23.5.19

Altiero e saggio: l'Ulisse dell'Europa. Spinelli nel ritratto di Giovanni Ferrara (1984)


Il testo che segue è solo in apparenza una recensione. Lo è in quanto trae occasione dal primo volume della autobiografia di Altiero Spinelli, una figura affascinante e complessa, ma può definirsi un “ritratto”, visto che il suo autore, Giovanni Ferrara, insigne costituzionalista di orientamento liberaldemocratico con una forte passione civile (lo ricordo negli ultimi anni a fianco di Valentino Parlato e del “manifesto” nelle battaglie contro il berlusconismo trasversale), ne disegna con tratto netto e convincente la figura morale e politica. Val la pena di riproporlo 35 anni dopo, in un momento tra i più neri della storia europea e italiana recente, perché figure come Spinelli non cessino di avere il valore esemplare che meritano. (S.L.L.)



"Quando questa crisi avrà fatto il suo corso e saranno risolti i problemi, l'Algeria, la liquidazione dell'impero, i rapporti con l'America, e via dicendo... allora, certamente, la Francia tornerà al sistema dei partiti... De Gaulle non può cambiare la natura del sistema politico francese, fondato sulla lotta tra i partiti... e la Francia tornerà all'Europa, perché il suo problema storico è sempre stato quello di controllare l'Europa; e l'Europa è troppo francese perché la Francia in fin dei conti non sia europea... e nonostante tutto, il vero ostacolo all'unità europea non sarà mai la Francia, semmai l' Inghilterra...".
Era una sera del 1960, non ricordo il giorno (non ho per la storia recente e vissuta la terribile memoria crono-topografica d'un Giovanni Spadolini), ma ho davanti agli occhi intatta l'immagine. Nel salone della sua casa in via Clivo Rutario, Altiero Spinelli, senza baffi nè barba e ancora con alquanti capelli scuri attorno all' avanzante chierica, parlando con la solita calma (nella solita calata romanesca) analizzava con stupefacente correttezza di previsione gli elementi fondamentali della situazione europea, messa ormai a soqquadro dal trionfante Generale. Distingueva il contingente e il duraturo, politicissimo nel giudicare il contingente, un po' brutale nel realismo sugli uomini e le forze, ma largo di prospettiva. Sembrava altrettanto sicuro del senso e della piega del futuro, quanto del valore e della realtà del passato, e insieme tutto immerso nel presente, quasi che solo l'agire nel presente conti; come uno per il quale il concreto faticare ed escogitare quotidiano, per lui inevitabile e assoluto, s'identifichi con l'ideale, altrettanto inevitabile e assoluto, posto nel pensiero del passato e nella previsione dell' avvenire...
Mi astraevo, nell'ascoltare; consideravo quell' uomo grosso e dall'aspetto bonario ma non mite, dai modi amichevoli nell'offrire la sua lineare sapienza e l'ammaestramento della singolarissima esperienza di uomini, fatti, sofferenze, gioie; quello Spinelli che fino ad allora avevo conosciuto soprattutto come l'imponente personaggio aggirantesi trafficando laboriosamente nelle stanze del Movimento federalista Europeo, o parlante dell'Europa dai palcoscenici dei teatri e dai tavoli dei convegni, o senza requie scrivente specie sul “Mondo”. Senz'alcun dubbio, uno dei maestri della mia generazione, iniziata nel dopoguerra ai misteri della democrazia, della guerra fredda, dell'Europa disfatta e da rifare, da unire, confederare o anzi da "federare", come voleva quel tenace ed estroverso solitario, con cocciutaggine per molti mal comprensibile in un uomo così evidentemente intelligentissimo, "forse il più intelligente di tutti". Mi astraevo, dunque, ripensando che proprio qualche giorno prima un suo fedelissimo seguace me ne aveva fatto un ritratto tutto politico, come d'un instancabile, astuto tessitore di trame e rapporti, un tantino spregiudicato, durissimo dietro il sorriso, perfino un po' cinico; e a un tratto mi riscossi, nell'accorgermi che il suo itinerario analitico, aggirantesi attorno a De Gaulle e Guy Mollet, i partiti francesi, gl'interessi tedeschi, gli errori americani, la meschinità del nostrano europeismo di facciata e via dicendo, era improvvisamente approdato ad alcune considerazioni sull'inevitabilità dell'umanesimo laico di origine greca, centro della civiltà europea, da sempre e per sempre contrapposto e collegato col cristianesimo di Paolo e di Lutero; e citava Platone ed Erasmo. Confrontai mentalmente tra loro i tre della nostra sacra triade, La Malfa, Pannunzio, Spinelli: La Malfa non citava mai nessuno, Pannunzio pochissimi, quasi solo Tocqueville; ma Spinelli, ora, citava anche i Pitagorici e Ippocrate. Mi ricordai allora che sapeva il tedesco, e che avevo letto la Storia della Storiografia Moderna di Eduard Fueter nella sua traduzione (un frutto del confino a Ventotene). E sapere il tedesco vuol dir molte cose, nella cultura occidentale, strane e inquietanti cose.
Questo e altro mi è venuto alla mente leggendo il primo volume dei ricordi di Altiero Spinelli, pubblicato ora da "Il Mulino"; anzi, subito a vederne il titolo, ovviamente sorprendente: Come ho tentato di diventare saggio - I. Io, Ulisse (pagg. 351, lire 25.000). Saggio è parola che s'addice a un politico solo se egli trae dalla politica una misura morale e intellettuale, calibrata sull' sperienza del vivere e del soffrire, del riflettere e resistere: e ne fa un dono. Da buon seguace della sapienza greca (ed egli oggi aggiunge "buddista, taoista"), Spinelli ha conosciuto se stesso, sa che saggezza è anzitutto il tentar di diventare saggio. E guardando indietro, s'avvede ora che l'avventura della sua vita gli ha concesso di tentarlo; concedendogli anche l'altra indispensabile virtù del saggio, che è diventar vecchio, sopravvivere alle avventure e sventure fino all'età della ricapitolazione e dell'insegnamento.
In questo libro ce ne è molti, d'insegnamenti storici e politici. Assomiglia abbastanza, in ciò, agli ultimi libri di ricordi di un altro antico combattente, Giorgio Amendola; ma assai diverso ne è il senso e lo stile. Questi sono infatti i ricordi d'uno che in prima gioventù divenne comunista, e come tale finì in carcere donde uscì solo per il confino di Ventotene (sedici anni in tutto), e in carcere cessò d'essere comunista per motivi interiori d'idee, di concezione morale, di convinzioni politiche. Una "scelta di vita", dunque, in certo modo opposta a quella di Amendola (dal comunismo alla democrazia sociale e liberale, non viceversa). Ma questo è relativamente secondario. Ciò che più colpisce è che Spinelli non appare mai, nella storia della sua crescita, della sua dura esperienza e poi della politica attiva, come l'"ex comunista" nel senso tipico della parola. Poiché egli era diventato comunista per libera scelta personale, non per spirito di rinunzia alla soggettività; e cessò di esserlo non per la riscoperta di una libertà rinunciata, grave di rancore verso gli altri e se stesso, bensì per via d'approfondimento di ciò che egli nell'intimo era sempre stato. Per usare le parole di Goethe, Spinelli in questi ricordi di gioventù e maturità, per la maggior parte ricordi di carcere e confino (si ferma, questo primo volume, al 43, col ritorno in libertà degli isolani confinati), si rivela come uno che "diviene ciò che è".
La forte personalità, dominando la storia della sua vita e dei suoi incontri e scontri politici, gli ha consentito un' aspra oggettività, che non è distacco, bensì impronta nella memoria dei fatti e delle persone lasciata da un individuo che sente se stesso vivere con gli altri, nella storia del mondo. Così, i suoi ritratti umani di comunisti e non comunisti, compagni di carcere e di confino, appaiono pieni di valore morale e ideale, mai di astratto impegno ideologico. Eterodosso e non conformista per natura e sviluppo, non è strano che Spinelli mostri di giudicare il settarissimo Secchia con maggior comprensione che non il complesso ed ambiguo Sereni; presso la sua saggia equanimità del ricordo non ha perdono solo il fanatismo, nella forma dell'opportunismo fideistico o della vanità egocentrica (come quella da lui còlta in alcuni, peraltro eroici, azionisti). Del resto, questi ricordi si possono leggere in molti modi. Soprattutto, se si vuole, come preparazione e contesto della scoperta del disegno politico della Federazione Europea, come storia delle radici del Manifesto di Ventotene, di Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Saggio, Spinelli; e Ulisse. E non solo, come egli stesso accenna, perché la sua vita è stata un'"odissea" (o perché il suo pseudonimo d' antifascista fu proprio "Ulisse"). Ma se è vero che nel suo modo di sentire e pensare, d'aver vissuto e di vivere l'avventura della vita e della politica, piccola e grande, c'è quel che mi è parso vi sia, cioè l'esser sempre concretamente presente, l'instancabile agire ed escogitare, e insieme il sentire l'ideale lontano e profondo nel passato, lontano e alto nel futuro; questo è proprio Ulisse, il più duttile, scaltro, indomabile, tenace "inventore" tra gli sventurati eroi reduci dall' incendio di Troia, ma anche il più "filosofo", capace di prevedere il futuro e di ricordare e raccontare il passato; fedele alla patria che attende.

