26.8.13

L'austerity che affossa l'Europa (Cecilia Navarra, Fabio De Franceschi)

E’ del mese scorso la presentazione dello rapporto dell’Osservatorio sociale europeo, un importante centro di ricerca con sede a Bruxelles. Il sito Sbilanciamoci.info ha pubblicato una sua illustrazione commentata di Cecilia Navarra e Fabio De Franceschi che volentieri in gran parte riprendo. (S.L.L.)
L'Atomium di Bruxelles
Lo scorso venerdì 5 luglio l’Osservatorio Sociale Europeo (Ose), un centro di ricerca e studi sulle politiche sociali e del lavoro nell'Unione Europea, con sede a Bruxelles, ha presentato il suo nuovo studio sullo stato sociale dell’Unione Europea, redatto dal team di ricerca dell'Ose in collaborazione con l’Etui (l’istituto di ricerca della Confederazione europea dei sindacati) e altri ricercatori di caratura internazionale in ambito economico e delle politiche sociali. L’Osservatorio non ha lesinato critiche alla linea di politica economica attualmente predominante in Europa.
Il primo messaggio del rapporto può essere così riassunto: l’austerità è il problema, non la soluzione. È la Commissione stessa a rilevare, in un recente issue paper, come l’Europa sia, a 5 anni dallo scoppio della crisi, l’unica delle principali macroregioni dove la disoccupazione non sta calando. Il numero di persone che vive in famiglie senza redditi da lavoro aumenta, così come quello delle persone che patiscono forme di deprivazione materiale. Il rapporto cita voci critiche provenienti dalle istituzioni internazionali: l’Ilo denuncia gli effetti recessivi dell’austerità nel rilevare il pessimo risultato europeo in termini di occupazione (giovanile in particolare) a fronte di migliori situazioni di paesi che hanno adottato politiche economiche diverse. Non solo: per concentrarsi sull’austerità, l’Ue ha rinunciato a perseguire una ben più necessaria politica di regolamentazione dei mercati finanziari. Persino il Fmi ha iniziato a mettere in dubbio la strategia della “crescita austera”: tagli di bilancio troppo aggressivi stanno avendo effetti recessivi talmente forti che anche il rapporto debito/Pil ne risulta aumentato. Ancora più inaspettata è l’osservazione per cui questa strategia non serva neanche ad attrarre capitali: gli investitori non scelgono solo in base a debito pubblico e tassi di interesse, ma anche in base a crescita e produzione aggregata, che a loro volta sono penalizzate dalle politiche restrittive.
Le politiche europee, però, non si stanno sostanzialmente adeguando a queste osservazioni: le iniziative volte a favorire la crescita e il rilancio della dimensione sociale rischiano di essere poco più che scatole vuote. L’Ose, per bocca del suo co-direttore David Natali, richiama invece l’attenzione sull’importanza di due riforme istituzionali: quella del Patto di stabilità e crescita e quella della Banca centrale europea. Riguardo la prima, l’Ose si è fatto negli ultimi anni paladino dell’idea che l’Ue si debba concentrare sui “social investments”, ovvero tutti quegli investimenti che andrebbero ad accrescere e rafforzare il capitale umano; questi dovrebbero essere inoltre esclusi dal calcolo del deficit. Questo può rappresentare la base per un rilancio della knowledge economy europea. Il ruolo della Bce è invece centrale per l’economista Paul de Grauwe, secondo cui la vera crisi, oggi, è la depressione approfondita dalle politiche di austerità, non la minaccia finanziaria sui debiti pubblici, che è stata “stoppata” dall’intervento della Bce con il cambio di ruolo voluto da Mario Draghi, che porta la banca ad un ruolo effettivo di “prestatore di ultima istanza”. Questa è stata per De Grauwe una scelta molto positiva, per quanto indebolita dalle rigide condizionalità alle operazioni di acquisto dei bond da parte della Bce: il rischio è che, per accedere al sostegno della banca centrale, i Paesi debbano sprofondare in recessioni dovute a politiche restrittive. Il passo successivo è secondo il team dell’Ose quello di procedere a una riforma del mandato della Bce aggiungendo all’obiettivo del controllo dell’inflazione quello del supporto alla crescita e all’occupazione.
Il secondo campanello d’allarme che emerge fortemente dal rapporto è l’incremento degli squilibri all’interno dell’Eurozona. Il rapporto dedica un interessante capitolo a spiegare come, di fronte ai tagli all’istruzione operati da molti dei paesi membri, i tentativi di armonizzare gli standard a livello europeo siano lontani dall’ottenere i risultati sperati. Particolare attenzione merita l’analisi dell’andamento dei salari: in 18 su 27 Paesi, tra il 2010 e il 2012, i salari si sono ridotti. Questa tendenza è stata incoraggiata dalla Commissione europea, tramite raccomandazioni a favore della riduzione dei salari dei dipendenti pubblici, della riduzione dei salari minimi e dell’indebolimento della contrattazione collettiva. Nel discorso della Commissione questo avrebbe dovuto colmare il gap di competitività tra i paesi debitori e i paesi creditori, ma la realtà è stata molto diversa: la riduzione dei salari, che trascura altre determinanti della competitività, ha invece acuito la crisi di domanda e la spirale recessiva, aumentando i divari intra-europei. (…) Mentre il debito dei paesi del Sud Europa sta continuando a crescere, i paesi del Nord, Germania in primis, hanno invece stabilizzato il rapporto debito/Pil. I paesi nord-europei devono smettere di perseguire il pareggio di bilancio e assumersi il carico di trainare la ripresa, prosegue De Grauwe: la sua proposta è quella non di perseguire il pareggio di bilancio, ma di mantenere costante il livello del debito in rapporto al Pil. Non c’è ragione di pensare che questo renda difficile alla Germania l’accesso al credito, dato che i bassissimi tassi di interesse di cui il governo tedesco attualmente beneficia sono un segnale che gli investitori hanno in realtà fame di debito tedesco.
In conclusione, il rapporto evidenzia una nuova fase della crisi, una crisi sociale e politica, che è il prodotto dell’austerità e della depressione. Il pericolo di una recessione double dip si è materializzato dal momento che l’Unione Europea si è legata le mani, impedendosi di portare avanti politiche anticicliche.
Il dibattito attorno alla presentazione del rapporto si conclude con un’interessante domanda: se è necessario un cambio di paradigma rispetto all’austerità, che si fondi su un rilancio in termini di crescita sostenibile e di investimenti in welfare e conoscenza, qual è la coalizione politica capace di portarlo avanti? È necessario innanzitutto far uscire queste parole d’ordine dalla marginalità in cui il consenso trasversale pro-austerità le ha relegate. Crediamo che i critici dell’austerità e sostenitori di un rilancio “sociale” e “verde” siano stati relegati in uno spazio politico considerato “estremista”. Riteniamo, invece, che sia, non solo più ragionevole, ma anche più “europeista” chi oggi critica l’austerità e propone modelli radicalmente diversi. Ci auspichiamo che la sinistra europea arrivi alle elezioni del 2014 avendo maturato un nuovo paradigma e non solo iniziative di rilancio sotto-finanziate e puramente “cosmetiche”. Un radicale cambiamento rispetto alle politiche di austerità sarà uno dei più importanti parametri su cui misurare la capacità della sinistra di essere vicina alle reali esigenze delle persone.


*La versione integrale dell’articolo su www.sbilanciamoci.info

La poesia del lunedì. Ghita Genovese Vella

Così breve
C’è un senso
nello sguardo che ti affida
fragilità
e nella stretta di mano
che preme leggermente un messaggio.
Per ogni segno
la notte apre desideri d'amore
oltre la cortina del sole
che ogni cosa ricorda il tempo
delle tempie grigie
e dell'umanità persa all'alba.
Leggendarie comunicazioni
battono nuovamente alle porte
dell'anima.
Gridano alla vita 
così breve.

