25.3.10

Acireale. Quegli scemi degli scout!

Ho preso da "La periferica", un mensile catanese cartaceo e on line, la notizia che qui riporto. Niente di straordinario: questa degli scout acitani è una piccola, santa provocazione. Ce ne fossero! (SLL)

Sabato 27 Marzo dalle ore 17:30 il gruppo scout Agesci "Acireale 5" organizza una veglia in ricordo delle vittime di tutte le mafie.

L’Acireale 5 invita tutti i partecipanti a riscoprire il "dovere della scemenza" che così viene spiegato nel loro invito:

“Secondo i canoni della nostra civiltà, essere scemi non è una gran bella cosa, anche perché ci si ritrova inevitabilmente sempre collocati dalla parte dei perdenti, un po’ come gli eterni sognatori, gli illusi ad oltranza, gli idealisti incrollabili, i boy scout che fanno attraversare la strada alla vecchina di turno. L’unico complimento che uno scemo può ricevere è quello di essere un ingenuo, una persona innocua e, proprio per questo, insignificante in un mondo che è diverso, più complicato, difficile, spesso cattivo e violento. Eppure la scemenza serve, eccome.

Ci serve per continuare a ricordare i morti delle stragi mafiose. Ci serve per continuare a ribadire che la legalità è un diritto. Ci serve perché la “scemenza” è un arma che mette a nudo la “furbizia” di chi fa il male. Ci serve perché da significato al fazzolettone che teniamo al collo e dà contenuto civico alla nostra Promessa. Possedere questo tipo di “scemenza” per noi è dunque anche un dovere, il segno della nostra folle diversità, la speranza di una Sicilia che smette di fare l’occhiolino ai furbi e ai prepotenti, una Sicilia che vuole svegliarsi “scema”, orgogliosa di dimostrare con i fatti il suo amore per la legalità e la giustizia”.

24.3.10

Simone Weil e l'Iliade. Vincitori e vinti.

Poche settimane dopo l’inizio della guerra, nell’autunno del 1939, Simone Weil scrive il suo L’Iliade ou le poème de la force. E’ un commento, anche puntuale, a molti passi e passaggi del poema omerico, ma è anche una meditazione sulla forza nella sua manifestazione estrema, la guerra. Il saggio si trova, con la traduzione italiana di Cristina Campo in La Grecia e le intuizioni precristiane, edito da Borla nel 1967 e molte volte ristampato, ma io ne ho preso conoscenza in “Linea d’ombra” del Novembre 1988, che ne riportava un ampio stralcio. Qui ne posto solo due frammenti, l’incipit e il brano che coglie la peculiarità (e insieme l’attualità) del sentimento che ispira i canti omerici. Troppo poco per sostituirsi a una lettura diretta, ma abbastanza per invogliare a farla.

Il poema della forza

Il vero eroe, il vero argomento, il centro dell’Iliade, è la forza. La forza adoperata dagli uomini, la forza che piega gli uomini, la forza dinanzi alla quale si ritrae la carne degli uomini. L’anima umana vi appare continuamente modificata dai suoi rapporti con la forza: travolta, accecata dalla forza di cui crede disporre, si curva sotto l’imperio della forza che subisce. Chi aveva sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse ormai al passato, ha voluto vedere in questo poema un documento; chi sa discernere la forza, oggi come un tempo, al centro di ogni storia umana, vi trova il più bello, il più puro degli specchi. La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa. Quando sia esercitata fino in fondo, essa fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale della parola, poiché lo trasforma in un cadavere. C’era qualcuno, e un attimo dopo non c’è nessuno. E un quadro che l’Iliade non si stanca di presentarci.

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Vincitori e vinti

La straordinaria equità che ispira l’Iliade ha forse esempi a noi sconosciuti, ma non ha avuto imitatori. A malapena ci si accorge che il poeta è greco e non troiano. Il tono del poema sembra portare testimonianza diretta dell’origine delle parti più antiche, la storia forse non ci darà mai chiarimenti su questo punto. Se si crede con Tucidide che ottant’anni dopo la distruzione di Troia gli Achei soffersero a loro volta una conquista, ci si può chiedere se quei canti, dove il ferro non è nominato che raramente, non siano i canti di quei vinti, tra i quali alcuni forse presero la via dell’esilio. Costretti a vivere e morire «ben lungi dalla patria», come i Greci caduti dinanzi a Troia, perdute come i Troiani le loro città. ritrovavano se stessi così nei vincitori, che erano i loro padri, come nei vinti la cui miseria somigliava alla loro: la verità di quella guerra ancora vicina poteva mostrarsi loro attraverso gli anni, non velata dall’ebrietà dell’orgoglio né dall’umiliazione. Potevano figurarsela insieme da vinti e da vincitori e conoscere in questo modo ciò che mai né vincitori né vinti hanno conosciuto, gli uni e gli altri essendo accecati. Tutto questo non è che un sogno; non si può che sognare su tempi tanto remoti.

Sia come sia, questo poema è una cosa miracolosa. In esso l’amarezza verte sull’unica giusta causa di amarezza: la subordinazione dell’anima umana alla forza, vale a dire, in fin dei conti, alla materia. Questa subordinazione è la stessa in tutti i mortali, sebbene l’anima la porti diversamente secondo il grado di virtù. Nessuno vi si sottrae nell’Iliade, così come nessuno vi si sottrae sulla terra. E nessuno di coloro che vi soccombono è per questo considerato spregevole. Tutto ciò che all’interno dell’anima e nei rapporti umani sfugge all’imperio della forza è amato, ma amato dolorosamente per quel pericolo di distruzione continuamente sospeso. Tale lo spirito della sola autentica epopea che l’Occidente possieda. L’Odissea non sembra essere che un’eccellente imitazione, ora dell’Iliade ora di poemi orientali; l’Eneide è un’imitazione che, brillante finché si vuole, è disabbellita dalla freddezza, dalla declamazione, dal cattivo gusto. Le chansons de geste non seppero raggiungere la grandezza per mancanza di equità; la morte di un nemico non è sentita. dall’autore e dal lettore della Chanson de Roland, come la morte di Rolando.


Attila Jozsef. Due poesie e un frammento narrativo.

Attila Jozsef (Budapest, 1905 – Balatonszárszó, 1937)

Un’infanzia infelice. Una giovinezza ribelle. Qualche segno di schizofrenia. Una fine tragica: sotto un treno sul binario ove s’era sdraiato. Forse un suicidio. E’ indicato come “uno dei più grandi poeti di tutti i tempi”. Immagino che sia difficile rendere in italiano la sua poesia che, a detta di storici e critici, riesce ad essere sintesi di poesia moderna e patrimonio folclorico, una sorta di equivalente lirico di Béla Bartok. E poi c'è il rapporto con il marxismo, con Croce, con la psicanalisi.

Una buona antologia poetica è quella degli Oscar Mondadori. La raccolta di prose che conosco risale al 1988. Con il titolo La coscienza del poeta venne pubblicata da Lucarini per la cura di Beatrice Tottossy. Contiene saggi teorici, memorie, lettere. Particolarmente interessanti quelle a Flora Kosmutza e a Edit Gyomroi, la psicanalista che lo ebbe in terapia.

Metto qui a disposizione due poesie e un frammento narrativo. (SLL)

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Due poesie

1.

Nello stretto cortile, lentamente,

come dal fondo di un pozzo, ora la luce

ritira la sua rete.

Già l’ombra ha sommerso la nostra cucina.

Sui cenci oleosi del cielo

si ferma e sospira la notte;

poi scende dalla città nei sobborghi,

poi si incammina attraverso la piazza

ed accende un po’ di luna, che arda.

L’umidità fruga nel buio,

fa piombo la polvere della strada.

La bocca dell’osteria vomita una luce guasta;

la sua finestra ha un riflesso di pozzanghera.

Tutto è umido, tutto è pesante.

La muffa disegna la carta

geografica dei paesi della miseria.

Il tuo vento umido e appiccicoso è come

lo sventolio delle lenzuola sporche,

o notte!

Penzoli dal cielo come sulla fune il cotone sfilacciato,

come sulla vita la tristezza,

o notte!

Grave è la notte! Pesante è la notte!

Così dormo, o fratelli, pure io.

Che la sofferenza non morda l’anima nostra,

né il corpo ci pizzichino le cimici.

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2.

Ti lacero come la bufera il bosco.

Devi gemere e stormire. Bada: è un combattimento.

Non spezzarti, perché le mie lacrime amare

non sgorghino sul tuo tronco mutilato.

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Il desiderio prosciuga, come la calura il ruscello.

L'amore scaturisce sempre più dal profondo.

Non vorrei calare, perché le tue amare lacrime

non formino nel tuo grembo sfrenato un mare.

