26.9.14

Gli ultimi giorni di Cartagine (Clara Valenziano)

Il porto di Cartagine - Ricostruzione
La collina si chiama Byrsa. E' l'antica acropoli di Cartagine. Da un lato degrada verso il mare (i due piccoli stagni, laggiù lungo la riva, sono i famosi porti punici); dal lato opposto è isolata da lagune. In fondo alla laguna più grande c'è Tunisi, bianca. Da Tunisi si arriva a Cartagine lungo una sottile striscia di terra in mezzo alle acque basse, che sanno lievemente di marcio e sono popolate di fenicotteri. Su questa collina gli archeologi francesi hanno ricercato a lungo la massiccia cinta di mura interne, poste a difesa della rocca, e il tempio aereo del dio Eschmun, al quale si arrivava - dicono gli scrittori che visitarono la città alla vigilia della sua caduta - salendo sessanta ripidi gradini, e dove, nel 146 a.C., si svolse l' ultimo atto della tragedia di Cartagine.
Ora, a scavi ultimati, ecco il responso degli studiosi francesi: non rimane più niente dei monumenti dell'antica acropoli cartaginese, perché i romani, quando ricostruirono la città, ne decapitarono la vetta, la spianarono per formare un largo terrazzamento su cui erigere, secondo l'usanza romana, un vasto foro e un'imponente basilica (il foro si trova in buona parte sotto la chiesa costruita in onore del re francese Luigi IX, che morì qui, nel 1270, durante una crociata. La basilica è stata riportata alla luce).
In compenso, la terra rimossa dalla vetta, usata per ampliare i fianchi della collina, ha sotterrato e protetto un intero quartiere punico che gli archeologi francesi hanno appena finito di scavare. E' un quartiere di strade strette e di piccole case a molti piani, addossate le une alle altre. Un robusto muro di fondazione di un edificio romano, che in parte l' attraversa, oggi fa quasi da belvedere sulla voragine del riemerso quartiere dei vinti.
Da qui, alzando gli occhi verso il mare, si domina lo scenario in cui si svolse il dramma finale di Cartagine, che ebbe un testimone d'eccezione: lo storico Polibio, il quale si trovava al seguito di Scipione l'Emiliano. Quando, nel 149, Roma dichiarò per la terza volta guerra a Cartagine, la città non si fece la minima illusione e offrì immediatamente la resa. I romani chiesero in ostaggio i bambini delle famiglie più in vista. Gli ostaggi vennero consegnati. Poi venne la seconda richiesta: la città doveva essere disarmata. Le armi vennero consegnate. Infine arrivò l'ordine sleale e crudele: i cartaginesi dovevano abbandonare la città, Cartagine sarebbe stata rasa al suolo. A questo annuncio, pazzi di rabbia, i cartaginesi si ribellarono: uccisero gli ambasciatori romani e anche i magistrati locali che avevano consigliato di consegnare ostaggi e armi; chiusero le porte; si barricarono dietro le mura e resistettero per tre lunghi anni.
La situazione si era ormai fatta imbarazzante per Roma che, nel 146, inviò sul posto Scipione l'Emiliano. Questi rafforzò l'assedio dalla parte delle lagune e del mare e isolò completamente la città: fame e malattie cominciarono ad aprire grandi vuoti tra i difensori. Alla fine di marzo, Scipione ruppe le difese cartaginesi dalla parte più debole: le mura che proteggevano il porto. Ci vollero tuttavia sei giorni di aspri combattimenti, casa per casa (anche nel quartiere che sta qui sotto) prima che i romani riuscissero ad arrivare alla cittadella. Nell'acropoli si erano rifugiate circa 50.000 persone; un numeroso gruppo stava nel tempio. Quando questi videro i primi soldati romani ai piedi della scalinata, dettero fuoco al tempio e si lasciarono morire tra le fiamme. Gli abitanti furono fatti schiavi, la città saccheggiata e incendiata. Racconta Polibio che Scipione recitò i versi di Omero sull' incendio di Troia e pianse "pensando al giorno in cui anche per Roma sarebbe suonata l' ora della morte". Avverto un leggero risentimento nella voce dell'archeologo Abdelmajid Ennabli, il giovane direttore degli scavi di Cartagine che ha rievocato per me il racconto di Polibio. Allora colgo un rametto fiorito di hennè e glielo porgo. Pace fatta tra romani e cartaginesi? Ma sì, certamente; anzi ora Ennabli mi mostrerà la scoperta che più gratifica il suo orgoglio di "punico immaginario", la più importante di questo ciclo di scavi affidati ad archeologi stranieri: il mistero del porto di Cartagine è stato risolto.
Scendiamo lungo la collina e andiamo agli stagni, che sono due e contigui; uno di forma irregolarmente rettangolare, l' altro rotondo, con al centro una piccola isola. Il mistero consisteva in questo: il porto cartaginese era così famoso nell' antichità, che è stato descritto minuziosamente da molti viaggiatori antichi. Ciononostante - o anzi proprio per questo - la sua identificazione con gli stagni non convinceva del tutto gli archeologi. La descrizione più dettagliata è quella di Appiano, il quale dice che i porti erano due - l' uno dentro l' altro - ed erano invisibili dal mare perché nascosti da un alto muro. Fin qui tutto corrisponde: i due porti erano stati ottenuti attrezzando i due stagni lungo il litorale e c' è ancora, molto sbertucciato, il muro che corre parallelamente alla linea della costa: le navi giravano intorno a un isolotto ed entravano nella laguna, poi con un' altra virata entravano nel primo porto, quello commerciale. Di qui passavano nel secondo porto, quello militare, un bacino perfettamente circolare dove sorgeva un' isola che era la sede dell' ammiragliato. Ma Appiano precisa: "Lungo le banchine dell'isola e del porto militare erano state costruite 220 cale, ognuna delle quali poteva contenere una nave da guerra". Qui si presenta una difficoltà: lo stagno è troppo piccolo, 220 cale e altrettante navi non ci potevano fisicamente stare. E poi, possibile che fosse così piccolo il porto militare del popolo la cui flotta aveva terrorizzato i romani per la sua capacità, al momento dell'attacco, di infilarsi tra una nave romana e l'altra, fare un'improvvisa semiconversione e sfondare le fiancate avversarie?
E' stato lo scavo dell' èquipe inglese guidata dall' archeologo Henry Hurst a risolvere il mistero. Hurst aveva cominciato ad avere i primi sospetti su come realmente stessero le cose quando, nel rimuovere la terra dell'isola, aveva trovato migliaia di monoliti delle dimensioni di robuste travi. Poi, scavando in profondità, ha avuto un vero colpo di fortuna: ha trovato una cala, cioè un piano inclinato di pietra per mettere le navi in secco, in perfetto stato di conservazione. Allora tutto è diventato chiaro: non si trattava di moli in mezzo al porto, ma di scivoli costruiti sotto l'isola, che era una costruzione artificiale fatta - in modo molto ingegnoso - con un sistema di pilastri paragonabili alle nostre colonne di cemento armato. Al livello dell'acqua, tra una foresta di pilastri, c'erano le cale, una accanto all'altra e convergenti verso il centro dell'isola. Sopra, al primo piano, sorgevano i magazzini, e sopra ancora, ma al centro dell' isola, c'era la torre dell'ammiraglio che, da quell'altezza poteva sorvegliare il traffico sul mare e il movimento del porto commerciale.
Così si spiega anche un altro particolare riferito da Appiano: davanti ad ogni cala c'erano due colonne ioniche che davano al porto l'aspetto di un monumentale porticato. Era, insomma, un porto che riusciva a inzeppare, come un moderno garage di automobili, centinaia di navi da guerra nelle sue rimesse e che, ciononostante, aveva un'aria ordinatissima. Proprio come raccontano, ammirati, i viaggiatori antichi. A poche decine di metri dal porto, c' è il famoso tophet, il più antico cimitero cartaginese dove sono raccolte le ceneri dei primogeniti sacrificati al dio Baal. Qui, infatti, attorno a questi stagni, si erano insediati i primi fenici arrivati da Tiro. Colpisce la somiglianza con Mozia e con Cadice: anche qui un luogo poco visibile dal mare e separato e protetto dalle popolazioni interne, un tranquillo scalo per i ricchissimi commerci dei metalli delle miniere d'argento spagnolo che i punici trasportavano nelle prospere città del Mediterraneo orientale. Sulla costa africana, spagnola, siciliana, sarda, ci sono decine di posti poco appariscenti come questo, dove, tremila anni fa, la colonizzazione fenicia e quella contemporanea dei greci, dava inizio alla storia europea.

la Repubblica, 4 agosto 1984

Il destino della Sicilia da Crispi a Mussolini (Valerio Castronovo)