"la Repubblica", 23 maggio 1984

Quant'è bellu ... Una poesia in dialetto siciliano (S.L.L.)


Quant'è bellu lu sticchiu a lu taliari,
quant'è ciaurusu a lu naschiari,
comu sgriddra lu sticchiu a lu maniari,
quant'è duci lu sticchiu d'alliccari.
Com'è callu lu sticchiu a lu ficcari:
chiddru si senti intra, arrizzittatu,
doppu tantu piniari strata strata,
e l'arma sinn'acchiana 'n paradisu.

Quant'è bella la figa nel guardare,
quant'è odorosa nell'annusare,
come salta la figa al maneggiare,
quant'è dolce la figa nel leccare,
Com'è calda la figa nel ficcare:
quello si sente a casa, sistemato,
dopo tanto penare per la via,
l'anima se ne sale in paradiso.

22.5.19

Ero solo nel mondo... Una poesia di Sandro Penna


Ero solo nel mondo, o il mondo aveva
un segreto per me? Di primavera
mi svegliavo a un monotono accordo
e il canto di un amore mi pareva.
Il canto di un amore che premeva
con gli occhi di quel cielo puro e fermo.

Da Poesie, Garzanti, 2001

21.5.19

Gli ultimi 10 anni di Sartre esposti al pubblico. “La cerimonia” di Simone de Beauvoir (Sandra Teroni Menzella)


Una recensione del 1982, scritta da una francesista a quel tempo assai giovane ma già molto agguerrita, Sandra Teroni Menzella (oggi solo Sandra Teroni); una lettura a caldo tutt'altro che indulgente. Forse anche una chiave per rileggere il libro di Simone de Beauvoir di cui si ragiona: ho il sospetto che il fascino di quel libro, oggi, abbia un nesso con l'aggressività malamente mascherata dell'autrice contro Jean-Paul Sartre, con cui aveva a lungo fatto coppia. (S.L.L.)

Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre

Sartre e Simone: la coppia si rompe perché uno dei termini viene a mancare, lui muore. Lei la ricompone nell’immaginario e la oggettiva in un libro. Un nome d’autore: Simone de Beauvoir, un titolo letterario: La cérémonie des adieux, un editore di prestigio (anzi, la «maison» per eccellenza): Gallimard, la solidità rassicurante di 560 pagine. È il libro che ha lasciato senza fiato chiunque l’abbia avuto tra le mani, scatenando l’indignazione di chi ha sempre sospettato che la Beauvoir oltre che una cattiva scrittrice fosse una persona terribilmente invadente, e mettendo in imbarazzo i suoi amici, chi l’ammira e le vuole bene.
Il volume è doppio: in una parte (del 1974) Sartre vi parla interrogato da Simone; nell’altra (del 1980) è oggetto del racconto di lei. L’ordine di presentazione è rovesciato: il Sartre assente, quello visto dallo sguardo di Simone, introduce al Sartre da cui è sollecitata e a cui è data la parola. La fissità del ritratto, che si impone pur nella progressione cronologica (il racconto copre gli ultimi dieci anni della vita di lui) si scioglie nella fluidità della conversazione. Ma non è facile arrivare alle pagine in cui Sartre e Simone discutono intorno a un magnetofono, sulla terrazza di un albergo romano durante l’estate e in autunno a Parigi. Per arrivarci bisogna passare attraverso 150 pagine che hanno la pesantezza di una pietra sepolcrale, rimossa per svelare una lunga, penosa fine.
La coppia ricostruita dal racconto della Beauvoir, lontana dall’immagine armonica che se ne poteva avere, esaspera lo squilibrio tra i due termini: non quello del vissuto, bensì quello — altrettanto reale — del momento della scrittura: c’è un soggetto che parla e un oggetto parlato, il quale deve la sua esistenza di oggetto immaginario, di terza persona — quella di cui si parla — a un’assenza che il lettore sa essere definitiva, la morte. Questo dato, che origina la scrittura, ipoteca la lettura e impronta la scrittura stessa.
Di Sartre la Beauvoir aveva già parlato: nella sua autobiografia egli è presente fin dai primi fuggevoli incontri all’École Normale, prima che lei diventasse il «Castor». Ma non ne aveva mai raccontato la storia, anzi a partire da L’età forte (1960) aveva esplicitamente annunciato silenzi e riserbo: «La mia vita è stata strettamente legata a quella di Jean-Paul Sartre; ma la sua storia ha intenzione di raccontarla lui stesso, e lascio a lui questa cura». Qualche anno dopo usciva infatti Le parole, dove Sartre raccontava a modo suo la sua storia: in duecento pagine parlava di sé, del suo rapporto con la letteratura, col mondo, con gli altri, mettendo insieme pochi brandelli di in passato contenuto nei primi undici anni di zita. Poi, qualche aneddoto nelle conversazioni con Pierre Victor e Philippe Gavi (Ribellarsi è giusto) e nelle interviste. Per il resto, silenzio. In maniera meno limpida e coerente che nel passato, la scelta di tacere sul proprio privato veniva confermata anche nel famoso Autoritratto per i settant’anni, l’intelligente intervista raccolta da Michel Contat nel 1975. In quanto a Simone, quando, passata la soglia lei sessant’anni, consegnò ai suoi lettori A conti fatti, le memorie del decennio ’60, il tracizionale «prologo» si apriva con un’osservazione sulla «sorta di cannibalismo» di quei critici e lettori che le avevano rimproverato di aver parlato poco della propria vecchiezza nel saggio omonimo. È vero che l’impressione di essere richiesta in pasto non le impediva di proseguire il racconto autobiografico, anzi finiva con lo stimolarlo; questo tuttavia era improntato alla massima riservatezza. La propria vecchiezza era tenuta al riparo da sguardi indiscreti, protetta dallo schermo delle cose fatte; i libri scritti e quelli letti, i film visti, i viaggi, gli amici, fino ai sogni accuratamente datati. Come, del resto, sempre, era stato al riparo il corpo, detto vivace ed esigente, ma mai mostrato. E così l’amore, il sesso, l’incontro dei corpi, il desiderio, il piacere, la frustrazione, il rifiuto.
Finché la morte di Sartre apre lo spazio al racconto di una vecchiezza, alla messa in campo di un corpo: non la propria vecchiezza e il proprio corpo, quelli di lui. Simone si riconferma nel suo ruolo di «testimone», scegliendo di passare sotto silenzio il proprio vissuto (che permeava invece il racconto della morte della madre, Una morte dolcissima), per dire, descrivendo.
Il racconto, si è detto, abbraccia gli ultimi dieci anni delia vita di Sartre, scanditi nella loro successione cronologica come in una cronaca; nel ’70 Sartre aveva 65 anni: questa data diventa il momento iniziale e ufficiale della sua vecchiezza. Che è decadimento, decomposizione fisica: la circolazione si inceppa, parti-celle del cervello non funzionano più, i denti se ne vanno, la perdita della vista, la mano non ha più forza né capacità di presa, la bocca si torce, le gambe non tengono, la parola impastata, l’incontinenza urinaria... È «irreversibile degradazione»; vuoti mentali, assenze, sonnolenze, ostinata dipendenza dall’alcool e dal fumo, capricci, regressioni, ebeti ripetizioni... Con ritmo ossessivo, il racconto reiterato dei sintomi mese per mese crea l’effetto di un crescendo fino al quadro dell’ultima ospedalizzazione, con il corpo piagato, il blocco urinario, i sacchetti di plastica appesi, la cancrena.
Toglie dunque il fiato, questo racconto — anzi, resoconto - che si vuole cosi neutro e affettuoso (è rivolto agli amici di Sartre, quelli che vogliono conoscere meglio i suoi ultimi anni), per l’aggressività che fa trasparire e, soprattutto, agisce. L’altro è spogliato, messo a nudo e offerto al pubblico nelle debolezze e nelle miserie fisiche, quelle che con cura si nascondono a sguardi estranei e con cui a fatica, quando si è costretti, ci si misura. A coloro che «vogliono conoscere meglio» gli ultimi anni di Sartre, la Beauvoir offre il ritratto di un uomo rimbambito e il racconto di un rapporto umiliante, in cui l’uomo rimbambito è trattato appunto come un bambino o un idiota, sorvegliato, sgridato, imbrogliato, umiliato. Ridotto a oggetto dallo sguardo dell’altro vincente perché ne sa più di lui, ed è più forte. Situazione da Huis clos: «l’enfer c’est les autres».
Il racconto e la descrizione sono orientati da un confronto col «prima», con l’intelligenza, la presenza, l’appassionata volontà e capacità di lavorare, la vivacità del Sartre sano, del Sartre «vero». E dal confronto con le proprie aspettative, con l’immagine accettata dell’altro. Quella che sempre più si delinea dal ’70 è la macabra caricatura di Sartre, la sua immagine degradata, «déchue», non un invecchiamento assunto come tale, seguito e capito dall’interno. «Evidentemente egli soffriva di un’inquietudine diffusa rispetto al suo corpo, alla sua età, alla morte», leggiamo; ma di questa inquietudine non ci è detto nulla, nessun tentativo di comprensione empatica (Sartre con Flaubert): l’inquietudine è solo ipotizzata, mentre prolifera la descrizione delle manifestazioni del decadimento. Certo, non si può vivere l’altro dall’interno. Si può dirlo, però. E, soprattutto, si può tacere.
Ma Simone vuole testimoniare, far luce sugli ultimi anni di Sartre, sul post-’68 in sostanza, gli anni del suo avvicinamento ai «mao» e delle sue discutibili prese di posizione politiche, dal terrorismo alle questioni arabo -israeliane. Chiarendo ciò che si mormorava in giro sulle rotture con la vecchia équipe dei “Temps Modernes” e sulla parte giocata da Pierre Victor-Benny Lévy, mostrando in che stato fisico e mentale Sartre fosse ridotto, collocando il suo attaccamento all’ex-leader della Gauche prolétarienne in un bisogno di esorcizzare la morte, suggerendo che questi lo manipolava facilmente e lo spingeva a «rinnegare il suo pensiero». E in questo è chiaro un tentativo di recuperare Sartre a se stesso, o almeno di sottrarlo a una strumentalizzazione che può durare oltre la sua morte da parte di chi se ne sente l’erede spirituale.
Ma la testimonianza non realizza soltanto gli intenti; come si è visto, lascia passare ben altro. E con la sua forma stessa di testimonianza, dice ancora altro. Perché con la scelta di quest’ordine di discorso, che deliberatamente esclude non solo la scrittura letteraria ma anche la rielaborazione, la Beauvoir compie al tempo stesso un atto — interviene sulle polemiche post-mortem, ma già iniziate almeno negli ultimi cinque anni — e un agito: agisce la separazione. «Alors, c’est la cérémonie des adieux» avrebbe detto Sartre un giorno di fronte, alle sue difficoltà di separazione. Nel riferirlo, Simone riflette sul senso della parola «addio», già carica di presagi in quell’estate del 71. Non sembra invece prestare attenzione all’altro termine né all’espressione completa e — certo per un affettuoso omaggio a Sartre — ne fa il titolo del suo libro. Come nel non detto dell’episodio riferito, separarsi richiede una serie di precauzioni, e un atto prolungato che acquista l’importanza e l’ufficialità di una cerimonia che per essere ha bisogno di entrare in forme e formule ripetute e sacralizzate.
La cerimonia degli addii si prolunga oltre il narrato e comprende la narrazione stessa.
Letterario, il titolo si rivela anche crudele: le 150 pagine che seguono e sostengono l’intero volume sono un atto di questa cerimonia, del processo di separazione attraverso l’oggettivazione (messa in parole, resoconto, verità ed esattezza), la presa di distanze, lo svelamento pubblico del segreto. La perdita viene agita consegnando agli altri — differenziati e non — la lunga perdita che ha accompagnato la trasformazione finale di lui e la sua lenta morte.
Passando dal dialogo privato (impedito dalla morte ma già disturbato dalla malattia) alla storia del privato di lui per spiegarne le trasformazioni della figura pubblica. Recuperando e ricongiungendo distanza di età e di identità: Simone che scrive ha superato i 70 anni e lucidamente racconta, mette in prospettiva e interpreta il decadimento di Sartre a partire dai 65 anni, il diverso modo di far fronte alla vecchiaia; mentre rivela le miserie della vecchiezza dell’altro, mostra una vecchiezza — la sua — senza miserie né decadimenti.
Rossanda, scrivendo su “Orsa minore” (numeri 3/4) ci mostra il volto di Simone eccezionalmente bagnato di lacrime parlando di Sartre. Certo che le lacrime ci sono, come il corpo e la vecchiezza, ma fuori dal libro. In un’intimità che né il racconto né la scrittura tradiscono.

“il manifesto”, domenica 28 febbraio 1982

“Madame Bovary”, il desiderio oltre l'adulterio (Sandra Teroni)


Nel sito “Mimesis”, espressione di un Seminario di Interpretazione Testuale attivo a Pisa ed ispirato alla lezione critica ed ermeneutica di Federico Orlando, ho trovato questo scritto di Sandra Teroni, già docente di letteratura francese nelle Università di Pisa, Firenze e Cagliari e affermata studiosa del romanzo francese, di Sartre, di Camus e di Benda. L'intervento qui postato risale al mese di febbraio di questo 2019: ne ho modificato il titolo (quello originario è “Madame Bovary”: il desiderio e i suoi miraggi) e ne ho saltato l'introduzione che rievoca soprattutto i rapporti della Teroni con Orlando. Mi pare che segua una pista non molto battuta e molto stimolante. (S.L.L.)