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Acqua fredda sul vetro caldo

Nella mia infanzia un giorno sentii dire che se si schizza acqua fredda sul vetro caldo, questo si spacca. La sera stessa, non appena mia madre ebbe messo i piedi fuori della cucina, mi detti a verificare la verità di tale tesi. Schizzai un pochino d’acqua sul vetro della lampada. Il vetro si ruppe, io m’impressionai, mia madre a sua volta rientrò. Sorpresa e scossa, mi investì: “Tu, tu… perché hai rotto il vetro della lampada?”. Io ascoltavo il rimprovero a occhi bassi e mi prendevo, sempre più ostinato il diluvio degli schiaffi. Quel silenzio particolarmente cocciuto doveva irritare mia madre. “Perché hai rotto la lampada?”. Cosa potevo rispondere? Sarebbe sembrata la bugia più spudorata se avessi detto la verità: “non ho rotto io il vetro della lampada!”. Si era spaccato da sé perché “se si schizza acqua fredda sul vetro caldo, questo si spacca”. Vero che l’acqua fredda l’avevo schizzato io, ma non perché volessi rompere il vetro, bensì per vedere se era vero quello che avevo sentito e che mi aveva fatto tanta curiosità da indurmi a verificarlo. La punizione la sentivo molto ingiusta…

Domenico Savio, Mao Tse Tung e il condono edilizio.

C’è già accaduto, in questo blog, di parlare del disegno di legge Pdl che ha come prime firme Nespoli e Sarro in un post intitolato Il fantasma di un nuovo condono edilizio (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/03/il-fantasma-di-un-nuovo-condono.html), ma c’è qualcuno a cui il disegno di legge non basta e che grida all’inganno elettorale. Dice: “I magistrati, ad Ischia, stanno già disponendo gli abbattimenti. Se si vogliamo fermarli, il disegno di legge non serve e nemmeno la legge elettorale proposta dalla ministra Carfagna. E’ indispensabile un decreto legge”.

L’uomo che fa queste dichiarazioni ha il nome e cognome di un santo, Domenico Savio, ma non ne è diretto discendente; tanto più che quello, a stare alla leggenda, morì giovane senza aver mai peccato di fornicazione, neppure solitaria. “La morte ma non peccati” era il suo motto ed il peccato per i preti è sempre quello lì.

Il Domenico Savio attuale non è santo; non è neppure un ultras del berlusconismo; e neanche un di quegli agitatori fascistoidi che di quando in quando agitano i paesi del Sud pretendendo il “libero abuso in libero Stato”. E’ invece segretario nazionale del Partito Comunista Italiano Marxista –Leninista, la cui sede è a casa sua, nel comune di Florio dell’isola d’Ischia. E’ un fan di Mao ed in questa veste è stato ospite in Tv de “L’incudine” di Claudio Martelli e lì ha pronunciato un solenne elogio del Grande Timoniere. Dice che il partito di cui è fondatore e presidente è l’unico partito vero maoista d’Italia, suscitando l’ira e la furente risposta di un altro piccolo gruppo di ml, che ha la sua sede in Firenze e il suo capo in un tal Scuderi. Hanno diffuso nella rete una biografia di Savio in cui gliene dicono di cotte e di crude e lo chiamano “illusionista imbroglione trotzkista”. Tra le altre accuse quella di aver lodato, in un lontano congresso di un partito ml, “l’opportunista e trotzkista Ludovico Geymonat”.

Fino a qui tutto molto pittoresco: sia Domenico Savio che i suoi accusatori. Ma sulla questione del decreto sanatoria l’omino sembra muovere interessi e riscuotere consensi. Secondo “L’espresso” che gli ha dedicato un pezzetto nella rubrica “riservato” Savio “coordina dalla sua abitazione ischitana rosso fuoco, sormontata da bandiere, la protesta contro le demolizioni delle case abusive”. L’ultimo suo proclama così recita: “Cari cittadini della Campania e dell’isola d’Ischia, per salvare le nostre case dagli abbattimenti non ci resta che continuare a lottare con forza e coraggio come fatto sino ad ora, per chiedere e ottenere l’approvazione ad horas di un Decreto Legge che se non dovesse esserci immediatamente, subito dopo le elezioni riprenderanno con maggiore vigore e disumanità, giusto il tempo che termini la miserevole tregua elettorale voluta dai partiti politici per cercare di lenire le ferite aperte nella popolazione con gli abbattimenti delle settimane scorse e per tentare di arginare la forte e senza precedenti volontà astensionista degli elettori”. Pare che questa sua battaglia non sia del tutto disinteressata. Sua moglie ha presentato istanza di sanatoria al Comune di Forio. "Nulla di strano", sostiene Savio, "qui il territorio è ingessato da troppi vincoli. La mia consorte, tra l'altro, ha ampliato un fabbricato di 150 anni fa. Non ha abbattuto alberi". “L’Espresso” commenta: “A Ischia la costruzione ex novo di una casa illegale da 100 mq. non costa meno di 200 mila euro, comprensivi del lavoro a nero degli operai”.

Un camallo chiamato Maciste. Bartolomeo Pagano, il re della forza.

Nel 1914 fervevano i preparativi per Cabiria, il primo (e forse il più grande) kolossal del cinema italiano. La torinese Itala Film, che produceva la pellicola,aveva affidato a Gabriele D’Annunzio l’onere delle didascalie a caro prezzo. Il vate aveva deciso: “L’eroe romano dell’azione si chiama Fulvia Axilia. Il suo compagno strapotente è un liberto, del paese prode dei Marsi, nomato Maciste (che è un antichissimo soprannome del semidio Ercole)”. Di codesto soprannome di Ercole non si trovano tracce certe e probabilmente rientra in quella “reinvenzione del passato” che fu specialità moderna, modernissima, quasi post-moderna, del poeta “multanime”.

Il casting lo faceva Pastrone, produttore, ideatore e regista di Cabiria, e per quel ruolo aveva rifiutato lottatori greco-romani e sollevatori di pesi che si erano cimentati col provino. Voleva un “uomo del popolo” più che un atleta, ed era esigente. Paolo Cherchi Usai che ne ha scritto la biografia così racconta l’affannosa ricerca: “Preoccupato, il produttore orienta diversamente le sue ricerche, sguinzaglia degli esploratori. Giungono le prime segnalazioni, accompagnate da testimonianze fotografiche. Un pompiere di Milano dà buon affidamento per la fisionomia aperta, ma è un filodrammatico; e Pastrone esige un primitivo. Un facchino di Trieste rappresenterebbe l’ideale se non bevesse: non si può contare a lungo sulle sue prestazioni. Bocciato. Finalmente da Genova un amico gli segnala un “gamalo” del porto. Si chiama Bartolomeo Pagano, è un buon figliuolo, la sua forza è eccezionale, ma sa sorridere luminosamente, possiede una magnifica dentatura ed è di una spaventosa ignoranza. L’ideale”.

Scritturarlo, a quanto si può leggere nel sito “In penombra”, non fu però così facile: “Si avvicinarono, lo guardarono negli occhi, lo squadrarono per ogni verso, un poco anche indiscreti, tanto che Bertumè tagliò corto e chiese: «Spedizionieri? C’è qualche bastimento in arrivo o in partenza? Io sono il caporale della squadra. Se credete che possiamo farcela, affidateci il lavoro». Ma i componenti della singolare commissione, ingiunsero: «Venite con noi. Dove abitate?». Questa volta sul bel volto di Bartolomeo Pagano, si dipinse una certa inquietudine. Che volevano quei bellimbusti? Forse erano dei questurini e c’era di mezzo qualche pasticcio? Un paio d’ore dopo, Bertumè, nella casetta nascosta fra le serre luciccanti di Sant’Ilario alto, si vide attorniato da quei signori, decisi e persino un poco arroganti. Gli stesero davanti un mucchio di carte e cominciarono a parlare di cinematografo. Ebbe un sospiro di sollievo, finalmente sicuro che la sua onestà di lavoratore non correva rischi d’essere messa in discussione, ma nel tempo stesso dal suo vasto petto uscì una lunga, sonora risata. E questa fu la risposta: «Lasciatemi in pace. Io non ne so un’acca di tutti questi imbrogli e non ho mai visto un film. Ho ben altro da fare». A nulla servirono parole, lusinghe e promesse. I cinematografari dovettero tornare parecchie volte a Genova. Finalmente, quando il Pagano fu certo — e glielo misero per iscritto davanti a un notaio — che avrebbe comunque assicurata la paga giornaliera di portuale, e che tornando, a film finito, avrebbe ritrovato il suo posto, cedette alle pressioni. Erano stati proprio i suoi compagni di fatica a insistere di più. Gli dicevano, inorgogliti: «Prova Bertumè, prova. Verremo anche noi, a vedere. Capisci o no che è un onore per i Caravana e per tutti?». Fu così che finalmente, tolto dalla cintura di cuoio il gancio — lo strumento tradizionale del lavoratore del porto — si decise a presentarsi a Torino, dove, diceva lui, «si fabbricano gli uomini e si inventano tutte le storie più bugiarde»”.
Pare che a Torino l’istruttore ginnastico dell’Itala Film, un ballerino di nome Cassiano, fece un po’ di fatica a costringere la sua muscolatura nell'abito stretto e che Pastrone dovette rimediargli un po’ di elementare istruzione. Ma alla fine il film fu girato e proiettato.