Lo specchio del lago, Campanotto, 2009

25.8.13

Il bacio e la sua crisi. Una teoria francese (Angelo Mastrandrea)

Leggero come l’argomento di cui tratta, ma non privo di ambizioni filosofiche il Contributo alla teoria del bacio dello scrittore-giornalista Alexandre Lacroix (a cura di Chiara Pastorini, Gremese editore). Lo lascia intendere il titolo, chiaro riferimento a un saggio di Soren Kierkegaard, e il rimando al filosofo danese persino nell’incipit «esistenzialistico»: «Una sera di dicembre mia moglie mi si avvicinò e mi rimproverò come già aveva fatto molte volte: tu non mi baci abbastanza, mi disse. Come al solito, anche quella volta mi limitai ad alzare le spalle».
Già edito in Francia, dove Lacroix dirige il mensile Philosophie, questo saggio di scorrevole lettura passa in rassegna il bacio in tutte le epoche e nelle arti per giungere alla conclusione che il postmoderno ne ha decretato la sua crisi, forse irreversibile. Banale, evanescente, inflazionato, travolto dalla pornografia, questo «parente povero della sessualità» appare superato in un’epoca in cui il voyerismo di massa non lascia spazio alcuno all’allusione. A esemplificarlo è il modo in cui il bacio viene rappresentato. Ad esempio al cinema: nel primo James Bond, Sean Connery seduce l’irresistibile Eunice Gayson al tavolo di un casinò, poi entra nella sua stanza e la bacia appassionatamente per venti secondi. Cinquant’anni più tardi l’ultimo agente 007, Daniel Craig, fa subito sesso con la sua Bond girl, senza baciarla.
Non che baciare sia un atto «naturale»: negli anni Settanta dell’800 l’esploratore inglese Samuel White Baker, visitando l’Africa equatoriale, si accorse che alcune tribù non si scambiavano baci bensì, in segno di tenerezza e intimità, si leccavano gli occhi. Dal che si desumerebbe che di esso l’uomo potrebbe benissimo fare a meno. Ma, se non tutte le culture hanno conosciuto l’arte di baciare, è altrettanto vero che di esso si hanno tracce fin dall’antichità: «Baciami con i baci della tua bocca», dice la donna all’amante nel Vecchio Testamento. Dalla prima codifica romana – il basium tra padre e figlio, senza lingua, l’osculum che si scambiava tra persone dello stesso ordine sociale e il suavium degli amanti – passando per il Rinascimento dove il bacio diviene finalmente «la pietra angolare di ciò che chiamiamo amore», si arriva a Voltaire che lo dichiara inadatto all’epoca della ragione trionfante e allo scontro tra il «bacio romantico» di Rousseau e quello «libertino» del marchese de Sade. Fino al French kiss degli amanti davanti all’Hotel de Ville di Robert Doisneau: il bacio come segno di sovvertimento dell’ordine borghese - che separa il privato dal pubblico - e come riappropriazione dello spazio pubblico.
Il caso più recente – erede di questa cultura - è quello dei due giovani contestatori canadesi finiti sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo per un appassionato viluppo di lingue sullo sfondo di una carica della polizia durante una manifestazione del movimento Occupy. Un’immagine trasformata in icona e in brand pubblicitario.
Non c’è esempio migliore per descrivere la stagione che ci troviamo a vivere: un’epoca che non riesce più a produrre l’equivalente evocativo del Bacio di Klimt – solo sfiorato, sulla guancia – o degli amanti di Via col vento. E quando ci prova viene immediatamente fagocitata – e trasfigurata - dal dio mercato.


“il manifesto”, 20 luglio 2013

Cattive ragazze (di Arianna Di Genova)

Alfonsina Morini Strada
Figlia di un macellaio per convenzione ma in realtà erede clandestina di un tenebroso poeta, Olympe de Gouges, secondo i suoi detrattori era «affetta da isteria rivoluzionaria». Lei non si perse d’animo: cavalcò i nuovi fermenti francesi di fine Settecento, scrisse La dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, ma non le andò bene. Venne incarcerata e ghigliottinata, per «essersi creduta uomo di stato».
Non tanto meglio andò a Antonia Masanello, indomita già a 15 anni e poi combattente insieme ai garibaldini, sotto mentite spoglie maschili. Morì in assoluta povertà, consumata dalla tisi.
Marie Curie, invece, riuscì a sfruttare la sua mente brillante e sempre vigile ed ebbe il privilegio di essere ritratta sulle monete. Chiusa in laboratorio con il marito scoprì il radio. Conquistò un nobel per la scienza, cosa non proprio scontata per una donna di quell’epoca (era il 1903).
Alfonsina Morini Strada non aveva un soldo in tasca ma aveva una passione: pedalava senza sosta. Al suo sesso, però, non era permesso di esibirsi nel Giro d’Italia. Tenace e audace non rinunciò mai e seminò molti concorrenti «ufficiali»: a 47 anni fece il record femminile a Parigi, ma poi dovette risolversi ad aprire una officina di riparazione delle ruote e, per consolarsi, divenne una delle prime motocicliste.
Sono queste, solo alcune delle quindici biografie di donne famose (e meno conosciute) che ci vengono presentate attraverso Cattive ragazze, una graphic novel edita da Sinnos (di Assia Petricelli e Sergio Riccardi)…
Si potrà così fare la conoscenza anche con Nellie Bly, che denunciò la misoginia dei giornali americani e fu capace di scardinare lo stereotipo numero uno dell’informazione: nessuna donna nelle redazioni. Pagò un prezzo altissimo per l’accesso al mestiere: per realizzare un’inchiesta sui manicomi si fece internare e visse sulla sua pelle i soprusi (immaginate adesso un «inviato» maschio beccarsi un elettroshock per dimostrare che in alcuni luoghi ancora sia in auge la pratica?).
L’apartheid può essere di genere e, naturalmente, prendere la strada del colore della pelle. Angela Davis lottò contro la segregazione, anche tenendo corsi sulla letteratura nera all’università: incarico revocato perché «comunista». Quando poi durante il processo contro i Soledad Brothers (che lei aveva difeso) Jonathan Jackson fece irruzione in tribunale uccidendo e rimanendo ucciso, Davis venne accusata di complicità nell’omicidio. La sua carcerazione fu però il momento peggiore per la macchina dell’oppressione: divenne il simbolo della libertà e della lotta contro le ingiustizie per tutte le ragazze.

"il manifesto", 20 luglio 2013

Siria. Il precedente umanitario (Tommaso Di Francesco sul "manifesto")

