29.11.12

Mascolinità dei nordici e della destra. Il giroscopio d'Arabella

Arabella Kenealy, scrittrice antifemminista britannica, nel libro The Human Gyroscope (1934) sostiene la tesi che gli organismi viventi sono modellati, al pari dei vasi d'argilla, in forme diverse per effetto della rotazione terrestre.
Il cosmo, secondo la K., mostra un duplice aspetto maschile-femminile che investe il più modesto atomo fino alla galassia più grande.
Le razze nordiche sono mascoline, mentre quelle del sud sono femminili, sempre in conseguenza dei movimenti rotatori della Terra.
Altra tesi fantasiosa della K. è che il lato destro di ogni corpo è più maschile del lato sinistro.

Dalla voce “Kenealy” nel dizionario Forse Queneau (Zanichelli 2000).
La fonte è Martin Gardner, Fads and Fallacies in the Name of Science, New York, Dover Publica-tions, 1957.

28.11.12

Se vince Renzi (S.L.L.)

Un caro amico e compagno mi fa: "Che vinca Renzi o Bersani, nella sostanza non cambia niente. Renzi trascinerà in Parlamento i giovanotti dei suoi comitati e allontanerà un bel po' dei vecchi e dei loro amici. Per il resto la stessa subalternità ai poteri forti. Di fronte ai Marchionne, alle banche, ai grandi costruttori in Italia, al Pentagono, alla Banca Mondiale, alla Merkel eccetera eccetera l'uno vale quanto l'altro e cioè niente. Questo o quello per me pari sono". 
Aggiunge: "Alla fine in tutto ciò c'è qualcosa di positivo. La vicenda rivela con chiarezza che tutto il gruppo dirigente del 'patto generazionale', quello di D'Alema, Veltroni, Bindi e chi più ne ha più ne metta, non vale nulla. Sunnu nuddu ammiscatu 'ccu nenti".
Il ragionamento sembra non fare grinze. Ma io non sopporto che un avventuriero democristiano berlusconeggiante si impadronisca di quel che resta del patrimonio di un grande partito di lavoratori, che si prenda tutto, dalle memorie alle sezioni, da Gramsci alle case del popolo, mi sembra una violenza, l'esproprio di chi è povero e mi procura un grandissimo dolore.

27.11.12

Divisioni a sinistra (di Immanuel Wallerstein)