In rapporto alle aspettative e all’impegno finanziario profusi oggi Cabiria si direbbe un flop, ma il personaggio di Maciste e l’uomo del popolo forte e sorridente che lo interpretava ottennero attenzione e successo. Per una dozzina d’anni, Maciste, sottratto all’antichità romana, divenne il personaggio protagonista di decine di film e lo si vide, di volta in volta, bersagliere, poliziotto, imperatore, alle prese con gl’indigeni brasiliani o con gli assassini dello sceicco. I fascisti lo usavano come simbolo dell’Italia forte e vigorosa che pretendevano di rappresentare, ma il suo interprete, Bartolomeo Pagano, non volle prendere la tessera. Il figlio Oreste testimonia: “Non era certo il tipo da mettersi da quella parte lì. Lui rimpiangeva molto i tempi prefascisti: ammirava Giacomo Matteotti… e per lavorare non aveva bisogno della tessera”. Tanto più che nel 1926, quando aveva 48 anni, cessato per la crisi dell’industria cinematografica il suo impegno d'attore, tornò a Genova. Lo aveva detto: “Sono un camallo che non ha mai smesso di lavorare con le mani, anche se passando di grado avrei potuto farlo. Adesso c’è il cinema. Io faccio quel che c’è da fare lì, e poi ritorno”. Non potè riprendere il lavoro, perché il diabete e il cinema (lavorava senza controfigura) ne avevano indebolito la forza, ma tornò a giocare a scopone e a bocce, a parlare di navi, di carichi, di sacchi da trasportare alla Società di mutuo soccorso di Sant’Ilario, cui s’era iscritto tanti anni prima, quando questa era apertamente un covo di socialisti. Stefano della Casa scrisse su “Fuorilinea” del gennaio 1993 che egli ritrovava l’identità soprattutto nel suo essere sociale, che aveva l’orgoglio del proprio lavoro, tipico del salariato che non conosce ancora il taylorismo e la catena di montaggio, e che si ritrovava pienamente solo in quelle strutture (la Carovana, la Società di Sant’Ilario) dove forte era il senso di solidarietà e di appartenenza di classe. I camalli vecchi e nuovi con cui trascorreva le serate guardavano a lui come a un mito vivente, ma con più affetto che riverenza. E si racconta che la gente di Genova, quando senescente lo vedeva passare per gli stretti “caruggi”, si voltasse ancora meravigliata a guardarlo e che, più che Maciste, lo chiamasse “il gigante”. Morì nel 1947.

Strumenti di tortura. La mordacchia.

La “mordacchia” detta anche “bavaglio di ferro” è uno strumento di tortura tipico del tempo dell’Inquisizione (quella riprodotta è una copia ottocentesca di un esemplare tedesco di metà Cinquecento). Non serviva però all’inquisizione, cioè a strappare ai torturati la confessione di un qualche crimine, ma agli inquisitori e più in generale agli sbirri perché potessero conversare tranquilli senza dover ascoltare le grida, spesso fastidiose e protratte, dei prigionieri. Consta di una “scatola” di ferro che viene forzata in bocca alla vittima e di un collare che permette di stringerla. Spesso i condannati al rogo venivano condotti a morte così imbavagliati in particolare durante i fastosi ed affollati autodafé per evitare che gli eretici o le streghe disturbassero con le loro grida l’esecuzione della musica sacre. Secondo le cronache del tempo anche Giordano Bruno andò al patibolo indossando una mordacchia munita di due lunghi aculei di cui uno perforava la lingua, mentre l’altro spaccava il palato. L’immagine è tratta dal catalogo di una mostra di strumenti di tortura che fu ospitata a San Marino e in diverse città italiane tra il 1983 e il 1984. L’ho pubblicata con questo breve commento perché ho l’impressione che in un modo o nell’altro vogliano tornare a mettercela.


23.3.10

La bestia ferita. Berlusconi alle elezioni.

“Regime reazionario di massa”. L’espressione paradossale fu usata negli anni Trenta da Togliatti, nelle sue Lezioni sul fascismo. Coglieva una contraddizione intrinseca del Regime: esso da una parte consolidava i privilegi delle classi proprietarie e impediva agli operai e ai proletari ogni libertà di organizzazione e di lotta, ma dall’altra aveva bisogno di irreggimentare e, all’occorrenza, mobilitare le “masse”, di estendere il dominio dalla vita pubblica alla vita privata. In questo i “regimi” del Novecento (il fascismo e il nazismo più del falangismo) rivelavano la loro modernità e si mostravano diversi dalle forme tradizionali di reazione autoritaria, militarista e poliziesca del passato. Quelli escludevano con la forza i ceti popolari da ogni partecipazione politica e ne favorivano una totale atomizzazione e passivizzazione; il fascismo invece, se bloccava con la violenza il farsi “classe” degli operai e dei proletari, li integrava come singoli e come gruppi nella “totalità” della “Nazione” attraverso le corporazioni e il dopolavoro.

Momento fondamentale della direzione delle masse erano le grandi manifestazioni, nelle quali si realizzava un rapporto diretto tra il “capo” e il “popolo”, un rito collettivo di identificazione in cui era importante anche la quantità. “Il numero è potenza” – era la frase del Duce utilizzata come slogan per la campagna demografica, per spingere gli italiani a prolificare. Ma vale a comprendere anche il significato delle “adunate oceaniche” davanti a palazzo Venezia e la loro moltiplicazione nelle città e nella provincia in occasione delle visite del Duce o surrogando la sua presenza fisica con l’amplificazione dei discorsi radiofonici o la proiezione dei Film Luce. L’“essere in tanti” dà a chi partecipa un’impressione di forza, come è ben evidente anche in movimenti collettivi progressisti e di sinistra; la differenza è che nelle autocrazie totalitarie (stalinismo incluso) il rapporto di ciascuno con gli altri non è mai diretto, ma mediato dal “capo”, il demiurgo, l’artefice che dà “forma” oltre che forza a una massa di per sé informe oltre che inerte.

Il berlusconismo, seppure in linea con questa tradizione, presentava un grande elemento di novità connesso alle sue origini telecratiche. Le organizzazioni di massa, come pure le adunate oceaniche, non sembravano più necessarie, visto che a plasmare ideologicamente il “pubblico” era la scatola maledetta che entra nelle case e s’insinua nelle teste, con lo stesso meccanismo di persuasione e di imbonimento che presiede alla pubblicità. Da qui il disprezzo dei berlusconidi per i partiti strutturati e per le organizzazioni di massa, ritenuti strumenti arcaici ed obsoleti, praticamente inservibili.

Il “piazzista”, insomma, non ha mai avuto bisogno di grandi spazi all’aperto e della connessa numerica potenza: gli bastava e gli avanzava la piazza mediatica. Del resto con un'azzeccata sceneggiatura era sempre possibile mostrarlo tra folle osannanti e sottolineare così l’inscindibile legame con il popolo minuto. Tutto ciò gli consentiva di irridere sprezzante le grandi piazze della sinistra. Al tempo di Cofferati, quando masse di lavoratori e cittadini riempirono spazi enormi attorno al Circo Massimo, il Cavaliere si permise di dire:“E se anche fossero un milione? Vuol dire che 57 milioni di italiani sono rimasti a casa!”.

E’ solo agli inizi del secondo governo Prodi, quando era in evidente difficoltà, che l’ometto di Arcore si pose il problema della piazza e indisse una manifestazione centrata su presunti brogli elettorali della sinistra (proprio mentre lui stava al governo e controllava ministeri e prefetture!). I suoi giornali e le sue televisioni parlarono di un successo e la piazza fu effettivamente riempita, ma assai al di sotto delle cifre che si sparavano. Oltre tutto mancò l’apporto dell’Udc, il che segnalava una grave debolezza politica. Si parlò allora di un declino di Berlusconi almeno fino a quando non concorsero a rilanciarlo le ricorrenti tensioni nel centrosinistra e l’aiuto del “buon Veltroni”. Dopo il discorso del “predellino” perfino Fini lo aveva spernacchiato. La sua arma segreta furono invece l’entusiasmo del neosegretario del neonato Pd e la stupidissima dichiarazione di costui: “Correremo da soli”.

Tornato trionfalmente a palazzo Chigi il Cavaliere sembrava avere dalla sua parte anche le emergenze, che inevitabilmente spingono a cercare la protezione del governo: dal crac finanziario mondiale al terremoto. Ma nonostante il tentativo di rappresentare un’Italia felice e contenta, anche citando stravaganti cifre di stravaganti sondaggi, la crisi morde soprattutto alcuni elettori-tipo di sua Emittenza: la casalinga di Voghera o il pensionato di Centuripe che escono poco di casa e si informano solo attraverso la Tv. Di fronte al figlio senza lavoro e ai soldi che non bastano, la credibilità delle favole di Emilio Fede vacilla. Al Cavaliere restano fedeli il pizzaiolo, il bottegaio, il meccanico a cui, da capo del governo, aveva permesso la grande rapina dell’euro, il sostanziale raddoppio dei prezzi. Ma quanto durerà la gratitudine se non ci sono più clienti?

