raccoglimento all’ingresso, davanti a una lapide che riportava i nomi di quelle centinaia di vittime della mafia. Di nuovo, c’era il nome di Giovanni.

Mafia! Non avevo mai pensato di classificare la morte di Giovanni come un delitto di mafia. Era un impasto di così tante cose che si faceva fatica a darne il senso. L’impossibilità di dire in una parola che cos’era aveva contribuito a farlo dimenticare. Capii solo allora che non era arbitrario chiamare mafia quel miscuglio di insabbiamenti, depistaggi, contrabbando, traffici illeciti, trame nere, oscuri moventi, sentenze di favore.

Ripresi vecchi contatti con Ragusa. Organizzai un convegno in memoria di Giovanni. Scoprii che in quegli anni di mia lontananza, a Ragusa, un giovane storico, Carlo Ruta, di sua iniziativa, aveva ripreso il filo delle inchieste di Giovanni e aveva riproposto tutti i suoi dubbi sull’insabbiamento dell’inchiesta per l’assassinio di Angelo Tumino. Per questo si era scontrato con il magistrato che aveva condotto le prime indagini e aveva subito una ingiusta condanna. Ognuna di queste cose smosse qualcosa dentro di me. Mi fece capire che non ero il solo a pensare che Giovanni non era morto per una fatalità e che era ingiusto fare credere che non aveva fatto bene il suo lavoro.

La polis come comunità globale. Marx e il mondo antico.

Tra i convegni che in Italia si tennero nel 1983, in occasione del centenario della morte di Karl Marx, uno dal titolo Conoscere Marx si svolse il 2 e 3 a Pavia, nell’aula foscoliana dell’Università. Tra le relazioni una, dedicata al rapporto tra il pensatore rivoluzionari tedesco e il mondo antico, era tenuta da Mario Vegetti. Per Vegetti negli scritti marxiani, dalle Formen (Forme economiche precapitalistiche) al Capitale, non c’è una teoria organica costruita su una vasta quantità di dati fattuali, ma alcune grandi intuizioni raccolte intorno a due nuclei fondamentali: la “forma schiavistica” più antica, incubatrice del modo schiavistico di produzione sviluppatosi pienamente solo nella tarda antichità; la “comunità antica” centrata sulla città come sede dei proprietari fondiari, “il cui principale lavoro collettivo è la guerra”. Questi elementi non bastano a costruire una storiografia (o una teoria) marxista del mondo antico, come pretendevano non solo i dogmatici antichisti sovietici, ma anche alcuni marxisti eterodossi, come il perugino Leone Iraci Fedeli, che nei “quaderni” della rivista “Terzo Mondo” pubblicò una sua ricerca su Marx e il mondo antico. E tuttavia – aggiunge Vegetti – oggi, senza Marx, senza il vigore delle sue astrazioni, ogni visione dell’antichità risulterebbe monca. Un ampio estratto della relazione di Vegetti fu poi pubblicata sul n.23 del 5 maggio della rivista “Pace e guerra” diretta da Lucio Magri e Claudio Napoleoni. Qui sotto invece propongo, l’una di seguito all’altra come un unico discorso, due delle risposte di sintesi che Vegetti diede a Piero Lavatelli che lo intervistava per “l’Unità”. Il tema è l’approccio di Marx alla “comunità antica”, rappresentata al massimo grado da Roma ed Atene. (S.L.L.)

Marx è colpito da quelle forme di comunità globale che costituivano la polis antica, in cui la città è la prima e più importante forza produttiva e non c’è soluzione di continuità tra i cittadino come uomo politico e il cittadino come produttore. Un mondo dove non c’è separazione tre economia e politica da lui vagheggiato come ideale. C’è in Marx un modo dialettico di pensare il rapporto “antico/moderno” che schematicamente di può esporre così. L’antico è il regno della qualità, ma ristretto alle élites. Il moderno, il capitalismo, è invece il regno della quantità; rende universali valori e beni prima elitari, ma li involgarisce, li banalizza, ne fa cose mercantili. Il comunismo dovrebbe rappresentare la sintesi: la qualità estesa a tutti. Così ha tutta l’aria di un’utopia; ma non si parla oggi sempre più di qualità della vita? (m.v.)

24.7.10

Giovanni Ferrara e l'eredità di Annibale.