Di Immanuel Wallerstein, allievo di Fernand Braudel, storico e studioso della mondializzazione capitalistica, vicino da sempre ai movimenti antiglobalizzazione, all’inizio di quest’anno 2012 “il manifesto” ha pubblicato un articolo di bilancio sulla sinistra a livello planetario, che è anche un quadro ragionato e ragionevole delle sue divisioni. Nelle sue previsioni il sistema capitalistico ha poche possibilità di sopravvivere a lungo, reggerà al massimo trenta o quaranta anni, ma ciò che lo sostituirà potrebbe non essere meglio, se la sinistra non è in grado di incidere su ciò che accadrà già nei prossimi anni. (S.L.L.)
Immanuel Wallerstein
Andare al governo o cambiare il mondo senza prendere il potere? Stare dentro o lontani dai partiti di centrosinistra? Essere per lo sviluppo o contro? Discutiamo di tattiche, a breve e lungo termine
Sotto tutti i punti di vista, il 2011 è stato un buon anno per la sinistra mondiale - qualunque sia la definizione, ristretta o ampia, che viene data di sinistra mondiale. La ragione di fondo dipende dalle condizioni economiche negative di cui soffre gran parte del mondo. La disoccupazione è alta e sta aumentando. Molti governi hanno dovuto far fronte alla sfida di alti debiti e entrate in diminuzione. La risposta è stata di cercare di imporre alle popolazioni delle misure di austerità, mentre contemporaneamente hanno cercato di proteggere le banche.
Il risultato è stata una rivolta mondiale di coloro che il movimento Occupy Wall Street (Ows) ha chiamato «il 99%». La rivolta si è focalizzata contro l'eccessiva polarizzazione della ricchezza, contro i governi corrotti e la natura essenzialmente non democratica di questi governi, che siano o no basati su un sistema multipartito.
Questo non vuol dire che Ows, le primavere arabe o gli indignados abbiamo realizzato tutto quello che auspicavano. Ma significa che sono riusciti a cambiare il discorso dominante a livello mondiale, spostandolo dai mantra ideologici del neoliberismo verso temi come l'ineguaglianza, l'ingiustizia e la decolonizzazione. Per la prima volta da molto tempo, la gente normale ha discusso sulla vera natura del sistema in cui vive; non lo prendono più come una fatalità.
Adesso per la sinistra mondiale la questione è come andare più avanti e trasformare questo successo iniziale a livello del discorso in una trasformazione politica. Il problema può essere posto in termini abbastanza semplici. Benché dal punto di vista economico persista una chiara e crescente distanza tra un piccolissimo gruppo (l'1%) e uno molto più grande (il 99%), non ne discende che questa sia la divisione politica esistente. A livello mondiale, le forze di centrodestra dominano ancora circa la metà della popolazione del mondo, o almeno di coloro che in qualche modo sono politicamente attivi. Quindi, per trasformare il mondo, la sinistra mondiale avrà bisogno di un grado di unità politica che ancora non possiede. In effetti, ci sono profonde distorsioni tra gli obiettivi di lungo periodo e le tattiche di breve periodo. Certo, questi problemi sono stati dibattuti. Sono stati dibattuti addirittura animatamente, ma sono stati fatti pochi passi avanti per superare le divisioni.
Queste divisioni non sono nuove. E questo non le rende certo più facili da risolvere. Due dominano. La prima ha a che vedere con le elezioni. Non ci sono solo due, ma tre posizioni diverse relative alle elezioni. Esiste un gruppo profondamente sospettoso delle elezioni, che sostiene che parteciparvi sia non soltanto inefficace ma rafforzi la legittimità del sistema mondiale esistente. Gli altri pensano che partecipare al processo elettorale sia cruciale. Ma questo gruppo è spaccato in due. Da un lato, ci sono coloro che vogliono essere pragmatici. Vogliono lavorare dall'interno - all'interno dei grandi partiti di centrosinistra quando esiste un sistema multipartitico funzionante, o all'interno del sistema de facto a partito unico, quando l'alternanza parlamentare non è permessa.
E naturalmente ci sono coloro che criticano la politica della scelta del meno peggio. Insistono sul fatto che non c'è una differenza significativa tra i principali partiti che rappresentano l'alternativa e invitano a votare per partiti «genuinamente» di sinistra.
Siamo tutti implicati in questo dibattito e abbiamo ascoltato le diverse argomentazioni mille volte. Comunque, è chiaro, almeno per me, che se questi tre gruppi non troveranno un punto di intesa sulle tattiche elettorali, la sinistra mondiale avrà poche speranze di vincere, sia nel breve che nel lungo periodo.
Credo che esista una strada per la riconciliazione. Bisogna partire dalla distinzione tra le tattiche di breve periodo e la strategia di lungo termine. Sono assolutamente d'accordo con coloro che sostengono che sia irrilevante conquistare il potere statale e che possa persino mettere in pericolo la possibilità di trasformazioni di lungo periodo del sistema mondiale. Questa strategia di trasformazione è già stata tentata varie volte ma non ha mai avuto successo.
Ma da ciò non consegue che la partecipazione elettorale a breve sia una perdita di tempo. Nei fatti, un'ampia parte del 99% soffre pesantemente in una prospettiva a breve. Ed è proprio questa sofferenza nell'immediato che li preoccupa principalmente. Cercano di sopravvivere e di aiutare famiglia e amici a sopravvivere. Se consideriamo i governi non come agenti potenziali di trasformazione sociale ma come strutture che possono incidere sulle sofferenze di breve periodo attraverso decisioni politiche immediate, allora la sinistra mondiale è obbligata a fare quello che può per ottenere dai governi delle decisioni che minimizzino la sofferenza.
Lavorare per minimizzare le sofferenze richiede la partecipazione alle elezioni. Quale è il dibattito tra i fautori del male minore e chi propone di appoggiare i veri partiti di sinistra? Questo dipende da scelte di tattica locale, che variano enormemente a seconda di vari fattori: estensione del paese, struttura politica formale, situazione demografica, posizione geopolitica, storia politica. Non esiste una risposta standard, non può esistere. E la risposta che potrà essere data nel 2012 magari non varrà più nel 2014 o nel 2016. Secondo me, non si tratta di una discussione di principio, ma piuttosto di una situazione di tattica evolutiva in ogni paese.
Il secondo dibattito di fondo che sfinisce la sinistra mondiale è tra ciò che definisco «sviluppismo» e ciò che potremmo chiamare la priorità attribuita a un cambiamento di civiltà. Questo dibattito ha luogo in varie parti del mondo. Esiste in America latina negli abbastanza tesi dibattiti in corso tra i governi di sinistra e i movimenti indigeni - per esempio in Bolivia, Ecuador o Venezuela. Esiste in America del nord e in Europa nei dibattiti tra gli ambientalisti/Verdi e i sindacati che danno la priorità alla conservazione e all'aumento dell'occupazione disponibile.
Da un lato l'opzione «sviluppista», quando è proposta da governi di sinistra o dai sindacati, difende il fatto che senza la crescita non c'è modo di correggere gli squilibri economici del mondo attuale, sia nel caso di polarizzazione all'interno di singoli paesi che tra paesi diversi. Questo gruppo accusa gli avversari di sostenere, almeno oggettivamente e a volte soggettivamente, gli interessi delle forze di destra.
I fautori dell'opzione anti-sviluppista sostengono che concentrarsi sulla priorità della crescita economica sia doppiamente errato. Si tratta di una politica che non fa che confermare le caratteristiche del sistema capitalistico. Ed è una politica che produce danni irreparabili - sia dal punto vista ecologico che sociale. Questa divisione è persino più appassionante, se possibile, di quella relativa alla partecipazione alle elezioni. L'unica soluzione per risolverla è un compromesso, da realizzarsi caso per caso. Affinché il compromesso sia possibile, entrambi i gruppi devono accettare la buona fede delle credenziali di sinistra dell'altro. Non sarà facile.
Queste divisioni a sinistra potranno venire superate nei prossimi cinque-dieci anni? Non ne sono sicuro. Ma se non ci riusciranno, non credo che la sinistra mondiale possa vincere la battaglia dei prossimi venti-quarant'anni, che sarà su quale tipo di sistema sostituirà il capitalismo quando questo crollerà definitivamente.