Francesco Crispi
"Noi edificheremo la Società nuova... Io veggo la Sicilia quale fra non molti anni potrà essere: io la veggo ai fianchi e per lo mezzo rigata dalle vie di ferro... e fra gli aranceti, gli oliveti e i vigneti, da tutte le alture e da tutte le valli, veggo le nuove strade dei comuni e delle province a discendere e salire su quelle, siccome rivi... E le città e le terre fin sui corsi dei monti si rifanno tutte e si abbellano mettendosi quasi un nuovo abito. Acquedotti, ospedali, opifici, scuole, teatri, piazze e fontane, camposanti e ville, e signorili palagi, bellissimo di tutti quello del Comune; sino alla casa del popolano soleggiata, ariosa, eretta ed allegra".
Così profetizzava il futuro dell'isola Luigi Mercantini, autore dell'Inno di Garibaldi, parlando a Palermo nel giugno 1871 all'inaugurazione della stazione ferroviaria al molo. L'enfasi poetica aveva certamente preso la mano all'oratore.
Ma, tolti gli svolazzi di rito, sulla sostanza del discorso erano allora in molti a credere. A dieci anni dall'unità di Italia, si respirava in tutta l'isola un clima di grande fervore e animazione. Nell'ambito della società meridionale, divenuta più forte e compatta di quanto non fosse al tempo dei Borboni, la borghesia non solo era riuscita a superare lo smarrimento e la paura che l'avevano paralizzata all'indomani della rivoluzione garibaldina, ma cominciava anche a trarre beneficio dalla vendita dei beni ecclesiastici e demaniali, nonché dalla costruzione di porti e ferrovie. E la classe dirigente siciliana costituiva una sezione forte dei ceti emergenti del Sud.
Il liberismo economico aveva spalancato ai proprietari terrieri le porte del mercato nazionale; sui produttori di zolfo - minerale d'importanza strategica per il saldo dei nostri conti con l'estero - stava piovendo una autentica pioggia d'oro; fra la borghesia commerciale e imprenditrice era diffusa la speranza che lo sviluppo dei traffici col Levante, (propiziato dall'apertura dell' istmo di Suez), avrebbe apportato vantaggi non secondari anche all' economia locale. Non è perciò sorprendente che nell'isola si coltivassero arditi progetti di sviluppo e che si giungesse ad avanzare la candidatura delle deputazioni meridionali alla direzione della vita pubblica nazionale: tanto più in presenza di un uomo come Francesco Crispi, l' astro maggiore della Sinistra.
In effetti, il voto siciliano (come, in parte, quello di altre regioni del Sud) alle elezioni del novembre 1874, che ridusse i margini di stabilità della maggioranza parlamentare, suonò come una campana a morto per la Destra e fu all'origine, due anni dopo, della caduta dei moderati. L'avvento della Sinistra al potere non venne quindi considerato in Sicilia soltanto come una rivincita nei confronti di precedenti governi che - per giustificare la repressione dei tumulti contro le tasse e i provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza enunciati nel 1874 da Minghetti - avevano evocato, a proposito dell'isola, l'immagine desolata e allarmante dell'Irlanda, mostrando così di volerla mortificare ed umiliare.
La "rivoluzione parlamentare" del marzo 1876 venne vissuta dai siciliani anche come l'inizio di una nuova fase politica, in cui il Mezzogiorno avrebbe posto le basi di un rapporto diverso col resto d'Italia e rimosso le sue secolari condizioni di inferiorità e di arretratezza.
Nasceva così la "questione meridionale". Proprio dalla Sicilia, del resto, era scaturita - con l'inchiesta parlamentare del 1875 e le indagini di Franchetti e Sonnino - la prima scintilla del dibattito che da quel momento avrebbe opposto, sullo sfondo del divario fra il Sud e il Centronord del paese, quanti invocavano per il riscatto del Mezzogiorno una politica riformatrice e di intervento pubblico e quanti invece ritenevano che, per sanare le piaghe e i mali locali (a cominciare dal brigantaggio e dalla delinquenza), bastassero il rigore delle leggi e le misure di polizia; meglio se applicate col ferro e col fuoco.
La prospettiva di fare della Sicilia un avamposto della causa meridionalista e insieme un centro propulsivo di iniziativa politica nazionale, durò per quasi un ventennio. Ma alla fine fu affossata proprio da colui che per primo le aveva dato voce, rendendosene il più autorevole interprete. Fu infatti Crispi (in coincidenza con l'opera di rafforzamento delle istituzioni statali di cui fu uno dei principali protagonisti) ad assecondare quasi tutte le iniziative che promossero sino agli inizi degli anni Novanta una crescita eccezionale della società e dell'economia siciliane (basti pensare alla ventata di prosperità cui concorsero sia lo sviluppo dell'agricoltura, sia la nascita di un grande impero finanziario e industriale come quello dei Florio). Ma fu poi lo stesso statista agrigentino (come pure successivamente un altro suo conterraneo, il palermitano marchese Di Rudinì) a interrompere bruscamente questa parabola ascendente e a ricacciare così la Sicilia, sul finire del secolo, nell'isolamento e nelle acque stagnanti della reazione, con le repressioni antipopolari e le leggi liberticide, con la "guerra doganale" con la Francia e con la non meno disastrosa avventura coloniale in Abissinia.
Alla lunga, i contadini non si mostrarono più disposti a pagare, sottomettendosi ai peggiori soprusi, i costi che la politica crispina aveva finito coll' addossare loro per assicurarsi l' appoggio della grande proprietà meridionale alla costruzione di una stabile unità nazionale; nè videro nella "terra promessa" in Africa un' adeguata valvola di sfogo alla loro miseria endemica. Nello stesso tempo le regioni più avanzate del Nord - auspice Giolitti - fecero capire che non avrebbero barattato la guida del paese con la garanzia di un ordine malfermo imposto dall' alto e una manciata di commesse statali. Da allora, come osserva Francesco Renda nel suo secondo volume della Storia della Sicilia, che va dal 1870 al 1943 (Sellerio, pagg. 456, lire 40.000), il divario nel rapporto tra lo sviluppo della Sicilia e quello nazionale si sarebbe aggravato anzichè ridotto. L' afflusso nel primo decennio del Novecento di valuta pregiata, frutto dei sudati risparmi di tanti lavoratori emigrati oltre Oceano, contribuì ad ampliare nell'isola l'area della piccola proprietà coltivatrice, ma non bastò a rilanciare l' economia siciliana.
Su un altro versante la Sicilia fu teatro in quegli anni di grandi lotte del movimento contadino, socialista e cattolico; ma quando queste lotte (così come l'avanzata dei partiti di massa determinata dal suffragio universale maschile) parvero sul punto di spezzare il predominio della classe baronale, sopraggiunse il fascismo. A proposito del quale il libro di Renda fornisce, come del resto per il periodo precedente, alcune interpretazioni di particolare vigore ed equilibrio critico. Assai istruttive - non foss'altro per capire le matrici di quel complesso intreccio di interessi privati, complicità politiche e violenza organizzata che si trova in questi giorni al centro dell'attenzione col processo di Palermo - sono le pagine dedicate dallo storico siciliano alle vicende della mafia nel ventennio fascista. La lotta all'"onorata società", intrapresa da Mussolini nel 1925, fu innanzitutto un'operazione politica di stabilizzazione del regime in Sicilia. Da un lato, si voleva tagliar corto alle beghe interne al movimento fascista locale ed eliminare qualsiasi forma d' appoggio che potesse venire agli ultimi residui della vecchia destra moderata da alcuni "pezzi da novanta"; dall'altro lato, si mirava ad ottenere il plauso della "gente perbene" che non si occupava di politica ma voleva solo la restaurazione dell'ordine.
Fatto sta che, pur con qualche eccezione, il regime fascista mostrò col tempo di adoperare il guanto di velluto nei riguardi dei proprietari e dei notabili in odore di mafia, e il pugno di ferro nei confronti dei contadini sospettati del medesimo reato. Col risultato che, sotto il pretesto di combattere la mafia, fu posto il bando ad ogni principio legale e si diede luogo spesso ad una spietata caccia alle streghe, o meglio all'instaurazione di un regime permanente di polizia tanto assoluto quanto arbitrario, che finì per colpire assai più in basso che in alto, senza per questo metter fine realmente alla spirale della criminalità comune. I "pesci grossi", sfuggiti alla rete o riusciti a riparare in America, costituirono un sistema mafioso di opposizione clandestina al fascismo, pronti a rialzare la testa alla prima occasione favorevole: tanto che, caduto il regime, la mafia, rinsanguata da molteplici collegamenti internazionali, risorse più forte e pericolosa di prima.
Al fascismo bastò insomma l'estromissione della mafia dal controllo delle istituzioni locali, per pensare di averla debellata una volta per tutte. Alla stessa logica, tipica di un regime totalitario, obbedì l'allontanamento della proprietà terriera dalla gestione del potere politico, che parve dovesse annientare le basi dell'economia latifondistica. Anche in questo caso non mancarono novità e segnali positivi: la regolamentazione collettiva dei rapporti di lavoro non lasciò più in balia della legge della domanda e dell'offerta (sempre favorevole ai ceti possidenti) la determinazione dei salari bracciantili. E delle misure di assistenza e previdenza sociale, appannaggio in passato dell'aristocrazia operaia sindacalizzata del Nord, vennero ad usufruire anche le masse contadine. Ma l'indirizzo autarchico favorì, con l'espansione della produzione cerealicola, gli interessi dei grandi proprietari; e "l'assalto al latifondo" lanciato in extremis, nel gennaio 1940, se non fu un gesto di amicizia del regime verso i maggiori possidenti, non intendeva tuttavia rappresentare l' inizio di un'autentica riforma agraria che, insieme all'appoderamento, contemplasse anche l'espropriazione delle terre incolte.
A questa operazione, orchestrata in modo tale che sortisse i massimi effetti demagogici, il duce volle accoppiare un'altra iniziativa capace di suscitare uguali risonanze e aspettative fra i siciliani: un'adunanza oceanica degli uomini di cultura che, sotto la regia di Bottai e di Giovanni Gentile, celebrasse i "grandi nomi dell'isola", in spirito di continuità con i fasti dell'antica Trinacria e in funzione del nuovo ruolo che il fascismo intendeva assegnare alla Sicilia: quello di "centro geografico" del "secondo Impero" di Roma, verso cui convogliare con maggior intensità le "energie dello Stato". Da Crispi a Mussolini, accantonate le esigenze di modernizzazione e di elevamento civile, il cerchio si chiudeva così, ancora una volta, con il miraggio di un "grande destino mediterraneo" sorretto dalle armi e alimentato dai rubinetti della spesa pubblica.