Gli ultimi eventi, d'altra parte, hanno fatto crescere il sospetto che Berlusconi non sia solo un magnate birichino che ama circondarsi di belle ragazze e trombare qualche escort, ma che intorno a lui sia cresciuta una cricca di ladroni che, nel vivo della crisi, si ingrassa delle disgrazie altrui. Pertanto non gli basta più scatenare la canea contro i magistrati persecutori, i pubblici dipendenti inevitabilmente assenteisti, i marocchini che spacciano, gli zingari che rubano, i negri che violentano. O suscitare l’odio verso i politicanti e i sindacalisti (sempre e solo di sinistra) che s’arricchiscono senza avere fatto un tubo nella vita. Al Nord gli umori di destra restano dominanti, ma sembrano orientarsi verso il “sano” e organizzato razzismo dei leghisti, che, pur coinvolti nel “magna-magna” delle doppie e triple cariche, riescono a rimanere fuori dagli scandali più grossi e accrescono il consenso con una costante attenzione al territorio. Da ultimo la ridicola figura in occasione della presentazione delle liste ha colpito il Cavaliere nell’aspetto della sua immagine pubblica a cui sembrava più tenere, quello dell’efficienza. Tutto dunque lascia prevedere un aumento dell’astensionismo che colpisce più il Pdl che il centrosinistra e uno spostamento di consensi di destra verso la Lega al Nord e anche al Centro.

La manifestazione di piazza di sabato scorso era un risposta, tra l’obbligato e il disperato, a questa situazione. Berlusconi si illudeva che tra precettazioni e rimborsi avrebbe fatto il pienone e che ciò gli avrebbe consentito di uscire dall’angolo. La manifestazione è fallita, né bastano a darle forza le incredibili e stupide contumelie verso il questore o promesse assurde come quella di “sconfiggere il cancro in tre anni”. Senza un partito organizzato le manifestazioni falliscono. E, alla fine del giro, si perdono anche i voti. Ha roteato il coltello nella piaga Bossi che ha detto:“Io potevo portarne a Roma dieci milioni, ma ho preferito lasciarli a casa”. Insomma, il Cav è indebolito e le prossime elezioni, comunque vadano, per lui andranno male. Se anche i suoi vincessero in tutte le Regioni dove c’è partita, e non succederà, le elezioni al Nord gliele vincerebbe Bossi e a Roma gliele vincerebbero i preti.

Tutto questo non può consolare le persone di sinistra. Di questa debolezza, infatti, stanno approfittando la Confindustria e tutto il padronato per ottenere un mutamento di regime sociale attraverso continui, ripetuti e silenziosi colpi di stato: sui contratti nazionali di lavoro, sui licenziamenti eccetera eccetera. Se si leggono gli organi ufficiali di questo mondo, il “Corsera” e il “Sole 24 Ore”, verso Berlusconi si avverte una certa freddezza, ma non una vera presa di distanza: è il classico “va avanti tu che a me viene da ridere”; ed è anche un cinico passare all’incasso di tutto l’incassabile. Nell’ottica di lor signore e lor signori la restaurazione sociale resisterà anche dopo l’uccisione del vitello grasso. Eppure neanche per loro o per i curiali del Vaticano, che fanno un gioco sporco dello stesso tipo, c’è molto da ridere. Una bestia ferita reagisce in modo imprevedibile e i pericoli per la democrazia, per noi tutti, ma perfino per gl’industriali e per i preti, aumentano.

22.3.10

La poesia del lunedì. Jolanda Insana.


Pupara sono

e faccio teatrino con due soli pupi

lei e lei

lei si chiama vita

lei si chiama morte

la prima lei percosìdire ha i coglioni

la seconda è una fessicella

e quando avviene che compenetrazione succede

la vita muore addirittura di piacere

Da Sciarra amara

21.3.10

L' articolo della domenica. La Lega punta al centro.

Della piazza berlusconiana di ieri si è detto di tutto: se ne sono notati gli aspetti preoccupanti e quelli francamente ridicoli, non senza accennare al fatto che gli uni e gli altri potrebbero coincidere. L’elemento istrionico, buffonesco che c’era in quella oratoria, in quel vociare e gesticolare, in quel giurare e pregare, in quel dialogo tra la “folla” e il suo “capo” potrebbe preludere, come è già avvenuto, allo scatenarsi di autentiche tragedie collettive, che poi si moltiplicano in migliaia e migliaia di tragedie individuali. A volte, per farci coraggio, ci diciamo che nulla di veramente grave può accadere, che oggi la civiltà, la democrazia, l’Unione europea impediranno il peggio; non scordiamoci però che anche in altri tempi si ricorreva a simili esorcismi e che essi non funzionarono, specie di fronte all’incanaglirsi delle culture e delle persone.

Andiamo dunque ad alcune domande politiche, di quelle tagliate con l’accetta. E’ riuscita o no la grande adunata di sabato? Io credo di no. Essa ha confermato come una parte consistente di elettorato, per amore o per convenienza, sia disposta a seguire Berlusconi in ogni possibile avventura, ma che essa non è per quantità ed entusiasmo in grado di dare la spallata decisiva, di produrre i mutamenti costituzionali e istituzionali sufficienti a definire un nuovo regime. Questo fatto non scongiura del tutto i pericoli di forzature e di strette autoritarie e anticostutuzionali. L'ometto, anche in questa occasione, ha mostrato qualche segno di follia: è davvero capace di tutto e nella sua compagnia non si vede chi possa avere il coraggio di fermarlo.

La manifestazione ha peraltro mostrato con chiarezza che oggi chi fa le carte è Bossi con la sua Lega. Da una parte l’ideologia comunitarista che si nutre dell’odio per l’immigrato, per il diverso, per l'intellettuale e per il pensiero, dall'altro una pratica che realizza a tutti i livelli, cominciando dal basso, la mediazione tra gli interessi economici e sociali in gioco sono i pilastri del crescente successo leghista. La strategia di Bossi in questo momento sembra concentrarsi su un obiettivo: occupare il centro.

L’espressione va intesa in un duplice significato. Il primo è quello di interpretare il ruolo che fu un tempo della Dc e cioè di rappresentare politicamente il ventre della società, quei ceti medi di coltivatori, allevatori, bottegai, artigiani, medi e piccoli industriali, camionisti, geometri, farmacisti eccetera eccetera che, specie in un momento di crisi, cercano una protezione pubblica per esigenze che considerano vitali. Il ceto politico leghista si pone come necessario elemento di intermediazione garantendo il perdurare del lassismo fiscale, l’assegnazione amicale di commesse pubbliche, l’accesso al credito, le provvidenze regionali, provinciali e comunali, i rapporti di questi ceti medi con pezzi importanti di mondo operaio e di popolo minuto in nome di una presunta purezza etnica contro gli “intrusi”. Questa operazione esige l’irregimentazione e la neutralizzazione progressiva di un certo “buonismo” cattolico che, soprattutto sulla questione dell’immigrazione, potrebbe confliggere con l'intento di “mostrare i muscoli” e di praticare ogni possibile vessazione al fine di "tenere sotto" i nuovi arrivati. La presenza sempre più massiccia della Lega nel governo locale dovrebbe aiutarla peraltro a comprarsi i preti e i cattolici militanti mettendo nelle loro mani pezzi di pubblica assistenza (droga, handicap, anziani, indigenti), finanziando comunità di recupero, oratori e movimenti per la vita, agevolando cooperative e imprese benefiche. Un punto chiave di questa strategia risulta essere il rapporto con le finanza cattolica, con quella che controlla le grandi banche, ma ancora di più con quella ramificata e diffusa nei territori attraverso le casse rurali e artigiane, le casse di risparmio rimaste indipendenti, il credito cooperativo. Nella conquista dell’egemonia rispetto a questo mondo il modello a cui rifarsi non può essere la Dc che ne era l’espressione diretta, ma segue due direttrici: il leghismo storico, puro e duro, continuerà a trattare con le Curie e le parrocchie da potenza a potenza, ma contemporaneamente si favorirà la nascita di una corrente leghista all’interno dello stesso mondo cattolico. Era una carta che Bossi giocò già con la figura della Pivetti e che tiene in serbo per il prossimo futuro. Sono pronto a scommettere che tra i leghisti emergenti ce ne sarà più d'uno "di chiesa".

Una seconda declinazione della parola d’ordine “occupare il centro” riguarda la geografia del movimento leghista, che trova oggi nel Veneto e nella Lombardia i punti di massima forza, ma che molti segni danno in espansione in direzione delle storiche “regioni rosse” dell’Italia mediana. Le recenti elezioni europee hanno dimostrato una grande capacità di attrazione in tutta la provincia emiliana, nelle Marche, in alcune aree della Toscana e dell’Umbria. Il senatore Torri, di Parma, uno degli artefici dei recenti successi, si attende in Emilia risultati clamorosi alle regionali. Aggiunge che stanno funzionando, a pieno regime, due forni: uno rappresentato dall’elettorato storico della sinistra, cui non sembra dispiacere una Lega che “gira all’antica”; l’altro dai quadri della vecchia Forza Italia, i cui consiglieri comunali, in molti centri emiliani, trasmigrano nel movimento di Bossi. In Toscana e in Umbria si tende a sottovalutare il fenomeno leghista, i cui esponenti sono degli sconosciuti e sembrano degli sprovveduti, ma la probabile conquista di seggi alla Regione già dal 29 marzo darà fiato a virulente campagne anti immigrati. Esse sembrano già cominciate, persino in aree come l’Aretino o il Perugino, in cui l’alta percentuale di stranieri presenti non aveva mai dato luogo a tensioni significative. Il voto leghista, del resto, potrebbe essere considerato un rifugio per quegli elettori di destra un po' nauseati dell'affarismo e dalla bella vita dei berlusconidi, visto che il movimento di Bossi non è finora coinvolto in grandi scandali e i suoi capi conservano un look ruspante.