Basilicata. Yogurt e kefir da latte d'asina

Dal sito http://www.qualeformaggio.it/  ho recuperato, grazie al suggerimento di un amico della Rete, questo articolo, forse un po’ promozionale (i prezzi, tuttavia, scoraggiano), ma tale da suscitare buone curiosità. E’ un post recente, del 17 novembre 2012. (S.L.L.)
Asina ragusana
Da alcuni anni si fa un discreto parlare di latte d'asina, sull'onda del crescente fenomeno delle allergie alle proteine del latte vaccino, rispetto al quale il secreto di questa specie equina garantisce rischi zero, contenendo poche caseine, ed essendo in questo del tutto simile al latte umano. Fortemente caratterizzanti il prodotto, due fattori su tutti hanno fatto e fanno da freno alla sua diffusione: il prezzo elevato (15 euro al litro) e la sua deperibilità.
Tanta e tale è la rilevanza del problema e così anche l'impegno e la passione di alcuni degli allevatori coinvolti, che uno di essi, supportato dalle amministrazioni locali competenti è riuscito ad offrire la necessaria collaborazione della propria azienda ad un team di tecnici impegnati nello studio che prelude alla creazione di una serie di prodotti derivati dal prezioso latte. Derivati che della materia prima mantengono i principali nutrienti, garantendo valide alternative, caratterizzate da una minore deperibilità.
Ed è così che in Basilicata, a mille metri di altitudine, alle porte del Parco Nazionale del Pollino ma a meno di venti minuti dal casello autostradale di Lauria Sud, l'azienda Sagittario, in cui da circa dieci anni si allevano asine (oggi una cinquantina, di razze ragusana, di martina franca e amiatina), ha avviato una stretta collaborazione con l'Università degli Studi della Basilicata (Facoltà di scienze agrarie, forestali, alimentari e ambientali) e con Basilicata Innovazione (Servizio di Trasferimento Tecnologico), proprio per verificare la praticabilità di produzioni alternative a quella del latte fresco, seguendo l'esempio di altri Paesi (Svizzera, Portogallo, Cile) in cui tali prodotti sono da qualche tempo un fatto acquisito.
Nel 2011 l'allevatore, Piero D'Imperio, si rivolse presentando a Basilicata Innovazione l'esigenza di sperimentare nuovi processi di conservazione e di trasformazione del latte d'asina con il fine ultimo di prolungarne la shelf life e consentirne l'impiego in mercati alternativi a quello del “fresco”. Detto fatto, la sua richiesta si è tramutata presto in un vero e proprio progetto, coinvolgendo in esso la dottoressa Annamaria Perna  e il professor Emilio Gambacorta della Scuola di Scienze agrarie, forestali, alimentari e ambientali dell’Università della Basilicata. Nell'arco di pochi mesi l’iniziativa è stata poi estesa al Citla (Consorzio Italiano Tutela Latte d’Asina) e ad altre quattro imprese lucane (altri due allevamenti, un'azienda di produzione di piante officinali e una apiaria, coinvolte nell'arricchimento di alcuni prodotti).
Gli obiettivi su cui il progetto è stato basato sono stati molteplici, dalla volontà di sperimentare nuove possibili filiere produttive alla valorizzazione di risorse e tipicità locali, al miglioramento della redditività delle imprese agrozootecniche, al fornire alle aziende stesse una maggiore potenzialità commerciale per meglio affrontare la competizione sul mercato.
Lo studio di fattibilità ha riguardato quindi la possibilità di sviluppare prodotti innovativi a base di latte d'asina in grado di mantenere caratteristiche nutrizionali valide e una shelf life che permettesse di allargare il raggio d'azione conquistando nuove fette di mercato.
La prima tecnica sperimentata è stata quella della liofilizzazione di prodotti fermentati, tra cui lo yogurt e il kefir, sia nella versione classica che in quelle "arricchite" con olio di rosmarino e miele. La sperimentazione ha messo in luce che la trasformazione del latte di asina in prodotti fermentati esalta le caratteristiche nutrizionali e nutraceutiche del prodotto base, permettendo di indirizzare questi prodotti anche ai soggetti intolleranti. I risultati dei test sono stati giudicati in maniera molto favorevole dagli studiosi, in quanto i nuovi prodotti liofilizzati conservano le caratteristiche del latte d'asina, possono conservarsi sino alla scadenza di un anno e, cosa non da poco, sono caratterizzati da un'elevata gradevolezza al palato.
Ora nei progetti della Sagittario si affollano le esigenze di diversificare la produzione, entrare in nuovi mercati nazionali ed esteri (l'incremento del fatturato è previsto attorno al 40% nel breve termine), investire nelle nuove attrezzature necessarie per produrre yogurt, kefir e integratori alimentari. «Il latte d'asina», ha sottolineato Pietro D'Imperio, «è particolarmente indicato nell'alimentazione pediatrica perché è molto simile per composizione al latte materno. Ha una digeribilità maggiore del latte vaccino, per cui è più adatto alla dieta degli anziani e degli sportivi, ed è la principale alternativa nel caso di soggetti con allergie alle proteine del latte bovino».
«Trasformato in un prodotto durevole», ha aggiunto il titolare della Sagittario, «è più versatile, può essere abbinato, per esempio, ad essenze vegetali o ad altri alimenti per creare diverse varianti di prodotto».

L'inferno dei sentimenti (di Elias Canetti)

Se l'inferno dei sentimenti avesse per lo meno un suo ordine; se punizioni e luoghi fossero per lo meno stabiliti, se si fosse certi che una certa cosa conduce a una certa altra, che una cosa si fonda su un'altra; ma nell'inferno dei sentimenti tutto è impreciso; è un inferno che non ha confini, i suoi sentieri sono illusori, tutto è in mutamento incessante, in ogni dimensione, e tuttavia non è un caos; è un inferno pieno di immagini; dove ne vengono consegnate sempre di nuove, senza che le vecchie ne siano mai dimesse.

da La provincia dell'uomo, Adelphi, 1978

Il governo tecnico del cemento (di Tommaso Montanari)

Semplificazioni e aree protette
Da giorni gli addetti ai lavori litigano sull’interpretazione della nuova regolamentazione delle autorizzazioni edilizie in aree sottoposte a tutela. Per essere un articolo di un disegno di legge «sulla semplificazione», e scritto da un governo tecnico, non c’è male.
Per le associazioni ambientaliste, la norma apre un varco alla cementificazione anche delle porzioni protette del nostro martoriato territorio. Per i ministri dell’Ambiente e dei Beni Culturali, non è vero: «non c’è nessuna diminuzione del livello di tutela del paesaggio». Per Salvatore Settis, infine, «il disegno di legge sulle semplificazioni appena approvato dal Consiglio dei ministri si scontra con un piccolo intoppo: la Costituzione» (Repubblica, 21 ottobre).
Il punto cruciale è la riforma del cosiddetto ‘silenzio inadempimento’. Oggi, quando un cittadino chiede di costruire in una zona sottoposta a vincolo, la soprintendenza ha 90 giorni per rispondere. Se non lo fa è inadempiente, e il cittadino può rivolgersi al Tar, e ottenere comunque una risposta seppure con una via più lunga.
La riforma, invece, dimezza il termine, decorso il quale a rispondere non sarà più la soprintendenza, che decade dal potere di farlo, ma lo sportello unico degli enti locali. Se (come è facile predire) quei poteri fin troppo vicini agli interessi locali diranno di sì, il cittadino intanto costruisce. Poi, semmai, la Soprintendenza ricorre, facendo dichiarare illegale la costruzione: ma da qui a farla abbattere, purtroppo, ce ne corre. Tra falle normative e complessità dei contenziosi, è facile immaginare che ci ritroveremo in una palude di carte bollate su cui svetteranno torri di cemento.
Secondo il ministro Clini «un cittadino che fa una domanda a un’amministrazione pubblica ha il diritto di avere una risposta, positiva o negativa che sia». Verissimo. Ma quella risposta non arriva in tempo non perché le soprintendenze siano piene di incapaci, o assenteisti, ma perché sono state fraudolentemente dissanguate da decenni di mancato turn-over.
Se il governo volesse davvero aumentare la qualità della tutela e insieme garantire i diritti del cittadino, non sarebbe meglio prima mettere l’amministrazione in grado di rispondere, e solo dopo pretendere che lo faccia? Anche perché, altrimenti, Clini sceglie di promuovere il mio diritto ad avere una risposta, ma elimina il mio diritto a non vivere in un paese devastato dal cemento. Non so perché il ministro dell’Ambiente preferisca il primo diritto, ma so che – se messa in grado di comprendere la posta in gioco – la maggioranza degli italiani sceglierebbe il secondo.
A questo punto la domanda è: si tratta di una svista, o di una nuova stagione di ‘mani sulla città’ e sul paesaggio?
Una prima risposta è che se davvero Clini e Ornaghi vogliono rafforzare la tutela hanno tutti gli strumenti amministrativi e legislativi: il fatto che – su questo fronte – il loro governo sia uno dei più immobili, anzi ignavi, della storia repubblicana potrebbe anche far credere che non si siano accorti di nulla, e che ora stiano provando a salvare la faccia.
Ma una lettura contestuale dell’indirizzo del governo spinge verso la risposta più pessimista.
Come ha spiegato Giorgio Meletti sul “Fatto”, il vice di Passera, Mario Ciaccia, ha appena annunciato un colossale progetto per la cementificazione del Paese, a spese pubbliche e profitto privato: l’idea decrepita e affaristica che una pioggia di porti, autostrade, infrastrutture sia il vero ‘volano dell’economia’. Arrivando a dire che il Ponte di Messina, forse, si potrebbe anche fare davvero.
Un altro tassello preoccupante è rappresentato dal disegno di legge sul consumo di suolo agricolo, che in un primo momento aveva invece suscitato speranze. Secondo l’assessore regionale toscana Anna Marson: «il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti prevede che sia determinata a livello nazionale la quantità di nuove superfici edificabili, e che essa venga poi ripartita tra le Regioni». Da qui il concreto «rischio che la legge porti a peggiorare il consumo di suolo in atto», e addirittura a produrne di nuovo.
Insomma, ce n’è abbastanza per credere che la fumosa alchimia giuridica profusa sui silenzi delle soprintendenze, a tutto miri tranne che a rendere più efficiente e rigorosa la protezione del nostro povero territorio.
Mario Monti è il primo Presidente del Consiglio ad esser anche membro del consiglio di amministrazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Forse è venuto il momento di scegliere: proteggere l’ambiente e contemporaneamente spalancare la porta al cemento sarebbe troppo anche per un politico italiano di professione. Figuriamoci per un tecnico.