Sandra Teroni
[…] In quella costellazione di Donne in rivolta (il titolo parafrasa L’homme révolté di Albert Camus) Madame Bovary figura come “l’adultera”. Sono passati dieci anni da allora e mi è capitato più volte di tornare sul romanzo di Flaubert, in occasioni e contesti diversi. E ogni volta, più o meno consapevolmente, la mia riflessione cercava di sottrarre il romanzo e il personaggio a questa catalogazione sicuramente pertinente ma anche, ai miei occhi, limitativa. Certo, Flaubert stesso usa ripetutamente il termine e colloca Emma nella «legione delle adultere». E così lei è entrata nell’immaginario collettivo, perché questo è stato il connotato più diffusamente sottolineato nel corso del tempo. Quello che è cambiato è semmai il giudizio di valore. Uno scrittore come Henry James (l’autore di Ritratto di signora, 1881) lamentava che Emma fosse «qualcosa di troppo limitato”; e ancora negli anni Cinquanta l’autore di Lolita (1955) Vladimir Nabokov, contrapponendole Anna Karenina, vi vedeva «una sognatrice di provincia, una nevrotica donnetta che passa strisciando lungo mura cadenti per raggiungere il letto di amanti intercambiabili». Solo negli anni Settanta il femminismo vi avrebbe visto l’incarnazione del tentativo di vivere le contraddizioni e le ambivalenze della femminilità; e un importante studio su L’adulterio nel romanzo (1979) di Tony Tanner avrebbe consacrato Madame Bovary come «il più importante e lungimirante romanzo sull’adulterio della letteratura occidentale».
Rimane da chiedersi come e perché la figura dell’adultera abbia trovato espressione paradigmatica in Madame Bovary (romanzo e personaggio), che cos’è che ne abbia fatto una sorta di mito moderno e riferimento obbligato; come e perché la storia di una signora di provincia ambientata intorno alla metà dell’Ottocento continui a suscitare l’identificazione delle sue lettrici; come e perché, imponendosi un argomento ai suoi occhi così triviale per disciplinare il proprio temperamento e la propria scrittura, Flaubert abbia creato un personaggio che, come dicevo, è entrato nell’immaginario collettivo al punto che il suo nome è passato nella lingua come appellativo di un tipo.
Il quadro disegnato da Flaubert nella costruzione del suo personaggio è forse talmente complesso che suscita la tentazione di semplificarlo, di riportarlo a una qualche categoria rassicurante. Ce lo ricorda, da donna scrittrice, anche Dacia Maraini, quando in premessa alla sua appassionata Ricerca di Emma (1996) parla di «un libro perfettamente ambiguo e perfettamente splendido», che ci costringe ad accettare la contraddizione e che perciò suscita malessere, identificazione frustrata o pagata a prezzo di una idealizzazione della protagonista, di una forzatura, di abbondanti proiezioni dei nostri desideri.
Assumendola dunque, questa complessità, continuavo a interrogare il testo quando, nel corso degli anni, mi sono imbattuta in un’altra lettura non accademica, maschile questa volta: quella dello scrittore peruviano Vargas Llosa che in un libro dal promettente titolo L’orgia perpetua, sempre degli anni Settanta (1975), prende le mosse dal ruolo centrale della sessualità e dell’erotismo nella storia di Emma. E mi sono chiesta se l’adulterio non fosse che una forma storicamente e antropologicamente data di un desiderio in qualche modo fuorviato nelle sue destinazioni; se la modernità di Emma non avesse radici più profonde dietro l’adulterio, che ne fanno una figura emblematica – anche – di una indomabile forza del desiderio. Dove per desiderio si intende una forza originaria, una pulsione, e la sua frustrazione proviene non tanto da un ostacolo esterno (le nozze contrastate di Renzo e Lucia) bensì da una confusione interna che può spingersi fino all’accecamento e al perseguimento di miraggi, simulacri di una realtà che non si lascia afferrare. In questo senso il desiderio non si identifica immediatamente con la passione, che rappresenterebbe uno stadio successivo, implicando una elaborazione psichica e quindi consapevolezza (gli amori di Emma); ed è qualcosa di qualitativamente diverso dalle rêveries, le fantasticherie (i sogni a occhi aperti di Emma), e anche dall’aspirazione all’ascesa sociale (l’ambizione di Emma).
Questi aspetti – passioni, sogni, ambizioni – sono tutti presenti nel personaggio, che tuttavia non è identificabile con nessuno di essi. Più nello specifico, Emma Bovary non è figura emblematica dell’amore-passione, che, associato all’adulterio, trova in ambito ottocentesco una splendida incarnazione appunto in Anna Karenina, protagonista di un grande romanzo sull’amore e sulle sofferenze che questo procura nel matrimonio come nell’adulterio. Certo debitrice del romanzo di Flaubert, l’eroina di Tolstoj, ma per molti aspetti antitetica a Emma: per intelligenza, cultura, franchezza, stile, coscienza, capacità di autoanalisi. Ma anche – lo si dimentica troppo spesso – per ambiente sociale. Emma è semmai apparentata a Julien Sorel, anche lui contadino e ostinato lettore, che tenta l’ascesa sociale, vi riesce e finisce sul patibolo. Ma lei è una donna, non ha né le ambizioni né la forza per percorrere la parabola di Julien; la sola via che le si apre è quella delle relazioni amorose. E dalla pubblicazione del romanzo di Stendhal (Le rouge et le noir, 1830) a quando Flaubert inizia a scrivere il suo è passato oltre un ventennio, in cui molte illusioni sono andate perdute: nel giugno del ’48 la borghesia ha sparato sugli operai, poi il colpo di stato di Luigi Napoleone Bonaparte ha segnato definitivamente l’involuzione autoritaria e classista del nuovo ordine sociale uscito dalla Rivoluzione dell’Ottantanove.
Ma iniziamo il nostro confronto col testo.

Madame’ Bovary”
Il personaggio di Emma, che dà senso a tutto ciò che è raccontato e persino descritto, entra in campo ed esce di scena all’interno della storia del marito, indissolubilmente legata al nome di lui, al suo status di signora Bovary, come le farà notare Rodolphe, il suo primo amante – «Madame Bovary!… Eh! vi chiamano tutti così!… E invece non è il vostro nome; è il nome di un altro!» – e come sancisce il titolo del romanzo. È a partire dal momento in cui passa dallo status di figlia a quello di moglie che Emma assurge al ruolo di protagonista. In crescendo. Il romanzo si apre connotando Charles Bovary, fin dalla prima pagina e fin dall’adolescenza, come «ridicolo», inadeguato alle situazioni in cui si viene a trovare, condannato alla derisione e alla rassegnazione; e si chiude portando tali connotazioni alle estreme conseguenze, sul piano professionale come su quello relazionale, nella dimensione pubblica come in quella domestica. Il ragazzo che, incapace di articolare il suo nome e cognome, suscita l’ilarità della classe anticipa l’adulto che, invocando «il fato» proprio con il seduttore della moglie non può che apparire a questi «comico, e un poco vile». E se il narratore che ne ha rievocato l’arrivo in collegio osserva: «Oggi nessuno di noi potrebbe ricordare qualcosa di lui», quello più impersonale che ne racconta la morte conclude con questa perfida necroscopia: «accorse il dottor Canivet. Lo aprì, e non trovò niente». Dove il sostantivo “niente” ha tutta la sua pregnanza semantica, e suggella un’occorrenza tematica e lessicale di fondo.
È a questa inconsistenza che, ignara, Emma si unisce, con il suo bagaglio di sogni, di vaghe aspirazioni, di buoni propositi anche; ed è questa inconsistenza che scopre nella compiaciuta felicità del marito, nelle sue effusioni, nella sua sordità e cecità, nella ristrettezza del suo orizzonte. In un crescendo che va dalla delusione, il senso di estraneità e la noia fino alla ripulsa fisica e all’odio, la sua rivolta è contro un amore che non esclude l’indifferenza, contro una mancanza di presenza mascherata dal rispetto di abitudini e convenzioni, contro un’acquiescenza che la priva di limiti e contorni, di confronto e contenimento. In un complesso gioco di percezioni e proiezioni, il marito si dimostra sempre più lontano dalle sue aspettative e le appare sempre più intollerabile nei banali dettagli del vivere quotidiano. Ricordo la citazione su cui si apre la fondamentale analisi di Erich Auerbach, che coglie in queste poche righe il vertice della pittura della disperazione di Emma e la singolarità del realismo di Flaubert: il pranzo è rappresentato alla luce dello sconforto e del disgusto di lei, ma chi parla è lo scrittore, il quale porta a maturazione linguistica quanto la sua protagonista, proprio per quello che è, non saprebbe esprimere.
Mais c’était surtout aux heures des repas qu’elle n’en pouvait plus, dans cette petite salle au rez-de-chaussée, avec le poêle qui fumait, la porte qui criait, les murs qui suintaient, les pavés humides; toute l’amertume de l’existence lui semblait servie sur son assiette, et, à la fumée du bouilli, il montait du fond de son âme comme d’autres bouffées d’affadissement. Charles était long à manger; elle grignotait quelques noisettes, ou bien, appuyée du coude, s’amusait, avec la pointe de son couteau, à faire des raies sur la toile cirée.

