27.7.11

Neocolonialismo. Land grabbing: la banca che arraffa la terra (Luca Manes)

Nella rubrica Terra Terra su “il manifesto” del 20 luglio 2011, questo articolo di Luca Manes sull’accaparramento delle terre più fertili nei paesi poveri da parte delle grandi banche e delle grandi finanziarie, un fenomeno che rischia di avere conseguenza terribili, prima fra tutte l’aumento dell’area della fame e della denutrizione. (S.L.L.)
In italiano suona più o meno «accaparramento di terre». Il land grabbing è un fenomeno in crescita esponenziale, soprattutto da quando la crisi finanziaria ha colpito duro in tutto il pianeta. Sempre più spesso grandi investitori di paesi ricchi siglano contratti d'affitto decennali per appezzamenti di decine di migliaia di ettari in Africa o in America Latina o in alcuni paesi asiatici grandi e poveri. Costano poco, spesso pochissimo e poi sono beni rifugio per definizione. Gli stati petroliferi arabi lo fanno per garantirsi le scorte di derrate alimentari necessarie per le loro popolazioni, le principali compagnie private dell'agro-business per impiantare monocolture di biocarburanti, mais o soia destinati all'esportazione.
Da più parti è ormai partito un preoccupato grido d'allarme: il land grabbing è la nuova frontiera del colonialismo e continuando di questo passo inciderà sempre di più sulle fragili economie dei paesi in via di sviluppo, tanto da minare la loro sovranità alimentare. Alcuni governi del sud del mondo stanno cercando di porre delle limitazioni, sebbene molti altri invece incentivano tale attività per «fare cassa». Nel suo rapporto Rising Global Interest in Farmland («Interesse crescente per le terre agricole»), del 2010, la Banca mondiale ha riconosciuto che dalla crisi del cibo del 2008 si è registrato un fortissimo aumento dell'interesse di grossi investitori sul mercato dei terreni agricoli, anche se poi si dichiara dell'avviso che il land grabbing non costituisca un vero e proprio pericolo.
In realtà la Banca ha anche accennato alla natura speculativa di tali operazioni, tanto che numerosi accordi sono stati siglati tra governi e corporation alla totale insaputa delle comunità locali, alle quali spesso non sono stati riconosciuti i dovuti risarcimenti. Un fattore che alla prova dei fatti non sembra preoccupare la più grande istituzione multilaterale di sviluppo, che in teoria dovrebbe occuparsi della lotta alla povertà, ma che in pratica continua a favorire i guadagni delle imprese private. Tanto per citare un esempio, i banchieri di Washington intrattengono da anni un rapporto molto privilegiato con la Calyx Agro. La compagnia argentina fa capo al colosso francese Louis Dreyfus Commodities, che insieme alla Cargill è uno dei big del comparto alimentare. Il compito della Calyx è arraffare quanto più terreni possibili in tutta l'America Latina per conto dei suoi investitori internazionali, tra i quali ci sono la Aig e alcuni hedge funds di rilievo.
In Sud America le monocolture estensive, con utilizzo di organismi geneticamente modificati e pesticidi industriali, è un trend in aumento esponenziale. Le piantagioni di soia coprono un quarto dei terreni coltivabili in tutto il Paraguay, mentre in Brasile l'espansione è stata di circa 320mila ettari l'anno. Nel paese più vasto dell'America Latina il mercato dei pesticidi raggiunge un valore complessivo di 5 miliardi di dollari - quattro volte il totale del 1992.
Per pulirsi la coscienza e dare l'impressione di adempiere al mandato di lotta alla povertà, la Banca mondiale di recente ha proposto sette principi da seguire per gli investimenti agricoli nei paesi più poveri, che vanno dal rafforzamento della trasparenza al rispetto dei diritti di proprietà, dal rafforzamento della sicurezza alimentare alla possibilità di creare impatti socio-ambientali positivi. Peccato che queste regole siano ferocemente criticate dalle comunità, dalle organizzazioni della società civile e dalle ong per un semplicissimo motivo: sono su base volontaria. L'ennesimo regalo dei banchieri di Washington alle big corporation.

La "sigarette" di Alfred De Musset e il "sigaretto" di Sandro Penna.

Alfred De Musset
La metrica e la ritmica, ma anche la tematica e la semantica, e infine una parola chiave in fin di verso e in rima hanno spinto più d’un lettore ad accostare due celebri quartine, composte l’una a cento anni dall’altra.

La prima:
George est dans sa cambrette
entre deux pots de fleurs
fumant sa sigarette
les yeux baignées de pleurs.
Alfred De Musset, 1832

La seconda:
Trovato ho il mio angioletto
fra una losca platea.
Fumava un sigaretto
e gli occhi lustri avea…
Sandro Penna, 1932

A me pare che la seconda rimandi alla prima e ne rifaccia letteralmente il verso, fino a costituirne una parodia. Perciò trovo paradossale l’annotazione di Gabriella Drudi (narratrice e saggista di valore, oltre che amorosa moglie di Toti Scialoja) su “Poesia” del settembre 1988: “Le due poesie non si assomigliano per niente. Non sono nemmeno lontane parenti”. Non è così: la parodia inevitabilmente assomiglia al testo parodiato e rivela con esso una parentela bastarda. Il punto è un altro ed è la distanza abissale che c’è fra i due testi, distanza che la Drudi sembra cogliere nelle sue scaturigini e nelle sue manifestazioni: “Penna trae dal sigaretto, un angioletto, topos, tropo, anche troppo predestinato della nostra lirica amorosa. Tornando al tema antico della lontananza d’amore, Penna riapre la partita con la stessa carta appena straniata dal mutamento di genere. Ma come per i grandi campioni della nostra poesia amore è sinonimo di distanza, le donne amate se non sono in cielo sono in un’altra sfera. Losca platea. Il poeta d’amore ama tenersi in disparte, è uno che spia, immelanconito voyer. De Musset viceversa trova da sigarette cambrette, che dell’amore fa torneo, giostra, valzer tra fleurs e pleurs, tanto che nel commentare la quartina Antonio Baldini così si interroga sulle lacrime di George: “Lacrime di passione o pel troppo ridere?”.  

Il volontariato nel nazionalsocialismo tedesco (di Claudio Vercelli)

Questo post è costituito da un brano della recensione di Claudio Vercelli su “il manifesto” del 7 luglio 2010 di un libro di Peter Fritzsche (Vita e morte nel Terzo Reich, Laterza, 2010). La riflessione che propongo prescinde, almeno in parte, dal libro recensito e parlando del passato ci aiuta a comprendere le armi delle destre di oggi (dei berlusconidi e dei leghisti, in primo luogo) e a guardare in faccia i rischi che corriamo. (S.L.L.)
Sigfried Kracauer ebbe modo di notare che il Terzo Reich veniva rappresentandosi in modo tale da sembrare un film, consentendo così al gruppo di potere nazista di sfumare il «confine tra realtà e immaginazione». Si trattava di infondere nella popolazione l'idea di fare parte di una grande raffigurazione, partecipando alla storia in una prospettiva «eroicizzante». La chiave di volta del nazismo consisteva nel comunicare l'unione, il superamento delle divisioni. Uno strumento di consolidamento del consenso era il ricorso al volontariato come forma permanente di sollecitazione sociale. Ciò serviva a dare l'idea di una comunità mobilitata, presa dalla cura di sé, dopo gli anni del «disprezzo», quelli repubblicani, dove la separazione del corpo nazionale (che è invece un tutt'uno) aveva predominato. Il volontariato inquadrava, organizzava, comunicava, univa, celebrava, sanciva. Soprattutto permetteva quel capillare (auto)controllo della società tedesca che nessuna polizia politica, per quanto potente, e nessun potere, per quanto onnisciente, avrebbero mai potuto ottenere. Alimentava infine una atmosfera febbrile, energica, di costante movimentazione: era il «socialismo dei fatti», attuato attraverso un fascio di forze omogenee.

Voi Bolscevichi (di Paolo Villaggio)

Voi bolscevichi avete la presunzione di essere gli unici in grado di indicare alla nostra bella Italia la via per uscire dalla depressione. Non vi è bastato lo stalinismo russo, la rivoluzione culturale di Mao e l'infelicità del tropical comunismo cubano. Ecco la strada per uscirne vivi e felici: liberiamoci degli extracomunitari, degli omosessuali, dei negri e perdoniamo la pedofilia dei preti. E infine è importante che eliminiamo gli intellettuali di sinistra e i loro giornali.
 