da “Il Fatto Quotidiano” del 23/10/2012

Passione (di Elias Canetti)

Una passione può essere indicibilmente bella quando torna a nascere cieca, avventata, dalla domesticazione, dall'ordine e dalla consapevolezza. Si salva proprio perché minaccia distruzione. Chi vive senza passione non vive; chi la padroneggia sempre, vive a metà; chi in essa va in rovina, ha per lo meno vissuto; chi la ricorda ha futuro, e chi l'ha bandita non ha altro che passato.

Da La provincia dell'uomo, Adelphi, 1978

26.11.12

Santa Maria del Pianto (di Adriana Zarri)

Tutti sappiamo che cos'è la Compagnia di Gesù: con tanto di gesuiti, spesso illustri e benemeriti. Non sapevo invece che esistesse una compagnia di Maria; e la metto nel novero delle mie tante ignoranze.
Orbene, questa compagnia di Maria è salita agli onori (o disonori) della cronaca per un fatto non proprio edificante e che non farà certo piacere alla madre di Cristo, da cui la triste congrega prende nome.
Si tratta di squallidi episodi di pedofilia che avvenivano nella stanza adibita alle confessioni nella diocesi di Santa Maria del Pianto a Verona. E mai titolo fu più pertinente, poiché i misfatti - per di più compiuti in luogo sacro - son davvero cose da piangere; e ne avrà pianto Maria come i tanti fedeli venuti a conoscenza degli eventi.

Quei trecento suicidi di operai... (di Sergio Bologna)

1969-1989. La centralità operaia e la sua distruzione.
 Sergio Bologna, studioso e militante di formazione operaista, è oggi uno dei teorici del "capitalismo cognitivo" e vede oggi nei "lavoratori della conoscenza", intesa in senso assai largo, il possibile soggetto dell'eversione anticapitalistica.
Nel gennaio del 1969 il "manifesto" pubblicò due suoi lunghi articoli che - più che rievocare l'autunno caldo - analizzano il suo significato sociale, l'affermazione cioè della centralità operaia, e raccontano soprattutto il dopo, di come cioè quella centralità operaia venga rapidamente distrutta. Secondo lui vi concorrono in molti: non solo -  com'è ovvio - i padroni, ma anche i tecnici, i piccoli borghesi sessantottini, il Pci e tanti altri.
Le sue tesi mi appaiono, in più di un caso, forzate e perciò assai discutibili. Due punti trovo tuttavia ampiamente condivisibili: innanzitutto la necessità di studiare quel momento assumendo come luogo privilegiato di ricerca la fabbrica, grande, piccola e media e la denuncia della assoluta inadeguatezza degli storici, compresi i "mandarini della storia orale" a farlo; in secondo luogo nella corretta individuazione della cesura, del momento in cui si afferma una violenta frattura nei rapporti sociali, tra gli ultimi anni Settanta e i primi Ottanta, in un tempo che si può emblematizzare nei terribili "35 giorni" della Fiat nell'autunno del 1980.(S.L.L.)
Fiat anni Settanta. Operaio ai cancelli
Particolare da una foto di Tano D'Amico
Negli anni che vanno dal 1980 al 1983 più di trecento operai espulsi dalle fabbriche col meccanismo della cassa integrazione si suicidarono. E lo stillicidio di queste morti disperate continua tuttora. Io non conosco fenomeno analogo nella storia europea di questo secolo, forse per mia ignoranza o forse perché la morte operaia, comunque avvenga, non fa storia. Conosco altri territori della storia in cui soggetti appartenenti ad un medesimo gruppo socio-culturale si suicidarono : la Vienna crepuscolare dell'impero asburgico e l'Europa degli anni 1938-1941, quando il nazismo sembrava aver trionfato. Furono suicidi di intellettuali, in grande maggioranza, che volevano significare «la fine di un'epoca», la perdita di un orizzonte di speranza e di identità.
Il suicidio in genere viene considerato una malattia professionale dell'intellettuale decadente ; la «rude razza pagana» dell'operaio massa viene considerata immune da queste sollecitazioni di morte.
La mia proposta storiografica è quella di assumere quei suicidi di cassaintegrati come indizio, come traccia, per capire che cosa abbia significato la fine degli anni '70 — e quale fine ! — per la soggettività operaia, per i percorsi non scritti del suo immaginario. Quei suicidi sembrano indicare che per qualcuno, appartenente proprio a quel gruppo sociale, la fine degli anni '70 ha rappresentato un evento epocale così drammatico, una frattura così violenta nel sistema dei rapporti sociali, che la vita non meritava più di essere vissuta.
Quando parliamo di «fine di un'epoca» e di fine di una cultura non esprimiamo dunque un'enfasi di periodizzazione, parliamo di qualcosa di molto concreto, parliamo di un sistema di valori e di identità, che per qualcuno sono state tanto importanti quanto la vita. Dunque questo sistema di valori — e i meccanismi che hanno contribuito a determinarlo negli anni '70 — sono il primo dei territori storici da esplorare.
Ma quei suicidi dicono anche qualcosa di più concreto e specifico, e cioè che la grande ondata di espulsioni dalle fabbriche del 1980-83 è stata condotta non solo con criteri di epurazione politica ma con criteri di «igiene razziale». I primi della lista sono stati i malati, gli invalidi e molti dei suicidi sono stati determinati non tanto da condizioni economiche disperate quanto dalla perdita di un senso di appartenenza a un tessuto socio-culturale e di una cultura della solidarietà.
Quelle morti segnano non solo la fine della centralità operaia, ma anche la fine dello stato sociale (malgrado la cassa integrazione guadagni! ). E contengono la percezione lucida di un nuovo razzismo, quello che si scatena contro «i perdenti» con la brutalità sottile dell'esclusione.
Se l'idea («la traccia») che ci suggeriscono quelle morti è quella di un'epoca che ha rappresentato per la classe operaia qualcosa di diverso e di importante, il primo lavoro da fare è quello di capire perché gli anni '70 sono stati così importanti.
E' un percorso da esplorare all'interno della soggettività operaia, per ricostruire il cammino compiuto da decine di migliaia di persone, che conquistarono la capacità di liberarsi dal senso della disciplina, dalla paura, dalla subalternità. Cose in apparenza semplici, innocue, in realtà estremamente complesse ed eversive.



