27.12.10

Domande ingenue sugli antibiotici.

Un articolo su “La Stampa” del 18 novembre di Francesca Schianchi (Con l’overdose di antibiotici siamo più fragili) informa sui risultati di uno studio dell’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco), che in sintonia con l’Istituto superiore di Sanità e col patrocinio del Ministero ha deciso di iniziare una campagna di comunicazione contro l’abuso di antibiotici. Vi si legge di gravi danni sanitari per la mancanza di controllo medico. Ingurgitati finché persistono i sintomi, i farmaci vengono sospesi non appena scompaiono con un nocumento aggravato: non si conclude il ciclo di terapia e si favorisce lo sviluppo di resistenze. Queste modalità d’uso garantirebbero le scorte fino alla prossima, pericolosa, cura «fai-da-te». Il risultato è che, superata solo da Grecia e Cipro, l’Italia è tra i Paesi europei che più usano antibiotici ed hanno pertanto un tasso più alto di antibiotico resistenza. In un prossimo futuro potremmo non poter curare infezioni anche banali.
L’articolo parla anche di un gigantesco spreco economico: 413 milioni di euro: “In Italia il 44% della popolazione riceve almeno una prescrizione di antibiotico l'anno, il 53% se si parla di bambini e il 50% se si tratta di anziani. Nel 2009 le vendite hanno raggiunto la cifra di 1.038 milioni di euro: 413,1 milioni, appunto, spesi per un uso inappropriato. Ad abusarne di più il Sud: in cima alla lista Campania, Puglia e Sicilia, che da sole rappresentano il 60% dell'eccesso italiano. Friuli, Liguria, Veneto e Val d'Aosta, invece, ne usano meno. Se le regioni si allineassero al consumo medio delle sei piu' virtuose, cioe' a 17,5 dosi medie giornaliere ogni mille abitanti, si risparmierebbero 316, 6 milioni di euro”. A completare l’allarme si aggiungono le dichiarazioni del direttore dell’istituto del farmaco, Rasi. Potrebbe accadere in Italia quanto già succede in India ove compaiono ''super-batteri'', contro cui nessun antibiotico efficace appare oggi disponibile.
La domanda sorge spontanea. Siamo sicuri che funzioni una campagna diretta soprattutto ai consumatori di farmaci? Sarà poi vero, dato il livello degli sprechi, che l’abuso avvenga soltanto con le scorte conservate da precedenti infezioni? Non ci sarà, invece, una tendenza dei medici di base alla facile prescrizione che dà sicurezza al paziente? Non ci sarà, poi, tra i farmacisti il modo di eludere l’obbligo della ricetta, con lauti incrementi di vendite e guadani? E, infine, al ministero non si potrebbe pensare a confezioni con un minore numero di dosi, atte ad evitare il residuo? 

La trasvalutazione di Julia Kristeva

Gian Lorenzo Bernini. L'estasi di Santa Teresa d'Avila. Particolare.
Palazzo Barberini, Roma.
Julia Kristeva, scrittice e psicanalista francese di origine bulgara, al festival Letterature di Roma tenutosi in giugno alla Basilica di Massenzio dello scorso giugno ha letto un testo intitolato La Passione secondo Teresa D'Avila, la grande mistica cui ha dedicato il saggio Teresa, mon amour, (Donzelli 2009). “La Stampa” del 22 giugno 2010 ne ha pubblicato un breve estratto di carattere metodologico. A me l’idea chiave del testo, la psicanalisi freudiana come chiave per la “trasvalutazione”, cioè per il superamento delle tradizioni religiose e non religiose, pare acuta e convincente. (S.L.L.) 
Julia Kristeva

Come spiegare questo strano incontro fra una santa e una strizzacervelli? Non vi dirò tutto. Vi ricorderò soltanto che oggi è impossibile vivere senza accorgersi che gli scontri tra religioni non sono estranei agli scenari economici che incombono sulla nostra quotidianità e minacciano la pace nel mondo. Vi confesso che faccio parte di quei (rari?) scrittori e intellettuali europei convinti che esista una cultura europea di cui non andiamo abbastanza fieri. Io sono profondamente persuasa che solo a partire da una migliore appropriazione critica della pluralità delle sue culture la nostra Europa potrà ricoprire un ruolo decisivo nei diversi conflitti che si affastellano all'orizzonte.
Si tratta, esattamente, di una " trasvalutazione" (per usare un termine nietzschiano) dei valori ebraici, cristiani, ma anche musulmani e di quelli della secolarizzazione. Sì, il filo della tradizione è stato reciso, ci avvertono Tocqueville e Hannah Arendt, e avete dinanzi a voi una donna che si considera atea: non a caso la mia eroina finisce il suo racconto su Teresa con una lettera rivolta a Denis Diderot che, al suo tempo, fustigava gli abusi della religione, in particolare nella Religiosa, il celebre romanzo incompiuto. Ma Diderot, ex canonico e scrittore-filosofo dei Lumi, si rammaricava di non riuscire a finire la sua storia, perchè, liberata dagli abusi della vita monastica, la sua religiosa viene gettata in una vita priva di senso. Ho la pretesa di credere che la psicanalisi freudiana, che interroga i miti e la storia delle religioni, e al tempo stesso spalanca le porte della vita interiore degli uomini moderni, sia la strada maestra per trasvalutare, per l'appunto, quella tradizione che ci precede e con la quale noi, non credenti, abbiamo tagliato il filo. Noi, non credenti. Ma anche noi, credenti molto spesso ridotti a «elementi delle religioni» (come si dice degli «elementi del linguaggio» e dimenticando la complessità dell'esperienza).

Suicidio assistito (di Margherita Hack)

L'Italia è un paese laico, almeno formalmente. Però gli italiani non sono liberi di rifiutare quello che i cattolici chiamano un dono di Dio, la vita, anche quando questo dono è diventato un fardello insopportabile. Anche quando una persona non è credente è costretta a subire l'imposizione della morale cattolica, a sopportare una vita che ritiene indegna di essere vissuta. Dobbiamo pretendere una legge sul modello di quella olandese, una legge altamente civile che rispetti la volontà del cittadino che non sopporta di prolungare inutilmente le sue sofferenze, e quella di coloro che non accettano doni da un dio in cui non credono.

in "Micromega, La Primavera" n. 8, 20 aprile 2006.

Il sesso del Cavaliere.

