24.11.09

La ricerca della felicità e il fantasma dello statalismo. Un articolo di Luigi Cavallaro ("il manifesto" 5 settembre 2006)

Lord Keynes

Il testo è del 2006 ed è un capolavoro di ironia. Cavallaro, economista pervicacemente novecentista e keynesiano, fa il verso a quanti, anche da sinistra (ad esempio molti antiglobalisti e in Italia Revelli e Carta) hanno processato non lo statalismo o lo Stato, più o meno borghese, ma lo stato sociale, l'intervento pubblico in economia etc. I suoi paradossi acquistano più peso ora che la crisi ha spazzato gran parte di quella retorica e di quella paccottiglia teorica che ci ha tormentato (S.L.L.) .


Il Novecento è stato un secolo di errori, orrori e presunzioni fatali, quindi dobbiamo uscirne: è stato questo il leitmotiv della riflessione a sinistra negli ultimi quindici anni. Abbiamo creduto nel progresso, nello sviluppo, nel miglioramento delle nostre condizioni di vita, e non ci siamo resi conto che questa credenza scassava l'ambiente. Abbiamo creduto di poter riuscire a controllare il processo della nostra riproduzione sociale, invece di affidarci all'astratta impersonalità della (sua) natura, e abbiamo creato i gulag, i lager e perfino l'Iri e le Usl.

Abbiamo creduto nella capacità conformatrice della legge, dimenticando non solo che la norma è la faccia buona dell'esclusione, ma soprattutto che ci sono campi in cui non c'è norma, ma solo eccezione. Abbiamo postulato l'esistenza di strutture macrosociali - il capitale, lo stato, le classi, i partiti - quando l'unica entità analitica di rilievo è l'individuo. Abbiamo immaginato che esistessero obiettivi comuni a vaste masse (qualche megalomane diceva addirittura «universali»), dimenticando che le persone si dividono per genere e anche per colore, religione, gusti, e dunque tra le loro preferenze non è possibile alcuna sintesi - ciascuno/a è la misura del proprio destino.

Ci siamo stupidamente appassionati alla critica dell'economia politica, quando le uniche cose che contano sono la cultura, il linguaggio, i corpi. Abbiamo persino pensato all'esistenza di una realtà oggettiva, mentre invece non ci sono fatti, solo interpretazioni.

Per fortuna, oggi tutto questo è finito. Nessuno crede più che i pubblici poteri possano conseguire una qualche forma di «signoria sul denaro» senza coartare indebitamente le preferenze individuali, e proprio per questo ogni appello alla stabilizzazione del debito pubblico è destinato a cadere nel vuoto. Nessuno crede più che la funzione del benessere sociale possa essere frutto di una costruzione (una «sintesi») politica, e proprio per questo la comune opinione preferisce donare a un'impresa nonprofit piuttosto che sobbarcarsi un'imposta. L'idea che ognuno debba essere libero di coltivare il proprio giardino e che, quando non riesce a venderne i frutti, abbia diritto a ricevere un sussidio, si manifesta non solo in una recente legge che ha equiparato le crisi di mercato del settore agricolo alle calamità naturali, ma anche nelle variegate proposte di istituire un reddito di cittadinanza, a cui questo giornale ha dedicato un divertente dibattito estivo.

I «partiti tradizionali», del resto, non ci sono più e con ragione quelle umane aggregazioni che vagamente gli rassomigliano rivendicano la loro diversità. C'è in effetti ancora un po' di sindacato, che chiede soldi e politica industriale e fa scioperi, ma le sue teste pensanti (e le sue Fondazioni) non dubitano che il continuo fermentare e rinnovarsi del processo concorrenziale sia sempre e comunque preferibile al mar morto dello «statalismo». E conseguentemente si guardano bene dall'evocarne i fantasmi: il problema dell'Italia, del resto, «non è la domanda ma l'offerta», come ha spiegato il mio amico Valentino Parlato nel suo editoriale del 1° settembre.

È vero, molte e molti sono depressi. Lavori intermittenti, flessibili, di durata incerta non aiutano il consolidamento delle aspettative. Ma la felicità dipende dal rapporto fra le nostre aspirazioni e il modo in cui percepiamo la realtà, quindi l'importante è non farsi illusioni sbagliate (come quelle novecentesche). Dobbiamo essere sereni per accettare le cose che non possiamo cambiare, coraggiosi per cambiare quelle che possiamo e saggi per distinguere le une e le altre. Quindi, lasciamo stare Keynes: non di deficit abbiamo bisogno ma di risparmio, cioè di tasse e tagli, ché solo da lì possono venirci i soldi per investire in «beni comuni». In fondo, giusta le previsioni del Dpef, tasse e tagli ci daranno la decrescita; basterà aggiungere un po' di antagonismo sociale, una spruzzatina di commercio equo e solidale e la felicità verrà da sé.

La transizione, così, sarà compiuta: saremo finalmente oltre il Novecento. E al diavolo gli idioti come me, che perdono ancora tempo dietro alle fantasticherie di qualche economista defunto.

A Sud di Lampedusa. Elezioni farsa in Tunisia.



Lo scandaloso caso di Ben Alì


Il pressoché totale disinteresse che i media e i politici italiani hanno mostrato riguardo alla recente farsa elettorale in Tunisia non è casuale. Rieletto per la quinta volta consecutiva e in maniera plebiscitaria, il presidente Ben Alì, governa il paese con pugno di ferro, altrimenti detto, in maniera dittatoriale. Lo fa col pieno appoggio delle oligarchie europee, che ben si guardano, anche in questo caso, di chiedere il rispetto dei diritti umani, di denunciare i brogli elettorali, o di invocare l’esportazione della democrazia. Quelli che davanti a regimi ostili sono principi inviolabili, con i loro lacchè diventano bazzecole.

Tutto come previsto. Nessuna sorpresa. Le elezioni presidenziali svoltesi in Tunisia il 25 ottobre scorso, ovviamente truccate, hanno consegnato a Ben Alì una schiacciante vittoria: il 90% dei voti*. Un po’ meno delle tre precedenti elezioni, quando egli ottenne il 99%.

Stesso dicasi per le legislative, svoltesi in contemporanea: il Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd), il partito del presidente (che annovera 2,7 milioni di iscritti), ha ottenuto 161 seggi, la maggioranza più che assoluta dei 214 deputati del parlamento tunisino.**

Gongolano la rapace borghesia tunisina e la sclerotizzata casta politica dominante, che vedono messa al riparo la stabilità politica e l’occhiuto e crudele stato di polizia che li protegge. Gode la nutrita comunità italiana che da tempo conduce lucrosi affari nel paese. Plaude non senza imbarazzo l’Unione Europea che considera Ben Alì un cane da guardia alle sue frontiere meridionali, un mastino per allontanare “la minaccia del salafismo e del fondamentalismo” (da molti anni la Tunisia presiede il Greater Middle East Partnership Iniziative, ovvero il comitato anti-terrorismo dei paesi arabi che assieme agli USA fan parte della crociata anti-jihadista), in verità deputato a contrastare qualsiasi processo di cambiamento in senso antimperialista.

Ma l’immobilismo politico e la stabilità del regime, non equivalgono automaticamente a solidità politica o stabilità sociale. Tre gli eventi politico-sociali, certo di diversa natura, che nell’ultimo periodo hanno scosso la società tunisina, squarciato la sua apparente pace sociale e che indicano cosa si muova sottotraccia.

