24.6.15

Scarabattolante (Sabrina D'Alessandro)

scarabattolante
agg. Sbilenca e traballante
Da carabattole: utensili di qualche mestiere che l'uomo porta seco per la propria occorrenza: bagatelle, bazzecole; e adoprasi più comunemente nella maniera: "Prendere le sue carabattole e andarsene". (Pietro Ottorino Pianigiani, Dizionario etimologico della lingua italiana, Editrice Dante Alighieri, Roma, 1907)

Dal latino grabatus, "lettuccio", parola diffusa attraverso la frase che Cristo rivolse al paralitico: Tolle grabatum tuum et ambula, "Prendi il tuo lettuccio e cammina": di qui il valore di "cianfrusaglia".

da Il libro delle parole altrimenti smarrite, Rizzoli, 2011

Robot assassini. La guerra delegata (Gabriele Catania)

Forse tra qualche decennio i corrispondenti di guerra (se esisteranno ancora) racconteranno di scontri devastanti tra carri armati automatizzati, o tra sciami di robot volanti. Una Götterdämmerung high-tech degna di un romanzo di Robert Heinlein o Philip Dick che realizzerebbe in pieno la sintesi di Thomas Edison: «La guerra moderna è più una questione di macchine che di uomini».
Questa visione al momento pare davvero uscire da un libro di fantascienza, ma sono già state investite ingenti quantità di denaro per accorciare i tempi che ci separano dai futuri campi di battaglia sui quali, secondo gli esperti, i robot nel XXI secolo potrebbero svolgere un ruolo decisivo.
Ipotesi che desta non poca inquietudine e sulla quale la comunità internazionale ancora deve pronunciarsi.
Lo scorso 14 novembre, i Paesi aderenti alla Convenzioni Onu delle armi convenzionali si sono riunite a Ginevra per discutere quelli che tecnicamente vengono definiti sistemi d’arma autonomi letali (Laws) e che i pacifisti hanno già ribattezzato «robot assassini». I convenuti, che avevano avviato i primi colloqui nel maggio del 2014, hanno per ora deciso di non decidere fissando un nuovo appuntamento per il prossimo aprile.
Negli stessi giorni (l’11 novembre) il New York Times ha pubblicato un articolo sul prototipo di un missile anti-nave sviluppato dall'americana Lockheed Martin, capace di scegliersi da solo l’imbarcazione da distruggere, uno tra i tanti robot che secondo lo studioso statunitense Peter W. Singer, autore del saggio Wiredfor war - the robotics revolution and conflict in the 21st century (Penguin), cambieranno non solo il modo in cui facciamo la guerra, ma anche chi la fa. Il loro impatto - assicura - sarà più rivoluzionario di quello delle testate nucleari nel XX secolo.
«Negli ultimi due anni diversi rapporti e convegni hanno evidenziato l’esistenza di sistemi robotici con diversi gradi di autonomia e letalità. - dice a pagina99 Mary Wareham, responsabile della divisione armamenti dell’ong Human Rights Watch (Hrw). Fa alcuni esempi: i droni aerei Predator e Reaper (Stati Uniti), e quelli terrestri Guardium (Israele); i prototipi di aerei da combattimento senza pilota X-47B (Stati Uniti) e Taranis (Regno Unito), capaci di cercare, identificare e (se autorizzati) ingaggiare i nemici; le sentinelle robotizzate Sgr-Al (Corea del Sud) e Sentry Tech (Israele), con sensori per individuare gli obiettivi, e mitragliatrici pronte a far fuoco. E i missili britannici Brimstone già distinguono tra tank e macchine e possono inseguire un bersaglio senza aver bisogno di supervisione umana.
Sia chiaro però: al momento nessun esercito del mondo ha in dotazione robot autonomi letali (Lar) in grado di uccidere una persona senza il comando diretto di un altro essere umano. E comunque, «c’è ancora un grande divario tra le decisioni che l’intelligenza artificiale e i sensori possono prendere, e quello che si vede nei film di Hollywood, tuttavia, è un divario destinato a ridursi ogni giorno - è l’opinione personale di Quentin Ladetto, research director della Armasuisse (il centro di competenza elvetico per l’acquisto di sistemi e materiali tecnologici complessi per l’esercito) - Quanto affidabile può essere una macchina, e in quali circostanze può decidere se una persona rappresenta una minaccia o no, e in tal caso rispondere in modo proporzionale? Sono questi gli interrogativi cruciali. E poi conta pure dove viene dispiegato il sistema d'arma. Per esempio, se un Laws è istallato a difesa permanente di una centrale nucleare è una cosa, se invece è mobile e opera in una città con militari ma anche civili è un'altra. Comunque ho l’impressione che in luttuosi produrranno sì I.aws, ma nell'ambito di società con un alto grado di automazione, dove circoleranno già auto che si guidano da sole, robot e così via».
In ogni caso le Ong di tutto il mondo sono sul piede di guerra. In particolare, ha destato l’attenzione dei media la campagna Stop Killer Robots, promossa tra l’altro proprio dalla Hrw. «La campagna vuole proibire in via preventiva e totale lo sviluppo, la produzione e l’uso dei cosiddetti robot assassini. - spiega la Wareham, che è anche coordinatrice della campagna - Il nostro obiettivo è proibire che gli esseri umani siano estromessi dal controllo delle armi autonome». Probabilmente le ong fanno bene ad agire in anticipo.