Giovanni Ferrara (1928-2007), fratello del “comunista” Maurizio, fu esponente della cultura laica e liberaldemocratica. Fu professore di Storia antica a Firenze e Senatore per il Pri sul finire della cosiddetta “prima repubblica”. Per “la Repubblica” fu editorialista e collaboratore assiduo delle pagine culturali per la Storia greca e romana. Ho ritrovato tra i ritagli una recensione per il quotidiano di Scalfari (non ho indicazioni, ma l’anno è certamente il 1982). Non si limitava a dare ragguagli sul corposo primo volume dell’Eredità di Annibale di Arnold Toynbee, il grande storico britannico, appena tradotto per Einaudi. Piuttosto, attraverso un’ardita analogia con la presunta “eredità di Hitler”, proponeva una particolare interpretazione della storia romana assai suggestiva (ma a mio avviso tutt'altro che convincente). La tesi è la seguente: la devastazione che Annibale porta in Italia modifica profondamente tanto la struttura economica quanto gli assetti istituzionali, giuridici e di potere della penisola. Lo sconvolgimento, se pure non ha la forma di una rivoluzione, ha carattere catastrofico e conseguenze rivoluzionarie sotto diversi punti di vista, non esclusi quelli del costume e della cultura, sulla compagine dell’imperium di Roma in Italia e altrove. (Analogamente le due guerre europee del Novecento, concluse dai suicidi nel bunker di Berlino, avrebbero modificato in maniera irreversibile e, per Ferrara, non certamente positiva, l’assetto dell’Europa liberale protonovecentesca.)

Roma e l’Italia preannibalica da Ferrara sono in realtà idealizzate, rappresentate come un mondo in cui un popolo e la sua classe dirigente empiricamente cercano e trovano, seguendo un proprio ritmo interno, le soluzioni di governo più idonee: è lo stesso gruppo dirigente nobiliare, per esempio, a permettere e perfino a favorire gli sviluppi democratici negli ordinamenti politici e civili.

Dopo la campagna di Annibale tutto è mutato. La guerra sradica popolazioni, desertifica città, aumenta la mortalità. L’agricoltura di proprietari, deprivata di forze attive, diventa terreno di sviluppo del latifondo a schiavi (una sorta di economia di piantagione) e del grande allevamento semibrado. Cresce l’affarismo finanziario e commerciale alimentato dai nuovi spazi imperiali. Intanto la società politica (ed è la politica la cifra al tempo dominante) tende a chiudersi in una oligarchia di ferro, impegnata ad impedire che il malessere diffuso abbia sbocchi negli equilibri del potete. Quando si riaprono i giochi per le masse di cittadini diseredati, sulla spinta dell'iniziativa dei Gracchi, essi tendono ad assumere la forma della guerra civile e non più della contesa politica. In uno scenario un po’ più vasto, la penisola, è lo stesso insieme dei cittadini, “il popolo romano” che tende invece a chiudersi, rispetto ai popoli italici, ripudiando così le caute aperture del “prima di Annibale”. Ed anche in questo caso l’insofferenza e la ribellione assume un carattere violento (la “guerra sociale” del 90). Finché i due conflitti non deflagrano e alla fine, dopo un ciclo di guerre civili distruttive, secondo le parole di Tacito “per salvare la pace fu necessario obbedire a un principe".

Questo schema, molto suggestivo – ripeto -, ha a mio avviso un difetto evidente. Tra la battaglia di Zama e la battaglia di Azio non intercorrono trenta o quarant'anni, ma più di un secolo e mezzo. Dentro c’è la crescita impetuosa della relazioni, di volta in volta amichevoli o conflittuali, con il mondo grecizzato, con le grandi monarchie ellenistiche e con le città tributarie dell’una o dell’altra, che conservano tuttavia un barlume di indipendenza. C’è un paradosso in questa storia: i settant’anni che Ferrara rappresenta come di ferrea chiusura sono il tempo dell'ellenizzazione della nobiltà romana, al cui centro è la prestigiosa cerchia degli Scipioni. E' lì che matura la nozione della humanitas e si sviluppano i connessi valori della filantropia. No, non è l’eredità di Annibale l’unica radice della lunga e sanguinosa crisi di regime che si concluse con il principato. E forse neanche la maggiore.

Pierre Vidal-Naquet (1930 - 2006). L'intransigenza di un maestro e la vergogna di Israele.

Pierre Vidal-Naquet era del 30. Perse padre e madre ad Auschwitz, perché ebrei, benché non religiosi. E’ stato tra i maggiori antichisti del Novecento: Il mondo di Omero (nell’universale Laterza) è avvincente come un romanzo ed Economia e società nella Grecia antica (scritto con Austin, Bollati Boringhieri) è, secondo me, esempio di come va costruita una storia documentaria.

