31.3.19

Le epifanie di Babylon. Gadda e “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” (Filippo Polenchi)


Per la nuova edizione Adelphi del Pasticciaccio di Gadda (dicembre 2018), una recensione sintetica che propone come chiave una sorta di omologia tra racconto, struttura e lingua, “il caos raccontato con il caos”. Utilissime le notizie sulla genesi travagliata del capolavoro gaddiano. (S.L.L.)

Campione senza rivali fra i romanzi del modernismo italiano e della letteratura italiana tout court del secondo Novecento torna in libreria Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, a cura di Giorgio Pinotti per Adelphi. Da qualche anno a questa parte la casa editrice milanese sta provvedendo alla ristampa delle opere dell’ingegner Gadda, con nuovi apparati critici, forti anche degli scandagli effettuati nell’Archivio Liberati (anche in questa occasione non mancano i carotaggi di Pinotti: da leggere le sue introduzioni o clausole critiche come veri e propri romanzi-nel-romanzo).
Gadda iniziò a scrivere il suo giallo programmaticamente “conandoyliano” intorno alla fine della seconda guerra mondiale, ne pubblicò alcuni tratti sulla rivista “Letteratura” e, poi, come molti suoi altri lavori – cantieri aperti che, per la maggior parte, sono stati consegnati a noi impossibili da chiudere – lo lasciò andare, tuttavia senza abbandonarlo mai. Tant’è che in seguito, stretto al muro dagli editori, dalle difficoltà di campare (perché, attenzione, Gadda è uno scrittore scapigliato, un bohémien senza la bohème, uno scrittore che ha patito disagio e precarietà, che fino alla vecchiaia ha vissuto d’anticipi, di debiti, in ristrettezze, scrivendo sotterraneamente, sempre con la valigia pronta a traslocare, tra stanze in affitto, pensioni, pigioni, romitaggi amicali), insomma, in una situazione dalla quale era, come di consueto per lui, difficile uscire, riprese il suo romanzo giallo e, in un clima di perpetua guerra psicologica con l’editore Livio Garzanti, diede finalmente alle stampe Quer pasticciaccio brutto de via Merulana nel 1957. Immediato successo di pubblico (15.000 copie in 6 mesi di vita), un Gadda ormai sessantenne inopinatamente ritratto nelle cronache mondane, premi letterari e fama che mai aveva avuto: difficile uscirne illesi e difatti il nostro ne uscì depresso e insterilito. Con il Pasticciaccio, infatti, si chiude l’attività creativa gaddiana, interrompendo quella che, nelle intenzioni dell’autore, era soltanto la prima puntata di un giallo in due volumi.
Impossibile comunque chiudere l’architettura entropica che cresceva in un arcipelago sempre più eterogeneo e centrifugo, una fuga terrestre, una pericolosa china verso l’informale, a meno di non voler essere incoerenti. Un pasticciaccio-giallo, la dinamica del mistero della conoscenza in una Roma mai così caput mundi come ora e mai più così magnete di destini, politica, con l’ombra del “Predappiofezzo”, cioè Mussolini, a minacciare lo spazio e il tempo. Siamo nel 1927 e al 219 di via Merulana, nel “palazzo degli ori”, un orrendo delitto – anticipato da un “rubalizio degli ori” del giorno prima, ai danni della vedova Menecacci, anziana ereditiera veneta con più di una fantasia di stupro – chiama il detective don Ciccio Ingravallo, “comandato alla mobile”, a indagare. La vittima è Liliana Balducci, signora dell’alta borghesia romana, figlia di quei “pescecani” che durante la prima guerra avevano accumulato notevoli fortune: il capitalismo, si sa, è una maledizione. Liliana, vittima prim’ancora che di un coltellaccio diabolico di un disturbo narcisistico (messo a fuoco nel laboratorio di Eros e Priapo: Gadda infatti iniziò a comporre quell’altra sinfonia apocalittica negli stessi anni del Pasticciaccio di “Letteratura”); il suo cadavere viene ritrovato sgozzato, cruentemente raffigurato come un Rembrandt, prima di Bacon, come un tocco di carne da farne scempio, in una scena di un lirismo melodrammatico assoluto, ineguagliato. L’indagine di don Ciccio sarà irradiazione, diffrazione, diramazione, scoppio di piste ed epistemologie: s’intreccerà con il furto subito dalla contessa, con i carabinieri e soprattutto con l’extra muros delle campagne romane, dove la vita ribolle infernale e calda, dionisiaca e istintiva.
Gadda narra il caos con il caos: l’enigma insolubile della “ragione del mondo”, vorticosamente stritolata da una specie di “depressione ciclonica” (così anche nel libro più puramente filosofico del Gran Lombardo, ovvero la giovanile Meditazione milanese), dalla serie delle “concause” che hanno avvoltolato il filo d’Arianna della realtà fino a renderlo un “gomitolo” o meglio ancora, uno “gnommero”, raccontato con una lingua che è essa stessa gemmazione dell’incontrollato: Roma è Babylon: il diapason gaddiano rammenta la proliferazione dei linguaggi che affollano questo terminal delle anime; sotto la Roma eterea della ricca borghesia brucia la cenere di una romanità/umanità selvaggia e incoercibile, felice di essere carne da cannone mussoliniano – è sempre lui, il “Kuce” di Eros e Priapo – che trova il suo habitat nella campagna laziale: l’ecologia di Albano Laziale, del Divino Amore ecc. è già deflagrazione dei sensi e del Male, che per Gadda, è anzitutto allontanamento dal Bene della ragione. Le piste che porteranno Ingravallo e i colleghi carabinieri (fra i quali il motorizzato Pestalozzi, protagonista di un sogno del “topazio” ancora oggi memorabile per pirotecnia onirica) in una discesa ctonia fra elettricisti farabutti, marchettari, servette, donne-demoniche saranno destinate a chiudersi con il più celebre finale della letteratura italiana contemporanea, in quella che Gadda stesso chiamava “apocope drammatica”, ovvero in una sostanziale assenza del colpevole.

L'Indice, marzo 2019

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