17.4.16

Chi la fa la copra (S.L.L.)

Amintore Fanfani
La cosa più stravagante è il rinnovo delle concessioni fino all'esaurimento dei giacimenti. Se i concessionari decidono di non portare a termine interamente l'estrazione, le trivelle possono restare lì, per sempre, ad arrugginire, liberando le compagnie da ogni onere di recupero ambientale, come segno della vittoria del capitale su ogni buon senso, su ogni bellezza.
Ma come è potuta venire in mente a un governo responsabile questa idea balzana del rinnovo "sine die"? Trionfo dell'incompetenza? Cieca obbedienza a sollecitazioni lobbistiche?
Chissà.
Intanto ci tocca di rimpiangere Fanfani. Quello, se non altro, diceva "Chi la fa, la copra". Questi l'hanno fatta e, salvo un miracolo democratico, non la copriranno mai più. (stato di fb)

Ad ogni costo e con ogni mezzo (S.L.L.)

Renzi e i sostenitori del rinnovo "sine die" delle concessioni petrolifere e metanifere avrebbero potuto e dovuto spiegare le loro ragioni, illustrare i perché della leggina di proroga fatta in quel modo, rintuzzare le argomentazioni dei referendari, sia quelle generali che quelle particolari, e convincere nel pubblico dibattito la maggioranza dei votanti a votare un "no" all'abrogazione della legge che hanno voluto.
Invece cercano di mantenere in vita la legge che hanno voluta accaparrandosi i voti di tutti quelli che, per una ragione o per l'altra, non vogliono o non possono votare. Magari è una scelta legale, di sicuro non è una scelta "leale" e segnala una forte caduta della moralità politica e dello spirito democratico alla ricerca della vittoria "con ogni mezzo e ad ogni costo". Peraltro questo "con ogni mezzo e ad ogni costo", aggirando le leggi, violandone la sostanza, ricorrendo a tutti i trucchi per "farla franca" sembra ormai essere la regola per classi dirigenti che hanno perso ogni autorevolezza, ogni rispetto di se stesse.
Aggirare il principio di maggioranza è come cercare i buchi nelle leggi dello stato per collocare i propri profitti nei "paradisi fiscali". Gli autori di tali comportamenti sanno perfettamente che stanno violando la spirito della democrazia o lo spirito della giustizia, ma bellamente se ne fottono. Furboni, furbastri o furbetti che siano, contribuiscono alla distruzione dello spirito civico, allo sgretolarsi di una repubblica in cui ognuno fa i "cazzi suoi". (stato di fb)

16.4.16

“Tirriddiliu” (S.L.L.)

Il sostantivo tirriddiliu è nella parlata del mio paese, Campobello di Licata, e di altri paesi della Sicilia, una corruzione di “ira di Diu”. Lo si adopera per indicare fatti sconvolgenti (successi un tirriddiliu) o anche persone. In questo caso lo si utilizza non solo nei confronti di permalosi ed irascibili guastafeste, ma anche per persone incompetenti, maldestre o disattente, capaci di produrre disastri.
Si dice che è un tirriddiliu anche il bambino capriccioso e rumoroso o quello che rompe tutto ciò che tocca. 

Renzi e la banda (S.L.L.)

Orchestra della Guardia  di Finanza - foto di Massimo Renzi
Alla coop l'operaio in camice bianco che svuotava i banchi frigorifero parlava con un cliente - suo conoscente, immagino. Diceva quasi letteralmente: "Questo governo ci sta depredando. Sono ladri e buoni a niente. Io domani a votare non ci vado". Gli ho gridato: "E' quello che il governo vuole. Renzi ha dichiarato che lui non va a votare". Il cliente era d'accordo con me: li ho lasciati lì che gli spiegava la cosa. Spero che lo abbia convinto.
Quel dialogo rivela in ogni caso quanto anomala sia la situazione che si è creata. Un capo del governo che propaganda l'astensione è cosa inaudita, quasi incredibile ai più (neppure Berlusconi era arrivato a tanta tracotanza) e sconcerta chi pensava di fargli un dispetto non votando.

E' probabilmente una esagerazione vedere Renzi a capo di una banda di ladri. Più propriamente un primo ministro che non difende la sua legge chiedendo un no all'abrogazione e incoraggia l'astensione per accaparrarsi il voto degli indifferenti si potrebbe definire un baro. (stato di fb)

L’addormentato della valle. Una poesia di Arthur Rimbaud (1854-1891)

È una gola di verzura dove un fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d'argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende : è una piccola valle che spumeggia di raggi.

Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell'erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.

I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente
come sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O Natura, cullalo tiepidamente: ha freddo.

I profumi non fanno più fremere la sua narice;
dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rosse ferite sul fianco destro.

Ottobre 1870


In Come potevamo cantare. Poeti contro la guerra, Supplemento ad “Avvenimenti”, 20 febbraio 1971 a cura di Domenico Adriano e Doriana Racanella - trad. di Dario Bellezza

Parole perdute. ""Galloria"

Rumorosa manifestazione di soddisfazione e di allegria.

Referendum (S.L.L.)

Per evitare referendum taroccati e rivitalizzare l'istituto, bisogna abbassare il quorum. Con un quorum più adeguato alla partecipazione elettorale media dei nostri giorni chi vorrà abrogare voterà sì, chi vorrà confermare voterà no, senza trucchi astensionistici. Il 30 per cento come in Olanda, può andare bene, o anche il 35. Anche l'astensione volontaria e propagandata, allora, cesserà di essere un trucco, e acquisterà il giusto significato. Il mancato quorum infatti non indica un "confermare la legge", come vogliono lasciare intendere, ma un "decida il parlamento" (magari tenendo conto delle sollecitazioni referendarie, anche perché nelle questioni specifiche oltre al si e al no può esserci un "ni"). (Stato di fb 15 aprile 2016)

Al funerale (Mark Twain)

Funerale militare negli USA
Non criticate la persona in onore della quale il ricevimento è offerto.
Non fate osservazioni sullo stile della cerimonia. Se le maniglie della cassa sono placcate, è più opportuno far finta di non averlo notato.
Se l’odore dei fiori vi opprime, ricordatevi che non sono lì per voi, e che la persona alla quale sono stati portati non ne soffre.
Ascoltate con l’espressione della massima compunzione di cui siete capaci di assumere la celebrazione dei meriti e delle virtù della persona in onore della quale il ricevimento è offerto; e se vi sembra che le affermazioni non coincidano troppo con i fatti, non date una gomitata al vostro vicino, non pestategli un piede e non manifestate in alcun modo la consapevolezza che si stia esagerando nelle adulazioni.
Se le speranze espresse ufficialmente sulla sorte futura della persona in onore della quale il ricevimento è offerto vi sembrano eccessive, lasciate perdere: non interrompete.
Nei momenti di commozione, commovetevi, ma solo in misura proporzionata al rapporto che vi lega con chi sta offrendo il ricevimento, o con la persona in onore della quale il ricevimento è offerto. Quando un parente piange, un amico dovrebbe soffocare un singhiozzo, un conoscente sospirare ed un estraneo limitarsi a tormentare il fazzoletto, con gesto commosso. Quando la cerimonia ha carattere militare, le emozioni debbono rispettare la gerarchia: l’ufficiale presente più elevato in grado deve avere la precedenza nell’esplosione di dolore e gli altri commisureranno la manifestazione dei propri sentimenti al grado rispettivo.
Non portate il cane.

