26.12.11

La traslazione di Guido Gozzano (6 settembre 1951)

Senza firma “La Stampa” di venerdì 7 settembre 1951 (era ancora, e sarebbe rimasta per qualche tempo, “La Nuova Stampa”, il nome assunto dopo la Liberazione per segnalare la rottura con il passato fascista) dà notizia della traslazione delle spoglie di Guido Gozzano dal cimitero di Agliè alla Chiesa di San Gaudenzio. Segue una cronaca commentata della cerimonia, firmata fr.ant., vale a dire Franco Antonicelli. E’ una bella pagina di giornalismo letterario. Riporto qui, l’uno di seguito all’altro come nel giornale, i due “pezzi” per la gioia degli appassionati. (S.L.L.)

CI SONO PUR SEMPRE LE ROSE
Gozzano da ieri riposa
nella chiesa di S. Gaudenzio

Ivrea, 6 settembre.
Dal loculo del cimitero di Agliè, ov'erano stati collocati 35 anni or sono, i resti di Guido Gozzano, sono stati stamane traslati nella tomba del senatore Mautino, nonno materno del poeta nella vicina chiesa di San Gaudenzio.
Al rito officiato dal clero locale, hanno presenziato il fratello Renato con i familiari, il sindaco di Agliè, un piccolo gruppo di amici di Guido, tra i quali Franco Antonicelli. Sulla tomba è stata murata una lapide che verrà benedetta nel pomeriggio di domenica 16 settembre, alla presenza del ministro della Pubblica Istruzione on. Segni, che parteciperà alle cerimonie rievocative del Poeta in occasione del 35° anniversario della morte. Nella sala di Arduino del castello ducale, Salvator Gotta parlerà del poeta; Emma Gramatica e Ruggero Ruggeri diranno alcune poesie. Il prof. Carlo Calcaterra che rievocherà Guido Gozzano a Torino, al Carignano, ha dettato l'iscrizione che è stata scolpita sulla lapide. Essa dice: « Ha qui pace — Guido Gozzano — che nel suo Canavese — ha trovato la via del rifugio — e nei colloqui con gli uomini — salì purificato a Dio ».

LA TRASLAZIONE
Ieri i resti mortali di Guido Gozzano (ancora intatti, dicono) han lasciato la loro celletta nel cimitero di Agliè e sono stati collocati nella chiesa attigua di San Gaudenzio, nella cappella di quelli che furono 1 suoi avi materni, a fianco del nonno, il senatore Mautino, l'amico del Farini e di Massimo d'Azeglio. Era una giornata velatissima e inerte, ma spiritualmente serena, di questo profumato settembre canavesano, e quel trasporto, attraverso un viottolo campestre, non aveva nulla dì funereo e nemmeno di triste. Intanto sono passati trentacinque anni e nessuno oserebbe pensare più a quel povero corpo nella bara con un viso che fosse spento e di morte: quel viso ha già l'aspetto delle cose divenute immortali, estranee ad ogni pensiero caduco, già modellate dalla leggenda. Quel viso non è che il bel viso marmoreo dall'acuto e nobile profilo che fu di un poeta e Guido Gozzano che non possiamo più immaginarci distrutto e diverso.
Trentacinque anni! Due guerre e quali mutamenti, e ancora in quale tempesta viviamo! Ieri sembrava che riseppellissero le memorie, i canti, le nostalgie del passato, un mondo finito, ma non sostituito ancora. Ma ch'egli, il poeta Guido Gozzano, ha come incantato e lasciato vero e improbabile a un tempo, e comunque fermo e preciso. Si gira e si guarda questa campagna verde d'alberi e prati e grigia di profili e molle e femminile nell'onda delle colline, e si dice: «serenità canavesana », si va al Meleto, alla casa dove visse giovine e poetò, vedendo rose arrampicate a una balaustra di legno fin sotto la sua finestra, e alti vasi di fiammeggianti gerani, e si cantilena: « ci sono pur sempre le rose, - ci sono pur sempre i gerani »; e nel salotto si toccano curiosamente quei ninnoli bàroccamente inutili, e si mormora compiaciuti « le buone cose di pessimo gusto». Cose sue perché parole sue. E passi dinanzi a un'altra casa di bellissimo aspetto gentilizio e ti dimentichi che ci abitano i carabinieri, ma sempre la chiami la casa di Totò Merùmeni. Se c'è un modo di dire e di sorridere e di vedere che diciamo gozzaniano, se la mestizia e l'ironia meritano d'essere battezzate anche con quell'aggettivo, come credere che quella di ieri fosse la seconda sepoltura di un giovane morto in una età travolta da così spaventose tragedie? La lapide che resterà al cimitero a ricordare quest'ultimo trapasso di spoglie mortali umilmente attesta che tutto ciò non fu che la preoccupazione dei superstiti, una delle piccole cerimonie in cui i viventi si sforzano di essere qualcosa di simile ai loro ideali, al loro desideri, alla loro religione: ma di Guido Gozzano, che a queste sollecitudini avrebbe guardato con ironica indulgenza, di Guido Gozzano che vive sentenzia nobilmente: «La sua anima è in cielo - la sua poesia dappertutto ».
Al cielo egli sempre aspirò, e al cielo cattolico di Dio e del Santi credette morendo; perciò pensiamo che la sua anima non sia stata delusa. Quanto alla sua poesia, quella che fu « una fiorita di esili versi consolatori », essa è davvero dappertutto, perché il tempo, cosi invidioso, non l'ha rifiutata, e il canto di elegia con il quale Gozzano chiuse le porte dell'Ottocento ci arriva ancora con la dolcezza con la quale si cullano i sogni.
fr. ant.

A Giorgio Bocca. Il partigiano che seppe guardare il cielo (di Gaetano Alessi)