Anzitutto la sommossa armata islamista scatenatasi il 23 dicembre 2006 e durata per più di una settimana, repressa nel sangue dalle forze di polizia. Il regime non solo fece immediatamente scendere una cortina di silenzio sugli avvenimenti (restarono segreti sia il numero dei morti e dei feriti, che quelli degli arresti), ma ne approfittò per stringere ancor più saldamente le catene dello stato di polizia e spazzar via i già flebili spazi democratici esistenti. La sinistra tunisina, così come i militanti per i diritti civili non poterono evitare di pagare salato il prezzo della repressione: giornali chiusi e siti oscurati, decine e decine i giornalisti, gli avvocati democratici e i militanti arrestati.

Il secondo evento è stata la rivolta popolare nel bacino minerario di Gafsa (vedi La dittatura a sud di Lampedusa), nel centro-sud del paese, scoppiata il 5 gennaio 2008. Accanto ai minatori si raccolse massicciamente tutta la popolazione locale, dando vita a moti di protesta che, pur a singhiozzo, sono durati per settimane. "Le Monde Diplomatique" del giugno 2008 sottolineava “la impressionante coesione popolare che le forze dell’ordine non riescono a spezzare”: si trattò in effetti della rivolta di massa più consistente dopo i noti “moti della fame” del 1984. Il regime, nel totale silenzio internazionale, reagì nella maniera più brutale. Dopo aver decretato lo Stato d’emergenza nella provincia di Redeyef, la polizia si scagliò contro i dimostranti, sparando a più riprese, uccidendone due e ferendone dozzine. Gli arrestati furono circa duecentocinquanta (molti dei quali ancora reclusi). Molti cittadini, giovani anzitutto, dovettero darsi alla macchia e sono tutt’ora ricercati.

Il terzo fenomeno consiste proprio nel movimento dei diritti civili, che vede mobilitati intellettuali, avvocati, giornalisti, sindacalisti e la minoritaria ma combattiva sinistra tunisina. Libertà di stampa, di parola, di organizzazione è quanto chiede l’avanguardia attiva del paese, non senza rivendicare la scarcerazione dei prigionieri politici, la denuncia delle disumane condizioni nelle carceri, dall’interno delle quali filtrano denunce di sevizie, torture, malnutrizione come gli illimitati periodi di isolamento a cui vengono sottoposti i detenuti politici. Per dare un esempio di cosa sia la “democrazia tunisina” vale la pena ricordare il caso esploso nell’aprile 2004, quando un insegnante e otto suoi studenti vennero condannati all’ergastolo per avere visitato siti internet proibiti.

Davanti a questo scandalo ci si aspetterebbe una “vibrata protesta” da parte della “democratica e liberale” Europa. Al contrario! Contro le proteste dei tunisini l’Unione Europea versò al governo un contributo di 2.15 milioni di euro “per il rilancio dell’editoria” nel paese, quattrini finiti nelle casse della stampa di regime. Non meglio agirono le Nazioni Unite che fecero svolgere proprio a Tunisi il vertice del WSIS, il summit dell’ONU per la libertà di stampa.

Accettando il perimetro e le regole del gioco fissate dal regime, prigioniera per di più dell’ideologia progressista e antislamista, la sinistra tunisina non pare poter uscire dal suo stato di minorità. In occasione delle recenti elezioni essa ha formato una coalizione unitaria, l’Iniziativa Nazionale per la Democrazia e il Progresso, coalizione che raggruppa il Movimento Ettajdid, il Partito Socialista di Sinistra, e l’ex maoista Partito del Lavoro Patriottico e Democratico. La coalizione alle presidenziali ha ottenuto 74.257 voti, un modesto 1,57%. Alle legislative ancor di meno. In realtà la coalizione avrebbe potuto ottenere almeno il doppio se il regime non ci avesse messo lo zampino, se cioè non avesse invalidato ben 13 delle 26 liste circoscrizionali, e se avesse consentito un regolare spoglio delle urne, rigidamente controllato dai suoi zelanti funzionari.

*Secondo i dati ufficiali forniti dal governo i suoi tre avversari alle presidenziali e che hanno ottenuto il restante 10,38% sono: Ahmed Inoubli dell'Unione democratica unionista (Udu) col 3,8%; Mohamed Bouchiha del Partito di Unità popolare (Pup) col 5,01% e Ahmed Brahim del partito Ettajdid, col 1,57% dei voti.


** I restanti 53 seggi, meno di un quarto del totale, vanno a sei partiti: Movimento dei democratici socialisti 16 seggi; Pup 12 seggi; Udu 9 seggi; Partito social-liberale 8 seggi; Partito dei verdi per il progresso 6 seggi; Ettajdid 2 seggi.



L'articolo è un redazionale dal sito del Campo Antimperialista.


La battaglia di Vienna e l'invenzione del cornetto.

La battaglia di Vienna

"Sarà sicuramente una coincidenza (ma per lo studioso cattolico Michael Novak non lo è affatto) che il primo 11 settembre consegnato ai libri di storia - in particolare quello del confronto tra il mondo cristiano e il musulmano - non sia stato quello del 2001 bensì l' 11 settembre del 1683, giorno in cui partì la controffensiva con la quale in trentasei ore le truppe dell' imperatore Leopoldo I, con il fondamentale aiuto di quelle del re di Polonia Jan Sobieski, travolsero e misero in fuga le decine di migliaia di turchi che agli ordini del gran visir Kara Mustafa da due mesi cingevano d' assedio la città di Vienna".
Comincia così l'articolo con il quale il 6 settembre del 2006 Paolo Mieli rievocava sul "Corriere della Sera" la battaglia di Vienna.
Mieli non spiega l'opinione di Novak. Lo facciamo noi: costui, malato di eurocentrismo, pensa che i terroristi islamici abbiano scelto l'11 settembre per attaccare New York, al fine di vendicare quell'antica sconfitta.
L'articolo consente a Mieli, l'amico di tutti i potenti (ma Berlusconi non se lo fila più), di elogiare la lungimiranza di un Papa che vuole unire l'Occidente contro il sultano e che poi riesce a vincere quella che chiama "l'ultima Crociata", cioè il quindicennio di controffensiva cristiana che seguì la grande battaglia; di favoleggiare su Marco d'Aviano, un cappuccino, un santone tipo Padre Pio che faceva miracolose guarigioni e predicava contro i Turchi come il fratacchione novecentesco predicava contro i Comunisti. Ma le cose che più lo attirano (per ovvie ragioni) sono il doppio gioco dei Francesi e la guerra psicologica messa in atto dal gran visir Kara Mustafa, il generale poi sconfitto, di cui rievoca anche la tragica fine.
Ecco uno stralcio della sua prosa:
"(Il sultano Mehmet IV) immediatamente chiese la testa di Kara Mustafa. La notizia raggiunse il Gran Visir che si trovava a Belgrado il 25 dicembre di quello stesso anno. La sua risposta fu: "Come piace a Dio". Restituì i simboli della sua Alta Autorità, il sigillo, il sacro vessillo del Profeta e la chiave della Kaaba alla Mecca. Fu strangolato da un emissario di Mehmet quello stesso giorno. Per il mondo cristiano era il Natale del 1683".

L'invenzione del cornetto

Nel paginone del Corrierone sulla battaglia di Vienna, la cosa più curiosa è comunque un "francobollo" su leggende e curiosità. Racconta in particolare la leggenda dell'invenzione del croissant da parte dei pasticcieri viennesi con la forma a cornetto proprio per ricordare la "Mezzaluna" turca sconfitta. 
I Polacchi dopo qualche secolo, in memoria di Jan Sobieski, il sovrano vincitore, gli intitolarono una marca di sigarette tuttora in vendita. Pare infine che Franciszek Jerzy Kulczycki, il quale aveva svolto coraggiose attività di spionaggio tra le linee turche, ottenesse in premio i sacchi di caffè abbandonati dagli Ottomani in rotta. Aprì la prima caffetteria viennese nel 1684.