Ebbe sei nomi, due nature e mille destini; fu ambasciatore e spia di Luigi XV di Francia, capitano dei dragoni e dama di compagnia; viaggiò per l'Europa evitando guerre e beffando regine, morì in povertà ai tempi di Napoleone, in una miserabile convivenza con una vecchia inglese che ignorava la sua ambivalenza.
Per trent'anni tutta l'Europa scommise sul vero sesso di D'Eon: donna, uomo o ermafrodito? Solo il medico incaricato della sua autopsia svelò il mistero. Ma non senza accendere altri stupori attorno a un personaggio che, nel secolo di Voltaire, seppe fare del suo corpo e della sua mente un teatro e un'enciclopedia, della sua vita una sceneggiatura pronta per esser filmata. Charles-Geneviéve-Louis-Auguste-André-Thimothée d'Eon de Beaumont nacque a Tonnerre, in Francia, nel 1728 da un avvocato e una nobildonna di antica famiglia. Il suo amico La Fortelle nel 1779 ne scrisse – lui vivo - una biografia (La vie militaire, politique et privée de Mademoiselle d'Eon, Charles-Geneviéve) secondo la quale l’individuo nacque femmina, ma fu spacciato per maschio dal padre, pieno di debiti e obbligato da una clausola ereditaria a generare un figlio.
Per quel che se ne sa, D’Eon fino a sette anni s’abbigliò da bambina, ma a 13 partì da casa come maschietto per frequentare il prestigioso Collége Mazarin, dove si laureò brillantemente in legge nel 1749. Aveva mostrato fin dai primi anni un talento per le lingue e una memoria stupefacente e la versatilità era accompagnata da un fascino perturbante. Pertanto, a Versailles come a Parigi, entrò subito nei cerchi alti: segretario di Monsieur de Sauvigny, amministratore del fisco parigino e infine, nel 1756, membro del gabinetto segreto di Luigi XV, cui erano affidate le manovre politiche più complicate.
«D'Eon é giovane, piccolo di statura, con un seno pronunciato e gambe proporzionate alla sua complessione fisica» - così è rappresentato in un documento ufficiale. Ottimo spadaccino, ha tuttavia spalle strette, fianchi rotondeggianti, un sorriso da Gioconda, carnagione chiara, pelle vellutata. Intuendo le chances connesse alla sua ambiguità, il re gli affida un delicato ufficio alla corte di Elisabetta I di Russia, la zarina figlia di Pietro il Grande. La Guerra dei Sette anni è alle porte, Luigi vuole convincere la Russia a unirsi a Francia e Austria contro la Prussia di Federico II. A San Pietroburgo si presenta a Elisabetta in veste di dama, con il nome di Lya de Beaumont, e diviene la lettrice di francese della zarina. «Lya» non si copre il viso di pesanti belletti, non si trucca, ma la sua pelle è liscia come petalo di rosa.
Dopo qualche mese D’Eon rientra a Parigi, ma nel 1757 è di nuovo a San Pietroburgo, stavolta in vesti maschili: si finge zio della dama che aveva impersonato l'anno prima. Nel 1761 lascia la Russia: nominato capitano dei dragoni del re, combatte da eroe nella Guerra dei Sette anni. Luigi XV lo insignisce della Croce di San Luigi e poi, nel 1763, lo invia a Londra come ambasciatore e spia. Il Cavaliere con feste e raffinati regali enogastronomici seduce la nobiltà inglese, mentre nella sua biblioteca raccoglie a migliaia volumi e rari manoscritti. Il re, temendo le liaisons dangereuses di D'Eon in Inghilterra, ben presto lo richiama: si parla di un imminente arresto. Ma D’Eon non rientra; e conserva nel suo cassetto i piani segreti del re di Francia per l’invasione dell’Inghilterra. Pubblica a tamburo battente un libro, Lettres, memoires et negociations particuliées, ma saggiamente evita di fare menzione dei preparativi dei francesi e della rete di spionaggio. Otterrà, grazie a questo sottile ricatto, il permesso di restare in Inghilterra e una cospicua pensione.
Decide a questo punto di decide di diventare donna. Scrive Giuseppe Scaraffia: “Assecondando abilmente le dicerie sul proprio conto, d'Eon effettuava la manovra più spericolata e brillante del suo movimentato curriculum. Realizzava sotto gli occhi di tutti un'operazione tipica dello spionaggio: la sparizione e la riapparizione sotto un'altra identità. La sua nuova personalità si inseriva perfettamente nel dibattito illuminista in cui rappresentava agli occhi della gente la prova concreta dell'importanza dell'educazione, in grado di trasformare una donna in un eroe di guerra, capace di scrivere libri e d'occuparsi di politica ad alto livello”.
Il suo esilio durerà quasi 15 anni. Nel 1774 Luigi XV muore e sul trono gli succede Luigi XVI. Il nuovo sovrano vuole mettere le mani sui documenti compromettenti che conserva D'Eon, e per convincerlo ricorre ai buoni uffici di Beaumarchais, il celebre autore delle Nozze di Figaro. D'Eon pone come condizione di essere riconosciuto ufficialmente come donna. Intanto il sesso del cavaliere diventa oggetto di scommesse presso tutti gli allibratori.
Un film francese di Molinaro, Beaumarchais l'insolente, ha rievocato il turbinoso incontro tra D’Eon e Beaumarchais. A Londra il cavaliere si presenta al commediografo come "donna infelice", desiderosa soltanto di un decreto che confermi la sua identità femminile. Racconta di essere stata educata da maschio dal padre per motivi ereditari. Il commediografo compiange e corteggia con discrezione, ma, concluso l'accordo, tra i due accadranno liti di tutti i colori: in un modo o in un altro il grande di giro di scommesse sul sesso del cavaliere coinvolge entrambi.
Al suo arrivo in Francia D'Eon fu accolto come una celebrità. Nei ricevimenti, benché riconosciuto donna, continua a vestirsi da ufficiale e a trattare le donne con cavalleria. Per indurlo ad adeguarsi alla sua nuova identità, il re arriva ad imprigionarlo. Accetta infine di indossare le gonne ma usa un linguaggio da soldataglia in contrasto con lo strascico dell'abito. Quando gli ricordano che quand’era in armi tutti ammiravano le sue belle gambe, non esita ad alzare la sottana esclamando: "Se siete curiosi, guardate!". Nel 1777 Voltaire, un po' imbarazzato, accetta d'incontrare "quell'animale anfibio che non è un uomo né una donna" e financo un esperto come Casanova si lascia ingannare: malgrado le sue maniere mascoline – sentenzia - D'Eon è donna.
Nel 1785 aveva ottenuto di poter far ritorno in Inghilterra, «un paese che ama la libertà», e questa volta da donna. Aveva ritrovato gli amici inglesi, frequentato i circoli degli espatriati francesi, ma il suo fascino ormai era in disarmo. Lo scrittore Horace Walpole nel 1786 lo definisce «rumoroso, fastidioso e volgare», e ne critica le mani maschili, James Boswell scrive che D'Eon «ha tutta l'aria di un uomo vestito da donna».
Lo scoppio della Rivoluzione francese lo entusiasma, ma il potere giacobino lo priva del vitalizio, costringendolo a sette mesi di prigione per debiti, e segna l'inizio del suo declino. Al Cavaliere, tornato in Inghilterra, resta l'abilità da spadaccino, che sfrutta per integrare le magre entrate. A sessant'anni, appesantito, vince tornei a Oxford, Birmingham e Brighton, ma è ferito gravemente a Southampton. Gli ultimi anni D'Eon li passerà in miseria, dividendo casa e spese con Mrs Mary Cole, ignara vedova di un ammiraglio. Nel 1805, mentre Napoleone incendia l'Europa, scrive una biografia, La Pucelle de Tonnerre, su Giovanna d'Arco, per lui un modello perenne. L’opera non verrà mai pubblicata. Il 21 maggio del 1810 Charles-Geneviéve muore, regalando al mondo il suo ultimo coup-de-théatre. Il chirurgo che ne esamina il cadavere, vi ritrova sì «quanto vi è di più maschile», ma pure «una inconsueta rotondita' nelle membra, una debolissima traccia di barba, una gola per nulla mascolina. Spalle robuste, seno considerevolmente sviluppato; braccia, mani e dita di una donna in carne, fianchi stretti e gambe e piedi corrispondenti alle braccia».

Fonti
Giuseppe Scaraffia, D' Eon, cavaliere con le gonne, “Corriere della Sera” 18 aprile 1997
Stefano Semeraro Un transgender alla Guerra dei Sette Anni “La Stampa” 17 agosto 2006

26.12.10

Auguri. L'articolo della domenica.