Dalla rubrica Il benpensante - "il manifesto" 23 luglio 2010

La prima strada del piccolo Serjoscia (da Lev Trotzkij - "La mia vita")

Una pagina dell’autobiografia di Trotzkij. 
Nei primi mesi del 1917 il rivoluzionario è a New York, mentre gli Stati Uniti si preparano alla guerra. Con Bucharin è nella redazione del giornale socialista in lingua russa “Novij Mir”. A New York c’è anche Alessandra Kollontay, che è passata dal menscevismo al bolscevismo estremo e con cui Trotzkij non va molto d’accordo (“al tempo di New York niente era abbastanza rivoluzionario per lei”). 
Giunge improvvisa la notizia della rivoluzione a Pietroburgo, la cosiddetta Rivoluzione di Febbraio: tra i fuoriusciti russi la notizia che sul Palazzo d’Inverno sventola la bandiera rossa suscita uno straordinario entusiasmo. E’ a questo punto che s’innesta il brano che qui riporto, un gioiellino dell’arte del racconto, che intreccia osservazione, ironia e suspence. (S.L.L.)

Quando telefonai a mia moglie dalla redazione che a Pietroburgo c’era la rivoluzione, il nostro più piccolo era ammalato di difterite. Egli aveva nove anni. Ma sapeva benissimo che rivoluzione voleva dire amnistia, ritorno in Russia e mille altre belle cose. Saltò su e si mise a ballare sul letto in onore della rivoluzione. Così si rivelò la sua guarigione. 
Ci affrettammo a partire con il primo piroscafo. Io corsi al Consolato per le carte e i visti. Il giorno prima della partenza il medico aveva permesso al ragazzo di uscire. Mia moglie lo lasciò scendere: poteva rimanere fuori mezz’ora, mentre lei impaccava le robe. Aveva dovuto farlo tante volte! Ma il ragazzo non ritornava. Io ero in redazione. Passarono tre ore. Poi squillò il telefono. Prima era una voce maschile sconosciuta, poi la voce di Serjoscia: “Sono qui”. “Qui” significava un Commissariato di polizia all’altro capo della città. Il ragazzo aveva utilizzato la sua passeggiata per risolvere un problema che lo tormentava da molto tempo: esiste realmente la prima strada? (Noi abitavamo, se non erro, nella 164/ma.) Ma si pi perdette, cominciò a domandare e fu portato al Commissariato. Per fortuna egli sapeva il numero del nostro telefono. Un’ora dopo, quando mia moglie arrivò al Commissariato insieme col figlio maggiore, furono accolti con molta gentilezza. Serjoscia, tutto rosso in viso, giocava a dama con un impiegato di polizia. Per nascondere l’imbarazzo in cui si trovava per la troppa attenzione dell’autorità, egli masticava con i nuovi amici la nera gomma americana. In compenso non ha dimenticato fino ad oggi il nostro numero del telefono di New York.

Da Leone Trozkij La mia vita, Mondadori, 1961 (prima edizione 1930).

Dai "Quaderni" di Leonardo Sciascia. Omaggio a Kruscev (L'Ora, 24 ott. 64)

Nikita Kruscev
Di Giovanni XXIII un nostro poeta ha detto che aveva reso visibile la santità. Di Kruscev, ora scomparso dalla scena politica, si può dire che aveva reso visibile il comunismo: demisticizzandolo, portandolo a misura di quello che gli inglesi dicono senso comune e noi italiano buon senso.
Lo aveva volgarizzato: e nel senso per cui si dicono volgarizzamenti le traduzioni dei sacri testi nella lingua viva, e nel senso di un personale comportamento popolaresco-volgare nel più proprio significato. E aveva tentato di sottrarlo ai fantastici: a quelli che, da dentro lo custodivano; e noi quelli che, da fuori, lo combattevano. Attraverso lui, l’uomo della strada aveva cominciato a capire che la rivoluzione russa, la rivoluzione comunista, era, come già la rivoluzione francese, patrimonio di tutta l’umanità.
Quali che siano stati i suoi errori, i suoi cedimenti, le sue avventatezze, è certo che il suo disegno era grande e che ha saputo gettare le fondamenta di un mondo cui tutti gli uomini aspirano. E di ciò è segno la inquietudine, lo smarrimento, che la sua destituzione ha provocato in buona parte del mondo.

26.7.11

Come un palinsesto: i ragazzi e le lingue.(Lev Trotzkij)

Un brano dall’autobiografia di Trotzkij, una digressione collocata durante il racconto del drammatico 1917, quando il rivoluzionario è in giro per il mondo. Parla dei suoi figli, del loro peregrinare al seguito dell’esule, del loro imparare e disimparare, un racconto emozionante. (S.L.L.)

La capacità di adattamento dei bambini non ha limiti. Siccome a Vienna eravamo vissuti in un quartiere operaio i nostri ragazzi sapevano benissimo oltre al russo e al tedesco anche il dialetto viennese. Il dottor Alfred Adler diceva che parlavano viennese come un buon vetturino di piazza. Nella scuola di Zurigo dovettero adattarsi al dialetto zurighese che nelle prime classi era lingua d’istruzione. Vi si insegnava il tedesco come una lingua straniera. A Parigi essi passarono al francese e in pochi mesi impararono perfettamente la lingua. Molte volte li invidiai per la disinvoltura con cui parlavano. In Spagna e sul piroscafo non avevano passato neanche un mese intiero. Ma era bastato perché si appropriassero delle parole e delle frasi più comuni. A New York infine frequentarono per due mesi una scuola americana e parlarono un inglese alla buona. Dopo la rivoluzione di Febbraio sarebbero andati a scuola a Pietrogrado, ma la loro non era stata una vita scolastica regolare; così le lingue straniere svanirono dalla loro memoria in meno tempo di quanto non avessero impiegato per entrarci. Essi tuttavia parlavano il russo come stranieri. Spesso scoprivamo con stupore che la loro sintassi russa era un’esatta traduzione dal francese. Però in francese non riuscivano più a costruire le proposizioni. Nel cervello dei ragazzi era impressa quindi, come su un palinsesto, la storia delle nostre peregrinazioni. 

Da Leone Trozkij La mia vita, Mondadori, 1961 (prima edizione 1930).

Tav Torino-Lione: una storia già vista (da "geograficamente")

Ancora ieri ed oggi, quasi a reti unificate, le Tv continuano a far passare per azione di rivoltosi estremisti, quasi terroristi, la resistenza della popolazione valsusina e dei movimenti ambientalisti alla linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. Ho trovato oggi, nel sito “geograficamente”, espressione di una associazione di studiosi, studenti e appassionati di Geografia, nata all’Università di Padova, un intervento del suo presidente, Sebastiano Malamocco, con argomentazioni ragionevoli espresse con moderazione e qui lo “posto” come invito alla riflessione e al dubbio per tutti. La battaglia contro la Tav è la battaglia dei saggi; pazzi furiosi, estremisti e terroristi sono quelli che difendono quest’opera insensata, oggi assai più di ieri, schierando la polizia in assetto di guerra. (S.L.L.)
Quando le priorità dei bisogni di mobilità cambiano nel tempo ma si prosegue nel progetto perché è un grande affare (o forse solo perché manca il coraggio delle idee innovative)
di Sebastiano Malamocco