Oggetto del desiderio
Il desiderio è prima di tutto maschile ed Emma è prima di tutto un oggetto del desiderio, un corpo di donna presentato attraverso gli sguardi degli uomini – compreso quello del narratore – per accumulazione di dettagli che ne esaltano la sensualità: la linea del collo, l’avorio delle unghie, lo sbattere delle ciglia, i movimenti delle labbra, il colore cangiante degli occhi, le sfumature della capigliatura corvina, i riflessi della luce sulla pelle candida, le spalle nude imperlate di sudore, la lingua tra i denti perlati, il piede civettuolo, le movenze flessuose, le vesti che si attorcigliano intorno al corpo, si tendono, si allargano come corolle; i rossori, palpiti, sospiri, fremiti, torpori, gli abbandoni; la stoffa dell’abito che preme sul corpo fino a sgranarsi, il collo che s’inarca, il riso voluttuoso Mi limiterò a citare la sua prima apparizione (e la più castigata), sotto lo sguardo di Charles, ufficiale sanitario che già conosciamo, accorso al capezzale del padre: cucendo, lei si punge le dita «che poi si porta alle labbra per succhiarle»; seduta a tavola batte i denti per il freddo «e questo le scopriva un po’ le labbra carnose che soleva mordicchiare nei momenti di silenzio»; al momento di accomiatarsi, lui sente che il suo corpo sfiora la schiena della giovane, curva sotto di lui, e lei si raddrizza rossa in volto, volgendo altrove lo sguardo. Qualche pagina dopo lui l’osserva mentre porta alla bocca un bicchierino di liquore: «col capo riverso, le labbra sporgenti, il collo teso, rideva di non sentire nulla mentre la punta della lingua, passando tra i denti perlati, dava leccatine al fondo del bicchiere».
Il povero Charles, che la madre ha fatto sposare con una vedova ossuta, piena di foruncoli, i denti da cavallo e il corpo legnoso, rimasto a sua volta provvidenzialmente vedovo, trova l’ardire, complice il padre di Emma, di soddisfare il suo desiderio di lei facendola sua, ovvero sua moglie. E soddisfacendo il suo desiderio si trasforma completamente, rinasce, felice come un bambino, risarcito di tutto ciò che gli è mancato nell’adolescenza e nella giovinezza, del ridicolo di cui si è ricoperto fin dal primo giorno di scuola; risarcito degli insuccessi negli studi e di un duplice dispotismo, materno e coniugale; finalmente in pace con se stesso e fiero di sé.
Le lendemain, en revanche, il semblait un autre homme. C’est lui, plutôt que l’on eût pris pour la vierge de la veille, tandis que la mariée ne laissait rien découvrir où l’on pût deviner quelque chose. Les plus malins ne savaient que répondre, et ils la considéraient, quand elle passait près d’eux, avec des tensions d’esprit démesurées. Mais Charles ne dissimulait rien. Il l’appelait ma femme, la tutoyait, s’informait d’elle à chacun, la cherchait partout, et souvent il l’entrenait dans les cours, où on l’apercevait de loin, entre les arbres, qui lui passait le bras sous la taille et continuait à marcher à demi penché sur elle, en lui chiffonnant avec sa tête la guimpe de son corsage.
È in questo scarto fra il traboccare della compiaciuta felicità di lui e il riserbo di lei che il desiderio di Emma si esprime indirettamente ma inequivocabilmente nella sua natura sessuale: come frustrazione, desiderio negato e ignorato. Analogamente a quello manifestato di «sposarsi a mezzanotte, con le fiaccole». Il padre non aveva neanche capito di cosa parlasse e aveva organizzato una bella festa campagnola in cui si passano sedici ore a tavola, per poi ricominciare; il marito non sospetta neanche la delusione che si cela nel suo «non lasciar trapelare alcun segno che potesse far indovinare qualcosa» dopo la prima notte di nozze, così come nel suo muto interrogarsi smarrita durante quella che avrebbe dovuto essere la luna di miele.

Non ricordo ... Una poesia di Goliarda Sapienza (1924 - 1996)


Non ricordo l'inizio del discorso
ricordo che improvviso il temporale
confuse le tue ciglia i miei pensieri

da Ancestrale, La Vita Felice, Milano, 2013

20.5.19

Un rivoluzionario nel Palazzo. Intervista a Umberto Coldagelli (Francesco Erbani)

Umberto Coldagelli, che fu un alto funzionario della Camera dei deputati tra il 1963 e il 1992, si è poi affermato come uno dei più acuti studiosi di Tocqueville, curando l'edizione di molte sue opere per Bollati Boringhieri. Nel 2016 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria del Comune di Scheggia, in Umbria, dove era nato, nel 1931. Trovo fra i ritagli una sua vecchia intervista, che non ricordavo, ma che può presentare anche per altri, oltre che per me, qualche motivo di interesse. (S.L.L.)