Dalla parodia incompiuta di un galateo, in Lettere dalla Terra (a cura di B. De Voto, con prefazione di F.Ferrucci), Editori Riuniti, 1982

Sussulti, e grida, e contorcimenti. Il bimbo della marchesa Colombi

Marchesa Colombi fu lo pseudonimo di Maria Antonietta Torriani (Novara 1846-Milano 1920), una scrittrice e giornalista che fece parte del primo movimento italiano per l'emancipazione femminile, nel giro di Anna Maria Mozzoni. Fu anche moglie, dal 1975, di Eugenio Torelli-Viollier, il fondatore e primo direttore del “Corriere della sera”, ma si separò presto da lui. Conferenziera efficace, è nota soprattutto come autrice di novelle e romanzi, originariamente pubblicati a puntate sulla stampa femminile o nei supplementi domenicali dei quotidiani.
È autrice anche di una sorta di galateo moderno, borghese La gente per bene. Leggi di cortesia, che uscì per la prima volta nel 1877 per le Edizioni del Giornale delle Donne e che trovò la sua forma definitiva, nella seconda edizione, “migliorata e accresciuta”, stampata nel 1878 dall'editore Morano di Napoli. Notevoli mi paiono del libretto, che ho trovato in una bancarella, la capacità di restituirci l'odore di un tempo e di un mondo perduto e l'ironia sempre garbata e talora pungente che accompagna la sua scrittura. Riprendo qui il primo capitolo della prima parte, intitolata Pagine rosee (S.L.L.)

Il bimbo
In tutte le leggi umane, ad ogni diritto fa riscontro un dovere. Ma il bimbo, piccino, inconsapevole, fragile come il vetro, ed imperioso come un sultano, fa solo eccezione alla legge generale.
Per lui tutto è diritto, nulla è dovere.
Gli Inglesi, più seri, più freddi di noi, malgrado le loro esclamazioni continue sulla famiglia, sull’Home, passano metà dell’anno girovagando in paesi stranieri, e pel poco tempo che rimangono at home, hanno provato il bisogno d’inventare la nursery, una camera a parte, dove relegano i bambini colle nutrici e le bambinaie.
Noi invece amiamo meglio la famiglia, la casa in cui passiamo tutta la vita. I bimbi non ci disturbano, non li isoliamo. Vivono con noi. Sono padroni di tutto 1’appartamento. Impariamo il loro linguaggio monco, e nell’intimità ne adottiamo la nomenclatura strampalata; li mettiamo a tavola con noi; vegliamo ai loro bisogni, li vezzeggiamo, li chiamiamo con nomignoli graziosi ed insensati, Ninì, Rirì, Lolò; conosco un bimbo che ha nome Fulvio, ed è chiamato Fufù.
È il giorno di ricevimento. La signora ha molte visite.
Ad un tratto risuonano alte grida; non ci si intende più a discorrere. È Mimì che si desta; e significa alla famiglia su cui regna, ch’egli è stanco della posizione orizzontale. La mamma sorride di beatitudine; se occorre, lascia un momento la compagnia e corre ad esprimere con un bacio la sua ammirazione per quelle gesta del piccolo despota. Nessuno pensa a biasimarlo ; figurarsi ! — Sono così carine e commoventi quelle note scordate d’una vocina di bimbo.
Mimì fa il suo ingresso in sala nelle braccia della nutrice. Qualche cosa di grave lo preoccupa ; s’ è sognato male ; è ancora di cattivo umore. Egli non si degna di salutare la compagnia ; all’ invito della mamma di compiere colla sua manina quell’ atto di civiltà, alza le spalline rosee, e nasconde il volto in seno alla balia, presentando la sua personcina... dal rovescio. È ancora nei suoi diritti. E poi Mimì è così bellino da tutte le parti.
Avete un amico di famiglia a pranzo; la mamma ha sorvegliato gli apparecchi con affetto. Mimì troneggia vestito di bianco sul seggiolotto.
Egli osserva che il babbo e la mamma fanno ogni maniera di cortesie a quel vecchio signore, che essi sono felici di ospitare. Pensa che egli pure deve, come rappresentante della famiglia, dimostrare la sua deferenza all’ospite intimo e caro. E togliendosi dai labbruzzi il proprio cucchiaino non completamente vuoto, lo porge rovesciato al vecchio commensale. Tutti sorridono. Mimì sente d’aver compreso bene il suo dovere, e per incoraggiare l’invitato ad accettare la sua offerta gli carezza il volto colla manina unta.... Com’è gentile Mimì!
Eppure Melchiorre Gioia dice che è atto inurbanissimo il palpare il volto ad un proprio eguale e peggio se maggiore d’età; e su questo argomento non transige neppure cogli Dei, e scaglia acerbi rimproveri ad Omero, per la sconvenienza d’averci rappresentata Teti, in atto di palpare volto a Giove. Ma il bimbo è più padrone nel mondo che gli Dei nell’Olimpo.
La nutrice entra con Mimì in una chiesa. Mimì ha il sentimento musicale sviluppatissimo. L’organo lo commove piacevolmente ; ed egli accompagna con modulazioni che va improvvisando quelle note solenni. Tutti si voltano, la nutrice gli dice che quella è la casa del Signore. Ma Mimì è superiore a queste considerazioni. I lumicini dell’altare lo divertono, è al colmo del tripudio, ed è troppo sincero ed espansivo per dissimularlo, e si dà a far galloria con sussulti, e grida, e contorcimenti.
Il sacerdote intuona le litanie, il pubblico fa coro. Quelle voci alte, discordi, stonate, offendono il senso artistico di Mimì. Egli esprime con alte strida il suo disgusto, la sua disapprovazione.
La balia ha avuto torto di esporlo a quella contrarietà. Ma Mimì ha ragione. Egli è logico e schietto. La sua legge è l’istinto. Non ne conosce altre.
Finché l'uomo non fruisce dell’intelligenza e della parola, i due grandi e fatali privilegi dell’umanità, il mondo non domanda nulla da lui...

