27.5.10

La morte di Babel. Un'intervista di Enzo Biagi (Corsera, 7 aprile 1990)

Dal “Corriere della Sera” di mercoledì 7 aprile 1990, riprendo alcuni stralci dell’intervista che Enzo Biagi, per la quinta puntata dell’inchiesta A tu per tu con i familiari dei grandi bolscevichi che guidarono il Cremlino, fece alla vedova di Isaak Babel, lo scrittore de L’armata a cavallo.

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Racconta Antonina Nikolajevna Pirozkova, ingegnere, capo costruttore della Metropolitana di Mosca, sua terza moglie: “Dissero che volevano notizie su uno che lui conosceva. Isaak salì sulla vettura, accanto a me, e mi disse: ‘Abbi cura di Lidija, della nostra bambina, non lasciarla, altrimenti vivrà nella miseria’. Perquisirono tutto e portarono via anche le lettere che lui mi aveva mandato da Parigi: erano molto belle, lettere d’amore. Immagini quali segreti. arrivai con lui fino al cortile della Lubianka. Isaak mi abbracciò: ‘Una volta o l’altra ci rivedremo’ disse. In gennaio o in dicembre, non ricordo, andai alla prigione, ma la guardia mi disse che non c’era più, era già stato giudicato e condannato, articolo 58, significa tradimento della patria, o congiura, o spionaggio, dieci anni di carcere, senza diritto di corrispondenza con la famiglia, e confisca dei beni”.

“Ogni anno avevamo il diritto di sapere, si andava alla Lubianka, e uno chiedeva: ‘Come sta?’ e loro rispondevano: ‘Sta bene’. Mi dissero: ‘Sta bene’ nel ’44, nel ’45, nel ’46 e nel ’47 mi promisero che dopo pochi mesi lo avrebbero liberato. Ma nel ’48 c’erano di nuovo le repressioni, e i dialoghi si fecero ancora più difficili. Andai dal procuratore e lo pregai: ‘Mi spieghi quello che è successo; io sono una donna forte e non svengo’ e lui rispose. Nel ’53 ho saputo che lo avrebbero riabilitato, ma solo il 23 dicembre dell’anno dopo ho ricevuto questo foglio”. Leggo: “dati i nuovi fatti il caso di Isaak Emmanuilovic Babel è steto revisionato l’8-12-1954, e poiché non risulta alcun reato, la causa è chiusa. Firmato: il generale del Tribunale militare Ceprov”. Mi dice: “Ecco la copia della sentenza”. Vi è scritto: “Nato: 13 luglio 1894. Morto: 17 marzo 1941”.

“Che conseguenze ha subito per l’arresto di Babel?”,

“Io lavoravo al progetto della Metropolitana. Andai anche nel giorno in cui arrestarono Babel. Chiesi che mi lasciassero andare per non arrivare tardi all’ufficio, e arrivai in tempo. Su questo piano andò tutto bene, perché nessuno mi chiese niente, molti non sapevano, io ho un altro cognome. E chi sapeva evitò di parlare con me di quello che era accaduto. Sul piano pratico fu tutto normale, partecipavo al disegno della fermata Paveletskaja”.

“Chi era Babel?”

“Per me tutto. Mi è difficile parlare di questo. In generale era un uomo colto, sapeva otto lingue, affascinante, arguto, una speranza della letteratura russa, come diceva Gorkij era un fucile carico. Aveva tante idee, tanti programmi”.

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Nota. Babel era stato arrestato nel maggio del 1939. Dopo una confessione estorta fu processato, giudicato colpevole e fucilato il 27 gennaio 1940. Esiste tra i documenti noti una lettera di Berija a Stalin con cui si chiedeva il permesso di giustiziare 346 nemici del Pcus e del potere sovietico che avevano condotto "attività contro-rivoluzionarie, trotzkismo di destra, complotto e spionaggio". Il numero 12 della lista era appunto Isaak Babel. La decisione di Stalin fu "за" (positiva). Alla vedova, come si legge nell’intervista, fu invece prospettata una morte in Siberia nel 1941. Solo nel 1956, dopo il XX Congresso, venne alla luce la verità.

Bastia Umbra. La "casa evolutiva" di Renzo Piano rischia l'abbattimento ("micropolis" - maggio 2010)

Il fatto

In via dei matti numero zero

Questa volta il fatto è un progetto, anzi due: quello dell’Asl 2 dell’Umbria di costruire a Bastia un Palazzo della salute, ove siano concentrati tutti i servizi oggi diffusi tra Assisi e Bastia, e quello dell’amministrazione comunale di una grande cementificazione con palazzi e negozi, entrambi nell’area del Ex tabacchificio Giontella. A ridosso di essa c’è un piccolo edificio, un cubo di vetro e cemento, di proprietà dell’Azienda sanitaria, nato come casa famiglia per i malati di mente e successivamente abbandonato perché giudicato inadeguato. Ora se ne prevede la demolizione. Quella, tuttavia, non è una casa qualunque: porta la firma di Renzo Piano, che la realizzò con Peter Rice nel 1978, al tempo del sindaco La Volpe. L’architetto genovese, che in quello stesso torno di tempo lavorava al celeberrimo Beauboug parigino, concepì per i matti, liberati dalla legge Basaglia, una casa “evolutiva”, capace di espandersi con le sue pareti a vetro scorrevoli fino a raddoppiare la superficie.

Un articolo di Alessandra Cristofani su “La Stampa” denunzia l’imminente distruzione e il quotidiano torinese diffonde, tramite il suo sito, un video nel quale Piano spiega la filosofia della “casa famiglia”, che la rende, per quanto discutibile sul piano estetico, un modello assai interessante. Il giornale riporta dichiarazioni di esperti e studiosi che chiedono di salvare la “casa evolutiva”, caratterizzata da flessibilità, facilità di montaggio e basso costo, per la sua valenza utopica. Il caso assume dimensioni nazionali, ma a Bastia amministratori e costruttori non se ne curano. L’Asl per cedere la casa al Comune vorrebbe cinquecentomila euro e più; il sindaco dichiara che non ha un euro e di quella casa non saprebbe che farsene; l’assessore al ramo dice che i progetti sull’area non si possono fermare. C’è un comitato che si oppone, un’associazione culturale che obietta, ma il popolaccio mostra di condividere la fregola demolitrice, autolesionistica, seppure in un paesone che ha poco o niente di storico e di artistico. Non è però il caso di meravigliarsi per questa generalizzata manifestazione di incultura. C’è un governo che toglie i soldi alle scuole, che cancella la tradizione dell’opera lirica, che condona gli scempi all’arte e al paesaggio. La barbarie avanza dappertutto, ma il pesce puzza dalla testa.