Roma
Una camicia di maglina blue, jeans e sandali francescani. Per quanti sforzi si facciano, è difficile immaginare persona più distante dal cliché dell'alto funzionario statale. Umberto Coldagelli è stato vicesegretario generale della Camera e per trent'anni, dal 1963 al 1992, ha vissuto nel cuore dell'istituto più rappresentativo di una democrazia, ha visto da dietro tutto quello che è sfilato di piatto sotto gli occhi di ognuno di noi. Ha lavorato in disparte, assistito i parlamentari dal centrosinistra all'imboccatura della seconda Repubblica, gomito a gomito con i presidenti di commissione e poi con chi ha guidato l'assemblea, Sandro Pertini, Nilde Iotti e soprattutto Pietro Ingrao. Un giorno di due anni fa venne presentato a Irene Pivetti, da poco salita sulla più alta poltrona di Montecitorio. Lui era già in pensione. "Gli dissero chi ero. Mi tese mollemente la mano, strizzò gli occhi senza neanche vedermi, sfoggiò un sorrisetto di sovrana circostanza e si allontanò senza dire una parola".
Coldagelli ha maneggiato tanta, tantissima politica, la politica che sta fuori dalla zona dei riflettori, che si concentra sulle scelte più che sullo spirito di fazione. E ne ha afferrato, dice, "la dimensione drammatica, la difficoltà di contenere gli interessi, di coniugare le volontà". Vista da questo luminoso salotto con alcuni mobili liberty e tanti libri d'arte, la politica sembra molto diversa da un tempo. Le sue funzioni sono sbriciolate e l'idea d'una qualche dedizione al bene comune è un rottame sulla via dell'ammasso. "Sono tornato in Transatlantico dopo le elezioni del 1994: non conoscevo nessuno, quelle sale d'un tratto mi sono parse estranee, osservavo una tipologia umana diversa, più vistosa. Suonavano i cellulari. Ora l'immagine si è riequilibrata, ma non solo perché c'è una maggioranza dell'Ulivo. Anche gli altri hanno preso ad atteggiarsi diversamente. Ma su questo, mi raccomando, non mi faccia dire banalità".
L'abbigliamento di questa afosa mattinata di luglio c'entra fino ad un certo punto con il fatto che Coldagelli sia tanto lontano dal figurino del Grande Funzionario. Nel 1963, quando ha partecipato al concorso ("che purtroppo ho vinto", chiosa), era un brillante studioso di storia e di filosofia. Ed era comunista, un comunista particolare; uscito dal Pci nel 1957 dopo aver firmato l'appello dei 101 intellettuali contro l'invasione sovietica d' Ungheria, era entrato nel gruppo dei Quaderni rossi, insieme a Raniero Panzieri, Alberto Asor Rosa, Mario Tronti. Era un estremista, un extraparlamentare che varcava la soglia di Montecitorio, il luogo più alto di una democrazia "borghese". Dopo Quaderni rossi, fu la volta di Classe operaia, poi di Contropiano, le riviste ponderose dell' operaismo che fra mille torcimenti sondavano come fare una rivoluzione vera nell'area dove il capitalismo era molto maturo e aveva integrato tutto e tutti. Fra i collaboratori figuravano Massimo Cacciari, Rita Di Leo. E Toni Negri. Un giorno, quando diventò deputato con i radicali, Negri lo abbracciò con calore in pieno Transatlantico, il corridoio che chiamano dei passi perduti, sul quale si affaccia l'aula e che, solcato dai parlamentari, sembra il corso di un paese durante la festa patronale.
Imbarazzo? "Nessuno. Negri aveva preso una strada molto lontana dalla mia, ma il suo cervello era di prima qualità. Anche Lucio Colletti era mio carissimo amico. Avevo frequentato i suoi seminari e non credo di esagerare se dico che le sue scelte politiche mi hanno procurato grande dolore. L'ho rivisto dopo tanti anni qualche settimana fa alla Camera, usciva dall'aula: la sola cosa che ci teneva a dirmi era che aveva appena fatto un bel discorso". Coldagelli è un testimone di traverso, un osservatore senza entusiasmo. Ha servito la Repubblica (sia concesso lo svarione retorico) con poca vocazione, essendo sbarrate, dopo la morte del suo professore, Federico Chabod, le porte dell'accademia, ma con rigore inflessibile, imparziale dedizione. Ha fatto carriera, ma non quanta ne avrebbe meritata. Dopo essere stato per molti anni capo dello staff di Ingrao, era matura la nomina a vicesegretario generale. Ma le più alte cariche di Montecitorio erano precluse a un funzionario comunista. Raccontano, ma lui si ritrae quando glielo riferiscono, che neanche Nilde Iotti impiegò molte energie per violare quel tabù: solo nel 1987 la presidente riuscì nell'intento. "All'inizio nessuno conosceva le mie idee. Non mi mettevo in evidenza, sdegnavo le ambizioni. Forse mi giudicavano un po' strano. Fino a che arrivò Cosentino alla segretaria generale". Francesco Cosentino, uomo potentissimo, un democristiano il cui nome finì nelle liste di Licio Gelli, il prototipo del grande mandarino di Stato. "Era scostante, sprezzante, eppure riusciva a mantenere buoni rapporti con tutti benché non abbia mai rivelato il suo pensiero. Lui sapeva chi ero".
L'ambiente non era confortevole. Si diventa funzionari parlamentari dopo un concorso fra i più duri. Bisogna avere competenze giuridiche, storiche, di dottrina politica ed economica, dominare la procedura parlamentare. "I consiglieri hanno di sé una grande opinione, spesso esagerata e non poche volte ridicola. Molti si sentono parte di una struttura eterna, discettano all' infinito sul proprio status e guardano con supponenza i parlamentari, una specie di casuale passeggero nel palazzo. Io non mi sono mai identificato nel corpo". Un isolato? "In parte sì, anche se avevo molti amici fra i miei colleghi, Giuseppe Carbone, che ora presiede la Corte dei Conti, il costituzionalista Gianni Ferrara, Beniamino Placido e altri ancora".
Negli spazi liberi Coldagelli leggeva e studiava Tocqueville. "Ero entrato alla Camera mentre si esaurivano le tensioni rivoluzionarie, restavano i grandi temi di una società democratica e Tocqueville mi accompagnava quando mi imbattevo nella difficoltà di far coincidere gli istituti di una democrazia e il processo democratico, gli interessi dell'homo democraticus". Ora del grande teorico francese è uno dei più profondi conoscitori, ne ha curato gli scritti e i discorsi in un volume di Bollati Boringhieri e sta raccogliendo alcuni saggi per riunirli in un libro. Coldagelli esce dall'ombra nel 1975, quando diventa presidente Pietro Ingrao. "L'avevo conosciuto vent' anni prima, nel 1956. Era venuto a sostenere le posizioni del vertice comunista sull'Ungheria nella mia sezione universitaria. Io non intervenni, ma la nostra mozione critica verso i dirigenti fu approvata e subito dopo la sezione venne normalizzata. L'anno successivo non mi iscrissi più al Pci. Ci tornai nel 1970, insieme a Tronti". E ora è nel Pds? "Non credo di avere la tessera...". Non capisco, o ce l'ha o non ce l'ha... "L'ho presa, ma forse non l'ho mai rinnovata".
Torniamo a Ingrao... "Quando venne eletto, mi chiamò a guidare la sua segreteria". Com'era Ingrao presidente, l'Ingrao comunista, assertore di una politica che nasceva nei movimenti? "Diede il meglio di sé ed ebbe riconoscimenti unanimi. Ogni volta che incontro Scalfaro, che allora era il suo vice, mi ricorda 'i bei tempi con il presidente' . Era esigente, probo negli impegni. Ha riformato la struttura interna della burocrazia, e più la Camera aumentava i terreni di legislazione, più voleva che crescessero la documentazione e la ricerca, che quello che si realizzava in aula e nelle commissioni fosse comunicato all'esterno, perché in qualche modo arrivasse fuori la verità della politica". È vero che quell'incarico a Ingrao fu una specie di esilio comminatogli dal suo partito? "No, assolutamente. Si arrivò a lui in seconda, forse in terza battuta dopo che Pajetta e Amendola rifiutarono. Il Parlamento non contava quasi più nulla, schiacciato dai partiti e dal governo: e invece Ingrao lo ha rimesso al centro del circuito istituzionale". Eppure Ingrao raccoglieva l'eredità di Pertini... "Sì, ma molte cose in Pertini si risolvevano nel personaggio, nel terrore che certe sue sfuriate incutevano nei collaboratori". Ci alziamo per scegliere delle foto. Ne mostra un paio, il taglio delle giacche e i colori delle cravatte le riportano alla fine degli anni Settanta. "Le scattarono a un convegno intitolato La città politica. Al Quirinale c'era Pertini, a Montecitorio Ingrao, in Campidoglio sedeva Giulio Carlo Argan. Tutto sembrava si potesse risolvere, ogni cosa pareva a portata delle nostre capacità: discutevamo con gli urbanisti degli spazi che una città doveva destinare alle funzioni politiche. Erano in questione il decentramento dei ministeri, l'allargamento del Parlamento. Oggi i problemi sono gli stessi, ce li troviamo davanti tali e quali. Sono stati fatti dei tentativi, ma, cosa vuole, la politica quotidiana prende alla gola".

“la Repubblica”, 28 luglio 1996

La poesia del lunedì. Antonio Machado (Siviglia 1875 - Collioure Francia 1939)


Il patibolo
L'aurora spuntava
lontana e sinistra.

La tela d'Oriente
sanguinava tragedie
impiastricciate
con nubi grottesche.

Nella vecchia piazza
di un vecchio borgo
innalzava il suo orribile
scheletrico terrore
il rozzo patibolo
di legname fresco …

L'aurora spuntava
sinistra e lontana.
-----

El cadalso
La aurora asomaba
lejana y siniestra.

El lienzo de Oriente
sangraba tragedias,
pintarrajeadas
con nubes grotescas.

En la vieja plaza
de una vieja aldea,
erguía su horrible
pavura esquelética
el tosco patíbulo
de fresca madera...

La aurora asomaba
lejana y siniestra.

Da Soledades (1899 - 1907)


Franco Fortini, il guardiano dell'eresia. Intervista ad Alberto Asor Rosa (Nello Ajello)



Roma
In un articolo su “Repubblica”, undici anni fa, Italo Calvino li immaginò "avvolti in un unico mantello". Si trattava di Franco Fortini e Alberto Asor Rosa, del quale l'autore delle Cosmicomiche stava recensendo un saggio su quarant'anni di dibattito letterario in Italia. Di questo sodalizio ideale con Fortini parliamo appunto con Alberto Asor Rosa, ripercorrendo in sua compagnia l'itinerario che lo scrittore, appena scomparso, ha compiuto nella cultura italiana. Asor Rosa ne è stato un testimone attento, appassionato.
"Conobbi Fortini", racconta, "nella redazione torinese dei Quaderni rossi. Sarà stato il '60 o il '61. Il direttore, Raniero Panzieri, volle far incontrare noi giovani collaboratori con lo scrittore toscano, che era una voce ascoltata della cultura di sinistra. Il suo scetticismo si scontrò subito con la nostra fiducia. Ci espose i suoi dubbi sul particolare tipo di marxismo che orientava la rivista. I Quaderni rossi rappresentavano infatti un unicum nella sinistra italiana, allora inquadrata nel Pci e, in misura minore, nel Psi. Noi volevamo riflettere sullo stato del conflitto sociale italiano al di fuori degli schemi correnti. Fortini si mostrò pessimista sul progetto".
Pessimismo e lucidità sono infatti due specialità di Fortini. "Ci parve, quella volta, un uomo segnato da sconfitte pesanti, a partire da quella del Politecnico. Era più ortodosso di noi, meno sperimentale, più legato ai testi fondamentali e 'datati' del marxismo, come ad esempio Lukacs, una sua passione. Verso i Quaderni rossi mostrò dunque simpatia, non certo identificazione". Non era facile, d'altronde, che Fortini s'identificasse in pieno con qualche posizione politica. Credo che il termine "eresia" sia il più adatto a riassumerne il carattere. "Era un uomo di grandi passioni e risentimenti. Una persona difficile. Litigò anche con Panzieri, cui pure era per tanti versi legato. Lo accusava di tatticismo. Ai tempi del Politecnico aveva litigato con Vittorini, non sopportandone ciò che a lui sembrava la sua superficialità illuministica. Non per questo, nel conflitto fra il direttore del Politecnico e il Pci, si schierava con Togliatti. Anzi, proprio il suo antistalinismo lo abilitava a dar torto a Vittorini senza prestare il fianco ad equivoci".
Alberto Asor Rosa
L'antistalinismo di Fortini si concretava infatti nel rifiuto della cultura ufficiale del Pci, che definiva "metà Croce, metà Stalin". "Va ricordato che Fortini fu socialista con tessera fino agli inoltrati anni Cinquanta. Scriveva sull'Avanti!. Poi si sciolse da ogni partito. Legava la propria vena letteraria al rifiuto del meccanismo capitalistico. Ancora in polemica con Vittorini, sosteneva che chi fa letteratura deve sempre passare per la porta stretta della critica dell'economia politica. Questo personale marxismo, animato da slanci etici, ha convissuto con una vocazione fondamentale di poeta".
Fortini è stato soprattutto un poeta? "Direi di sì. Non ha mai smesso di pensare alla poesia come alla sua voce primaria. I suoi maestri sono i surrealisti francesi, Bertolt Brecht e i grandi poeti italiani, sia del Novecento che della tradizione classica. Ha studiato Tasso con grande acutezza. Per certi versi era legato agli ermetici, di cui spesso si faceva beffa. Si sentiva vicino, per esempio, a Mario Luzi, alla sua poesia percorsa da messaggi universalistici. Un libro di Fortini uscito nel 1959 s'intitola Poesia ed errore. Appunto: la sua è una poesia che rischia l'errore per evitare il pericolo opposto, cioè l'assolutezza conchiusa e completa. L'appello lanciato dai suoi versi non è mai attuale. È sempre volutamente fuori tempo, e quindi contro il tempo. La raccolta Foglio di via (1946) portava già il segno della sua vocazione profetica e ribelle. Della sua categoria del rifiuto".