Riprendo la parte più significativa da un editoriale sul "manifesto" di oggi, cercando di contribuire nel mio piccolissimo alla diffusione di un allarme. (S.L.L)
Aeroporto di Birgi (Trapani). Tornado Nato
di ritorno dai bombardamenti in Libia nel 2012
Obama prende tempo, dice chiaramente che l'uso della forza da parte degli Stati uniti può essere autorizzato solo dall'Onu, che già gli americani pagano il costo della guerra in Afghanistan e che è sopravvalutata la possibilità statunitense di risolvere, con le armi, quella crisi. In più i militari americani, soprattutto dopo l'esperienza tragica dell'intervento in Libia e l'evento dell'11 settembre 2012 di Bengasi, quando venne ucciso l'ambasciatore Usa Chris Stevens, sono contrari a un intervento in Siria.
Ma a scanso di equivoci, mentre il presidente statunitense prende tempo, meglio mobilitare l'esercito e inviare nuove navi da guerra nel Mediterraneo, di fronte alla Siria. E intanto si studia l'«opzione Kosovo», perché per la Casa bianca quella guerra appare davvero molto simile alla crisi siriana. Una guerra, si sa, tira l'altra e anche questa potrebbe diventare «umanitaria», vale a dire potrebbe essere scatenata una campagna di 78 giorni di bombardamenti aerei - tanto durò l'avventura della Nato - scattati senza alcuna autorizzazione delle Nazioni unite, contro ogni diritto internazionale e giustificati per salvare la popolazione civile. Dopo una strage inventata di sana pianta secondo l'Onu, quella di Racak, in seguito alla quale il 24 marzo del 1999 si scatenò l'inferno su tutta la piccola ex Jugoslavia. Quando, per salvare i civili albanesi del Kosovo ci furono 3.500 vittime civili, serbi e albanesi, e una litania di effetti collaterali criminali contro le popolazioni civili che si volevano salvare.
Ma è davvero il precedente più simile al Kosovo quello della Siria dopo la strage efferata di centinaia di civili, tanti bambini, uccisi da gas tossico?
(…) In effetti tanti elementi sembrano richiamarlo. La strage che non può lasciare insensibile nessuno dentro l'orrore dei volti di bambini smarriti per sempre, dei milioni di profughi con una intera generazione di giovani in fuga, delle tante, troppe vittime dopo due anni di guerra.
Anche se il massacro, il casus belli, anche qui è a dir poco contraddittorio. I ribelli accusano Damasco, il regime di Assad respinge ogni responsabilità e accusa i ribelli. Il governo siriano possiede armi letali chimiche, ma è provato che le possiedono anche i ribelli, come ha denunciato l'ex procuratore dell'Aja Carla Del Ponte (riecco i paragoni con i Balcani). Insomma (…) le centinaia di vittime del bombardamento di Goutha presso Damasco potrebbero essere responsabilità non del regime ma dei ribelli. Un po' come accadde - lo ha ricordato Franco Venturini sul “Corriere della Sera” - per la strage del pane a Sarajevo, non solo di assai dubbia provenienza, ma secondo un documento dell'Onu provocata con colpi di mortaio arrivati proprio da zona controllata dai musulmano bosniaci. Fu sufficiente anche lì per giustificare i primi bombardamenti della Nato sulla Bosnia. Un «colpo» fatto apposta per provocare l'intervento esterno.
È da escludere la stessa logica suicida, di fronte a milizie jihadiste assai più crudeli contro la popolazione civile che pretendono di difendere e che invece mettono in fuga nel terrore, come accade a decine di migliaia di kurdi siriani? Oppure è più verosimile un bombardamento «normale» e non meno criminale dell'esercito siriano che per caso ha colpito depositi chimici in mano ai ribelli, come potrebbe far credere la versione di ieri di Damasco che dichiara di avere scoperto arsenali di armi tossici in aree sotto tiro? Che i militari siriani si siano macchiati di sangue è fuori discussione, come è fuori discussione il dato che Assad ha ormai fatto il suo tempo. Ma cosa pensare di una strage chimica che accade a sole 24 ore dall'arrivo a Damasco di una tanto attesa missione di osservatori Onu arrivati proprio ad indagare sulle armi chimiche?
Il precedente Kosovo vuol dire soprattutto bombardare un Paese senza alcun mandato delle Nazioni unite, ma solo per decisione dell'Alleanza atlantica alla sua prima storica guerra. La stessa Nato che sulla Siria protende le sue mire e la sua organizzazione da due anni. Basta pensare che si svolgerà al confine giordano, e in accordo con Israele, il vertice tra forze armate atlantiche (tra cui l'Italia che almeno a parole con Emma Bonino dichiara che «la soluzione può essere solo politica»), turche, statunitensi, francesi, tedesche (ma Angela Merkel, come per la Libia, dice no all'intervento armato), tutti insieme ai generali qatarioti e dell'Arabia saudita. Quest'ultimo è il paese che sta prendendo con una fava due piccioni: sostiene e finanzia il colpo di stato dei militari in Egitto, sostiene e finanzia i ribelli (anche i jihadisti) anti-Assad in Siria.
C'è però un elemento che fa eguale il Kosovo e tutti i precedenti balcanici alla Siria. È quello delle nostre responsabilità occidentali. Che non sono come si ripete a orecchio, e come purtroppo ha sostenuto il presidente del Consiglio Letta a Vienna, quelle di essere rimasti troppo alla finestra, indifferenti di fronti alle stragi nell'ex Jugoslavia. Come per i Balcani, in Siria è vero il contrario: l'Europa e gli Stati uniti (chissà perché sempre in compagnia della petromonarchia saudita) nella coalizione degli «Amici della Siria» da due anni, dall'inizio della rivolta contro Assad nel marzo 2011, hanno finanziato, armato, addestrato i ribelli. Alimentando e sostenendo la guerra che produce stragi, profughi, vittime. Magari per accorgersi solo all'ultimo momento che sostenevano salafiti e qaedisti che puntano al califfato siriano. Com'era del resto accaduto nell'intervento «umanitario» in Libia contro Gheddafi.
Proprio la similitudine con gli interventi armati in Kosovo e nei Balcani dovrebbe rendere evidente il fatto che una guerra dall'esterno - con bombardamenti aerei a distanza, oppure con raid navali, o con droni e tante azioni «coperte» - giustificata per salvare le vite dei civili e magari alla fine con una finta pace come quella kosovara, produrrebbe molte più vittime di quelle fin qui calcolate e non risolverebbe il nodo centrale dello spazio siriano conteso dal jihadismo salafita, in espansione dopo il golpe militare al Cairo. Quello che l'Occidente vede come «popolare» chiudendo gli occhi sul numero delle vittime, mentre vengono massacrati i Fratelli musulmani, esponenti di quell'islamismo politico che è stato, fin qui, l'argine contro l'integralismo islamista armato.

“il manifesto”, 25 agosto 2013

24.8.13

Brasciola alla barese

In Sicilia l’omologo involto è il farsumagru (falso magro), che ha imbottitura più ricca (le uova sode); ma non mi sembra male questa brasciola pugliese recuperata da un vecchissimo “Panorama”. (S.L.L.)
Ingredienti per sei persone
6 fette sottili di carne di lombo (di manzo o anche di cavallo, com’era in uso un tempo e sta tornando di moda). 
120 grammi di lardo tagliato a pezzettini. 
120 grammi di formaggio romano pecorino. 
Una manciata di foglioline di prezzemolo. 
1 cipolla piccola. 
Salsa di pomodoro. 
Olio d'oliva di frantoio. 
Sale e pepe nero macinato al momento.

Stendo su una spianatoia le fette di carne ben battute e vi distribuisco sopra i pezzetti di lardo e di formaggio e tre foglie di prezzemolo; condisco con sale e pepe. Arrotolo su se stesse le fette di carne in modo di rinchiudervi il ripieno e lego l'involtino ben stretto con un filo incolore. Pongo sul fuoco un tegame con olio e pezzettini di lardo; quando ha preso colore aggiungo la cipolla tagliata a fette sottili. Appena comincia a indorarsi, aggiungo le braciole e le lascio soffriggere ben bene da ogni parte; aggiungo salsa di pomodoro, qualche fogliolina di prezzemolo, condisco con sale e con pepe e lascio cuocere a fuoco lento. Aggiungo di tanto in tanto qualche goccia di acqua tiepida e mescolo con un cucchiaio di legno. A cottura servo ben caldo dopo aver tolto il filo.


"Il Povero e il Proletario". Roland Barthes e Charlot

Su Mythologies (in italiano Miti d’oggi), il capolavoro di Roland Barthes, ho già “postato” in questo blog qualche appunto (http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2010/10/mythologies-di-roland-barthes-un.html ). Qui riprendo uno degli articoli che compongono quella raccolta come esemplificativo di un approccio alla realtà, di un metodo critico rigoroso nella sua leggerezza, autenticamente marxista. Peraltro l’interpretazione di Charlot, quasi sessant’anni dopo, mi pare conservi tutta la sua freschezza e validità. (S.L.L.)