Mammane e cucchiai d'oro. Il ritorno della caccia alle streghe.

Il 12 novembre del 2009 “La Stampa” pubblicava una raccapricciante inchiesta milanese, di Elena Lisa. Leggiamone l’inizio. “Di quanti mesi sei? Ce l’hai venticinque euro? Cinque del pomeriggio, attorno alla Stazione Centrale di Milano e nei sotterranei della metropolitana non serve sprecare molte parole. Basta accarezzarsi la pancia e accennare a un “problema”. Inutile cercare visi loschi, imparare codici particolari o segnali stabiliti. Per agganciare chi possa offrirti la “soluzione” e bloccare la tua gravidanza è sufficiente camminare un po’, guardarti attorno, fermare le persone che sembrano aspettare qualcosa o qualcuno. Poi ti sfiori il ventre e spieghi: “Sono incinta. Puoi aiutarmi?”. E le offerte arrivano, pastiglie da prendere a manciate o indirizzi di medici compiacenti: “Bravi, italiani, fanno tutto a casa loro”. Nel centro di Milano, in mezzo alla gente, in un pomeriggio qualsiasi. La soluzione più economica si chiama “Cytotec”, un farmaco contro l’ulcera che preso a dosi massicce provoca le contrazioni fino a provocare l’aborto. In farmacia, la confezione da trenta costa meno di quindici euro. Qui ne vogliono venticinque per cinque pasticche che passano di mano in mano, ma se sei clandestina e non hai documenti da mostrare all’ospedale le alternative non sono poi molte. Ma anche per le altre, le “regolari”, magari italiane, la tentazione può essere forte”.

Il racconto di Lisa parla dei tanti aborti, dichiarati “spontanei”, negli ospedali milanesi e cerca i percorsi di codeste “scelte” avventurandosi tra piazzale Loreto e la Stazione Centrale e fingendosi alla ricerca di un aiuto. A lei diranno: “Per te è meglio un dottore. Se non fanno effetto, all’ospedale ci devi correre comunque. E poi tu sei italiana, non rischi niente. Se vuoi ti do il numero di uno bravo, che non chiede molti soldi. In quattro ore e con 1.500 euro sei come prima. Ti fa una puntura nel braccio, ti schiaccia la pancia. E quando ti svegli è tutto finito”. In ogni caso, nel giro di un’ora è riuscita a organizzarsi un aborto.

Già l’indomani dalla uscita dell’articolo la Procura di Milano e i Nas annunciano inchieste. La polizia milanese si concentra sul fenomeno. Spunta un “ambulatorio itinerante”, una vera clinica degli orrori, a Quarto Oggiaro, in quella zona della periferia meneghina che oggi chiamano Chinatown. Qui il costo è basso, 300 euro in tutto, ed è riservato quasi esclusivamente a mamme orientali. Viene infine alla luce un fiorente commercio clandestino via rete della Ru486, la pillola abortiva che tanti ostacoli incontra.

La Lisa torna sul tema su “La Stampa” il 20 con un articolo dal titolo L’orrore delle “mammane”: un fantasma che ritorna. Questa volta il campo d’osservazione è l’intero Nord: oltre a Milano Rovigo, Padova, Torino. Dalle sue interviste a medici, studiosi, rappresentanti di associazioni femminili o di immigrati sembra venire alla luce un fenomeno ampio, che coinvolge 20 o 30 mila donne in tutta Italia, specie nel Nord. Sono immigrate, sono donne confuse che hanno superato i tre mesi di gestazione, sono minorenni. E il fenomeno è dato in aumento. Una spiegazione “tecnica” la danno le tabelline che il giornale torinese pubblica, che sintetizza le disfunzioni della 184; vi spiccano i tanti medici obiettori (il 72%) e i pochi ospedali in grado di assicurare la continuità del servizio di interruzione della gravidanza (solo 4 su 10). Ma penso che alla base di questi rinnovati orrori ci siano ragioni più profonde: le libertà avanzano o arretrano tutte insieme e il nostro appare un tempo di regressione. Che di questo si tratti ce lo dice anche uno degli intervistati di Lisa, volontario di una associazione per i diritti dei migranti: “Anche se sono informate sulla 194, agli ospedali non si avvicinano perché hanno paura di essere denunciate. Hanno paura tutte, anche quelle regolari che non hanno niente da temere: in Italia, il clima è da caccia alle streghe”.

La cacciata del bimbo straniero. Gli effetti del "tetto" della Gelmini

Sono stati pubblicati l’altro ieri dal Ministero dell’Istruzione i dati del “Focus sulla presenza di alunni stranieri nelle scuole statali”. La loro diffusione è connessa con l’attuazione del cosiddetto “tetto” del 30 per cento di presenze “straniere” per classe. Com’è noto una prima interpretazione che includeva nella dicitura “stranieri” i figli di immigrati nati in Italia, benché privi di cittadinanza italiana. Le proteste di molti dirigenti scolastici come di molte associazioni, nonché le difficoltà di attuazione pratica di una misura così drastica portarono i collaboratori della Gelmini ad escludere i nati in Italia dal computo.

Restano comunque più di 10 mila le classi scolastiche coinvolte nella tagliola predisposta a viale Trastevere: 7279 nella scuola primaria e 3122 nella scuola media. Le regioni più interessate al fenomeno sono la Lombardia, l’Emilia Romagna e l’Umbria.

Gl’ideatori della misura hanno fornito in sostanza due motivazioni, una buona e una cattiva. Quella buona, “politicamente corretta”, è che il tetto serve ad impedire la formazione di classi ghetto, di classi interamente composte da ragazzi di origine non italiana e a favorire per questa via l’integrazione. La motivazione cattiva, leghista, è che i piccoli “stranieri” devono sapere sempre chi è il padrone di casa e chi l’ospite”. A mio avviso, senza quest’ultima stupida sottolineatura che si legge in alcune dichiarazioni, la misura non meriterebbe una critica distruttiva a priori: scoraggiare forme di segregazione e agevolare il confronto e il dialogo tra culture è un’esigenza condivisibile. Ma la regola del tetto ha un gravissimo difetto. Per ragioni facilmente comprensibili gli immigrati tendono a concentrarsi in talune borgate, in taluni quartieri, al alcune frazioni urbane. Lì non c’è spalmatura che basti: i bambini ed i ragazzi sono più del 30 per cento nel complesso della scuola e, di conseguenza, in molte classi. Di conseguenza il tetto diventa una misura discriminatoria: molti alunni dovranno spostarsi in altre scuole con gravi difficoltà per le loro famiglie, quasi sempre composte da persone che lavorano. E sarà un problema per le scuole scegliere i criteri della selezione.

E’ questo l’aspetto che l’Unicef ha criticato in un suo recente documento, insieme a quel sostrato razzistico che qua e là si intravede. Un ultimo dato del focus parla di una frenata nella crescita del numero di alunni stranieri nelle scuole: per il prossimo anno gli iscritti sono il 9,6% in più dell’anno scorso, un incremento sensibilmente inferiore al 14,5% registrato l’anno scorso. Al ministero giudicano il fatto “connesso alla crisi economica mondiale”. In soldoni: più la crisi marcia più i poveri rinunciano a mandare i figli a scuola. Anche se fosse del tutto vero, al ministero di un governo democratico sarebbe lecito chiedere cosa faccia per evitare queste dispersioni, queste discriminazioni e autoemarginazioni. Ma questo non è un governo democratico e la spiegazione non spiega un bel niente. Il clima razzistico, che incide anche sugli esiti scolastici e che la misura del tetto alimenta, è il fattore decisivo della crescente sfiducia nella scuola italiana da parte degli immigrati.

19.3.10

Il dito di Galileo ed altre reliquie laiche.