La marcia, il giorno dopo ("micropolis" maggio 2010)


Centomila alla Marcia della Pace del 16 maggio: in un giorno ventoso e a rischio di pioggia un corteo lunghissimo, una partecipazione variegata, bandiere, colori. Molti vengono dal Nord. Un segnale di resistenza contro l’ondata xenofoba e razzista. Pure, già in serata, il Tg3, “istituzionalmente” il più amico, ne ridimensiona peso e portata, collocando la notizia in settima posizione, subito prima di una manifestazione a Piazza San Pietro in favore della Chiesa di Ratzinger, cui si attribuiscono 200 mila partecipanti.
Il giorno dopo le cronache dei quotidiani registrano il successo della Perugia-Assisi, ma, nello stesso tempo, segnalano la difficoltà di ricavarne un messaggio univoco. Tra i giornali insediati in Umbria solo “La Nazione” titola Centomila hanno gridato pace, sugli altri si legge Centomila per pace, legalità e diritti o, addirittura, Assisi. Diritto al lavoro protagonista della Marcia. 
Di sicuro pesa la crisi che ha colpito l’Occidente opulento: non ha più l’ascolto di un tempo il discorso “terzomondista” su cui si impiantava, in precedenti edizioni, l’“Onu dei popoli”. Ma è un’altra la ragione più importante per cui l’iniziativa non morde, non trova eco fuori dalla sfera, numerosa ma chiusa, del pacifismo largamente inteso: manca un centro unificatore, manca un obiettivo. La Marcia è stata, infatti, organizzata intorno a sette antitesi (Egoismo v/s Responsabilità, Speranza v/s Paura, Non violenza v/s Violenza, Giustizia v/s Mafie, Libertà v/s Censura, Diritti umani v/s Razzismo e, naturalmente, Pace v/s Guerra) e la scelta riproduce il limite di fondo dei “no-global”, del “movimento dei movimenti”: una concezione sommatoria dell’unità. Ogni soggetto, in pratica, marcia insieme agli altri, ma esaltando la propria specificità, senza fare massa. Il paradosso è che il movimento no-global un centro di attrazione, nonostante tutto, era riuscito a trovarlo e proprio nel tentativo (fallito) di impedire gli interventi voluti da Bush in Afghanistan, in Iraq e altrove.
Le guerre peraltro continuano e, sebbene la Tavola della Pace metta la sordina alla stessa richiesta rivolta all’Italia di tirarsi fuori dalla guerra afgana, da quelle parti giungono nuove che spiazzano. I morti e feriti del contingente italiano, proprio il giorno dopo la Perugia-Assisi, obbligano i pacifisti ufficiali ad alzare i toni (Via l’Italia dalla guerra!) prima abbassati in conferenze e comunicati. Alla vigilia della Marcia il coordinatore, Lotti, si era persino incontrato con il Capo di stato maggiore della Difesa, per spiegargli le sue ragioni e ascoltare quelle del generale. L’apertura del dialogo, coerente con lo spirito e le pratiche della nonviolenza, avrebbe dovuto seminare dubbi nei cuori induriti dei soldati di carriera, tuttavia, dopo i morti afgani, i rumores dicono di un malessere dei capi militari per le regole d’ingaggio troppo “pacifiste” e per i sistemi d’arma inadatti a colpire “il nemico”.
Non credo che il pacifismo italiani debba rinunciare ai gesti esemplari e dunque al dialogo con chiunque, fosse pure il più acceso militarista, ma, se non vuole condannarsi all’irrilevanza, dovrà rimettere in ordine gli obiettivi e indicare come priorità assoluta il ritiro dall’Afghanistan e la drastica riduzione delle spese militari, per quanto ciò possa dispiacere ad alcuni strumentali fiancheggiatori. Primi fra tutti i dirigenti del Pd, che perfino nella crisi non rinunciano alle scelte interventiste e un po’ imperialiste che li hanno contraddistinti nel recente passato.
Forse serve un ritorno alle origini. La prima Perugia-Assisi fu una manifestazione plurale e aperta: la grande abilità di Capitini consistette nel mettere insieme le diversità, frati e anticlericali, filoamericani e amici dell’Unione sovietica. Ma il grande perugino non rinunciò a dire, anche nel manifesto di convocazione, da che parte stava, per esempio definendo la marcia una “manifestazione popolare contro l’imperialismo, il razzismo, il colonialismo e lo sfruttamento”. Era aperto al dialogo, capace di attrarre consensi, ma intransigente sui principi (lo ha dimostrato con opportune citazioni lo storico Domenico Losurdo, presentando a Perugia il suo libro La nonviolenza): la scelta nonviolenta non gli impediva infatti di simpatizzare per gli oppressi (algerini, congolesi, vietnamiti) anche quando usavano la violenza, di condannare gli interventi “pacificatori” dell’Occidente, di combattere il militarismo. Una briciola di quella intransigenza servirebbe anche oggi. E se il generale Camporini rifiutasse di incontrare Lotti, se il sindaco di Assisi negasse la sponsorizzazione, se D’Alema e Bersani si lamentassero, peggio per loro.

Su Alessandro Campi. L’ideologo del giornalino (“micropolis” – maggio 2004)

Ad Alessandro Campi, oggi direttore scientifico di “Fare futuro”, la prima delle fondazioni che fanno capo a Gianfranco Fini, benché piuttosto defilato nelle più recenti polemiche che hanno diviso il presidente della Camera dal Cavaliere, ho dedicato sei anni fa questa “battaglia delle idee”, che qui ripubblico. Chissà se Campi continua a pensarla come allora? (S.L.L.)

Lo Statuto di recente approvato, in prima lettura, dal Consiglio regionale, notoriamente non ci piace. E’, soprattutto, la scelta presidenzialista a farcelo giudicare, senza esitazione, di destra, ma la destra, culturale e politica, non si accontenta mai, “dopo ‘l pasto ha più fame che pria”. Così, sul “Giornale dell’Umbria” di Colaiacovo e Mecucci, sono apparsi numerosi pezzi (articoli, dichiarazioni, forum di gruppi e categorie) assai critici rispetto ad alcune formulazioni e, ancor più, alle presunte omissioni del lungo preambolo statutario. Una sorta di summa è il lungo articolo dell’8 maggio di Alessandro Campi, il quale, dopo il suo saggio su Mussolini, vorrebbe accreditarsi come intellettuale di punta della nuova destra, in Umbria e non solo. Si disse, credo giustamente, del fascismo, che la sua era “ideologia d’accatto”, che metteva insieme non senza qualche incoerenza materiali della più varia origine. A un miscuglio dello stesso genere sembra lavorare Campi, che vi ficca dentro liberismo e decisionismo, modernismo e nazionalismo. Nell’articolo in questione il suo bersaglio polemico è il “politicamente corretto” contenuto nel preambolo. Non gli piacciono “pace, non violenza, diritti umani, accoglienza, differenza, politiche di genere, azioni positive, integrazione, cooperazione tra i popoli, sviluppo sostenibile, Resistenza, multiculturalismo”, insomma l’odierno repertorio democratico. Per Campi sono solo termini alla moda, che vorrebbe sottoposti a un “filtro critico”.

Intanto confronta quello umbro con altri statuti, delle regioni governate dalla destra. Lì questa roba (per la gioia di Campi) non ci sarebbe. In compenso troverebbero posto altri principi, per Campi più moderni e attuali: in primis la “centralità dell’impresa”, il suo “ruolo strategico e primario”, mentre lo Statuto umbro si limita a riconoscerne “il valore sociale”; in secundis la “sussidiarietà”, che il testo approvato riconoscerebbe solo come conferimento di competenze a Province e Comuni e non come possibilità di affidare ai cittadini singoli o associati compiti amministrativi, funzioni e servizi, vale a dire di privatizzare tutto o quasi.