L'ultima trovata di Charlot è stata quella di aver fatto passare metà del suo premio sovietico nelle casse dell'Abbé Pierre. Ciò viene in fondo a stabilire un'uguaglianza di natura tra il proletario e il povero. Charlot ha sempre visto il proletario sotto le sembianze del povero: da cui la forza umana delle sue rappresentazioni, ma anche la loro ambiguità politica. Tutto ciò è assai evidente in quel mirabile film che è Tempi moderni. Charlot vi sfiora continuamente il tema proletario ma non l'assume mai politicamente; ci fa vedere un proletario ancora cieco e mistificato, definito dalla natura immediata dei suoi bisogni e dalla sua alienazione totale nelle mani dei padroni (poliziotti e principali).
Per Charlot il proletario è ancora un uomo che ha fame, e in lui la rappresentazione della fame è sempre epica: grandezza smisurata dei panini imbottiti, fiumi di latte, frutti che si gettano via con indifferenza appena morsi; derisoriamente, la macchina per mangiare (di essenza padronale) fornisce solo alimenti spezzettati e visibilmente insipidi.
Invischiato nella sua fame cronica l'uomo-Charlot si situa sempre un gradino al di sotto della presa di coscienza politica: lo sciopero per lui è una catastrofe perché minaccia un uomo letteralmente accecato dalla fame; quest'uomo non raggiunge la condizione operaia se non nel momento in cui il povero e il proletario vengono a coincidere sotto lo sguardo (e i colpi) della polizia. Storicamente Charlot riprende a un dipresso l'operaio della Restaurazione, il manovale in rivolta contro la macchina, disorientato dallo sciopero, dominato dal problema del pane (nel vero senso della parola), ma ancora incapace di accedere alla conoscenza delle cause politiche e all'esigenza di una strategia collettiva.
Ma appunto perché Charlot rappresenta una specie di proletario bruto, ancora al di fuori della Rivoluzione, la sua forza rappresentativa è immensa. Nessuna opera socialista è ancora arrivata a esprimere la condizione umiliata del lavoratore con tanta violenza e generosità. Forse solo Brecht ha intravisto la necessità per l'arte socialista di cogliere sempre l'uomo alla vigilia della Rivoluzione, cioè l'uomo solo, ancora cieco, sul punto di aprirsi alla luce rivoluzionaria per l'eccesso «naturale» dei suoi mali. Rappresentando l'operaio già impegnato in una lotta cosciente, inquadrato sotto la Causa e il Partito, le altre opere ci informano di una realtà politica necessaria ma senza forza estetica.
Ora Charlot, conforme all'idea di Brecht, mostra al pubblico la propria cecità in modo tale che il pubblico vede insieme il cieco e il suo spettacolo; vedere qualcuno non vedere è il modo migliore per vedere intensamente ciò che egli non vede: così al teatro di marionette sono i bambini che suggeriscono a Guignol quello che lui finge di non vedere. Per esempio, Charlot nella sua cella, vezzeggiato dai guardiani, conduce la vita ideale del piccolo borghese americano: le gambe incrociate, si legge il suo giornale sotto il ritratto di Lincoln, ma l'adorabile sufficienza dell'atteggiamento lo scredita completamente, fa sì che non sia più possibile rifugiarvisi senza notare la nuova alienazione che contiene. Anche i minimi adescamenti sono in tal modo vanificati, e il povero si trova continuamente tagliato fuori dalle sue tentazioni.
È per questo in fondo che l’uomo-Charlot trionfa di tutto: proprio perché sfugge a tutto, respinge ogni accomandita, e nell'uomo non investe altro che l'uomo solo. La sua anarchia, discutibile politicamente, in arte rappresenta la forma forse più efficace della rivoluzione.

Miti d'oggi, Einaudi, 1974

“Ma dove troverò mai il tempo?” Aforismi sulla lettura di Karl Kraus

Fragonard, Ragazza che legge (1776)
Non conosco letture più difficili delle letture facili. La fantasia cozza contro la minuta precisazione delle circostanze e si stanca troppo presto, per poter anche solo continuare a lavorare per conto suo. Si vola attraverso le righe in cui viene descritto il muro di un giardino, e lo spirito si ferma su un oceano. Quanti piaceri potrebbe dare un tale libero viaggio, se non fosse che, proprio al momento più inopportuno, il vascello senza timone torna a sfracellarsi sul muro del giardino. Le letture difficili presentano dei pericoli che si possono trascurare. Esse tendono le forze, mentre le altre liberano le forze e le abbandonano a se stesse. Le letture difficili possono essere un pericolo per le forze scarse. Per le letture facili il pericolo è la vera forza. Lo spirito deve essere all'altezza delle prime; le altre non sono all'altezza dello spirito.

Per istruirsi uno scrittore dovrebbe più vivere che leggere.

Per divertirsi uno scrittore dovrebbe più scrivere che leggere. Allora possono nascere quei libri che il pubblico legge per istruirsi e divertirsi.

Lo spirito veramente e continuamente produttivo non sarà facilmente disponibile alla lettura. Il suo rapporto col lettore è come quello della locomotiva col turista. E non si chiede a un albero se gli piace il paesaggio.

Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?

Se si legge uno dei suoi saggi mitologico-politici si impara a odiare la cultura più di quanto non sia strettamente necessario.


Un agitatore prende la parola. L'artista viene preso dalla parola.

Conosco appena le mani. Una poesia Vittorio Bodini (1914 - 1970)

Conosco appena le mani,
le scarpe che metto ai piedi.
Conosco il giorno e la notte
e i terrori del vento.
Ma gli anni? Dove son gli anni,
e tutti i libri che ho letto?
I volti amati si sfrondano
delle loro vicende,
non restano che i nomi.
Tutto nella memoria
cade a pezzi, sprofonda
senza rumore
nelle botole dei morti.
Ah, dove sono le acute presenze
del passato, le sue calde forme,
la cera su cui incidevano
i miei sentimenti?
Dove si nasconde il senso
delle cose che ho vissuto,
e i brividi lucenti
e i cieli dell'avventura?


da Metamor, Scheiwiller, 1967

23.8.13

L'assassinio di Trayvon Martin (Alessandro Portelli)

Nella luce incerta di quella sera in Florida, il vigilante George Zimmerman non ha visto una persona, un ragazzo di nome Trayvon Martin – ha visto qualcosa che il nostro vicepresidente del Senato chiamerebbe “un orango”. E naturalmente ha avuto paura, e poiché poteva farlo ha sparato. Ed è stato assolto. Gli Stati Uniti si sono dati un presidente afroamericano, l’Italia si è data una ministra nata in Congo; ma questi sono segnali di progresso, più che indicare un’uscita dal razzismo del senso comune.
Come hanno efficacemente segnalato i manifestanti di Time Square, a colori invertiti – vittima bianca, sparatore nero – il procedimento e la sentenza sarebbero stati ben altri. Ha detto Barack Obama: siamo uno stato di diritto, la sentenza è questa, cerchiamo di capire adesso che cosa fare.
Ma è proprio qui il punto: che “diritto” è quello che permette un’assoluzione del genere? La legge della Florida riconosce la legittima difesa anche a chi abbia agito solo per la percezione del pericolo, indipendentemente dal fatto che questo pericolo fosse o meno reale. E non c’è dubbio che un ragazzo nero in un quartiere bianco nell’ora sbagliata è automaticamente percepito, almeno in certi contesti, come una minaccia: una materia fuori luogo, un’invasione (ricordiamo Henry Louis Gates Jr., luminare afroamericano di Harvard, arrestato perché di sera un poliziotto lo ha visto che cercava di aprire la porta della propria abitazione?).
Ora, questa idea del rischio percepito, come stato mentale soggettivo che produce conseguenze materiali sociali, la conosciamo bene anche noi: è stata alla base di tutte le politiche securitarie che hanno cercato di fondare le politiche statuali sulla paura dell’altro (del migrante, dello “zingaro”, del “clandestino”, dello straniero). Questa paura non solo percepita, ma attivamente alimentata, ha generato da noi il fenomeno, per fortuna molto marginale ed effimero, delle ronde leghiste e paraleghiste; e anche George Zimmerman, non un poliziotto ma un volontario che si era nominato vigilante da sé, è espressione di questo impulso a “fare da sé”, a prendere in mano la legge e la sicurezza – a mettersi, con consenso della legge, fuori della logica dello stato di diritto.
Su questa paura permanente, fra l’altro, si fonda anche l’altro fattore nella morte di Trayvon Martin: l’ossessione delle armi. Nella maggior parte degli Stati Uniti, l’unico elemento di moderazione sul possesso delle armi è la norma che autorizza a portarle purché siano visibili; la Florida è uno di quegli stati che invece autorizzano il possesso di armi anche nascoste. Bisogna armarsi, dice la National Rifle Association, perché solo così ci si può difendere dagli aggressori armati che stanno dappertutto: una mentalità da assedio che si traduce, dopo l’11 settembre, in quell’ossessione del terrorismo che salda le paure private alle paranoie pubbliche.
Ma nel caso di Trayvon Martin, il fatto che la pistola del suo uccisore non fosse visibile ha fatto sì che l’arma non avesse neppure una funzione deterrente, ma solo una funzione omicida. Disse Barak Obama, subito dopo l’assassinio: se avessi un figlio maschio, Trayvon Martin avrebbe potuto essere mio figlio. Non era una trovata retorica: sta a dire che la sorte di Trayvor Martin può essere la sorte di qualunque ragazzo nero, che ogni ragazzo nero costruisce i suoi percorsi nello spazio urbano città tenendo presente il pericolo che corre. “In queste strade”, dice la madre afroamericana al figlio, in una canzone di Bruce Springsteen, “devi capire le regole; se ti ferma un poliziotto promettimi che ti comporterai educatamente e non cercherai di correre via e terrai sempre le mani bene in vista”.
Le mani di Trayvon Martin erano bene in vista, l’arma del suo assassino nascosta. Amadou Diallo, ammazzato dalla polizia con 41 colpi, aveva in mano un portafogli che i poliziotti hanno deciso di scambiare per un’arma. Trayvon Martin non aveva in mano neanche quello. E’ segno che nemmeno rispettare le regole ti protegge, che il pericolo te lo porti addosso direttamente nella tua nera “American skin”. Che non ti uccidono per quello che fai, ma per quello che sei. E la legge li assolve.