Da Articolo 21, il giornale on line dell’omonima associazione per la libertà di stampa, riprendo questo articolo di Gaetano Alessi in ricordo di Bocca, democratico e giornalista di valore, seppure con qualche caduta (un suo libro sul Sud, che nutre la denuncia con i pregiudizi, è da dimenticare, ma “solo chi cade può risorgere”). (S.L.L.)
Una nuvola e una strana sensazione. Angosciosa, nascosta. Di quelle emozioni che tieni sempre dentro, che non racconti per la vergogna o che conservi come un dono. Già un dono e la mia terra che spesso mi sembra una di quelle meravigliose nuvole che si stagliano in cielo. Belle, bianche, linde, che si spostano sempre per non stagnare ma che ad un tratto spariscono in un profondo nulla. Se vivessimo in qualsiasi altro posto sarebbe facile guardare il cielo. Ma in Italia non lo è. Se vuoi vivere tranquillo devi guardare basso, contare i passi, salutare non incrociando mai gli occhi, farti i fatti tuoi. Un susseguirsi senza sosta di passi a testa bassa che si trasformano in minuti, ore, giorni, anni, spesso intere vite passate senza guardare il cielo. Senza sperare.
E devi stare attento a non alzare troppo lo sguardo nemmeno con chi consideri i tuoi. Perché nel paese del familismo amorevole, sei bravo solo se stai al “tuo posto”, se non alzi troppo gli occhi, se non disturbi. Se fai il bravo, allora puoi stare nel “gruppo” e magari sperare alla fine della vita di poter alzare lo sguardo fino ad incrociare quello dell’interlocutore . Ma non più di quello. Ma è bello il cielo nel mio paese. Toglie il fiato quando si cala dalle Apuane giù fino al mare africano. Ed è strano che quel cielo che urla “Libertà” spesso venga coperto da una coltre d’indifferenza che affoga tutto nel piombo, nel sangue, nella povertà.
E’ la storia dell’Italia.
Ma Giorgio voleva guardare in alto. Era nato in un periodo dove nel cielo si stagliavano bandiere nere, maree di uomini e donne che attraversavano il paese onorando una dittatura da operetta che si risveglierà al suono dei cannoni ammantata dal suo nulla e da un nugolo di cadaveri. Giorgio era piemontese, gli piaceva scrivere e amava il cielo. Un giorno prese quel poco che aveva, guardò, dal centro di una delle piazze più belle del paese, il manto che, come un presepe, ornava le “sue” montagne e partì.
Fu nell’ordine del tempo che scorreva “Traditore, brigante, bandito, partigiano”.
Fu uno dei pochi uomini che “osò” guardare il cielo e incastonare sul fianco del suo Thompson  una sola parola “Libertà”. Vinse e regalò, grazie a pochi altri, la possibilità a tutti di alzare la testa, di essere liberi di farlo. Ma non durò per tanto tempo. L’italiano preferisce il cemento, demolisce i sogni, ama la tranquillità e guardare basso lo rende più sicuro.  Ma Giorgio non si rassegnò. Posò il fucile e prese in mano la penna. Giornalista “partigiano”, uomo di parte ma di una “parte”, quella degli uomini che non perdono la speranza.
Si può combattere un’ intera vita? Si possono dire le verità più scomode anche quando a far silenzio ci si guadagna molto di più? Sì, Giorgio non ha mai smesso di guardare in alto, di esprimere i giudizi più sferzanti: ‎"Craxi piace tanto a questa destra e a questa sinistra per due motivi: intanto perché era un corrotto, e poi perché, con l’idea della Repubblica presidenziale, ha dato un’ideologia alla democrazia autoritaria che questi selvaggi di oggi inseguono ma non riescono nemmeno a teorizzare. Questa democrazia malata la dobbiamo pure a questa sinistra alla D’Alema che collabora da 15 anni con Berlusconi. Hanno capito che, se non partecipano in qualche modo alla sua greppia, non campano più."
E non smise mai di essere “partigiano”: ‎"Se vi sento dire la parola TAV sparo. Se vi sento dire che la Tav, l’alta velocita’, è indispensabile, necessaria al progresso, tiro su dal pozzo il Thompson che ci ho lasciato dalla guerra partigiana. Perché d’inevitabile in questo stolto mondo c’è solo l’incapacità della specie a controllare la suo conigliesca demografia, le sue moltiplicazioni insensate”.
Un giorno scrisse: “ritrovare un italiano duro di quelli che in qualche modo sentono il bisogno di antitalianità che ha il paese furbesco e servile, che sanno ancora pronunciare parole come onestà, lavoro, merito, moralità senza che si pensi immediatamente a una predica o a una sceneggiata, a una farsa o a un melodramma. Il suo fascino era la diversità: non quella tanto inseguita e mitizzata dal comunismo che rigenera il mondo, ma la più reale e radicata del vir probus, del signore vero, del non plebeo. Sì, mi piaceva vederlo nelle tribune politiche e nelle conferenze stampa protetto dalla volgarità come da uno scudo invisibile e impenetrabile; uno scudo di ritrosia e di gelo su cui le parole melense o indecenti, stupide, o perfide si frantumavano”. Scriveva di Enrico Berlinguer ma quelle stesse parole oggi le usiamo per ricordare Lui. Già, perché l’uomo che guardava il cielo e usò il fucile e la penna come armi di libertà, da domani non ci sarà più. Andato via il giorno di Natale.
Una lacrima invade il viso. Cola piano e trova una via di fuga verso il basso. Finisce per terra ma non la guardo, mi fermo, chiudo gli occhi e vedo un cielo bellissimo. Li riapro e  al mio fianco un suo libro: E’ la stampa bellezza!!. Penso e mi quieto perché so che non è un addio.

La poesia del lunedì. Marco Palladini

Bouteille / Boutade
Bottiglia di Pinot

Verduzzo furlano

Dolce Fragolino

Cabernet e Merlot

Riesling Renano

Il chiaro Bardolino

E il fruttato rubino Marzemino

Chardonnay, Lagrein, Teroldego e Refosco

Moscato rosa, Sauvignon, Tocai e l’aranciato Nasco

Traminer, Picolit, Fontana Candida e il Trebbiano toscano

Greco di Tufo, Dolcetto d’Alba, Barolo, Amarone e Barbaresco

Cortese di Gavi, Cesanese del Piglio, Vernaccia di San Gimignano

Lambrusco di Sorbara, Malvasia, Nero d’Alcamo, Morellino di Scansano
Recioto della Valpolicella,Müller-Thurgau,Cirò,Grignolino,Aleatico e Frascati
Su Cannonau, Primitivo di Manduria, Passito di Pantelleria, il rosso Torgiano
Cacc’e mmitte di Lucera, Brunello di Montalcino, il classico Chianti
Verdicchio, Lacrima di Morro, Lacryma Christi e vari Vin Santi
Vermentino di Gallura, Salice Salentino e Nuragus
Est!Est!Est!, Locorotondo, Aglianico del Vulture
Barbera, Buttafuoco e col Prosecco Superiore di Cartizze via a brindare


Bottiglia da amare
il tuo liquido mito
scioglie una verità
che si fa trapassare
estasi alcolica e rito
persi nell’infinità

*in omaggio a François Rabelais

Leda Colombini da bracciante povera a dirigente del Pci (di Francesco Piva)