Marxista antistalinista fu, dai primi anni 50, quando lo stesso Pcf subiva l’egemonia dei colonialisti, tra i sostenitori più rigorosi e coraggiosi della causa algerina. E fu, fin da quando, negli anni Settanta, Faurisson diede il via alla campagna revisionistica (con l’imprudente avallo di Noam Chomsky, erettosi a difensore della libertà di espressione), critico tanto intransigente quanto competente dei negatori dell’Olocausto; anzi, da quella occasione, ricavò lo stimolo ad approfondire il tema del rapporto degli ebrei con la propria stessa memoria storica, curando, per esempio, l’edizione delle memorie di Alfred Dreyfus. Egli rappresentò in Francia quella intelligentsia di origine ebraica che riteneva inseparabile la questione ebraica dalla questione palestinese e che ha vissuto la presenza di Israele nello scenario mediterraneo in un’ottica internazionalista, non sionista. In una intervista del 1988 alla rivista Nouvelles littéraires dichiarò: “Posso dire che per lungo tempo lo stato di Israele non mi interessava affatto. Ovviamente ero lieto che esistesse, ma non mi interessava di andarci a vivere o di visitarlo”. Con “la guerra dei sei giorni” del 1967 Vidal-Naquet fissa la sua posizione: diritto all’esistenza di Israele, due stati dei quali uno palestinese. In quella ormai lontana intervista dichiarava: “Sono sempre più pessimista di fronte a quella che definisco la sudafricanizzazione di Israele e che mi appare sempre più grave, ogni volta che ci torno”. A quel tempo in Sudafrica c’era ancora l’apartheid e c’era un governo, quello di Botha, che reprimeva nel sangue ogni fremito di libertà dei neri, che vivevano come stranieri in patria ed erano imprigionati nei loro “stati”, i cosidetti bantustan. In Italia c’era uno come Pannella (bisognerà che qualcuno gliele ricordi di tanto in tanto queste cose) che, democratico, liberale e libertario, scriveva sui giornali dei rischi di un governo nero in Sudafrica: parlava di un possibile genocidio nei confronti della minoranza “bianca”. In Sud Africa nel 1994 i neri, anche grazie ad un governo “bianco” realista e lungimirante (quello di De Klerk) conquistarono i diritti civili e politici e spezzarono l’apartheid . Da allora governano quel grande paese. Non è certo diventato il paradiso terrestre, ma non c’è stato alcun genocidio e il livello d’integrazione cresce. E invece Israele ha continuato sulla strada del Sudafrica di una volta, fino agli ultimi tragici eventi. Vidal-Naquet ne soffrì parecchio e non smise di denunciare questa vergogna fino alla sua morte, nel 2006.

Gli ebrei, gli zingari e gli iloti. Tucidide e gli assassini della memoria (di Luciano Canfora)

Antichista fra i più acuti, sociologo del mondo greco, Vidal-Naquet ha opportunamente inserito in un suo volume tutto di attualità, Gli assassini della memoria, alcuni saggi sul mondo antico. Uno in particolare su un fenomeno che ha qualcosa in comune con la distruzione hitlerania del popolo ebraico e degli zingari, e cioè la sistematica decimazione degli “iloti” di Sparta (si trattava di una popolazione sottomessa, di una minoranza etnica pratimente ridotta in schiavitù, la spiegazione, forse non necessaria è mia, S.L.L.). L’autore cita Tucidide e ne mette in luce un tratto in genere obliato: la reticenza.
”Gli Iloti designati alla morte erano stati selezionati fino a un numero di 2000; incoronati, fecero il giro dei santuari, come se fossero stati liberati. Poco dopo li si fece scomparire; e nessuno ha mai saputo in che modo ciascuno di loro fosse stato eliminato”. Testo in codice, osserva Vidal-Naquet, dove le parole che designano l’uccisione non sono pronunciate e l’arma del crimine resta ignota. C’è una parola – soggiunge – che non ha attirato, ch’io sappia, l’attenzione degli studiosi: è la parola “ciascuno”. “Ciascuna” morte fu, evidentemente, individuale (è lo sterminio di massa che si vuole sottacere, la spiegazione, forse non necessaria, è mia S.L.L.) : ogni vittima aveva la sua propria storia e si ignorerà sempre come la morte gli sia stata somministrata. Reticenza di un grande storico, buon conoscitore della realtà spartana e politicamente non insensibile a quel modello. E’ difficile sottrarsi alla suggestione di un parallelo moderno con alcuni grandi intellettuali che hanno visto da vicino la barbarie nazista e l’hanno considerata con occhio ora distaccato, ora curioso, ora comprensivo (se non benevolo). Rischio immane per i “chierici” di schierarsi, per spirito di classe, dalla parte sbagliata.

(da "il manifesto", 7 aprile 1988)

La nascita del "dionisiaco". Benedetti filologi.

In un ritaglio, dallo storico e glorioso inserto del “il manifesto” dedicato ai libri, la “talpa giovedì”, trovo la recensione di Luciano Canfora a un libro di Detienne (Dioniso a cielo aperto), un importante studioso della religione e della mentalità nella Grecia antica. La recensione comprende una sorta di premessa che rievoca un momento importante della storia culturale europea: sulla scena si affaccia Nietzsche, che, in nome dei “lumi”, inizia la sua ambigua “distruzione della ragione”, ma un giovane filologo reagisce. Benedetti filologi! (S.L.L.)