La mancata caduta del governo, il 14 dicembre, ha avuto come conseguenza quasi inevitabile l’aprirsi di  lacerazioni tra gli oppositori di Berlusconi, che né la nascita di una sorta di rassemblement  centrista né le confuse iniziative del Pd riescono a frenare. L’arrogante conferenza stampa di fine anno del Cavaliere che conclude (per ora) una incessante serie di smargiassate e maramaldeggiamenti ci informa tra l’altro che oggi, per il cosiddetto allargamento della maggioranza, è oggetto di attenzione anche il gruppo di Rutelli. Nello stesso tempo entra in crisi il partito di Di Pietro: i violenti (e, in genere, giustificati) attacchi al ducetto di Arcore non gli bastano più a mantenere compatto una formazione politica il cui quadro dirigente, a tutti i livelli, è stato costruito con acquisizioni eterogenee di personaggi non sempre limpidissimi.
Il peggio di sé sembra darlo tuttavia il Pd. Il partito guidato da Bersani avrebbe in un momento come questo, in cui elezioni imminenti restano comunque probabili, un ruolo decisivo di organizzazione e di raccolta delle forze di opposizione, ma torna invece a manifestare la sua natura di aggregazione nata da escogitazioni tattiche, priva di anima e di missione storica. Particolarmente nefasti, in questa fase appaiono, i gruppi di D’Alema e Veltroni, che ammanicatissimi con centri di potere finanziario, speculativo, mediatico, continuano a proporre nuove svolte a destra sul terreno programmatico e delle alleanze. Divisi negli interessi che difendono, nelle cordate che proteggono, i due sono stranamente uniti nell’impedire la svolta programmatica a sinistra che sarebbe necessaria per trovare sintonia con una opposizione sociale che tende a crescere e nell’invocare una sorta di berluscon-leghismo temperato. Reggono i metalmeccanici della Fiom ai ricatti di Marchionne, resta in piedi il movimento studentesco anti Gelmini, non demorde il popolo abruzzese delle carriole, si rilanciano le lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni; ma i discorsi di molti capi piddini continuano ad alludere a privatizzazioni, a riforme taglia diritti, a una produttività ottenuta esclusivamente a scapito dei lavoratori. Regge Vendola e la sua richiesta di un dibattito aperto sulle scelte dell’opposizione con il meccanismo delle primarie, ma quelli che ieri le ritenevano una conquista epocale, un fattore essenziale di democrazia, oggi si arrampicano sugli specchi per giustificarne la soppressione. Io non amo le primarie per l’elemento leaderistico che è ad esse connaturato e non mi piace l’enfasi con cui Vendola ne parla; ma nel contesto dato mi paiono l’unica occasione per confrontare progetti, programmi, profili ideali e culturali. Proprio per questo da qualche parte le si teme e si tenta di impedirle con trabocchetti d’ogni tipo. Insomma, per dirla con un’espressione umbra, gli atti non son belli. Pure qualcosa ci dice che sotto la crosta della politica politicante, dentro la crisi che continua a macinare diritti e redditi popolari, qualcosa si muove: si avverte per esempio un lento rinascere nelle nuove generazioni della fiducia nell’azione collettiva . Auguri, dunque. Ne abbiamo  un gran bisogno. 

Un uomo onesto (di Paolo Borsellino).

L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso.
Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto.

Da un interveno all'Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989. 

25.12.10

Anniversari. Grimod de La Reynière, un buongustaio tra Ancient Règime e Restaurazione.

Alexandre-Balthazar-Laurent Grimod de La Reynière morì nella notte di Natale del 1837.
Nella storia della gastronomia e della letteratura gastronomica ha di sicuro un posto particolare. Era nato il 20 novembre 1758 da nobile famiglia legata alla monarchia. Laureato in diritto, ebbe fin da giovane una intensa passione per l’arte culinaria cui diede un contributo istituendo i cosiddetti “pranzi del mercoledì” che, iniziati nel 1782, proseguirono fino al 1810. Il primo febbraio del 1783 Grimod diede vita a un sontuoso incontro conviviale che passò alla storia come il fameux souper, la celebre cena che per il suo memorabile successo dovette essere ripetuta nel 1786. Al 1784 risalgono le sue “colazioni filosofiche”. Scrisse commedie, critiche teatrali e saggi satirici, ma anche come scrittore va annoverato tra i fondatori di istituzioni. Nel 1803 pubblicò, infatti, il primo Almanach des Goumands (Almanacco dei Buongustai, o dei Ghiottoni – se si preferisce): con l’eccezione del 1809 e del 1811 ne produsse uno all’anno fino al 1812.
Folco Fortinari curò nel 1981 per gli editori Sella e Riva l’Almanacco dei Buongustai del 1803 (seguito dal Manuale dell’Anfitrione del 1808), tradotto da Laura Gras, da cui ho ripreso questa brillante rappresentazione del Cenone parigino. Portinari, nel suo ritratto del grande gastronomo, cita un azzeccato giudizio critico di Jean-Claude Bonnet : “Tutta la scrittura di Grimod va contro la ricerca di un metalinguaggio scientifico. All’ordine catalogatorio egli oppone il lavoro della metafora e delle corrispondenze. Grimod non scrive un dizionario di cucina né un sistema di sapori”. Aggiunge Portinari: “E lui stesso precisa, nel terzo Almanacco, che la sua attenzione va alla ‘cuisin où presque tout se rattache aux caprices du gout et à l’imagination de l’artiste, et qui offre une foule de nuances fugitives’ (alla cucina ove quasi tutto si collega ai capricci del gusto e all’immaginazione dell’artista, e che offre una folla di fuggenti sfumature – traduzione mia). E’ insomma quella che egli chiama l’éloquence gourmande”. (S.L.L.)
Parigi, 1803. La notte di Natale tra Messa e Cenone.
Lasciamo agli eruditi la cura di determinare l’epoca precisa nel quale l’uso dei Cenoni fu introdotto fra i cristiani; noi chiudiamo l’argomento per osservare che si tratta di un pasto, che ha ciò di particolare e anche di unico, che non è una colazione, né una cena, né un pasto leggero, né uno spuntino di mezzanotte: è un Veglione, questa parola dice tutto; così non lo si celebra che una volta all’anno, la notte di Natale, vale a dire il 25 Dicembre tra le 2 e le 3 del mattino.
Mentre i giacobini e il successiva direttorio regnarono in Francia, come la messa di mezzanotte fu proibita così si trovò egualmente vietato il Veglione, con gran dispiacere di rosticceri e salumieri, i quali non erano stati gli ultimi a rallegrarsi di quella rivoluzione del 18 brumaio dell’anno VIII che, permettendo alla religione di rinascere, ha, per necessaria conseguenza, restituito tutt’insieme il patrimonio dei costumi, dell’ordine e quello dei Veglioni.
Questo pasto che meriterebbe la qualifica di ristoratore piuttosto che il nome di Veglione (perché ci si è alzati da molto e generalmente non si ha voglia di dormire quando inizia), fu immaginato per ristabilire le forze dei fedeli stanchi per una seduta di quattro ore in chiesa, e per rinfrescare le gole affaticate a forza di cantare le lodi del Signore. Infatti la messa di mezzanotte è preceduta da tre uffici divini di mattutino, dal Te Deum, ed è seguita dalle laudi, composte in una successione di tredici salmi e tre cantici, senza contare le antifone, gli inni, i versetti, e le risposte cantate a piena voce, alla fine dei quali non si può fare a meno di benedire l’inventore del Veglione, poiché nulla procura tanto appetito come un prolungato esercizio dei polmoni santificato dalla preghiera.
Una pollastra al riso, cui è permesso in questo momento d’essere un cappone, è il piatto di mezzo d’obbligo di questo pasto notturno, e tiene luogo della minestra, che non compare mai. Quattro antipasti, composti di salsicce bollenti, cotechini grassottelli, sanguinacci bianchi alla crema, e sanguinacci neri ben sgrassati gli servono da complici. Il tutto è nobilitato da una lingua allo scarlatto, oppure ripiena come ha da essere alla fine di dicembre, la quale accompagni simmetricamente una dozzina di piedi di porco, farciti ai tartufi e ai pistacchi e un piatto di cotolette di carne suina. Ai quattro lati della tavola vi sono due piatti di pasticcini, quali torte e paste, e due portate dolci, quali crema e flan di mele all’inglese. Nove piatti o più di dessert chiudono il Veglione, e i fedeli in tal modo ristorati si ritirano per andare devotamente a cantare la messa dell’aurora, preceduta dalla Prima e seguita dalla Terza. Quindi si ritorna a casa per fare un sonnellino, e poi assistere, vuoi a digiuno vuoi dopo una leggera colazione, alla messa del giorno accompagnata da una predica e seguita dalla festa. E’ così che i devoti Buongustai impiegano, a Parigi, la mattinata del giorno di Natale.