13.4.16

Scrittori. Imparare a vendersi (Hugh Howey)

Dal blog del Corsera, “Officina masterpiece”, riprendo l'intervento sull'autopubblicazione (self-publishing, dicono gli anglofili) di uno scrittore che ha avuto un grande successo. Hugh Howey, 38 anni, vive a Jupiter, in Florida. Ha iniziato a scrivere il romanzo Wool nel 2011, mentre faceva il commesso in una libreria, auto-pubblicandolo poi su Amazon. (s.l.l.)

Inizialmente, ho seguito vie tradizionali. Ho inviato il primo manoscritto ad alcuni agenti ed editori e un paio di piccole case editrici hanno manifestato interesse. Il primo libro l’ho pubblicato con un editore fantastico, la NorLights Press, ma ho presto capito che le vendite dipendevano dai miei sforzi personali e che oggi gli strumenti per la pubblicazione sono alla portata di chiunque voglia usarli. Così ho deciso di pubblicare il secondo da solo e da allora ho sempre fatto così. Ho lavorato per anni nelle librerie e sapevo quanto era difficile non solo farsi pubblicare, ma anche avere successo se riuscivi ad arrivare sui banchi dei librai.
Ma sono certo di una cosa: oggi c’è molta gente che legge. I lettori sono diventati sempre più avidi di nuovi romanzi. Alcune recenti statistiche confermano che i possessori di e-readers leggono molti più libri di quanti ne leggessero prima di acquistare il dispositivo.
È la sfida degli scrittori: creare storie abbastanza appassionanti da conquistare nuovi lettori. E lo scrittore deve cambiare. Deve lavorare su più piani diversi. Per molto tempo io ho fatto l’editore, l’agente, il direttore marketing e l’ufficio stampa di me stesso. Lavorando con Random House e Simon & Schuster ho scoperto che molte di queste responsabilità ricadono anche sugli scrittori pubblicati da un editore.
Se pensi che tu devi soltanto scrivere e a tutto il resto ci penseranno gli altri, ti sbagli di grosso. Devi essere presente sul web, costruirti una piattaforma, sfruttare i social networks e molto altro. Ogni autore, comunque sia pubblicato, deve saper usare questi strumenti. I miei editori tradizionali mi tengono più impegnato di quanto lo fossi quando mi autopubblicavo. È l’unico modo per farti conoscere. Io dedico alla scrittura da tre a quattro ore al giorno. Il resto lo riservo all’editing e alla revisione. Oppure rispondo alle mail e agli amici dei social network.
Ma attenzione: non ho mai pensato di diventare ricco con i libri. È quasi impossibile arricchirsi facendo lo scrittore, anche se firmi un contratto con una grande case editrice. Molti autori prendono anticipi irrisori da 5000 a 50 mila dollari e devono condividerli con l’agente, oltre a pagare le tasse. È difficile vivere con così poco e le entrate non sono mai costanti. Non hai nessuna garanzia che qualcuno vorrà pubblicare il tuo prossimo libro. È per questo che molti autori fanno anche altri lavori. Dico sempre a tutti gli scrittori che devono scrivere perché gli piace farlo e basta. Nessuno può privarli di quel piacere e devono tenerselo stretto.
La libertà che ti consente l’autopubblicazione attira un numero crescente di scrittori. Molti pubblicano i loro libri in entrambi i modi, e per il pubblico può essere difficile prendere posizione nei confronti di questi autori ibridi. Ma siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo affrontare le stesse sfide.

Corriere.it, 13 dicembre 2013

“Non chiamatemi ribelle”. Intervista a Lou Castel (Elfi Reiter)

GLI OCCHI, LA BOCCA, LA VOCE RITROVATA
Un incontro che ci fa scoprire come ha vissuto all'estero l'attore che è stato il simbolo di una generazione, dai «Pugni in tasca» di Bellocchio all'impegno politico interrotto per estradizione

Ospite del Torino International Film Festival essendo tra gli interpreti del nuovo film di Tonino De Bernardi, Casa dolce casa, abbiamo incontrato Lou Castel per parlare della sua vita tra una forte militanza politica e il lavoro di attore. Nato a Bogotà nel 1943, padre svedese emigrato e madre irlandese, era cresciuto in vari luoghi, tra cui Giamaica e New York. Ha frequentato il Centro sperimentale di Roma per studiare recitazione e ha esordito nel film manifesto della ribellione negli anni sessanta, I pugni in tasca di Marco Bellocchio. Un ruolo che gli rimane addosso come marchio, il giovane ribelle provocatore che massacra la propria famiglia (sul piano simbolico ovviamente, la morte della famiglia era un tema frequente nel cinema degli anni settanta), e molti registi italiani lo chiameranno a interpretare personaggi inquietanti (da Damiani a Lizzani, da Festa Campanile a Ferrara). Quell'aria inquietante però è anche e soprattutto fonte inestinguibile di turbamento per creare le più svariate figure dis/turbanti, e non a caso Liliana Cavani lo scrittura per Francesco D’Assisi e per (il quasi sconosciuto perché scomodo) Galileo (nel 69); Rainer Werner Fassbinder lo vuole in Attenzione alla puttana santa (71); Bellocchio lo richiama nel 72 per Nel nome del padre e dieci anni dopo per Gli occhi, la bocca; Chabrol gli affida il ruolo di terrorista di sinistra nel suo affresco politico-rivoluzionario ispirato alle vicende della Raf in Germania e delle Br in Italia Sterminate il Gruppo Zero girato nel 1974. Recita a Berlino guidato da Helke Sander in DerBeginn aller Schreckenist Liebe (t.l. L'inizio di ogni terrore è l'amore, nell'84) e, ormai trasferitosi in Francia, è con Raul Ruiz (La presenza reale, L’isola del tesoro, entrambi nell'85), Philippe Garrel (Elle a passé tants d’heures sous les sunlights...) nell'85 e più tardi nel più noto La naissance de l’amour con Jean Pierre Léaud. Entra in contatto con Gérard Courant, cineasta, scrittore, critico e poeta francese tra i più prolifici nel campo sperimentale, per partecipare alla sua opera mammuth Cinématon (da Cinéma e photomaton) composta da tantissimi brevi ritratti delle più diverse personalità del mondo della cultura in generale (da Samuel Fuller a Youssef Chahine, da Arrabal a Jean François Lyotard, Otto Sander, François Mitterand, Félix Guattari, per nominare alcuni degli attualmente 2.716 ritratti raccolti). Lo stesso Lou Castel (il cui ritratto è il numero 501) ha iniziato da tempo a creare le proprie opere (in video) seguendo uno schema di inquadrature fisse di più o meno lunga durata nel tempo.