Ulrich von Wilamowitz
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“Su una cosa insisto però: il signor Nietzsche mantenga la parola: brandisca il tirso, viaggi dall’India alla Grecia, ma scenda giù dalla cattedra, sulla quale egli deve insegnare la scienza! Ai suoi piedi raduni tigri e pantere, ma non la gioventù filologica della Germania, che nella ascesi e nella abnegazione del lavoro deve imparare a cercare la verità prima di tutto”.

Sono le parole conclusive di un pamphlet scagliato nel 1872 dal Wilamowitz ventiquattrenne contro La nascita della tragedia di Nietzsche. Il pamphlet era sarcasticamente intitolato Filologia futurale, conformemente ad un uso stranamente dozzinale del concetto di “pertinente al futuro” nel senso e come equivalente di “pessimo”. Alla superficie si trattava di una rissa accademica. Il giovane dottor Wilamowitz attaccava, con l’agguerritissimo libello, l’opera geniale, e tecnicamente vulnerabile, del di poco meno giovane Nietzsche, imposto, per una congiuntura accademica, sulla cattedra di filologia classica di Basilea prima ancora del conseguimento del dottorato. Nella sostanza vi era la insofferenza del razionale-storicista Wilamowitz contro la propensione irrazionalistica che era dato di intravedere dietro la scoperta nietzschiana del dionisiaco come valore profondamente annidato nel cuore stesso della grecità. La malcelata propensione per il dionisiaco da parte dell’autore della Nascita della tragedia era apertamente denunciata dal Wilamowitz nel finale del libello, lè dove appunto invitava il rivale a travestirsi da Dioniso e lo scongiurava, al tempo stesso, di lasciare la cattedra universitaria. La caricatura di Nietzsche era, insieme, la caricatura di Dioniso, l’ambiguo domatore di tigri e pantere. Fino a che punto un tale atteggiamento denotava incomprensione? Non condivido l’atteggiamento di chi vede, in modo manicheo, nel Wilamowitz l’ottuso negatore di una grande scoperta e in Nietzsche il genio misconosciuto. Nell’ultimo, e forse più importante libro del “princeps philologorum”, terminato dal Wilamowitz in punto di morte, La fede dei Greci, vi sono pagine di grande rilievo ed efficacia sulla religione dionisiaca. Vi era piuttosto un allarme etico in quello sfrenato attacco giovanile: per così dire un appello a non lasciarsi prendere da Dioniso. (Luciano Canfora)

23.7.10

Una dama triste alla corte degli Han. Le poesie di Cai Yan.

Dalle Diciotto stanze per flauto barbaro

3.

Ho oltrepassato il paese dei Han,

sono entrata nei borghi dei barbari,

perduta la casa violato il mio corpo,

meglio sarebbe non esser nata.

Ruvidi panni e pelli le mie vesti, il corpo vi ripugna,

montone rancido il cibo, violenza ai miei sensi.

Tamburi che rullano, dal cader della notte fino al giorno,

tra i barbari il vento è potente, ottenebra il campo.

Soffro il presente, piango sul passato, la terza stanza è compiuta,

la pena che nutro, quando si placherà?

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16.

Sedicesima stanza, sconfinato è il rimpianto,

io e i miei figli, chi di qua chi di là.

Il sole a oriente la luna a occidente, si cercano invano,

non c'è modo di rivederci, sterile il tormento.

Nemmeno il giglio dell'oblio dissipa la mia pena,

pizzico la cetra sonora, quanta tristezza.

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Nota

Queste due struggenti, intense poesie furono scritte, in tempi diversi, da una figura mitizzata della cultura cinese nei secoli a seguire. Dama di alto lignaggio alla corte della dinastia Han (206 a. C. - 220 d. C.) Cai Yan (pron. Tsai Yan) era nata intorno nel 177 o nel 178 dopo Cristo e morì dopo il 206. La sua vicenda, in Cina, è stata rievocata e reinterpretata da molti letterati e artisti. Fu artista di grande sensibilità lirica famosa anche per la sua abilità nell'uso del qin (pron. cin), un liuto pentacordo orizzontale, tipico dei poeti. Qualche anno fa Anna Bujatti ha tradotto e curato le Diciotto stanze per flauto barbaro, uno dei tre poemetti attribuiti a Cai Yan e le ha pubblicate nei tipi della Tipografia dell’Istituto Salesiano di Roma, in una edizione fuori commercio. Io ne ho avuto notizia dalla recensione sul supplemento domenicale de “Il Sole 24 Ore” del 29 giugno di Gian Carlo Calza, di cui riporto qui una parte, anche come guida ai testi riportati.