La Repubblica, 14 febbraio 1986  

Palermo. La doppia vita della mummia Rosalia (Laura Anello)

Una malattia misteriosa la consumò nel giro di una settimana, lei che era la cocca di casa, con le guance di pesca e i riccioli sempre raccolti in nastri colorati. Adesso Rosalia, la bambina morta a nemmeno due anni nel 1920, oggi diventata la mummia meglio conservata del mondo in quelle catacombe dei Cappuccini che sono una sfida titanica alla morte e ai suoi sfregi, riposerà in una culla hi-tech di vetro e acciaio. Una capsula avveniristica satura di azoto per distruggere i microrganismi, brevettata per mantenere al suo interno venti gradi di temperatura e il 65 per cento di umidità: il secondo «lettino eterno» realizzato al mondo per una mummia umida (cioè ancora piena di liquidi) dopo quella di Otzi, l'uomo preistorico di Bolzano. Intervento che è il culmine di una campagna di ricerca durata tre anni sulle catacombe di Palermo che ospitano quasi duemila mummie, appese alle pareti, distese, custodite nelle bare.
Un'incursione nella sicilianità profonda, quella che odora di mistero, di incenso, di muffa, di luce e di lutto. Frati, nobili, alto-borghesi, ma anche il cappellaio, il giardiniere, il pianista, l'artista, una Spoon River palermitana lunga quattro secoli, dal 1500 al 1900, che è stata ricostruita nell'inventario appena concluso sulle salme grazie a un progetto dell'Eurac di Bolzano diretto da Albert Zinkn - grande studioso di Tutankhamon - della Cassa di Risparmio della stessa città altoatesina, del National Geographic.
Sono 1.852 in tutto, come gli abitanti di una piccola città dei defunti: i nomi vergati sui cartellini sbiaditi sono stati incrociati con quelli dei registri delle catacombe e con i documenti dell'Archivio di Stato, lo scrigno di memoria della città di Palermo. «Una straordinaria mappa della società dell'epoca», spiega Dario Piombino Mascali, l'antropologo coordinatore del progetto che è conservatore scientifico delle catacombe e che con ogni mummia parla come si fa con i vecchi amici. Lei, Rosalia Lombardo, scomparsa il 6 dicembre del 1920, è la gemma più preziosa e coccolata. E, proprio come una bambina viva, è oggetto di sentimenti viscerali, contesa in una guerra appena scoppiata. Da un lato, la «famiglia di sangue»: l'unica sorella superstite, oggi 86 anni, cui i genitori diedero lo stesso nome della morta, e la nipote Rosanna La Ferla, pronte a lanciare accuse di speculazione sul corpo del «nostro angioletto» parlando di «vilipendio di tomba, di cadavere» e chiedendo lauti risarcimenti. Dall'altro lato, la famiglia di adozione, cioè i frati cappuccini e l'équipe di ricercatori che ha sottoposto la mummia a una serie di indagini scientifiche per carpirne tutti i segreti e per trovare la strada migliore per la sua conservazione.
Per i parenti quella è la salma di un congiunto («Rosalia fa parte della nostra famiglia e il fatto che il suo corpo sia stato imbalsamato per volere di mio padre non esime nessuno a doverle il rispetto che si deve a chiunque sia morto», dice la sorella), per gli scienziati parte di una collezione tutelata dalla Soprintendenza come bene etno-antropologico. Sullo sfondo, la guerra per i diritti sull'immagine della bambina, che - rimasta decenni a dormire nell'ombra, riprodotta timidamente su cartoline fatte stampare dai frati - è salita adesso, grazie ai nuovi studi, sulla ribalta internazionale.
Accuse che rimbalzano sui blog, che si nutrono di opposte testimonianze, e che riguardano anche presunte manomissioni del corpicino. «Rosalia - dice la nipote - all'inizio aveva un abito blu, ciuffetti raccolti in due fiocchi azzurri, i calzettoni bianchi, la vestì mia nonna in persona. Poi l'abbiamo vista con un vestitino rosa pesca, poi di nuovo blu, con un fiocco giallo e senza alcun fiocco. Ma quante volte è stata aperta la sua bara?».
I registri, in realtà, parlano soltanto della rottura del vetro negli Anni Sessanta, e anche anziani testimoni sono pronti a giurare che niente è cambiato in quasi un secolo. Lui, Dario Piombino Mascali, sventola l'autorizzazione firmatagli dalla sorella della defunta («Non ce ne sarebbe stato neanche bisogno, ma ho voluto coinvolgere la famiglia in ogni passaggio») ed elenca i nomi di prestigio del progetto: la culla avveniristica realizzata da Marco Samadelli con la consulenza del professor Maekawa del Getty Museum di Los Angeles (quello che ha realizzato le teche per le mummie secche egiziane), lo studio sulle condizioni ambientali delle catacombe svolto in collaborazione con l'e'quipe di Katja Sterflinger-Gleixner dell'Università di Vienna. E la benedizione del ministro provinciale dei Cappuccini di Palermo, Vincenzo Marchese. «Noi non toccheremo la mummia, che sarà collocata nella nuova teca con tutta la sua bara - dice il ricercatore -. Quanto alle speculazioni, sfido chiunque a dimostrare che questa non è un'operazione disinteressata, di esclusivo interesse scientifico e storico». Lui fa visita a Rosalia ogni 6 dicembre, il giorno del compleanno della bambina. «E in tutto questo tempo - dice - non ho mai visto un parente».


“La Stampa”, 6 luglio 2011

Lavatevi e godete. Sporco e pulito dal Medioevo a Pasteur (Elena Guicciardi)

Louis Léopold Boilly, À cheval sur le bidet (XVIII secolo)
Pulizia e sporcizia ci sembrano oggi due concetti ben precisi. Quanto siano stati invece fluttuanti nel corso dei secoli scorsi in Occidente, ce lo dimostra il sociologo Georges Vigarello in un saggio erudito, ma anche divertente, Le propre et le sale - L'hygiène du corps depuis le Moyen Age (Seuil).
"Igiene" non va inteso qui nel senso stretto, acquisito di recente: in passato era una nozione vaga, legata ai comportamenti etici e sociali, tant'è vero che, nell'Ottocento, nei programmi delle elementari era una materia inclusa nell'istruzione religiosa.
Nel Medio Evo la pratica dei bagni pubblici e dei "bagni di vapore", retaggio delle terme romane e prefigurazione della moderna sauna, è assai diffusa. Nel 1292 esistono a Parigi ben ventisei stabilimenti del genere: alcuni popolari, dove uomini e donne d'ogni età sguazzano insieme in tinozze circolari, come si vede nelle incisioni del tempo, oppure sudano in un'atmosfera promiscua, propizia agli approcci amorosi, spesso accompagnati da abbondanti libagioni; altri di lusso, che funzionano come alberghi, dove i gran signori si recano per i loro appuntamenti galanti.
L'istituzione è dunque legata a pratiche conviviali e libertine, poi degenerate al punto che molti stabilimenti si trasformano in autentici bordelli, dove spesso esplode la violenza (nei bagni di Gand, nel 1479, si registrano in dieci mesi 1.400 aggressioni): si tenterà di porvi rimedio istituendo dei bagni separati, o dei turni per gli uomini e per le donne.
Quando poi scoppiano le epidemie, i medici sollecitano la chiusura di questi stabilimenti; si teme il contagio della peste come della sifilide; si sostiene perfino che una donna, anche in mancanza di contatti intimi, possa essere ingravidata da uno spermatozoo vagabondo. Frattanto si sviluppa l'offensiva dei medici contro l'acqua e i vapori caldi che, dilatando i pori, rendono il corpo permeabile nei due sensi: lo aprono all'infiltrazione di "veleni" (oggi diremmo dei virus) e contemporaneamente favoriscono la fuoruscita degli "umori" biologici, con la conseguenza di indebolire l' organismo. Così l'acqua è proscritta, tranne per il lavaggio delle mani e lo sciacquo della bocca, e sostituita da frizioni a secco. Anche il corpo del neonato, dopo il bagno post-partum, viene "impermeabilizzato", cioè spalmato di cenere di cozze e corna di bue ridotte in polvere, o cenere di piombo diluita nel vino; e poi avviluppato in petali di rose tritati misti a sale, per otturare i pori.
La stessa preoccupazione si estende agli indumenti: li si consigliano a trama fitta e liscia, in raso o taffetas per i ricchi, tela cerata per i poveri, al fine impedire le infiltrazioni di miasmi. Il cambio della biancheria, in particolare della camicia, diventa l'indice esteriore della pulizia. L'interesse si appunta soprattutto sulle parti visibili, il colletto e i polsini, che per gli abbienti si orneranno di pizzi e di ricami. E qui interviene una prima discriminazione sociale. Il Re Sole cambia camicia tre volte al giorno (il cambio mattutino interviene durante il rito pubblico del "lever du roi"). Molière e Racine alla loro morte erano in possesso di trenta camicie, un lusso che i poveri non possono permettersi.
La sporcizia del corpo è uguale per tutti, e perciò tutti puzzano; ma mentre i poveri la puzza se la devono tenere, i ricchi la neutralizzano (o cercano di neutralizzarla) a forza di unguenti e di profumi, imbottendo di sacchetti aromatici il cavo delle ascelle, i risvolti del giubbetto, le pieghe delle gonne. Comunque pulci e pidocchi non risparmiano né sovrani né papi: l'azione dello spidocchiamento fa parte di un rituale quotidiano ed è considerata come una manifestazione di deferenza e di affetto: le donne spidocchiano i loro amanti, le figlie le loro madri, le serve i padroni; né mancano delle spidocchiatrici di professione.
Il Settecento segnerà l'inizio della riabilitazione dell'acqua e del bagno. Mentre Luigi XIV possedeva a Versailles una vasca da bagno, di cui però non si servì mai (finì nel Parco come portafiori), Luigi XV, attorniato dai suoi cortigiani, assiste al bagno di Madame de Chateauroux: pratica che non solo conferma il potere della favorita, ma lancia una moda, in un primo tempo riservata a una stretta élite. Intorno al 1730 si inventano anche i bidets - mobili preziosi, come quello della Pompadour in legno di rosa con ornamenti in bronzo dorato, tuttora assai ricercati dagli antiquari - e poi si installano i primi gabinetti "lieux à l' anglaise". Parallelamente, a partire dal 1760 si scatena la grande battaglia intorno ai bagni caldi o freddi. Il primo stabilimento di bagni caldi, a tariffe ancora proibitive (un ingresso costa tre volte il salario quotidiano di un artigiano), viene inaugurato nel 1761 a bordo di un natante sulla Senna; la Facoltà di medicina vanta gli effetti terapeutici dell'acqua calda, che distende i muscoli e calma i nervi.
Altri luminari esaltano invece le virtù dell'acqua fredda e del nuoto, che attivano la circolazione del sangue, il funzionamento della vescica, del fegato e della milza e combattono la "mollezza": "finché i romani, uscendo dal Campo Marzio, andavano a tuffarsi nel Tevere, furono i padroni del mondo". La crociata contro la "mollezza" di un'aristocrazia decadente si ricollega alla dottrina di Rousseau sul "ritorno alla natura". Il modello della sua Sophie, unicamente adorna della propria bellezza naturale, che non conosce "altra fragranza se non quella dei fiori", finirà per trionfare sugli artifici "depravati": chiome incipriate e acconciate a piramide, alla Maria Antonietta, trucco che altera la pelle, profumi ambrati o muschiati che provocano cefalee e "vapori".
Sul finire del XVIII secolo, sotto la spinta di considerazioni socio-economiche e demografiche, ci si comincia preoccupare dell'insalubrità dei quartieri popolari e a gettar le basi di un'organizzazione sanitaria collettiva. Si sgomberano i cimiteri dai centri urbani, si installano pompe per ripulir le strade dalle immondizie, si creano dei "bains-douches" a prezzi modici, che coesistono coi bagni di lusso: come i "bagni cinesi" dei Boulevards, con contigue sale di riposo e di lettura.
Intanto cambia anche la pedagogia: secondo i manuali d'igiene popolare che si moltiplicano, "la sporcizia è la livrea del vizio"; per esorcizzare, quest'ultimo bisogna imporre al povero la pulizia, garanzia di ordine e di moralità. La Chiesa prende la testa di questa nuova crociata (però negli istituti religiosi si diffida sempre del bagno, perché può indurre a "cattivi pensieri"; fino a un'epoca recente, le educande dovranno fare il bagno in camicia).
Nuova svolta alla fine dell'Ottocento. Quando Pasteur comincia a penetrare i misteri dell'universo batteriologico, l'acqua acquista virtù antisettiche, distrugge i microbi. Il pregiudizio sociale si sposta allora in un'altra direzione: il povero diventa sospetto come portatore potenziale di virus, poichè "ci sono cinquanta volte più microbi nell' alloggio di un povero che nell'aria della cloaca più infetta". Il percorso si chiude con due ultime conquiste: la privatizzazione della stanza da bagno (non sono più le ancelle che lavano la padrona, e tanto meno i valletti, come si usava nel Settecento, quando un domestico non era considerato "un uomo", per cui il suo sguardo non poteva offendere il pudore) e la separazione del W.C., che diventa "un santuario" dove nessuno, "soprattutto non lo sposo amato", deve penetrare quando è occupato dalla sposa.