In un rapporto del 2012 diretto al presidente Barack Obama, il National Intelligence Council Usa prevede: «Ci si aspetta che i militari utilizzino di più i robot per ridurre l’esposizione umana in situazioni o ambienti ad alto rischio, così come il numero di truppe necessarie per certi tipi di operazioni». Ancora: «I veicoli autonomi potrebbero trasformare le operazioni militari, la risoluzione dei conflitti, il trasporto e il rilevamento geografico. Veicoli aerei privi di equipaggio (Uav, i droni aerei) sono già usati a scopo di spionaggio o per lanciare missili. Entro il 2030, gli Uav potrebbero essere comunemente usati per monitorare i conflitti, far rispettare le no-fly zone, sorvegliare i confini».
Previsioni a parte, è innegabile l’esistenza di un trend globale verso la creazione di sistemi d’arma autonomi tanto sofisticati quanto distruttivi. «I sistemi privi di esseri umani stanno offrendo un contributo significativo alle operazioni del Dipartimento della difesa in tutto il mondo» rileva un lungo rapporto del Defense Science Board del Pentagono, riferendosi principalmente agli Uav. «Credo che i sistemi pilotati a distanza avranno un grande impatto sulle prossime guerre. Lo scopo è porre una distanza tra chi combatte e il teatro di guerra, ed evitare morti, almeno da un lato - spiega Ladetto - Penso invece che le forze armate non siano pronte (quanto a mentalità, procedure, regole di condotta e così via) ad adottare i Laws. Personalmente sarei più preoccupato dell’utiliz-zo, nei prossimi decenni, di sistemi d’arma a pilotaggio remoto, in grado di generare enormi tensioni e scontri asimmetrici che potrebbero condurre a nuove forme di violenza a causa dell’incapacità delle persone di reagire al nemico».
Secondo dati ufficiali americani, dal 2005 al 2010 le ore volate dagli Uav sono passate da 10 mila a oltre 500 mila. E le persone uccise dal 2002 a oggi sarebbero, secondo una stima dell’American Civil Liberties Union, circa 4000. Da quando Obama è stato eletto alla Casa Bianca, la guerra globale al terrorismo islamista è stata combattuta sempre di più attraverso i voli letali di Uav come il già citato Predator.
Ma per quanto possano essere terrorizzanti (i civili afgani arrivano a paragonare i droni a mostruosi angeli della morte), gli Uav non sono ancora Laws. Chi ordina il lancio di un missile contro un obiettivo nemico è sempre una persona. Che magari si trova a migliaia di chilometri di distanza dal teatro di guerra. Come Brandon Biyant, che dal 2006 al 2011 è stato remotely-piloted-aircraft sensor operator presso la base aeronautica di Nellis, alla periferia di Las Vegas. Il mensile Gq, che lo ha intervistato nell’au-tunno del 2013, lo ha descritto come “la macchina assassina americana del XXI secolo”; Bryant però non è un robot, ed è ancora ossessionato da quegli anni, quando operava in modalità zombie in missioni che avrebbero provocato la morte di oltre 1600 persone.
La guerra con i droni può ricordare un videogioco: l’operatore combatte comodamente seduto su una poltrona ergonomica, gli occhi puntati sullo schermo, e le dita incollate alla tastiera. Di tanto in tanto può dissetarsi con un sorso di gazzosa, o placare i morsi della fame sgranocchiando uno snack. Niente sangue, né urla, né fumo: solo numeri, parole e immagini sfocate su un monitor ultrapiatto.
Ma la spersonalizzazione della guerra è solo agli inizi. Lo sottolinea a pagina99 Francesco Vignarca, coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo. «A differenza dei droni, che comunque sono guidati a distanza da esseri umani, i Laws avranno appunto la capacità di decidere in modo autonomo. Non sarà più la persona a schiacciare il famigerato bottone rosso: dalla spersonalizzazione della guerra si passerà così alla sua disumanizzazione».
Jürgen Altmann, ricercatore e docente di fisica all’università tedesca di Dortmund, è tra i membri fondatori del Comitato internazionale per il controllo delle armi robot (Icrac).
Elenca i motivi per proibire i robot assassini. «Per i prossimi decenni, i sistemi informatici o le cosiddette intelligenze artificiali non potranno garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario, almeno in situazioni di moderata complessità. Si pensi a principi fondamentali come la distinzione tra i combattenti e i non-combattenti; o a regole specifiche come riconoscere quando un combattente è hors de combat».
Preoccupatissimo è pure Noel Sharkey, docente emerito di intelligenza artificiale e robotica all’università di Sheffield, nel Regno Unito, nonché presidente del comitato internazionale per il controllo delle armi robot (Icrac): «Supereremmo un confine morale cruciale delegando la decisione di uccidere alle macchine. Sarebbe l’inizio di un possibile futuro da incubo. - dichiara a pagina99 - Dare ai robot una simile scelta sarebbe il più grande insulto immaginabile alla dignità umana».