il manifesto 16 luglio 2013

Piemonte. Vini di destra e vini di sinistra (Mario Soldati)

Un vigneto nel Monferrato
Le colline della sinistra, ossia il Monferrato, prendono soprattutto il sole del mattino. E il sole del mattino significa luce. Le colline della destra, ossia le Langhe, prendono soprattutto il sole del pomeriggio. E il sole del pomeriggio significa calore. Tutto si spiega, allora. Il sole del mattino, la luce, produce generalmente vini più vivaci, da bere più giovani: il Grignolino, la Barbera, il Nebbiolo, l'Arnèis, la Freisa: freschezza e leggerezza della luce, vini della sinistra del Tanaro. Il sole del pomeriggio, il calore, produce generalmente vini più calmi, più posati, da bere più vecchi: il Barolo, il Barbaresco, il Dolcetto, il Moscato: corpo e potenza del calore, vini della destra del Tanaro.


Vino al vino, Mondadori 2006

Per corriere diplomatico. Carème, Rossini e le belle arti.

Gioacchino Rossini
Tra le Misticanze  del professor Gian Luigi Beccaria (Garzanti, 2009) trovo la seguente citazione del grande cuoco Carème: «Esistono cinque arti belle: la pittura, la poesia, la musica, la scultura e l'architettura, la cui branca principale è la pasticceria».

A quanto si legge Rossini in Francia conobbe Carème che gli inviò un giorno per corriere diplomatico un pasticcio di fagiano ai tartufi con il messaggio «Da Carème a Rossini». Si vide recapitare per immediata risposta una composizione musicale accompagnata da un biglietto, «Da Rossini a Carème».

Il valore dell'Ariosto? Un par di polli... (di Vittorio Alfieri)


Ludovico Ariosto
Vittorio Alfieri
Mi capitò in quell'anno alle mani, e non mi posso ricordare il come, un Ariosto, l'opere tutte in quattro tometti. 
Non lo comprai certo, perché danari non avea; non lo rubai, perché delle cose rubate ho conservata memoria vivissima; ho un certo barlume che lo acquistassi ad un tomo per volta per via di baratto da un altro compagno, che lo scambiasse meco col pollo che ci era dato per lo più ogni domenica, un mezzo a ciascuno; sicché il mio primo Ariosto mi sarebbe costato la privazione di un par di polli in quattro settimane.

Dalla Vita scritta da esso questo passo (II, 2) relativo al periodo di formazione militare. Alfieri era, per unanime testimonianza, molto goloso e gran mangiatore di polli.

22.8.13

Andrej Belyj, l’Omero dei nevrastenici (Cesare G. De Michelis)

Ricorre quest'anno il cinquantesimo anniversario dalla morte di Andrej Belyj (al secolo, Boris Bugaev), uno dei massimi protagonisti della stagione del simbolismo in Russia all' inizio di questo secolo. A lungo attratto dalle fumisterie esoteriche del "sole" antroposofico, Belyj venne colpito nell'estate del ' 33 da un colpo di sole, in Crimea, e ne morì per i postumi - poco meno che cinquantaquattrenne - nel gennaio 1934.
"Belyj è un cadavere, e non risusciterà in nessuno Spirito, quale che sia": così, con molto astio e una certa dose di storica miopia, ne scriveva Lev Trozkij una decina d' anni prima della morte "fisica", nel 1923. Quante cose sono cambiate da quel 1923, e ancor più dal 1934: oggi la critica sovietica lo tiene per "persona multilateralmente dotata", e benché "idealista convinto", per artista "magistralmente capace nell'arte del ritratto" (dalla prefazione di A. Mjasnikov alla riedizione sovietica del suo capolavoro, Pietroburgo (Mosca - 1978). Nell' operazione complessiva della "risurrezione" di Belyj - cioè, fuor di metafora, della moderna rivisitazione della sua eredità culturale e letteraria - si colloca anche il Simposio internazionale che si svolge oggi all' Istituto Universitario di Bergamo, piccolo ma vivace centro italiano di studi slavistici diretto da Nina Kaucisvili. Quattro anni fa, in occasione del centenario dalla nascita, scrivevo su queste pagine che la fama di Belyj è stata forse eccessiva, nei due primi decenni del secolo; ma certo eccessivamente ridimensionata in seguito. Anche in Italia, dove pure, oltre a Pietroburgo (Einaudi), sono stati pubblicati negli ultimi due decenni altri due suoi romanzi, Il colombo d' argento (Rizzoli), e Kotik Letaev (F.M. Ricci), nonchè il poema "rivoluzionario" Cristo è risorto (Ceschina) e le Lettere che lo scrittore scambiò tra il 1903 e il 1908 con Aleksandr Blok, il suo "ostile amico" (edizioni e/o), l' opera di Belyj - di questo "Omero dei nevrastenici", come ebbe a definirlo il critico Kornelij Zelinskij - è ancora oggi appannaggio quasi esclusivo della ristretta cerchia degli specialisti.
Ma tra i meandri d'un itinerario concettuale che dalla teosofia di Vladimir Solovjòv doveva portarlo, tramite Kant e Nietzsche, all'antroposofia di Rudolf Steiner; tra i moduli lambiccati e artificiosi d'una scrittura che giustamente Angelo Maria Ripellino paragonava allo schioppo di Truffaldino della hoffmanniana Principessa Brambilla ("il cui lampo si ferma in aria per scintillare e poi, dissipandosi in fumo, si tramuta in una visione mirabile"): insomma, tra il molto di datato e il molto di concettoso che appesantiscono la sua eredità letteraria, c' è pure da riscoprire uno scrittore di razza, un degno prosecutore della linea Gogol' -Dostoevskij nella letteratura russa. C'è insomma molta carne al fuoco, per questo convegno.
Qui mi limiterò a lumeggiare una pagina meno nota (ma non priva di significato) dell'itinerario culturale di Belyj: il suo "viaggio in Italia".
Andrej Belyj trentenne, in compagnia di Asja Turgeneva (nipote del celebre scrittore), sua nuova fiamma dopo le drammatiche esperienze sentimentali con Nina Petrovskaja e Ljubov' Mendeleeva-Blok, fu in Italia per circa un mese, nel dicembre del 1910, prima tappa del viaggio che in seguito li avrebbe condotti in Tunisia, in Egitto e in Palestina al Santo Sepolcro. Provenendo da Vienna, si fermarono dapprima a Venezia; poi attraversarono in treno la penisola, sostando qualche giorno a Napoli; quindi si fermarono per circa tre settimane in Sicilia - a Palermo e a Monreale - per imbarcarsi infine, via Trapani, per Tunisi. Non è naturalmente il lato biografico-turistico che può interessare in un viaggio come questo, bensì quello intellettuale. In altri termini, quel che interessa è di capire di quale "Italia" Belyj andasse in cerca. Benché le sue fonti, la sua cultura, fossero essenzialmente tedesche (egli stesso scrive che gli "era baluginata, probabilmente, un'Italia in trascrizione tedesca"), lo scrittore rifiutava con convinzione tanto l' Italia turistica del Baedeker - che cita in tono sarcastico -, quanto quella "rinascimentale" di Burckhardt. Niente musei; Firenze è una stazione d' un viaggio notturno in treno, di Roma - a lui, conterraneo e erede di Gogol - gli restano impressi solo la stazione Termini (ovviamente, quella ottocentesca di allora) e l' acquedotto antico, che fiancheggia la linea per il Sud. Anche Napoli non lo ispira, benchè "già si avverta con chiarezza l' alito d' Africa": si bea invece della Palermo bizantino-arabo-norman a, dove il segreto del mosaico lo spinge alla ricerca del santo Graal. Insomma, secondo la convinzione (poi espressa nel saggio Al valico) che "l' Occidente non c' è in Occidente", Belyj insegue una sua Italia bizantina, da Venezia a Palermo, che lo introduca al mistero mediorientale.
Ma qui sorge una questione filologica di rilievo: il viaggio di Belyj in Italia si svolse, come s'è detto, nel 1910; ma il libro Note di viaggio apparve nel 1922, e venne elaborato a Mosca tra il 1918 e il 1920: dunque, dopo l'esperienza antroposofica di Dornach, e dopo la stessa rottura con Asja. Secondo l'ottica del libro, il viaggio in Italia rappresenta la prima tappa del viaggio alla ricerca del sapere occulto, che doveva portarlo a Dornach. Solo che allora - nel 1910 - questo non lo sapeva. Per sincerarsene, basta riprendere in mano le corrispondenze che Belyj inviò all' epoca al quotidiano Rec di Pietroburgo (ne è conservata copia alla Biblioteca Nazionale di Roma), che sono sì intrise pur esse di suggestioni bizantine, ma senza nessuna inclinazione "steineriana", e soprattutto sono venate d'una lieta freschezza - si trattava pur sempre d' una sorta di viaggio di nozze - che il libro composto dieci anni più tardi avrebbe perduto completamente, per far diventare volutamente il "viaggio in Italia" solo il prologo al Diario d'un bislacco, il diario cioè della sua esperienza antroposofica.