Resisterville (Ettore Mo)


In due articoli (31 agosto e 6 settembre) Ettore Mo sul Corsera ha raccontato la storia dei militari Usa fuggiti dalla guerra in Iraq, che hanno cercato rifugio in Canada. Ne riprendoo qui un estratto.  La vicenda è molto interessante: la guerra irakena comincia ad apparire sempre più sporca di quanto non sembrasse perfino a noi, oppositori dichiarati. Chissà che non ci sia in giro qualche documento sull'indottrinamento dei soldati Usa in partenza per l'Iraq.   (S.L.L.)


Una combriccola di vecchi lievemente anarchici
Molti li defi­niscono, sbrigativamente, «disertori», altri preferiscono chiamarli «war resisters» (cioè resistenti, obiettori di coscienza contro i conflitti at­tualmente in corso in Iraq e in Afghanistan): sono circa 220 i soldati americani che, rifiutando di combat­tere per «una guerra ingiusta» hanno trovato rifu­gio in Canada, a Toronto. Ma di loro solo il 50 per cento ha fatto richiesta al governo di Ottawa di residenza permanente nel Paese, non avendo al­cuna intenzione di rimettere piede negli Stati Uni­ti. Il primo incontro è il soldato Jeremy Hinzman, nel pub Einstein, frequentato da una combriccola di goliardi e vecchi lievemen­te anarchici: "82esima Airborne Division. Ho firmato un contratto di 4 anni con l’esercito e sono stato subito destinato all’Iraq, dove c’era quel mostro di Saddam Hussein e dove c’erano anche, nascoste, centinaia di armi di distruzione di massa. Quest’ultima, una notizia falsa, gonfia­ta dalla propaganda. Io sono un quacchero e la mia coscienza non mi consentiva di combattere più a lungo in una guerra che lo stesso presidente Obama ha definito 'stupida' e 'ingiusta'. E così, nel gennaio del 2004, ho passato il confine insie­me a due compagni".

Sulla vicenda dei «disertori» americani l’atteg­giamento delle autorità canadesi è ambiguo. Do­po il ’69 e negli anni più ruggenti della guerra in Vietnam circa 55 mila soldati arruolati nell’eserci­to degli Stati Uniti varcarono la frontiera (lunga 8.891 chilometri) e si rifugiarono in Canada, ac­colti a braccia aperte dai canadesi e dal governo liberale di Pierre Trudeau, felice di offrire "un por­to di pace" a quei ragazzi usciti incolumi ma avve­lenati nell’intimo per aver combattuto una guer­ra in cui non credevano.
Venticinque anni, Jeremy Hinzman può vantar­si di essere il primo soldato americano ad aver messo piede su suolo canadese, a Toronto, nella regione Ontario. Ed è anche il primo ad aver af­frontato le autorità e il Canadian Immigration and Refugee Board per regolarizzare la propria po­sizione come immigrato. Ma la sua richiesta di es­sere accettato come «profugo politico» è stata re­spinta. Lo stesso è accaduto a una cinquantina dell’Army e dell’Air Force americani che sperava­no di ottenere la cittadinanza canadese. Il difenso­re e paladino di questa legione straniera accampa­ta sulle sponde dell’Ontario è Jeffry House, un av­vocato americano che si rifiutò di andare a com­battere in Vietnam ed ora vive a Toronto: "Vengo­no da me per chiedere aiuto ed io posso fare ben poco. Ma definirli 'disertori' è vi­le. Sono semplicemente profughi di guerra".

Non c'è nessuna scusa
Di tutt’altro parere è il ministro dell’Immigra­zione Jason Kenney e del suo governo presieduto da Stephen Harper. Insieme a Hinzman, definito dai suoi superiori «un soldato esemplare», altri sono stati colpiti dall’ordine di espulsione e vivono nell’ansia, in attesa che venga loro comunicata la data del prov­vedimento. Dal tem­po dell’invasione in Iraq, nel 2003, più di 25 mila soldati americani hanno disertato l’esercito Usa — un aumento dell’80 per cento rispetto al perio­do 1998-2003 — e che la maggioranza ha scelto il Canada come rifugio permanente.
Il caso che più appassiona l’opinione pubblica a Toronto è quello di Kimberly Rivera, che tutti chiamano Kim: una signora texana di 27 anni, ma­dre di tre figli, l’ultima — Katie — di appena otto mesi. È stata la prima donna-soldato ad abbando­nare l’esercito che l’aveva arruolata nel marzo del 2006 e l’aveva subito spedita in Iraq a svolgere mansioni di controllo e vigilanza a un posto di blocco militare: "Me ne sono andata proprio in segno di protesta contro quella guerra. E non s’illudano che, deportando­mi e mettendomi di fronte a un Tribunale milita­re, io cambi idea: che rimanga in Canada o ne ven­ga cacciata, quella è la mia opinione e la griderò ai quattro venti".
Come tanti altri, Kim era partita per l’Iraq con entusiasmo e speranza: "In quei tre mesi a Ba­gdad mi sono chiesta quale aiuto potevamo dare a quella povera gente. Mi faceva male vedere l’arroganza dei nostri militari. Non avevo scelta. Sono arrivata qui il 18 febbraio del 2007". L’avvocatessa che si occu­pa del suo caso non si fa troppe illusioni: "Non credo che il fatto che la sua bimba più piccola, Katie, sia nata in Canada favorisca il tentativo di ottenere la resi­denza permanente. Il suo rientro negli States comporterebbe problemi molto gravi. Con l’accu­sa di diserzione potrebbe finire in carcere per un paio d’anni. Neanche Obama potrebbe farci nien­te. La Corte marziale è inflessibile coi disertori".
Alcuni dei profughi militari vengono dall'Afghanistan. Commovente il racconto di Jules Tindungan, che è stato in Afghanistan dal gennaio 2007 al­l’aprile 2008: "Ho combattuto nei distretti di Gar­dez e di Khost. I talebani ci attaccavano anche due volte al giorno. Lassù tra quelle montagne c’era poco da mangiare e anche l’acqua scarseg­giava. Il 20 settembre del 2007 ho avuto confer­ma di aver ucciso un uomo. Erano passati sei gior­ni dal mio ventunesimo compleanno. Trascorsi una notte d’angoscia". Anche Chris Vassey ha combattuto per tre mesi in Afghanistan contro i talebani e racconta di avervi incontrato un giovane poco più che ven­tenne che s’era appena arruolato nell’esercito per avere, con l’ingaggio, la somma necessaria (30 mi­la dollari) al ricovero in ospedale della madre.
Nel suo libro The Deserter’s Tale (Racconto del disertore) che il "Los Angeles Times" qualifica come "un sostanziale contributo alla Storia", l’au­tore, Joshua Key, che dopo l’11 settembre s’era ar­ruolato nell’esercito per difendere il suo Paese da Al Qaeda, scrive: "All’inizio io credevo nella mis­sione in Iraq. Saddam Hussein era un mostro che andava tolto di mezzo e bisognava privarlo delle armi di distruzione di massa che erano nelle sue mani. Ma erano tutte balle. Non è stato trovato niente, in Iraq". Nel 2003 Key ha partecipato col suo plotone a 75 raid, irruzioni nelle case private col pretesto di snidare i terroristi, furti e rapine a mano armata, ed è stato testimone di un numero incalcolabile di delitti. A un certo punto racconta che, passeggiando per Bagdad, si è trovato di fronte a una "scena terribile": "Tutto quello che potevo vedere erano corpi decapitati e tra i corpi e le teste c’erano dei soldati americani. Ho visto due soldati prendere a calci una di quelle teste co­me fosse un pallone". E conclude: no, non c’è nes­suna scusa per quel che ho fatto in Iraq.