la Repubblica, 5 marzo 1986  

25.9.14

Com'era brutta la bella Otero (Luciano Lucignani)

Era poi davvero cosi bella come vuole la leggenda, la bella Otero? Una delle fotografie che illustrano la dettagliatissima biografia dedicatale da Massimo Grillandi (La Bella Otero, Rusconi) ce la mostra in calzamaglia, con sulle spalle una pelliccia, naturalmente di visone, tenuta generosamente spalancata. E si deve proprio dire che il concetto di bellezza appartiene, più di altri, alla categoria delle «variabili», perché ai nostri occhi l'immagine è francamente deludente. Che cosa farebbe supporre in questa ragazzotta di paese, dal volto inespressivo e la figura piuttosto tarchiata, l'irresistibile fascino che all'epoca tutti le riconobbero e per il quale persero la testa i potenti di mezzo mondo? Pure, è quello che accadde; e questa biografia non ne fa certo mistero, anche se l'autore fa di tutto per convincerci che la sua eroina, danzatrice, attrice e cantante, aveva il sacro fuoco dell'arte nelle vene.
Fuoco, anche se non proprio artistico, l'andalusa Carolina Carasson, poi celebre soltanto come la Bella Otero, doveva averne senz'altro. E anche passione, soprattutto per il denaro. Ottenne entrambi, e in misura davvero eccezionale ; segno indubbio che qualche qualità doveva pur possederla. Come artista, a detta di molti, fu poco più che mediocre ; ma quella mediocrità le servì per costruire la sua vera carriera. Che fu, diciamolo in parole chiare, quella della cortigiana. La Bella Otero fu forse l'ultima grande cortigiana di quel periodo a cavallo tra la fine del secolo scorso e l'inizio del nostro che i nostalgici ricordano come «la Belle Époque», e sul quale scese definitivamente il sipario allo scoppio del primo conflitto mondiale.
Un luogo comune, certo, ma non per tutti. Sicuramente non per la maggior parte delle teste, coronate e non, che il fascino della procace andalusa fece girare, sempre in cambio di munifici regali. La collezione della Bella Otero abbonda infatti di re, principi, conti, duchi, marchesi e baroni (da Leopoldo del Belgio ad Alberto di Monaco, Edoardo d'Inghilterra, Nicola II di Russia, Alfonso XIII di Spagna, il Kaiser Guglielmo II, il Kedivé d'Egitto e lo Scià di Persia, per citare soltanto i più noti). Come varianti, ne fanno parte capi di governo (il Primo ministro francese, Aristide Briand), miliardari americani (William Vanderbilt e Paulo Sertori), impresari, banchieri e giovani ereditieri. Il criterio d'ammissione all'alcova della «grande artista» era uno solo: la notorietà del conto in banca. I suoi «ammiratori» non brillarono mai per avvenenza, gioventù o intelletto: alcuni anzi, come il barone Ollstreder, erano francamente ripugnanti, o, come lo Scià di Persia, non emanavano un «buon odore». Ma possedevano, è chiaro, altre risorse. Chissà come fece a introdursi nella coorte di questi benestanti anche il nostro D'Annunzio, che notoriamente era sempre alle prese con i creditori.
Ciò nonostante, i contemporanei idolatrarono la Bella Otero; fra loro, giornalisti, scrittori, poeti e pittori. Perfino i critici che recensirono le sue esibizioni non le furono avari di lodi (anche se, per la verità, rivolte soprattutto alla sua avvenente spregiudicatezza). Unica eccezione, una donna dallo sguardo lungo e la lingua non biforcuta, che la conobbe da vicino: Colette, l'autrice de La Vagabonde, che in Mes apprentissages ne parla come di una donna «arida, aggressiva, colma solo di sé». E disponibile, avrebbe dovuto aggiungere, per chiunque avesse cercato di avvicinarla disponendo delle note credenziali. Pare infatti, e la biografia di Grillandi lo conferma, che la Bella Otero non fosse di quelle che fanno perdere tempo.
Lo Scià di Persia, per esempio, malgrado la sua scarsa avvenenza e il cattivo odore che emanava, intrecciò una relazione con lei in quattro e quattr'otto, appena arrivato a Parigi. Questo Muzzaffar-ed-Din era d'una regolarità, nei suoi appuntamenti, da far invidia a un milanese. Arrivava a casa della Otero alle quattordici e se ne andava alle diciassette, scortato dai suoi giannizzeri. Poco dopo si presentava a casa dell'«artista» un ciambellano, con un cuscino sul quale era un cofanetto d'oro. Nel cofanetto, un prezioso gioiello, che la Otero prendeva, senza dire una parola perché l'ordine dello Scià era che i ringraziamenti fossero aboliti. Oriente misterioso? No, il poverino voleva semplicemente illudersi che il suo fosse, ogni volta, un incontro d'amore.
Dato il genere dei regali che riceveva e il numero dei donatori, è facile rendersi conto di quanto doveva essere ricca la Otero. Pure, dal 1918, anno in cui si ritirò a Nizza per vivere di ricordi e scrivere le sue memorie, fino alla morte, giunta il 10 aprile 1965, visse, quasi in miseria, prima di misteriosi aiuti anonimi (giunti forse da qualche antico spasimante) e poi della pensione, anzi del sussidio, di 5.000 franchi mensili, dell'amministrazione comunale. A rovinarla era stato il gioco: i giorni e le notti trascorsi ai casinò (soprattutto a quello di Montecarlo), vincendo una volta e perdendo novantanove. Uno dopo l'altro, i munifici doni presero la via degli strozzini, e una volta imboccata la china, non fu più possibile fermarsi. In fondo, il destino non è stato benevolo con la Bella Otero: facendola sopravvivere per quasi mezzo secolo alla sua vita vera, ha fatto in tempo a toglierle tutto quello che negli anni precedenti le aveva dato.
La biografia di Grillandi scorre veloce sugli ultimi anni della sua eroina: è un segno di pietà, o non c'era più nulla da dire? Propendiamo per la prima ipotesi. Un biografo come Grillandi, che passa con rapida disinvoltura dalla Russia degli zar (Rasputin) alla Roma papalina (Gioachino Belli); alla Francia della «belle époque», fatti ne trova sempre. E, se non li trova, se li inventa.


“la Repubblica”, ritaglio senza data, probabilmente 1982

Cara Sissi. Cioran e la tragica imperatrice (Elena Guicciardi)

Anton Romako, L'Imperatrice Elisabetta d'Austria (1883)
PARIGI — Chi visita al Beaubourg la splendida mostra Vienna 1880-1938 incontra nella prima sala un inquietante ritratto di Elisabetta d'Austria, dipinto nel 1883 da Anton Romako. Non vi si trova più alcuna traccia del fresco sorriso di quella Sissi che a sedici anni aveva sposato l'imperatore Francesco Giuseppe e che un secolo dopo sarà incarnata sugli schermi da Romy Schneider. Lo splendore dell'imperatrice - che a trent'anni disputava a Eugenia di Montijo, moglie dì Napoleone III, il titolo della più bella testa coronata d'Europa —, quale risulta da un altro celebre ritratto, quello di Winterhalter, si è un po' attenuato.
All'epoca in cui Romako la dipinge, Elisabetta ha 46 anni. Conserva il suo vitino di vespa, il suo portamento altero, le labbra vermiglie e quella favolosa massa di capelli castani che, sciolti, le arrivano alle caviglie (così pesanti da procurarle il mal di testa, per cui soleva stenderli per ore appesi ad un nastro, come panni messi ad asciugare). Nel ritratto di Romako, Elisabetta è ancora bella ma il mento le si è appesantito e il naso appare sproporzionatamente lungo. Colpiscono soprattutto le mani, attorcigliate in un gesto convulso e gli occhi cupi, quasi spiritati. Un'ombra di follia e di morte traversa il suo sguardo.