22.12.10

Borghesia italiana e borghesia mafiosa (di Umberto Santino - da "Cassandra")

 
Lillo Testasecca
Lillo Testasecca, un ravanusano che ho conosciuto a Perugia, in un convegno di “Segno critico”, era funzionario del Corpo Forestale ed era un comunista senza partito, persona di grande rigore e spessore. Aveva dato vita ad una rivista trimestrale, Cassandra, di cui era proprietario e condirettore, che lavorava da alcuni anni su temi poco amati dalla sinistra italiana, di quelli su cui si è preferita la damnatio memoriae, come la parabola dell’Urss e del cosiddetto “socialismo reale”. Lillo è morto all’improvviso, il 26 settembre, mentre stava preparando un numero speciale della rivista, interamente dedicato a un bilancio marxista dei 150 anni dell’Unità d’Italia. La rivista cartacea è, praticamente, morta con lui, ma gli amici e i compagni più vicini hanno deciso di tenere vivo ed alimentare come una vera e propria rivista il sito che le era collegato (http://www.cassandrarivista.it/index.html), cominciando con il pubblicare i materiali già pronti del numero speciale in preparazione. Si tratta di testi di grande qualità. In questo blog intendo proporne un paio nella speranza che invoglino a leggere anche gli altri e a visitare il sito. Questo di Umberto Santino, Borghesia italiana e borghesia  ha un dono raro, quello della chiarezza e della sintesi: spiega i tratti costitutivi della borghesia mafiosa all’interno del blocco di potere dello stato unitario e verifica il successo di un modello che oggi sembra consolidare la sua presenza fino ai vertici del sistema politico. (S.L.L.)    
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Borghesia italiana e borghesia mafiosa
di Umberto Santino
Umberto Santino

Nel linguaggio marxiano il concetto di borghesia ha una duplice modulazione. A un modello teorico dicotomico, per cui la borghesia appare come un blocco compatto, il soggetto detentore dei mezzi di produzione è la classe dominante, a cui si contrappone il proletariato, definito proprio per la sua espropriazione dei mezzi produttivi, si affianca un’analisi pluralistica, quella del Marx storico (Il 18 brumaio, Lotte di classe in Francia) che studiando la società reale individuava più classi o frazioni di classe: l’aristocrazia finanziaria, la proprietà fondiaria, la borghesia industriale, la piccola borghesia, i contadini, il proletariato industriale, il sottoproletariato.
Il terzo libro de Il Capitale contiene un frammento sulle classi che costituisce l’inizio di un cinquantaduesimo capitolo che non è stato scritto. Si parla di tre grandi classi della società moderna, fondata sul modo di produzione capitalistico: gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari. Marx si chiede: che cosa costituisce una classe? E si risponde: a prima vista può sembrare che gli individui che formano le tre classi “vivono rispettivamente di salario, di profitto e di rendita fondiaria, della valorizzazione della loro forza-lavoro, del loro capitale e della loro proprietà fondiaria”. In realtà c’è un “infinito frazionamento di interessi e di posizioni, creato dalla divisione sociale del lavoro fra gli operai, i capitalisti e i proprietari fondiari”.
Quell’“infinito frazionamento” costituisce insieme un problema teorico e un problema storico e politico e induce a misurarsi con una realtà ben più complessa di quanto possa apparire dal modello astratto. Lo stesso Marx ci offre un’indicazione con il concetto di “formazione economico-sociale”, definita come una totalità formata di rapporti sociali, mezzi di produzione, modelli culturali. E su questa strada si incontrano aspetti psicosociologici che ci aiutano a studiare le classi sociali nelle loro dinamiche concrete e nei loro sviluppi storici. Per cui l’incontro con le riflessioni di Weber, che parla oltre che di classi di ceti, o status, e di partiti, analizzando le disuguaglianze sociali originate dalla interazione tra ricchezza, prestigio e potere, e di altri più vicini a noi, che analizzano i network sociali, mi sembra obbligato. Se il pensiero critico vuole avere diritto di cittadinanza nella società contemporanea bisogna passare da un sistema tolemaico a un sistema copernicano.
La borghesia è un soggetto plurale, che comprende quella che con Sylos Labini possiamo considerare la borghesia vera e propria: grandi proprietari di fondi rustici e urbani, imprenditori, professionisti. C’è poi una piccola borghesia variamente articolata: impiegati, coltivatori diretti, artigiani, commercianti, altri che vivono di stipendio. Quale è stato il ruolo di questi soggetti nel processo unitario e nella storia dello Stato italiano?

Dalla democrazia bloccata alla democrazia espropriata
Fino a che punto reggono ancora le letture del Risorgimento di classici come Villari, Dorso e Gramsci, che parlavano di rivoluzione politica senza rivoluzione sociale, di conquista regia, di rivoluzione passiva e rivoluzione agraria mancata?
Le critiche mosse dallo storico liberale Rosario Romeo, pur contenendo osservazioni condivisibili e muovendo dalla contestazione di marxismi più o meno improvvisati e di convenienza, non mi pare che abbia smantellato l’impianto di fondo di quelle interpretazioni… Il nuovo Stato fu il frutto di un compromesso tra gruppi di capitalisti agrari, mercantili e in piccola misura industriali e gruppi di proprietari terrieri, giuridicamente ormai borghesi, ma ancora feudali (Candeloro).
Il predominio delle forze conservatrici è incontestabile, e anche successivamente, con l’affermazione nel Nord di una borghesia imprenditoriale, foraggiata dal denaro pubblico con la creazione della rete ferroviaria e di altre infrastrutture, il patto con gli agrari meridionali ha retto fino alla loro scomparsa, sostituiti da una borghesia parassitaria e in Sicilia a egemonia mafiosa. Questa alleanza ha significato l’esclusione delle classi popolari dalla gestione del potere e la fragilità sostanziale della democrazia italiana.
Negli anni che vanno dal 1861 al fascismo lo Stato era un sistema chiuso (all’inizio votava l’1,9 per cento della popolazione, il suffragio universale maschile, ma con limitazioni, è introdotto nel 1912, il voto alle donne sarà concesso nel 1946), dominato da un blocco di potere che ha usato la violenza per mantenersi e perpetuarsi. La criminalizzazione dell’opposizione garibaldina e mazziniana, la repressione del brigantaggio, forma strumentalizzabile e strumentalizzata di opposizione al nuovo Stato e di guerra civile, con migliaia di morti; i massacri dei Fasci siciliani (108 morti dal gennaio del 1893 al gennaio del 1894: sparavano i campieri mafiosi e i soldati inviati dal governo); i massacri del 1898, con circa 800 morti, sono la prova più evidente di un regime pronto a usare le armi, gli stati d’assedio, le leggi eccezionali per impedire l’ascesa delle masse popolari. E quando, con il biennio rosso (1919-20), gli operai occupano le fabbriche e nel ’21 nasce il Partito comunista, la risposta che è parsa più conveniente è stata il fascismo. Gobetti parlava del fascismo come autobiografia della nazione. Gran parte del popolo italiano, dalla borghesia industriale e agraria alla media e piccola borghesia, a strati contadini e operai, si è riconosciuta nella dittatura, nell’“uomo della Provvidenza”, secondo la benedizione di Pio XI. Il blocco sociale che lo ha espresso è certamente a egemonia borghese, ma il consenso è interclassista.
La Resistenza vide una partecipazione ridotta: 250 mila sono i partigiani ufficialmente riconosciuti, in gran parte provenienti dalle classi subalterne e dalla borghesia professionale. La Costituzione nasce da un patto sociale che viene rotto a lavori in corso: nel maggio del 1947 viene sciolto il governo di coalizione antifascista e nasce il centrismo democristiano. E il primo di quel mese la strage di Portella della Ginestra era la risposta alla prima e ultima vittoria delle sinistre, raccolte nel Blocco del popolo, alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile. Nel Mezzogiorno si consuma l’ultima ondata delle lotte contadine, con una partecipazione ben superiore a quella per la lotta resistenziale, e con decine di morti, in Sicilia, in Calabria, in Lucania, nelle Puglie. Con la rottura del ’47 si apre il mezzo secolo di potere democristiano, aperto ai partiti conservatori indicati come mandanti della strage di Portella. La democrazia, formalmente aperta, è di fatto bloccata, senza possibilità di ricambio. La “celere” di Scelba ha mano libera a reprimere lotte contadine e operaie. Quando non bastava la violenza istituzionale, si innescava quella padronale e mafiosa, regolarmente impunita. Tutti gli omicidi di militanti e dirigenti delle lotte contadine sono impuniti. E quando le sinistre si affacceranno sulla scena forti di un crescente consenso elettorale, si aprirà la stagione delle stragi, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, tutte impunite perché c’erano dentro servizi segreti e settori delle istituzioni.
La seconda Repubblica nasce dalla sconfitta storica del “socialismo realizzato”, prostituito alla dittatura dei burocrati del partito unico, e dalla frantumazione delle sinistre e il consenso elettorale investe del potere un personaggio icona e riproduttore del peggio del Paese. Palazzinaro con soldi di dubbia provenienza, monopolista delle televisioni private per grazia di politici corrotti, politico per risolvere i suoi problemi giudiziari e aziendali, vincitore di tre elezioni con un partito-azienda fatto e rifatto a sua immagine e somiglianza. Le stragi politico-mafiose accompagnano la nascita del suo potere e della privatizzazione dello Stato. Le leggi ad personam segnano l’uscita del Paese Italia dalla Costituzione, apertamente attaccata come prodotto dell’influsso sovietico, farina del sacco dei “comunisti”. Siamo passati dalla democrazia bloccata, ma con una forte opposizione politica e sociale, a una democrazia espropriata, con i parlamentari nominati, un governo di servi e di ballerine, i partiti ridotti a clan personalistici
Questa storia è il prodotto di una società in cui la borghesia, le borghesie, soprattutto gli strati più alti, non spiccano certo per vocazione democratica e mostrano inequivocabilmente di preferire soluzioni più o meno apertamente autoritarie, dal duce romagnolo al ducetto di Arcore. Con stigmi inconfondibili: populisti, istrioni, fintamente devoti, puttanieri.

Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi
Il ruolo della borghesia mafiosa
Il concetto di“borghesia mafiosa”, su cui si fonda la mia analisi del fenomeno mafioso, ha due precedenti: uno remoto e l’altro recente. Il primo è l’inchiesta del 1876 di Leopoldo Franchetti, che parlava dei mafiosi come “facinorosi della classe media”, che esercitavano l’”industria della violenza” per arricchirsi e comandare. Il secondo è dato dalle analisi di Mario Mineo, che parlava di mafia come strato dominante della borghesia siciliana a partire dagli anni ’50 del secolo scorso.
Abitualmente si indica la fondazione dello Stato unitario come data di nascita dell’organizzazione mafiosa, ma a quella data la mafia è un fenomeno compiuto da tempo. Il lungo percorso avviato con i fenomeni premafiosi (pizzi, abigeati, prassi criminali regolarmente impunite per il rapporto tra delinquenti e settori del potere sono documentabili fin dal XVI secolo) si era già perfezionato negli anni ’30 dell’Ottocento. Già allora troviamo i requisiti essenziali di quello che ho chiamato “paradigma della complessità”: l’organizzazione dei professionisti del crimine, il sistema relazionale, il campionario delle attività illegali e legali.
Nella fase preunitaria e nel 1860 e nella rivolta palermitana del 1866 si scontrano squadre popolari e controsquadre aristocratico-borghesi. Si è parlato di una “mafia popolare” (alcuni capi delle squadre popolari hanno certamente i tratti dell’assassino e del delinquente), ma quella che si imporrà sarà la mafia delle controsquadre, attivate a tutela degli interessi dei possidenti.
La rivolta di Castellammare e il caso dei pugnalatori di Palermo del 1862 sono la prova dell’uso della violenza nella lotta politica e di un esordio della “strategia della tensione” e la fase che va dal 1861 al 1876, con il governo della Destra, vede una “mafia politica” giocare sia sul tavolo dell’opposizione, che su quello governativo. L’assassinio del generale garibaldino Corrao del 1863 è il primo esempio di un delitto politico-mafioso che colpisce un eroe popolare confinato all’opposizione e considerato un capomafia dalla criminalizzazione in blocco di garibaldini e mazziniani. Con l’avvento al potere della Sinistra si è parlato di “legalizzazione della mafia” e mafiosizzazione delle istituzioni. Tra i mafiosi del tempo figurano possidenti, notabili locali e professionisti, notoriamente manutengoli dei banditi. La base dell’organizzazione criminale è transclassista, così pure il blocco sociale dentro cui agisce, ma nel sistema relazionale il ruolo prevalente è di soggetti della borghesia.
L’inchiesta privata di Franchetti pubblicata nel 1877 chiarirà che la mafia si configura come “una classe con interessi suoi propri”, la cui sussistenza va ricercata nella “classe dominante”, che lo Stato è deciso contro le classi popolari, ma impotente contro la “classe abbiente”. Ci sono già allora tutti i caratteri della borghesia mafiosa. Essa è formata soprattutto dagli affittuari dei latifondi e fa parte del blocco agrario al potere.
Durante i Fasci siciliani, qualcuno gioca a cavalcare la protesta (due Fasci sono fondati da mafiosi, altri Fasci sono espressione di contrasti locali), ma il grosso della mafia è impegnato a reprimere la prima ondata del movimento contadino, assieme ai militari mandati da Crispi, capo del governo ed esponente del blocco agrario. Che riuscirà ad esprimere altri capi del governo, come Di Rudinì, Vittorio Emanuele Orlando, lo stesso Scelba. Il delitto Notarbartolo, del 1893, rivela la mafia a livello nazionale, ma i processi finiscono con l’impunità del mandante, il parlamentare Palizzolo.
La storia successiva dovrebbe essere nota: il ruolo nella repressione delle nuove ondate delle lotte contadine, la persecuzione della mafia militare e la cooptazione degli strati più alti nel fascismo, il ruolo svolto dalla mafia, più che nello sbarco degli Alleati in Sicilia del 1943, nel controllo sociale degli anni successivi, con la ripresa delle lotte contadine, il massacro di militanti e dirigenti. E poi, con la fine del blocco agrario, il passaggio alla fase urbano-imprenditoriale e finanziaria e il ruolo egemonico a livello locale e l’espansione nazionale e internazionale. Con il crollo del “socialismo reale”, la fine del ruolo di baluardo contro il comunismo spinge alla ricerca di nuovi interlocutori. I grandi delitti e le stragi innescano l’effetto boomerang, con l’arresto e le condanne di capi e gregari e la crisi dell’organizzazione criminale: ma il modello mafioso di accumulazione e di potere, con la legalizzazione dell’illegalità e l’impunità come status symbol, diventa modello istituzionale. Questa è storia dei nostri giorni, che rischia di ipotecare il futuro se mancherà una concreta alternativa al berlusconismo come forma di potere padronale-mafioso.
Indicazioni bibliografiche:
Rosario Romeo, Risorgimento e capitalismo, Laterza, Bari 1959,1970.
Paolo Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, Roma-Bari 1974.
Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Vol. V, Feltrinelli, Milano 1968, 1978.
Umberto Santino, Breve Storia della mafia e dell’antimafia, Di Girolamo, Trapani 2010; Dalla mafia alle mafie, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006; Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000, 2009.

Il parmigiano sulla minestra.

Charles-Maurice de Talleyrand (1754 - 1838)
Charles-Maurice de Talleyrand uomo della Rivoluzione e della Restaurazione, ministro di Napoleone e poi dei Borboni, fu soprattutto un tempista eccezionale nello sfruttare, oltre i limiti del cinismo, le debolezze degli uomini. E dove mai l’uomo è più debole e indifeso che a tavola? Perciò Talleyrand, cui si deve l’invenzione del parmigiano grattugiato sulla minestra, si portò al congresso di Vienna il più grande cuoco del tempo, Antonin Carême .

"Amici, diem amisi". Una guida per preservarsi da esperienze incresciose.

Mi ha divertito e incuriosito il testo che qui propongo. E’ un brano dalla prefazione a una delle prime guide gastronomiche, quella di Henry Blanc dal titolo Guide des dineurs ou statistique des principaux restaurants de Paris, pubblicata a Parigi nel 1814. L’ho trovato nel libro di Jean-Paul Aron La Francia a tavola. Dall’Ottocento alla Belle Epoque. (S.L.L.)
Galantina di tacchino
E’ chiaro quanto sia utile un’opera che, prima di uscire di casa, si possa consultare, accanto ala camino, sotto le dita dell’addetto al bagno, per sapere non soltanto in quale luogo si potrà andare a pranzare, ma anche che cosa si mangerà e quanto costerà soddisfare il primo, il più naturale e il più costante dei bisogni umani; opera quindi utile tutti i giorni a tutti coloro per i quali la pentola, secondo un’espressione grossolana ma molto efficace, viene rovesciata; soprattutto a favore degli stranieri, ch’essa preserva da esperienze incresciose, destinate a lasciare soltanto amari risentimenti: perché è bene sapere che qualunque uomo di gusto raffinato che si trovi a mangiar male, vittima del caso o male informato o mal consigliato, è indotto a pensare, come Tito, di aver perso un giorno: Amici, diem amisi.