Una guerra ingiusta e illegale
Glissa Manning, celebre avvocatessa che da anni difende i disertori, qui eufemisticamente definiti War Resisters (resistenti alla guerra), spiega: "Per il Viet­nam c’era l’arruolamento obbliga­torio. Arrivava la cartolina precetto e dovevi presentarti al Comando: mentre l’esercito ame­ricano in Iraq è costituito in gran parte da vo­lontari che confluiscono per motivi economici o ideali. Solo che molti di loro, disgustati dalle nefandezze commesse in Iraq dai soldati ameri­cani, hanno abbandonato il campo senza abban­donare il Paese. È stato un problema di coscien­za. Non potevano più a lungo tollerare la conti­nua violazione dei più elementari diritti uma­ni » .
La maggior parte dei "resistenti" viene dall'Iraq e non ha mai combattuto in Afganistan. In generale tendono a distinguere tra quella guerra "giusta", "voluta dall'Onu" e quella in Iraq, nata dalla menzogna. Non si sa se ciò rientri nella strategia della piccola "legione straniera" per ottenere dal governo di Ottawa una risposta positiva. In effetti il fenomeno della diserzione è cominciato do­po l’invasione dell’Iraq: su questo sembrano concordare tutti, politici e militari. "Molti dei nostri soldati che s’erano arruolati prima — fa notare Michelle Rubidoux, portavoce dei War Resisters — contavano di rimanere nell’eserci­to e rispettare la clausola del contratto, che di solito li impegnava per quattro anni. Poi ci fu il patatrac. Si scoprì che i vertici militari avevano sfornato un sacco di menzogne. Delle armi di distruzione di massa strombazzate dalla propa­ganda, neanche l’ombra. Infine venne alla luce la vicenda sul comportamento dei soldati ameri­cani in Iraq. Ignobili. Tu che hai appena intervi­stato una dozzina di reduci dalle sponde dell’Eu­frate sai di cosa parlo".
In questo momen­to, mentre il Governo conservatore di Stephen Harper (Centro-destra) si attiene alla linea dura (deportazione negli Usa), il 64 per cento della popolazio­ne è favorevole alla richiesta di "residenza per­manente " avanzata dall’avanguardia dei Resi­stenti- Disertori. Ma neanche la (sommessa) ammissione di Barack Obama che, riferendosi all’Iraq, conti­nua a parlare di «dumb war», una guerra «stupi­da » e decisa «in fretta», e la denuncia dei falsi allarmi sulle armi di distruzione di massa e sul­l’alleanza fra i terroristi di Al Qaeda e il regime di Bagdad so­no riuscite ad «ammorbidire» il governo. Il ministro dell’Immigrazione Ja­son Kenney è da sempre convin­to che i War Resisters non so­no «autentici profughi o rifu­giati politici come intendono far credere» e «non subiscono affatto persecuzioni nei loro Paesi». Affermazione smentita dalle cronache più re­centi da cui risulta ad esempio che Robin Long, 25 anni, accusato di diserzione, è stato deporta­to negli Stati Uniti, dove sta scontando 15 mesi d’isolamento in un remoto accampamento mili­tare.

Negri di sabbia
A Toronto, i giudici canadesi si rifiutano di affrontare in Tribunale i processi contro i diser­tori, cominciati nel 2004. "Essi ritengono — spie­ga il legale dei War Resisters — che non sia lo­ro compito intervenire, dal momento che non si tratta di un’azione giuridica, destinata ad esa­minare caso per caso, ma di un processo essen­zialmente politico che riguarda, appunto, la po­litica estera degli Stati Uniti. La sola nostra spe­ranza è un riesame della situazione da parte del Governo Federale nei suoi rapporti con la Casa Bianca".
Nella sua aspra requisitoria, l’ex combattente Joshua Key dedica ampio spazio alla propagan­da americana e al suo tentativo di demonizzare e demolire gli iracheni, che «non sono uomini» ma semplicemente «sand niggers», negri di sab­bia. Gente che non ha niente in comune con il genere umano, dal momento che «tutti i musul­mani sono terroristi e tutti i terroristi sono mu­sulmani » . Bisogna dunque eliminarli: questo è il mes­saggio di pace che i soldati yankee, addestrati ed educati in caserma nello spirito della concor­dia universale, portano nelle giberne volando verso Bagdad. Chi si augurava, come milioni di pacifisti in tutto il mondo, che George W. Bush finisse in prigione, schiacciato dalle proprie re­sponsabilità, è rimasto deluso. Insieme a Jo­shua, sono in molti a chiedersi ora quale potreb­be essere la reazione dei Padri Fondatori di fron­te allo spettacolo odierno della loro America. Sgomento è forse la parola giusta.

23.11.09

La poesia del lunedì. Cesar Vallejo


Massa

Finita la battaglia
e morto il combattente, a lui venne un uomo
e disse: "Non morire, ti amo tanto".
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.
-
In due si avvicinarono e insistevano:
"Non lasciarci. Coraggio. Torna in vita".
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.
-
Accorsero venti, cento, mille, cinquecentomila
gridando."Tanto amore, e nulla si può contro la morte".
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.
-
Lo circondarono milioni di individui
con un prego comune: "Resta, fratello!".
Ahi, ma il cadavere seguitò a morire.
-
Allora tutti gli uomini della terra
lo circondarono, li vide il cadavere triste, emozionato:
si drizzò lentamente,
abbracciò il primo uomo, si avviò...
-
César Vallejo (Santiago de Chuco, Perù, 1892 - Parigi 1938)
Traduzione di Francesco Tentori Montalto, da Poeti ispanoamericani del 900, Bompiani

22.11.09

L'articolo della domenica. Il muro, Rossanda e Sansonetti.