Amore platonico
Questa vulnerabilità dell'imperatrice ha incantato E.M. Cioran, come lui stesso racconta in una bellissima intervista che figura nel prologo di Apocalypse Joyeuse, una raccolta di saggi e testimonianze edita dal Beaubourg in occasione della mostra viennese (pagg. 768, franchi 360). In questo testo, che potrebbe figurare nei suoi Éxercices d'admiration (pubblicato recentemente da Gallimard), Cioran dichiara che il suo «interesse appassionato» fu suscitato anzitutto da una frase di Elisabetta citata da Barrès nella prefazione ad una biografia di Costantino Christomanos, e da lui letta all'età di 24 anni:«L'idea della morte purifica e assolve la funzione del giardiniere, che strappa le erbacce nel suo giardino, ma vuole essere solo e si adonta se i curiosi lo guardano al di sopra del muro. Perciò io dissimulo il volto sotto 1'ombrello e dietro il ventaglio, affinché l'idea della morte possa tranquillamente compiere in me il suo lavoro di giardinaggio».
Un profondo disincanto accomuna l'imperatrice e l'autore di Syllogismes de l'amertume e De l' inconvénient d'étre né. Ma tra loro esistono pure altre affinità. Cioran è nato a Rasinari, in Tran-silvania, nel 1911, quando la regione apparteneva ancora all'impero austro-ungarico. La prima lingua che ha imparato alle elementari, e che parlavano i suoi genitori, è stata il magiaro. Le prime musiche che lo hanno cullato erano musiche tzigane. Esule ormai da decenni in Francia, Cioran è ancora nostalgico della sua lingua natìa e dei ritmi tzigani che lui s'identificano con l'amore per gli ungheresi, “un popolo così originale, così complessp esiliato al centro dell'Europa e in preda a una nostalgia selvaggia.
Franz Xaver Winterhalter, L'Imperatrice Elisabetta d'Austria in abito da ballo (1865)
Come lui Elisabetta fu sensibile al fascino magiare, tanto da voler studiare l'ungherese, lingua che utilizzerà perfino nelle corrispondenze e nelle conversazioni familiari. Quando a 27 anni Sissi si ribella al giogo della suocera, l'autoritaria arciduchessa Sofia, sceglierà di vivere più a Budapest che a Vienna ed è a Budapest che decide di mettere al mondo la sua quartogenita, Maria Valeria. Ciò provoca un grave scandalo a Corte, dove si mormora che la neonata sia la figlia adulterina di un uomo politico ungherese, Gjula Andrassy. In realtà l'amore che Elisabetta nutrì per Andrassy restò platonico, come del resto tutti gli altri amori illeciti che le vennero attribuiti. E' vero invece che, diventata docile strumento di Andrassy, l'imperatrice, di solito indifferente alla politica, fece fuoco e fiamme per sostenere le rivendicazioni nazionaliste ungheresi, contribuendo così a vompromettere la solidità dell'impero. Cioran lo ammette: “A causa della sua eccessiva passione per 1'Ungheria, ostile all'idea di una federazione — unica soluzione ragionevole — l'imperatrice ha accelerato, in una certa misura, il crollo della duplice monarchia».
Sprovveduta sul piano politico, Elisabetta fu veramente folle nel senso patologico del termine? Qui converrà rifarsi alla fondamentale biografia di Brigitte Hamann, Elisabeth, Kaiserin wider Willen, pubblicata a Vienna da Amalthea Verlag e poi in francese da Fayard (Elisabeth d'Autriche), in cui 1'autrice, attingendo ad archivi depositati in Svizzera e rimasti segreti per decenni, e ad altre fonti inedite, ricostruisce le fasi successive dello slittamento di Elisabetta verso la follia.
Questa discendente della famiglia ducale dei Wittelsbach, dove i matrimoni tra consanguinei erano frequenti, è vittima di una pesante eredità. Suo nonno, il duca Pio di Baviera, era un eccentrico che trascorse gli ultimi anni della sua esistenza come un eremita. Delle sue quattro sorelle, Sofia, duchessa d' Alençon, curata dal celebre neurologo Krafft-Ebing, dovette essere internata; e le altre tre — Elena, principessa di Turn und Taxis, Maria Sofia, sposata a Francesco II delle Due Sicilie, e Matilde, duchessa di Trani — manifestarono in vecchiaia sintomi di nevrastenia. E non parliamo del cugino Ludwig II di Baviera, a cui Elisabetta fu legatissima e del quale tutti conoscono la tragica fine.
La giovane Sissi che nel 1854 arriva alla Corte di Vienna è tuttavia una ragazzina radiosa e piena di salute come una contadinella bavarese: lei stessa si definisce, in una poesia, «una figlia del sole». Ma non riesce a piegarsi all'etichetta e ai pesanti obblighi protocollari. Si annoia al fianco di un marito innamoratissimo ma prosaico e puntiglioso come un burocrate; soffre soprattutto dell'invadenza della suocera che la tratta come una bambina, si intromette fra gli sposi fin dalla loro luna di miele e prende in mano 1'educazione dei principini. Allora Sissi si incupisce, piange, comincia a rifiutare il cibo, non vuole partecipare alle cerimonie ufficiali.
Abbiamo già visto come manifestò le sue velleità di rivolta a proposito dell'affare ungherese. Sentendosi infelice, diserterà la Corte e soggiornerà sempre più a lungo all'estero: a Madera, a Corfù, in Inghilterra, in Irlanda (dove si dedica ai suoi sport favoriti — la caccia alla volpe e l'equitazione — scortata dal giovane Bay Middleton che passa per essere il suo amante), poi in Francia, in Italia, in Portogallo, in Algeria, in Svizzera.
I suoi vagabondaggi, il fatto che trascuri i suoi doveri di imperatrice, di moglie e di madre, i suoi capricci alimentano molte chiacchiere. Spende somme favolose per farsi costruire e arredare delle residenze personali (che talvolta non abiterà neppure, come il celebre «Achilleion» di Corfù) o per l'acquisto e l'addestramento dei suoi cavalli. Fa scandalo per la sua mania di comparire senza farsi annunciare nelle Corti straniere, ivi compresa quella della rigida regina Vittoria; le capiterà perfino di farsi arrestare, presentandosi in incognito alla dimora della vedova di Federico III di Prussia. Negli ultimi anni, quando adotta definitivamente una dieta lattea, si porta appresso nei suoi viaggi una capra e due vacche, per essere sicura di disporre sempre di latte fresco.

Versi esaltati
Ha un vero culto della propria bellezza, ciò che la induce a commettere molte stravaganze. Per conservare la sua silhouette da indossatrice (cinquanta centimetri di vita e sessantadue di fianchi,
per un peso di quarantasei chili e un'altezza di un metro e 72) osserverà per tutta la vita diete draconiane. Porta dei busti così stretti da diventare dei veri e propri strumenti di tortura; s'impone quotidianamente ore di ginnastica svedese, marce spossanti per le sue dame di compagnia, esercizi di scherma. Si inizia perfino ad acrobazie da circo equestre.
Il suo comportamento eccentrico si aggrava con gli anni, come testimonia la sua avventura con Franz Pacher. Già nonna, a un ballo di carnevale, protetta dall'anonimato della maschera, abborda un giovane sconosciuto e intreccia con lui un idillio romantico, che coltiverà per più di dieci anni sotto forma epistolare. Si fa mandare le lettere fermo posta e si firma Gabriella. A 46 anni indirizza ancora a Franz Pacher, che dopo il famoso ballo non ha mai più rivisto, versi esaltati che potrebbero essere stati scritti da una tredicenne: «...Talvolta ti credo vicino, poi di nuovo così lontano. / Forse sei già su un'altra stella? / Sei vivo? Allora dammi un segno, alla luce del giorno! / Appena oso attenderlo, sperarlo...».
Cioran riconosce che Eìisabetta fu una «grande egoista», il che per lui non costituisce tuttavia un motivo di biasimo. «Trovava normale», dice, «che tutto un impero fosse in subbuglio per permetterle di trascinare il suo disincanto da un paese all'altro. Per i contemporanei era una provocazione. Fortunatamente per Sissi, la storia è di un cinismo assoluto. Più si risale nel tempo e più i giudizi morali si attenuano. Il comportamento lunatico dell'imperatrice ne fa l'interesse e il fascino».
Lo scrittore è sensibile al romanticismo di questa donna la cui «filosofia deriva da Shakespeare, o più precisamente dai buffoni di Shakespeare»; che ama il Faust di Goetne, le rime di Heine, di Byron e di Saffo; che scrive poemi e li firma «Titania» (Elisabetta ha composto versi, un po' da dilettante, durante tutta la sua vita; ma ha creduto seriamente alla gloria postuma di quelli da lei scritti negli anni Ottanta e riuniti sotto il titolo di Canzoni d'inverno e Canzoni del mare del Nord. Ci credeva tanto, che diede disposizioni testamentarie per la loro pubblicazione dopo il 1950. Nella cassetta in cui depositò questi manoscritti, in Svizzera, figurava una lettera firmata «Titania» e indirizzata a una «Cara anima del futuro», cioè all'ignota persona che avrebbe scoperto un giorno i suoi poemi e alla quale affidava il compito di pubblicarli «a beneficio dei condannati politici più meritevoli e dei loro familiari bisognosi».
Come sottolinea Cioran, lo strano incanto esercitato da Elisabetta è legato al suo perpetuo ondeggiare fra la pazzia — che lei considerava «più vera della vita» — e la tentazione della morte. «Sapeva di essere insidiata dalla follia e forse questa minaccia la lusingava. Era sostenuta dalla coscienza della propria singolarità; e le tragedie familiari non hanno fatto che favorire la sua decisione di allontanarsi dagli esseri umani e sottrarsi ai propri doveri, offrendo così al mondo un raro esempio di diserzione». La più grande tragedia della sua vita fu il suicidio a Mayerling dell'arciduca Rodolfo, quell'unico figlio maschio di cui lei non si era mai occupata. La morte di Rodolfo la riempì di rimorsi, e da allora la si vide sempre vestita a lutto, il volto nascosto dietro un ventaglio nero, fino a quel fatidico 10 settembre 1898 in cui, a Ginevra, un anarchico italiano, Luigi Luccheni, le trafisse il cuore con una lama acuminata. L'imperatrice spirò dopo pochi minuti, senza nemmeno essersi accorta della pugnalata.
A Cioran, la sua tragedia ricorda quella del re Lear. L'idea del suicidio, osserva, ha accompagnato Elisabetta tutta la vita: «Non si può essere in preda alla malinconia senza pensare al suicidio, che ne è il coronamento». «Tutto le era pretesto», aggiunge, «per illustrare il suo presentimento della morte (...): particolarmente i bei paesaggi. Le stelle le apparivano come "lontani cadaveri luminosi"...».
E quell'inguaribile pessimista che è Cioran, sempre attirato dai periodi di decadenza in cui tutti gli avvenimenti assumono una dimensione smisurata, osserva che «le ossessioni, le manie, le bizzarrie di Sissi prendono necessariamente un significato più profondo in un'epoca che culminerà in una catastrofe modello». A posteriori possiamo capire Elisabetta meglio dei suoi contemporanei, perché è diventata il simbolo della «finis Austriae». Che, secondo Cioran, prefigura il prossimo atto della tragedia storica europea: il crollo dell'Occidente.