I titoli di Fortini
Vi versava quella fervida immaginazione epigrammatica che aveva fra l'altro sperimentato nell'attività di copywriter pubblicitario, esercitata (a puro titolo di "gagne-pain") per la Olivetti: ebbi occasione di lavorare per alcuni anni con lui, in quegli uffici milanesi. Foglio di via, Verifica dei poteri, Astuti come colombe, Questioni di frontiera, Insistenze, tutti slogan che contribuivano a designarlo come un insonne controllore della moralità politica. Come addetto a un posto di blocco che non lasciava passare tatticismi e bugie. "Sì, Fortini era un po' un guardiano. Per fare un esempio, non sopportava gli infingimenti della letteratura industriale, di moda nei primi anni Sessanta. Non riteneva obbligatorio, per i letterati, scoprire le nuove realtà produttive. Pensava che mettersi al passo con la realtà potesse nascondere un'ipocrisia maggiore che il fingere di non vederla".
Come saggista, quali sono i suoi libri più felici? "Ce ne sono di straordinari, a cominciare da Dieci inverni che riassume in termini eloquenti emozioni e pensieri della stagione 1945-55, gli anni della guerra fredda. E poi il saggio sul "metellismo" (dal romanzo Metello di Pratolini), tante pagine della Verifica dei poteri e di Astuti come colombe. Scritti che contenevano moniti a volte sferzanti, e che proclamavano l'indisponibilità del loro autore a condividere tesi precostituite e ad appiattirvisi. In questo, Fortini era una rarità. In pochi intellettuali ebrei ho colto un rifiuto così radicale della cultura di origine. Le sue obiezioni alla politica di Israele erano durissime".
Alle riviste cui collaborava, Fortini offriva il suo contributo senza abbracciarne il "credo". Così era stato, nei primi anni Quaranta, con Letteratura. Così fu con Il Politecnico. Così con Officina, Comunità, Il Contemporaneo. Maggiore comunanza di idee ebbe, sempre negli anni Cinquanta, con la rivista Ragionamenti di Roberto Guiducci. Diffidò del gruppo '63, fiutandovi il tentativo - per lui esecrabile - di saldare neoavanguardia e neocapitalismo. E giù anatemi in forma di slogan o di imperativi. Come "rifiutare la stretta di mano" (ai messaggeri culturali del "miracolo") o togliere fiducia ai "rappresentanti di commercio della letteratura tecnologica". "Come stupirsi? Quelli della neo-avanguardia facevano il contrario di ciò che lui credeva giusto. Da un lato promuovevano operazioni formali, e dall'altro si avviavano in gruppo alla conquista del mercato".
Il catalogo delle sue allergie era ampio. Proviamo ad estrarne qualche nome. "Considerava Calvino un astuto stratega del proprio successo. In Eco vedeva un sapiente inventore di formule. Di Cacciari non sopportava il vezzo di civettare con Nietzsche e il pensiero negativo".
C'è un capitolo importante: Fortini e il Sessantotto. Leggendo soprattutto i Quaderni piacentini si nota il suo passaggio da un originario entusiasmo a una delusione definitiva. "Il suo approccio iniziale al movimento dei giovani fu molto forte. Durante una manifestazione fiorentina per il Vietnam - sarà stato il 1966 - Fortini pronunziò un discorso in versi che ebbe molta risonanza fra i militanti. Vi si stabiliva una stretta relazione fra le lotte dei vietcong e le rivendicazioni operaie in Occidente: un'equazione destinata a entrare nel senso comune giovanile. Molto meno fervida fu poi la sua partecipazione allo sviluppo concreto del movimento. Non amava protagonismi di tipo pratico, non accettava di atteggiarsi a 'leader anziano' . I suoi rapporti con quell'ambiente si attenuarono man mano che il Sessantotto si burocratizzò e frammentò in tanti piccoli gruppi".
Poi c'è stato il Fortini professore... "Andato in cattedra dopo i cinquant' anni, ha assunto questo lavoro con serietà. Docente a Siena, non ha mai cercato di avvicinarsi a Milano dov'era sempre vissuto. Amava la didattica. La divulgazione lo appassionava. Ha prodotto, negli anni di Siena, interessanti materiali di manualistica letteraria".
Ritornando all'immagine di Calvino, quali pensieri riuniva voi due sotto un unico mantello? "Ho sempre ammirato l'inflessibilità delle sue posizioni. Ho discusso invece il ruolo, che lui affidava alla poesia, di parlare a nome di tutti e di protendersi verso il futuro come unica speranza residua. Lo spiegai nel 1968 in un saggio dal titolo L'uomo, il poeta, centrato sulla sua figura. Fortini ne soffrì. Penso tuttavia che il nostro legame si sia consolidato negli anni. Ci siamo trovati accomunati in una solitudine crescente man mano che vedevamo compromesse le possibilità di un'evoluzione positiva della cultura di sinistra. Eravamo più distanti mentre lottavamo che nel momento in cui siamo stati sconfitti".

“la Repubblica”, 29 novembre 1994

19.5.19

Parole. Ormai tutto è grosso (Gian Luigi Beccaria)

Camillo Sbarbaro


Vi sono parole - scriveva Camillo Sbarbaro nei Fuochi fatui - che i vocabolari danno per equivalenti e ch'io non confonderei; non direi mai musco per muschio, visco per vischio... Si eviterebbero ambiguità e, s'anche di poco, la lingua si arricchirebbe. Così la spuma non è la schiuma. La nuvola è leggera, un fiocco di bambagia; la nube, il suono cupo lo dice, è plumbea, minaccia temporale. La sottana è greve, tetra, è quella del prete, dell'ava; mentre la gonna è festosa, è una corolla capovolta...».
Anche il comune parlante ha bisogno di sfumature, di distinguere, perché la realtà è sfumata. I perfetti sinonimi non esistono. I sinonimi non sono degli optional, ma la ricchezza di una lingua, e vanno usati nel modo più appropriato. Non posso confondere monelleria con marachella, perché la prima è la malefatta di un ragazzo vivace, e la seconda ancora una malefatta, ma fatta di nascosto. Ingenuo è diverso da minchione, e risparmiatore da tirchio, spilorcio, taccagno, pidocchio. Un modo appartiene a un registro neutro, formale, un altro invece all'informale, magari al gergale. Errore è diverso da strafalcione, da assurdità, bestialità, asinata, castroneria, o cazzata, come direbbero oggi i più. C’è una gradazione a discendere tra imbrogliato, truffato, turlupinato, bidonato, buggerato.
Alcuni sinonimi mettono in evidenza lo stacco tra passato e presente, tra antiquato e aggiornato. Specie nel campo tecnico: di un auto, sono certo sinonimi fanali-fari-proiettori-gruppi ottici, ma aumenta dall'uno all'altro la connotazione in senso tecnico. A volte poi è la moda, l'andazzo del momento a guidare la scelta: prendi due aggettivi come grande/grosso che tendono oggi ad avvicendarsi. Bisognerebbe distinguere tra «un grande scrittore», che indica ingegno e bravura stilistica, e «un grosso scrittore», che non ne sottolinea certo la corpulenza, ma la fama, trasferendo alla persona la corposità dell'attributo. Oggi però "grosso", moda anglicizzante per influsso di "big", è diventato un aggettivo tuttofare. Ha fagocitato tanti altri aggettivi specifici e informativi, ha eliminato una gamma di percezioni, reazioni, valutazioni. Tutto è grosso, un grosso finanziere, un grosso campione, un grosso personaggio, un grosso successo, un grosso affare, abbiamo sempre dei grossi problemi...