“la Repubblica”,14 settembre 1984

George Bernard Shaw e il gusto dell'eresia (Luciano Lucignani)

Dal paginone de “la Repubblica” per il trentennale di G. B. Shaw riprendo questo accurato profilo del drammaturgo e critico. (S.L.L.)
All’età di vent'anni George Bernard Shaw abbandona Dublino (dove è nato il 26 luglio 1856) per Londra, deciso a intraprendere la carriera letteraria. A Dublino lascia il padre e un impiego presso un'agenzia immobiliare; a Londra troverà la madre, che insegna musica, e le due sorelle, tette trasferitesi in Inghilterra qualche anno prima.
Carriera letteraria, per Shaw allora, significa ricchezza e gloria. Infanzia e adolescenza sono state abbastanza grige. I. suoi appartengono alla buona borghesia irlandese, ma sono vissuti sempre in ristrettezze. Il padre, George Carr, debole di carattere, ma non di rado rissoso per via dell'ubriachezza («in teoria un convinto astemio», dirà di lui il figlio, « ma spesso, in pratica, un bevitore furtivo»), è stato soprattutto un incapace, che ha mandato in rovina la famiglia con le sue speculazioni sbagliate. Quanto alla madre, Lucinda Elizalbeth, l'unico legame tra lei e i figli è stata la musica. Per al resto, non si è mai curata di loro.

Il vizio paterno
Queste circostanze hanno influito in modo determinante sulla vita del futuro Premio Nobel. La scoperta del vizio paterno è all'origine del suo rifiuto per l'alcool e il tabacco, e le cattive condizioni economiche gli hanno instillato un odio per la povertà che non verrà mai meno: «è il più grande dei mali e il peggiore dei delitti », scriverà.
Unici risultati positivi, la vasta cultura musicale (a soli quindici anni Shaw sapeva a memoria, o quasi, brani e opere di Haendel, Beethoven, Mozart, Bellini, Rossini, Donizetti, Mendelssohn, Verdi e Gounod) e le molte letture che lo ripagano delle delusioni scolastiche (Shakespeare, soprattutto; e poi anche Shelley, Dickens, Samuel Butler e John Bunyan, il grande predicatore puritano del XVII secolo).
In una commedia scritta quasi trent'anni dopo, L'altra isola di John Bull (1904), Shaw chiarisce il motivo che l'ha indotto ad abbandonare l'Irlanda. Il conflitto fra l'ingegnere irlandese Doyle e l'uomo d'affari inglese Broadbent è risolto in pratica in favore di quest'ultimo, che rappresenta un mondo reale, con possibilità di agire, contro quello dell'altro che è un mondo immaginario, ricco soltanto della facoltà di sentire. E' lo stesso conflitto che ha travagliato Shaw e che lui ha risolto lasciando Dublino per Londra.
« Io non ho mai lottato; sono sempre salito per semplice levitazione », dice in uno dei suoi scritti autobiografici. Ma è una dichiarazione fatta molti anni dopo, nello spirito del mito che Shaw ha costruito di se stesso, in realtà, i primi anni sono stati difficili, motto difficili. Per scrivere bastano carta, penna e calamaio. E Shaw scrive. Cinque romanzi, nei nove anni che vanno dal 1876 al 1885: Immaturità, Il nodo irrazionale, La professione di Cashel Byron, Amore tra gli artisti e Un socialista asociale. Sono tutti rifiutati più volte dagli editori. In compenso, quando Shaw sarà celebre, verranno stampati anche abusivamente.
Gloria e ricchezza, dunque, si fanno aspettare. In quei nove anni il lavoro letterario frutta a Shaw un guadagno complessivo di 6 sterline, cosi suddiviso: 15 scellini per un articolo sull'onomastica pubblicato da un settimanale, 5 sterline per un testo pubblicitario di una spedalità medicinale e 5 scellini per un verso. Un record degno di figurare nel Guinness dei primati, e tale, in ogni caso, da scoraggiare anche la più radicata delle voca zioni.
Non, comunque, quella di Shaw. Quegli anni difficili non lo sgomentano troppo. Si adatta a mangiare e dormire in casa della madre e occupa il tempo, oltre che a scrivere, a frequentare la biblioteca del British Museum, dove legge Marx e studia gli spartiti di Wagner, e i circola politici progressisti (prima la Zetetical Society, poi, dalla fondazione, nel 1884, la Fabian Society), obbldigandosi per giunta a tenere ogni settimana un discorso in pubblico, per vincere la sua fondamentale timidezza. Nel frattempo stringe amicizia con alcune delle personalità più significative del tempo: il sociologo Sidney Webb, l'economista americano Henry George, il poeta preraffaellita Wil liam Morris e il critico teatrale William Archer, traduttore di Ibsen.
E' appunto Archer che, mentre gli fa conoscere Ibsen, permette a Shaw di cominciare a lavorare nel giornalismo. Prima critico letterario della “Pall Mall Gazette” (1885), poi critico d'arte di “The World” (1886) e infine critico musicale di The Star (1888-90), dove firma i suoi articoli con lo pseudonimo di «Corno di Bassetto», il vecchio strumento caro a Mozart. La sigla che doveva diventare famosa, « G.B.S. », appare per la prima volta in calce agli articoli di critica teatrale er la “Saturday Review” (1895-98).
Shaw critico fa chiasso, scandalizza, interessa. In un'epoca in cui la musica consumata è soprattutto quella dei concerti di beneficenza e delle romanze da salotto, gli articoli suoi spiccano come veri e propri corsi di educazione musicale. Si batte per Wagner, ma non trascura di rivelare al pubblico inglese Mozart, a quel tempo quasi ignorato.
Ma le maggiori punte polemiche si trovano negli scritti di critica teatrale. Agitando la bandiera di Ibsen, Shaw comincia a spiegare agli inglesi, che cos'è il teatro: «Una fucina di pensieri, una guida della coscienza, un commentario della condotta sociale, una corazza contro la disperazione e la stupidità e un tempio per l'Elevazione dell'Uomo». I suoi lettori non lo avevano mai supposto. «Shaw demagogo», ha scritto Chesterton, « aveva finalmente avuto lo sgabello e il megafono; ed era ben deciso a farne il Pulpito dei Destino e la Tromba del Giudizio».