L’articolo che meglio esprime le ambizioni ideologiche di Campi, forse anche la funzione cui aspira, risale tuttavia al mese precedente, al 17 aprile. Il titolo Gentile e Quattrocchi uniti da una morte esemplare riecheggia, non so quanto volontariamente, un fortunato slogan sessantottino (“operai e studenti uniti nella lotta”). Il povero Quattrocchi, soldato mercenario disoccupato, viene elevato, per via della sua ultima frase, forse autoconsolatoria, su come muoiono gl’italiani, ad eroe, martire e testimone, portatore di una sfida che pone davanti ad una nazione distratta “i suoi doveri ed obblighi, morali e politici”. Quanto a Gentile, Campi ritiene sbagliate le valutazioni sia di chi sostiene, da moralista, “l’inutilità e la disumanità del suo assassinio”, sia di chi “giustifica e spiega storicamente l’episodio”, in ossequio a una “lettura criminalizzante del fascismo”. Che Campi sia proclive a glorificare perfino i crimini del fascismo l’avevamo capito da tempo, già da prima del libro su Mussolini. Succede che uno studioso s’innamori dell’oggetto della sua ricerca, ma del duce e del suo regime il politologo e storico umbro era forse appassionato già da prima. Ora il suo canto d’amore è diretto a Gentile, alla sua morte “eroica”, a una figura che dovrebbe essere “patrimonio della nazione”. Egli è indicato come “l’esponente culturalmente più prestigioso ... di un regime al quale per almeno quindici anni la maggioranza degli italiani ha offerto la propria adesione”, “il rappresentante più autorevole di una tradizione intellettuale, di schietta matrice risorgimentale, che in cima ai propri pensieri aveva una sola idea: trasformare l’Italia in una nazione moderna e consapevole”. L’impressione è che Campi si candidi a perpetuare questa tradizione nel regime cui l’impero mediatico del capo dovrebbe garantire l’adesione della maggioranza. Per senso di umanità, visto come andò a finire il suo maestro e modello esemplare, non glielo auguriamo.

In Sicilia negli Anni Cinquanta. Contributo alla biografia di Raniero Panzieri.

Pucci Saja e Raniero Panzieri, Messina 1949

“E’ la mia vita e non mi lamento”
Palermo, 18-9-1951
Carissima Pucci,
ti sono davvero molto grato della tua lettera, mi ha aiutato a lavorare in questi giorni che sono stati e sono molto duri. Qui a Palermo abbiamo messo in moto una macchina che, con una certa mia meraviglia, è assai sensibile alla spinta. E ora ci troviamo a dover imbrigliare i troppo numerosi spiritelli che abbiamo noi stessi suscitato. Nelle sezioni erano ormai rassegnati a concepire e a subire tranquillamente l’assoluta inerzia della Federazione. Ma appena ci siamo fatti vivi, con spirito di Partito e di lotta, è stato come se crollasse una diga. Tutti si sono messi a reclamare, e non solo per le necessità urgenti di oggi, ma per quelle passate, credo di diversi anni. Intanto in Federazione metà del lavoro deve essere dedicato al “superamento” delle periodiche crisi dei giovani intellettuali – che sono tuttavia l’unica forza di spinta a disposizione. Dunque la Feder. è un piccolo mondo in formazione, con tutti i relativi tumulti, spostamenti geologici, vapori, calori ecc.
Ma a questo aggiungi che un altro ben disturbato vespaio è ora il lavoro regionale – la svolta da imprimere per la diffusione dell’Avanti!, la partecipazione alle lotte contadine, Lercara e Trabonella (Lercara e Trabonella, vicino a Caltanissetta, erano sede di miniere ove s’era appena concluso un lungo vittorioso sciopero degli zolfatari n.d.r.), le corrispondenze al giornale, lo smistamento del medesimo… E sai che qui dirigere significa, se non fare materialmente, controllare di presenza fisica tutto e tutti, il che alla fine è più stancante anche perché moralmente esasperante.
Dopo tutto il rovinio della giornata, che però si chiude con significative riunioni di critica e di autocritica, le lettura della gramm tedesca (è la bozza di un testo di grammatica che la moglie di Panzieri, docente all’Università di Messina, stava componendo n.d.r.) si svolge in mezzo a spesse nebbie. E ti assicuro che il pensiero continuo di te in mezzo a tutti i terribili pasticci finisce per chiudermi ogni riposo. Con tutto ciò, è naturale, non mi lamento affatto. E’ la mia vita. Domattina e poi giovedì vado a Lercara. Domenica a Caltanissetta. Appena posso, scapperò da voi. Ti abbraccio, con Susanna.
Raniero
Raniero, Pucci e Susanna, Palermo 1951

Nota
Raniero Panzieri fu eletto segretario regionale del Partito Socialista Italiano in Sicilia nel 1951. Rimase in carica fino al 1955, benché dal 1953 avesse lasciato Palermo per Roma (ove la Direzione del partito lo aveva designato responsabile della sezione Stampa e Propaganda) e avesse affidato il ruolo di guida effettiva dei socialisti siciliani al suo vice, Libero Lizzadri.
In Sicilia Panzieri era arrivato a 28 anni, scelto come incaricato della cattedra universitaria di Filosofia del diritto all’Università di Messina, su indicazione del filosofo marxista Galvano Della Volpe. Anche la moglie, Giuseppina Saja (Pucci), aveva un incarico nella stessa Università come docente di Lingua tedesca. Si era collegato subito all’organizzazione del partito. L’allora segretario della federazione di Messina del Psi, Antonino Lo Giudice, così si esprime in una lettera al biografo di Panzieri, Stefano Merli, poi pubblicata in Sinistra socialista messinese (1956-1972): “A differenza di altri “dotti” del Partito, che predicavano molto realizzando ben poco, sempre restando in una sfera inaccessibile per i compagni operai, Raniero Panzieri in poco tempo riuscì a comprenderli e a fraternizzare con loro. La sua presenza veniva richiesta dappertutto: in città e in provincia […]. Faceva di tutto: l’organizzatore, il propagandista, il moderatore, il pungolo che ci costringeva tutti a una maggiore attività”.
Il 1950 fu un anno di durissime lotte contadine, che si svilupparono con particolare durezza nelle province di Palermo e di Messina, in sintonia con le regioni dell’Italia meridionale. Quelle lotte, salvo qualche accenno nel quotidiano “fiancheggiatore”, “L’Ora” di Palermo, venivano ignorate dalla stampa comunista, mentre erano valorizzate sia dall’ “Avanti!” che da “La verità”, organo della Federazione del Psi di Palermo. Solo nel 1980, dal libro di Pio La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, verrà reso noto un documento illuminante, il verbale del Comitato regionale siciliano del Pci tenutosi a Palermo tra il 17 e il 19 novembre 1950. Durante quella riunione le agitazioni e le occupazioni del marzo furono aspramente criticate e il suo principale animatore e ispiratore nel Pci, Pancrazio De Pasquale, venne estromesso dalla direzione del Pci di Palermo, costretto all’autocritica e trasferito a Genova.
Pio La Torre a quelle lotte aveva attivamente partecipato e in conseguenza di esse aveva scontato un anno e mezzo di carcere, dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951. Panzieri, dal canto suo, lascerà tra le sue carte un appunto del 1950 in cui parla del movimento contadino come “il punto di Archimede”, cui si attribuisce un carattere “non solo spontaneo ed economico”, ma “di rivoluzione democratica”. Un italianista di origine siciliana, messinese, poi professore universitario a Perugia, Pasquale Tuscano, in gioventù socialista impegnato, ha raccontato dello stretto controllo, al limite del pedinamento poliziesco, che l’apparato del Pci aveva posto in atto sull’attività di Raniero Panzieri nei primi mesi dl 1950. In quell’anno veniva realizzato l’inserimento di Panzieri nei ranghi del gruppo dirigente regionale del Psi, che comportava, fin dall’estate, il trasferimento a Palermo e poi la rinuncia all’insegnamento. La valorizzazione di Panzieri nel gruppo si sarebbe completata nel 51 con l’elezione a Segretario regionale e con l’ingresso nel Comitato centrale e nella Direzione durante il Congresso nazionale di Bologna. Chi lo propose fu Pietro Nenni che così racconta: “Sono rimasto commosso nell’avvicinare in Sicilia i contadini delle località ove si sono svolte le lotte, sentirmi ripetere il nome di questo giovane professore universitario sempre alla testa dei cortei e il primo a sfidare il fuoco della polizia. Ecco come la cultura si concilia con le lotte dei lavoratori”.
La lettera qui “postata” è ripresa da “il manifesto” che a Raniero Panzieri (ma soprattutto agli anni dei “Quaderni rossi”) dedicò il supplemento monografico “la talpa giovedì” il 15 novembre del 1984. Molte delle informazioni contenute nella presente nota sono tratte dall’ampia cronologia su Panzieri, redatta da Stefano Merli, che correda l’antologia postuma di scritti panzieriani L’alternativa socialista (Einaudi, 1982) e dal volume di Domenico Rizzo Il partito socialista e Raniero Panzieri in Sicilia (1949-1955).