L'evasione fiscale (di Alessandro Santoro)

Il brano che segue è tratto dall'introduzione al libro, breve e chiaro, di Alessandro Santoro L'evasione fiscale, uscito qualche mese fa per Il Mulino nella collana "Farsi un'idea" (pp. 128, € 9,80). Io l’ho recuperato dal sito Sbilanciamoci.info. (S.L.L.)
In Italia l’evasione fiscale è uno degli argomenti più discussi, o, per meglio dire, più chiacchierati. Anche l’estate 2010 ne ha fornito una conferma. Le pagine dei giornali e i notiziari televisivi si sono riempiti di notizie, o presunte tali, sulla caccia agli stabilimenti balneari abusivi, ai possessori di yacht che si dichiarano nullatenenti al fisco, o agli esportatori di capitali in Svizzera. Ispirate da una sapiente regia del governo e dell’Agenzia delle Entrate, queste campagne dovrebbero spaventare gli evasori, far capir loro che le cose cambiano e, contemporaneamente, consentire ai media di rimpolpare un po’ il magro carnet delle cronache estive.
Basta un’occhiata ai giornali degli ultimi trent’anni per capire quanto poco di nuovo ci sia in queste campagne. Alla fine degli anni Settanta alcuni quotidiani italiani cominciarono a pubblicare le liste dei contribuenti che avevano dichiarato redditi inferiori a quelli accertati dal fisco e contenuti nel famoso “libro rosso” dell’allora ministro delle finanze Reviglio. Si trattava di nomi famosi e, in alcuni casi, di personaggi che avrebbero avuto un ruolo primario nella storia del nostro paese. Molti quotidiani accolsero la notizia con giubilo, condendola dei punti di vista immaginari dei contribuenti onesti, di osanna al ministro-eroe, di “finalmente li hanno beccati”.
Pochi spiegarono ai lettori che quelle liste contenevano solo dei nomi di sospetti evasori, e che quelle liste si sarebbero inevitabilmente svuotate dopo i ricorsi giudiziari e a seguito delle lungaggini burocratiche per la riscossione. Interessava soprattutto mettere in evidenza il fatto che molti ricchi e famosi potessero, per qualche giorno, essere additati sulla pubblica piazza.
Poco è cambiato ai giorni nostri. I media continuano a dare grande risalto ai singoli casi, il famoso motociclista costretto a scendere a patti con il fisco che ha scovato la sua residenza di comodo o la famiglia di industriali accusata di gestire fondi neri tramite qualche paradiso fiscale. L’innovazione più rilevante, dal punto di vista della comunicazione, riguarda l’utilizzo dei dati. Ormai ogni articolo o trasmissione che si rispetti tratta dei temi economici, come si dice, “cominciando dai numeri”. Il lodevole intento è tuttavia spesso frutto di un equivoco: l’idea che le statistiche possano essere oggettive e auto-evidenti, fornendo in modo immediato il contesto entro cui sviluppare il dibattito televisivo o l’intervista al politico o esperto di turno.
L’evasione non sfugge a questa contraddizione: vengono presentati dati tratti da fonti diverse (gli esiti dei controlli, le stime sull’economia sommersa, le stime accademiche) che spesso non si parlano fra loro o potrebbero parlarsi solo entrando nel merito, cosa ritenuta non possibile per ragioni di tempo, di spazio o più semplicemente per la paura che il telespettatore cambi canale. Ad esempio, in una popolare trasmissione televisiva di approfondimento della Rai di qualche tempo fa, per dare un’idea delle dimensioni dell’evasione in Italia si sono presi a riferimento i dati comunicati dalla Guardia di finanza sulle verifiche effettuate nell’anno precedente. Tuttavia, le verifiche sono solo lo stadio iniziale della procedura, in qualche misura paragonabili alle indagini in un processo. Con la verifica (o, per essere più precisi, con il successivo atto di accertamento) l’amministrazione finanziaria contesta al contribuente di aver evaso una certa somma. Prima di arrivare alla definizione (in senso giuridico) di quanto, eventualmente, è stato evaso, è probabile che l’amministrazione finanziaria debba affrontare il giudizio di una Commissione tributaria e, in alcuni casi, perfino della Cassazione. In ogni caso, i controlli riescono ad intercettare solo una minima parte dell’evasione, e quindi presentarli come significativi delle dimensioni complessive del fenomeno è evidentemente fuorviante.
L’evasione è insomma uno degli argomenti su cui il rumore mediatico è maggiore, buono per la discussione al bar o sotto l’ombrellone, addirittura perfetto per una manciata di righe da scrivere su programmi elettorali che rimangono uguali di elezione in elezione. Il risultato principale di questa chiacchiera continua è che le cose sono apparentemente immutabili, cause e dimensioni si perpetuano nel tempo e con loro le interpretazioni e gli schieramenti di opinione.
Almeno due di questi sono chiaramente riconoscibili. Una parte dell’opinione pubblica sembra convinta del fatto che l’Italia si divida da sempre nel popolo dei vessati, approssimativamente coincidente con i lavoratori dipendenti e i pensionati e in quello dei furbi, di solito identificati con commercianti e lavoratori autonomi senza scrupoli. La ragione starebbe, secondo i più, nel lassismo italiano, nel livello ridotto delle sanzioni -“ah, se gli evasori li sbattessero in galera come negli Stati uniti!”-, nel basso numero dei controlli, e più in generale, nella corruzione della morale e dei costumi che pervaderebbe la nostra borghesia e le nostre classi dirigenti.
Il secondo atteggiamento è riassumibile dall’idea che “in fondo in fondo tutti siamo un po’ evasori”, che l’evasione sia una caratteristica intrinseca del nostro paese, della nostra storia e cultura, e che, tutto sommato, sia giustificata o giustificabile dall’alto livello di tassazione, dalla scarsa efficienza della pubblica amministrazione e dagli sprechi nella spesa pubblica. Di evasione non varrebbe quindi neppure la pena di discutere più di tanto, e, come ha scritto un quotidiano di recente, non si può comunque paragonarla ad un furto perché l’evasore non ruba nulla, si limita a tenere per sé qualcosa (la ricchezza) che è già suo.
Questi atteggiamenti, come spesso accade, sono un miscuglio di verità, semplificazioni e vere e proprie falsità ideologiche. E’ vero che in Italia l’evasione è differenziata tra le diverse categorie, ma questo ha a che fare molto più con ragioni strutturali, cioè con il modo in cui il fisco funziona e raccoglie informazioni, che non con il livello delle sanzioni o con il numero dei controlli. L’ipotesi che vi sia una cultura mediterranea dell’evasione non manca di qualche fondamento, se è vero che i Romani seppellivano i loro gioielli per evitare la tassa sul lusso e che, a tutt’oggi, i paesi mediterranei - Grecia, Italia, Spagna e Portogallo - sono tra quelli con i tassi di evasione - o, meglio, di economia sommersa - più elevati nel mondo occidentale. Ma non può essere per questo minimizzato un fenomeno che ha invece gravi conseguenze per la vita pubblica, non solo per l’economia. In Italia, l’economia sommersa, che è strettamente legata anche se non esattamente coincidente con l’evasione fiscale, arriva ad assorbire tuttora, secondo le stime massime dell’Istat fino a circa 250 miliardi di euro, ovvero il 17% della ricchezza nazionale misurata dal Pil. L’evasione fa crescere il debito pubblico, riduce le possibilità di spesa per istruzione, sanità e pensioni, distorce la concorrenza e avvelena i rapporti sociali (a cominciare da quelli tra chi si sente vessato e chi si professa furbo).
E’ necessario ricostruire dalle fondamenta un discorso pubblico sull’evasione, per comprenderne la natura, le dimensioni e i possibili rimedi, sfuggendo, per quanto possibile, a luoghi comuni, falsificazioni e demagogie ricorrenti. Bisogna (ri)partire dalle domande fondamentali: cos’è l’evasione fiscale? perché è un problema? quanto si evade in Italia? chi evade? come e perché si evade?
E’ quello che si cerca di fare in questo libro con l’avvertenza che il tema trattato è, per definizione, sfuggente alla misurazione, difficile da analizzare e intriso di elementi di natura diversa, non solo economica, ma anche culturale e perfino psicologica. L’obiettivo è quindi quello di raccontare quel che oggi si sa sull’evasione, con particolare riferimento all’Italia, di quel che si è fatto e di quel che si potrebbe fare per ridurla, ben sapendo che non è possibile né fornire analisi definitive né ricette miracolistiche.