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Sposata a sedici anni in un'importante famiglia Cai Yan restò vedova dopo poco e, prima dei venti, era divenuta merce di scambio della traballante dinastia con i Xiongnu, un ceppo barbarico degli Unni che sconfinava spesso nel territorio cinese. Sposata a un capo barbarico da cui ebbe due figli visse in un ambiente a lei ostile per cultura e gusti. Ella pertanto si rivolse alla poesia e al grezzo flauto dei barbari il cui suono dolente si adattava alla condizione del suo spirito. Un grande letterato e potentissimo dignitario, Cao Cao (pron. Tsao Tsao), la fece poi riscattare dalla corte imperiale e dare in sposa a un alto funzionario. Essa ritornò così all'adorata capitale, Chang'an la splendida (l’odierna Xi'an), ma senza poter portare i figli con sé. Questo ripetuto straniamento, questa violenza alla cultura prima e all'amore materno poi, risuonarono, e risuonano ripetutamente, nell'anima della Cina tradizionale, quella degli han, l'etnia dominante che prese il nome da quella celebre, classica, dinastia. E' la Cina che da sempre percepisce la presenza dei barbari ai confini come una minaccia costante; che dai barbari fu spesso conquistata, mai dominata. Le Diciotto stanze sono un capolavoro di introspezione ed esposizione dei propri sentimenti sviluppata lungo un percorso musicalmente raffinato, con immagini colme di suggestione e risonanze fra natura e stati d'animo. Guo Moruo (1892 - 1978), tra i massimi letterati del Novecento, considerava Cai Yan tra i grandi della letteratura di ogni tempo e delle Diciotto stanze curò l'edizione critica di cui questa è la prima traduzione filologicamente impegnata in lingua occidentale.

Berlusconi tale e quale. La fabbrica del Cavaliere.

Nel maggio del 2009 “Libero”, a quel tempo diretto da Feltri, diede vita ad una iniziativa editoriale. In sedici fascicoli si regalava ai lettori un’opera così titolata e sottotitolata Berlusconi tale e quale. Vita, conquiste e passioni di un uomo politico unico al mondo. Nella prefazione, Il Cavaliere in sedici scene, Feltri scriveva: “Abbiamo la pretesa, anzi la certezza, di sorprendervi. Qui Silvio Berlusconi sembra un altro rispetto a quello che avete in mente, perché è proprio lui”.
Sulla scorta di un bel libro di Dino Biondi, La fabbrica del Duce, del 1967, comprai “Libero” tre giorni di seguito, per vedere che razza di Berlusconi stesse fabbricando il quotidiano. Poi prevalse il disgusto e la persuasione che la spesa non valeva l’impresa. Tre fascicoli del resto erano più che sufficienti per comprendere il taglio dell’operazione. Si trattava di una biografia o, meglio, di una agiografia, uno di quei testi religiosi che non si limitano a raccontare vita, morte e miracoli di santi e martiri, ma ne ricavano una morale, un messaggio universalmente valido, tale da conferire ad una vicenda particolare una sua esemplarità. Ma accanto a un capitolo biografico ogni fascicolo conteneva alcuni “pezzi” monografici (per esempio su Berlusconi diplomatico o sui suoi rapporti con Bossi o sul suo amore per i motoscafi), alcune testimonianze e delle vere e proprie rubriche (L’ha detto lui, E’ vero che…, Visto da vicino, curata da Renato Farina).
Un dejà vu, una sorta di replica di quel corposo rotocalco che Berlusconi spedì (anche a me, forse perché nell’indirizzario dei Milan club) in un milione di copie nel 2001, intitolato Berlusconi, una storia italiana? Anche, ma con una pretesa o, meglio, una finzione in più. Del giornalone propagandistico si sapeva che era Berlusconi il committente, che era lui a pagare le spese; per l’inserto di “Libero” invece pagavano gli editori, i famigerati Angelucci, magari con i proventi degli appalti sanitari che ottengono qua e là. Andiamo ai contenuti. Nel primo fascicolo si racconta del rapporto speciale, maturato, nella tragedia della guerra, con la madre definita “piccola donna d’acciaio”. Chissà perché, ma ho il sospetto gli autocrati e gli aspiranti autocrati intrattengano rapporti speciali con la metallurgia: “acciaio” (in russo stalin) era quel Giuseppe Bessarione, “figlio del fabbro” era il Duce eccetera.
Il fascicolo è, anche, involontariamente comico, perché correda il racconto che lo vede ottimo figlio di famiglia con foto che lo mostrano ottimo padre di famiglia, tratte “dall’album di Silvio e di Veronica”.