Mi è già capitato di raccontare della possibile e paradossale dispersione di una scapola di Togliatti tra le reliquie di santi, beati e venerabili del convento perugino di Monteripido. Qui ripubblico un articolo di Piero Banucci, da "La Stampa" del 10 ottobre 2009 che fa traccia la storia delle reliquie prelevate dal cadavere di Galileo Galilei nel Settecento, della loro novecentesca scomparsa e del loro recente ritorno a Firenze. Un indice, un pollice, un dente saranno presto collocati accanto al dito del grande scienziato già conservato nel Museo di Storia della Scienza. (S.L.L.)
Pollice, indice, dente: si ricompone il puzzle Galileo
di Piero Banucci
Dai magazzini non sempre trasparenti delle aste riaffiorano tre reliquie laiche. Sono un dente, il dito pollice e il dito indice della mano destra di Galileo Galilei. I reperti si aggiungono ad altri resti del fondatore dell’astronomia moderna già noti al pubblico: il dito medio della mano destra, conservato a Firenze, e una vertebra conservata all’Università di Padova. La vicenda, che oscilla tra gusto macabro e feticismo, avrà una conclusione trionfale nella primavera del 2010, quando potremo contemplare le dita e il dente dello scienziato alla riapertura del Museo di Storia della Scienza di Firenze, ribattezzato per l’occasione «Museo Galileo». Si chiuderà così l’Anno internazionale dell’astronomia, proclamato dall’Onu per celebrare le prime osservazioni del cielo con un telescopio: proprio quattro secoli fa, il 30 novembre 1609, Galileo scopriva sulla Luna picchi assolati e pianure tenebrose. Sarà emozionante pensare che quelle tre dita lunghe rinsecchite, un po’ da pianista, costruirono il cannocchiale custodito nello stesso museo.
Poiché in passato il commercio delle reliquie religiose contraffatte era fiorente, si potrebbe dubitare anche dell’autenticità dei resti galileiani. Ma ci rassicura la expertise di Paolo Galluzzi, direttore del Museo di storia della Scienza e futuro «Museo Galileo», e della soprintendente Cristina Alcidini.
La storia inizia il 12 marzo 1737, quando le spoglie di Galileo, sepolte 95 anni prima in sordina sotto il campanile di Santa Croce, furono esumate per essere solennemente accolte nella tomba costruita di fronte al sepolcro di Michelangelo. Non fu una riconciliazione tra Curia e scienza. Fu anzi un messaggio politico che l’ultimo dei Medici, il granduca Gian Gastone, voleva inviare al Papa per affermare l’autonomia dello Stato. Alla cerimonia spiccavano i paladini del libero pensiero iscritti alle neonate logge massoniche. Tra questi, l’archeologo Anton Francesco Gori, il marchese Vincenzio Capponi e il medico Antonio Cocchi. Un notaio scrisse il minuzioso verbale dell’esumazione. Sappiamo così che quando il coperchio della bara fu sollevato il naturalista Giovanni Targioni Tozzetti estrasse un coltellino e sottrasse al cadavere di Galileo tre dita della mano destra (pollice, indice e medio), desistendo a malincuore dall’appropriarsi del cranio, sede del cervello che tanto aveva compreso dell’universo. La quinta vertebra lombare e un dente furono invece il bottino del medico Antonio Cocchi.
Il dito medio andò poi ad Angelo Maria Bandini, che lo espose nella Biblioteca Laurenziana. Nel 1841 fu trasferito nella «Tribuna di Galileo», appena inaugurata nel Museo di Fisica. Dal 1927 è patrimonio del Museo di Storia della Scienza di Firenze. La vertebra passò al figlio del Cocchi, poi al patrizio veneto Angelo Querini e al letterato vicentino Agostino Vivorio, amico del medico Domenico Thiene, che ottenne la vertebra il giorno di Natale del 1820 e la donò all’Università di Padova.
Le altre due dita e il dente passarono per molte mani, finché nel 1905 se ne persero le tracce. I cimeli sono riemersi con la vendita all’asta di un lotto di provenienza ignota: una teca di legno ottocentesca e un busto di Galileo. La teca custodiva un’ampolla contenente il dente e le dita. Il collezionista, che vuole restare anonimo, ha identificato i resti di Galileo e li ha consegnati al museo di Firenze. Lieto fine di un film horror.

Il fantasma di un nuovo condono edilizio.

Uno spettro si aggira per l’Italia. E’ apparsa qualche giorno fa la notizia di un nuovo condono edilizio, che darebbe la possibilità di sanare anche gli abusi commessi in aree sottoposte a vincolo ambientale e paesaggistico. Si tratta, per ora, di un disegno di legge presentato dal Pdl in Senato lo scorso 17 febbraio, che fa slittare i termini per la presentazione delle domande dal 10 dicembre 2004, come prescrive la legge sul condono edilizio, al 31 dicembre 2010. I primi firmatari sono i senatori Sarro e Nespoli, i quali un paio di mesi fa avevano tentato un blitz sullo stesso fronte con un emendamento al decreto “milleproroghe”. In quella circostanza avevano convinto a firmare anche una senatrice del Pd, una certa Incostante. Nomina sunt numina - si suol dire e perciò l’Incostante ha ritirato la firma. Poi Vizzini, presidente della commissione Affari Costituzionali, ha rigettato la proposta. Ora però il disegno di legge sembra avere la piena approvazione del Pdl e alle prime firme si sono aggiunte quelle di Fasano, Izzo, Giuliano, Vetrella, Compagna, Calabrò, Lauro, Pontone, De Gregorio, Esposito, Coronella e Sibilla. Se il provvedimento venisse approvato, una nuova valanga di richieste di sanatoria potrebbe inondare gli sportelli dei Comuni d'Italia, e questa volta con un'agevolazione in più per chi ha commesso l'abuso. In Italia già tre condoni hanno legalizzato l’abuso con gravi conseguenze urbanistiche e ambientali. Il primo, nel 1985, ad opera del governo Craxi servì a legittimare, con un modesto onere di urbanizzazione, milioni di edifici costruiti in spregio a leggi e piani urbanistici, in particolare nel sud d'Italia. Il secondo nel 1994 - biglietto da visita del primo, breve governo Berlusconi – legalizzò quello che non era rientrato nel primo condono e molti nuovi abusi. Il terzo, nel 2003, è servito infine a regolarizzare il cambio di destinazione d'uso per molte attività commerciali, per esempio quelle ubicate illegalmente in capannoni industriali.
Quest'ultimo condono aveva due argini, nel limite temporale e nell'impossibilità di condonare edifici nati in spregio alle tutele sul paesaggio. Con la nuova legge si potrà condonare tutto, anche in aree vincolate. E non è casuale che da qualche mese ad Ischia sia attivo un movimento di abusivi di abusivi per ottenere condoni anche nelle aree vincolate. L’iniziativa ha un chiaro sapore elettorale e si collega al cosiddetto piano casa (in gran parte una sanatoria sotto altro nome).

Simone Weil contro il patriottismo della Chiesa.

Ho scoperto tardi la breve e bella vita di Simone Weil, il suo amore per la verità e per la rivoluzione, il suo misticismo e il suo impegno per i poveri. E continuo a conoscerne troppo poco per dire la mia. Ho però deciso di collocare in questo blog, soprattutto per gli amici cattolici che occasionalmente lo frequentino, il brano di una lettera del 1942 al domenicano Joseph-Marie Perrin, suo amico e padre spirituale (ora nel libro Attesa di Dio, Adelphi 2008), che ho scoperto attraverso un "contrappunto" di Chiaberge del 6 settembre 2009 sul domenicale de "Il sole 24 ore".

Il diavolo e il "sociale"

Mi fa paura il patriottismo della Chiesa che esiste negli ambienti cattolici. Per patriottismo intendo il sentimento che si accorda a una patria terrena. Ne ho paura perché temo di contrarlo per contagio. Non che la Chiesa mi appaia indegna di ispirarlo, eppure non voglio provare un simile sentimento...
Alcuni santi hanno approvato le Crociate, l’Inquisizione. Ebbene, non posso fare a meno di ritenere che abbiano avuto torto. Non posso ricusare la luce della coscienza. Se penso che io, così al di sotto di loro, su questo punto vedo con maggiore chiarezza, sono costretta ad ammettere che devono essere stati accecati da qualcosa di molto potente. Questo qualcosa è la Chiesa in quanto cosa sociale. Se questo qualcosa ha fatto del male a loro, quale male non arrecherebbe a me che sono così vulnerabile di fronte alle influenze sociali e infinitamente più debole?
Non si è mai detto né scritto nulla che sia andato lontano quanto le parole del diavolo al Cristo sui regni di questo mondo riferiteci da san Luca: "A te darò tutta questa potenza e la gloria che vi è connessa, perché essa è stata lasciata a me, a me e a ogni essere che io voglia renderne partecipe". Ne consegue che il sociale è irriducibilmente il dominio del diavolo...
Con "sociale" non intendo tutto ciò che si riferisce a una città, ma solo i sentimenti collettivi. È inevitabile che la Chiesa sia anche qualcosa di sociale, lo so bene, altrimenti non esisterebbe. Ma, in quanto è qualcosa di sociale, appartiene al Principe di questo mondo. Coloro che, come me, sono eccessivamente vulnerabili di fronte alle influenze sociali corrono un pericolo estremo proprio perché la Chiesa è un organo di conservazione e trasmissione della verità. In questo modo, infatti, ciò che vi è di più puro e ciò che più corrompe, essendo simili e confusi sotto le medesime parole, formano un miscuglio quasi indecomponibile.