In questo dicembre è morta Leda Colombini, dirigente della Cgil e del Pci, parlamentare. Lo storico Francesco Piva, che le dedicò nel 2009 un libro-intervista, Storia di Leda. Da bracciante a dirigente di partito (Franco Angeli), ne ha rievocato la figura nel sito InGenere il14/12/2011. Riprendo qui un’ampia parte del suo articolo. (S.L.L.)
Leda Colombini
Il 6 dicembre è scomparsa a 82 anni Leda Colombini, una donna che ha vissuto i grandi cambiamenti attraversati dal nostro paese coniugando un appassionato percorso sindacale, politico, amministrativo e sociale, protratto sino all’ultimo: Leda è morta all’uscita dal carcere romano di Regina Coeli dove, con i rappresentanti di diverse associazioni, aveva appena concluso una riunione dedicata ai problemi delle donne carcerate e dei loro bambini/ne; un impegno che da tempo vedeva Leda protagonista riconosciuta a livello nazionale e che l’aveva portata a promuovere l’associazione di volontariato A Roma, insieme, operante nell’area metropolitana della capitale a favore delle fasce più deboli della popolazione.
Ho avuto la fortuna di conoscere Leda circa quindici anni fa, dapprima occasionalmente, poi con più assiduità e rinnovata curiosità verso i frammenti di storia personale che incastonavano le sue conversazioni. Era piacevole e affascinate incontrare Leda: il dialogo” serio” era sempre intercalato da intuizioni ironiche e allegre, digressioni personali, gesti affettuosi. Di seguito, è maturata in me la convinzione (insegno Storia contemporanea) che la sua vicenda esistenziale racchiudesse la possibilità di approfondire un tema che allora mi attirava: la funzione formativa esercitata dal Partito comunista italiano nei confronti di ceti popolari, a bassa istruzione e del tutto privi di risorse familiari. Grazie ad una serie di incontri sempre più confidenti ed affettuosi, ho avuto così il privilegio di raccogliere, per molte ore, il racconto della sua vita, nello specifico la sua formazione politica e la sua prima esperienza di dirigente sindacale e di partito fra le donne braccianti e contadine.
All’inizio, Leda era un po’ restia alla confidenza, come lo erano altre dirigenti politiche e sindacali della sua generazione intervistate da studiose; come se parlare di cose personali potesse sminuire la vicenda corale, collettiva che l’aveva portata ad assumere un ruolo politico. Su mia proposta, Leda ha iniziato parlandomi dell'infanzia a Fabbrico (Reggio Emilia), paese di lunga tradizione socialista, prampoliniana, poi sfociata nel Pci… Un’infanzia poverissima: il nonno bracciante, un padre che non c'è, mamma Iride, anche lei bracciante, su cui grava il mantenimento di quattro figlie. Finita la V elementare Leda deve quindi lasciare la scuola, un'altra ingiustizia che scotta, perché lei è brava, appassionata, vorrebbe studiare ancora.
A 11-12 anni Leda comincia a lavorare da bracciante e, così piccola, si fa subito valere pretendendo dal padrone il rispetto dell’orario. Continua comunque a coltivare la sua passione, legge molto, tutto quello che trova nella bibliotechina del paese, romanzi rosa, che poi racconta a puntate alle compagne durante il lavoro sui campi. Arriva la guerra e la Resistenza; un'amica partigiana la introduce nei “Gruppi di difesa delle donna” che si radunano nelle stalle per organizzare gli aiuti ai partigiani. Dopo la guerra, si iscrive giovanissima al Pci e milita nell’Udi per costruire - diremmo oggi - il “welfare dal basso. Ma nel 1948 capita un evento che segnerà una svolta nella vita di Leda, un'esperienza decisiva: viene inviata a Milano per sei mesi alla scuola nazionale quadri del Pci.
“E’ la mia esperienza della prigione!”, ha esclamato Leda in prima battuta, ricordando la disciplina severa, il moralismo ottuso, le umiliati autocritiche imposte da metodi educativi di derivazione sovietica. Ma poi Leda mi ha raccontato come quell’esperienza fosse stata per lei esaltante: lì - assieme ad altre braccianti e contadine – aveva imparato a parlare in italiano, aveva studiato storia, ricevuto nozioni di politica economica, igiene femminile, marxismo-leninismo e storia dell’Urss.
La pedagogia del partito prevedeva alternanza di studio in aula e addestramento pratico, in sezioni e fabbriche dell’area milanese. Quei sei mesi a Milano rimangono una pietra miliare e, al momento del nostro colloquio, Leda è ancora riconoscente al Pci, conscia di aver sperimentato in prima persona la straordinaria operazione pedagogica svolta nel dopoguerra dal partito nei confronti di grandi masse popolari. Grazie ad una fitta rete di scuole (nazionali, regionali, federali, di sezione e perfino per corrispondenza) persone di bassa estrazione sociale ricevettero l'opportunità di acculturarsi e diventare dirigenti.
Leda è un esempio brillante: dopo la scuola di Milano, partecipa nel 1951 ad un corso nella scuola delle Frattocchie; l'addestramento sul campo la porta a tenere lei un corso a Minervino Murge (Puglia) con l’obiettivo di insegnare la “democrazia progressiva” ad un bracciantato molto combattivo, attraversato da spinte rivoltose, osservato quindi con diffidenza dalla direzione nazionale del partito…
Nel '49, Leda vive un’altra vicenda straordinaria: l’incontro con le mondine delle risaie del basso Piemonte e della bassa Lombardia. È in preparazione il famoso sciopero bracciantile del maggio-giugno 1949 e Luciano Romagnoli – divenuto segretario nazionale della Federbraccianti nel ’48, a 24 anni – ha bisogno di un “quadro femminile” che vada in risaia a preparare l’agitazione. Viene segnalata Leda Colombini, appena “sfornata” dal corso di Milano. Lo sciopero non va molto bene ma, al congresso nazionale della Federbraccianti del novembre 1949, Leda viene eletta nel consiglio nazionale e di lì a poco Romagnoli la chiama in segreteria nazionale.
A vent'anni, diventa così responsabile della commissione nazionale femminile di un sindacato che ha oltre 1 milione di iscritti, di cui 400mila donne; un sindacato impegnato nelle lotte più aspre del dopoguerra, segnate da roventi contrattazioni e scontri violenti.
Tra il 1950 e 1953, Leda guida l’organizzazione di quattro “campagne monda”, nelle risaie di Novara, Vercelli, Pavia e Milano. Parliamo di 150mila donne a stagione. L’impegno di Leda è inesauribile: si tratta di difendere il collocamento di classe e di contrattare l'ingaggio delle lavoratrici in un clima di aspra rivalità fra il sindacato rosso e quello bianco, con l'interferenza di parroci, associazioni cattoliche e appaltatori privati, a tutto vantaggio del padronato. Bisogna organizzare il viaggio delle mondine emigranti soprattutto dall’Emilia, garantire l'assistenza: i treni messi a disposizione dal governo sono carri bestiame senza sedili, senza servizi igienici. Bisogna strappare condizioni di alloggio minimamente decenti, e poi gestire tensioni esistenti tra le stesse mondine, tra le locali e le forestiere. Durante i “40 giorni” della monda, Leda gira da una risaia all’altra per controllare l’applicazione del contratto, tenere a bada le crumire, organizzare il tempo libero delle emigrate, fare anche educazione politica, propinando i "corsi" del partito (per le donne c'era il corso “Clara Zetkin”, non proprio uno spasso dopo una giornata di lavoro). Tutte iniziative che Leda mi ha rievocato con gioia perché lì, con le “sue mondine”, stava a suo agio.
Negli stessi anni, è lei che accende nella Federbraccianti l'attenzione nei confronti delle raccoglitrici del Sud impiegate nella raccolta di olive, pomodori, castagne, noci; lavori agricoli tra i più miseri, precari e indifesi. Durante la raccolta, le donne vivono in condizioni che persino alcuni parroci definiscono disumane, con salari giornalieri incredibili (potevano ridursi a una bottiglia d’olio!). E’ difficile organizzarle, non rientrano nelle classiche categorie sindacali. Con la tenacia che tutti abbiamo conosciuto, Leda si getta in questo nuovo impegno, e nel dialogo con queste donne del Sud, si convince ancora di più di un problema allora difficilmente accettabile nel sindacato a egemonia maschile: la tutela del lavoro femminile può ottenere risultati solo quando l'impegno si estende a tutti problemi della vita quotidiana, coinvolge cioè la comunità. Una intuizione precoce, che sarà ripresa solo negli anni Settanta dal “femminismo sindacale”.
Leda mi ha anche descritto le tante iniziative per creare le sezioni femminili della Federbraccianti e soprattutto la battaglia interna ai gruppi dirigenti per far contare le donne nei processi decisionali e nella stesura delle piattaforme contrattuali. A questo proposito, Leda ha ricordato con rammarico le incomprensioni patite anche con i dirigenti più aperti, come Romagnoli; ha ricordato il linguaggio maschile, che impregnava le riunioni e che le impediva – ha chiosato - di “vincere” nelle discussioni, anche se sentiva di aver ragione.
Nel 1953, Leda passa dal sindacato alla sezione agraria del Pci. Altra tappa del suo tirocinio da dirigente. Incontra Ruggero Grieco, un dirigente del Pci dal dialogo aperto con le compagne. Leda scopre che Grieco non solo vuole dare più spazio alle donne nel partito e nella società, ma è più avanti rispetto alla cultura comunista del tempo. Grieco – dice Leda – insegnava che la rivoluzione doveva cominciare in casa, doveva in prima istanza rovesciare il maschilismo in famiglia, spezzare pregiudizi secolari e disparità antropologiche. Lui criticava i compagni che a parole erano “rivoluzionari” ma impedivano alle mogli di uscire di casa per fare politica. Intervenendo alla II conferenza delle donne comuniste (Roma, 20-23 ottobre 1955), Leda ricordò infatti Grieco - morto improvvisamente il 23 luglio 1955 al termine di un comizio – come uno dei compagni che più avevano assimilato il valore dell’emancipazione della donna, grazie anche alla particolare sensibilità verso le sofferenze, le ingiustizie e i maltrattamenti cui erano sottoposte le contadine: “Per lui – disse Leda – il problema non esisteva come ‘dovere’ di ricordarsi anche delle donne, ma come esigenza storica necessaria al rinnovamento della società italiana e alla redenzione del lavoro”. Con parole commosse, Leda ricordò poi i tratti umani dell’esponente comunista; un elogio che, nel suo afflato, rivelava indirettamente gli squilibri nei rapporti di genere all’interno del partito: “Grieco – disse Leda – aveva una immensa fiducia nelle donne, nelle loro capacità, nella loro forza e intelligenza. Con Grieco era difficile conservare quella timidezza che è data dal senso di inferiorità che ancora talvolta sentiamo quando parliamo con i compagni dirigenti, mai ha fatto pesare il suo sapere su chi lavorava con lui. Ci aiutava a liberarci di ogni complesso di inferiorità e di soggezione. A Grieco si diceva tutto. A Grieco si voleva bene. L’amore per gli uomini lo portava a preoccuparsi non solo del lavoro, ma anche della vita, delle preoccupazioni dei compagni e delle compagne e si sforzava di esserci vicino, di aiutarci e soffriva e godeva delle nostre sofferenze e delle nostre gioie”.
Nell’itinerario di Leda, la morte di Grieco - da lei definito ‘maestro’ e ‘padre’ - rappresentò un lutto molto doloroso, ma per molti versi emancipatorio. Nell’economia del suo racconto, la scomparsa di Grieco emerge infatti come una cesura che segna la fine del suo percorso formativo incominciato a Fabbrico e l’inizio di un nuovo cammino da dirigente, che l’avrebbe condotta a ricoprire prestigiosi incarichi politici.
Dopo la morte di Grieco, Leda sarà ancora protagonista delle battaglie sui braccianti, per entrare poi nelle istituzioni regionali e in parlamento, occupandosi in via prioritaria di questioni sociali, assistenza, sanità, volontariato. Battaglie che continuerà dall'associazione di volontariato “A Roma, insieme”, in particolare a favore delle detenute e dei bambini/e che dalla nascita all’età di tre anni vivono in carcere con le loro madri.
Con la solita frase retorica, ma in questo caso veritiera, si può dunque dire che – al pari del suo “padre e maestro” R. Grieco e di altre personalità del Pci – Leda è morta “sulla breccia”, dopo uno straordinario cammino di dedizione alla politica, nel suo significato più alto, e all’impegno sociale. Quando ho appreso la sua improvvisa scomparsa, ho ripercorso in un baleno il suo racconto e mi sono tornate alla mente le domande che più volte ci facevamo: ma questa storia - quella di Leda e di tanti altri - ha oggi degli eredi? Eredi non nel senso stretto, “partitico”, che il più delle volte porta alla “spartizione delle spoglie”. Eredi intesi in senso più ampio, eredi cioè che – facendosi criticamente carico degli errori racchiusi dalla storia del Pci – sentano tuttavia orgogliosamente di poter con piena legittimità rivendicare, nella costruzione pubblica delle memorie collettive, uno spazio appropriato al ruolo avuto dal Pci nell'educare le classi subalterne, per farle contare in prima persona nella costruzione e nello sviluppo della democrazia e dell’Italia repubblicana… Detto questo, rimane il problema di sanare la cesura muta, il balbettio imbarazzato se non la rimozione che occultano o deformano le storie come quella di Leda e del partito che la formò e ne fece una dirigente, lei, ragazza povera e incapace di parlare in italiano.