Incontrista

Gokhan Inler, centrocampista del Napoli e della Nazionale Svizzera
Sostantivo che ha una certa diffusione, in due ben distinti significati: nel campo dei rapporti sociali è chi partecipa a un incontro; nello sport è il calciatore che sa giocare bene d'incontro, che sa duellare con gli avversari.

Luciano Satta, Quest'altro millevoci, D'Anna, 1981.

Postilla
Nel linguaggio del calcio oggi il termine indica una specializzazione: è incontrista quel centrocampista che ha per le sue caratteristiche il compito di spezzare le trame di gioco degli avversari. (S.L.L.) 

Hotel-bus

Pullman trasformato in albergo, ideato da una compagnia aerea americana. Segue i normali pullman nelle quotidiane gite turistiche e alla sera ospita i passeggeri; è a tre piani, ha camerettte con bagno e anche minuscole cucine.

da Luciano Satta Quest'altro millevoci, D'Anna, 1981

La poesia del lunedì. Walter Cremonte

Cercando funghi
Più belli di ogni cosa sono gli alberi
con te che vai,
cercando funghi, che poi
è solo una scusa
per respirare
(respira forte che bella che sei
ora che tutto dimentichi)

Da Me ne andavo guardando come tutto è bello, Perugia, 1986

25.11.12

Ulivieri: “Nel calcio meno tattica e più cultura” (Massimo Raffaeli)

Juan Alberto Schiaffino e Nils Liedholm
Sul magazine del “manifesto”, all’incirca un anno fa, l’intervista a un allenatore di calcio colto e comunista, grande affabulatore di Toscana, da parte di un finissimo critico letterario. Mi pare che, al di là dei riferimenti cronachistici, il ragionare di Renzo Ulivieri non abbia perduto attualità e attrattiva. (S.L.L.)
Renzo Ulivieri

Colle Val d’Elsa.
Un lungo dopocena a parlare di calcio, di letteratura e di politica. Pure se potrebbe sembrare spiazzante, l’appuntamento è alla Biblioteca comunale di Colle, che organizza l’incontro insieme con l’associazione «Amici di Romano Bilenchi». Non tutti sanno che, tra i massimi narratori del Novecento, l’autore di Conservatorio di S.Teresa e de Il gelo era infatti un grande amante del football, come testimonia il suo epistolario e chiunque l’abbia conosciuto. Ospite d’onore è l’attuale Presidente dell’AIAC (Associazione Italiana Allenatori di Calcio), cioè Renzo Ulivieri, un tecnico dal curriculum imponente, quarant’anni di panchina alle spalle, tra cui quelle di Perugia, Sampdoria, Cagliari, Napoli, Parma, Bologna e Torino.
Ulivieri fa eccezione nel suo ambiente perché è un laico integrale, un uomo dichiaratamente di sinistra, un grande affabulatore, colto e ironico, a tratti persino pungente e tuttavia rispettoso, sempre, dei suoi interlocutori. A cena, prima dell’incontro, risponde con naturalezza alle domande tra un parterre di letterati, tutti quanti appassionati e talora veri e propri tifosi di calcio, fra cui Dario Ceccherini, diretto promotore dell’iniziativa, Luca Lenzini, saggista e responsabile dell’«Archivio Fortini» di Siena, e Luca Baranelli, un autentico maestro della nostra filologia. La conversazione prende spunto dal gesto clamoroso che in estate ha visto protagonista lo stesso Ulivieri contro una delibera in via di approvazione da parte della Federcalcio.

Cominciamo appunto dalla fine: perché il gesto di incatenarsi davanti alla Federcalcio, lo scorso 24 agosto?
Per un gesto di solidarietà con gli allenatori diplomati delle squadre dilettantistiche di I, II e III categoria regionale. Abolire quel diploma, avrebbe voluto dire affidare le squadre all’ultimo arrivato e avrebbe significato un abbassamento della cultura sportiva, ma anche della cultura in senso più generale. Il provvedimento veniva giustificato con motivazioni economiche ma, in realtà, gli allenatori di quelle categorie guadagnano molto poco, da zero a un massimo, molto raro, di 2.500 euro, per un media che non supera i 250 euro al mese. Con alcuni colleghi abbiamo fatto uno studio, velocissimo, e ci siamo subito accorti che si tratta di realtà sociali particolari, spesso piccole frazioni dove non c’è neanche un cinema e lì la società sportiva è forse l’unico luogo di aggregazione: è lì che c’è bisogno di un allenatore che abbia studiato, e non solo il calcio, anche perché si trova a lavorare con una grande varietà di persone, dai ragazzini a giovani molto più grandi, anche di trenta o trentacinque anni. Questo gesto sono stato costretto a farlo, nel senso che mi sono sentito in dovere di farlo, anche se mi sentivo dire ‘… ma uno come te, alla tua età, che si
mette a fare Pannella…’. Nello stesso periodo, poi, era in corso lo sciopero dei calciatori e invece di questa cosa, che era la più importante, perché coinvolgeva 3.600 allenatori, non si parlava affatto e così rischiava di scivolare in secondo piano. Sarebbe stata una vergogna, anche nei confronti dell’Europa ma, per fortuna, il provvedimento se lo sono poi rimangiato.