Opporsi ai treni, al trasporto su rotaia, di persone e merci, non è una buona cosa. Ma anche noi, da questo blog, che, pur prendendo posizione su alcuni temi che riteniamo “geografici”, territoriali, cerchiamo allo stesso tempo di sentire il pro e il contro, di trovare un equilibrio e riconoscere le ragioni che magari non condividiamo, ebbene nel caso del Treno ad Alta Velocità “Torino-Lione” ci risulta difficile l’esercizio dell’obiettività. Non riusciamo a capire perché non si arriva ad un forte potenziamento della linea ferroviaria già esistente.
Se all’origine (il 1990) la linea ad alta velocità in questione nasceva per collegare i passeggeri del nord Italia alla Francia, e viceversa, in tempi rapidi ora già si individua un altro obiettivo, visto che la necessità del trasporto passeggeri è di fatto superata dalla linea Milano-Parigi di sette ore di percorrenza: ora si dice che l’Alta Velocità ferroviaria servirà per le merci, per farle circolare in modo rapido.
Che si pensi alla rotaia per la circolazione delle merci è positivo, ma francamente è difficile capire la massa di investimenti (15 o 20 miliardi di euro, si parla, di cui solo al massimo un 30% finanziato dalla Ue… ma anche i soldi della Ue non vengono dai marziani…), che si parli di così tanti soldi e del “sacrificio”, dello scempio, della Val di Susa, per aumentare la velocità delle merci (quali merci?) tra nord Italia e sud della Francia ci appare cosa da far pensare….
Insomma, comunque la si prenda, vien da chiedere: ma l’opera serve o no? … Vent’anni di lavori e disastri, megagallerie, sconvolgimenti di paesi… non può essere ipotizzabile qualcosa di meno costoso, più efficace ed efficiente, ed ambientalmente compatibile (come la proposta di rinforzare la linea ferroviaria già esistente)? …E dirottando così parte degli investimenti necessari su altre infrastrutture magari diffuse, regionali, nei territori italici, che così tanto bisogno hanno di mobilità pubblica (certamente su rotaia, ma non treni a ipersonica velocità, pur veloci ed efficienti)?

"Con le armi della ragione e della verità". Una canzone cartista (Galles 1839)

La Carta del popolo, promossa dall’Unione nazionale delle classi lavoratrici, fu negli anni Trenta dell’Ottocento il testo che conteneva le principali rivendicazioni, più politiche che economiche, degli operai inglesi: prima fra tutte il suffragio universale maschile. Nel 1839 la Camera dei Comuni respinse la Petizione ispirata alla Carta e firmata da un milione e mezzo di lavoratori. Vi furono molte proteste. Una delle più dure, in Galles, aveva come obiettivo la liberazione di Henry Vincent, un dirigente cartista arrestato qualche tempo prima e incarcerato a Newport. La notte del 3 novembre un migliaio di operai cartisti marciò su quella città. Volevano presentarsi al magistrato per chiedere la scarcerazione di Vincent e di altri prigionieri cartisti, ma furono presi a fucilate e costretti alla fuga, dopo aver lasciato sul terreno dieci morti e una cinquantina di feriti: seguì una repressione durissima con molti arresti e alcune condanne a morte. Pare che marciando verso Newport gl’insorti cantassero la canzone che qui propongo e che ho tratto dal volume di Marina Insolera, Il socialismo e il movimento operaio dalla Congiura degli Uguali alla Seconda Internazionale, D’Anna, Messina-Firenze, 1973. (S.L.L.)
Certificato di appartenenza al sindacato dei fonditori di Inghilterra, Irlanda e Galles
Ho visto il pioppo crescere rapido
avvolto dall’umile pruno;
poi l’ho visto schiantarsi nel turbine
degli elementi scatenati.

Folgori balenanti nel cielo
seguite da un fragore di tuono,
bruciate, incenerite gli oppressori! Perché?
Perché essi osteggiano la Carta.

In piedi, ragazzi, combattete i nemico,
con le armi della ragione e della verità.
Dovranno Whigs e Tories accorgersi
che l’Unione non è tradimento.

Voi Lords, opponetevi se potete,
voi cercate la vostra condanna;
con o senza di voi resisteremo
finché non avremo la Carta.

Geografia del pollo (di Serena Milano - da "Geograficamente")

“Geograficamente – conservazioni e conservazioni virtuose del territorio” (http://geograficamente.wordpress.com/) è il nome del sito dell’associazione omonima nata per iniziativa di persone che si sono conosciute a Padova, al Dipartimento di Geografia: laureati in Geografia, studenti, appassionati .
Vorrebbero creare competenze specifiche innovative per ridare dignità e valore al lavoro del Geografo, come figura di conoscenza dinamica dei territori e delle genti che li abitano. In particolare aspirano a individuare per la Geografia una identità chiara. L'associazione è presieduta da Sebastiano Malamocco.
Non sono uno specialista, anche se ho per alcuni anni insegnato geografia alle Magistrali. Mi è sembrato allora che la materia fosse ingiustamente e stupidamente trascurata, oltre che malamente insegnata. Pare che oggi abbiano addirittura eliminato la geografia dal quadro delle discipline scolastiche.
La mia impressione dopo la visita del sito è che l’Associazione appena costituita abbia come binomio “geografia e politica”, intendendo per politica non già l’ignobile, incommestibile sbobba che il ceto dei politicanti - e quelli dei costruttori, dei cementieri, dei cavatori eccetera - ci propinano, ma l’impegno da cittadini per la comunità. Una cosa tuttavia mi è dispiaciuta, il Territorio con la lettera maiuscola. M’è sembrata scelta un po’ leghista. Ma a dei geografi si può perdonare. A chi se non a loro?
Nel sito ho trovato post su temi molto interessanti: dall’Aquila all’Africa, dalla Tav alle immigrazioni. Ne riprenderò per stralci alcuni in questo blog. Ovviamente citerò la fonte e, quando indicato, l’autore, cominciando da questo sulla Geografia del pollo, di cui ho ripreso una parte, opera di Serena Milano dello Slow Food.
Aggiungo una nota personale. I promotori dell’associazione e i curatori del sito mi hanno reso, una volta tanto, orgoglioso della nostra università. Grazie grazie grazie. (S.L.L.)


Geografia del pollo
Geoalimentazione e atrocità sugli animali - Cambiare la struttura degli allevamenti e le proprie abitudini alimentari è necessario

Polli bionici
Il 21 maggio 2002 il National Post pubblica un’immagine desolante: un pollo vivo e vegeto, ma completamente nudo. Una razza fatta così, senza penne né piume, selezionata da uno scienziato israeliano per eliminare un passaggio e ridurre i costi di lavorazione. Non è soltanto una curiosità, il risultato mostruoso di un esperimento strambo, ma l’esito normale e inevitabile di una tendenza inaugurata già negli anni Cinquanta e giunta ormai al suo parossismo. Nelle vaschette del supermercato, oggi, ci sono polli creati con un unico obiettivo: accorciare sempre di più il tempo che divide il pulcino dalla crocchetta. Così, se un pollo ruspante ha bisogno di almeno cinque o sei mesi per diventare adulto, gli ibridi dell’industria sono pronti per il macello dopo 40, 50 giorni. E fra pochissimo – questione di mesi – uscirà sul mercato l’ultimo ritrovato, che raggiungerà il peso di due chilogrammi in soli 33 giorni.
Nel mondo sono quattro o cinque, non di più, le multinazionali che selezionano questi polli bionici: compagnie inglesi, canadesi, americane e francesi. Gli animali con le migliori perfomance si chiamano Ross, Cob, Hubbard, Warren Brown e così via. Da quarant’anni a questa parte hanno spazzato via tutte le razze locali.
Gli ibridi da carne sono “programmati” per essere pigri e costantemente affamati (crescono così in fretta che le zampe non riescono quasi a reggere il peso del corpo e la maggior parte ha problemi di deambulazione), mentre le galline ovaiole devono rimanere leggere e magroline, per produrre il maggior numero possibile di uova (ormai si arriva addirittura a 300 l’anno).