25.12.11

Gozzano. Il ribelle della Belle époque (intervista a Edoardo Sanguineti)

Guido Gozzano con la madre
Il 9 agosto 1916, nella torinese via Cibrario, si spegneva Guido Gozzano. A Torino («...mi sei cara come la fantesca / che m'ha veduto nascere») Gozzano era nato nel 1883. Riposa ad Agliè, dal 1951 nella Chiesa di San Gaudenzio.
Per “Tuttolibri” de “La Stampa” del 19 agosto 2006, in occasione del novantesimo anniversario della morte di Guido Gozzano, Bruno Quaranta curò una intervista a Edoardo Sanguineti, maestro di poesia e di critica, uno dei più acuti interpreti del poeta piemontese, intervista assai bella, una sorta di sintesi dei giudizi maturati in decenni di amoroso studio, con qualcosa in più, nato dallo stimolo di un giornalista curioso e intelligente.
Ne ripropongo qui un’ampia parte nei 60 anni dal trasferimento ad Agliè delle spoglie del nostro poeta. «Cronista» della traslazione fu – lo ricorda proprio Quaranta - Franco Antonicelli: «...il canto di elegia con il quale Gozzano chiuse le porte dell'Ottocento ci arriva ancora con la dolcezza con la quale si cullano i sogni». (S.L.L.)
Edoardo Sanguineti
Gozzano scompare il giorno della presa di Gorizia. Lui che, in Pioggia d'agosto, lamenta: «La Patria? Dio? L'Umanità? Parole / che i retori t'han fatto nauseose!...». Una coincidenza bizzarra...
«Eppure l'ultimo Gozzano subisce una sorta di conversione sventurata, lui così consapevole dell'inautenticità dannunziana. Di fronte alla guerra di Libia e, in seguito, alla Grande Guerra, si delinea la resa. Già nel '13, su “La Stampa”, confessava: ''Io ho trovato la Patria, una cosa come un'altra, alla quale voler bene''. No, non solo gli spiriti programmaticamente guerrieri come i futuristi indossano l'elmetto e scendono in trincea. L'unico a resistere sarà Palazzeschi. Si opporrà al nazionalismo interventista di Papini e Soffici su “Lacerba”, 1914: ''Io oggi sono pacifista''».

Gozzano, dirà Montale, pregò Dio perché lo liberasse dalla «lue dannunziana». Salvando se stesso, salverà chi lo seguirà, Montale in primis... E' questo il suo principale merito?
«Così Montale legge Gozzano. Dopo ''quella cosa vivente'' che ha sbrecciato con l'ironia la mitologia dannunziana è finalmente possibile abbassare i toni, voltare le spalle alla retorica. Ecco Eusebio canzonare, negli Ossi, nei Limoni, la poesia che li inaugura, i poeti laureati, cinti d'alloro, ''l'alloro premio di colui / che tra clangor di buccine s'esalta'' nella Signorina Felicita, memore di Alcyone».

L'altro autore di Montale è, allora, Svevo...
«E non a caso. Gozzano e Svevo, lì a rappresentare la mitologia dell'inetto, dell'inettitudine. Fra l'“imbecillità dei personaggi di Svevo” e lo sguardo impietoso verso se stesso che è Totò Merumeni: ''Gelido, consapevole di sé e dei suoi torti, / non è cattivo. E' il buono che derideva il Nietzsche: ... in verità derido l'inetto che si dice / buono, perché non ha l'ugne abbastanza forti...''».
La poesia, l'officina poetica, come sconfitta sul piano della vitalità e come privilegio, e orgoglio. Montale che spugneggia Gozzano: la «muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia» di Meriggiare evocante «i cocci innumeri di vetro sulla cima vetusta» della Signorina Felicita...

C'è una linea gozzaniana nella poesia nostrana, fino ad oggi?
«Non mancano, oggi, tracce crepuscolari. Quel prosaismo corredato di ambizioni liriche e emotive... Lo si puo' riconoscere in un certo Erba, in un certo Giudici, in un certo Raboni».

C'è un nesso fra le formiche rosse e nere di Gozzano e i chierici rossi e neri di Montale? Un rifiuto di questi e di quelli, dalla parte di coloro che prezzolinianamente «non la bevono»?
«Siamo cauti. Vi sono connessioni verbali tanto seduttive quanto esposte al cortocircuito. Ma scorgere in Gozzano e in Montale la divisa dell'impartecipazione, la vocazione a far parte per se stessi, non e' scorretto».