La celebrazione molto in sordina, quasi un’omissione, dell’anniversario del Muro di Berlino su “il manifesto” ha molto irritato Rossana Rossanda, che ha preso di petto i suoi compagni di redazione in una sorta di requisitoria. 
La tesi è che in tutta la sinistra, “il manifesto” incluso, la rimozione della vicenda dell’Ottobre, dell’Urss e di quello che si chiamava movimento comunista internazionale, oltre che del comunismo come obiettivo pensabile, è “una resa non confessata all’egemonia della destra”. Per Rossanda la capitolazione è malamente nascosta da un “esorcismo”: il ripetere che questi “sono problemi del Novecento, superati dalle nuove realtà e dalle soggettività delle nuove generazioni”. A suo dire le due crisi parallele del modello sovietico e del compromesso socialdemocratico negli anni Settanta e Ottanta hanno prodotto in Europa una americanizzazione fondata sulle libertà politiche e la schiavitù sociale (giusta la formula di Hannah Arendt). Nel nuovo contesto “il manifesto” le appare una specie di Cuba, “isoletta socialista” che resiste nel non avere padroni, ma demotivata, divisa, subalterna alla ideologia dominante. Se il giornale non è capace di ritrovare, nell’analisi approfondita di quanto è accaduto, le ragioni del suo essere – lascia intendere Rossanda – il suo vivacchiare non serve a nessuno, neppure a chi lo fa.
La prima organica risposta a Rossanda non si è trovata sulle pagine del quotidiano comunista, ma su “Gli altri”. Il direttore Piero Sansonetti, senza reticenze, afferma che “l’errore che ha fatto fallire la rivoluzione di ottobre e cancellato il comunismo sta nella rivoluzione di ottobre e nel comunismo”, che il capitalismo è solo uno dei versanti nella storia della sopraffazione e che c’è ben altro da combattere (razzismo, sessismo, distruzione dell’ambiente eccetera eccetera), che l’obiettivo di ogni sinistra possibile dopo la caduta del muro non può che essere il massimo di libertà per tutti. Rossanda (e con lei “Ingrao, Tronti e tantissimi altri”) sarebbero prigionieri dell’idea che il problema principale della sinistra sia il radicamento nella classe operaia. “E’ un guaio” – scrive Sansonetti – “non perché il mondo sia cambiato (non solo perché il mondo è cambiato) ma perché neppure 50 o 90 anni fa le cose stavano così: il leninismo è stata una rovina per la sinistra”.
Ne consegue che i “pezzi” di nuovo pensiero politico (femminismo, ambientalismo, nonviolenza) non siano qualcosa gli ex comunisti dovrebbero accogliere e sottomettere al proprio pensiero, ma qualcosa dovrebbe cambiarli nel profondo e a cui dovrebbero sottomettersi. Secondo Sansonetti né Rossanda né Ingrao né Tronti sono disponibili a una simile svolta e “siccome tutta la generazione più giovane di intellettuali è subalterna al loro pensiero e al loro carisma, è l’intera sinistra ad essere rimasta senza la capacità di pensare”.
Il discorso di Sansonetti è inficiato da rozze semplificazioni. Annettere, senza riserve, Rossanda al leninismo è un falso. Chiunque conosca un po’ la storia del gruppo del “manifesto” sa che il primo articolo della rivista si intitolava Da Marx a Marx: una sorta di ritorno alle origini, che saltava Stalin e ridimensionava Lenin e l’Ottobre. Chi sa poco di storia, ma si occupa di comunicazioni, dovrebbe ricordare il magnifico slogan di una campagna pubblicitaria per “il manifesto”: la rivoluzione non russa.
Tuttavia lo sproloquio del direttore del “Gli altri” ha il merito di mettere i piedi nel piatto, di esplicitare il non detto che c’è nella linea di pensiero che da Occhetto arriva a Bertinotti. Occhetto, nell’anno che seguì la Bolognina, dichiarava di voler ricongiungere uguaglianza e libertà, pretendeva di ritornare all’Ottantanove del Settecento, quello della rivoluzione dei diritti, saltando non solo Lenin, ma anche Marx e la socialdemocrazia. Non era un caso che il nome scelto per la “cosa” (il nuovo partito che intendeva costituire), Partito democratico di sinistra, non contenesse alcun riferimento al socialismo, al movimento operaio e al lavoro e che il simbolo addirittura seppellisse sotto una quercia la falce e il martello, i simboli del lavoro manuale. L’Albero della Rivoluzione francese finiva così per sussumere, per contenere in sé quel tanto di buono che si riconosceva esserci stato nella storia del movimento operaio e peculiarmente nel Pci.
Quanto a Bertinotti, le ultime prese di posizioni in favore di una “sinistra di tutti” possono sembrare un ripiego dopo la sconfitta; ma sono in continuità con quelle (apparentemente radicali) del “movimento dei movimenti”, salutato come una “rivoluzione” da lui e dai suoi, Ferrero incluso. L’idea chiave era che la globalizzazione neoliberista, attaccando beni comuni, diritti consolidati, ambienti naturali e sociali, tradizioni e diversità, tendesse a comprimere tutte le conquiste di libertà (sociali, e civili, del lavoro, di genere). Non occorreva pertanto per rendere possibile un altro mondo né una classe generale né un progetto unificante: bastava che le tante vittime della globalizzazione e le opposizioni ideali (pacifisti, antirazzisti, ambientalisti etc.) si mettessero insieme senza diventare “masse”, ma restando “moltitudini”, cioè unità di diversi e di distinti.
Naufragata l’idea di “portare il movimento al governo”, Bertinotti, da sempre ostile all’unità dei raggruppamenti politici della cosiddetta “sinistra radicale”, obbligato dalla congiuntura elettorale, si convertì all’idea che occorresse una “massa critica”, rivelatasi in realtà un’ammucchiata opportunistica senza un barlume di progetto. Il Bertinotti di oggi vorrebbe tutti quelli di sinistra (anche Pannella, per esempio) insieme in un “soggetto politico” e non si spinge oltre; ma quel Sansonetti che egli chiamò alla direzione di “Liberazione” lo dice senza giri di parole: vuole un “partito democratico di sinistra”, una sorta di carovana come quella immaginata da Occhetto.
Quelli che a sinistra hanno cercato di resistere a questa deriva liquidatoria (i nomi fatti da Sansonetti sono quelli giusti) non sono meno critici di lui nel confronti degli sviluppi della Rivoluzione d’Ottobre o del “socialismo realizzato” e propongono un lavoro di scavo impietoso su tutta la tradizione comunista. Tronti lo cominciò subito, nel 1990, sulla “Rinascita” che dirigeva Alberto Asor Rosa, in due brevi saggi dal titolo emblematico Un revisionismo comunista (n.17, 3 giugno) e Grandezza e miseria del comunismo di Stato (n.38, 4 novembre). Rossanda partì con dieci note sul Pci e la “crisi del comunismo” (“il manifesto” 7 ottobre 1990) e arrivò alle “200 domande” di un testo nato per il dibattito interno alla redazione pubblicato sul quotidiano il 29 novembre 91. Nel 95 fu pubblicato Appuntamenti di fine secolo, il libro scritto a quattro mani da Rossana Rossanda e Pietro Ingrao, con l’intenzione di individuare i temi cruciali per la sinistra del dopomuro.
Nella ricerca spregiudicata di costoro molto c’è di discutibile (cioè degno di essere discusso), non certo la nostalgia per il comunismo sovietico o la sacralizzazione della classe operaia. Pubblicherò nelle prossime settimane quanto di quei testi datati mi pare tuttora utile al dibattito. Non voglio però sottrarmi al dire come la penso, ben sapendo che le opzioni di massima non sono una risposta e non possono sostituire né il movimento di lotta né la ricerca teorica, né l’organizzazione.
Primo. Comunismo sì o no? A me vent’anni fa piacque la formula della “rifondazione” cara a Sergio Garavini. Oggi quella parola è usurata e non si può più usarla. Ed anche per “comunismo”, data l’esperienza ricca e contraddittoria del ventesimo secolo, valgono più le controindicazioni che le indicazioni. Ma a una idea di società non basata sulla competizione ma sulla cooperazione ugualitaria, che non organizzi tutta la vita umana intorno alla proprietà privata e al mercato non si può rinunciare. Lo si chiami comunismo, socialismo, sole dell’avvenire o, se si vuole, Giorgio, un orizzonte è assolutamente necessario a chi voglia organizzarsi in un movimento di critica e di lotta contro lo stato di cose presente.
Secondo. Classe operaia o no? Anche qui non faccio questione di nomi, ma resto convinto che i lavoratori subordinati e sfruttati, in specie quelli manuali, restino il soggetto fondamentale della trasformazione. Me ne fornisce una riprova all’incontrario quanto è accaduto negli ultimi anni. Da quando la sinistra europea dice “non più welfare operaio, ma di tutti”, da quando invece che di lavoro preferisce parlare di “new labour” (nuovo lavoro) includendovi, come ha fatto Veltroni in campagna elettorale, anche i capitalisti, le cose vanno peggio non per i soli operai, ma per moltissimi altri. La classe operaia, finché è esistita come soggettività, ha avuto un ruolo determinante nell’affermazione di diritti sociali universali e degli stessi diritti civili. Da quando la sua forza è stata disgregata non si fanno più passi avanti e anzi si percepiscono segni evidenti di arretramento.
Terzo. Partito comunista, Partito socialista o Sinistra e libertà? L’arretramento di tutte le sinistre (in Europa, ma specialmente in Italia), a fronte del riemergere di tendenze autoritarie sul piano istituzionale, di strette antipopolari sul piano economico-sociale, di razzismi, sessismi, intolleranze di ogni tipo, esige la scelta di forma politiche aperte. L’analogia che mi viene in mente è quella dei Partiti socialisti di fine Ottocento, fondati su alcuni valori di fondo e fatti di tante forme organizzative (circoli operai e territoriali, gruppi culturali, giornali e riviste, organizzazioni sociali di base, cooperative, liste per le elezioni locali, rappresentanze parlamentari) e tanti orientamenti culturali e politici. Alla base c’era però la volontà di definirsi (cioè di separarsi) dalle altre forze di progressismo democratico e borghese; e di unirsi in un confronto teso all’unità, cioè a “fare massa”. In Italia non finì bene. Una maledetta spinta scissionistica operò fin da principio e incessantemente per decenni; altrove questo processo fondativo funzionò. Lenin e i leninisti hanno sempre espresso diffidenza per il “partito processo”. Pensavano a un partito con una teoria unificante, una dirigenza compatta, una disciplina militare. E’ un modello che è crollato col muro. Ma non per questo bisogna rassegnarsi a un piccolo, inutile partito meramente identitario, né accettare il modello del partito leaderistico (o addirittura personale), né pensare a una sorta di rassemblement di ristrette nomenklature senza seguito e di tipo puramente elettorale. Occorrerebbe che quanti sperano ancora in una sinistra politica e vorrebbero spenderci tempo, passione, fatica disinteressata, pur sapendosi e riconoscendosi diversi gli uni dagli altri si obblighino ed obblighino i piccoli capataz a stare insieme, a fare insieme proposte e battaglie, a maturare insieme orientamenti e linee politiche. Sono persuaso che nel confronto alla lunga vincerebbero le ragioni che mi spingono a vedere nei lavoratori la principale forza della trasformazione e nel comunismo il suo orizzonte.