Ci racconti il tuo iter da attore a autore e viceversa?
La mia prima regia risale al 1998, quando realizzai Just in time con Robert Kramer (chi non ricorda i mitici film Route One e Doc’s Kingdom di questo grandioso cineasta di origini Usa morto a soli sessantanni nel 1999 in Francia? ndr). La storia narrata in tredici minuti, vedibile su youtube, si può riassumere in tre parole: sesso, pistole e droga. Avevamo capito da subito che eravamo uguali... A partire da lì era nata per me una ricerca durata alcuni anni per cui producevo inquadrature fisse con un determinato numero di immagini che poi moltiplicavo dapprima sedici volte, poi nove e infine sei volte, creando un
legame col fattore tempo, usando vari argomenti, evitando il montaggio. Per porre fine a questo periodo avevo spaccato la lente del proiettore.

Per passare a quale arte?
Nel 1999 mi sono operato all'anca e volevo fare 99 dipinti di un metro quadrato, una visione cronologica, poi ridotti a quadrati di 33 centimetri. Ne ho realizzati cinquanta. Ora sono arrivato al rettangolo, più piccolo, colorati nella più pura astrazione.

•Sei stato assente dall’Italia per oltre ventanni, come mai?
Me n'ero andato negli anni ottanta, uno dei motivi, non l'unico, era che all'epoca nel cinema italiano c'era il cosiddetto volto-voce degli attori italiani, per cui molti doppiatori avevano trovato una loro faccia e una loro notorietà. Mi spiego, all'epoca molti attori erano doppiati, io ero tra quelli e a dire il vero mi sentivo molto alienato. Non avevo voce, ero soltanto un volto, un corpo. Ciò mi aveva creato un'esistenza monca sul piano professionale come attore. A mio avviso questo mio «essere muto» si era poi protratto anche nella mia vita privata. Mi sono sentito come centrifugato, buttato «fuori» dal mondo, e avevo capito - e quindi deciso - che avrei potuto recitare unicamente nel cinema francese, con certi autori però. Con cui poi ho anche lavorato: Philippe Garrel, nel suo La naissance de l'amour, Gerard Courant, Pascal Bonitzer. Ho partecipato anche a un corto, di cui non ricordo il titolo, in cui si era sperimentata per la prima volta la skycam a distanza e la cinepresa volava sopra di me come una farfalla mentre recitavo un monologo.

Prima ancora eri in un paio di film di Wenders, hai girato con Fassbinder in Germania...
Avevo girato un po' l'Europa, ma il mio centro artistico era la Francia, dove uno dei più importanti incontri era Raul Ruiz, nei primi anni ottanta e poi a metà anni novanta per Tre vite e una morte con Marcello Mastroianni: avevamo inventato lì per lì una scena, talmente forte era l'affinità attoriale e Ruiz ci chiese come mai nessuno aveva fatto recitarci assieme prima. Da copione c'era Roland Topor in coppia con me per fare due mendicanti straccioni.

Com’era lavorare con Ruiz?
C'era una gran stima reciproca. Mi conosceva dai precedenti film girati in Italia e Germania, e mi fece recitare liberamente. Era nata un'intensa amicizia intellettuale che ci aveva avvicinato molto, forse per analoghe esperienze vissute? Anche lui veniva dal Sudamerica e la Francia non era il suo paese. Mentre girava, ci raccontava il film come l'aveva in testa, le inquadrature, le scene, i tagli nel montaggio, aveva previsto tutto!
Mi ricordo che rimasi molto impressionato dai suoi racconti e di come si ricordava la prefigurazione di oltre duecento scene. Meraviglioso! E ancor più affascinante sono i suoi lavori più sperimentali, per non parlare di lui come teorico del cinema.
In occasione della sua morte (agosto 2011, ndr) ho ritrovato un suo saggio sul tempo nel cinema, che sono due tempi che si accompagnano vicendevolmente, uno più inciso che determina tempi e forme nel linguaggio cinematografico, e l'altro che scorre, e lui era sempre alla ricerca del primo da far incrociare con l'altro e gli stimoli per il suo sperimentalismo, li prendeva ovunque.

Hai accennato a esperienze politico-culturale tra te e Ruiz, ci racconti un po’ di più?
Forse perché entrambi venivamo da paesi latino-americani? L'aver vissuto in Colombia e nella giungla, credo, abbia influenzato il mio immaginario, ne avevo sentito rumori e profumi, la sua dimensione selvaggia da bambino l'ho sempre vissuta tra choc e sorpresa. Ruiz è stato militante nelle file del partito di Allende. Per entrambi però ai tempi del nostro incontro era già tutto molto cambiato, come lo è oggi rispetto ad allora. Certo, le idee sono sempre le stesse! (sorride) Ricordo che gli portavo i numeri di Alfabeta sul set, avendo sempre con me gli scritti politico-culturali che risalivano ai tempi in cui vivevo a Milano, dove conoscevo l'ambiente attorno alla rivista. Per farla breve, lavorando nel cinema con tutti quegli autori ho potuto portare avanti un discorso politico dopo che qua era finito tutto, dopo il 1979.

In che senso?
C'è stata una sconfitta, benché avessimo cambiato molte cose, dopo la repressione del 7 aprile e gli arresti di Autonomia Operaia. Ci siamo detti piuttosto che farci ammazzare. Del resto ero già stato espulso in modo violento dall'Italia nel 1972, in base a una legge del Codice Rocco per cui potevano dire che ero un elemento pericoloso e chiedere l'espulsione. Assieme a me c'erano alcuni palestinesi, anche loro espulsi.

Perché ti avevano espulso?
Non lo so. Alla conferenza stampa organizzata da un gruppo di cineasti, tra cui Liliana Cavani, per denunciare lamia situazione assurda, in Vico del Piombo c'erano 15 poliziotti ad aspettarmi, perché mi ero nascosto per qualche giorno, mi invitarono a salire in macchina e mi portarono al commissariato centrale. Pensavano fossi armato, mi perquisirono e insultarono, per poi condurmi direttamente a Fiumicino e accompagnarmi fin dentro l'aereo. Per fortuna ci fu un giornalista del “Messaggero” che scattò quella foto di me col pugno alzato mentre salgo sull'aereo. Mi fecero partire senza niente, a inizio inverno, per Stoccolma, che non conoscevo, ma avendo il passaporto svedese... Là mi aspettarono i giornalisti di destra, perché ero il divo italo-svedese! Mi ricordavo il nome di un regista svedese, la cui sorella mi ospitava, mentre da subito c'erano manifestazioni a mio favore essendosi formato un movimento nella scena teatrale e cinematografica. Il gruppo del Filmverlag der Autoren era già al corrente, Wim Wenders mi volle per il suo film La lettera scarlatta e mi chiamò a lavorare con sé. Dopo ero andato su un'isola greca con una scrittrice nel periodo dei colonelli.
Ma il filo conduttore era sempre stato fare l'attore, era la bussola che mi motivava nella mia vita.
Voglio aggiungere due cose sul rapporto con la cinepresa: non ero mai passivo, ho sempre voluto sapere dov'era, fin dove si sarebbe mossa, eccetera. Gli altri attori no. Forse era dovuto a quella separazione tra voce e corpo, tra l'attore che agisce unicamente col corpo e l'attore che parla ripetendo le battute in scena?