Una nota della poesia di Gozzano è la «perplessità». «Ma ti levasti quasi ribelle / alla perplessità crepuscolare»... Nella «perplessità» sta la sua modernità?
«Il crepuscolo è sia l'ora in cui scemano le luci, sia il momento in cui le luci sorgono, l'aurora, l'alba. Poeticamente, Gozzano è l'interprete di una forma tradizionale (è, cioè, ligio ai modi antichi), ma non chiusa, anzi, permeata di una critica sottilmente, inesorabilmente eversiva».

Un'altra caratteristica: l'ansia di tutto preservare, il «ciarpame reietto, così caro alla mia Musa!». Che cosa sospinge Gozzano a farsi «rigattiere»?
«Gozzano fabbrica l'obsoleto, traveste di tempo - ha un sentimento forte del tempo, espressione peraltro non gozzaniana - le cose e le anime (Carlotta, il nome che «come l'essenze» risuscita le diligenze, lo scialle, la crinolina). Il tempo a cui tende è morto, è tappezzato di illusioni morte. ''Ma lasciatemi sognare!'' e' il verso che suggella La via del rifugio. Il sogno che vince la volgare e scipita realta'. La vera vita e' altrove, direbbe Rimbaud. Il viaggio in India, verso le città morte, non è un a sé».


Il classico Gozzano a colloquio con i classici. Dante, Petrarca, Leopardi, Tasso sono i suoi maggiori... Chi più maggiore di altri?
«Statisticamente, Dante e Petrarca. Ancorché non li conosca benissimo. Li approfondirà e li assoggetterà a non ortodosse operazioni di straniamento. Scrollatesi di dosso le liturgie dannunziane, si volgerà ''liberamente'' ai Padri. Prende Dante in contropiede, non lo cita per alzare lo stile, tende invece al ribasso. E così Petrarca, convocato in Toto' Merumeni: ''... non ricco, giunta l'ora di 'vender parolette' / (il suo Petrarca!...) e farsi baratto o gazzettiere...''».


Lei in Luigi Vigliani, professore al liceo D'Azeglio, e' solito ricordare «il primo maestro nello studio della poesia di Gozzano». Che cosa l'ha condotta da Nonna Speranza?
«E' una storia inedita. Anni Cinquanta. L'associazione ex allievi del D'Azeglio mi chiede di tenere una conferenza. Propongo, come tema, Montale. I più anziani, in testa Vigliani, figura estremamente intelligente, ironica, un conservatore illuminato, mi sospingono a variare. Montale, che è Montale, è vivo, gli difetterebbe dunque un'aura sacrale... Vigliani mi suggerisce Gozzano. E io lo accontento non rinunciando all'originale intenzione. Andrò Da Gozzano a Montale. Giovanni Getto, di cui ero diventato allievo, accoglierà il testo in Letture italiane».


Gozzano e Torino: un rapporto - lei ha osservato - tra «consenso patetico e critico distacco». O forse qualcosa di più acre? Gozzano non è forse un «ordigno» borghese che mette a nudo l'anima borghese, beota, pettegola, bigotta?

«Gozzano non è il celebratore di Torino. Non incensa né la città che sale di boccioniana memoria nè la città del silenzio, una specie di reliquiario. Le riserva ora un'affettuosa ironia ora un robusto risentimento. Rivelandosi, infine per ragioni pubbliche, più distensivo, più affabile, nella prosa».

Gozzano oppone alla città, che lo «nausea grandemente», come scrive a Ettore Colla, la «serenità canavesana»: Agliè, il Meleto, Villa Amarena... Che cosa c'è di nobilmente «provinciale» in lui?
«Gozzano era naturalmente intonato al costume provinciale, sorretto anche da una vivida curiosità sociologica, si pensi ai tipi sbalzati nella ''Signorina Felicita'': il farmacista, il regio notaio, il dottore, il sindaco... Dalla città non esita a distanziarsi. La proda canavesana è una stazione dell'esotismo che lo contraddistingue».

Torino è la città che, attraverso Debenedetti, svelerà Proust all'Italia colta. Sotto la Mole, Gozzano non svetta forse come un proustiano ante litteram?
«Il lato proustiano di Gozzano è l'esperienza infantile, dominante. Già accostando la Vita alfieriana, i primi passi, vien da domandarsi: siamo di fronte a Proust o a Freud?».

Egualmente proustiana l'esperienza della malattia. Gozzano è tisico come Gian Pietro Lucini, l'autore di Revolverate e nuove revolverate, un'ulteriore sua passione. Che cosa li accomuna?
«Lucini non amava Gozzano. Lo leggeva alla maniera dei più, come il cantore delle buone cose di pessimo gusto. E poi: a differenza dell'ironico Gozzano, aveva un passo satirico». Lo scritto di Debenedetti su Proust appare sul «Baretti».

La Torino civile, da Gobetti a Bobbio, relegherà Gozzano in una dimensione gianduiesca («A l'e' question d'nen piessla..» come manifesto del disimpegno, dell'indifferenza).
«Gozzano, è innegabile, non ''sente'' la rivoluzione industriale, manco lo sfiorano le questioni ad essa legate. Si muove fuori del mondo. Chi è artefice o epigono della città laboratorio ovviamente lo avverte. Diverso, insulso, sarebbe ridurre Gozzano a una macchietta».

Chi lo capta è Leone Ginzburg. In una lettera a Carlo Muscetta esclamerà: «Ritengo Lavorare stanca il più bel libro di versi uscito in Italia a rivelare un poeta nuovo dopo La via del rifugio»...
«Ginzburg, nella Torino ''civile'', risalta quale letterato totale. Credo che l'accostamento fra Lavorare stanca e La via del rifugio lo faccia in special modo per mettere in rilievo le poesie di Pavese, secondo me la sua opera più riuscita. Quindi per sottolineare la peculiarità e la robustezza della linea piemontese».

A proposito di Proust: dirà che «i versi sono la carne delle idee». Quali le «idee» del canzoniere gozzaniano?
«Il canzoniere. Gozzano ambiva scriverlo. E un libro compatto, unius libri, lo ha scritto. Voleva essere il riassunto di una vita. La vedeva piuttosto nel suo divenire, sfuggendogli la formula finale. L'“idea”? Approdare alla natura per paura della storia. Lui che sta supino nel trifoglio...».

Tali nasu tali fusu. Marziale trilingue (S.L.L.)

Il detto proverbiale Tali nasu tali fusu ("Tale naso tale fuso"), tipico del mio paese in cui si rintracciano visibili e frequenti fisionomie semite, trova secondo me illustrazione in un epigramma di Marziale: il 36 del sesto libro. Lo riproduco prima nell'originale latino, poi tradotto in italiano e nel siciliano delle mie parti.

Fuso
Mentula tam magna est, quantus tibi, Papyle, nasus
ut possis, quotiens arrigis, olfacere.

Hai minchia tanto lunga, Papilo, quanto il naso:
ogni volta che s’alza, tu la puoi annusare.

Quantu la nasca, Papilu, è longa la to minchia:
quannu t’attisa la può ciaurìari.