19.11.09

Lei. Una poesia di Fernanda Romagnoli


Lei non ha colpa se è bella,
se la luce accorre al suo volto,
se il suo passo è disciolto
come una riva estiva,
se ride come si sgrana una collana.
Lo so. Lei non ha colpa
del suo miele pungente di fanciulla,
della sua grazia assorta
che in sè non chiude nulla.
Se tu l'ami, lei non ha colpa.
Ma io - la vorrei morta.


Fernanda Romagnoli nacque a Roma nel 1916 e vi morì nel 1986. Il suo libro più importante, Il tredicesimo invitato, da cui è tratta questa lirica, fu scelto nel 1980 da Attilio Bertolucci per Garzanti e pubblicato con prefazione di Sereni, ma il risvolto editoriale, per volontà dell'autrice, non riportava alcuna notizia su di lei. Qualche critico giunse ad attribuire le poesie a Bertolucci che dichiarò che alcune avrebbe voluto averle scritte.

Pozzanghera nera il 18 aprile. Una poesia di Rocco Scotellaro


Carte abbaglianti e pozzanghere nere…
hanno pittato la luna
sui nostri muri scalcinati!
I padroni hanno dato da mangiare
quel giorno, si era tutti fratelli,
come nelle feste dei santi
abbiamo avuto il fuoco e la banda.
Ma è finita, è finita, è finita
quest’altra torrida festa
siamo qui soli a gridarci la vita
siamo noi soli nella tempesta.
E se ci affoga la morte
nessuno sarà con noi,
e col morbo e la cattiva sorte
nessuno sarà con noi.
I portoni ce li hanno sbarrati
si sono spalancati i burroni.
Oggi ancora e duemila anni
porteremo gli stessi panni.
Noi siamo rimasti la turba
la turba dei pezzenti,
quelli che strappano ai padroni
le maschere coi denti.

Postilla
Rocco Scotellaro (Tricarico 1923 - 1953), figlio di un ciabattino, fu maestro e a 23 anni sindaco socialista del suo paese. Partecipò alle lotte per la terra, conobbe il carcere e morì giovanissimo. Lasciò incompleta un'acutissima opera sociologica (Contadini del Sud), un romanzo autobiografico anch'esso incompleto (L'uva puttanella), poesie e racconti. Fu Carlo Levi a pubblicare postume nel 1956 le poesie della raccolta E' fatto giorno.

18.11.09

L'istinto. Una poesia di Cesare Pavese.



L'uomo vecchio, deluso di tutte le cose,
dalla soglia di casa nel tiepido sole
guarda il cane e la cagna sfogare l'istinto.



Sulla bocca sdentata si rincorrono mosche.
La sua donna gli è morta da tempo. Anche lei
come tutte le cagne non voleva saperne,
ma ci aveva l'istinto. L'uomo vecchio annusava
non ancora sdentato, la notte veniva,
si mettevano a letto. Era bello l'istinto.



Quel che gli piace nel cane è la gran libertà.
Dal mattino alla sera gironzola in strada;
e un po' mangia, un po' dorme, un po' monta le cagne:
non aspetta nemmeno la notte. Ragiona,
come fiuta, e gli odori che sente son suoi.



L'uomo vecchio ricorda una volta di giorno
che l'ha fatta da cane in un campo di grano.
Non sa più con che cagna, ma ricorda il gran sole
e il sudore e la voglia di non smettere mai.
Era come in un letto. Se tornassero gli anni,
lo vorrebbe far sempre in un campo di grano.



Scende in strada una donna e si ferma a guardare;
passa il prete e si volta. Sulla pubblica piazza
si può fare di tutto. Persino la donna,
che ha ritegno a voltarsi per l'uomo, si ferma.
Solamente un ragazzo non tollera il gioco
e fa piover sassi. L'uomo vecchio si sdegna.



(da Lavorare stanca, in Opere di Cesare Pavese, volume I, einaudi, Torino 1968)

Per una preistoria dell'ozio produttivo (Salvatore Lo Leggio)

Nel 1990 una ex-allieva, laureanda in architettura, stava preparando una tesi sui caffè letterari. Sperando di ricavare dal dialogo qualche dritta, mi chiese di raccontarle qualcosa sugli spazi della comunicazione culturale nell’antichità. La conversazione, come era prevedibile, fu lunga e piena di divagazioni. Le promisi di mettere per iscritto qualcosa. Lo feci con questi appunti che della conversazione mantengono la disorganicità e che nelle intenzioni costituivano solo l’incipit di un più lungo discorso. Il testo è inedito. (S.L.L.)


Statua di Anacreonte

Nel saggio Sulla Rivoluzione, Hannah Arendt inserisce la storia dei rivoluzionari di professione secolo in quella, secondo lei ancora da scrivere, dell’ozio produttivo. Essi apparterrebbero alla stessa schiatta degli artisti e dei letterati moderni, che, pur essendo dei morti di fame, si concedevano il lusso di non lavorare per il proprio sostentamento. In realtà molti pittori e poeti dell’Ottocento e del primo Novecento, come tanti repubblicani, anarchici o socialisti, sono eredi degli hommes de lettres del Seicento e del Settecento, frequentatori dei salotti aristocratici, ma ammiratori della borghesia; ora però formano la bohème, poiché, per tutti loro, il termine bourgeois ha acquistato un significato odioso, estetico ed etico prima ancora che sociale e politico. Contro lo spirito borghese, essi si costruiscono nel bel mezzo di un secolo indaffarato e affannato della rivoluzione industriale un’isola d’ozio, di cui il caffè è luogo canonico. L’ozio consiste nel pensare, leggere, scrivere, conversare, progettare libri, quadri, spettacoli e sommosse.
Questa nozione di ’“ozio produttivo”, utilizzata dalla Arendt in riferimento all’età moderna, è in realtà presa di peso dall’antichità classica. E’ forse da scriverne la storia, ma possiede una preistoria paradossalmente ricca di documentazione scritta: l’otium delle civiltà classiche fornisce infatti alla modernità modelli e forme che è possibile ritrovare, modificate, nella cultura dei salotti settecenteschi come dei caffè ottocenteschi.