Tu che hai vissuto quel periodo in cui si girava e poi si doppiava con altre voci: quali impressioni ti porti dietro?
Di storie del cinema ce ne sono tante, in fondo, a Roma non c'era un vero movimento, incisivo e importante, come lo era quello dei Cahiers du Cinema in Francia. Esisteva Filmcritica, ma non aveva cineasti seguaci per generare qualcosa di innovativo e fondante capace di creare una controcorrente. C'era un «essere nell'azione», come nel mio caso in Pugni in tasca, agito da pulsioni, dagli scatti durante le scene. Questo mio modo di recitare poi è proseguito negli altri film, alternando produzioni autoriali a commerciale, ma al centro rimaneva sempre il mio corpo, il mio agire fisico. La mia storia l'ho fatta così: ho detto no a Visconti e sì a Bellocchio. Nel Gattopardo non mi sarei sentito a mio agio come attore, e in questa scelta era già forte la mia consapevolezza politica. Sembra niente, ma definisce molto bene gli anni settanta.

Intendi il dualismo tra Gattopardo e I pugni in tasca?
Non dei film in sé, ma per quanto riguarda il mio destino. Visconti aveva quasi tutti attori della mia
generazione, mi aveva visto come comparsa nella scena del ballo e mi chiamò per chiedermi se ballavo il tango. Gli dissi di no, lui mi avrebbe voluto, ma la mia giornata di lavoro era già terminata... Ricordo che era un'estate caldissima, girare quella scena in quel palazzo fu un vero inferno, le donne strette nei corsetti svenivano una dopo l'altra, gli uomini stavano in un altro piano, più riparati. Era tutto un po' strano quel dietro le quinte, di cui per altro non si parla mai in generale, di quei rapporti di forza e di potere che si instaurano su un set. Visconti mi aveva notato perché già allora rappresentavo quel che si diceva «un ribelle», termine che mi dava molto fastidio. Ricordo che entrò il direttore di produzione, io ero sdraiato per terra e lui mi disse, in inglese, che non si poteva stare sdraiati e che Visconti mi voleva vedere, subito! Io gli risposi con calma dicendo che mi poteva parlare in italiano e che non c'era bisogno di agitarsi. Eravamo oltre trecento comparse, la scena finita è bellissima! Mi piace molto con tutti quei costumi.

•Toglimi una curiosità: all’epoca non ti hanno fatto dire le battute perché eri straniero e non parlavi un italiano, come dire, perfetto, oppure perché era la prassi, come narrano certe leggende a proposito delle riprese dei film di Fellini, di far dire «un, due tre» agli attori e registrare l’intera colonna sonora in fase di post-produzione?
La mia storia è più complessa. Avevo frequentato i corsi dell'Actor's Studio a Roma in cui insegnavano sia tecniche di recitazione di Strasberg che la transe africana. Subito dopo ho fatto I Pugni in tasca buttandomici con impeto, in tutta la mia vulnerabilità, senza alcuna difesa dalle emozioni del personaggio, e ho inventato la tecnica che poi avrei chiamato «deformazione professionale» in cui usavo unicamente il corpo mosso da scatti nervosi. Una tecnica latente, perché non ne ero cosciente all'epoca. Solo nel 1984 ho scoperto cosa voleva dire recitare, ossia lavorare con la voce. Fu durante le riprese di Campo Europa nelle Cinque Terre, per la regia dello svizzero Pierre Maillard, in cui recitavo in inglese, e quindi la ragione non era la lingua avendo già recitato più volte in inglese mantenendo ferma quella separazione, no, il fattore importante fu il luogo: eravamo sul mare, c'era silenzio, i treni passavano o non passavano, i marinai parlavano a voce alta. Un giorno nel riguardare una scena sul monitor sentivo la mia vocina, piano piano, in lontananza, e tutto d'un tratto mi era salita un'identificazione, dentro. Quella era la «mia» voce?! Di getto scrissi un testo sulla separazione di lavoro che avevo sempre cercato di superare, il montaggio, le posizioni della cinepresa, etc., pensando che erano momenti di interruzione, di rottura, ma avevo capito che fino a quel momento mi ero sentito sdoppiato perché espropriato appunto della battuta.

È stato pubblicato?
Sul catalogo della retrospettiva dedicatami nel 2000 a Parigi.

In che lingua avevi recitato con Bellocchio?
Dapprima in inglese, poi in italiano, anche se non bene, l'ho imparato recitando. Nella figura di Bellocchio vedevo una certa cultura italiana, d'impegno, lucida, il suo creare tensione nel senso positivo - ho incorporato tutto. C'erano stati due registi a farmi recitare in passato: Monicelli e Chabrol. A Monicelli andava bene il mio accento romano per il suo Rosa, in teatro nel 1981 con Carla Gravina. Mi aveva visto come attore comico e aveva ragione! A Chabrol suonava un accento di una certa regione francese e anche per lui ero comico, d'altronde lui ha un humour incredibile! Va aggiunto, forse, che in Francia ho passato alcuni anni felici della mia infanzia, tra i dieci e i tredici anni, nella scuola con pedagogia rivoluzionaria di Freinet (fondata nel 1935 da Céléstin Freinet a Vence fu la prima scuola senza classi, in spazi aperti, supportata dal movimento operaio, dove l'insegnamento era basato sull'espressione libera dei bambini; ndr). Poi c'era il condizionamento di parlare cinque lingue, di cui una sola senza accento, lo svedese. Tardi, ma non troppo ho cominciato a vivere lo spazio attorno a me come casa, e ciò è avvenuto grazie alla pittura. Ero nella casa vuota a Parigi, piena di enormi rulli di plastica trasparente, mi piaceva rollarmici dentro e dipingere sul mio corpo nudo, protetto dalla pellicola, a volte in modo anche violento col colore steso a mani nude nel buio o sul balcone sotto la pioggia. Mi scatenavo per l'effetto finale dove, appena srotolato dalla plastica, la dimensione della pittura era sparita e sentivo attivarsi profondamente dentro di me quella dell'abitare: stavo conquistando un nuovo stare nello spazio. Un fenomeno bellissimo, tuttora lo pratico, in modo diverso, raccogliendo pezzi per strada da cui compongo sculture. Il mio periodo francese è stato per me una vera liberazione, un'apertura in me.