23.12.11

“Sono uomo cioè surrealista”. In morte di Artaud (di Julio Cortázar)

Antonin Artaud
Su “il manifesto” del 12 marzo 2003, fu pubblicato uno scritto di Julio Cortàzar In morte di Artaud, che contiene oltre che la memoria di una figura straordinaria della letteratura del Novecento, come Antonin Artaud, una sorta di dichiarazione di fede surrealista. A me pare una pagina da leggere e rileggere, meditare e rimeditare. (S.L.L.)
Julio Cortàzar
Con Antonin Artaud si è spenta in Francia una parola scapestrata, che solo in certa misura apparteneva al versante dei vivi e per il resto non faceva che invocare e suggerire, con un linguaggio inattingibile, una realtà intravista nelle insonnie di Rodez.
Come sempre accade tra noialtri, veniamo a sapere di questa morte da venticinque striminzite righe di una «lettera dalla Francia» che il signor Juan Saavedra invia puntualmente ogni mese [alla rivista Cabalgata, nota dell'autore].
Vero è che Artaud non è mai abbastanza né attentamente letto, dal momento che il suo apporto definitivo coincide con il surrealismo inteso nel più alto e arduo livello di autenticità: un surrealismo che non è letterario, bensì anti ed extraletterario; né d'altra parte si può pretendere che tutti rivedano le proprie idee circa la letteratura, la funzione dello scrittore, e così via. E tuttavia ripugna avvertire la violenta pressione di fonte estetica e accademica, tutta tesa a incorporare nel surrealismo un ulteriore capitolo della storia della letteratura. Gli stessi professorini desistono sconfitti, tornano a testa bassa al «volume di poemi» (tutt'altra cosa dai poemi in volume), all'Arcano `17, al manifesto iterativo. Occorre dunque ripeterlo: il perché del surrealismo eccede ogni letteratura, ogni arte, ogni metodo predefinito e ogni prodotto che ne derivi. Surrealismo è cosmovisione, non già scuola o «ismo»; è intraprendere la conquista della realtà - della realtà in carne e ossa anziché quella di cartapesta, e per sempre fossilizzata; una riconquista del malamente conquistato (quel che si era conquistato solo a mezzo: attraverso la parcellizzazione di una scienza, una ragione ragionante, un'estetica, una morale, una teleologia), e non già il mero proseguimento, in antitesi dialettica, del vecchio ordine presuntamente progressivo.
Immune da qualsiasi tentativo di addomesticarlo, in virtù di una condizione che fino all'ultimo lo sostenne in un costante atteggiamento di purezza, Antonin Artaud è quell'uomo ai cui occhi il surrealismo incarna la condizione e la condotta proprie dell'animale umano. Per questa ragione gli era lecito proclamarsi surrealista con la stessa essenzialità con cui chiunque si riconosce in quanto uomo: una modalità inesorabilmente immediata e primaria dell'esistere, non certo una contaminazione culturale come tutti gli «ismi».
È ora che questo concetto risulti più palese, e mi rivolgo soprattutto ai giovani presuntamente surrealisti, che tendono al tic, allo stereotipo, che affermano «questo è surrealista» con la stessa leggerezza di chi mostri a un bambino uno gnu o un rinoceronte, che disegnano oggetti surrealisti partendo da un'idea realistica deformata, da meri teratologi; è ora di capire che al surrealismo più autentico non corrisponde in realtà alcun cliché, alcun tratto etichettabile in quanto surrealista (orologi flosci, gioconde baffute, premonitori ritratti guerci, mostre e antologie). Semplicemente, il surrealismo più profondo pone l'accento più sull'individuo che sui suoi prodotti, essendo ormai assodato che ogni prodotto ha tendenza a scaturire da insufficienze, e supplisce e consola con la tristezza del succedaneo. Vivere conta più dello scrivere, a meno che lo scrivere non sia già di per sé - cosa molto rara, invero - un modo di vivere. Slancio all'azione, il surrealismo propone di intendere la realtà quale poetica e come legittimo il suo vissuto: è per questo che in ultima istanza è impossibile ravvisare il sussistere di una differenza essenziale tra un poema di Desnos (modo verbale della realtà) e un evento poetico - un dato crimine, un dato knock out, una data donna - (modi fattuali della stessa realtà).
«Se sono poeta o attore non lo sono per scrivere o declamare poesie, ma per viverle», afferma Antonin Artaud in una delle sue lettere a Henri Parisot, scritta dall'asilo per alienati di Rodez. «Quando recito una poesia non è per essere applaudito, ma per sentire corpi d'uomini e di donne, dico corpi, tremare e volgersi all'unisono con il mio, volgersi come ci si volge dall'ottusa contemplazione del buddha seduto - con cosce ben sistemate e il sesso gratuito - all'anima, cioè alla materializzazione corporea e reale di un essere integrale di poesia. Voglio che le poesie di François Villon, Charles Baudelaire, Edgar Poe e Gérard de Nerval diventino vere, e che la vita esca fuori dai libri, dalle riviste, dai teatri o dalle messe che la trattengono e la crocifiggono per captarla, e passi sul piano di quest'interna magia di corpi...» [Lettera del 6 ottobre 1945, n.d.r.].
Chi avrebbe potuto dirlo meglio di lui, Antonin Artaud, fiondato nella più esemplare vita surrealista dei nostri tempi? Minacciato da incalcolabili malefici, proprietario di un finto bastone magico con cui cercò un giorno di spingere alla rivolta gli irlandesi di Dublino, lui che squarciava l'aria di Parigi con il suo coltello contro i sortilegi e i suoi esorcismi, fiabesco viaggiatore al paese dei Tarahumara: quest'uomo prematuramente pagò il prezzo di chi tira diritto per la sua strada. Non intendo dire che fosse perseguitato, né mi dedicherò a una lamentazione sulle sorti riservate a ogni precursore, e via dicendo. Credo siano state altre le forze che trattennero Artaud all'orlo stesso del grande salto; credo che queste forze abitassero in lui come in ciascun uomo che conservi ancora il senso di realtà malgrado il desiderio di iperrealizzarsi; sospetto che la sua follia - sì, calma professori, era matto - sia la testimonianza della lotta tra l'homo sapiens millenario (eh, Sören Kierkegaard?) e quell'altro uomo che balbetta nel profondo, si aggrappa dal basso con unghie notturne, si inerpica e si dimena, cercando di coesistere e di collimare a buon diritto fino alla fusione totale. Artaud incarnò questa amara lotta, questo sfracello di metà secolo, questo eterno andare e venire dal Je a l'Autre che Rimbaud, profeta maggiore e non certo nel senso preteso dal sinistro Claudel, proclamò nel suo giorno vertiginoso.
Ora è morto, e della battaglia non restano che brandelli di cose e un'aria afosa priva di luce. Le orribili lettere scritte a Henri Parisot dall'asilo di Rodez sono un testamento che alcuni di noi non dimenticheranno mai più.

[Lo scritto di Julio Cortázar, Muerte de Antonin Artaud, apparve nel 1948 sulla rivista «Sur», ed è ora raccolto nel secondo tomo della sua Obra crítica, a cura di Jaime Alazraki, Madrid 1994, pp. 151-155].