Le lacrime di un bimbo e le guerre sotterranee della politica. Dietro il sequestro dello yacht di Briatore.


Il sequestro della barca di Briatore avviene proprio nel momento in cui l’altra proprietaria del Billionaire, la Santanchè, perdonata dal Berlusca cui – secondo le sue parole - “non l’aveva data”, sempre più oca e sempre più fascista, impazza in televisione.

Non sapremmo dire se l’episodio sia in qualche modo collegato alla guerra sotterranea che contrappone Tremonti a Berlusconi, ma è certo che rappresenta uno schiaffo verso lo stile di vita che il berlusconismo ha proposto al pubblico dei telespettatori, se non altro come sogno proibito, e che trionfava nei festini vagamente orgiastici organizzati dal Cav alla Maddalena o in un palazzo romano. Certo è che il ministro “Dio, patria e famiglia”, nel momento in cui affronta la crisi con un “lacrime e sangue per i poveracci”, espone come un trofeo le iniziative antievasione della Finanza, mentre il premier, un po’ in ritardo sui tempi, continua ad esporre le sue “donne di mondo”.

Intanto qualche tono drammatico accompagna l’esodo della coppia Briatore-Gregoraci dal loro amatissimo yacht. Pare che il piccolo Nathan Falco sia rimasto choccato dall’irruzione della finanza che, senza alcun pudore e considerazione, ha sequestrato il “Force Blue” (il megayacht di Flavio che batte bandiera extra-Ue). Il tutto per la ridicola cifra di quattro milioni di euro che sarebbero stati sottratti allo Stato. Briatore ha commentato: “Il sequestro si poteva evitare senza forzare una madre e un bambino di due mesi a lasciare bruscamente l'imbarcazione”.

Su questo punto ha insistito la signora Elisabetta nell’intervista concessa a “Diva e donna”: “Al mio piccolo manca lo yacht. Da quando siamo stati costretti ad abbandonare la barca, il bambino piange spesso, non è più sereno come prima”. In effetti, non essendo ancora pronta la residenza familiare per cui si lavora febbrilmente a Montecarlo, i Briatore s’erano accampati sullo yacht, peraltro abbastanza spazioso (60 metri di lunghezza). Una nursey cabinata e le attenzioni di un nutrito equipaggio (12 persone) avevano reso meno scomoda la vita del piccolo Nathan, che si era abituato alla sistemazione. Ora costretto a trasferirsi in albergo (a Forte dei Marmi, parrebbe) non si ritrova e vive quello che la madre rappresenta come “un terribile incubo”.

Molti affondano il coltello dell’ironia sulla situazione: tra i più accaniti i finiani, anche loro probabilmente contenti del colpo arrecato all’allegro mondo dei berlusconidi. Sul sito di “Fare futuro” è comparso un “corsivo” dal titolo I dolori del giovane Nathan, firmato Federico Brusadelli, duro al punto che potremmo sottoscriverlo persino noi. Eccone un passaggio: “Viene da chiedersi se i Briatore ci sono o ci fanno. Se, cioè, il loro piagnisteo sia una trovata pubblicitaria (della serie “purché se ne parli”) o se sia invece genuino. Perché in tal caso c’è da preoccuparsi. E c’è da preoccuparsi perché sarebbe la dimostrazione che il paese del Billionaire, quell’Italia scollata dall’Italia reale, quel mondo parallelo e volgare che il resto del paese riusciva a tollerare a patto che restasse simpatica fauna da reality, colorato e trucido divertissement vacanziero, inizia anche a prendersi sul serio. Senza rispetto per una comunità (l’Italia vera, appunto) che vive un momento difficile”.

Il figlio del calzolaio. Marzo 53. Nenni commemora Stalin.

Riprendo qui il discorso con il quale Pietro Nenni, in una seduta della Camera dei deputati, commemorava nel marzo 1953 la figura e l'opera di Giuseppe Stalin, subito dopo la morte del leader sovietico.
1953 - Nenni e Togliatti in viaggio verso Mosca per i funerali di Stalin

Onorevoli colleghi,
nessuno tra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che ha lasciato Giuseppe Stalin.
Da ieri manca qualcosa all’equilibrio del mondo. In questa connotazione, comune a tutti, amici e avversari, è il riconoscimento unanime della grande personalità che è scomparsa.
Stalin è stato il costruttore dello Stato sovietico e del sistema di Stati e di popoli che idealmente fa capo a Mosca e abbraccia un terzo della terra con 800 milioni di uomini.
Quando 30 anni or sono, Stalin raccolse l’eredità di Lenin, dal cratere della rivoluzione socialista di ottobre la lava colava ancora per mille rivoli e tutti i problemi erano ancora aperti, tutte le possibilità.
Il figlio del calzolaio di Gori si trovò di fronte al compito tremendo di unificare il corso della rivoluzione sovietica per sottrarla al destino che era toccato alla rivoluzione francese. Le polemiche che egli sollevò da allora nel mondo pur anco non si sono taciute o placate, e tuttavia si può dire che la storia ha deciso prima ancora che Stalin affrontasse il giudizio della posterità.
La guerrra del 1941-45 fu, nel suo barbaro orrore, la prova suprema dei sistemi e delle civiltà che reggono i popoli.
Non si mente dinanzi alla morte.
E allorchè, nell’inverno 1941-42 e nell’inverno successivo, quando cominciò la vittoriosa controffensiva dell’esercito rosso, i moscoviti non ebbero che da salire la collina dei passeri per ascoltare il rombo del cannone tedesco, quando i leningradesi, per recarsi al lavoro, dovettero sfidare il fuoco delle mitragliatrici nemiche che colpivano gli operai ai loro torni e i fornai alle impastatrici dove confezionavano un pane immangiabile, quando Stalingrado per suprema difesa dovette gittare nelle trincee scavate nella neve financo i suoi vecchi e le sue donne, allora sulle labbra dei combattenti esangui “Russia” e “Stalin” ebbero lo stesso significato e fu chiaro che l’uomo e il sistema avessero ricevuto il collaudo della storia.
Gli eventi di uel tempo a noi tanto vicino permisero a ogni uomo di buonafede di correggere l’errore di credere che Stalin fosse un dittatore sostenuto da un sistema di forza, là dove la sua forza vera è stata, fino all’ultimo momento, il consenso di milioni e milioni di uomini che, in piena coscienza, a lui avevano delegato i maggiori poteri.
Tuttavia Stalin non ebbe in nessun momento la stolta mania che egli potesse bastare a tutto.
Il vuoto che egli ha lasciato è quello della sua eccezionale personalità, ma lascia anche strutture statali, di partito, sindacali, economiche capaci di resistere ad ogni evento e di superare qualsiasi prova.
Soprattutto lascia popoli i quali hanno fatto passi giganteschi per la via del progresso tecnico, sociale ed umano e che saranno in ogni momento in grado di esprimere un gruppo dirigente all’altezza della situazione. Onorevoli colleghi, quando nell’estate scorsa ebbi modo di incontrare Stalin egli mi disse parole che mi sembrano oggi racchiudere la lezione della sua vita: non ammettere mai che non ci sia più niente da fare, non rompere mai il contatto con l’avversario o con il nemico, non puntare mai su una carta dubbia le sorti dello Stato, del partito, della collettività.
La sua costante preoccupazione di essere pronto alla guerra se l’avversario la impone ma di contare sulla pace come sul mezzo e la causa migliore, era la conseguenza naturale della sua filosofia e della sua politica.
In questo senso noi socialisti italiani ravvisiamo in lui una garanzia di pace, né minore è la fiducia che poniamo nei suoi successori.
Un evento sciagurato e tristissimo, determinato fuori della volontà del nostro popolo schierò in guerra l’esercito italiano contro l’Unione Sovietica.
Noi socialisti ci auguriamo che quell’evento venga subito dimenticato e, associandoci con animo commosso e ansioso al dolore dei popoli sovietici per la morte del loro grande capo, presentando da questa tribuna le nostre condoglianze al governo di Mosca, partecipando al lutto del proletariato mondiale, esprimiamo un augurio di pace per tutto il mondo e di relazioni cordiali e operose del nostro paese con il paese di Lenin e di Stalin.