Guerra personale
Parole sante. Shaw inizia in fatti subito la sua guerra personale contro il teatro contemporaneo. Attacca senza misericordia l'artigianato dell'evasione, difende a spada tratta ogni tentativo di fare del nuovo, insegna agli attori come si recita e ai registi come si dirige; e per finire prende di petto la più rispettata, la più intangibile delle istituzioni inglesi: Shakespeare. «Stiamo facendo un feticcio del nostro Cigno», scrive. E per mostrare che Shakespeare non è quel genio infallibile che si crede, comincia a smontare uno dopo l'altro i drammi più celebri e a rivalutare, per dare una lezione agli studiosi e ai critici, quelli considerati minori. E' puro gusto dell'eresia, che tuttavia gli permette di scoprire, una volta per tutte, la bellezza e il significato di opere che in quel periodo non godono eccessiva reputazione, come Misura per misura e Troilo e Cressida.
A questo punto, illustrare come vanno intesi i sermoni altrui non gli basta più, Shaw vuole predicare in proprio. E comincia a scrivere commedie.
Tra la prima, Le case del vedovo, che è del 1892, e l'ultima, Buoyant Billions, del 1948, passano cinquant'anni esatti. E una cinquantina sono le commedie prodotte In questo periodo, tra brevi, lunghe e lunghissime (per rappresentare Torniamo a Matusalemme senza grandi tagli ci sono volute quattro sere). E' difficile, se non impossibile, ridurre una produzione tanto vasta ad un criterio, una ragione o una dottrina che non si identifichino con il temperamento dall'autore.
Perché Shaw ha detto tutto, e il contrario di tutto. Spirito di contraddizione e partito preso del paradosso sono il vero motore della sua ispirazione. Ateo, ha dato con Santa Giovanna il ritratto più sincero e meno convenzionale della pulzella d'Orléans. Socialista e rivoluzionario, ha dichiarato in più d'una occasione che il progresso è un'illusione. Ibseniano arrabbiato, non ha esitato a prendere in giro i patiti dell'ibsenisimo con L'uomo amato dalle donne; e con Candida ha quasi rovesciato il mito di Casa di bambola. Umanitario, nella prefazione a Fra gli scogli si è espresso con paradossale cinismo a favore d'uno sterminio «posto su basi scientifiche ». Puritano e pacifista, scrive con Il discepolo del diavolo una satira del puritanesimo e con Il maggiore Barbara un'apologia dei mercanti di cannoni. E così via.
Nel 1898 Shaw sposa Charlotte Francesi Payne-Townshend, una facoltosa irlandese che l'aveva amorosamente curato durante una malattia. Il successo è già arrivato, e con esso la gloria. Alla ricchezza provvede il matrimonio. Da questo momento la biografia dello scrittore non presenta più elementi d'interesse, se si eccettua l'amicizia « sentimentale » per due attrici, la Terry e la Patrick - Campbell (dal carteggio con quest'ultima Jerome Killfy ha tratto una commedia, Caro bugiardo, data anche da noi); e nel 1926 il conferimento del Premio Nobel per la letteratura.
Nell'autunno del 1950, una caduta nel giardino della sua casa di campagna, ad Ayot St. Lawrence, gli procura la rottura d'un femore. Muore serenamente il 2 novembre, alla venerabile età di novantaquattro anni e quattro mesi.
Dopo di che, è il silenzio. Shaw è ormai un classico, e come tale messo in naftalina. Cecchi scrive che Shaw ha vissuto troppo, e ha stancato la fama. Sarà davvero così?
C'è una famosa vignetta, dello scrittore e caricaturista Max Beerbohm, in cui si vede Shaw che consegna il suo vestito all’impiegato del Monte di Pietà. L'impiegato osserva l'indumento e dice: «Ma questi sono i calzoni di Nietzsche, il panciotto di Schopenhauer, la giacca di Ibsen. E in cambio di questa roba lei vorrebbe l’immortalità? ». E Shaw tutto serio: «Guardi però come sono messe le toppe!».
Beerbohm ha trascurato il soprabito (di Wagner) e l’ommbrello (di Marx), che certo avrebbero fatto il ritratto più completo.
Non so se la risposta di Shaw, però, sia giusta. So che quelle toppe si vedono benissimo. Perché, per fortuna sua sono motto più nuove dei vecchi calzoni, del vecchio panciotto e della vecchia giacca.
Per non dire del soprabito e dell'ombrello, naturalmente.


“la Repubblica”, 18 gennaio 1980

Lettera dall'osteria. Una poesia di Camillo Sbarbaro (estate 1913)

Camillo Sbarbaro nel 1910
Lettera dall’osteria
In istato di grazia, amico Volta,
di notte da una bettola ti scrivo.

Stato di grazia: ché non so più grande
bene, di contemplare
tra la nebbia del vino i paesaggi
di cui rozz’arte ornò all’intorno i muri,
e l’ostessa baffuta o la ridente
ragazzotta che reca la terrina.

Attaccare discorso con chi capita
vicino; a chi sorride
sorridere; voler a tutti bene;
scantonato dal tempo e dallo Spazio,
guardare il mondo come un padreterno.

E uscire dalla bettola leggero
come la mongolfiera che s’invola;
sentir come tappeti di velluto
i lastricati sotto il piede incerto;
e voglia di cantare a squarciagola.

Per il mondo cambiato mi piloto,
nave che sbanda, al consueto porto.
Fuggir di gatti innanzi al passo sordo.
Rettangolo di luce prepotente,
nel vicolo che fruscia di fantasmi.

Acre odore, allo svolto, di cloruro.

In questo mi rifaccio, amico Volta.
Poi che dato non m’è d’amare alcuno,
m’aggrappo come naufrago alle cose.

Quante volte guardai come uno scampo
i bastimenti ch’escono dal porto!
New York, Calcutta, Londra: nomi immensi.
Perdermi là sognavo, essere un altro,
dimenticarmi sino del mio nome.

Anche questa illusione ora è caduta;
la mia vigliaccheria mi pesa al piede
come palla di piombo al galeotto.

E dunque così tragga la mia vita,
oggetto di pietà per voi, di riso
agli altri;
e mi basta riscuotere il consenso
dei magnanimi amici, gli ubriachi…

Finché giorno verrà, spero, ch’io esca
di qui con passo fermo e m’incammini
a qualche piazza vuota, a qualche buia
acqua di fiume…

Amico, so che Venere ti tiene
ora in balìa.
Felice te! ti corre
il sangue nelle vene più gagliardo,
ti si chiude la gola a volte a sosta
come per morte il battere del cuore.

Ma se tempo verrà – né venga mai –
che del fuoco la cenere sol resti,
e tu allora a cercar vieni l’amico.

Lo troverai nella taverna che ha
ai vetri stinte tendinette rosse
e scritto per insegna : AL GOTO GROSSO.