SALVIAMO LA SCUOLA PUBBLICA E IL FUTURO

“Il manifesto” del 11.05.201 pubblicò questa lettera aperta con la firma di alcuni tra i più importanti editori italiani, tra cui quella un po’ viscida. Non sarebbe male che gli stessi editori che allora rivolsero l’appello a Gelmini lo rivolgano oggi a Profumo e all’intero governo dei cosiddetti “tecnici”, che non sembra voler proporre una diversa politica della scuola e dell’istruzione. (S.L.L.)
La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In Italia lo è sempre stata: ha reso un insieme di sudditi analfabeti degli antichi stati una comunità di cittadini italiani. Lo è ancora più oggi, in un'epoca in cui il «capitale umano», l'insieme delle conoscenze di cui disponiamo, è il fattore decisivo per il successo degli individui e delle nazioni.
L'articolo 34 della Costituzione Italiana sancisce che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». In passato il diritto dei più deboli nella società italiana è stato garantito soprattutto dall'estensione dell'obbligo di frequenza della scuola pubblica (nella «scuola pubblica» la legge italiana comprende anche le scuole paritarie a gestione privata), e dalla qualità del suo insegnamento, che hanno riscattato dalla miseria milioni di cittadini. In particolare, la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all'appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria. Nel mondo globalizzato è fondamentale conoscere chi è lontano da noi, per saperne cogliere i valori e le potenzialità, e perché altri possano conoscere - a loro volta - i nostri valori e le nostre potenzialità.
La scuola pubblica statale è perciò anche luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali. Nella scuola pubblica statale bambini e ragazzi di diversa estrazione sociale imparano ad apprezzare la diversità. Nella scuola pubblica statale il patrimonio culturale della famiglia entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie.
Questa è la missione della scuola pubblica statale diversa da ogni altra istituzione formativa, che legittimamente si proponga altre finalità a partire da una visuale parziale della cultura, della religione, della società, dell'economia. Se, infatti, è un diritto di ogni famiglia mandare i propri figli a scuola solo insieme a chi condivide la stessa visione del mondo (la libertà di insegnamento è infatti riconosciuta dall'articolo 33 della Costituzione), per il benessere della società nel suo insieme è conveniente e auspicabile che la grande maggioranza dei cittadini abbia una formazione comune ispirata ai valori del pluralismo e della Costituzione.
Per rendere effettivo questo principio lo Stato deve investire più risorse nell'istruzione pubblica statale, consentendo alle istituzioni scolastiche autonome di dotarsi di strumenti adeguati a svolgere la propria missione. Occorrono docenti qualificati e ben retribuiti. Ma occorrono anche edifici ben tenuti, aule attrezzate, laboratori moderni, biblioteche aggiornate. Purtroppo l'investimento nella scuola pubblica statale è stato inadeguato - ben al di sotto dei livelli medi dei Paesi Ue - per gran parte della storia unitaria italiana, al punto che oggi spesso non è in grado di garantire neppure i servizi minimi. Di questa situazione ognuno di noi deve preoccuparsi, perché essa è anche frutto dell'indifferenza.
Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla sola a chiedere attenzione. Se è vero - come sentiamo continuamente ripetere - che nella scuola si costruisce il futuro dei nostri figli e, quindi, del nostro Paese, nessuno può guardare alla questione «dall'esterno». Chi ricopre cariche istituzionali e politiche deve avvertire la forza dell'opinione pubblica. Chi ha più responsabilità e potere nella società, nell'economia e nella cultura deve essere il primo a impegnarsi. Facciamo dell'istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo di incontro, con la competenza e l'urgenza che la materia necessita.
Firmiamo questa lettera aperta in ogni luogo a partire dalle stesse scuole pubbliche statali. Prendiamo sul serio il nostro futuro.
Alessandro e Giuseppe Laterza, 
Marco Cassini e Daniele di Gennaro (Minimum fax),
Carmine Donzelli,
Federico Enriques (Zanichelli),
Carlo Feltrinelli,
Sandra e Sandro Ferri (E/O),
Sergio Giunti e Bruno Mari (Giunti),
Stefano Mauri (Gruppo Mauri Spagnol),
Paolo Mieli (Rcs),
Antonio e Olivia Sellerio

Cadillac (da "Sulla strada" di Jack Kerouac)

In un baleno ci ritrovammo sull’autostrada e quella notte vidi scorrere davanti ai miei occhi l’intero stato del Nebraska. Centottanta chilometri l’ora per tutto il percorso, una strada diritta come una freccia, città addormentate, niente traffico, e il rapido della Union Pacific che ci restava indietro nel chiaro di luna.
Quella notte non avevo affatto paura; era perfettamente logico fare i centottanta e chiacchierare e veder passare tutte le città del Nebraska – Ogalalla, Gothenburg, Kearney, Grand Island, Columbus – con rapidità di sogno mentre filavamo innanzi e parlavamo.
Era un’automobile meravigliosa; era capace di tenere la strada come una nave tiene l’acqua. Nelle curve ampie cantava ch’era un piacere.
“Ah, amico, che macchina di sogno” sospirava Dean. “pensa se tu ed io avessimo una macchina così che cosa non potremmo fare. Lo sai che c’è una strada che va dritto fino al Messico e oltre, fino al Panama?... E forse addirittura fino in fondo all’America del Sud dove gli indiani sono alti più di due metri e mangiano cocaina sulle falde delle montagne? Sì! Tu e io, Sal, esploreremo il mondo intero con un’automobile così perché, amico, in fonda la strada è fatta apposta per farci girare il mondo. Non c’è altro luogo cui si possa arrivare, no? Oh, e come scorrazzeremo per la vecchia Chicago con quest’arnese! pensaci un po’, Sal, non ci sono mai stato a Chicago in tutta la mia vita, non mi ci sono mai fermato”.
“Ci entreremo come gangster con questa Cadillac!”.
“Sì! E le ragazze! Possiamo prender su delle ragazze, Sal, appunto per questo ho decisodi andare a velocità extra in modo da poterci tenere un’intera serata per andare in giro con quest’affare. Adesso tu riposati pure e io lancerò questo bolide fino alla fine del viaggio”.
“Be’, a che velocità stai andando adesso?”.
“A centottanta buoni, immagino… non te ne accorgi nemmeno. Ci resta da fare ancora lo Iowa durante tutto il giorno e poi passerà nell’Illinois in un baleno”.
I ragazzi si addormentarono e noi continuammo a parlare tutta la notte.

Violenza / Non violenza (di Rossana Rossanda)