Appena qualche giorno prima era scoppiato lo “scandalo Noemi” ed era apparsa sui giornali la lettera di ribellione della Lario; il servo Feltri, su “Libero” l’aveva sbattuta in prima pagina a seni nudi; ma editori e direttore non se l’erano sentita di mandare al macero l’inserto-panegirico che era già in stampa.
Nel secondo fascicolo si rievoca la prima giovinezza di Silvio, i suoi studi dai salesiani, i ricordi di maestri e compagni. Il metodo è sempre lo stesso, delle vite dei santi, dell’agiografia mussoliniana, il metodo aneddotico: singoli episodi, ma emblematici, e testimonianze dirette di chi lo conobbe. Ma se nel caso del Duce si evidenziava soprattutto la sua tempra di condottiero, qui emergono le doti di persuasore e affabulatore, di piazzista, direbbe Montanelli. Ecco cosa dice un suo insegnante, il prete salesiano Furiotti: “Il giovane Berlusconi aveva la parola facile e sapeva conquistare la fiducia di tutti. Quando nel nostro istituto era in programma la visita di qualche autorità o comunque c’era un avvenimento in cui occorreva che qualcuno dei nostri prendesse la parola, era lui a pronunciare il discorso di benvenuto. Ricordo che teneva tutti sulla corda fino all’ultimo minuto perché spesso improvvisava il suo intervento, ma poi andava tutto per il meglio perché parlava senza esitazioni come se recitasse a memoria”.
Il terzo fascicolo salta a piè pari il Berlusconi costruttore (forse per evitare le spiegazioni mai date sull’origine dei capitali) e passa all’inventore della Tv commerciale. Qui, al centro della narrazione c’è una testimonianza particolarmente autorevole, quella di Mike Bongiorno. ma non manca una nota commovente, di Sandra Mondaini che racconta di quando “sua emittenza” si presentò a casa loro per convincerli a lasciare la Rai: “L’incertezza più grande la avemmo quando Berlusconi, appena entrato in casa nostra, ci chiese un panino”.
Dai numerosi pezzi e pezzetti e dalle rubriche che corredano i tre fascicoli si potrebbe fare un gustoso e divertente florilegio. Non lo farò qui, ma non escludo di poter postare in questo blog qualcosa, di quando in quando. Qui mi limito a riportare due “domande e risposte” dalla rubrica E’ vero o no che Berlusconi…, nel secondo fascicolo.
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E' VERO O NO?
E’ vero che ogni mattina Berlusconi passa un’ora davanti allo specchio?
Risponde l’esperto d’immagine Diego Dalla Palma: ‘Per parecchio tempo ho curato io il suo look. Posso dire che la mattina, davanti allo specchio, passa una trentina di minuti, non di più. Apre la giornata con una sauna di cinque minuti e poi si fa la barba con schiuma e pennello. Prima di apparire in pubblico si sottopone a una seduta di trucco: usa fondo tinta, burro cacao lucida-labbra e un piccolo ritocco di matita alle sopracciglia’.
Quali sono le sue lettura preferite?
Roberto Gervaso ha avuto modo di conoscere le sue diverse biblioteche, praticamente – più o meno fornite – una per ciascuna delle sue abitazioni. Nella sola biblioteca di arcore sono raccolti più di 10 mila volumi. Gli autori preferiti in assoluto da Berlusconi sono Tommaso Moro, Erasmo da Rotterdam e Dostoewskij. Del primo ha scritto l’introduzione alla Utopia; del secondo l’introduzione all’Elogio della follia.
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A quanto pare gli manca l’introduzione a un’opera di Dostoewskij. Potrebbe essere un’occupazione per il “dopocaduta”, che più d’uno profetizza imminente. Potrebbe introdurre L’idiota. O Delitto e castigo. A scelta.

22.7.10

Una sorta di cancrena (da "La civetta cieca" di Sadeq Hedayat)

Nell’aprile del 1951, alcuni giornali di Parigi diedero questa notizia di cronaca: “Un persiano, di nome Sadeq Hedayat, si è suicidato, in un appartamentino di rue Championnet, aprendo il rubinetto del gas”. Qualche settimana più tardi apparve su “Le nouvelles littéraires” un articolo di Roger Lescot, che del morto parlava come del “fondatore della letteratura persiana moderna”. Era nato a Tehheran nel 1903. Tuttavia, nonostante la pubblicazione di una sua biografia e di alcuni suoi racconti, il nome dello scrittore rimase in Francia e in tutta Europa una conoscenza per iniziati fino alla pubblicazione quasi contemporaneamente in traduzione francese ed italiana, tra il 1959 e il 1960, de La civetta cieca, un romanzo scritto nel 1930 e diffuso in poche copie a Bombay, poi stampato a Teheran nel 1941, in una con l’istaurazione di un regime politico più liberale e meno incline alla censura che nel passato. Il romanzo è considerato un capolavoro del Novecento, da collocare accanto ai libri di Kafka o a La nausea di Sartre. Io credo che sia da leggere soprattutto per la potenza comunicativa che si ricava dalla perenne tensione tra una immaginazione illucinataa e una scrittura rigorosa. L’incipit, poi, che ho qui postato mi pare possa apprezzarsi anche da solo. Attendo giudizi (S.L.L.).

