1.6.16

Capolarato. Il bollino etico fa flop in campagna (Giuliana De Vivo)

Manifestazione dei braccianti Sikh a Latina
«Quando si parla di lavoro agricolo si pensa spesso che dietro ci sia qualcosa di losco; io mi sono iscritto per dare un messaggio di trasparenza, per dire: “Venite pure a controllarmi, sono tranquillo”». Franco Allegrini, titolare di un’azienda vinicola da circa 100 ettari nella Valpolicella, con 120 dipendenti fissi oltre agli stagionali – «assumo anche polacchi, con contratto a tempo determinato, non coi voucher» –, è uno dei 220 imprenditori agricoli italiani in possesso del bollino etico contro il caporalato. E uno dei pochi che accetta di parlarne mettendoci la faccia. Ai possibili vantaggi, dice, «non ci ho neanche pensato». Ma la mancanza di meccanismi di premialità è tra le principali ragioni del flop.
Uno su mille, 220 su una platea potenziale di quasi 200 mila: anche a voler essere pessimisti, è impossibile pensare che siano gli unici imprenditori puliti. In realtà la Rete del lavoro agricolo di qualità, come si chiama tecnicamente, si è incagliata tra buone intenzioni, burocrazia e scarsa informazione. Pochi sanno della sua esistenza; quelli che la conoscono sono diffidenti, e persino le mosche bianche che vi hanno aderito non nascondono lo scetticismo sulla sua efficacia. Dall’altro lato ci sono i lavoratori sfruttati: ogni tanto qualcuno alza la testa, come hanno fatto lo scorso 18 aprile, per la prima volta, i braccianti agricoli sikh della provincia di Latina. E intanto il caporalato, nei confronti di italiani e stranieri, continua a crescere: 430 mila le vittime stimate nel terzo rapporto dell’osservatorio Placido Rizzotto di Flai-Cgil, presentato venerdì 13 maggio. Circa 50 mila in più rispetto all’anno prima, mentre 100 mila sono i lavoratori in Italia in condizioni di sfruttamento e grave vulnerabilità. Con un danno economico, nel settore agricoltura, che oscilla tra i 3,3 e i 3,6 miliardi di euro.
Per capire come il bollino etico abbia finito per scontentare tutti bisogna riavvolgere il nastro fino al 21 agosto del 2014, data in cui entra in vigore la legge n.116, che ne prevede la nascita. Adesione aperta, su base volontaria, alle imprese agricole che negli ultimi tre anni non abbiano avuto condanne o non abbiano procedimenti in corso «per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto» e che siano in regola col versamento dei contributi. È la prima misura del governo Renzi contro il caporalato...
Le prime richieste di registrazione alla Rete attraverso il sito dell’Inps – che la gestisce e ne presiede la cabina di regia composta anche da rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro – partono un anno dopo, a settembre del 2015, perché mancavano i decreti attuativi. Ma già nella formulazione dei requisiti necessari si celano i primi intoppi: «Basta un semplice inadempimento formale, per esempio un ritardo nel pagamento dell’Iva per determinare il rigetto della richiesta», sottolinea Roberto Caponi, direttore dell’area sindacale di Confagricoltura. Oppure «un ritardo di un giorno nella comunicazione della chiusura di un rapporto di lavoro», gli fa eco Romano Magrini, responsabile lavoro di Coldiretti. Che osserva un altro paradosso, quello per cui «in teoria, mentre questi elementi sono ostativi all’ingresso nella Rete, per com’è scritta la norma non accadrebbe lo stesso a un’azienda condannata per mafia».
A oltre otto mesi dalla partenza effettiva le domande respinte sono 50. Altre 700, presentate tra ottobre e novembre, sei mesi dopo sono ancora in via di disamina. Le verifiche incrociate da parte di Inps, Agenzia delle Entrate e agenzie territoriali per il lavoro prendono tempo. «Abbiamo fatto due richieste, una per noi e una per la cooperativa di produttori di cui facciamo parte: hanno accettato solo la prima, per la seconda non abbiamo avuto risposta. Ma non abbiamo insistito perché ci siamo accorti che non serve a nulla», dicono da una ditta del siracusano che produce limoni. Fanno riferimento soprattutto all’articolo 6.6 della legge, secondo cui il ministero del Lavoro e l’Inps «orientano l’attività di vigilanza nei confronti delle imprese non appartenenti alla Rete», ma «fermi restando gli ordinari controlli in materia di tutela della salute e della sicurezza dei luoghi di lavoro». Tradotto: che un’azienda si iscriva o meno, cambia poco dal punto di vista dei controlli. E questi, fanno capire, sono una spada di Damocle anche per chi è a posto, «perché vuol dire che si blocca tutto il lavoro per un giorno intero: non basta mostrare i fascicoli dei contratti di assunzione dei lavoratori, ciascuno di loro viene interrogato e poi ispettori e carabinieri devono redigere il verbale», spiegano, chiedendo di restare anonimi proprio per timore di subire conseguenze.
Anche Allegrini ammette che, a parte le procedure «un po’ prolisse come tutte quelle che riguardano siti istituzionali», così com’è il bollino etico ha più che altro un valore simbolico: «Serve a mettere insieme i “buoni”, ma anche a me cinque anni fa sono state contestate irregolarità: ho vinto la causa nei tre gradi di giudizio, spendendo però seimila euro per l’avvocato».


Pagina 99, 14 maggio 2016

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