Che cosa mangia
Il pollo da carne non cresce, lievita letteralmente: grazie al lavoro di selezione, ma anche ai mangimi, che contengono percentuali di grasso che vanno dal 5 fino al 10-12%. Prima dello scandalo BSE erano sostanze di origine animale (scarti dell’industria della carne reperibili a costo zero), ora un’ondata “salutista” ha dirottato gli acquisti verso oli tropicali a bassissimo costo: di cocco e palma. Grassi saturi: sostanze che rimangono nel pollo per intasare le vene dei consumatori alla costante e ingenua ricerca di carne bianca e magra. Il resto del mangime è fatto di cereali (mais miscelato a orzo, frumento, sorgo…) mentre la fonte proteica viene principalmente dalla soia (che ha sostituito le farine animali). Soia di importazione, naturalmente. Solo una parte irrisoria è prodotta in Italia, mentre l’85% proviene dalle Americhe (Stati Uniti, Brasile, Canada e Argentina). Quasi sicuramente transgenica, quindi, ma d’altronde chi può controllare le migliaia di tonnellate di farina di soia che approdano ai porti di Savona e di Ravenna e ripartono sugli autotreni per i vari mangimifici? Dietro ci sono ancora una volta le multinazionali, giganti come Cargill e Monsanto.
Con i mangimi, poi, i polli ricevono la loro razione di antibiotici, spesso indispensabili per prevenire le numerose nuove patologie legate alla grande concentrazione dei capi. In un allevamento di centinaia di migliaia di animali, infatti, si diffondono con estrema rapidità epidemie di massa costosissime per le aziende. Proprio per questo, tra i vari animali allevati, i polli sono i più trattati. C’è da sperare che i controlli sui tempi di sospensione degli antibiotici (prima della macellazione) siano osservati regolarmente, ma il dubbio rimane, anche perché le analisi, per dare risultati, hanno bisogno di tempo (circa due settimane) e spesso, nel frattempo, i polli sono già in tavola.

Chi lo alleva
Le multinazionali forniscono gli ibridi e le materie prime. L’anello successivo della filiera dovrebbero essere gli allevatori, e invece no. Il mercato del pollo, in Italia ma anche nel resto del mondo, li ha ricacciati in un angolo relegandoli al ruolo di lavoratori a contratto, semplice manodopera. Pochissime grandi aziende (a integrazione verticale) possiedono i polli, i mangimifici, i macelli e le strutture di trasformazione. Tutto insomma, tranne la terra. Quel poco di spazio destinato ai polli è l’unica proprietà degli allevatori: loro mettono a disposizione i capannoni, ricevono i pulcini, i mangimi, le cure veterinarie e consegnano i polli pronti per il macello. 0,11-0,12 euro al chilo è la media dei ricavi. Nessun rischio di impresa, investimenti minimi, guadagni bassissimi e potere contrattuale nullo. Il mercato del pollo può oscillare, salire, scendere: la loro situazione non cambia.
Il 95% del mercato italiano, in pratica, è in mano a una manciata di aziende: Veronesi (proprietario del marchio Aia), Amadori (insieme coprono l’80%), i Fratelli Martini di Longiano (Fc), alcune cooperative sopravvissute in Romagna e pochi altri.
Negli anni Settanta e Ottanta c’erano ancora cinquanta aziende, poi sono andate in crisi una dopo l’altra e, via via, sono state assorbite dalle più grandi, che spesso hanno mantenuto i singoli marchi.
Così oggi poco più di tre gruppi producono e commercializzano oltre 400 milioni di polli da carne l’anno senza possedere un solo metro quadrato di terra.
Nessun altro settore dell’agricoltura ha visto per ora una tale concentrazione, ma pare sia questa la tendenza prossima futura dell’allevamento industriale. Se la formula degli allevatori a contratto riguarda il 95% del settore avicolo, infatti, in quello suinicolo ha già raggiunto un buon 35%.

Il mercato italiano
In Italia il mercato – dopo una ripresa legata alla fobia della mucca pazza – è di nuovo in crisi e il prezzo del pollo continua a scendere (ormai, non vale più di 0,70 euro al chilo). Per questo è vitale ridurre sempre di più i costi, e quindi la qualità dei mangimi, i tempi di crescita…
I guadagni delle grandi aziende, in ogni caso, non sono legati alla semplice vendita dei polli. La fetta più importante dei ricavi arriva dal numero spropositato di prodotti pronti: dai cosiddetti trasformati di seconda generazione (vaschette di petti, di cosce…), di terza generazione (spiedini) e soprattutto di quarta generazione (polpette, cotolette impanate, arrosti, crocchette ripiene, fagottini, salsicce, wurstel…).
L’inversione di tendenza (i polli ruspanti, gli allevamenti biologici…) riguarda una porzione minuscola, una goccia nel mare e i prezzi, ovviamente, non sono competitivi: i polli dei Presìdi, ad esempio, non possono scendere sotto i 9 euro al chilogrammo (peso vivo), per ripagare agli allevatori il tempo, il lavoro, le materie prime. Ma la differenza non è fra due tipi di pollo: è fra un pollo e un prodotto industriale che con i suoi antenati ruspanti non ha più nulla da spartire.

Come vive
La vita di un pollo da carne dura sei settimane circa. Inizia in un grande incubatoio e prosegue in un capannone chiuso, una specie di tunnel: senza un pezzetto di terra, né un pezzetto di cielo, senza giorno né notte. La luce è elettrica, programmata per aumentare la produttività (mediamente rimane accesa 16 ore al giorno) e l’ambiente è climatizzato con ventilatori. Nell’allevamento più piccolo ci sono 20-30.000 polli, ma la media è molto più alta e, spesso, si arriva a un milione di capi: con una densità che va dagli 11 ai 18 animali per metro quadrato. Praticamente un enorme, fitto tappeto di polli.
Le galline sono più longeve (40 settimane o più) ma non per questo più fortunate. In Italia sono 46 milioni e producono oltre 13 miliardi di uova l’anno. Possono nascere a Cocconato d’Asti (in Piemonte) o a Faenza (in Romagna), dove operano le principali aziende che forniscono pulcini di ovaiole. Pulcini femmina ovviamente: i maschi quasi sempre sono eliminati nei primi tre giorni di vita (o con il gas oppure mediante una specie di tritacarne a lama) e, dopo il bando delle farine animali, si sono trasformati in un fastidio, un rifiuto da smaltire, un costo aziendale.
Le femmine, invece, fanno il loro ingresso nelle batterie: centinaia di gabbiette sistemate le une sopra le altre. In ogni gabbietta ci sono 5 o 6 galline e ognuna di esse ha a disposizione una superficie di 450 cmq (pressappoco un foglio da macchina da scrivere). Fino a quando muoiono hanno lo spazio sufficiente per tre movimenti: allungare il collo per mangiare, defecare, deporre uova. La leggera pendenza della gabbia permette all’uovo di rotolare su un nastro trasportatore senza sporcarsi. Dato che la densità e il caldo rendono nervosi e aggressivi gli animali, onde evitare fenomeni di cannibalismo, spesso si taglia loro il becco con una macchinetta entro la prima settimana di permanenza.

Uova e spazi
Dopo circa un anno le galline sono “esaurite”, ma esiste uno stratagemma per allungarne il ciclo produttivo: la cosiddetta muta forzata. Si riducono le ore di luce e si lasciano gli animali a regime alimentare ridotto per 11-14 giorni. Quando hanno perso tutte le penne, si ricomincia con le razioni normali di acqua e cibo: così ricominciano a deporre uova, per di più molto più grandi di prima. In questo modo sono utilizzabili per altri sei mesi. Al termine sono macellate e trasformate in omogeneizzati o altri preparati (non possono essere vendute intere perché sono troppo magre e sciupate).
Questo è il sistema più diffuso, ma esiste anche l’allevamento a terra (nei capannoni). Lo spazio a disposizione più o meno è lo stesso, ma non ci sono le gabbie.
Il 90% delle 221 uova che consuma mediamente ogni italiano in un anno arriva da strutture iperspecializzate come queste. Strutture dislocate principalmente nel Nord: la Lombardia da sola copre il 17%, il Veneto il 16%, l’Emilia Romagna il 15%, il Piemonte l’8%.
Una normativa europea (la direttiva 1999/74/CE del Consiglio del 19 luglio 1999) dovrebbe prevedere l’eliminazione delle batterie entro il 2012. In realtà, se si leggono bene i numeri, la situazione non migliorerà di molto.
Se oggi una gallina ha a disposizione 450 cmq, dal 2003 dovrà averne 550 e infine, dal 2012, 750. In questo spazio ci dovranno essere un nido, un posatoio (un’asticciola di 15 cm su cui salire), almeno 12 cm di mangiatoia, una lettiera e un dispositivo per levigarsi le unghie.
Numeri minimi, basta pensare che una gallina per stendere le ali ha bisogno (mediamente) di 893 cmq, per girarsi deve averne 1272, per arruffare le penne 873 e per toelettarsi 1151. Non parliamo poi di razzolare… un verbo che sta per scomparire dal dizionario.