Ma in che senso lei trova un fatto politico, in senso stretto, mantenere il patentino da allenatore a quei livelli?
Ha un valore politico perché, appunto, significa non abbassare il livello tecnico e culturale. Vede, la
Gelmini ha già tagliato disastrosamente le classi, gli insegnanti, i bidelli, persino i buoni per i libri, ma qui non c’era nemmeno la scusa dei costi, si trattava di una presa di posizione puramente ideologica, che colpiva persone che operano, come dicevo, con dei ragazzi spesso giovanissimi: l’alternativa era lasciarli soli, abbandonarli.

Anche una simile chance, è riferibile a una tradizione, a una scuola calcistica italiana, oppure essa non esiste più, in presenza della cosiddetta globalizzazione?
La tradizione esiste, e non è andata persa, voglio dire però una tradizione che rispecchia una certa mentalità del popolo italiano, il che vuol dire un po’ furbesca, di un calcio fatto anche di astuzie, pure se probabilmente oggi non paga più e, infatti, c’è un grande bisogno di apertura. Questo sul piano tattico. Quanto invece al calcio come momento di aggregazione, dello stare insieme, la cosa non tocca il calcio professionistico. Sì, il calcio professionistico ha avuto qualche momento di apertura, di sguardo verso il mondo esterno, ma in genere continua a interessarsi solo del risultato
e, di riflesso, pensa solo ad aumentare le risorse economiche.

Quanto ha contato, in questo, non solo l’arrivo massiccio di tecnici stranieri ma anche il fatto che ormai tutti vedono tutto, in Italia e come all’estero, grazie alla televisione?
Vede, se uno ci fa caso, nel nostro campionato ci sono non meno di sette o otto modi diversi di giocare (penso fra l’altro al 3-4-3, al cosiddetto rombo, al 4-3-1-2, o al 4-4-1), se invece andiamo al campionato inglese c’è il 4-4-2 o il 4-3-3 e via, tant’è che un allenatore straniero, quando arriva in Italia, ha delle difficoltà: lo stesso Mourinho, quando gli hanno chiesto che cosa rimpianga dell’Italia, lui, che rimpiange pochissimo di tutto, ha detto di rimpiangere la «guerra tattica» che c’è nel nostro campionato. Probabilmente in Italia questo essere particolarmente evoluti sul piano tattico, ci ha fatto rimanere un po’ indietro sul piano del gioco, specie della bellezza del gioco. Da noi si comincia troppo presto con la tattica, già con i bambini, e invece non lo si dovrebbe fare, perché un bambino dai sei agli otto anni, che ha ancora l’io dentro di sé e non è abituato a riconoscere il compagno, è normale che tenga la palla e vada verso la porta. Solo dopo gli otto-dieci
anni si dovrebbe fargli notare che esistono anche gli altri bambini, dietro o di fianco o davanti a lui, cioè insegnargli che si tratta di un gioco di squadra. Da noi manca l’insegnamento del gioco fine a se stesso, del gioco per la bellezza del gioco.

Ma continua ad essere vero che la scuola italiana di calcio ha riflessi corporativi ogni volta che viene qualcuno da fuori?
Si trattasse solo di una corporazione, io non ci starei… La diffidenza c’era in passato quando noi allenatori italiani eravamo restii ad andare all’estero, cioè eravamo un mondo abbastanza chiuso. Oggi non è più così, per esempio Alberto Zaccheroni allena la nazionale del Giappone, Capello la nazionale inglese, Mancini è in Inghilterra, Spalletti in Russia, saranno almeno setto o otto, e dico solo gli allenatori di vertice. L’arrivo dei colleghi stranieri per noi è stata invece una fortuna, perché subito si è creato uno scambio, un meticciato. Del resto oggi per noi è inevitabile guardare fuori, per imparare sempre, e qui penso alla scuola spagnola, specialmente al Barcellona. Io, che credo di capire un po’ di calcio, avevo visto una decina di partite del Barcellona, pensavo di avere capito tutto e però sentivo che mi mancava ancora la chiave: poi Guardiola è venuto a parlare a Coverciano e me l’ha data lui, questa chiave. Un’altra scuola importante, insieme ovviamente a quella inglese, oggi è la scuola tedesca, in ascesa sotto ogni punto di vista, sul piano del gioco ma anche dell’organizzazione, con un’ottima politica dei prezzi, lì gli stadi sono sempre pieni.

Non ha citato la scuola sudamericana…
Quella è una scuola più che altro di calciatori artisti, di giocolieri, che mi sembra comunque in via di europeizzazione, dentro un processo che riguarda anche le cosiddette piccole nazioni. Una volta, con una novità di gioco, un allenatore viveva tre anni, poi tre mesi mentre oggi, mi viene da dire, appena tre giorni. Una volta se un allenatore aveva una novità poteva tenersela stretta, e a lungo, ma oggi non è più possibile per la tv e tutto il resto.

Lei ha cominciato ad allenare giovanissimo, ma quali sono stati i suoi maestri?
Ho cominciato a vent’anni, giocavo centromediano negli juniores della Fiorentina, ero iscritto all’Isef e già allenavo i ragazzi del San Miniato: perciò non ho potuto avere maestri diretti. Il mio riferimento allora era il Mago Herrera e andai persino a spiare gli allenamenti della Roma a Spoleto, più tardi Nils Liedholm, per il gioco sempre manovrato. Io sono stato sempre innamorato della manovra, più che del contropiede. Infine, certamente, Sacchi e Zeman, ma voglio ricordare anche Corrado Viciani, l’allenatore della Ternana anni settanta, che è stato un anticipatore e un vero maestro di calcio.