Circola da almeno un decennio una tesi: che il movimento operaio, il socialismo, il comunismo siano marchiati, nella propria storia, dallo stigma della violenza, e che sia questo il peccato originale, la colpa incancellabile che rende necessario il totale abbandono delle vecchie teorie e delle vecchie pratiche, in nome di un nuovo socialismo (o comunismo) dai contorni tuttora piuttosto indistinti. E’ una tesi che in Italia ha avuto grande successo perfino tra coloro che, dopo l’89, hanno continuato a chiamarsi comunisti, soprattutto sulla spinta del fascinoso Bertinotti, cui non è sembrato insensibile Pietro Ingrao. All’argomento Fausto Bertinotti ha dedicato articoli, relazioni e libri, tra cui uno (La pace infinita) scritto in combutta con Alfonso Gianni e un altro (Non violenza. Le ragioni del pacifismo) in dialogo con Lidia Menapace e Marco Revelli. Una delle critiche più nette, chiare ed efficaci di codesto tipo di non-violenza, che si presentava come neocomunista e che peraltro continua a imperversare, l’ho trovato in un lungo articolo che nel marzo 2004 Rossana Rossanda pubblicò su “la rivista del manifesto” diretta da Lucio Magri. Ne propongo qui la prima parte. (S.L.L.)
L'idea socialista nasce come ribellione a una disuguaglianza di fondo, a un'ingiustizia che va rifiutata, si percepisce come lotta, incontra una repressione durissima. Gli eserciti ci sono ma da una sola parte, si gettano a cavallo contro i primi scioperanti. Matura l'idea di una rivoluzione come cambiamento delle ascisse e delle ordinate del sistema di proprietà di produzione di stato. Per questo nell'ultimo suo libro, scritto con Alfonso Gianni, Fausto Bertinotti accusa il movimento operaio e comunista di aver fatto propria la teoria e la pratica dello scontro distruttivo del nemico. Esse si sono verificate nella storia del secolo e sono confessate dal linguaggio: lotta di classe, combattere. Come cantava l'Internazionale? «È lo scontro finale ...», e più tardi «Ecco che arriva uno strano soldato - è la guardia rossa». È vero che è un soldato strano perché non porta armi, ma è sempre una figura di guerra. E questo viene oggi rimproverato da varie parti, anche da Pietro Ingrao.
Gandhi c'entra poco perché la sua non è una rivoluzione sociale - è stata una resistenza disarmata al colonialismo inglese e ne ha accelerato la crisi, non altro, perché l'India venera il mahatma ma non ne applica alcun precetto. Né il destinatario della polemica sono i movimenti di protesta affinché non cadano in gesticolazioni estreme. Il bersaglio è la tradizione comunista e la sua lunga presenza sulla scena europea. La critica va alle origini, fin alla marxiana «violenza come levatrice della storia». Tutta la Terza Internazionale viene presa a partito (con qualche penosa distinzione, Rosa Luxemburg sì, Lenin no, il 1917 è stato una sciagura, non del tutto, per due terzi, per tre quarti) e infine i partiti comunisti.
Ma ha veramente senso accusare il movimento operaio di ispirazione marxista di una vocazione violenta e fin militarista? Non voglio infilarmi nella filologia dell'uso di termini come guerra, violenza, lotta nel lessico politico. Dopo il 1848 lo scontro assume radicalità nel senso proprio che, per Marx, l'opposizione fra lavoro e capitale non può comporsi dialogicamente. Ma come scordare che gli eserciti e la guerra sono denunciati fin dai primi socialisti come strumento delle classi dominanti, che il movimento operaio nasce internazionalista e ne porta il peso con l'accusa di essere infido sotto il profilo patriottico, tanto che sulle guerre del proprio paese di regola si spacca? E poi la guerra punta al dominio d'un altro territorio, il conflitto sociale punta al mutamento dei rapporti di produzione nel proprio paese. Non mira a conquiste nazionali, non vuole sudditi. Per esso l'umanità è divisa orizzontalmente dalle differenze di proprietà, poteri, classe, mentre gli stati sono espressioni verticali di una territorialità. E Marx, se appena si eviti di aggrapparsi a una citazione, sottolinea l'insufficienza della presa del potere, quand'anche si verifichi dentro una guerra civile (Comune di Parigi). Se c'è stata un'innovazione nel paradigma classico del politico è quella del marxismo.
Si obietta che la rivoluzione del 1917, anche se non militare, ha dato luogo a uno stato, dotato di un esercito che ha colorato di sé il movimento comunista internazionale. È vero entro un certo limite: la difesa dello ‘stato operaio’, ‘fortezza assediata’ non è stato il nocciolo fondativo dei partiti comunisti, anche se ha contato nella guerra fredda. E che ci fosse un problema era chiaro alla Terza Internazionale, che si è dibattuta sull'interrogativo se potesse darsi il socialismo in un paese solo, isola in un mondo diverso e avverso, e quindi necessitato a difendersi. Il giovane paese dei soviet doveva farsi stato e armarsi. Su questo il gruppo leninista si divise, l'assedio esterno e i limiti interni dei dirigenti rimasti in lizza indussero presto a privilegiare la tenuta politica rispetto alla trasformazione sociale. Scelta contraddittoria rispetto alle priorità dello stato: quando queste prevalgono la rivoluzione sociale cessa.
Bisognava dunque non fare il 1917? Questo fu il dilemma allora e sarebbe utile che i non violenti vi rispondessero oggi. «Trasformare la guerra in guerra civile» era una parola d'ordine bellicista, anche se fece cadere l'autocrazia in nome della pace e del pane, la vera guerra civile essendo dichiarata due anni dopo dai generali fedeli allo zar? L'Unione Sovietica fu uno stato espansionista? Ha ragione Nolte nel sostenere che il nazismo è stato una reazione alla sua minaccia? Facciamola una buona volta questa storia, o taciuta o maledetta. Invece di farla, l'attuale riproposta della nonviolenza arriva più o meno esplicitamente qui: quali che siano le intenzioni, pacifiche ed egualitarie, qualsiasi rivoluzione incontra questo dilemma e lo scioglie al peggio. E non solo per quel di lesivo dell'altro che ha il togliere ad alcuni proprietà e potere, sia pure per ripartirli fra chi ne era privo, ma per le dinamiche che ricostituiscono un nuovo ordine di comando. In ogni rottura agisce una eterogenesi dei fini.
È un paradigma assoluto quanto indimostrabile. Non è scritto che in ogni paese e circostanza debba andare come nell'Unione Sovietica di quasi un secolo fa. Sicuramente una liquidazione della proprietà e di una forma di stato non avviene col loro consenso, sicuramente nei momenti acuti dello scontro ci sono stati morti e feriti, anche se i morti li ha fatti più il potere investito che coloro che lo attaccavano. Sicuramente la costruzione di una nuova struttura di governo subisce la tentazione dell'avanguardia, prima ancora di quella della sclerosi burocratica, e di più nei paesi sottosviluppati. Ma si vuol sostenere che sarebbe stato meno mortale mantenere l'autocrazia in Russia? Che sarebbe stato più opportuno lasciare che l'unità d'Italia si facesse per osmosi? Che senza le rivoluzioni del Novecento saremmo in una società migliore? Quando si enuncia una tesi, sarebbe opportuno chiarire fin dove si intende portarla.
Quel che più mi sembra offendere il principio di realtà è che la violenza stia nella ribellione. Come Tronti, penso che la violenza è inscritta nel sistema dominante. E non solo né particolarmente nelle armi o nelle botte. Quel che ho appreso da oltre mezzo secolo è che se sono violenti tutti i rapporti di soggezione, la violenza nel modo di produzione capitalistica è la più perfetta perché inerente al meccanismo, astratta, che riproduce ineguaglianza, esclusione, arretratezza - limitate e eternizzate da una democrazia politica fondata sulla proprietà. Sono violenti i poteri mondiali non solo quando fanno la guerra ma nell'ordinamento che impongono quasi che fosse legge di natura. È violento lo schema originario del rapporto fra uomini e donne e tanto più in quanto si è introiettato. O sarebbe violenza solo quella di chi sfonda la zona rossa con un corteo? Quando le operaie della Borletti, negli anni Cinquanta, furibonde perché gli tagliavano i tempi, si risolvevano a protestare, cominciavano con lo spaccare a zoccolate qualche vetro della direzione: erano loro le violente? Non è violenza mandare in tribunale i tranvieri che hanno di recente scioperato e non le aziende semipubbliche di trasporto che violano da oltre due anni il contratto con i dipendenti? Non lo sono, perché incorporei, i meccanismi del sistema e lo sono invece i corpi dei lavoratori per strada, le poche volte che vi scendono?
Nessuno lo sosterrà, credo. Obietterà: ma se questa violenza non si può eliminare con uno scontro, è inevitabile che lo scontro macchierà ambedue le parti. Da parte nostra, «il manifesto», lo dicemmo in tempi non sospetti, ma non ne derivammo la rassegnazione all'esistente e ai tempi lunghi, non calcolabili di una riconciliazione fra capitalisti e non, oppressori e oppressi. Pensiamo, penso, che dei pericoli degenerativi di ogni rivoluzione si debba, ma ormai anche si possa, fare conto. Si direbbe che la storia del comunismo dagli anni Venti in poi non sia stata anche una seria riflessione sulla sconfitta della rivoluzione in Europa, cioè sulla natura dello scontro, la sua maturità e immaturità. Che Gramsci non sia esistito. Il discorso della ‘presa del potere’ era chiuso in Occidente da ben prima del 1945. E se mai fu pensato come colpo di stato, manovra militare - cosa che discuterei - l'attuale asimmetria delle forze lo renderebbe folle. Chi si propone di prendere d'assalto Palazzo Chigi o la Casa Bianca?
Non è questa la preoccupazione che alimenta il processo retrospettivo al movimento operaio: è il venir meno della pensabilità, e quindi liceità, di una alternativa di fondo al sistema attuale, e l'azzeramento di Marx. Si rifiuta che questo, detto molto approssimativamente ‘del lavoro’, resti il tema irrisolto, più che mai chiave del presente.

Da Nonviolenza: tra principi e politica. Processo alla violenza, «la rivista del manifesto»,  marzo 2004

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