21.12.10

Che fine ha fatto il Kosovo.

Vi ricordate il Kosovo? I bombardamenti di Belgrado? Il D’Alema che mise l’elmetto? La Nato, allora, scelse come interlocutore nella regione contesa l’Uck, l’ala militarista e oltranzista dell’indipendentismo kosovaro, contro i moderati e non-violenti alla Ibrahim Rugova. Oggi, al vertice del Kosovo, che ha nel 2008 proclamato la sua indipendenza con molti riconoscimenti occidentali, c’è come primo ministro uno dei capi dell’Uck, diventato leader del Pdk (Partito democratico del Kosovo). Il suo partito è primo nelle recenti elezioni parlamentari senza la maggioranza assoluta che si aspettava ed era alle prese con la difficile formazione del nuovo governo quando un organico dossier del Consiglio d’Europa ha prodotto un documentato dossier di accusa contro gran parte del vertice dell’antico esercito di liberazione Uck, incluso Thaci. Avrebbero agito come un’organizzazione mafiosa, dedita ad ogni tipo di traffico illecito, compreso quello di organi umani. Su quanto accade in Kosovo propongo qui di seguito due articoli tratti dalla rete. Il primo è di Matteo Tacconi, un giornalista free-lance esperto dei Balcani, tratto dal sito “Affari internazionali” racconta le dinamiche politiche nella regione dopo le elezioni e dopo lo scandalo. Un aggiornamento di ieri parla di un’alleanza già raggiunta tra Thaci e il partito personale dell’imprenditore Pacolli, ma la maggioranza non c’è ancoraIl secondo, dal sito “Swissinfo” è un’intervista a Carla Del Ponte, un tempo magistrato del Tribunale internazionale ed oggi ambasciatrice della Svizzera in Argentina, che aveva denunciato per prima in un suo libro il traffico di organi umani. (S. L. L.)

DOPO LE ELEZIONI.
Il Kosovo ostaggio del caso Thaci.
di Matteo Tacconi (“Affari internazionali”, 19 dicembre 2010)

In attesa che i reclami relativi a presunte frodi vengano verificati, le recenti elezioni parlamentari del Kosovo, le prime dalla dichiarazione di indipendenza del 17 febbraio 2008, permettono di trarre alcune indicazioni politiche. Sempre che lo scandalo che ha coinvolto il primo ministro Hashim Thaci dopo il voto non finisca per stravolgere completamente il quadro politico. Thaci è accusato dal Consiglio d’Europa di essere stato a capo di un’organizzazione mafiosa dedita all’epoca del conflitto del Kosovo a traffici d’ogni tipo, compreso quello di organi umani. Questi ultimi sarebbero stati espiantati da serbi e da albanesi non allineati con l’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), di cui Thaci era il capo politico.

Vittoria di Pirro
La prima indicazione è il risultato inferiore alle aspettative del partito di Thaci, il Partito democratico del Kosovo (Pdk), che si è confermato forza di maggioranza relativa con il 33,5% dei voti, ma è rimasto lontano dalla maggioranza assoluta a cui Thaci aveva puntato giocando la carta del voto anticipato.
La seconda è lo sdoganamento elettorale di Vetevendosje (Autodeterminazione), una forza antagonista guidata dall’ex leader studentesco Albin Kurti, che finora si è configurata esclusivamente come movimento di protesta . Vetevendosje ha ottenuto il 12,2%, accreditandosi come terzo schieramento del paese e come possibile ago della bilancia nelle trattative per la formazione del nuovo governo.
Il terzo elemento che ha caratterizzato le elezioni è la netta spaccatura all’interno della comunità serba. Nelle municipalità settentrionali, a maggioranza serba e contigue al territorio della madrepatria, il voto è stato boicottato. Nella municipalità centrale e in quelle meridionali i serbi si sono invece recati alle urne, il che può essere interpretato come una sia pur limitata apertura di credito verso le istituzioni democratiche kosovare. Nel complesso, l’affluenza alle urne è stata pari del 47%, segno della persistente e diffusa sfiducia nei confronti della classe dirigente.

Calcoli sbagliati
Per arrivare alle elezioni anticipate Hashim Thaci ha fatto cadere il governo formato dal Pdk e, in qualità di socio minoritario, dalla Lega democratica del Kosovo (Ldk). Formazione quest’ultima che dopo la morte della sua guida carismatica, Ibrahim Rugova, icona della lotta nonviolenta per l’autodeterminazione kosovara, ha sofferto una grave crisi identitaria.
È a settembre che Thaci ha deciso di forzare la situazione assestando un colpo basso alla Lega. Forte del suo controllo sulla Corte costituzionale, Thaci ha indotto gli alti togati ad emettere una sentenza di incompatibilità nei confronti di Fatmir Sejdiu, presidente della Repubblica e allo stesso tempo presidente dell’Ldk (la Costituzione del Kosovo vieta al capo dello Stato di avere un ruolo in un partito politico). Sejdiu è stato quindi costretto a lasciare la carica di capo dello Stato e ha ritirato la Lega dalla coalizione, aprendo la strada alle elezioni.
Visto che l’incompatibilità di Sejdiu era un problema noto a tutti, da più parti ci si è chiesti come mai sia emerso solo a settembre e perché sia stato Thaci a sollevarlo. La spiegazione risiede nella momentanea uscita di scena di Ramush Haradinaj, compagno d’armi di Thaci al tempo della guerra, capo dell’Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) e unico politico - secondo gli analisti - capace di competere con Thaci per carisma e presa sull’elettorato. In estate Haradinaj è stato arrestato e portato all’Aja, dove dovrà riaffrontare presso il tribunale per l’ex Jugoslavia una parte del processo per crimini di guerra dal quale era stato assolto in precedenza. La ripetizione del processo è dovuta alla mancata comparizione di alcuni testimoni causata, secondo la corte, dalle minacce esercitate nei loro confronti. Senza l’ostacolo Haradinaj e con una Ldk in crisi perenne, Thaci ha deciso di tentare il colpaccio.
Ma la spregiudicatezza della sua mossa non è evidentemente piaciuta ai kosovari, che lo hanno inchiodato a un risultato politicamente non risolutivo. Ciò è anche dipeso dalla prontezza con cui la Lega ha sostituito Sejdiu con il popolare sindaco di Pristina, Isa Mustafa, riconquistando credibilità. La Lega è così riuscita a conquistare il 23,6%, superando la prestazione del 2007 (22,6%) e ottenendo 27 deputati: due in più rispetto alla precedente tornata.

L’avanzata dei “movimentisti”
La grande sorpresa di questo voto è rappresentata dal successo di Vetevendosje. Il leader del gruppo Albin Kurti ha presentato agli elettori una piattaforma incentrata sulla denuncia della corruzione della classe politica, il rifiuto della presenza internazionale in Kosovo, suggestioni panalbanesi e una forte attenzione alle questioni sociali. Vetevendosje ha raccolto molti voti fra i giovani, ma anche nelle regioni rurali del Kosovo, tradizionale bacino elettorale di Thaci.
Non è chiaro se Vetevendosje continuerà anche in Parlamento a puntare sulla denuncia politico-sociale o se smusserà il profilo movimentista del suo partito adottando una strategia più costruttiva. Certo è che sia Thaci, sia Mustafa si daranno ora da fare per corteggiare Kurti e la sua pattuglia di 13 parlamentari.

Serbi del nord e del sud
Questo voto ha dimostrato come i serbi che vivono nella aree dove operano le “strutture parallele” di Belgrado (scuole, uffici pubblici, banche, moneta) insistano sull’opzione dell’apartheid autoimposto. Al contrario, chi vive a sud del fiume Ibar, linea di demarcazione tra Kosovo serbo e Kosovo albanese, sta cercando una qualche forma di dialogo e integrazione con la maggioranza etnica del paese. È una posizione indotta dalla necessità di spezzare almeno parzialmente l’isolamento sociale, economico e politico che la vita in enclave comporta. Ma l’affluenza al voto, che in alcune aree popolate dai serbi ha toccato addirittura il 50%, fa emergere anche una sfiducia crescente nei confronti della Serbia, percepita come distante e incapace di offrire assistenza e garanzie. Belgrado ha reagito con un certo fastidio alla partecipazione elettorale dei serbi del Kosovo centro-meridionale. Chi è andato a votare - ha sostenuto qualcuno nella capitale serba - è come se avesse legittimato le istituzioni centrali di Pristina.