26.5.10

Istantanea. Una poesia di Cesare Genovese (1927 - 1999)

Cesare Genovese
Corre di notte, tra colline mute
e spoglie, costeggiando le fiumare,
un lento treno che, per poco, appare
per nascondersi ancora tra le astute

case cadenti. Ed io dal finestrino
scorgo il bagliore tenue dei lampioni
che colora le nuvole e i bastioni
e le strade di un vecchio paesino.

Una letizia priva dell’attesa,
perdita sì, però senza rimpianti,
un dono che si accetta, come tanti
immotivato, come una sorpresa.

Da Di Micene, del tempo e d'altre cose, Ragusa, 1991

La vispa Teresa. Una parodia di Stefano Benni.

La vispa Teresa

avea tra l'erbetta

a volo sorpresa

gentil farfalletta

-

e tutta giuliva

stringendola viva

gridava a distesa:

"L'ho presa! L'ho presa!"

-

“l’hai presa cretina

e bene ti sta

gridò farfallina

la radioattività”.

-

“non sai che nei prati

i più ionizzati

siam noi, poveretti,

i poveri insetti?”

-

Confusa pentita

Teresa arrossì

dischiuse le dita

in sei mesi morì.

Come scrivere (e divulgare) la storia antica. Augusto nel ritratto di Luciano Canfora

Luciano Canfora, comunista impenitente, è tra i maggiori storici dell'antichità (e non solo), capace di trascorrere dalla costruzione di grandi quadri storico-sociali alla rappresentazione dei giochi di potere nella loro durezza, dal racconto minuto e accuratissimo di eventi singoli e singolari a ricognizioni storico-teoriche a tutto campo. Oltre ad una scrittura brillante egli conserva una straordinaria capacità di attualizzazione. Non si tratta tuttavia delle arbitrarie ed infondate banalizzazioni giornalistiche che talora ci accade di osservare, ma della convinzione, storicamente legata al nome di Machiavelli, che esistano nei comportamenti politici meccanismi ferrei, non legati strettamente alla contingenza storica, ma alla natura dell'uomo, alla sua materiale animalità. Il testo che pubblico mi pare esemplare, nella sua brevità. L'ho ripreso, con alcuni tagli all'inizio e alla fine, da "il manifesto" di mercoledì 12 agosto 1992 (S.L.L.).

Ottaviano ha conquistato il ruolo di “successore” di Cesare, contrastando il passo con astuzia non comune, cinismo e ferocia, alleanze strumentali agli altri aspiranti alla successione di Cesare; e ha combattuto inculcando a tutti il dato, ossessivamente ripetuto, del proprio ruolo di erede e vendicatore di Cesare; e dopo aver vinto ha agevolato la formazione dell’idea che quanto Cesare aveva solo abbozzato era solo col con lui finalmente giunto a perfetta elaborazione e a compiuta realizzazione.
Nel «partito» di Cesare, nei luogotenenti che con Cesare avevano combattuto in Gallia e poi nella guerra civile contro Pompeo e il Senato, Ottaviano ha avuto i suoi avversari più tenaci. Li ha giocati gli uni contro gli altri, con alleanze tattiche durevoli fintanto che giovavano al suo unico fondamentale disegno: impadronirsi completamente dell' eredità politica e della successione di Cesare. In Antonio, fidato collaboratore e compagno d' arme di Cesare, ha avuto l' avversario più tenace e non ha avuto pace finché non l' ha annichilito completamente. «Dopo l' ultima sconfitta - narra Svetonio nella Vita di Augusto - Antonio fece un ultimo tentativo di pace, ma Augusto lo costrinse ad uccidersi e ne rimirò poi il cadavere». Solo con la scomparsa, anche fisica, di Antonio (31 a.C.), Augusto poté considerare di avere saldamente in mano l' intera eredità di Cesare e l'intero potere carismatico sull'esercito e sulla compagine statale. Erano passati tredici anni dalla morte di Cesare (44 a.C.): tredici lunghi anni di inesorabile, programmata, sapiente conquista del potere. Diversamente da Cesare, che affrontava la polemica aperta anche con gli avversari sconfitti, Ottaviano, ormai divenuto Augusto, preferì irreggimentare, conquistandone ad uno ad uno i protagonisti, la vita intellettuale. Creò un'arte volta a glorificare la sua azione politica, le sue parole d'ordine. E soprattutto prevenne e zittì ogni voce che intendesse eventualmente esprimersi in modo dissonante. Gli scrittori cominciarono ad autocensurarsi: Virgilio, il maggiore, cancellò un intero pezzo delle Georgiche e lo sostituì con un' insulsa tirata sulle api. Poeti d'amore, come l'elegiaco Properzio, si misero a scrivere odi «romane», in cui si parlava del «principe», nei modi graditi alla sua propaganda; giovani promettenti e di bassa estrazione sociale come Orazio furono catturati e portati a scrivere odi di esaltazione del vincitore di Azio.
Naturalmente c'era anche chi riteneva di potersi non piegare. Un vecchio amico di Antonio, il generale Asinio Pollione, ritiratosi a vita privata già prima di Azio, decise di scrivere un'opera di storia che prendeva le mosse dal «primo triumvirato», cioè dagli esordi, trent' anni prima, di Caio Giulio Cesare: ma Orazio scrisse apposta un'ode per spiegargli che si trattava di un'iniziativa pericolosa. E ci fu anche chi decise di non scrivere più nulla, pur di non accodarsi al coro. Proprio perché promotore e artefice di un così forte controllo sulla cultura - per la prima volta nella storia di Roma - Augusto sapeva anche concedersi la civetteria della liberalità: come quando scoprì un nipote che leggeva di nascosto un libro di Cicerone, gli tolse dalla manica della tunica il libro, non rimproverò il fanciullo, ma disse pensosamente che l'autore in questione - della cui morte era stato a suo tempo corresponsabile - era «un grande uomo e gran patriota».
Nella politica estera fu prudentissimo. Ritenne dissennato ogni avventurismo imperialistico, ogni spinta alla conquista. Con i nemici più pericolosi, i Parti, incombenti sulla frontiera orientale, preferì stipulare un «patto»: un patto molto sorprendente per i contemporanei (molto meno per i posteri e per gli storici), dal momento che una propaganda diffusa continuava a presentarli come i nemici inconciliabili dell'impero. Finché gli fu possibile volle concentrarsi sulla politica interna, nella creazione di un nuovo ordine stabile, e nella repressione di ogni tentativo, di avversari o di oppositori - reale o immaginario - di togliergli il potere. «In epoche diverse - dice ancora Svetonio - soffocò numerosissime sollevazioni, vari tentativi di ribellione e parecchie congiure». Volle a tutti i costi diffondere un'immagine di stabilità e di serenità, e anche per questo agevolò il proprio culto, ma le notizie sopravvissute nella tradizione bastano a farci capire che la facciata copriva un pericolo costante. Quando morì, il culto per la sua persona si era così largamente imposto che proprio i senatori - il gruppo sociale che più aveva visto ridursi il proprio potere a fronte di quello crescente del principe - «gareggiarono in zelo per rendere grandiosi i suoi funerali e onorare la sua memoria» (Svetonio). E sebbene avesse lasciato disposizioni minuziose nel suo testamento, la successione di un nuovo «principe» al suo posto non fu facile, tra l'altro sul piano formale. Tiberio gli subentrò, in quanto da lui indicato come «erede di primo grado, per la metà più un sesto». Nondimeno Tiberio, sebbene la successione stesse a rappresentare di per sé l' istituzionalizzarsi di un potere personale, volle apparire come un restauratore della legalità: quasi a significare che il defunto predecessore (cui erano stati attribuiti intanto onori divini) tale legalità appunto aveva, con la sua prassi di governo, di fatto violata. Non convocò un «XX Congresso» ma certo volle ridare un' impronta «collegiale» alla direzione politica.