Un allevamento inglese
Questa non è solo la fotografia dell’avicoltura italiana: pressappoco è quella di tutti gli allevamenti intensivi del mondo.
Nel mese di marzo del 2002 The Observer ha descritto nei dettagli il processo produttivo di un’azienda avicola inglese, una qualsiasi delle strutture che garantiscono il 90% degli 817 milioni di polli allevati ogni anno in Gran Bretagna. Per entrare ci vogliono cuffietta, tuta e stivali disinfettati. Tutto è computerizzato: luce, cibo, acqua, aria, temperatura. L’efficienza produttiva è migliorata a tal punto che oggi i polli costano meno di vent’anni fa (un pollo arrostito vale meno di una birra) e l’applicazione di rigide norme igieniche ha abbattuto i casi di salmonella. Durante le loro sei settimane di vita, i polli hanno due sole alternative, accovacciarsi gli uni sugli altri o rimanere in piedi, e non cambiano posto, né lettiera: così l’ammoniaca che sale dalla montagna di escrementi brucia loro la pelle lasciando tracce marroni che si possono notare ancora al momento dell’acquisto. Quindi passano al macello: entrano vivi, appesi per le zampe, e dopo due ore sono prodotti pronti (polpette, hamburger, wurstel): al ritmo di 15.000 l’ora, che significa un milione a settimana e 50 milioni l’anno.
Peter Bradnock, chief executive del British Poultry Council, descrive tutto questo con orgoglio: «L’industria avicola – spiega – è straordinariamente avanzata negli ultimi 5, 10 anni. Ora è molto più scientifica: abbiamo la migliore conoscenza tecnica mai avuta prima».
E non può non venire in mente la celebre frase di Nietzsche: «Il fine ultimo della scienza è la distruzione dell’uomo».

Il pollo in pastella di Joel Robuchon.

In un vecchio supplemento gastronomico de “il manifesto” leggo su un vecchio articolo di Piero Ferro (di Slow Food):
Il più grande chef dell’era moderna, Joël Robuchon, cucina il pollo seguendo una ricetta al limite del banale: lo riveste di sale e pastella di farina e lo cuoce in forno, appena insaporito da un ciuffo di rosmarino e una foglia di alloro. Un piatto di divina semplicità, dove i tempi perfetti di cottura e l’equilibrio appena accennato degli aromi devono esaltare la superba qualità della carne. Ecco il segreto: il pollo. Che per Robuchon non può che essere il poulet de Bresse.
Segue la storia gloriosa di questa razza francese di volatili. Ma perché la preparazione riesca eccellente (tale l’hanno considerata i miei ospiti quando l’ho sperimentata) non è necessario disporre proprio di quel pollo lì, basta che l’animale sia di ottima qualità. Cercando un po’ (e pagando il di più che la cosa merita) se ne trovano. 

Emma Marcegaglia e le corruzioni del dottor Antonio.

Grazie a Paolo Lupattelli, che ne ha diffuso la nuova tra i suoi amici di fb, scopro che la Marcegaglia S.p.a. di Ravenna è stata condannata nella causa con la Fiom Cgil a proposito delle condizioni dei nuovi assunti. Benissimo. Forse non a tutti sono note le vicissitudini giudiziarie di Antonio Marcegaglia, amministratore delegato del gruppo e fratello della sorella confindustriosa. Ne approfitto per riprendere, lievemente aggiornato, un passaggio di un mio vecchio post che tratta la vicenda. Mi serve anche per suggerire la lettura un libro utilissimo di questi tempi. La sacrosanta indignazione contro la “casta” dei politicanti rischia infatti di nascondere che tra i succhiasangue del popolo lavoratore ci sono, e in prima fila, spesso anche più dei politicanti, i manager pubblici e privati e i “capitani” d’industria che hanno mandato e continuano a mandare a picco l’Italia.

Antonio ed Emma Marcegaglia
Nel 2009 i giornalisti Meletti e Dragoni, nel loro libro La paga dei padroni, ponevano la questione morale a “lor signori”, quelli che, crisi o non crisi, si assegnano compensi da nababbo, quelli che delocalizzano, licenziano, comprano, vendono e in questi tortuosi giri continuano a lucrare appannaggi regali, profitti, rendite, liquidazioni e benefit. In chiusura del libro ricordavano a lady Confindustria un evento recente. Una settimana prima dell’ascesa al vertice confindustriale della signora Emma il fratello di lei, il socio alla pari, che con lei condivide la guida della Marcegaglia S.p.a., patteggiando la pena per corruzione, vuotò il sacco con i giudici : aveva pagato una grossa bustarella a un manager pubblico, per comprare a prezzo stracciato una società dell’Enipower. “Ci tenevo molto” – disse per giustificarsi. Appena insediata in Confindustria, madame Emma tuonò: caccerò via dalla nostra associazione gl’imprenditori che pagano il pizzo alle mafie. Giustissimo: l’imprenditore non può farsi complice delle organizzazioni criminali, deve resistere alle pressioni anche se corre seri rischi. Ma quelli che, senza alcuna minaccia per la propria pelle e le proprie sostanze, corrompono i pubblici funzionari e da impuniti lo confessano in Confindustria ci possono restare? Emma Marcegaglia non risponde. Evidentemente essa considera moralmente disdicevole il “bunga bunga” e intollerabili i privilegi della “casta”, ma il “magna magna” dei padroni e dei loro amici bustarellari (politici o funzionari che siano) non la disturbano più di tanto. (S.L.L.)

"Maria Serra che castra galletti". I capponi di Morozzo (di Piero Sardo)

Dal supplemento del “manifesto” “scritto e mangiato” di dicembre 2006, Cestini modello, propongo un ampio stralcio da un articolo di Piero Sardo, di Slow Food. (S.L.L.)
Maria Serra castra galletti dall’età di 14 anni. Lo facevano la nonna, la madre e ora lei è una delle poche depositarie di questa tecnica antica e un poco sadica, che le ragazze più giovani si rifiutano di imparare. Un lavoro di fino, per mani abili e sottili, e quindi prerogativa esclusiva delle donne. Due aiutanti tengono fermo lo sventurato volatile e Maria prima taglia, poi cuce con lo spago. Cinquanta capponi per volta, dieci all’ora o poco più.
Coronamento di un lavoro paziente iniziato in primavera, con la schiusa dei pulcini, tenuti in caldo sotto una rudimentale lampadina appesa a un filo e poi lasciati liberi. Nei primi giorni la loro dieta è a base di mangime (esclusivamente vegetale) e poi sono lasciati liberi: i galletti (e poi i capponi) devono disporre di almeno 5 metri quadrati di spazio all’aperto e sono rinchiusi solo la notte (alcuni si rifugiano addirittura sui rami degli alberi).
La castrazione avviene ad agosto, permettendo ai capponi di crescere per altri 4-5 mesi e di essere pronti a Natale (non si macellano mai prima di 220 giorni).
A Morozzo, vicino a Cuneo, tradizionalmente i capponi si fanno con la razza bionda e, quando sono pronti, hanno una lunga coda nera con riflessi metallici e penne lucide rosso mattone orlate di blu o di verde. Si riconoscono perché sulla testa piccolina non hanno né creste né bargigli e per un particolare che notano soltanto gli allevatori: durante le fiere e le mostre, nelle gabbiette e nelle ceste, i capponi sono placidamente affiancati in coppie, comportamento impensabile per due galli. La carne è morbida, tenera e delicata: i puristi la gustano semplicemente lessa e bagnata nel sale (o al limite accompagnata dal bagnet verde) ma può anche essere ingrediente di piatti raffinati, come il pasticcio o il cappone ripieno. Genitali, creste e bargigli si fanno soffriggere con un battuto di cipolla, rosmarino e pomodoro o si destinano al sugo di frattaglie, per condire il primo piatto più classico della cucina piemontese, i tajarin.
Questa tradizione, un tempo diffusissima (il cappone era un regalo destinato alle tavole di dottori e notabili locali), dagli anni Sessanta inizia a scemare fino a rischiare la scomparsa. Nel 1998 i capponi di Morozzo sono ridotti a un numero esiguo e la storica fiera del paese è quasi compromessa. In pochi anni il Presidio Slow Food, uno dei primi a essere attivati, rilancia il suo allevamento: dai 300 capponi del 1999 si passa a 3000 nel 2002. Un consorzio, nato con 31 allevatori, ora ne riunisce oltre 60 e i macellai del paese con appositi contenitori e ghiaccio secco spediscono capponi in tutta Italia. E la fiera, che si svolge ogni anno il terzo lunedì di dicembre, ha ripreso vigore. I capponi sono tornati a migliaia, esposti per la vendita (e con loro i compratori:macellai, ristoratori, privati di tutto il Piemonte) e per il concorso. La competizione ha riconquistato il suo significato e non è cosa da poco vincere il primo premio, consegnato al proprietario della migliore coppia di capponi.