E invece, paradossalmente, qual è il giocatore da cui ha imparato di più fra i tanti che le è accaduto di allenare?
Senza dubbio Liam Brady, che ho avuto alla Sampdoria quando lui era reduce dalla Juventus, un grande campione, un uomo di eccezionale umanità che forse, pur rimanendo sempre composto, in silenzio, non ha mai perdonato chi gli aveva preferito Michel Platini…

“Alias” - 12 Novembre 2011

Gli eredi del Cavaliere. Il viceministro Ciaccia e l’omertà mediatica. (S.L.L.)

Ha un’apertura ironica, di stampo insieme manzoniano e fantozziano, il bell’articolo di Giorgio Meletti del 18 ottobre scorso su “Il fatto”: “Il professore e grand’ufficiale Mario Ciaccia, magistrato della Corte dei Conti prima, banchiere poi, viceministro per le Infrastrutture infine, non vende fumo. Ci crede. Vuole ridarci prosperità inondando l’Italia di cemento costoso come l’oro, e riempiendo di debiti le prossime generazioni, mentre il governo dei tecnici scortica le famiglie italiane in nome della lotta al debito pubblico. E lo lasciano fare.
Con la complicità solerte del suo capo di sempre, Corrado Passera, che creò per lui, dentro Intesa Sanpaolo, la Banca per le Infrastrutture (Biis), Ciaccia sta attuando il suo piano. Ha esordito lo scorso gennaio annunciando ‘un nuovo miracolo italiano’, senza che Passera facesse in tempo a dirgli che era un po’ vecchia”.
Se l’incipit è gustoso, il resto dell’articolo è terribilmente preoccupante. A sentire Ciaccia il governo dovrebbe attivare 100 miliardi di euro di opere pubbliche, “senza creare debito” (dice testualmente). Il progetto è neofuturistico: navi provenienti da Suez che attraccano in Italia ove trovano le ferrovie efficienti, pronte a portarle a Nord; sette milioni di container che vanno e vengono dal Nordafrica o dall’Asia all’Europa Settentrionale, tutta la penisola trasformata in una zona di attraversamento da parte di merci dirette altrove. Un incubo.
A quanto pare il ragionevole invito del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, a investire in “un ampio progetto di manutenzione immobiliare e cura del territorio contro il dissesto idrogeologico” viene disatteso in nome delle Grandi Opere. L’alibi è in quella “senza una lira di debito”, obiettivo da ottenere con il project financing inventato da Ettore Incalza, che oggi è braccio destro (e sinistro) del Ciaccia. Il sistema – con i perfezionamenti dell’ultimo decreto sviluppo - è grosso modo questo: 1) il privato propone un’autostrada o una ferrovia veloce che, a suo dire, si ripagherà con il pedaggio o con il trasporto; 2) lo Stato favorisce l’opera con iniziali sgravi fiscali e parziali contributi; 3) ma soprattutto tutela i costruttori-investitori con un credito d’imposta fino al 50% del valore dell’opera o, addirittura, con contributi a fondo perduto, se pedaggi e trasporti non ripagano l’impegno sostenuto.
E’ la ricetta antica della “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite” senza alcun effettivo rischio d’imprese.
Tre considerazioni a postilla di questa sintesi.
Prima. I tecnici del governo Napolitano-Monti sono gli esecutori più o meno capaci dei grandi sogni del cavaliere di Arcore, gentaccia che mentre il paese è un cumulo di macerie, le strade cittadine sono piene di buche, le piogge producono in continuazione frane e alluvioni, progetta grandi opere per favorire le grandi finanziarie della costruzione.
Seconda. A quando una sinistra che affronti il tema dei lavori pubblici con la profondità e la radicalità che richiede?
Terza. Tranne qualcosa sul “Fatto” o sul “manifesto” di questa attività di governo non c’è traccia nel dibattito politico. Questo generale silenzio dei mezzi di comunicazione e dei capipartito io lo chiamo omertà.

P.S.
C’è uno spot del Ciaccia su youtube, quasi incredibile. Provare per credere.


“Io cantavo in gregoriano”. Ernesto Balducci e il silenzio del 1938.

In un articolo di Giuseppe Damascelli dal titolo La Chiesa, il fascismo, gli ebrei su un ritaglio dal “manifesto” senza data (ma della metà degli anni 80) ritrovo una bella citazione del prete scolopio Ernesto Balducci e delle sue battaglie. Riprendo qui il brano. (S.L.L.)

Nel bel numero monografico de «Il Ponte» dedicato nel 1978 proprio alle leggi liberticide antiebraiche di 40 anni prima, così commenta Ernesto Balducci il silenzio del 1938:

«Quel che mi stupisce è che una così inaudita violazione della dignità dell'uomo (che si trasformò anni dopo in genocidio) non abbia provocato una vera e propria insurrezione delle coscienze, come l'avrebbe provocata, senza dubbio, una violazione anche molto minore dei diritti della chiesa cattolica. La ragione è che la chiesa si riteneva chiamata a difendere i diritti dei cattolici... non già i diritti dell'uomo come tale.»...

«Quando, anni dopo, lessi in una pagina del grande martire cristiano Dietrich Bonhoeffer, che non è lecito cantare in gregoriano se non si alza la voce in difesa degli ebrei, ebbi un sobbalzo. Per l'appunto io avevo cantato le stupende melodie gregoriane mentre gli ebrei venivano deportati. Il tragico è che cantavo con innocenza... La disciplina ci faceva obbligo di ignorare che eravamo in guerra, perché e contro chi... Solo pochi anni dopo ho saputo...».

Nel 1965 padre Ernesto Balducci veniva denunciato per vilipendio della religione dello Stato per aver rievocato, in una pubblica conferenza, le responsabilità storiche della Chiesa nel razzismo antigiudaico. Come si vede, la verità è dura a farsi strada...

24.11.12

In premessa. Per una scuola che pone domande (S.L.L.)

Sul finire degli anni Settanta progettai, senza poi realizzarlo, un libro-intervista su Manzoni e Leopardi; più propriamente un’autointervista. Mi sono rimaste un pezzo di prefazione, due foglietti di schema e poche pagine già stese (un paio di domande e risposte). Dopo tanti anni e tanti radicali mutamenti mi sembrano contenere riflessioni tuttora degne di una qualche attenzione. Qui riprendo una sorta di premessa sulle ragioni di un testo costituito da domande e risposte. Non ho fatto cambiamenti rispetto al testo manoscritto a penna, salvo le indispensabili correzioni ortografiche e sintattiche. (S.L.L.)