Lo spazio del simposio
Il termine otium è latino, ma la pratica risale al mondo greco e, in particolare, ateniese, ove la concezione del tempo è strettamente connessa con l’idea di libertà tipica della polis. E’ libero non solo e non tanto chi dispone della possibilità di movimento nello spazio, ma soprattutto chi è padrone del proprio tempo di vita: l’opposto di “libero” non è infatti prigioniero, ma "servo", schiavo.
Nel modello di “città” disegnato da Aristotele nella Politica si realizza una tripartizione funzionale: agli schiavi è assegnato il compito di produrre le condizioni della vita materiale, alle donne di generare ed allevare i futuri cittadini, ai cittadini quello di deliberare e governare. Il libero cittadino ateniese era talora costretto ad impiegare una parte del proprio tempo in attività economiche (gestione dei poderi, vendite, acquisti, speculazioni commerciali) ma non era questa la sua vera vita. Essa si realizzava pienamente solo nella politica, concepita non solo come diritto, ma anche come dovere. Con una generalizzazione forse eccessiva, Benjamin Constant individuò in questo obbligo il tratto che differenziava la libertà degli antichi da quella dei moderni, ove la prima è essenzialmente “libertà nella politica” e la seconda può anche essere “libertà dalla politica”.
In realtà l’iperpoliticizzazione della società ateniese non era affatto comune a tutte le città del mondo ellenico e, già prima di Pericle, nella vicina Ionia, s’era sviluppata l’idea che la libertà non si esaurisse nel ruolo di cittadino, ma che potesse esprimersi anche in un sapere disinteressato, nella ricerca della verità, nella conversazione colta, nel gioco amoroso o nella gioia del canto. Non casualmente la Ionia è considerata la culla della poesia lirica e della filosofia. Da lì giungono infatti le prime espressioni della ideologia della “convivialità”. Così Senofane, poeta e filosofo:

Sì, bisogna parlarne accanto al fuoco
d’inverno, sopra un morbido cuscino,
bevendo vino dolce, sgranocchiando
ceci tostati: “Chi sei? Da dove vieni?
Quanti anni hai, carissimo? Dov’eri

quando venne il Persiano?”
(traduzione di S.L.L.)


Così Anacreonte, il più celebrato cantore del banchetto, il quale dissente da chi “tracannando ampie sorsate da una coppa ricolma, parla di politica e di guerra” e dichiara di apprezzare solo chi è in grado di “accoppiare nel simposio gli splendidi doni delle Muse e di Venere”.
Anche ad Atene, del resto, la pratica conviviale giovava a temperare il sovraccarico di politica che spesso investiva la comunità. Il dialogo più bello di Platone, il Simposio, rappresenta una lunga, vivacissima conversazione sul tema “che cos’è l’amore”. Al di là dei temi propriamente filosofici, il testo si distingue per la colorita caratterizzazione dello svolgimento del banchetto, dei personaggi, dei lazzi e dei frizzi che lo animano. Ne è coronamento lo stupendo finale. Socrate, quando il vino e la conversazione hanno prosciugato a quasi tutti ogni energia, continua ad intrattenere gli ultimi due sopravvissuti, un tragediografo e un commediografo, sulla sostanziale identità tra la tragedia e la commedia. Poi, all’alba, quando anche questi interlocutori crollano, lui, che più di tutti ha parlato e bevuto, si leva dal divano e si reca a compiere le abituali occupazioni mattutine, il bagno e la palestra, fresco come una rosa.
Il Socrate di Platone anche negli altri dialoghi, anima con la sua conversazione insinuante tutti i luoghi dell’otium ateniese, dal simposio all’agorà, dal mercato alla palestra; è propriamente un costruttore degli spazi del sapere dialettico e comunicativo. Gli ambienti più diversi ne sono infatti come ristrutturati e rifunzionalizzati a contenitori dello scambio di saggezza. 
Non è un caso che, dopo Socrate, le principali scuole filosofiche prendano nome dai luoghi ove si pratica la “filosofia”, cioè la forma più alta di “ozio produttivo”, imperniata sulla difficile ricerca della verità. Così i seguaci di Platone si chiameranno Accademici dagli orti di un tal Accademo; quelli di Aristotele Peripatetici dal loro passeggiare intorno (peripatein) al Liceo, l’antico tempio d’Apollo; i discepoli di Zenone Stoici dal portico istoriato (Stòa poikiile), ove il maestro amava conversare; mentre il pensiero di Epicuro sarà detto “filosofia del giardino” dal luogo deputato dei banchetti filosofici. Fuori da questi spazi, più o meno chiusi, stanno i Cinici, così designati dai loro detrattori, perché come cani randagi bighellonano per piazze, trivi e mercati, animandoli con le loro polemiche anticonformiste (le cosiddette diatribe).
Fra i molti spazi per l’ozio produttivo del mondo greco centrale resta comunque quello del simposio. La parola significa “bere insieme” e il vino è al centro dell’esperienza comunicativa come l’infuso di caffè lo sarà spesso nel mondo moderno. Nella sala da pranzo (il peristilio), la più grande e decorata della casa, portate via le “prime mense”, cioè i tavoli apparecchiati con cibi solidi (carni, pesci, legumi e verdure), giungevano le seconde, quelle proprie del simposio, frutta secca, dolciumi ed altre leccornie, il cui scopo era di accompagnare e stimolare il consumo del vino, che a sua volta doveva creare le migliori condizioni per la conversazione e la comunicazione, per il canto, la poesia e l’immaginazione filosofica. Così Pindaro si rivolge al padrone di casa:

O Trasibulo, ti porto questo dono di canti.
Forse saranno per tutti riuniti 
uno stimolo dolce al frutto di Dioniso,
alle coppe ateniesi nel convito,
quando i tristi dolorosi pensieri 
emigrano lontano dal cuore
e tutti siamo come in un mare
un grande mare d’oro
e navighiamo verso le rive dell’inganno
e il povero diviene ricchissimo uomo. 
(traduzione di Enzo Mandruzzato)