Com’eri passato a suo tempo dal personaggio dei Pugni in tasca al Francesco d’Assisi sotto la guida di Liliana Cavani? Così diversi ma anche simili...
Ci fu una grande distanza: un anno di inattività nonostante il successo del primo film. Ricordo con affetto una visita di Stefania Sandrelli per incoraggiarmi. Poi, improvvisamente, per strada il figlio di Prosperi mi disse che la Cavani faceva i provini per il suo Francesco, c'andai e appena mi vide, disse: è lui! Secondo me, non era proprio così, so che le era piaciuto molto anche un mio amico fotografo che lavorava per un quotidiano di Roma, con cui una volta ero andato in casa di Gina Lollobrigida, giusto per vederla dal vivo! Fu lui, benché non attore, a rappresentare per lei la figura fragile di Francesco d'Assisi, ma poi s'era convinta grazie al rapporto instauratosi durante il provino, analogo a quanto era avvenuto con Bellocchio. Un episodio stranoto: la cinepresa pronta, lui dà «azione», sento il click, la macchina non parte e io scoppio in un fou rire, per cui rido a crepapelle e lui grida felice: è lui, è lui! Per me fu davvero comico il fatto che la cinepresa non fosse partita. Poi, dopo Francesco arrivò il ruolo nel western Quien Sabe? di Damiani, seguito da Requiesciant di Lizzani, personaggio nuovamente opposto. Questo alternarsi si era fermato nel 68 con Grazie zia!, opera prima di Salvatore Samperi, che in modo sbagliato vedevo come continuazione dei Pugni in tasca, quando fu un film molto creativo e sperimentale e il regista aveva scelto me perché avevo appena recitato con Aldo Braibanti, accusato di plagio, in una pièce sperimentale.

Un compagno di strada di Alberto Grifi.
Ho girato con lui Virulentia, dove Grifi sperimentava coi suoi obiettivi. Mi fece vedere un video poco prima di morire, una delle ultime volte che venne a Parigi per mostrare le sue opere vidigrafate, era diventato un vero scienziato del cinema! Eravamo un bel gruppo allora, con Aldo,
Alberto e altri, ci divertivamo un sacco, negli anni sessanta. È curioso come di quel gruppo poi non fosse rimasto quasi nulla. In Germania, ne parlo perché sono appena tornato da Berlino dove ho partecipato a una manifestazione sulle esperienze teatrali negli anni sessanta, c'era l'Aktionstheater e una volta sciolto ognuno ha intrapreso carriere diverse, da Werner Schroeter a Fassbinder, da Margarethe von Trotta, Hanna Schygulla E non è importante quello che facevano dopo, ma bisogna immaginare che erano un gruppo di amici che vivevano e lavoravano insieme nella quotidianità. Come avevamo fatto noi, e il tema a Berlino era proprio questo: condividere esperienze artistiche nel quotidiano per poi elaborarle professionalmente.


Alias – il manifesto, 5 gennaio 2013

Promemoria. Una poesia di Gianni Rodari

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

Epitaffio. Una poesia di Riccardo Bacchelli

Che cosa c'è, che cosa è lei, la morte
Lo sa, ma lo racconta solo ai morti.

12.4.16

Letteratura nel mondo. Il reddito degli autori (Andrea Luchetta)

Hugh Howey: "Scrivere non basta. Lo scrittore impari a vendersi".
Leggenda vuole che Daniel Pennac si sia giocato una fortuna a testa o croce. Esasperato da una trattativa infinita per l’accordo con Antoine Gallimard su Diario di scuola, il padre della saga Malaussène avrebbe proposto di rimettere la questione alla sorte: testa, e si sarebbe fatto come diceva lui; croce, e l’avrebbe spuntata l’editore. Uscì croce, e Pennac perse 200 mila euro per ogni punto percentuale sulle vendite che finì nelle tasche di Monsieur Gallimard.
Mito o realtà che sia, al mondo solo un pugno di scrittori potrebbe permettersi un colpo di testa del genere. Lo conferma una ricerca appena pubblicata della “Authors’ Licensing and Collecting Society”, sindacato degli scrittori britannici, da cui emerge la fotografia di un deserto. Il reddito mediano dei 2.454 autori intervistati si attesta sulle 11 mila sterline (13.900 euro), a fronte di una soglia minima per un tenore di vita decoroso calcolata in 16.850 sterline (21.300 euro). E le prospettive sembrano destinate a peggiorare: le 11 mila sterline del rapporto sono il 29% in meno del reddito mediano rilevato nel 2005, al netto dell’inflazione. Significativo che le volpi del settore si siano stupite di fronte ai risultati, immaginandone di ancor più rovinosi.
Neppure gli anticipi agli scrittori di una qualche fama aiutano a rimettere in equilibrio il bilancio. Spiega Mel Peet, vincitore della Camegie Medal 2005: «Posso pure chiedere 25 mila sterline, ma si tratta di un anticipo sui ricavi». Fra un anno passato a scrivere e gli altri necessari a pareggiare con le vendite in libreria, quelle 25 mila sterline rischiano di rimanere l’unico incasso dell’autore per sei anni. Sintetizza il Guardian: «Nessun buon romanziere ricorrerebbe all’espressione tempesta perfetta, ma molti ammettono che è ciò a cui devono far fronte. I prezzi stracciati su Amazon hanno tagliato le entrate, i giornali dedicano meno spazio alle recensioni, le librerie chiudono e gli ebook sono venduti per pochissimo o perfino distribuiti gratuitamente».
Una piccola luce viene dal Digital Book World Survey di inizio 2014: è vero, il 54% degli scrittori pubblicati in via tradizionale e l’80% di quelli che diffondono le proprie opere su internet guadagna meno di mille dollari l’anno. La digitalizzazione dell’editoria, però, ha consentito di espandere a macchia d’olio il numero di persone che ottiene una rendita dalla scrittura, per quanto piccola. Motivo in più per affinare le proprie capacità, o almeno così la vede Hugh Hoewy, star dei romanzieri fai-da-te.
Morale della favola: a scrivere non si campa, salvo una ristrettissima élite, e per romanzieri e poeti resta solo la possibilità di trovarsi un secondo lavoro. Va così pure in Francia, dove all’alba della crisi (2008) “Rue89” stimava in 150 al massimo gli scrittori capaci di vivere dei propri libri. Tolte le superstar, la forchetta varia dagli 800 euro di anticipo concessi a un debuttante fino a un massimo di 30 mila per le firme già conosciute. Si aggiunge poi un 8% sulle prime copie, il 10% dopo una certa soglia di vendita e il 12% superato l’ultimo paletto. Percentuali che si trasformano nel 10-12-14 degli autori più affermati. Piccola nota a margine: i giornalisti francesi denunciavano difficoltà nell’ottenere informazioni sul reddito degli scrittori, fra pudore e snobismo. Valga su tutte la replica di una casa editrice all'“Express”. «Il Signor X riceve un fisso mensile, ma non scrivetelo: fa troppo piccolo impiegato».