“la Repubblica”, 22 aprile 1986

24.9.14

Merci. Un dizionario e molte sorprese (Marco d’Eramo)

Recensione appassionata di un dizionario più da leggere che da consultare. L'articolo di d'Eramo contiene tante di quelle storie e quelle curiosità che danno la gioia dell'imprevisto o la soddisfazione del mistero svelato e t'invogliano a procurarti il libro, benché sia un po' caro. Ho qui postato, come appendice, anche la breve bibliografia che sul “manifesto” corredava l'articolo. (S.L.L.)
Cina - Armatura in bambù di una grande costruzione
Divertente è un aggettivo che non si predica di solito per un vocabolario, non iù che per un elenco telefonico. Eppure è proprio piacevole il Dizionario tecnico-ecologico delle merci di Giorgio Nebbia (Jaca Book, pp. 336, euro 25). Le sue 98 voci, che vanno da Acciaio a Zucchero passando tra gli altri per Bambù, Celluloide, Gabinetti, Luce, Nylon, Patata, Vento e Zolfo, si leggono come capitoli di una storia di cui il lettore vuole sapere come va a finire, poiché attraverso queste merci proprio la storia della nostra modernità (e postmodernità) è presa di sguincio, attraversata di sbieco.
Intanto ti accattiva la curiosità per i dettagli, come per esempio l’origine dell’espressione «matto come un cappellaio» che si ritrova in Toscana e in Inghilterra (il cappellaio matto è uno dei personaggi di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll): nell’800 sali di mercurio erano usati per tingere in nero le fibre proteiche come la lana dei feltri per la preparazione dei cappelli e gli stessi capelli umani, ma presto ci si accorse degli «effetti devastanti del mercurio sulla mente degli operai che lo maneggiavano in fabbrica». Anche l’espressione «spirito di patata» in voga nella prima metà del ‘900 per indicare una battuta fiacca, che non fa ridere, deriva dalla bevanda alcoolica che si estrae dal fermentato di patata che è «simile all’acquavite ma di sapore più blando». Oppure, nella voce «Spinaci», apprendiamo non solo che Braccio di Ferro (PopEye) è il primo personaggio a fumetti cui è stata dedicata una statua, ma che questo personaggio è nato durante la grande depressione, in un’area del Texas in cui si coltivavano e s’inscatolavano spinaci, che proprio a questo fumetto l’industria conserviera attribuì l’aumento del 30% del consumo di spinaci in scatola tra il 1931 e il 1936 e che infine il nome originale della partner di Braccio di Ferro, Olivia, era in realtà Olive Oyl, anch’esso teso a pubblicizzare un genere alimentare, il nostro olio d’oliva.

Montagne di bambù
Ma al di là delle curiosità che pure lo rendono tanto gradevole, questo dizionario mantiene fisso il suo interesse su alcune direttrici costanti.
La prima è restituire all’ignaro lettore l’immensa, inimmaginabile portata della produzione nel nostro mondo industriale: voce dopo voce, siamo martellati dai milioni, e miliardi di tonnellate delle singole merci: ogni anno si producono nel mondo 10 milioni di tonnellate di gomma naturale, 13 milioni di tonnellate di gomma sintetica. Di un materiale che ci appare tanto marginale quanto il bambù, se ne smerciano nel mondo ben 25 milioni di tonnellate all’anno, soprattutto per il suo uso nell’edilizia: è impressionante vedere in Cina le silhouettes di ipermoderni grattacieli in acciaio e vetro ergersi solo grazie alle esili, flessibili impalcature del bambù. Ma poi si passa ai 35milioni tonnellate l’anno di alluminio (estratti da 200 milioni tonnellate di bauxite), ai 400 milioni di tonnellate di carta, per arrivare ai pesi massimi come i 2 miliardi di tonnellate di cemento, i 4 miliardi di tonnellate di petrolio e i 6 miliardi di tonnellate di carbone.
Con queste cifre martellanti Giorgio Nebbia ci ricorda quanto sia fallace l’idea di una postmodernità immateriale: l’immaterialità della nostra società si basa su un’incredibile materialità di supporto. Niente lo dimostra meglio dell’acciaio, il simbolo stesso del Moderno («età dell’acciaio») che ci appare ormai alle spalle, il termine da cui Iosif Vissarionovic Džugašvili prese il suo pseudonimo Stalin: acciaio si dice in russo sta’l, in tedesco Stahl, in inglese steel. Nel corso del XX secolo l’acciaio è stato sempre più sostituito da altri materiali in un numero sempre maggiore di prodotti, per esempio le carrozzerie delle auto, o i motori delle motociclette (ormai in alluminio), eppure nel corso del ‘900 la produzione mondiale di acciaio è passata dai 30 milioni di t nel 1900 ai 140 milioni del 1940, ai 700 milioni del 1973 ai 1.400 milioni di oggi: ovvero la produzione si è moltiplicata 50 volte, mentre la popolazione mondiale si è quintuplicata: il consumo pro capite è decuplicato!
Solfanelli sardi
Alla faccia del postmoderno
Nello stesso tempo, se è vero che il mondo nel suo insieme è un immane stabilimento industriale sempre più gigantesco, è anche vero però che i paesi industriali si deindustrializzano. Questo Dizionario è cosparso di fabbriche abbandonate come tutte le grandi acciaierie integrali italiane (tranne Taranto), di miniere chiuse come quelle di carbone in Belgio, o quelle di mercurio sul Monte Amiata che ancora negli anni ‘60 producevano 1.200 t l’anno, e furono chiuse attorno al 1980. La produzione di acido borico (dai soffioni boraciferi di Larderello) aveva fatto la ricchezza della Toscana, ma dopo la seconda guerra mondiale declinò e nel 1997 cessò del tutto. Oppure la canapa, di cui l’Italia ancora nel 1957 produceva 30.000 tonnellate e che ora è scomparsa dai nostri campi.
O ancora le fabbriche di glutammato come la Insud-Ajinomoto costruita con i contributi della Cassa per il Mezzogiorno a Barletta, che funzionò più male che bene dal 1965 al 1977 e poi fu chiusa. Così è stato chiuso l’ultimo impianto che produceva acido solforico, quello di Scarlino in provincia di Grosseto, quando nell’800 lo zolfo era praticamente un monopolio siciliano sotto i Borboni.
Persino impianti che hanno fatto la storia dell’industria moderna, come la raffineria La Palma di nitrato in Cile, che aveva dominato il mercato mondiale per tutto l’800, è stata definitivamente chiusa dopo la seconda guerra mondiale e, come epitaffio funebre, nel 2005 è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
Questo inesausto nascere e morire di impianti, fabbriche, cave, miniere, questo migrare da un continente all’altro si esprime anche nella transitorietà delle merci che sembravano pilastri della civiltà e poi invece svaniscono nell’oblio. Così è avvenuto alla Celluloide, che ha addiritttura designato un mondo, quello del cinema, e che oggi viene usata solo per produrre palline da pingpong per cui pare sia insostituibile.
Materie prime, semilavorati, merci finali sembrano dotati così di una loro vita, un loro nascere e morire. Per esempio i metalli sono da sempre presenti sulla terra, ma alcuni sono noti damillenni, come il rame, lo zinco, lo stagno, il ferro. Altri invece, presenti solo in composti difficilmente scindibili, sono noti solo da poco. Per esempio, l’alluminio, il metallo oggi più diffuso e più usato dopo l’acciaio, è noto solo dal 1827 e ottenerlo era così complicato che quando infine «arrivò sul mercato, costava più dell’oro».
Le merci non solo sono dotate di una propria vita, ma sono intrise della vita – e della morte, e dei dolori e dei patimenti – degli umani che le hanno prodotte. Come non ricordare il luogo su cui sorgeva la più grande fabbrica tedesca di gomma e benzina sintetiche durante la seconda guerra mondiale, e cioè Auschwitz? Il coltan è indispensabile per i nostri telefonini, ma ognuno di essi gronda del sangue della guerra civile in Congo. E lo stesso avviene per i diamanti. Per i nitrati Cile, Perù e Bolivia combatterono una guerra nell’800. A volte invece la storia s’insinua in un materiale in modo piùsubdolo. È il caso del butanolo, un carburante ottenibile dai vegetali, con più ottani rispetto all’alcol etilico. Il butanolo fu scoperto dal chimico ebreo russo Chaim Weizman (1874-1952) che era dovuto emigrare prima in Svizzera, poi in Germania e infine in Inghilterra. Weizman scroprì che un batterio trasforma gli zuccheri in butanolo e acetone. «Durante la prima guerra mondiale l’Inghilterra aveva bisogno, per la produzione dell’esplosivo cordite, di acetone che fino ad allora era stato importato dalla Germania. Weizman accettò di cedere al governo inglese il suo brevetto se avesse dichiarato – la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 – di “vedere con favore la costituzione in Palestina di una ‘sede nazionale’ per il popolo ebraico”». Weizman fu non solo un grande chimico, ma anche il primo presidente dello stato d’Israele dal 1949 al 1952.
Solfanelli russi
Piombo letale
In altri casi la storia delle lotte dei popoli si affievolisce con l’estinguersi della merce che le aveva generate. Così, i fiammiferi sono una merce in via di estinzione, sostituiti dagli accendini. Nessuno ricorda le grandi lotte che scossero l’Italia di fine ‘800 per protestare contro la tassa sui fiammiferi, una tassa inasprita per far fronte alla guerra coloniale in Africa che si concluse con le sconfitte di Amba Alagi (1895), Macallè e Adua (1896) e con voragini nel bilancio dello stato.
Ma proprio i fiammiferi ci portano all’altro grande filo conduttore di questo Dizionario, quello ecologico, come si vede già dal titolo.
L’industria dei fiammiferi era fiorente nell’800, ma usava per il rivestimento delle capocchie fosforo bianco che era estremamente dannoso per gli operai che lo maneggiavano. Ma le pressioni dei fabbricanti ostacolarono per più di mezzo secolo qualunque misura che difendesse la salute degli operai. E anche dopo che l’Italia aveva firmato la convenzione di Berna (1906), grazie all’«emergenza nazionale» della prima guerra mondiale, i padroni dello zolfanello riuscirono a rimandarne l’applicazione al 1924 a prezzo di migliaia di malattie e morti premature degli operai. Sono tanti i casi in cui si ripete la storia di produttori che in nome del «progresso» o dell’«occupazione» difendono produzioni tossiche. Esemplare è quella del piombo tetraetile che serviva ad aumentare il numero di ottano nella benzina, e dei decenni che ci sono voluti per bloccarne la produzione e avere «benzina senza piombo».
La storia della Società lavorazioni organiche inorganiche (Sloi) è da manuale. Spostata a Ravenna nel 1940, già nel ‘45 aveva fatto almeno 8 morti tra gli operai e aveva inquinato i terreni circostanti. Nell’inondazione di Trento del 1966 la fabbrica fu allagata e provocò un’esplosione. Si moltiplicarono campagne stampa per gli operai ricoverati a ripetizione per avvelenamento. Ma quando nel 1971 il giudice chiuse la fabbrica, gli stessi operai protestarono per non perdere il posto di lavoro. Solo un’altra esplosione nel 1978 chiuse questo capitolo tossico.
Tutto il libro non fa che sottolineare la doppiezza della tecnologia, il suo doppio volto che produce benefici ma veicola pericoli e veleni. Così è per tutta la filiera del cloro, usato nello sbiancamento della carta e che portò ai gas asfissianti della prima guerra mondiale, al Ddt, il potente insetticida messo fuori legge; ai defolianti usati dagli Stati uniti nella guerra del Vietnam, agli erbicidi, ai clorofluorocarburi usati nei frigoriferi e considerati in parte responsabili del buco dell’ozono, al cloruro di vinile, una materia plastica rivelatasi cancerogena, e alla diossina prodotta dal suo incenerimento.
L’ozono è un altro esempio dell’ambivalenza ambientale di un materiale. Alla sua diminuzione negli strati alti dell’atmosfera è attribuita la responsabilità dell’aumento di radiazioni ultraviolette che giungono al livello del mare e quindi dell’aumento dei tumori cutanei e delle malattie degli occhi. Ma nello stesso tempo la combustione degli autoveicoli produce un eccesso di ozono nella «troposfera», al livello del suolo, che a sua volta provoca disturbi respiratori e irritazioni e facilita la formazione di altri agenti inquinanti e tossici.