18.3.10

Maglie:“Stefano Cucchi se l’è cercata”. I creduloni della destra e le menzogne di “Libero”

Gli anticomunisti di cinquant’anni fa, specie nel Sud, ove la base del Pci era composta in prevalenza da braccianti e mezzadri poco o punto scolarizzati, rappresentavano il militante di sinistra come un militonto, capace di negare anche l’evidenza con l’unica motivazione: “L’Unità non lo dice”.

Era una immagine di comodo che lasciava trapelare un profondo disprezzo per il popolo lavoratore, ma che conteneva qualche elemento di verità. Nell’addavenì Baffone c’erano messianismo e fideismo, cose che esaltano la combattività, ma di rado favoriscono lo spirito critico.

L’impressione è che oggi le parti si siano rovesciate. Esiste un popolo della destra, una sorta di zoccolo duro che, qualsiasi cosa accada, qualunque argomento si porti, continua a credere nelle favola bella di Silvio. Chi sono? Credo che siano da ricondurre a due grandi categorie. In primis un’area di persone anziane, uomini e donne, con pochi contatti, che costruisce la propria immagine del mondo attraverso la televisione berlusconizzata. C’è poi una folla di individui che escono di casa e spesso non mancano di rapporti umani e sociali, ma trasformano in fede religiosa il senso comune reazionario. Sono poliziotti, carabinieri e militari in genere, in attività o in pensione, sono bottegaie e bottegai di tanti settori tuttora grati per la grande rapina che il primo governo Berlusconi consentì loro al tempo del cambio della lira in euro. Costoro leggono (o almeno sfogliano) il quotidiano locale, ma anche “Il Giornale” della famiglia Berlusconi o “Libero”; bazzico poco il Nord, ma scommetto che lì alcuni leggono la Padania. Sono persone che incontri al mercato, al bar, sul bus, in treno, ai giardinetti e, quando parlano, ne noti subito il manicheismo. Per loro i cattivi sono stranieri, drogati, sindacati e comunisti (hanno cambiato nome ma sono sempre quelli). Per loro i politici sono tutti ladri, ma politici sono sempre quegli altri, non quelli della destra. Per loro Berlusconi farà anche qualche monelleria ma i veri porconi e pervertiti sono i froci e i magistrati. Questa credulità è a prova di bomba: non c’è notizia o argomento che possa scuoterla.

Ho desunto queste superficiali riflessioni dall’ascolto (a scrocco) di una conversazione al mercato tra un fruttivendolo e un anziano signore, uno dei catoni che mi accade di incontrare in bus. Commentavano gli articoli su Cucchi del quotidiano “Libero”. Se lo mostravano. Dicevano: “Hai visto quel ragazzo di Roma. E’ stata la droga, altro che le botte”. E giù parolacce ai comunisti, ai sindacati, ai rumeni, a quel frocio di Pannella.

Ho voluto comprare “Libero” per vedere di persona che cosa ci fosse scritto. Sull’argomento ci sono due articoli che coprono quasi per intero la pagina 21. Uno, di cronaca, di una Fabiana Ferri: La verità su Cucchi: non è morto per le botte; l’altro di commento della più nota Maria Giovanna Maglie dal titolo Giovanardi aveva ragione. Stefano l’ha ucciso la droga. Probabilmente – mi sono detto – si basavano sui titoli ultrabugiardi che confermavano i loro pregiudizi e non avevano letto gli articoli. Credo che però valga la pena di esaminare il tutto un po’ più approfonditamente per comprendere il meccanismo della falsificazione.

Il pezzo della Ferri ha anche un sommario Il pestaggio degli agenti c’è stato, ma non letale. Sotto accusa i medici. Strano modo di esprimersi e forse di pensare: lascia intendere che nella giusta misura (chissà chi la fissa!) i detenuti si possono anche picchiare, specie se sono quelli delle “direttissime”, piccoli spacciatori, ladruncoli tossici o zingari, marocchini. Potrei dire che è una scelta “di classe”: i medici ospedalieri come quasi tutti i pubblici dipendenti sono tra i bersagli di questo giornalismo, anche se non quanto i gli insegnanti o i magistrati, ma non lo sono i carabinieri, i poliziotti, i finanzieri, le guardie carcerarie. Dal tempo della caserma Diaz il messaggio alle forze dell’ordine di questa destra è un inequivocabile incoraggiamento dello “sbirrismo” e cioè: “Esercitate liberamente uno strapotere sui poveracci, maltrattateli e picchiateli, purché siate servili e condiscendenti con i potenti di ogni specie e categoria. La cronaca della Ferri è incentrata di conseguenza su un solo concetto: i periti nominati dal Parlamento dicono che è morto di disidratazione perdendo 10 chili in sei giorni, pertanto gli agenti con la sua morte non c’entrano nulla.

Il commento della Maglie, ex di tante testate e tante idee (ex “L’Unità”, ex Rai, ex Radio Radicale, ex “Il giornale”, ex Radio Sole 24 ore, ex “Il Foglio”), non corrisponde a quel “l’ha ucciso la droga” che nel titolo lascia pensare a un’overdose o a un taglio sbagliato delle sostanze, ma, se possibile, è perfino peggio. La giornalista, infatti, non si limita a difendere gli sbirri, ma maramaldeggia e fa lo sciacallo, buttando fin dall’inizio la colpa sul povero Stefano, indicato come uno di quei giovani “fatti e corrotti di droga” che “se la sono andata a cercare la morte e alla fine ce l’hanno fatta a trovarla lungo la strada”. Anche lei dice “è morto di disidratazione e non di botte, anche se le botte le ha prese, di non accettare certe terapie ha scelto cocciutamente e stupidamente, probabilmente non calcolando le conseguenze nella sua mente malata”. Tutto questo prepara il colpo a sorpresa di Maria Giovanna: la difesa di quel Giovanardi che a caldo aveva detto: “era un zombie, è stata la droga”.

Sono tesi che non hanno bisogno di essere confutate. Basterebbe ricordare che la commissione parlamentare, presieduta dal senatore Marino, si occupava solo di quanto è accaduto a Cucchi nelle strutture sanitarie e che pertanto l’indicazione della causa immediata della morte non esclude affatto un concorso di colpa dei “picchiatori” in quello che per molti (me incluso) è un omicidio. Basterebbe aggiungere che il rifiuto delle terapie era una forma di lotta non violenta scelta da Stefano, per ottenere, com’era diritto , di incontrare l’avvocato. Ma questo “Libero non lo dice”.

Il processo ai Fasci Siciliani (1894). L'autodifesa di Barbato

“Fascio”, prima che Mussolini e i suoi la sporcassero, non era una brutta parola e, nel linguaggio politico, non era nemmeno una parola di destra. Era sinonimo di “unione”, di “lega”, di “associazione” e simili. La sua diffusione è legata a un grande movimento di rivolta e di rivendicazione sviluppatosi in Sicilia ad opera di organizzazioni politico-sindacali chiamate appunto Fasci dei lavoratori. Fu un moto di risonanza nazionale, perché portava alla luce una nuova umanità che chiedeva dignità, giuste retribuzioni, limiti allo sfruttamento del lavoro, diritti sociali e civili. La sua importanza stava anche nel collegamento che il movimento era riuscito a realizzare tra gruppi operai urbani (muratori, facchini ecc.), lavoratori delle campagne (braccianti e mezzadri), minatori delle zolfatare e delle cave. I suoi capi erano talora operai autodidatti, più spesso venivano dalla piccola borghesia vicina al mondo popolare: medici, maestri elementari, contabili, studenti che avevano interrotto gli studi.

I Fasci furono ufficialmente fondati il 1 maggio del 1891, a Catania, e guidati da Giuseppe de Felice Giuffrida. Il movimento crebbe tra il 1992 e il 1993. Il 20 gennaio 1893 a Caltavuturo (Pa) 500 contadini di ritorno dall'occupazione simbolica di terre di demanio vennero dispersi da soldati e carabinieri con i fucili e tredici manifestanti caddero vittime. Al massacro di Caltavuturo seguirono numerose manifestazioni di solidarietà in Sicilia e in Italia e il movimento si rafforzò anche con il sostegno del neonato partito socialista. L'apice fu raggiunto nell'autunno del 1893, quando i Fasci organizzarono scioperi in tutta l'isola, ottenendo in diverse località importanti concessioni contrattuali. Il governo Crispi scelse alla fine la via della dura repressione. All’inizio del 1994 le sezioni dei Fasci furono dichiarate fuorilegge e sciolte d’imperio, addirittura con un intervento militare. A giustificarlo si tirò in ballo addirittura una cospirazione internazionale che avrebbe incoraggiato e finanziato il movimento, guidata dalla Russia. Non ovviamente da quella di Lenin o di Stalin, ma quella degli zar. A Crispi e ai suoi propagandisti mancava evidentemente il senso del ridicolo.

Vi furono arresti in tutta l’isola e a giudicare i capi furono i tribunali militari. Il 30 maggio da Palermo giunsero le condanne più esemplari: Giuseppe de Felice Giuffrida a 18 anni di carcere, Rosario Bosco, Nicola Barbato e Bernardino Verro a 12 anni di carcere quali capi e responsabili dei Fasci siciliani.