25.7.11

La Chiesa e il testamento biologico. Verità e libertà (di Raniero La Valle)

Dal sito di Raniero La Valle propongo un ampio stralcio da un articolo del 18 luglio scorso sul testamento biologico. (S.L.L.)
È triste e pericolosa una società nella quale si sente il bisogno di fare una legge sulla morte, soprattutto per proibire una buona morte, che in greco si dice eutanasia. Vuol dire che siamo arrivati a un grado di tale sospetto reciproco, di tale sfiducia nei parenti, nei medici, negli infermieri, nei giudici come se tutti fossero lì pronti a toglierci la vita, che c’è bisogno di una legge, di una ferrea norma penale per vietarglielo. Una volta, quando si moriva in casa, e quando le macchine non intercettavano quello che si chiamava “il ritorno alla casa del Padre”, ciò sarebbe stato inconcepibile. Ma ora abbiamo a che fare con un legislatore che pretende di estendere il suo controllo su tutte le pieghe della realtà, e con una maggioranza parlamentare che ha patito come uno scacco, come un’intollerabile usurpazione il fatto che la povera Eluana Englaro morisse un attimo prima che un suo sovrano decreto glielo impedisse. Vuole una rivincita su tutte le Eluane Englaro del futuro.
La Chiesa farebbe bene a non mettercisi in mezzo. Per molte ragioni. La più mondana è che se la Chiesa detta alla politica l’agenda etica, una politica cattolica, fatta o ispirata dai cattolici, non è più possibile: è possibile solo una politica ecclesiastica eseguita magari da miscredenti e corrotti per tutt’altri motivi. Fino a quando la Chiesa dei vertici si assume la titolarità delle scelte politiche che giudica per lei rilevanti, la Chiesa della base, cioè i fedeli laici non possono farci niente, ed è inutile auspicare una nuova generazione di politici cattolici e magari proporre ad attempati pionieri di una nuova DC un codice della Segreteria di Stato arcaicamente chiamandolo codice di Camaldoli.
La ragione più ecclesiale è che il declino della Chiesa in Italia, dopo gli anni del Concilio, è cominciato quando essa si è tutta concentrata ed esaurita nella lotta contro il divorzio, e poi in quella dell’aborto, e poi, sempre più polarizzandosi, in quella per la vita “dal concepimento alla morte naturale”; ciò comportava una riduzione del cristianesimo a una sorta di Autorità di garanzia della vita fisica (purché “innocente”) e un invilupparsi del movimento cristiano nei movimenti per la vita. Di conseguenza doveva venirne l’arretramento del suo progetto religioso in progetto culturale.
La ragione più spirituale è che nella riduzione della fede ad etica, cioè a casistica dei comportamenti ammissibili, si perde l’essenziale del messaggio di salvezza. La religione dei precetti c’era già, erano tanti, ed era il giudaismo. Se c’era da aggiungerne di nuovi, a ogni cambiamento di culture e di tecniche, non c’era bisogno che partorisse Maria. La novità del cristianesimo sta nell’aver portato l’etica, la norma dell’agire, dal dominio della verità al dominio dell’amore, dal regno dell’obbedienza al regno della libertà. Ogni volta la Chiesa fa fatica ad essere la Chiesa di quel messaggio lì: è più semplice affermare una verità, dichiararla oggettiva (intemporale universale e astorica) ed esigere comportamenti conseguenti.
L’ultima volta fu quando nella “Pacem in terris” Giovanni XXIII voleva dire agli uomini che se volevano la pace, dovevano farsi guidare (ducibus) dalla verità, dalla libertà, dalla giustizia e dall’amore. I censori gli obiettarono che non si poteva mettere sullo stesso piano la verità e la libertà, perché il magistero dei recenti pontefici aveva stabilito una gerarchia, era la verità che doveva decidere di tutto, la libertà era vigilata, doveva passare all’esame di chi deteneva la verità. Non parliamo poi dell’amore. Papa Giovanni lasciò quelle parole come stavano. La dignità dell’uomo stava nel poter cercare liberamente la verità, l’etica stava nel farsi discepoli dell’amore di Dio.

Povera Italia. Non c'è più la colla (di Raniero La Valle)

Dal sito di Raniero La Valle, un tempo senatore della Sinistra Indipendente eletto nella mia Agrigento, espressione di un cattolicesimo democratico pieno di respiro sociale, recupero questo articolo breve e sugoso postato il 23 luglio 2011, bilancio di vent'anni per i compagni che titubano. (S.L.L.)
Era cominciata con uno slogan baldanzoso, ottimistico, allegro, “Forza Italia”, che evocava gioie e vittorie, un po’ come la “gioiosa macchina da guerra” del Grande Distruttore Occhetto, e finisce con una esclamazione amara, che sta sulle bocche di tutti, in patria e all’estero, sui giornali e nelle Cancellerie, ed evoca frustrazione, dolore, sconfitte: “Povera Italia!”
L’Italia è diventata più povera nel lungo ciclo berlusconiano, le cui ultime convulsioni, ancora dettate dalla protervia e dall’arroganza di chi in nessun modo vuole lasciare un potere che più non gli compete, riempiono le cronache politiche, giudiziarie ed economiche di queste settimane estive. Ma questa povertà non è solo di denaro, non è solo delle famiglie, delle imprese, dei giovani che vedono isterilirsi il futuro. È una povertà più profonda. Sono le speranze che sono venute meno, è il senso di appartenenza a una stessa comunità politica che sembra perduto, a favore di quella lotta di tutti contro tutti che nell’attuale politica ha il suo modello ed il suo paradigma; è la stima in quanti rendono un servizio pubblico che è entrata in crisi, e non perché essi rubino (la maggior parte non lo fa) ma perché non pensano per niente al pubblico, e perché è passata l’idea che il servizio pubblico – dal capo del governo al funzionario che sta allo sportello – non è che uno dei modi per provvedere ai propri interessi privati. Né la cultura (è stata proclamata la morte di tutte le culture novecentesche) né l’etica (distrutta dal moralismo ed esaurita in pure e semplici petizioni di principio) sono più in grado di esercitare una funzione aggregante: “non c’è più la colla”, diceva già Giuseppe Dossetti.
In tutto questo l’Italia ha cessato di essere felice. Problemi ne ha sempre avuti, ma mai aveva perso il gusto della vita, la gioia di parlarsi, di stare in relazione. Naturalmente non si può dare la colpa al governo, alla maggioranza, alla Confindustria, alla Fiat, alle regioni, alla politica se la gente non è felice. La felicità la politica non la può dare, né gliela si può chiedere senza perdere la libertà. Però l’uomo ha il diritto innato di cercare la felicità (lo diceva anche la Dichiarazione d’indipendenza americana), e compito della Repubblica, come dice la Costituzione al suo articolo 3, è di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono di perseguirla; le effettività dei diritti, al lavoro, allo studio, alla salute, alla casa, non sono la felicità ma sono le vie per cercarla.
L’ideologia della destra al potere in regime bipolare ha radicalmente e in via di principio negato questo ruolo della Repubblica; lo Stato minimo, lo Stato che pezzo per pezzo smonta l’edificio della sicurezza sociale, lo Stato che non mette le mani in tasca ai cittadini ricchi e quelli poveri li manda a mani vuote, non fa spazio alla società, la abbandona. E se poi propone dei modelli di felicità, questi sono miserandi. Per il partito di Berlusconi la felicità sta nel non pagare le tasse, nell’avere giudici rattrappiti perché si possa più facilmente delinquere avendo buoni avvocati, sta nella modalità consumistica del vivere e nella esclusione dal messaggio mediatico e televisivo di ogni traccia di informazione e di cultura; per la Lega nord la felicità sta nella sicurezza, nell’egoismo di razza e di nazione, nella cancellazione dello straniero, e in quel federalismo che consista nel non far uscire i soldi dal Nord e portarvi almeno due ministeri dal Sud.
Sarebbe sbagliato attribuire questo sfacelo a una forza del destino, a un improvviso degrado dello spirito italiano, a un inopinato rovescio economico. L’Italia è stata sciupata con lucida determinazione, anno dopo anno, a partire dalle prime riforme elettorali, a partire dai tentativi di mettere sotto controllo la magistratura prima ancora di Tangentopoli, a partire dai primi attacchi al principio della rappresentanza, a partire dalla pretesa, avanzata già da Cossiga, di liquidare l’impianto costituzionale del ’48 per dar luogo a una seconda Repubblica cesarista ed extraparlamentare.
È un miracolo che dopo vent’anni il lungo lavoro eversivo non sia giunto a compimento, che grandi risorse di democrazia e di solidarietà siano ancora presenti nel Paese, e che la Costituzione possa ancora essere salvata. Ma deve esser chiaro che di questo si tratta quando si discute di bipolarismo, di referendum elettorali, quando, nonostante la prova fallimentare del nuovo sistema, si dice che “non si può tornare indietro”, quando sotto il pretesto di tagliare i costi della politica, si vogliono in realtà abolire i costi della democrazia e quando a sinistra si insiste sulla sciagurata “vocazione maggioritaria” del partito pigliatutto per rendere eterni i governi.
Quella che dobbiamo fare non è una scelta alchemica tra quel tanto di maggioritario o di proporzionale che dovrebbe avere il nuovo sistema elettorale, in un solo turno o due turni, è una scelta di civiltà e di rilegittimazione politica.