Ci sono malattie che corrodono la nostra psiche come una sorta di cancrena.

E’ impossibile offrire un’idea precisa dell’angoscia che da questo male può venirci. Gli uomini generalmente relegano queste inconcepibili sofferenze nella categoria delle cose incredibili. Farne menzione nelle conversazioni o negli scritti è un’audacia che, alla luce delle idee dominanti e in particolare delle opinioni comuni di ciascun individuo, suscita un sorriso di incredulità e di scherno. Il motivo di questa incomprensione è che l’umanità non ha ancora scoperto una vera cura per questo male. Si può averne sollievo solo nell’oblio procurato dal vino, o nel sonno artificiale dell’oppio o di altri narcotici. Purtroppo gli effetti di tali rimedi sono soltanto temporanei: lungi dal placarsi, il dolore ben presto si esaspera.

Riuscirà mai qualcuno a penetrare il segreto di questo male che trascende l’esperienza ordinaria, di questo obnubilarsi della mente, che si manifesta soltanto nel torpore che separa la morte dalla resurrezione, il sonno profondo dalla veglia.

1885. La Polyphylla, la Sicilia e Maupassant.

Pensavo di proporre una paginetta dal Viaggio in Italia di Guy de Maupassant, da Palermo, datata 4 giugno 1885 che così si apre: “I siciliani sembrano essere compiaciuti nell’ingrandire e moltiplicare le storie di banditi al fine di spaventare i forestieri; ancor oggi si esita ad entrare in quest’isola, tranquilla come la Svizzera”. In giro per la rete ho trovato che il magazine di un portale scientifico ( http://www.naturamediterraneo.com/), nel suo numero 4 di luglio 2006, della vicenda che Maupassant narra  pubblica una versione particolareggiata e ottimamente scritta da Marcello Romano, autore anche delle splendide foto. Mi è piaciuto riprenderla. (S.L.L.)
Polyphilla Ragusa

Quella che sto per raccontarvi, anche se può sembrare incredibile, è una storia vera, avvenuta in Sicilia intorno al 1880 e riportata sulle pagine de “Il Naturalista Siciliano”, prestigiosa rivista scientifica nata a Palermo nel 1881 e pubblicata ancora oggi.