Il futuro governo e la “bomba” Thaci
La gestazione del nuovo esecutivo sarà molto complessa. Sul tavolo ci sono diverse ipotesi, nessuna di facile realizzazione. L’idea di rinnovare la coalizione tra Pdk e Ldk è, al momento, da scartare, visti i gelidi rapporti tra gli ex alleati. Thaci potrebbe farsi promotore di una nuova maggioranza con Vetevendosje e con l’Aak di Haradinaj, che per il momento, tuttavia, hanno dichiarato di non volersi coalizzare con il Pdk. Un’alternativa per Thaci può essere rappresentata da una coalizione con la minoranza serba (20 seggi in tutto) e la Nuova alleanza del Kosovo del discusso imprenditore Behgjet Pacolli. Ma il problematico rapporto tra quest’ultimo e Thaci rende problematica anche questa ipotesi.
Pesa inoltre il recente scandalo che ha coinvolto Thaci, accusato dal Consiglio d’Europa di essere stato a capo di una cricca mafiosa dedita all’epoca del conflitto serbo-kosovaro a traffici d’ogni tipo. La commissione che ha lavorato all’inchiesta, presieduta dall’ex magistrato svizzero Dick Marty, è giunta alle stesse conclusioni dell’ex procuratore capo dell’Aja, Carla del Ponte, che nel suo libro di memorie aveva rievocato la questione degli espianti. Una vera e propria bomba, questa, che potrebbe incidere pesantemente sia sulla carriera politica di Thaci - che ha criticato duramente il rapporto Marty definendolo diffamatorio - sia sulla formazione del prossimo governo kosovaro. Nel quale la presenza del Pdk e di Thaci non è affatto assicurata. Potrebbe infatti nascere una maggioranza con a capo la Ldk. Una cosa è comunque certa: il nuovo esecutivo non godrà di grande stabilità.
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CRIMINALI DI GUERRA.
Intervista a Carla Del Ponte.
di Norma Domínguez (“Swissinfo”, 16 dicembre 2010)

Il rapporto del Consiglio d'Europa, secondo cui il premier del Kosovo, Hashim Thaci è stato a capo di una rete mafiosa di traffico di organi, rappresenta l'ora della rivincita per Carla Del Ponte. L'ex procuratrice capo del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (TPIJ) è soddisfatta.
"Sono le rivelazioni nel libro La caccia che hanno condotto a questa inchiesta", sottolinea l'attuale ambasciatrice svizzera a Buenos Aires, nella prima intervista, rilasciata in esclusiva a swissinfo.ch, dopo la divulgazione del contenuto del rapporto preliminare.
Quest'ultimo rivela che alla fine della guerra in Kosovo tra il 1998 e il 1999, l'Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) ha gestito prigioni segrete in cui ha deportato e tenuto in condizioni disumane serbi arrestati in Albania, per poi farli sparire.
Secondo il documento redatto per il Consiglio d'Europa dal senatore liberale radicale ticinese Dick Marty, in questo traffico era coinvolto l'attuale primo ministro del Kosovo. Nel rapporto si afferma che Hashim Thaci, alla fine degli anni '90, era a capo di un'organizzazione mafiosa ed era coinvolto in un traffico di organi, in ordini di assassinii e in altri reati.

Un libro che ha indicato una via alla giustizia
La prima a lanciare l'allarme su questi crimini era stata l'ex procuratrice generale del TPIJ. Nel suo libro La caccia – Io e i criminali di guerra, Carla Del Ponte cita testimoni che denunciavano il presunto prelievo di organi di 300 serbi deportati dal Kosovo nel nord dell'Albania.
Nell'incontro con swissinfo.ch, mercoledì pomeriggio a Buenos Aires, l'ambasciatrice svizzera in Argentina, ha espresso un misto di sentimenti tra la preoccupazione e la soddisfazione di fronte all'arrivo imminente della "giustizia" per fatti aberranti.
"Nella primavera del 2008 ho attirato l'attenzione su racconti credibili fatti alla Procura del TPIJ circa sequestri e sparizioni di persone in Kosovo nel 1999, e su indizi che alcune vittime di tali rapimenti erano state uccise nell'ambito di un traffico organizzato per procurarsi e commerciare organi umani".
"Queste affermazioni indignate riportate nel mio libro di memorie, La caccia erano corroborate da indizi fisici credibili e verificabili, ottenuti durante una missione nel territorio della Repubblica d'Albania da investigatori del TPIJ e della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) in presenza di un pubblico ministero del governo dell'Albania", puntualizza Carla Del Ponte.
La diplomatica elvetica spiega di avere introdotto tali affermazioni nel suo libro proprio perché fosse avviata un'indagine seria su quella pista e, nel caso in cui i riscontri avessero provato le accuse, fosse promosso il perseguimento penale.

Quando le autorità non volevano ascoltare ...
"Questa indagine penale non poteva essere effettuata dal TPIJ, perché era fuori dalla sua giurisdizione. L'UNMIK e le autorità locali del Kosovo e della Repubblica di Albania sì, invece, avrebbero avuto la competenza di compiere questo sforzo", aggiunge Carla Del Ponte.
"So che sono i racconti citati in 'La caccia' che hanno condotto all'indagine da parte del Consiglio d'Europa, il cui rapporto, in forma preliminare, è stato pubblicato sul suo sito web martedì".
L'ex procuratrice capo è grata al Consiglio d'Europa di essersi incaricato di effettuare le indagini, nonostante le dichiarazioni di ex membri dello staff del TPIJ. "Quella del Consiglio d'Europa è stata l'unica inchiesta credibile mai intrapresa da un organo competente, locale o internazionale, su questa vicenda", afferma la Del Ponte.
"Sono scioccata e profondamente afflitta dai risultati presentati in questo rapporto preliminare e dal fatto che l'asporto di organi – vale a dire, l'uccisione intenzionale di prigionieri al preciso scopo di prelevare e vendere i loro organi per lucro - sia stato organizzato da membri di alto livello dell'UCK, comprese persone che oggi hanno alte cariche nel governo di quel paese", dice la magistrata.
L'ambasciatrice è "scossa" dalle rivelazione del rapporto, che sostiene che indizi raccolti durante la missione TPIJ-Missione europea di giustizia e polizia in Kosovo (EULEX) in Albania, insieme ad altre prove, sono stati distrutti per negligenza e senza che la Procura del TPIJ fosse messa al corrente e desse l'autorizzazione durante il suo mandato procuratrice generale.
"Le autorità del Kosovo e il governo e la giustizia della Repubblica di Albania non hanno effettuato alcuna verifica sulle dichiarazioni riportate nel mio libro. E ora hanno respinto le gravi accuse contenute nel rapporto del Consiglio d'Europa".

Che siano giudicati i criminali
"Perciò imploro l'Unione europea (UE), gli Stati Uniti, altri paesi interessati e l'ONU di fornire all'EULEX in Albania tutto il sostegno politico e materiale necessario per svolgere l'indagine penale e di perseguire tutte le persone sospettate di aver partecipato a questi crimini", lancia Carla Del Ponte.
"Inoltre, imploro tutti costoro di intensificare gli sforzi per sviluppare e implementare le capacità necessarie per l'applicazione della legge e lo sradicamento del traffico illecito di organi, in particolare il 'prelievo di organi' da esseri umani contro la loro volontà".
Secondo Carla Del Ponte, è chiaro che il mondo ha bisogno di un sistema migliore per fornire organi sani a malati che ne hanno bisogno per sopravvivere. "Ma la depravazione del traffico di organi umani, e il rifiuto della gente di credere che i criminali sono anche capaci di uccidere persone innocenti, al fine di estrarre i loro organi e venderli, riflette, forse, la reticenza della stampa e della giustizia di portare alla luce questi problemi e la riluttanza delle autorità responsabili di perseguirli".
"Facciamo sì che le accuse del Consiglio d'Europa si trasformino in un grido affinché la comunità internazionale faccia quello che serve per risolvere questo problema", conclude l'ambasciatrice svizzera.

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