Io non ti chiederò di te di lei.
Spingerò verso te colmo il bicchiere
perché in silenzio con l’amico beva
l’oblio.


estate 1913

Palazzeschi. La scrittura e il suo doppio (Folco Portinari)

Aldo Palazzeschi in divisa militare
Quando ci si trova davanti a una mole di circa tremila pagine sotto la voce Tutti i romanzi di Aldo Palazzeschi, raccolti in due tomi nei «Meridiani» Mondadori, non si sa per quale scelta di lettura optare. Mi leggo tutto il malloppo? O mi rileggo quelli che con maggior godimento, d’antan, riemergono dalla memoria? O gli altri, piuttosto, per una eventuale correzione di giudizio? Così, buridanescamente, il primo tomo resta chiuso.
A meno di incominciare, secondo logica procedurale, dal lungo e sottile saggio introduttivo di Luigi Baldacci e dall’altrettanto lunga e giustamente acribica introduzione (con scrupolosissimo apparato critico) di Gino Tellini - destinati entrambi da oggi a diventare un punto di riferimento.
A meno di adattarmi, data la natura di questo spazio, a un compromesso. Ciascuno di noi ha delle cose, storicamente intese, una visione condizionata da fisiologiche distorsioni (miopia o presbiopia per esempio) o da disposizioni passionali, emotive, soggettive che inducono a simpatie e antipatie.
Non è un metodo critico apprezzabile, ma dobbiamo farci i conti. Poi c’è la scienza computistica delegata ai bilanci. Inforco gli occhiali correttivi e dico in piena convinzione che le poesie di Palazzeschi, tra i Cavalli bianchi e l’Incendiario sono ancora sottovalutate rispetto alla glorificazione delle triadi incoronate, così come quelle di Rebora.
Sempre utilizzando gli stessi occhiali dico che il meglio della narrativa palazzeschiana è tutto raccolto in questo primo volume (tranne l’Interrogatorio dirottato nel secondo), forse in coincidenza temporale con le poesie, sovrapponendosi e interrogandosi reciprocamente. Con le Sorelle Materassi in bilico tra sì e no, che nel mio caso è dovuto alla sorpresa che mi procurò la lettura di sessant’anni fa. Che non è una ragione sufficiente, lo so. Perché m’era piaciuto, eccome, e non voglio cancellare quella felice giovanile impressione, che significherebbe cancellare un brandello di giovinezza («come quando uno/ si mette a cantare/ senza sapere le parole./ Una cosa molto volgare./ Ebbene, così mi piace di fare»).
Mi rendo ben conto che queste così esposte e significate, non sono valutazioni critiche. Però non posso incominciare se non indicando quello che per me è un punto fermo, essere cioè il «valore» del Palazzeschi narratore concentrato nei :riflessi del 1908, nel Codice di Perelà del 1911 e nella Piramide del 1926. Cercherò di motivare le mie predilezioni per quel primo Palazzeschi. C’è una questione di gusto soggettivo, d’accordo, ma c’è soprattutto la sensazione, nel lettore, di trovarsi al centro di una rivoluzione che va ben al di là della letteratura ma che dalla letteratura riceve un ottimo codice segnaletico o un attrezzato osservatorio meteorologico. Un vero uragano che si abbatte sull’Europa e Palazzeschi ci passa in mezzo.
Da poeta, naturalmente, e qualcosa gli resta appiccicato addosso. Pascoli, d’Annunzio, Corazzini, Moretti, Papini, Soffici, Marinetti, per restare negli immediati dintorni, gli offrono schegge, pezze che si trasformeranno in un suo originalissimo abito, un patchwork su misura, non per studio o per impegno culturale, ma per una fortunata facoltà di assorbimento e di rielaborazione. Un caso dimostrativo è quello ripreso da Balducci, del suo rapporto con Nietzsche, così come appare dalle opere giovanili (e maggiori), tema in cui la miglior critica si è esercitata e la cui conclusione è lasciata in sospeso interrogativo, o ridotto alla «rivalutazione della corporalità». Troppo vaghi gli indizi, per azzardare che il «leggero» di Perelà, uomo di fumo, lo si può intendere come «anello di transito verso Nietzsche». Nietzsche fa parte di quelle pezze che confezionano l’abito, è un suo Nietzsche «particolare», indisciplinato, insofferente, in un riversamento «comico» (di una comicità (...) tutta interiorizzata senza residui sublimi e fuori moda»).

Né si può dimenticare ch’egli vive tra “Lacerba” e la “Voce” e tra Firenze e Parigi. Si aggiunga infine che ormai da quasi un secolo sta maturando (e all’inizio del XX secolo esplode) un sentimento, il più diffuso allora in Europa, di dichiarata defunzione dell’arte, di discussione e messa in crisi di ogni certezza, nel passaggio, come diceva Anceschi, dalla crisi di una civiltà a una civiltà di crisi. Gli anni del maggior Palazzeschi preludono a un secolo che sta per saltare in aria, con le guerre planetarie, le rivoluzioni e le reazioni reazionarie che tutti conosciamo.
Tutto ciò per dire quanto sia difficile una qualsivoglia aggregazione, ogni attribuzione di appartenenza a scuole per Palazzeschi. Ivi compresa quella futurista che pure l’accompagna (il suo vero manifesto è quello del Controdolore e non il marinettiano del 1909). L’etichetta che più si è diffusa è forse stata la meno impegnativa, di «avanguardista». In cosa consiste il suo avanguardismo? Prendo il suo primo romanzo che sconcerta già nel titolo, nella grafica del titolo, che ha in testa un «due punti», che fan pensare a un prima, “: riflessi”.
Un futurista, allora? Poi leggo e noto una doppia partizione strutturale e stilistica tra l’ampia prima parte, il romanzo vero e proprio in forma di trenta lettere, e la seconda che scardina strutture e stile, reintonandolo a rovescio, affermazione e negazione, dal tragico al comico, per semplificare. Andrebbero benissimo a sé stanti le lettere per originalità inquietante, ma non sarebbe Palazzeschi senza l’ulteriore intervento. Epistolare: vuol dire che è naturaliter scritto e non raccontato, è volutamente letterario, con le sue bizze e i tic, ed è di scrittura visibilmente alta, tra gusto prezioso d’arcaismi (élleno, romore, scuoprire, decembre, core, io pensava...) e curiosi atteggiamenti di grafia, con un tono alto nelle lettere, liricante, come si addice a un eroe «estetistico» e superumano all’Aurispa o all’Effrena. Se non fosse che proprio quelli diventano gli strumenti del ribaltamento, della parodia, con un procedimento analogo a quello tenuto nelle poesie.
Da : riflessi faccio un salto in avanti fino alla Piramide che, scrive Baldacci, «è anche il libro del più radicale nichilismo di Palazzeschi, e insieme della sua più perversa comicità». La domanda, però, è se il nichilismo può coprire con una qualche approssimazione l’intera sua opera. Lo stesso vale per quella che sempre Baldacci definisce una «lingua provvisoria». A questo punto vorrei tornare a un’altra sua qualità determinante, cioè all’insofferenza per lo più controllata da una maschera stilistica paciosa (la fiaba, il gergo aulico...) mescolata alla leggerezza, e che si riflette nella contraddizione.
O non è proprio la contraddizione che gli consente di essere Palazzeschi?
E qui siamo forse al carrefour. È possibile, e come, conciliare i diversi registri palazzeschiani? Molte infatti le contraddizioni vere o apparenti che ne contestualizzano tutta l’opera, fino a capovolgersi nella revisione totale della scrittura, e non solo, già in questo primo tomo esemplificata
con alcune doppie redazioni. È il «ritorno all’ordine», illusorio, che preluderà a nuove catastrofi. Mi pare che sarebbe un errore scegliere una versione unica quanto scegliere l’opposta. Perché le contraddizioni, stilistiche e idelogiche che siano, convivono quasi iperrealisticamente e rappresentativamente, senza alcun azzardo conciliativo. Questa contemporanea pluralità di anime, di forme, è un segno, il suo, di riconoscimento.

l’Unità, 7 aprile 2004

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