"Pagina 99we", 26 luglio 2014

11.4.16

La poesia del lunedì. Shibata Toyo (Tochigi 1911 – Tokio 2013)



Ricordi
Quando ti ho comunicato
dell’arrivo
di nostro figlio,
tu mi hai risposto:
“Davvero?
Sono felice.
Adesso
farò il bravo
e lavorerò!”

Quel giorno,
quando insieme
siamo rincasati
passando sotto gli alberi di ciliegio,
è stato il mio giorno 
più felice.

Se sei triste guarda il cielo, traduzione di Andrea Maurizi, Mondadori, 2013

9.4.16

I miei incubi notturni (Umberto Eco)

Fino a qualche anno fa non riuscivo a ricordare i sogni che facevo. Suppongo dipendesse dal fatto che avevo sempre il sonno pesantissimo. La mattina successiva non restava che una vaga idea di quello che avevo sognato. Ma non riuscivo a tenere memoria dei miei sogni. Oggi, in età avanzata, mi risulta più facile. Non riesco a darmi altra spiegazione se non che non dormo più il sonno profondo e lungo dei bambini. Nel frattempo riesco a ricordare cosa ho sognato, anche i sogni del passato. E mi piace.
I sogni più importanti e più interessanti sono quelli ricorrenti e gli incubi. Da studente sognavo spesso di non passare l´esame di maturità. A quest'incubo si sostituì in seguito quello in cui ero ancora soldato. I miei superiori mi avevano concesso la libera uscita, ma io semplicemente non ero rientrato in caserma. Ora rischiavo l´arresto. È un sogno che mi ha perseguitato a lungo. Bisogna sapere che nella vita reale ho fatto il servizio militare molto tardi. Ero riuscito a procrastinare la chiamata alla leva fino a ventisei anni adducendo a motivazione i miei ponderosi studi universitari. Ad un certo punto mi ritrovai per la prima volta davanti alla caserma, con gli occhiali e la macchina da scrivere sotto il braccio, entrambi a mo' di scudo. Gli ufficiali più giovani, che in maggioranza non erano andati all´università, nutrivano un grande rispetto nei miei confronti. Ben presto mi venne affidata l'incombenza di tutto il lavoro di scrittura, potevo prendermi molte libertà e mi sentivo più importante di un generale. All'inizio ero di stanza a Como. Grazie ai miei buoni agganci riuscii a rientrare nella lista dei trasferiti al comando generale di Milano, cosa naturalmente a me più gradita, perché avevo ancora il mio appartamento da studente in città. Per lo più lavoravo in caserma fino alle due del pomeriggio, poi andavo in centro, pernottavo senza permesso nella mia stanza e rientravo solo la mattina dopo. Eravamo in tempo di pace e nell'esercito potevi fare in pratica quello che volevi. Ma nonostante il favore di cui godevo queste uscite comportavano un certo rischio. Comunque avevo sempre il timore che una volta o l'altra sarebbe finita male e si sarebbe alzato un gran polverone. Cosa che, per fortuna, non è mai successa. Quest'ansia però mi ha perseguitato fin nel sonno.
I sogni sulla maturità e sul militare sono entrambi legati all'ansia, l'ansia di non riuscire a concludere qualcosa, l'ansia di essere colto in fallo. Oggi, in più tarda età, mi affliggono in sogno altre ansie. Quando ad esempio sono in viaggio in America, sogno di perdere l´aereo. Mi vedo allora affannato nella mia stanza d'albergo a fare in fretta la valigia: ho il volo alle sei, ma sono già le cinque e ancora non ho finito di fare i bagagli. Lo so, di sicuro arriverò in ritardo. Se viaggio in Europa il sogno subisce qualche piccola variazione: sogno allora di perdere il treno. Mi precipito alla stazione, ma non riesco a trovare il binario giusto. Perché? Perché sono di nuovo in ritardo. E alla fine il treno parte senza di me. La cosa strana in tutto questo è che in vita mia non ho mai perso un treno o un aereo. Beh, non esattamente. Solo una volta, una sola, ho perso l'aereo a New Orleans. Ma è successo esclusivamente perché, per paura di far tardi, ero arrivato all'aeroporto con un anticipo eccezionale. Mi ero quindi seduto in sala d'attesa e subito riaddormentato. Così non sentii chiamare il volo. Lo persi per essere arrivato con troppo anticipo.
Nonostante questa sgradevole esperienza continuo a badare scrupolosamente ad essere sempre puntuale. Il motivo? Perché il sogno di arrivare in ritardo continua a terrorizzarmi. Indubbiamente si tratta di un'interessante interazione tra sogno e realtà.
Non ho mai avuto grande interesse ad annotare i miei sogni. Né ho mai preso pillole stimolanti. Ho sempre voluto avere la mente lucida ed efficiente. Per me è una questione di orgoglio. Sono convinto che la mente mi dia storie più entusiasmanti di quanto possano fare i miei sogni. Devo ammettere tuttavia che i sogni hanno talvolta influito sulle mie storie anche se in casi rarissimi. Nel mio romanzo Il pendolo di Foucault faccio vivere al redattore Jacopo Belbo uno dei miei sogni ansiogeni: mi trovo in una città sconosciuta che credo in realtà di conoscere bene. So che se svolto a destra arrivo in un luogo che mi piace molto. Il problema è che non lo ritrovo più.
Un altro sogno ha ispirato un capitolo del mio romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana. In quel sogno abito in una villa, cerco una stanza che credo di conoscere. Ma non riesco a trovarla. Era la mia stanza preferita, zeppa di splendidi mobili antichi e di libri interessanti. So che è in fondo a un corridoio. Ma lì c'è un muro impenetrabile. Al protagonista del libro accade una cosa simile, ma sfondando il muro trova la stanza. È la stanza della sua giovinezza, cioè il Paradiso.
Sto per compiere 75 anni. Probabilmente festeggerò nella mia casa di campagna vicino a Rimini. Vi ho trascorso già molti compleanni e alle pareti sono appese fotografie mie e dei miei ospiti scattate in quelle occasioni. Ho ancora ben vivo il ricordo del mio settantesimo compleanno. Allora avevo invitato solo i miei studenti. Non c'era neppure mia moglie. Ormai non insegno più agli studenti dei primi anni, anche se mi è sempre piaciuto molto lavorare con loro. Invecchiando però ti sorge il dubbio di aver torto su molto di ciò che trasmetti agli altri. E non vorrei corrompere i giovani. Per questo tengo solo seminari per dottorandi. In questo caso il docente può permettersi di aver torto e di provocare, aprendo sempre vivaci dibattiti. In ogni caso non ho ancora l'intenzione di ritirarmi e di andare in pensione.
Quando si scrive da anni, come nel mio caso spaziando dai saggi ai romanzi ai trattati scientifici, si diventa ad un certo punto prigionieri di questa situazione autonomamente creata da cui è impossibile evadere. Il che non è così negativo, perché amo scrivere. È una sorta di sogno. Solo che in questo caso ho il pieno controllo della mia fantasia.
Copyright Die Zeit
Testo raccolto da Martin Scholz
Traduzione di Emilia Benghi
“la Repubblica” 4 gennaio 2007

8.4.16

Il preside Cavallo (S.L.L.)