25.5.10

Alla riscossa (Stefano Benni - "il manifesto" 1994)


Nel 1994, l'anno del primo governo Berlusconi, Benni teneva sul manifesto una rubrichetta intitolata Alla riscossa ove pubblicava poesiole, pensierini, piccole prose ironiche, parodistiche e satiriche. A rileggere quelle cose, di 16 anni fa, il primo pensiero è stato:"16 anni sprecati". I Pensierini e il Proverbio sotto riportati furono pubblicati il 15 ottobre, la poesiola sul deficit il 25 agosto (S.L.L.).



Pensierini
Uno con nove
televisioni continua
a dire che non riesce
a spiegare le sue
ragioni, o è un cretino
o non ha ragioni.
**
E’ bastata
una settimana perché
la Rai si normalizzasse.
La libertà d’informazione
non è una malattia grave.
**
Il problema del nostro
paese è sempre stato
quello di salvarsi
dai suoi salvatori.
**
Proverbio
Se hai un nemico
siediti sulla riva
del fiume e aspetta:
prima o poi il nemico
comprerà il fiume.
**
I veri colpevoli
del deficit
Ridacci la pensione
simulatore canaglia
cieco che ci vede
muto che parla
e democratico
che vota Forza Italia.

Sessantotto. Gennaio, i Vietcong a Saigon (S.L.L.)


Saigon, soldati dell'esercito collaborazionista del Vietnam del Sud
rimuovono il cadavere di un vietcong ucciso dal tetto di un edificio
Nelle rievocazioni del Sessantotto italiano spesso il Vietnam è poco più che un accenno e serve più che altro a “fare sfondo”. Sembrerebbe che fosse solo il Che, eroico ma sconfitto, il mito di quelli che nell’anno fatidico avevano vent’anni (o poco più o poco meno). È vero, nei cortei l’immagine del nostro barbuto compagno ampiamente prevaleva, ma il nome che si sentiva risuonare più spesso, talvolta anche a sorpresa, era quello di Ho Chi Min, emblema di quel piccolo popolo di contadini che resisteva alla potenza imperiale Usa, ai suoi bombardamenti, ai suoi gas, al suo napalm distruttivo, ai suoi addestratissimi marines, di quel piccolo popolo che resisteva e vinceva.
Leggo oggi su una vecchia rivista (“Storia illustrata” del gennaio 1988) una rievocazione della grande offensiva del Tet, il capodanno lunare, la grande festa dei vietnamiti e di altri indocinesi, che cade il 31 gennaio. Nel gennaio del 1968 accadde, infatti, un evento sconvolgente, tale da incrinare fortemente l’immagine degli Stati Uniti invincibili.
Saigon (oggi Città Ho Chi Min) era al tempo la capitale del Vietnam del Sud, lo stato fantoccio creato alla fine degli anni Cinquanta dagli Stati Uniti con un forte sostegno di armi e risorse, quando il segretario di stato americano Foster Dalles aveva negato ai vietnamiti la riunificazione del paese e le elezioni politiche generali sanzionate nel 1954 dagli accordi di Ginevra perché – diceva – “il voto consegnerebbe il paese ai comunisti”. Nel Nord del Vietnam, infatti, dopo la grande battaglia di Dien Bien Phu, vinta nel maggio 1954 dall’esercito rivoluzionario del Viet Minh guidato da Giap contro l’esercito coloniale francese, si era costituita una Repubblica governata dai comunisti e presieduta da Ho Chi Min, il leggendario e saggio “bag Ho” (lo zio Ho).
Ma i sostegni esterni non bastarono a consolidare quello che appariva non solo uno stato fantoccio, ma anche un regime crudele e corrotto. Gli americani stessi avevano incoraggiato il colpo di stato militare che abbatté e condusse a morte nel 1963 il feroce dittatore Diem, il cui potere capriccioso e nepotistico aveva catalizzato un’ampia opposizione popolare comprensiva dei monaci buddisti; ma i nuovi capi militari, guidati dal “generale” Van Thieu, non erano molto meglio e già con Kennedy cominciò l’intervento militare diretto. Al Sud infatti si era costituito il Fronte di Liberazione del Vietnam che nelle campagne dava vita ad un guerra di guerriglia e controllava villaggi e interi territori, sostenuto da armi e rifornimenti che giungevano dal Nord attraverso il cosiddetto “sentiero di Ho Chi Min” e attraverso una fitta rete di cunicoli e gallerie. Nel 1964, nonostante il “concorso” statunitense ammontasse a 20 mila uomini e la guerra costasse un miliardo di dollari l’anno (cifra al tempo ingentissima) i “vietcong” (con questo nome, di “vietnamiti comunisti”, erano individuati i guerriglieri del Fronte) erano sempre più numerosi e attivi. Da allora ci sarà una vera e propria escalation (così venne chiamata) della guerra americana. Si arriverà ad un massimo di 450 mila militari americani presenti con spese enormi e verrà sistematicamente bombardato il Nord. 
La strategia militare era stata quella di consolidare il potere e la sicurezza dell’esercito Usa a Saigon, anche attraverso una dura repressione del dissenso, e di partire da quella zona sicura per “bonificare dai comunisti” le campagne con grandi operazioni (“Cedar Falls” fu il nome della più importante), anche se, cessato il massimo sforzo, i comunisti si reinfiltravano. Sul finire del 1967 tuttavia la strategia americana sembrava aver conseguito un relativo successo. Saigon, che oramai viveva nell’occupazione e di occupazione come grandissimo bordello e mercato di droga per i soldati americani, sembrava assolutamente sicura. Così tra l’altro ce la raccontava la nostra tv, mentre il nostro governo, il governo di centrosinistra guidato da Moro, pur invocando trattative, mostrava “comprensione” per la guerra americana. Il Pci, in un manifesto contro i bombardamenti e i gas incendiari, aveva recuperato una frase di Tacito, originariamente riferita ai Romani antichi: “Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace”.
Per comprendere ciò che accadde a Saigon alla fine di gennaio del 1968 è utile leggere la testimonianza del generale Franco Pisano, che al momento era addetto militare per l’aeronautica nell’ambasciata. Racconta come nel pomeriggio del 30 si svolgesse nella città lo spettacolo dei mortaretti, rammenta che c’era una gran folla per le strade e i negozi erano illuminati: gli americani avevano addirittura abolito il coprifuoco per cui i festeggiamenti del Capodanno lunare si protrassero oltre la mezzanotte. “Tutto cambiò improvvisamente verso le quattro del mattino. Rombi di cannoni e crepitio continuo di armi automatiche”.
Era, imprevista ed improvvisa, l’offensiva dei vietcong che, contemporaneamente, attaccarono Huè, l’antica capitale imperiale, e Saigon, la capitale coloniale e neocoloniale. Arrivarono a penetrare nel quartiere generale del generale Westmoreland, il capo dell’esercito più potente del mondo.
Raccontano le storie militari che l’offensiva del Tet fu una sconfitta e che dopo lo sconcerto e la sorpresa per la presenza di questi guerriglieri che sbucavano da tutte le parti gli americani si riorganizzarono e respinsero i vietcong sia a Saigon che a Hué. Aggiungono che il FLV perse sessantamila dei 120 mila combattenti e che le perdite umane degli americani e dell’esercito collaborazionista furono cinque o sei volte minori. Insinuano che i vietcong fallirono l’obiettivo politico dell’insurrezione della città: i pacifici abitanti di Saigon, anche quelli che non vivevano di occupazione e si opponevano agli americani, si limitarono a fuggire dalle zone del combattimento. 
E’ tutto probabilmente vero, ma non calcola l’impatto sull’opinione pubblica mondiale di quell’offensiva. 
In Usa, ove c’era ancora la coscrizione obbligatoria, s’impennarono le diserzioni: i ragazzi in massa scappavano in Canada o altrove dalla sporca guerra. In Francia nel maggio i ragazzi di Nanterre e della Sorbona resistevano alla Polizia inneggiando a Ho Chi Min. In Italia occupavamo le facoltà pensando a quei piccoletti male armati che atterrivano il gigante americano e vincevano (o così ci pareva). 
Alle elezioni di primavera il Pci diffuse un disco di canzoni da mandare in giro con gli altoparlanti in attesa dei comizi; se non ricordo male le cantava il Canzoniere delle Lame, di Bologna. La più bella s’intitolava La vita cambierà: protestava contro lo sfruttamento e contro la guerra imperialistica. Una strofe faceva “chi non vuol piegar la testa è comunista”, un’altra “nel Vietnam i partigiani col fucile nelle mani / costruiscono anche il tuo domani”. Un milione di voti in più! (S.L.L.)