Quando frequentavo il Liceo, oltre al “suntino”, fra gli strumenti che una certa editoria parascolastica (Ciranna, Bignami, Sandron) metteva a disposizione degli studenti e in particolare dei candidati agli esami di maturità c’era il “questionario”: serviva a prevedere e a prevenire le domande d’esame, a “parare i colpi”. Ad ogni domanda corrispondeva, pronta e scodellata, la risposta, una risposta “equilibrata”, cioè piatta e incolore, un concentrato di senso comune e di retorica, a uso e consumo della pigrizia intellettuale degli studenti peggiori.
Eppure credo che anche quegli insulsi libercoli denunziassero, certo inconsapevolmente, un vizio di fondo della cultura liceale, una cultura spesso paga di “belle lezioni” e “belle esposizioni”, incapace però di porre domande, di esigere risposte. Col rischio di sfondare una porta aperta dirò che di domande, nonostante tutti i cambiamenti nella scuola, c’è ancora tanto bisogno.
Che cosa significa il successo editoriale, anche se relativo ad altri campi del sapere, della formula del libro-intervista se non appunto il bisogno, non ancora soddisfatto, di una cultura che proceda   per domande, che ponga domande, che sia vivificata da una catena ininterrotta di “come?” e di “perché?”. Libri come quello di De Felice sul fascismo e di Amendola sull’antifascismo, di Lama sul sindacato o di Ingrao sulla “terza via” e sono solo pochi esempi tra i tanti possibili) valgono non solo per le risposte che danno, sempre discutibili (nel seno originario della parola) quanto e soprattutto per gli interrogativi che pongono. In questa luce le risposte sono essenzialmente un termine di confronto, uno stimolo a personali verifiche, che potrebbero dare  risultati antitetici rispetto a quelle stesse risposte. Mi pare, insomma, che lo strumento dell’intervista possa trovare nella scuola un suo campo di efficace applicazione, giacché – a differenza del vecchio questionario –  non fornisce risposte neutre e generiche, ma personali, orientate, caratterizzate. Senza sostituirsi all’insegnante i libri-intervista possono aiutarlo nel ruolo di stimolatore di bisogni culturali. In ultima analisi si tratta di spingere gli studenti a farsi un’opinione propria, ad agguerrirsi per documentarla, sostenerla e confrontarla con altre, perché ne sia verificata, corretta o arricchita; di invogliarli a porre ed a porsi nuove domande.    

23.11.12

Croce, lo storicista che destoricizza (S.L.L.)

Riprendo questa breve nota dagli appunti per un corso di storia della letteratura e critica letteraria, tenuto in Cgil come preparazione dei giovani laureati ai concorsi a cattedra. Dell'anno non son sicuro: ultimi anni 80, orientativamente. (S.L.L.)
Benedetto Croce
Per Croce l'elemento essenziale della letteratura è la poesia, forma aurorale dell'attività teoretica dello spirito, intuitiva, e in quanto tale non storicizzabile.
Compito della critica è separare la poesia dalla non-poesia. Solo la non-poesia (struttura, oratoria, tecnica letteraria) è storicizzabile. La forma caratteristica della critica è il saggio critico, che della poesia individua e ricrea gli elementi costitutivi e i loro reciproci rapporti: la poesia è infatti unità tra intuizione (il cogliere l'universale nel particolare) ed espressione.
Una storia dell'attività letteraria che voglia descriverne e caratterizzarne l'essenza (cioè la poesia) è un controsenso (la poesia non può avere storia).
Quelle che convenzionalmente sono chiamate storie letterarie, quando sono valide, altro non sono che raccolte di saggi critici storicamente disposti.

Postilla
Coerentemente Croce destoricizza termini come romanticismo, considerato il momento del fieri, del sentimento, della poesia nel suo farsi e classicismo, considerato il momento del perfici, del risolversi nella poesia del sentimento in forma. Ogni vera poesia in questa luce è insieme classica e romantica.

Nell'attesa. Una mia poesiola ritrovata (S.L.L.)

In un foglietto di quaderno sparso, senza alcuna indicazione, trovo questa poesiola, di cui non si capisce se fosse l'intero o un frammento. La grafia mi porta a collocarla negli anni Ottanta. Non è granché, ma oggi non mi dispiace. (S.L.L.)

Nell'attesa io cerco d'afferrare
i tuoi pensieri che volano via
dalle fessure delle tue persiane
da tutti i buchi delle serrature.
Tanti mi scapperanno, il più piccino
lo prenderò, me lo terrò vicino.

Una scorpacciata interessante (di Adriana Zarri)

Una delle "parabole" della teologa Adriana Zarri sul "manifesto". L'incipit della rubrica era quasi sempre dedicato a problemi di linguaggio. Il titolo del "post" è mio. (S.L.L.)

Se avete consumato un'abbondante dose di arance (frutto di stagione) o di qualche altra prelibatezza che vi ha indotto a mangiarne più del necessario, non dite che avete fatto una «scorpacciata»: termine pesante e greve, al limite della volgarità.
E di una donna incinta non dite che è in stato interessante. Interessante per chi? Per il futuro padre o per eventuali precedenti figli, in attesa del fratellino o della sorella (chissà?) ma non certo per noi che anzi la confiniamo in questa prima parte di parabole dove si collocano gli errori, le goffaggini e le ridicolaggini, come i due casi citati.

"il manifesto", 16 gennaio 2009



Le donne dei preti. Dottrina e disciplina (di Adriana Zarri)

La teologa Adriana Zarri collaborò fino alla morte, nel 2011, con "il manifesto". Negli ultimi anni curò la rubrica Parabole, racconto di fatti e fatterelli, per lo più tratti dalla cronaca religiosa, concluso da una "morale". E da lì che ho tratto questo brano e da cui ne trarrò altri, in cui la fede sembra efficacemente coniugarsi con il "buon senso", anche andando contro il "senso comune".
«Non c'è alcuna ragione perché sia impedito ai preti cattolici di sposarsi» ha affermato il vescovo di Nottingham «è sempre stata una questione di disciplina più che di dottrina, tantomeno che l'obbligo del celibato fu introdotto solo nell' XI secolo da Papa Gregorio VII».
Parole che dedichiamo a papa Ratzinger che forse saprà come l'obbligo suddetto sia largamente disatteso, e assai frequenti invece le donne dei preti e i figli dei preti: conseguenza inevitabile di un peso imposto e non scelto. I preti infatti scelgono il sacerdozio e il celibato solo lo subiscono.

il manifesto, 10 gennaio 2009

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