Il preside Angelo Cavallo
Il preside Cavallo, a detta dei suoi allievi di un tempo, era stato un ottimo insegnante di Scienze e anche da preside rivelava qualità importanti: energia, attenzione ai particolari e grande integrità. Si parlava, tuttavia, di una sua esperienza di ufficiale nell'esercito che condizionava la sua direzione nell'esigenza rigida, al limite della pignoleria, di ordine, pulizia, rispetto delle regole.
Era proibito per esempio "andare a gabinetto" (allora non si usava dire “andare al bagno”) fino alla ricreazione delle 10 e 25 e nell'ora successiva, salvo esigenze documentate con certificato medico. Qualche eccezione era prevista per le ragazze nell'età della crescita, ma per i maschi era quasi impossibile. Succedeva che qualche professoressa o professore, in un momento di distrazione, concedesse il permesso, ma per raggiungere i cessi dalla propria aula in molti casi era indispensabile passare con gravi rischi davanti alla presidenza, sulla cui soglia Cavallo a volte sostava per controllare il buon andamento delle attività. Si raccontava - ma forse era una fantasiosa, giovanile invenzione -che una volta avesse bloccato uno studente davanti all'ingresso della ritirata allargando le gambe e dicendo: “Di qua non si passa”.
Altro divieto era il correre per le scale al termine delle lezioni: noi di Campobello e quelli di Naro eravamo tra i più scalmanati per potere prendere il primo degli autobus. Una volta s'affacciò di persona a gridare che “la scuola è un tempio”; spesso c'era un bidello, il vecchio “zio Nino” o un tal Di Bilìo se non ricordo male, a frenarci.
Il liceo-ginnasio “Foscolo” di Canicattì era una piccola scuola, con una dozzina di classi e meno di trecento alunni: a tutti perciò capitava una volta o l'altra di dover passare dal preside per una giustificazione o un permesso. Raccontano che usasse il sarcasmo per rimproverare le ragazze e i ragazzi del quarto e quinto ginnasio e perfino quelli del liceo, quando intravedeva il nero sulle unghia. Pretendeva che venissero mostrati i dossi delle mani e domandava: “Sei a lutto?”.
Sistematicamente controllava, dal suo registro ove i papà (c'era ancora il capofamiglia) avevano apposto la firma, l'autenticità delle giustificazioni delle assenze e, se s'insospettiva, chiedeva la presenza paterna per riammettere in classe l'allievo. Intorno a questa prassi fiorì una ricca aneddotica. A me capitò una congiuntura fortunata: mio padre, quando premetteva il nome al cognome usava allungare in basso la C del suo Calogero, fino a sottolineare l'intera firma, cosa che non gli accadeva quando firmava Lo Leggio Calogero. Nel registro del Preside aveva usato questa seconda firma, probabilmente indirizzato dall'ordine alfabetico che lo governava. Quando una volta il Preside vide quella lunga C immaginò una firma non autentica e pretese per l'indomani che io venissi accompagnato da mio padre. Egli s'infastidì e innervosì molto per la richiesta perché disturbava la sua attività di commerciante di prodotti per l'edilizia nelle prime importantissime ore del mattino, ma anche perché vedeva offesa la mia onestà. Davanti al preside che gli illustrava la ragioni della chiamata uomo era e Lucifero diventò, gli disse: “Pensa che mio figlio sia così imbecille da falsificare la mia firma con una differenza tanto evidente? Crede che la gente abbia tempo da perdere?”. Cavallo riconobbe l'errore e da allora, tutte le volte che andavo a giustificare una assenza, tralasciò il controllo della firma. Ne approfittai di rado, ma anch'io per due o tre volte negli anni di liceo feci “calia” per fare compagnia a un amico che voleva marinare la scuola ma aborriva la solitudine.
La cosa più caratteristica del preside Cavallo nei suoi contatti disciplinari era l'interrogatorio incalzante, su cui talora perdeva il controllo.
Ricordo un mio arrivo in ritardo:
“Come mai arrivi alle nove?”.
“Ho perso l'autobus”.
“Perché hai perso l'autobus?”.
“Non ho sentito la sveglia”.
“Come sei venuto?”.
“Con un passaggio, in macchina”.
“Che macchina era?”.
Rammento di aver risposto “una seicento”, ma credo che anche lui si rendesse conto dell'incongruità dell'ultima domanda, per cui autorizzò l'ingresso e mi licenziò.
La scena più divertente accadde quando una volta – andavo in terzo liceo – arrivammo in ritardo in gruppo tutti quelli di Campobello e Ravanusa, trenta e più tra ragazze e ragazzi. A Ravanusa e Campobello splendeva il sole, ma, giunti alla stazione del bus, a Canicattì ci sorprese una pioggia intensa. Restammo lì per un'ora e più; raggiungemmo la scuola che si trovava un po' lontano, quasi alla sommità della salita di Borgalino, dopo le nove e mezza, a seconda ora iniziata. Entrammo tutti insieme nell'ampia presidenza e a me, che ero all'ultimo anno, toccò di parlare per tutti.
Il preside Cavallo chiese:
“Perché siete così in ritardo?”.
“Perché pioveva”.
“E perché non avete portato l'ombrello?”.
“Perché a Campobello non pioveva”.
“E perché non pioveva?”.
Il “burbero benefico” si rese conto per primo di avere sbagliato il destinatario della domanda e rise di cuore della sua gaffe, come ne ridemmo noi, che andammo in classe più allegri.

7.4.16

Patri Iachinu (S.L.L.)

Il Servo di Dio Gioacchino La Lumia, cappuccino e missionario nell'Ottocento
Gioacchino La Lumia ("patri Iachinu) a Canicattì, sua città natale e nei paesi circonvicini è stato a lungo venerato come un Santo. Al mio paese c'era, sulla strada di Licata, una Cruci di patri Iachinu, eretta in un luogo nel quale, secondo la tradizione, il frate veniva a predicare.
Padre Muratore, alla messa per le nozze d'oro per i miei genitori, celebrata proprio nel santuario di padre Gioacchino, a Canicattì, spiegava a un gruppo di signore che "padre Pio è di un altro livello, molto superiore". Mi è dispiaciuto sentire da un sacerdote che anche lassù ci sono distinzioni e ho simpatizzato per padre Gioacchino senza esitazioni.

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