Sesso e letteratura. Pettegolezzi erotici nel Journal dei fratelli Goncourt.

Il 2 dicembre 1851 i fratelli Edmond e Jules de Goncourt iniziarono a scrivere un diario di memorie, dialoghi e riflessioni sulla vita dei parigini. Il Journal è un’opera monumentale per dimensioni (venne portata a termine da Edmond de Goncourt nel 1896, anno della sua morte, dopo la prematura scomparsa di Jules nel 1870), ma assai pettegola nei contenuti (vedi a tal proposito il penetrante giudizio di Leonardo Sciascia in http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/05/dal-quaderno-di-leonardo-sciascia_25.html ).

Un grande spazio è dedicato alle abitudini e alle perversioni sessuali (vere o presunte) degli scrittori del milieu parigino. Ad esempio vi si ritrova Théophile Gautier a confidare ingenuamente ai Goncourt di “amare soltanto la donna asessuata, cioè quella tanto giovane da escludere ogni idea di maternità, di matrici, di ostetriche”, aggiungendo che, siccome non poteva soddisfare questa passione per paura della polizia, tra le altre donne non faceva differenza: “Venticinque o cinquanta anni, hanno tutte la stessa età”.

A Gustave Flaubert i Goncourt fanno dire: “La bellezza non è erotica, le donne belle non sono fatte per il letto, sono buone solo per ispirare delle statue, che l'amore ha un fondamento ignoto, prodotto dall'eccitazione, ma raramente dalla bellezza. Sviluppa il suo ideale e si scopre che è quello della zoccola ignobile”. E riferiscono anche una confidenza sulla sua giovinezza: “Ero talmente vanitoso che, quando andavo al bordello con i miei amici, sceglievo sempre la più brutta e volevo fotterla davanti a tutti, con il sigaro in bocca. Non mi divertivo affatto, ma era per la platea…”.

Di Maupassant si riferisce la partecipazione ai partouze. Nel journal si narra che una volta Maupassant chiese un giorno a Bourget di andare a letto con la sua amante e che costui, stupito dalla proposta, accettò: “...la donna arrivò con una maschera sul volto e, dopo avere detto che andava a togliersi il cappello, tornò tutta nuda, con addosso soltanto un paio di mutande di cotone rosa, che denunciavano chiaramente la sua origine borghese. Queste mutande di cotone, il tremito nervoso della donna, il sudore freddo che imperlava il seno, forse la presenza di Maupassant, fecero sì che Bourget non riuscì a soddisfare la donna, trincerandosi dietro la scusa che le presentazioni erano state troppo brusche. Allora la donna gridò a Maupassant: "a me, mio fauno! ", si gettò su di lui e gli succhiò la verga”. A quanto pare Maupassant volentieri sfidava il borghese senso del pudore. Nel 1877 allestì la sua opera teatrale Il petalo di rosa e partecipò alla messa in scena vestito da donna, in calzamaglia.

Honoré de Balzac, invece, era assai parco nei rapporti sessuali. I Goncourt riferiscono che per lui “lo sperma era per lui una emissione di pura sostanza cerebrale e una specie di dispendio, di perdita, attraverso il pene, di una creazione”. Un giorno che aveva ceduto a una tentazione disse a Latouche: “Stamattina ho buttato via un libro!”»

Di Émile Zola i diari dei due tremendi fratelli raccontano la doppia vita coniugale, che spinse una volta la moglie dello scrittore ad andare via di casa, senza scuotere la programmatica imperturbabilità dello scrittore: “Sono andato a letto con le mogli dei miei migliori amici. Davvero, in amore non ho alcun senso morale...”. La coppia comunque si riappacificò e, dopo la morte prematura di Zola, fu la stessa moglie a prendersi cura dei figli illegittimi. Ma c’è anche un aneddoto che riguarda il suo particolare rapporto con la scrittura: “…al tempo in cui incontrava tremende difficoltà a scrivere, gli capitava, dopo una mezz'ora di rifiniture intorno una frase, di eiaculare senza erezione”.

Dal "Quaderno" di Leonardo Sciascia. Confessano i peccati altrui. I Diari dei fratelli Goncourt e di Giuseppe de Nittis ("L'Ora" 29 gennaio 1966)