L’inganno, la bella menzogna che fa ricchi, è appunto l’illusione che l’ebbrezza e la gioia creativa della immaginazione poetica e filosofica disegnano e costruiscono per colmare di senso i vuoti della vita.
Il tramonto della Grecia classica e l’avvento della civiltà ellenistica non intaccano, piuttosto consolidano e generalizzano a tutto il Mediterraneo le forme di otium nate in Atene e nella Ionia. Negli stati ellenistici (monarchie autocratiche o poleis formalmente indipendenti) il restringersi degli spazi di partecipazione politica dilata quelli della vita privata. E’ questa la base storica di filosofie meno legate al tradizionale concetto di cittadinanza, come lo stoicismo cosmopolita, o radicalmente impolitiche come l’epicureismo, che codifica la superiorità morale dell’otium rispetto al negotium.
Intanto nelle contemporanee società italiche, unificate dalla potenza romana, i modelli di comportamento provenienti dalla cultura ellenistica inducono novità e squilibri. Nel II secolo a.C. gli Scipioni raccolgono intorno alla loro potente famiglia una cerchia di amici, protetti e clienti, i quali praticano il grecian way of life. Il termine che si usa per designarla, circulus, ne segnala l’esclusività (il cerchio è figura perfettamente chiusa), ma le selettività dell’ambiente è data più dall’aristocrazia dell’ingegno che dalla condizione sociale o giuridica. Vi hanno accesso non solo esponenti della nobiltà gentilizia, ma anche plebei, liberti e perfino servi, soprattutto quando siano di origine ellenistica e di raffinata cultura.
Con poco successo e qualche contraddizione, Catone, alla testa degli antiellenisti, valorizza l’immagine del romano antico, buon cittadino, padre di famiglia e agricoltore, perennemente dedito agli affari e alla politica, fedele ad una tradizione (mos maiorum), che esigeva la gravitas (serietà) e limitava ogni forma di svago e di divertimento considerata contraria alla dignitas. La denuncia della capacità corruttrice dell’otium, inteso nei suoi vari significati (compreso quello di pace sul piano militare), resterà una costante della letteratura latina, soprattutto storiografica, ma è nella maggior parte dei casi un luogo comune populistico e moralistico, che non impedisce ai poeti, agli oratori, agli scrittori di storia di coltivare in proprio gli allettamenti che denunciano negli altri.
Nel I secolo a.C., infatti, i costumi ellenistici si propagano tra i ceti elevati: sempre più spesso i banchetti si svolgono alla greca e si diffondono la filosofia e la lirica d’amore. Gli aristocratici e i notabili legano a sé dotti e poeti attraverso il “patronato”, le loro case di città e di campagna diventano sempre più lussuose, decorate con affreschi e statue che riproducono modelli greci, e sono spesso luogo di incontro raffinato di filosofi, poeti e belle donne.
Cicerone tenta un’ardua conciliazione teorica tra otium e negotium nella figura dell’orator, persuasore dell’utile e del giusto. Mentre afferma il primato della politica, valorizza le lettere e le arti come manifestazione più alta della humanitas (ciò che fa di un uomo un uomo e lo distingue dalle bestie), le considera corredo indispensabile per l’uomo politico. Così ambienta nelle case e nelle ville signorili le opere filosofiche in cui espone, in forma dialogica, le dottrine dei Greci. Una di queste opere, le Tusculanae disputationes (“Conversazioni avvenute a Tuscolo”), si svolge proprio nella sua casa di campagna, ove amenamente si ragiona dei temi più ardui, l’anima, dio e molto altro.
Al compromesso ciceroniano si oppongono i giovani che simpatizzano per l’epicureismo e si dilettano con la poesia lirica. Uno di quelli che Cicerone chiama con disprezzo poetae novi, Catullo, pubblica un libretto di poesie in cui incondizionatamente si esaltano le gioie del banchetto, dell’amicizia letteraria, dell’amore e senza appello si condanna il moralismo ipocrita dei senes severiorum (i vecchi troppo severi). Anche nelle sue poesie, di quando in quando, si insinua il dubbio che follie e sofferenze d’amore possano nascere proprio dall’ozio (otium tibi molestum, “l’ozio ti fa male”, recita nel carme 51), ma il succo del messaggio è piuttosto il disimpegno dalla politica e la valorizzazione delle pratiche oziose di ogni tipo. Il carme 50 comincia con Heri, Licini, otiosi. La poesia racconta un incontro pomeridiano di Catullo con Licinio Calvo e la successiva notte insonne del poeta e ha come tema principale la gioia ed il desiderio della comunicazione poetica. L’otium cessa di essere pausa, sospensione, di essere al margine della vita, diviene qui il centro effettivo ed affettivo di ogni vivere autentico.

I calcinacci del muro e il fantasma di Craxi. Occhetto e Nencini a Umbrialibri.


Ho assistito domenica scorsa alla commemorazione della caduta del muro di Berlino di domenica 15, al teatro del Pavone, a chiusura di Umbrialibri 2009. Introdotti da Rometti e da Carnieri, Riccardo Nencini e Achille Occhetto hanno soprattutto raccontato e commentato gli effetti di quella caduta sulle sinistre italiane.

Il socialista Riccardo Nencini, nulla rinnegando del suo passato craxista, ha valorizzato il ruolo del Psi di allora che quell’evento aveva favorito appoggiando l’istallazione dei missili e si è detto orgoglioso di essere detentore di un piccolo “salvadanaio di memorie” consegnatogli personalmente da Ghino di Tacco. Per lui “la caduta del muro non ha messo in crisi le socialdemocrazie, che in Europa, dopo l’89, hanno vinto in molti e importanti paesi europei, dimostrando grandi capacità di rinnovamento”. La crisi del socialismo europeo ha altre cause e la crisi del socialismo italiano ha altri responsabili (non li dice, ma li lascia intendere: i capitalisti, i pubblici ministeri e soprattutto gli eredi del Pci).


Achille Occhetto, molto atteso dopo la sua rentrée a venti anni dalla Bolognina, non ha saputo far meglio che rivendicare il merito della “svolta”. Senza la sua tempestività e il suo coraggio – spiega – la forza del Pci si sarebbe dissolta. E invece è rimasta in campo. Gli errori, gravissimi, sono arrivati dopo, con la fine della carovana dell’Ulivo, unico strumento unitario e plurale capace di connettere i riformismi storici e metterli in grado, nella reciproca contaminazione, di affrontare le sfide del dopo muro. La parte più interessante del suo intervento riguarda, ancora una volta, i rapporti con Craxi. Racconta: “C’incontrammo più volte. Il nostro problema era come unire due elettorati che si odiavano. Io non potevo chiedere ai miei una rapida unificazione, mi avrebbero rincorso per strada. Gli suggerii di uscire dalla maggioranza: l’unificazione sarebbe stata favorita da un periodo di opposizione. Mi disse che, se fosse uscito dal governo, lo avrebbero rincorso i suoi”.


Due considerazioni. In primo luogo la denuncia dell’inguaribile provincialismo che spinge i due a considerare l’Italia l’ombelico del mondo (e a considerare se stessi l’ombelico d’Italia) e li porta ad archiviare senza un minimo di ragionamento la storia comunista del ventesimo secolo, una vicenda di ideali, di lotte, di errori ed orrori che ha coinvolto centinaia di milioni di persone. In secondo luogo il riemergere del fantasma di Craxi.


Forse giova ricordare qui alcune caratteristiche rilevanti del craxismo, una “mutazione genetica” del socialismo italiano che non è riducibile a tangentismo e cleptocrazia.


Primo: l’attacco ai salari e al sindacato. L’offensiva contro la scala mobile fu l’inizio di un ridimensionamento del peso degli operai nel movimento sindacale e della divisione tra le confederazioni. Non è un caso che oggi, nel governo Berlusconi, Sacconi e molti altri ex socialisti si considerino, nelle loro politiche di attacco al contratto nazionale e alla Cgil, i veri eredi della tradizione craxiana. Dal momento dell’abolizione dei due punti di scala mobile è cominciato, infatti, un gigantesco spostamento di risorse economiche dai redditi dei lavoratori dipendenti in direzione delle rendite e dei profitti, una vera controrivoluzione che ha riportato i salari italiani ai livelli più bassi d’Europa (processo che neppure i governi Prodi e D’Alema hanno saputo o voluto contrastare). Molti anni fa Vittorio Foa, in polemica con Lama, sostenne che, se il salario non è una variabile indipendente, esso tuttavia misura i rapporti di forza tra capitale e lavoro nel processo produttivo. Con il craxismo è iniziata, allora, un’offensiva dei ceti proprietari che ha sottomesso il lavoro e che, togliendo ai lavoratori poteri, ha iniziato a ridurre diritti e protezioni sociali per tutti i gruppi sociali subalterni.


Secondo: la tendenza a concentrare i poteri nell’esecutivo ed alla semplificazione autoritaria della politica. Certo al tempo di Craxi si era ai primi passi di un cammino, ma gli stivaloni del “cinghialone” anticipavano lo strapotere mediatico del Cav.


Terzo: la deriva securitaria. Forse pochi lo ricordano, ma la legge Jervolino-Vassalli (poi abolita con referendum), che introduceva una linea proibizionista sulla marijuana, fu voluta da Craxi appena tornato dall’America ove s’era incontrato con Reagan ed era rimasto ammirato della “tolleranza zero di Giuliani”.


Su tutto questo i due hanno taciuto, ugualmente incapaci di ragionare sul “socialismo reale” di Stalin e Brezhnev come sul “socialismo reale” di Bettino Craxi.

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