Dei processati il più anziano era un medico di Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi), Nicola Barbato. Aveva 38 anni e scelse di rinunciare alla difesa giuridica, pronunciando un’autodifesa che era un vero e proprio atto di accusa contro le classi dominanti. La pesante sentenza fece impressione e suscitò ben presto reazioni in Italia e in America. Un gruppo di studenti a Palermo si recò al teatro Bellini e chiese all’orchestra di eseguire l’inno di Garibaldi. E il teatro applaudì.

Vi furono sottoscrizioni a favore di Barbato nei luoghi più disparati, dall’Università di Bologna ad alcune fabbriche negli Stati Uniti. Per la liberazione dei condannati bisognò tuttavia attendere la disfatta della guerra coloniale ad Adua con la conseguente caduta di Crispi (1896). Il successivo Governo (di Rudinì) proclamò l’amnistia. L’impegno di Barbato come socialista e come organizzatore del movimento operaio continuò ininterrottamente, non solo in Sicilia, ma in Puglia, in Lombardia e perfino negli Usa, fino alla sua morte a Milano nel 1923. (S.L.L.)

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L’autodifesa di Nicola Barbato al processo di Palermo

Io, milite oscuro del socialismo, mi onoro di appartenere alla falange dei rivoluzionari, cioè, non credo che il fenomeno delle insurrezioni a mano armata possa evitarsi nella più grande e più umana delle rivoluzioni della mia specie. È impossibile predicare al povero l’amore pel ricco; il povero non vi ascolterebbe. Se il ricco è contro il povero, è naturale che il povero debba essere contro il ricco. Io non potevo predicare l’amore, perché non sarei stato ascoltato ed avrei quindi lasciato affrettare quello scoppio che io volevo allontanato. Allontanato e non congiurato; perché io ritengo che sia fatale l’esplosione. Non predicavo l’amore, dunque; ma non predicavo l’odio. Educavo. Persuadevo dolcemente i lavoratori morenti di fame che la colpa non è di alcuno; è del sistema… Perciò non ho predicato l’odio agli uomini ma la guerra al sistema. Certo la nostra propaganda è energica; fa rialzare la testa. “I contadini si lasciano crescere i baffi” – mi disse lamentandosi il delegato di polizia. È vero: essi hanno acquistato la coscienza di essere uomini. Non domandano più l’elemosina, chieggiono ciò che è diritto. La menzogna è svanita, è svanita la loro viltà; colla nostra propaganda s’innalzano… Il socialismo procede appunto perché non è sentimentalismo: è forza, è pratica. Esso si fonda sulle leggi economiche. E qualunque cosa si faccia da noi, la borghesia dovrebbe esserci grata. Noi rendiamo le forze sociali meno temibili, meno disastrose. Ma tutto questo oggi dalla classe dominante si ignora: ed essa, credendoci nemici, vuole schiacciarci. Così la borghesia fece ammannire dai suoi magistrati incoscienti questo processo. Davanti a voi abbiamo fornito i documenti e le prove della nostra innocenza; i miei compagni hanno creduto di dover sostenere la loro difesa giuridica; questo io non credo di fare. Non perché non abbia fiducia in voi, ma è il codice che non mi riguarda. Perciò non mi difendo. Voi dovete condannare: noi siamo gli elementi distruttori di istituzioni per voi sacre. Voi dove condannare: è logico, umano. Io renderò sempre omaggio alla vostra lealtà. Ma diremo agli amici che sono fuori: non domandate grazia, non domandate amnistia. La civiltà socialista non deve cominciare con un atto di viltà. Noi chiediamo la condanna, non chiediamo la pietà. Le vittime sono più utili alla causa santa di qualunque propaganda. Condannate!

17.3.10

Pasolini in India (1961). La religione.


Pier Paolo Pasolini tra gli ultimi giorni del 1960 e i primi giorni del 1961 era in India con Alberto Moravia ed Elsa Morante. Raccolse le sue impressioni e ne ricavò alcuni articoli che pubblicò su “Il giorno” tra il marzo e l’aprile del 1961. Essi furono ristampati l’anno successivo da Longanesi in un volume dal titolo L’odore dell’India
Più d’uno sostiene che venisse dal quel viaggio e dal segno profondo che impresse nella memoria e nella fantasia di Pasolini quell’amore per i paesi riarsi e per le loro culture arcaiche che avrebbe impregnato diversi e importanti capitoli della sua ricerca di scrittore e cineasta. Il libro insomma, da questo punto di vista, più che un aiuto alla conoscenza dell’India, risulterebbe un documento essenziale della vicenda umana e intellettuale del poeta friulano. 
Non so quasi nulla dell’India e non sono in grado di confermare o confutare codesto giudizio. Mi pare tuttavia che nel libretto, poi più volte ristampato (da Guanda oltre che da Longanesi), Ppp - più che farci da guida non tanto su luoghi, genti e costumi del favoloso Oriente - possa insegnarci a guardare, ad ascoltare, o odorare, a sentire insomma con tutti i sensi il mondo e, dentro il mondo, l’uomo. 
Posto qui sotto alcuni brani tratti dal secondo capitolo, che tratta di religioni e religiosità, come invito a leggere l’intero libro. (S.L.L.)

Una specie di vuoto
A Nuova Delhi sono andato con Moravia a un ricevimento all’ambasciata di Cuba, in occasione del secondo anniversario della rivoluzione di quell’isola: davanti a una villetta dell’immensa città-giardino, che, proprio come dev’essere Washington è Delhi, era stato alzato un grande padiglione rosso e blu, col pavimento di tappeti rossi. Lì si accalcavano tutti i corpi diplomatici della capitale, dall’ambasciatore di Jugoslavia a quello del Belgio, dall’addetto culturale cubano a quello russo: tutti col loro bicchiere di whisky in mano, schierati come in una stampa, in un affabile cicaleccio, nell’aria di primavera un po’ gelida.
In mezzo alle sagome eleganti dei diplomatici e delle loro signore, mi è sembrato una specie di miraggio assurdo (erano solo una decina di giorni che ero via dall’Italia, ma mi parevano dieci anni)due prelati cattolici, sottili come spade, coi fianchi stretti da una cintura rossa, e la scoppoletta rossa sulla nuca. Dovevano essere spagnoli: l’aria era quella degli spadaccini.
Per me erano emblemi, cocenti emblemi di tutto un mondo.
Ma per quanti milioni di persone, nel mondo indiano, non erano altro che un vivace ghirigoro di rosso e di nero? Messi di un potentato tanto lontano da sembrare quasi inesistente?
Per la prima volta, potrà sembrare assurdo, ho avuto l’impressione che il cattolicesimo non coincida col mondo: ma la separazione delle due entità è stata così inaspettata e violenta, da costituire una specie di trauma… Mi sono chiesto allora, per la prima volta in maniera urgente, da che cosa fose riempito questo immenso mondo, questo subcontinente da quattrocento milioni di anime. Era troppo poco tempo che mi trovavo in India, per trovare qualcosa da sostituire alla mia abitudine della religione di stato: la libertà religiosa era una specie di vuoto a cui mi affacciavo con le vertigini. Solo un po’ alla volta mi sarei abituato a questa condizione di libera scelta religiosa, che da una parte dà un senso come di gratuità di ogni religione, dall’altra è così ricca di spirito religioso puro.


Quando dicono sì
Io non so bene cosa sia la religione indiana: leggete gli articoli del mio meraviglioso compagno di viaggio, di Moravia, che si è documentato alla perfezione, e, dotato di una maggiore capacità di sintesi di me, ha sull’argomento idee molto chiare e fondate. So che in sostanza il Bramanesimo parla di una forza originaria vitale, un “soffio”, che poi si manifesta e concreta nella infinita plasticità delle cose: un po’ insomma la teoria della scienza atomica come, appunto, rileva Moravia.Io ho cercato di parlare di questo con molti indù: ma nessuno ha neanche la più pallida idea di quanto sopra. Ognuno ha un suo culto, Visnu, Siva o Calì, e ne segue fedelmente i riti. Però posso dire una cosa: che gli indù sono il popolo più caro, più dolce, più mite che sia possibile conoscere. La non violenza è nelle sue radici, nella ragione stessa della sua vita. Magari qualche volta difende la sua debolezza con un po’ di istrionismo e di insincerità: ma sono piccole ombre ai margini di tanta luce, di tanta trasparenza.
Basta guardare come dicono di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia enorme. Il loro no che significa sì consiste in un fare ondeggiare il capo (il loro capo bruno e ondulato con quella povera pelle nera, che è il colore più bello che possa avere una pelle) teneramente: in un gesto insieme dolce: “Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare, e insieme sbarazzino: “Perché no?” impaurito:“E’ cosa difficile”, e insieme vezzoso “Sono tutto per te”. La testa va su e giù, come leggermente staccata dal collo, e le spalle ondeggiano un po’ anch’esse, con un gesto di giovinetta che vince il pudore, che si erige affettuosa. Viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occgi che l’accompagna. La loro religione è in quel gesto.

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