La poesia del lunedì. Toti Scialoja (1914-1998)

A lume di candela
vieni avanti in camicia
trascinando una sedia
per dirmi che la vita

è una favola idiota
piena di schianti ed urla
e questa sedia rotta
bisogna ripararla.

Da Le sillabe della Sibilla, Scheiwiller, Milano, 1988

24.7.11

Angelo Scola. Laicità di un cardinale (di Bruno Gravagnuolo)

Su “L’Unità” del 20 luglio 2005 un corsivo di Bruno Gravagnuolo discute di un’intervista sulla “laicità” del cardinale Angelo Scola, allora patriarca di Venezia ed oggi successore di Tettamanti nella diocesi di Milano, probabilmente la più importante del Nord Italia, che fin qui aveva resistito alle tentazioni integraliste (e all’affarismo) di Cl e della sua Compagnia delle Opere. Nel 2005 il gerarca vaticano si era già distinto per le aperture alla Lega e alle sue manifestazioni antimoschee, espressione evidente di intolleranza. Parlava di “reciprocità”. “Se nei loro paesi ci perseguitano – lasciava intendere - e non ci permettono di avere chiese e luoghi di riunione, perché noi cattolici dovremmo lasciare costruire moschee?”. Nello stesso tempo in cui esprimeva questo progetto neoconfesionalista, da “religione di stato”, Scola si proponeva a modello di laicità con Aldo Cazzullo, del “Corriere della sera”, riservando un’attenzione prevalente ai cosiddetti “temi eticamente sensibili”. Mi pare che Gravagnuolo efficacemente ne smonti le argomentazioni e ne sveli l’ipocrisia. (S.L.L.) 
Il cardinale Scola tra preti e prelati
Formidabile il Cardinal Angelo Scola, patriarca di Venezia, e relatore al prossimo sinodo mondiale vescovile. Dalle colonne del Corsera, intervistato da Cazzullo, ci parla di «nuova laicità». Di Habermas («il confronto permanente») e di «società civile pluriforme». Dove tutti dialogano e si esprimono, e dove poi «il popolo sovrano prenderà le sue decisioni». Senza «privilegi» per nessuno, e senza neutralità formalistica rispetto al popolo sovrano «che si è espresso» e che dunque lega lo stato al «risultato» espresso.
Chiaro? Significa che non esiste sfera di diritti al riparo dalla volontà sovrana democratica. Salvo quelli inclusi nel «Bene Comune»di Tommaso, di cui la Chiesa è depositaria. E che include ad esempio «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e aperta alla vita».
Talché ne deriva
a) Che per il cardinale il diritto canonico è base fondativa e inattaccabile di qualsivoglia legislazione.
b) Che la maggioranza sovrana ha il diritto di imporre il contenuto «etico» delle sue decisioni, senza riguardo ai diritti del singolo: «non si può pensare la società civile come mera sommatoria di atomi individuali...».
Capito? E il bello è che il Cardinal Scola nobilita tali sillogismi illiberali tacciando di «assolutismo» il presunto «Vietato vietare» dei laici. Ma di fatto riproponendo null’altro che lo stato etico confessionale, condito dalla dittatura della maggioranza. Cioè una sorta di democrazia protetta, in bilico tra Tommaso e Rousseau e con la Chiesa a far la parte... del Consiglio dei Custodi in Iran. Non basta. Giacché il Cardinale, laddove esclude «privilegi per singoli e corpi intermedi», sorvola amabilmente sui privilegi concordatari, che assegnano alla Chiesa ruolo soverchiante rispetto all’eguaglianza laica dei diritti. Dall’8 per mille, assegnato per tre quarti al Vaticano in spregio alle minoranze religiose e mercè legge bislacca. Sino all’insegnamento religioso in carico allo stato, e ad altre quisquilie fiscali, territoriali e amministrative.
«Nuova laicità»? No. Trattasi di noto integrismo, ammannito soavemente, citando Habermas...

I luoghi raccontati: Varigotti (Gina Lagorio)