Del famoso “Journal” che va sotto il nome di Jules ed Edmond De Gouncourt benché in gran parte dovuto al secondo, nella prefazione Edmond dice che è una confessione dei peccati altrui, e lievissima dei propri; e se con eguale spregiudicatezza e crudezza avessero consegnato al “Journal” la confessione dei propri pensieri, debolezze, vizi e contraddizioni come consegnano i discorsi e il comportamento e le contraddizioni di Flaubert, Maupassant, Zola, Saint-Beuve, Renan ed altri, avremmo avuto un libro assolutamente unico. Quello che invece ne è venuto fuori è un grande ritratto della società intellettuale francese nell’arco di circa mezzo secolo, ma senza i Goncourt. O meglio: con i Goncourt che si prodigano in generosità, lealtà, amicizia verso persone che tutto sommato non meritano così nobili intenzioni e attenzioni. E se infine confessione c’è, se un ritratto dei Gouncourt finisce col venir fuori, è dalla malizia con cui vengono annotati gli altri vizi che balza. E bisogna dire che lo Zola bilioso, invidioso, mugugnante, ritratto dai Goncourt ha dimostrato tanto coraggio e tanta nobiltà quando ha riconosciuto, di fronte a questo “Journal”: “Queste sono le nostre memorie!”; esempio di una fedeltà estrema alla propria poetica della verità, fino al sacrificio totale di quell’amor proprio di cui i Goncourt, e più Edmond, lo ritenevano pieno.
Due sole persone si salvano – per lealtà, per candore, per assenza di vizi – dalla penna dei Goncourt: Alfonso Daudet e Giuseppe De Nittis. Dalla penna di Edmond, cioè: perché si salvano appunto per il fatto che Jules Goncourt è morto, e il superstite Edmond in loro ritrova qualcosa del fratello morto.
Di questo trasporto di Edmond verso il De Nittis non troviamo preciso riscontro: nel “Taccuino” di De Nittis ora pubblicato dalla Leonardo Da Vinci di Bari: dove Goncourt è nominato senza spicco rispetto ad altri amici che frequentavano la casa del pittore italiano. Concorda invece, ma con minor astio da parte del De Nittis, il giudizio su Degas: il quale più di una volta Edmond ritrae nelle sue gratuite cattiverie nei riguardi del De Nittis. Ma De Nittis era portato a scusare tutti, a giustificare tutti, ad accordare a tutti la buona fede: e per lui è un buon uomo anche Degas, anche quando Degas mette in giro, nella Francia in cui si presentiva già il caso Dreyfus, la voce che De Nittis era ebreo e va sputando sdegno per il fatto che è stato insignito della legion d’onore. Paterna è invece l’immagine di Manet nel “Taccuino”: un uomo buono, saggio, sereno nella sua vita familiare in un ambiente che dal diario dei Goncourt appare come un groviglio di oscenità.

Parigi 1938. Apoteosi dello sport fascista.


Vittorio Pozzo alza al cielo la sua seconda coppa Rimet. Attorno a lui la squadra che ha vinto
per 4-2 la finale contro l'Ungheria. Da sinistra Biavati, Pozzo, Piola, Ferrari, Colaussi.
In basso, Locatelli, Meazza, Foni Andreolo, il portiere Olivieri, Rava e Serantoni

Il Campionato del Mondo di calcio del 1938 (il trofeo si chiamava Coppa Rimet) si svolse in Francia. L’Italia in semifinale batté di misura il Brasile, a Marsiglia il 16 giugno, ma ai “carioca” mancava il loro gioiello, il grande Leonidas, detto “il diamante nero”. Ufficialmente, poiché risultava lievemente acciaccato, lo tenevano di conserva per la finalissima. Ma si raccontò che le cose erano andate diversamente. Il calciatore necessitava di una somma importante per liquidare dei creditori e propose ai dirigenti della nazionale brasiliana uno scambio: se gli avessero dato quella somma avrebbe giocato contro l’Italia nonostante il dolorino. I dirigenti rifiutarono sdegnati e Leonida rimase in tribuna. Si disse che avesse pagato ugualmente il debito, ma in lire non in cruzeiros.
La finale si svolse a Parigi il 19, contro l’Ungheria che aveva rifilato alla Svezia un secco 5 a 1. La squadra italiana vinse agevolmente e con merito, 4 a 2, due gol di Colaussi e due dell’astro nascente, Silvio Piola. Poco prima dell’incontro era arrivato un telegramma di Mussolini: “Vincere o morire”.
All’indomani la “Gazzetta dello Sport” pubblicò un fondo dal titolo Apoteosi dello sport fascista nello stadio di Parigi – Per la bandiera.
Così tra l’altro si esprimeva: “Una partita non consiste soltanto in due squadre che si fronteggiano. La partita è nella responsabilità che si avvinghia, come un pesante zaino, sulle spalle degli atleti… Una partita di queste non è che in misura limitata un fatto sportivo. E’ soprattutto un fatto patriottico… Tutta Parigi, tutto il mondo sa, una volta ancora e una volta di più, cosa sono, cosa vogliono e cosa valgono i ragazzi di Mussolini”.
Così concludeva: “Hanno dato a tutto il mondo la prova di quanto valga e quanto possa, anche sui terreni incruenti dello sport, la gioventù guerriera di Mussolini”.

da un inserto dedicato ai mondiali di calcio dal "manifesto" (1990)

Perugia 1888. Clericalismo sanitario (corrispondenza dal "Messaggero")

Nell’estate del 1988 “il manifesto”, “per riempire il giornale” (ad agosto - si sa - c’è poco da scrivere) recuperò giorno dopo giorno cronache e commenti di un secolo prima, dai quotidiani dell’estate 1888. Il 10 agosto toccò al “Messaggero” , che la gustosa corrispondenza da Perugia che segue. (S.L.L.)
Se c’è qualcosa che a questo mondo deve destare pietà, rispetto, si è la malattia, la infermità. Eppure nessuno è più tormentato di quei disgraziati che, non vivendo di rendita, sono costretti in caso di malattia a chiedere ricovero in un ospedale.
Qui trovano una caterva di preti, di frati, o di monache che si mettono loro dattorno.
Se i disgraziati hanno il torto di pensarla liberalmente stanno freschi! Per essi è perduta ogni speranza di pace, di quella tranquillità che è indispensabile ai malati, che spesso è la migliore delle medicine.
Ora si domanda se in pieno secolo decimo nono sia permesso sottoporre i malati alla tortura.
Già più volte i giornali hanno lamentato simili abusi, che si verificano in taluni ospedali di Roma:
Ma lo sconcio è purtroppo generale, è di tutti quegli ospedali ove l’elemento pretesco predomina.
Tutti i malati a cui, per i loro principi liberali, spetta nell’altra vita – come predicano i preti, l’inferno, debbono subire in anticipata espiazione le pene del purgatorio.
Fra gli altri ospedali citiamo quello dei cronici di Perugia.
Quivi – ci scrive il nostro corrispondente – si trovano ricoverati anche dei veterani, dei vecchi avanzi delle battaglie della patria, che nella loro vita intemerata professano sempre principi di libertà e d’odio al prete.
I reverendi padri che dirigono quell’istituto, e particolarmente padre Gabriele, priore spirituale, pongono tutto il loro entusiasmo nel martirizzare tutti i giorni questi disgraziati vecchi.
Pretenderebbero di farli confessare e comunicare, che assistessero giornalmente ai rosari, prediche, tridui, messe e via discorrendo.
Ma v’ha di più.
Anziché fare in modo che gli ultimi giorni di vita che rimangono ancora i poveri cronici passino il meno peggio possibile, qui sono invece trattati con tutta l’asprezza pretesca e si proibisce persino ad essi di accettare e far passare nello stabilimento qualsiasi sana vivanda che i figli o parenti avessero intenzione di portare ai loro cari.
E’ bene notare che lo stabilimento ha dei capitali rilevantissimi amministrati dalla congregazione di carità: però è tanto quello che si lesina dai frati che per i cronici non rimane che pochissimo vitto e il più delle volte cattivo.
Altra draconiana disposizione è quella di non dare ai vecchi neanche il conforto di confabulare assieme.
Difatti è loro assolutamente proibito di conversare e divertirsi in più di due, ritenendo che al contrario si complotti a danno dei frati.
Le trasgressioni a tale disposizione vengono punite con angherie e vessazioni e con la privazione degli alimenti.
Il rovescio della medaglia è questo: i frati che tanto paternamente curano l’anima, pensano invece molto alla conservazione del loro corpo.
Sarebbe bene che si ponesse termine a tanti deplorevoli abusi preteschi, e che l’on. sindaco Berardi Tiberio, come presidente della congregazione di carità e della società per i veterani, provvedesse per i poveri cronici, parecchi dei quali sono per di più suoi antichi compagni d’arme.

da "Il Messaggero" di Roma, 11 agosto 1988


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