Tuttolibri – La Stampa, 11 agosto 2007

Cani migranti

Cani randagi alla stazione di Gela

Le notizie sui cani randagi qui “postate” sono riprese dalla “spremuta di notizie” da Giorgio Dell'Arti, che a sua volta le ha tratte da un articolo di Meroni su “Libero” il 12 marzo 2019, poco più di un anno fa. L'impressione ricavata da una ricerca in rete, a giudicare dalle notizie di incidenti e di problemi sanitari sorti qua e là in conseguenza del randagismo è che i problemi non siano stati per nulla risolti, e che forse si siano addirittura aggravati.
Secondo il ministero della Salute che i cani randagi in Italia erano almeno 700 mila, ma ipotizzava che fossero anche di più, troppi essendo i canili abusivi, troppi essendo i canili non abusivi che non comunicavano i dati, troppe le amnesie di regioni come Calabria e Campania che nulla facevano sapere. Il ministero poi rivelava un intenso traffico di cani randagi dal Sud verso il Nord, al punto che zone dove il randagismo era scomparso si trovavano di nuovo col problema. Per esempio Varese, Como, l’hinterland di Milano, Monza. Nella sezione milanese della Lega Nazionale per la difesa del cane era stata da poco denunciata l’improvvisa diffusione di malattie che si credevano scomparse, come la leishmaniosi e la giardiasi: secondo quella lega «questi animali “deportati” sarebbero cani problematici: malati, diffidenti, fobici, di difficile adozione».

18.5.19

La "pasta 'ncasciata a' la missinisi" e la nostra pasta al forno estiva.


Questa, in una vecchia “Domenica” di “Repubblica”, è presentata come la versione messinese della classica pasta al forno siciliana e probabilmente lo è. 
Pressoché identica, ma senza le uova sode, nella casa della mia nonna Carmelina, a Campobello di Licata, era la pasta al forno estiva, nettamente più leggera di quella invernale, che si preparava con un grasso ragù dalla cottura assai lunga, ricco di carni e cotenna, e con l'aggiunta di cavolfiori soffritti. 
Per la pasta al forno, in tutte le stagioni, in paese non si usano generalmente le magliette, i più preferiscono gli ziti; ma la nonna preferiva quel formato, più comodo quando si trattava di fare le porzioni. 
Le uova nella versione estiva di mia nonna non erano sode, ma venivano aggiunte - sbattute - alla pasta ben insaporita dalla salsa di polodoro per rendere l'insieme più compatto. In omaggio alla leggerezza estiva, quando sono io a preparare questa pasta al forno, non soffriggo mai la carne tritata, mi limito a passarla in padella senza grassi con un po' di sale, pepe e aromi appena il tempo di una coloritura. Per la salsa di pomodori freschi, preparata con la passata, seguo la raccomandazione di mia madre: usare diverse varietà di pomodori ben maturi. (S.L.L.)


Ingredienti: 
600 gr. di magliette di maccheroncino, 200 gr. di tuma o caciocavallo fresco, 200 gr. di carne tritata, 50 gr. di mortadella o salame, 2 uova sode, 4 melenzane, 100 gr. di pecorino grattugiato, salsa di pomodoro, mezzo bicchiere di vino bianco, basilico, olio, sale e pepe.

Tagliate le melenzane a fette e friggetele dopo averle tenute per più di un'ora in acqua e sale. Soffriggete intanto il tritato in un tegame, con olio abbondante, sfumate col vino e completate la cottura aggiungendo qualche cucchiaio di salsa di pomodoro. Lessate la pasta, scolate la al dente e conditela in una zuppiera con la salsa di pomodoro. Prendete una teglia ben unta e spolverata di pangrattato e versatevi le magliette alternandole a strati con la carne tritata, le melenzane fritte, il formaggio grattugiato il basilico, le uova sode, la tuma ed il salame tagliati a fette. Chiudete l'ultimo strato di pasta con melenzane, salsa e molto pecorino. Passate al forno caldo per circa 20 minuti. Il formaggio, sciogliendosi al calore del forno una leggera crosta dorata (da cui il nome 'ncaciata, da cacio).

da A. Pomar, La cucina tradizionale siciliana in Sebastiano Messina, La cucina di Camilleri, “la Repubblica”, 10.7.2005

Sia Questa la Risposta. Un prigioniero in ginocchio. Una poesia di Syed Talha Ahsan

 Syed Talha Ahsan

Un prigioniero in ginocchio
strofina il bordo di un water
e le setole della spazzola
saltano qua e là
mentre una guardia arriva tronfia
a urlare, più che domandare
- Dov’è il tuo Dio, adesso?
E il prigioniero sempre sulle ginocchia
la spazzola sempre a pulire risponde:
Lui è con me, capo.
Il mio Dio è con me adesso,
sente e vede,
mentre i vostri superiori
quando vi vedono, non vi guardano
e quando vi sentono, non vi ascoltano
Il mio Dio è al di là del cielo
e più vicino a me della mia giugulare
mentre i vostri superiori non diversi da voi
non vi fanno andare oltre la scrivania
Il mio Dio vuole che lo chiami
mentre con i vostri superiori voi dovete bussare
E quando mi avvicino a Lui di un palmo,
Lui viene a me di un metro
e quando da Lui cammino, Lui viene a me di corsa

L’ignoranza si cura con la conoscenza
e la chiave per la conoscenza è domandare.
Adesso meno esclamativo
e più un punto di domanda,
la guardia se ne va imbronciata,
e un prigioniero in ginocchio,
ancora, come in preghiera.

Syed Talha Ahsan, This Be the Answer. Poems from Prison, Radio Ramadan Edinburgh, Edimburgo 2011 – In “L'Indice” Febbraio 2013 - Traduzione dall’inglese di Pietro Deandrea

Postilla
Talha Ahsan, poeta e traduttore inglese di origine asiatica e di religione musulmana, benché affetto da sindrome di Asperger, è in carcere dal 2006 su richiesta delle autorità statunitensi, che lo accusano di fiancheggiamento al terrorismo attraverso alcuni siti web, uno dei quali collegato a un server americano. Grazie a un trattato tra i due paesi del 2003, gli Stati Uniti hanno diritto a farlo estradare senza bisogno di mostrare alcuna prova. Nonostante gli appelli inoltrati dagli avvocati basati sulla richiesta di subire un giusto processo in Gran Bretagna, Talha Ahsan è stato estradato negli Stati Uniti nel 2015, all'età di 33 anni. C'è una campagna in corso in Inghilterra per la sua liberazione ed è durante le manifestazioni che viene venduta una sua raccolta poetica , This Be the Answer. Secondo Pietro Deandrea (“l'Indice”, Febbraio 2016) si tratta di poesie in cui Ahsan riesce anche a essere ironico sulla situazione kafkiana in cui si trova, oppure semplici poesie d’amore e nostalgia: “vorrei poter intrappolare la tua risata in un barattolo – per aprirlo e farmi crollare”. La poesia qui ripresa, che dà il titolo alla raccolta, è un inno alla dignità umana là dove è più calpestata. Nella vicenda c'è un risvolto razzista. Due settimane dopo l'estradizione di Ahsan il ministro dell’Interno Theresa May, poi divenuta primo ministro, bloccò il processo di estradizione di Gary McKinnon, cui venivano rivolte le stesse accuse, anche nel suo caso senza produrre prove, “perché incompatibile con il rispetto per i suoi diritti umani”. Egli era però un cittadino britannico “bianco”. La cosa ha esacerbato i già pesanti sospetti sul razzismo istituzionale che pervade la Gran Bretagna. (S.L.L. - Fonte Pietro Deandrea)

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