Gina Lagorio
E’ stato pubblicato nei giorni scorsi come ricordo di Gina Lagorio, la scrittrice che fu anche parlamentare della Sinistra indipendente nella Decima Legislatura, una raccolta di scritti politici nati in quarant’anni di attività letteraria e giornalistica. Il volume ha come titolo Parlavamo del futuro ed è stato curato dalla figlia della scrittrice, Simonetta, e pubblicato con una prefazione di Furio Colombo (Editore Melampo). 
Benedetta Centovalli, che il 16 luglio scorso ha recensito il volume per "Tuttolibri", ne ha estratto una frase programmatica sul valore delle parole: «Chi usa le parole deve prima pensarle, pesarle, misurarle. Perché le parole sono semi, lievito, virus, veleno, non passano nel vento, ma restano, si radicano, proliferano». Scrive Centovalli che Gina Lagorio “aveva ben chiaro in mente, da scrittore di razza… che quotidianamente si danna sulle parole, quanto fosse importante la loro aderenza alla verità”; e aggiunge che per lei coincidono “la cura delle parole, la capacità sempre intatta di indignarsi e di difendere la libertà e la possibilità di essere felici”. 
Questa riflessione la uso a corredo del brano che qui propongo, un inedito della scrittrice di Bra pubblicato da “L’Unità” in occasione della sua scomparsa il 20 luglio 2005. Si tratta di un testo non propriamente politico, scritto per l’Associazione Amici di San Lorenzo, una chiesetta sita a Varigotti, sulla Riviera ligure. E’ un testo esemplare di come un luogo può essere raccontato mescolando storia, memoria, capacità di vedere e sentire; ma ancor più è un esempio di come la cura delle parole possa essere via a una possibile felicità. (S.L.L.)
Varigotti, Savona
Chissà se Vincenzo Cardarelli abbia mai soggiornato a Varigotti: me lo son chiesto ogni volta che ho posato gli occhi sulla chiesa di San Lorenzo, alta a guardare il Golfo dei Saraceni. In Liguria egli esclama: «O chiese di Liguria, come navi / disposte a esser varate!» e l’immagine torna nella lirica Sera di Liguria: «Le chiese sulla riva paion navi / che stanno per salpare». Ma qui le chiese sono «sulla riva» e così le vedo, accanto al mare, come navi appunto pronte al varo; quello slancio aereo che faccio coincidere con la varigottina San Lorenzo non c’è più. E già ripensandola, ora che le parole e le immagini del libro pronto anch’esso a essere varato, frutto di lungo studio e grande amore di un gruppo di amici, fanno da cornice ai pensieri, sento che niente può dare vita alla chiesa di San Lorenzo meglio di quel verso, che le apre le strade dell’infinito; prima nell’aria azzurra, poi nel grande alveo marino si cui posarsi, aerea fantasia che io pittore tradurrei al modo di Chagall o di Baj.
Ecco, oggi che tanti anni sono trascorsi dalla prima volta in cui ne scrissi, so che la chiesetta – studiata da specialisti saputi e amorosi e ristrutturata - non è più per me quella di allora, fatta di pietre e di memorie private, ma è diventata un simbolo, un’insegna, una bandiera.
Un’insegna che dice insieme il tempo e il luogo in sui si accampa. Una bandiera degli uomini che intorno vi hanno abitato, fedeli a principi eguali nei secoli, non soltanto religiosi ma civili. Un simbolo di culto alla bellezza, quella che nessuna vicenda storica può cancellare e che si scolora soltanto se chi vive rinnega la grazia del vivere tra eguali nella diversità distinta dal destino di ciascuno e rispettata da tutti.
Per chi non fosse transitato in questo angolo privilegiato di Liguria, traccio una mappa essenziale: l’immagine più nota, lo scenario principe di Varigotti appare venendo per l’Aurelia da Savona quando si esce dalla galleria del Malpasso, strapiombo di roccia chiara che il tramonto colora di rosa: è il Golfo dei Saraceni, sovrastato dalle fortificazioni bizantine e longobarde distrutte nel 1341 dai genovesi che interrarono il porto, e guardato da San Lorenzo, abbazia benedettina sopravvissuta alla corrosione del tempo e dei venti. Un giallo cartello turistico annuncia Varigotti come «borgo saraceno». Si tratta di una sequenza di case su entrambi i lati dell’Aurelia e uno guarda tra palme e oleandri al mare dove una spiaggia sabbiosa e ghiaiosa corre per circa un chilometro e mezzo, e l’altro alla roccia che incombe, interrotta nel suo aspro grigio da vivaci apprezzamenti di vigna e di orto, da ulivi, da alberi del pepe e dagli scuri grovigli della macchia mediterranea. Quando si arriva alla fine del rettilineo e la strada s’incurva sotto un gruppo di case aggrappate allo scoglio, dette degli Olandesi, siamo fuori Varigotti, la meta ormai è Finale, tanto più popolata di gente di alberghi di negozi di turismo. Ci voltiamo e lo abbracciamo tutto, il paese marino, srotolato come un tappeto ai piedi del promontorio dove si nasconde il suo cuore antico, il borgo vecchio dei pescatori, attorno al Golfo dei Saraceni.
Ci siamo chiesti il perché di questo nome: forse perché partì di qui nel 954 la spedizione di Guido da Ventimiglia contro i corsari che dalla base di Frassineto si muovevano alle crudeli incursioni sulle coste di Liguria e oltre, fino alle Langhe piemontesi? O perché furono loro, i Saraceni, a sfruttarne primi il porto? Tutto è vago, ormai, nelle nebbie del remoto passato, che pure ebbe momenti di gloria se nella cronaca dello pseudo Fredegario fra le «civitates» marine distrutte dal longobardo Rotari nel 643 e ridotte in semplici «vici», accanto a Genova, Albenga e Luni c’è anche Varicottis.
Libero «comitatus», poi possesso dei Marchesi del Carretto che vi eressero un castello dalle rovine l’occhio spazia su un arco di coste vertiginoso - Varigotti fu ancora nei primi dell’800 un Comune con 570 abitanti; non so di quanti oggi; oppure...
Eppure, tra i «luoghi» del turismo ligure, Varigotti ha un fascino speciali. Forse perché avevano scoperto Varigotti con altri torinesi, Valletta della Fiat e Natalia Ginzburg, perché vi si incantò immalinconendosi Pavese che ci ripensò scrivendo La spiaggia. Noi, mio marito e io, e poi qualche coppia giovane uscita libera dalle furie della guerra, l’avevano scelta per la quiete che ci sembrava ideale per i bambini: nessuna mondanità, nessun chiasso.
Se poi avessimo avuto voglia di ballare, c’era sempre il «dancing» che divide ancora i due territori di Varigotti e di Finale, all’ombra della torre che custodisce le ceneri del finalese Maresciallo Caviglia. E i giovani padri s’iniziarono ai segreti della pesca, le mogli impararono a cucinare sàgari e pàgari, acciughe, cefali e naselli. Varigotti era a quel tempo un’altra cosa. E lo è ancora.
A impedire le colate di cemento ch’hanno alterato il paesaggio costiero del Savonese, è stata la natura qui così avara di spazi, non solo, ma anche la predilezione degli artisti che hanno ringhiato ogni volta ch’hanno potuto contro le speculazioni. Certo è che se i limoneti, simili ai giardini siciliani, sontuosi di profumi e di fresco ancora ai primi del Novecento, sono stati costretti ad arrendersi all’edilizia nell’esigua superficie piana che si stende oltre l’Aurelia, tuttavia Varigotti, anche sotto il profilo architettonico, è diversa: nelle case del borgo vecchio prevale il tipo mediterraneo, pareti bianche, forma a cubo, finestre minuscole, tetti a terrazza, vicoli stretti, scale esterne - come su tutte le sponde del Mediterraneo, a Casablanca come a Ponza. E persino i nuovi costruttori – ahimè non sempre! ne hanno subito il richiamo. Quasi che la storia, persino la più nuova e cialtrona, si sia inchinata alla discrezione naturale e all’intatta bellezza dell’ambiente. La pittura del Novecento non per caso vi ha fatto tappa, estemporanea o consueta: ci veniva a dipingere barche Eso Peluzzi, Oscar Saccorotti ne passeggiava l’entroterra in cerca di fiori rari per le sue incisioni mirabili, Dova ci ha abitato per anni e così Emilio Scanavino; a trovare gli amici Bardini arrivavano puntuali, con Agenore Fabbri, Giuseppe Capogrossi, Mario Rossello, Lucio Fontana; Carlo Dionisotti dall’Inghilterra ogni estate villeggiava con Marisa e, insomma, può capitare all’estero che qualcuno non ricordi una città in Liguria, ma se chi parla è un poeta o un artista, dov’è e com’è Varigotti lo sa di sicuro.
Gli stranieri, inglesi tedeschi e francesi soprattutto, hanno visitato in lungo e in largo questo tratto di Liguria nei secoli; James Edward Smith della Linneaean Society per esempio, nel 1786, percorse a dorso di mulo l’entroterra di Varigotti e le sue osservazioni su questo naturale orto botanico, sul «convolvulus sabatius» che nasce solo qui, inatteso, dalle rocce ai primi venti caldi di maggio, accanto al rosmarino, al corbezzolo, al ginepro, al mirto sacro a Venere, all’euforbia d’oro, alle eriche, ai festoni di capperi, all’inebriante lavanda, hanno un incanto anche letterario.
È la flora che inebria con i suoi colori e odori la strada per approdare alla chiesa di San Lorenzo. Comeavrebbe esultato Sbarbaro alla scoperta dell’inglese: «Un bell’esemplare di “Lichen perlatus” in frutto, il primo che abbia mai visto in questo stato». «Un miracolo compiuto dal clima fatto dolce dal mare e dalle montagne che bloccano i venti del Nord. Un’altra ragione per eleggere Varigotti «paesino del cuore». Così Sbarbaro mi scriveva, il 20 novembre 1961: «Ho goduto quell’angoletto (dove si fu insieme) di Varigotti in un modo struggente. Era il tramonto, un cielo di nuvolette leggere; e tutto rosa: mare, spiaggia, case, monti».
E poiché la chiesetta di San Lorenzo sorse in un’area attigua alla necropoli che incombe anch’essa sul golfo dei Saraceni, quando ci penso, invidio quei morti cullati nel loro lungo sonno dalla voce del mare.
Forse anche per questo l’immagine del poeta è così struggente: le chiese di Liguria sono pronte al varo nell’azzurro di un’eternità che soltanto la bellezza dell’arte ci consente di sognare.

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