Ingegno generale
Perciò grande attenzione dedica questo Dizionario alle tecnologie alternative che potrebbero attutire l’impatto ambientale, generare posti di lavoro «verdi». Mettendoci però in guardia da innovazioni che poi si sono rivelate miti: «Ogni tanto ritorna in circolazione la speranza della scoperta di una plastica biodegradabile, adatta, soprattutto, per i sacchetti della spesa, gli shopper, il cui consumo ammonta a miliardi di unità all’anno, a centinaia di migliaia di tonnellate all’anno», speranza che si è sempre rivelata vana perché proprio biodegradabili quei sacchetti non erano. Nebbia ci insegna che riciclare è un’arte difficile, che andrebbe appresa e insegnata (per esempio vetro bianco e vetro colorato non possono essere riciclati insieme). E poi fa curioso venire a sapere che dopo la seconda guerra mondiale il governo italiano aveva creato un ente pubblico, l’Azienda Rilievo Alienazione Residuati, l’Arar, per riciclare i residuati bellici che l’esercito americano si era lasciato dietro.
Insomma questo dizionario è uno straordinario ritratto del nostro mondo e della nostra società. Intanto ci ricorda della centrale importanza di una scienza, la chimica, spesso e a torto considerata ancella delle altre discipline. Poi ci sciorina davanti agli occhi l’incredibile, multiforme, capillare ingegnosità di tanti umani che hanno creato procedimenti, scoperto metodi, inventato prodotti, vero proprio general intellect che ha provocato la radicale rivoluzione tecnologica e sociale di cui ormai non ci rendiamo più conto. General intellect che è fatto non solo di intelligenza, estro, fantasia, tenacia, ma anche di furbizia, scaltrezza, capacità di raggirare in una versione imprenditoriale di «Ulisse dal multiforme ingegno». Di questa opinabile ma stupefacente scaltrezza Nebbia ci dà un’ampia illustrazione nel capitolo sulle Frodi, tra cui personalmente mi ha colpito una sull’olio d’oliva che richiese davvero tanta immaginazione, quando si scoprì che l’olio di semi di tè è l’unico olio vegetale che presenta caratteristiche uguali a quelle dell’olio di oliva. «Fu così organizzato un ‘commercio triangolare’: veniva acquistato a basso prezzo olio di tè dalla Cina, questo arrivava in qualche porto dell’Africa settentrionale dove, senza nessuno spostamento, con un abile cambiamento dei documenti di trasporto, veniva fatto figurare che la nave aveva scaricato olio di tè e imbarcato olio di oliva. L’olio di tè entrava così in Italia come regolare olio di oliva». 
Come avrebbe detto il nipote di Rameau: «Questo è genio!».
Tappo di sughero
SCAFFALE
Innovazione a colpi di alcol, patate e caffé
La letteratura sul tema delle merci è sconfinata.
Qui ricordo solo alcuni dei volumi nominati da Nebbia e altri, particolarmente interessanti che hanno colpito me. Intanto, anche se è difficilmente accessibile, il libro di Nicoletta Nicolini, Il pane attossicato. Storia dell’industria dei fiammiferi in Italia (Documentazione scientifica editrice, Bologna).
Poi, sulla produzione di acciaio a partire dalla rottamazione, Giorgio Pedrocco, Bresciani. Dal rottame al tondino. Mezzo secolo di siderurgia (1945-2000) edito dalla Fondazione Micheletti di Brescia e da Jaca Book. Ha fatto epoca la Storia sociale della patata di Redcliffe N. Salaman del 1985 (trad. it. Garzanti 1989), mentre è ormai introvabile il capostipite di questo genere letterario, la Biografia del caffè (1934) del giornalista tedesco americano Heinrich Eduard Jacob, tradotto da Bompiani nel 1936. Però una parte del materiale fornito da Jacob si ritrova in Il paradiso, il gusto e il buon senso. Una storia dei generi voluttuari» (1980) di Wolfgang Schivelbusch (tradotto in italiano da De Donato nel 1988 e ripreso nel 1999 da Bruno Mondadori sotto il titolo Storia dei generi voluttuari. Spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe»). Sempre di Schivelbusch
raccomando Luce. Storia dell’illuminazione artificiale nel secolo XIX (1983) tradotto da Pratiche Editrice nel 1994. Più in generale, sui modi obliqui in cui le innovazioni tecnologiche si producono, si comunicano da un settore all’altro e si propagano, varrebbe la pena di ripubblicare i datati ma sempre classici saggi Perspectives on Technology (1976) di Nathan Rosenberg, una scelta dei quali apparve a suo tempo in italiano presso Rosenberg & Sellier nel 1987. (m. d’e.)


“il manifesto” 26 ottobre 2011

Manutenzione e inaugurazione. La lezione di Napoli (Tomaso Montanari)

Fatto e articolo non recentissimi, ma da meditare e rimeditare. (S.L.L.)

La vita di un ragazzo:
il prezzo da pagare per aver abbandonato le città
Dopo cinque giorni di agonia, ieri Salvatore Giordano è morto: a quattordici anni. Sabato era stato colpito da alcuni calcinacci staccatisi dal soffitto della Galleria Umberto I, nel cuore di Napoli. Perché è successo? Di fronte a eventi terribili come questo, ci si è sempre interrogati. Gesù, nel Vangelo di Luca, sfida le superstizioni dei benpensanti del suo tempo: “Quei diciotto sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico”.
Oggi, invece, ci chiediamo: si poteva evitare? È davvero una fatalità? O è colpa di qualcuno? Non è possibile non vedere il nesso tra la tragica morte di Salvatore Giordano e l’abbandono di ogni manutenzione delle nostre città. Il centro storico di Napoli si va lentamente disfacendo, nell’indifferenza generale: ma il problema non è solo di Napoli.
Il 4 gennaio 2012, alle cinque di pomeriggio, a Firenze si rischia una strage: dalla Colonna dell’Abbondanza, nell’affollatissima Piazza della Repubblica, si stacca un frammento lapideo di ottanta chili, che precipita al suolo, miracolosamente senza ammazzare nessuno. Sempre a Firenze, pochi giorni fa quel miracolo non si è ripetuto: un ramo staccatosi da un albero nel Parco delle Cascine ha ucciso una donna e la sua nipotina. “Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione”. Lo scriveva Leo Longanesi nel 1955, e oggi è ancora più sistematicamente vero.
La morbosa politica “culturale” dei Grandi Eventi rende praticamente inimmaginabile che un ministro o un sindaco trovino conveniente annunciare una campagna di manutenzione ordinaria a tappeto: troppo poco, troppo grigio, troppo umilmente anonimo. Ma il problema è ancora più profondo, e riguarda la mentalità indotta dal consumismo di massa nella sua fase estrema e (chissà) finale: è l’idea stessa della conservazione, della cura quotidiana degli oggetti ad essere uscita dal nostro orizzonte mentale. Se questo è vero per il nostro stesso corpo, lo è ancora di più per il corpo delle nostre città.
Non è difficile oggi capire l’ardimento visionario con cui nacque, per esempio, Venezia: difficile è capire il lavoro quotidiano della Repubblica Serenissima, che incessantemente ha curato la Laguna ogni giorno di ogni mese di ogni anno di ogni secolo. Eppure, senza quel lavoro quotidiano non avremmo Venezia. Oggi, quando va bene, la manutenzione si identifica con l’intervento eccezionale (vedi il Mose): meglio se spettacolare, e meglio ancora se costosissimo.
Nulla potrà ridare Salvatore ai suoi cari, ma noi questa lezione dobbiamo impararla: prima che non solo Napoli, ma tutte le nostre città storiche ci cadano, letteralmente, sulla testa.


Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2014

23.9.14

Il "piano" nella Città antica. Il caso di Megara Iblea (Andrea Carandini)

Scavi di Megara Hyblaea
Le città di oggi si sviluppano disordinatamente, senza forma. Questa loro sfigurazione non è altro che l'aspetto monumentale della rendita capitalistica, del dominio assoluto della città sulla campagna, della città al servizio della ricchezza. Sembra così concludersi nel kaos un modo di vivere che era invece sorto come principio del kosmos, quando cioè all'origine la città è espressione della campagna ed appare ordinata e al servizio dell'uomo come i campi di un podere ben coltivato.
Questa nascita della città secondo una razionale progettualità è stata dimostrata da due archeologi francesi, G. Vallet e F. Villard, che scavano da anni il cuore di Hyblaea, una colonia greca sulla costa orientale della Sicilia, poco a settentrione di Siracusa.
L'avevano fondata dei coloni che provenivano dalla Megara di Grecia, la dorica madre-patria posta a metà strada fra Corinto ed Atene: una metropoli neonata, visto che da poco vi si era concentrata una popolazione che prima si trovava sparsa per cinque villaggi e per le campagne.
Siamo nell'VIII secolo avanti Cristo, quando sorgono le prime città in Etruria, nel Lazio, in Magna Grecia e nella stessa Grecia. Questa straordinaria rivoluzione urbana è condotta dai primi proprietari privati della terra che la storia della umanità abbia conosciuto.
La ricerca degli archeologi francesi e dei loro collaboratori si è concentrata sul quartiere della grande piazza (agorà) dell'antica colonia. Nove ettari saggiati e quasi tre interamente scavati. Una impresa intentata, il lavoro di una generazione, ora finalmente raccolto in due grossi volumi (Megara Hyblaea 1. Le quartier de l'agora archaique, École Française de Rome, 1976).
Quando i greci sbarcarono sul sito pianeggiante della futura Megara di Sicilia non vi abitava nessuno. Gli indigeni vivevano per lo più sulle montagne. Se essi erano venuti portando con loro un'immagine di città, avrebbero potuto realizzarla: del tutto liberamente, senza alcun condizionamento naturale o umano. Le diciassette case, databili agli ultimi decenni secolo, sono l'espressione materiale tramite la quale possiamo tentare di ricostruire il modello di insediamento che i primi coloni avevano importato in terra straniera.

Un modello di insediamento
L'ipotesi degli scavatori è che "i primi coloni occuparono gran parte dello spazio che alla fine del secolo verrà recinto da mura, che risparmiarono fin dall'origine due importanti aree destinate a funzioni politico-religiose (area dei due templi del secolo, sotto i quali sono stati trovati soltanto resti di un villaggio neolitico ed area dell'agorà, leggermente depressa anch'essa e mai occupata da abitazioni), che previdero l'articolazione della città in isolati e grandi assi stradali e che infine costruirono le loro prime case rispettando, prevedendo, una realtà che si sarebbe concretizzata monumentalmente soprattutto a partire dalla metà del secolo.
Nulla, infatti, se non la roccia ed uno strato di terra nera, sta ad indicare in positivo la presenza di strade e della grande piazza centrale di questa città che nasce, se non appunto il risparmio del terreno pubblico previsto in quello che potrebbe definirsi il « piano » della colonia. Di positivo ci sono le case dei coloni, costituite da un solo ambiente quadrangolare – (di metri quadri 16), che si apre a sud, costituito da grosse pietre di fondazione e da muri a secco (non da mattoni crudi, come avveniva in Grecia). Il pavimento è di terra battuta, il tetto di strame. La casa era circondata da un «giardino» con silos per il grano e animali domestici. Si tratta evidentemente della casa di una coppia, non di una grande famiglia di più generazioni.
Le diverse proprietà sparse nell'area urbana sembrano fra loro diverse, ma fondamentalmente equivalenti. I cittadini ci appaiono di conseguenza pochi, poveri e uguali. Ma quel che più importa dal punto di vista urbanistico è che le case dei primi coloni sembrano rispettare quelli che saranno gli spazi pubblici e la stessa organizzazione interna dei futuri isolati.
Di qui l'idea che un «piano» esistesse fin da principio.
Nella prima metà del secolo osserviamo i primi segni di sviluppo. Le casette monocamera sono ora dotate di uno o due altri ambienti (raggiungendo i 20 i quadri), il suolo è costituito di arenaria sfranta. La proprietà, incluso il giardino, è ora misurabile (circa 125 metri quadri). Si diffonde l'uso dei pozzi. Sono tutti questi i segni di una popolazione che cresce in numero e prosperità. L'esperimento « città » funziona.
Nella seconda metà del secolo la polis di Megara raggiunge il suo momento di massima fioritura. Essa fonda nel 628 Selinunte. Le case sono ora di due o tre ambienti (ciascuno di m. 4 per lato), posti in fila perpendicolarmente alle strade, per la larghezza complessiva di mezzo isolato (m. 12). Le porte delle stanze si aprono a mezzogiorno (non vi sono comunicazioni interne) verso una corte (larga m. 6) che ha un ingresso sulla strada. Le proprietà urbane si restringono (metri quadri 70 di media). L'abitato si fa dunque più denso ed esteso e la città perde l'aspetto di una somma di case contadine per assumerne uno nettamente urbano (è probabile che alla fine del periodo compaiano i tetti di tegole).
Il sistema di produzione fondato sulla città consente dunque un notevole sviluppo della produzione e dell'accumulazione. Ne è una prova vistosa i grandi lavori pubblici che si concentrano fra il 650 e il 620. Il primo edificio a sorgere all'incrocio delle due maggiori arterie stradali è un heroon (probabile luogo di culto dell'eroe fondatore della colonia), cui segue una stoà (loggiato), un edificio amministrativo (non dissimile dalla regia nel foro romano e dall'edificio dell'agorà ateniese). La grande piazza di Megara non è più uno spazio libero ma è ormai un centro monumentale della vita comune religiosa, civile, politica, giudiziaria della città. Gli edifici religiosi e civili seguono le regole dell'architettura greca.
Ci stupisce la mancanza di ogni aspetto commerciale e artigianale, perché le nostre città sono figlie delle città medievali, dove questi aspetti erano centrali. Nella città antica invece “lo Stato deve esercitare il commercio per il suo proprio interesse e non per interesse di altri. Quelli che aprono il loro mercato a tutti lo fanno in vista del guadagno: ma lo Stato non deve partecipate a tale forma di arricchimento” (Aristotele, Politica). Dove la ricchezza è al servizio della città e non viceversa, la piazza sarà libera da mercanti e mercanzie, cui si destineranno aree marginali. Al tempo di Aristotele questa realtà vive più nella teoria che nella pratica, mentre il contrario doveva succedere nella città arcaica.
Si tratta ora di vedere cosa significa questo sviluppo urbano sul piano dei rapporti fra gli uomini. Quando una società si basa sulla proprietà privata di tutti i mezzi di produzione e di sostentamento, presuppone automaticamente la possibilità di accrescere o di perdere questa condizione di proprietà. Sorgono allora i ricchi e i poveri e con essi gli antagonismi fra le diverse parti sociali. La «lotta di classe» fra pacheis (grassi) e il demos (popolo) avrà non solo riflessi interni, quali il passaggio dall'oligarchia alla tirannide, ma anche esterni, quali i conflitti fra le diverse poleis (ad esempio fra Megara e Leontinoi).
Con il VI secolo non si conoscono costruzioni di case nel quartiere dell'agorà. Si tratta di una specializzazione in senso pubblico di questa parte della città — si domandano gli archeologi — o di una crisi della polis nel suo insieme. Forse di ambedue le cose (ma per essere più precisi occorrerebbe scavare anche i quartieri periferici di Megara). Il conflitto con Siracusa darà il colpo di grazia a questa piccola ormai e fragile città che si era inutilmente circondata di mura: Gelone distruggerà Megara nel 483 a.C. La città risorgerà, più piccola, nel IV secolo e sarà distrutta nel 213 dal romano Marcello. La campagna si riprenderà allora e per sempre quel che i coloni greci le avevano tolto. Le uniche costruzioni che fino all'età bizantina sorgeranno sulle rovine della città ellenistica saranno appunto delle fattorie.

Una indagine di valore
Da quanto si è detto si intende facilmente il grande valore delle indagini di F. Villard e di G. Vallet. Esso consiste certamente anche nella grande estensione dello scavo che ha permesso di conoscere un intiero quartiere. Ma proprio in relazione all'estensione dello scavo nasce il problema più drammatico per ogni archeologo. Come assicurare il più stretto rigore stratigrafico, facilmente ottenibile in saggi limitati, entro grandi estensioni? È questo un problema in larga misura non risolto e che quindi neppure i due archeologi francesi potevano risolvere. Ma il problema resta. Nuovi esperimenti fanno tuttavia presentire una rivoluzione nella tecnica di scavo e nei metodi di pubblicazione.
Verrà dunque forse un giorno in cui si presterà altrettanta attenzione alle parti molli (gli strati) che alla struttura ossea (i muri) di un insediamento. Le une verranno scavate ed edite in organica connessione con la seconda senza privilegiare fasi storiche particolari, ma di seguito, secondo l'ordine di tutte le azioni umane e naturali che hanno appunto composto la città nel suo sviluppo, dall'inizio alla fine. Allora gli “sconvolgimenti” delle successive azioni edilizie e di vita appariranno come qualcosa di razionale e conoscibile e non più come una disordinata opera di distruzione che una generazione opera su quanto la precedente ha costruito.
La cura stratigrafica (penso agli esperimenti di M. Gras e H. Tréziny a Megara) diventerà il costume abituale, imprescindibile etica dello scavatore. Allora anche le più fragili strutture, in argilla e legno, e i più modesti aspetti della vita materiale verranno rivelati ai nostri occhi (come ha imparato a fare l'archeologia europea). I risultati dello scavo comporranno allora una narrazione continua nella quale anche il più piccolo fatto contribuisce, come un mattone, alla ricostruzione storica di quell'organismo che è una città.
Allora lo scavo archeologico apparirà come una operazione chirurgica sulla terra e la terra apparirà non più come un serbatoio di documenti ma come una realtà vivente. Ma per ragioni storiche siamo ancora assai lontani da tutto ciò, specialmente sulle sponde del Mediterraneo. Ciò non toglie che entro i limiti posti da una certa fase dei nostri metodi scientifici del lavoro di alta qualità possa esser fatto. Ed è il caso di proprio davanti ai migliori risultati viene la voglia di andare ancora avanti.


“l'Unità”, 20 novembre 1997

statistiche