I protagonisti sono due entomologi, un coleottero Melolontide endemico di Sicilia da sempre ricercato dai collezionisti per la sua bellezza e rarità (Polyphylla Ragusae) e, suo malgrado, un povero contadino siciliano.
La Polyphylla Ragusae, all’epoca in cui i fatti si svolgono, è ancora chiamata Polyphylla Olivieri. Solo dopo qualche anno uno specialista tedesco (Kraatz) ne riconoscerà il valore specifico e la separerà da quest’ultima, specie più orientale, per assegnarle il nome di P. Ragusae, dedicandola al più grande entomologo siciliano: Enrico Ragusa. Questo particolare, apparentemente insignificante, risulta come vedremo importante nella nostra storia.
L’entomologo siciliano Teodosio De Stefani, ricercatore presso l'Istituto di Zoologia dell'Università di Palermo, non possiede ancora in collezione questo raro esemplare e così si rivolge all’amico Giuseppe Miraglia, di Sciacca (in provincia di Agrigento) che in passato gli aveva procurato altre specie. Questi però gli risponde di non averne visto neanche uno in quell’anno. A qualche giorno di distanza il De Stefani riceve una lettera da un altro entomologo di Trapani, un certo Lombardo, che gli comunica di averne invece trovati più di cinquanta.
Così il De Stefani decide di scrivere una lettera in tono scherzoso al Miraglia, in cui fra l’altro si possono leggere queste due righe: “…Caro Giuseppe, la Polyphylla Olivieri, avendo conosciute le tue intenzioni assassine, ha preso un’altra rotta, ed essa si è trovata sulle coste di Trapani, dove il mio amico Lombardo ne ha catturato più di cinquanta individui…”.
Quella lettera e queste poche parole furono causa di gravi dispiaceri per un malcapitato contadino! Il caso, una serie di incredibili coincidenze e la “superficialità” di un delegato di Questura che interpretò quella lettera alla stregua di un “pizzino” di Provenzano, giocarono un brutto scherzo al pover’uomo.
Riprendiamo la nostra storia. Giuseppe Miraglia, dopo aver letto la missiva dell’amico de Stefani e vedendo che non contiene nulla d’importante, la cestina. La lettera finisce insieme ad altri rifiuti di ogni genere che periodicamente un contadino del luogo viene a raccogliere per portarli in campagna ed usarli come concime. L’uomo nota fra i rifiuti quel pezzo di carta appallottolata e se lo mette in tasca, con l’unica intenzione di servirsene laddove necessità fisiologiche glielo impongano (allora non andava, come oggi, tutto… a rotoli).
Qualche giorno dopo il contadino, che vanta qualche conto aperto con la giustizia, viene perquisito dal delegato della questura del suo paese. In tasca questi gli trova la famigerata lettera.
Scorrendo i primi righi trasale: è sicuro di trovarsi di fronte ad un messaggio criminale cifrato. Anche allora come oggi andavano molto in voga fra i malavitosi siciliani certi messaggi cifrati scritti su carta. In Sicilia certe abitudini fanno fatica a morire! Chi è mai questa Petronilla Olivieri? Così viene letto, storpiandolo, il nome della Polyphylla Olivieri scritto dal De Stefani che, per sua stessa ammissione, non aveva quella che si può definire una buona calligrafia. Nella lettera si parla di cattura, di rotta cambiata, di cinquanta individui e di Lombardo. Il caso vuole che proprio in quei giorni, nelle campagne di Trapani, sia stato sequestrato a scopo d’estorsione, un certo Lombardo, che non è però l’amico del De Stefani.
Per il delegato la frase “catturato più di cinquanta individui” va letta come la richiesta di un riscatto di cinquantamila lire alla famiglia del Lombardo, mente Petronilla Olivieri è un nome convenzionale usato dai malfattori.
Sulla lettera c’è solo il nome di battesimo del destinatario, Giuseppe e quello del mittente, Teodosio. A chi appartengono questi due nomi? Il contadino deve certamente conoscerli. Viene messo sotto torchio ma continua a raccontare la storia poco credibile di avere trovato la lettera fra i rifiuti e di averla presa con sé (maledetto quel momento), solo per servirsene in caso di necessità. Il disgraziato viene così sbattuto in cella.
Intanto il solerte delegato decide così di scoprire da solo a chi appartengano quei misteriosi nomi e dà ordine di convocare in questura tutte le persone con il nome di battesimo Giuseppe che abitino nelle vicinanze del luogo dove il contadino dice di aver trovato la lettera.
Dopo svariati e infruttuosi tentativi, finalmente viene chiamato in Questura Giuseppe Miraglia, l’amico del De Stefani. Inizia l’interrogatorio. “Mi dica, Sig. Miraglia, conosce lei certa Petronilla Olivieri di Palermo?”
“È questa la prima volta che sento pronunziarne il nome” risponde lui, non potendo in alcun modo collegarlo con quello del bel Melolontide siciliano.
“Eppure, caro sig. Miraglia, lei deve certamente saperne qualcosa, visto che è finita nelle nostre mani una lettera, a lei indirizzata, dove si parla di questa donna, incalza il delegato.
“È possibile vedere questa lettera?”.
“Eccola”.
Tutto può aspettarsi il delegato, tranne che l’interrogato, appena lette le prime righe, scoppi in una sonora e irrefrenabile risata.
Cercando ancora di trattenersi, il Miraglia spiega all’incredulo interlocutore, che era lui, effettivamente, il destinatario di quella missiva, ma il contenuto della lettera era assolutamente diverso da come era stato interpretato: non si parlava di Petronilla Olivieri ma di Polyphylla Olivieri, un bel coleottero grande poco meno di un pollice, che l’amico entomologo Teodosio De Stefani di Palermo ricercava per la sua raccolta!
Questa versione dei fatti non convince più di tanto l’uomo dell’ordine che telegrafa al Questore di Palermo per fare interrogare il De Stefani, inviando contemporaneamente copia delle dichiarazioni di Miraglia al giudice istruttore di Sciacca perché sia nuovamente sottoposto ad interrogatorio.
Così anche il De Stefani viene convocato in Questura a Palermo, ma questa volta, come lui stesso riferisce: “il giudice ed il questore non erano della stoffa del delegato, risero di tutto cuore dell’equivoco, ci furono gentilissimi domandandoci anche scusa dell’incomodo cagionatoci, e allora il povero contadino fu rilasciato libero, dopo tre mesi passati in carcere!”.
L’incredibile vicenda non sfuggì però a Guy de Maupassant che nel suo Viaggio in Sicilia riporta l’episodio, probabilmente riferitogli da Enrico Ragusa, che oltre ad essere stato un grande entomologo, era allora anche il proprietario del più lussuoso albergo di Palermo, il “Grand Hotel Des Palmes”, dove anche lo scrittore soggiornò. (Marcello Romano)
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Polyphilla Ragusa maschio

Postilla
Maupassant, che racconta la storia più sbrigativamente, così la conclude: “Pertanto, uno degli ultimi briganti siciliani fu, a dire il vero, una specie di maggiolino conosciuto dagli scienziati con il nome Polyphilla Ragusa. Nulla è meno pericoloso oggi che percorrere la temuta Sicilia, sia in vettura, sia a cavallo, sia persino a piedi…”.

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