“Pagina 99 we”, 13 dicembre 2014

Topi e razzismo (S.L.L.)

Ha ragione Marco Furfaro. La sparata di Grillo che per motivare la richiesta di elezioni immediate a Roma, prospetta il pericolo che la città sia sommersa da "topi, spazzatura e clandestini", mettendoli l'uno accanto all'altro, sullo stesso piano, fa schifo. E a chi ha studiato un po' di storia lo fa ancor di più: l'accostamento (tutt'altro che innocente) tra topi ed ebrei era un luogo comune della propaganda razziale di nazisti e fascisti. Grillo ha studiato le comunicazioni di massa e non lancia a caso questi messaggi subliminali: non so se voglia alimentare il razzismo, certamente cerca consensi tra i razzisti.
E, tuttavia, a Roma come altrove, non è certo una cosa buona e saggia far crescere a dismisura una presenza così ampia di "irregolari" ricattabili nel mercato del lavoro, soprattutto in un paese dove le ispezioni sul lavoro erano rare già prima e sono state rese quasi inutili da quando quasi tutte le forze politiche hanno scelto di lasciare mano libera ai datori di lavoro. 
Forse non esiste una "emergenza immigrati" sul piano statistico. Forse, nonostante la crisi libica, il numero degli arrivi di quest'anno non supera di molto quello dell'anno scorso. Ma qualcosa si è rotto nella coscienza dei cittadini più deprivati, di quelli più bisognosi di lavoro e di reddito. Ed è ridicolo pensare che gli immigrati irregolari facciano solo i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Dopo l'esplosione della crisi si trovano italiani disposti a fare qualunque lavoro. Caso mai è vero che l'irregolare è disposto ad accettare condizioni di sfruttamento inverosimili per garantirsi una sopravvivenza. Mi dicono che in Sicilia, nel Trapanese o nell'Agrigentino, si trovano "marocchini" disposti a fare lavori di campagna per due euro l'ora e anche per meno; basta rivolgersi alle persone "giuste". Forse non è vero, magari costano due euro e mezzo; ma l'esistenza di una "tratta" mi pare ipotesi fondata. Che questo susciti rabbia nel disoccupato, nel semioccupato, nello studente che facevano qualche lavoro rurale per arrotondare o per pagarsi gli studi è evidente.
La mia impressione è che gli antirazzisti siamo troppo timidi: se si vuole impedire che il virus contagi masse di lavoratori sempre più vaste, c'è una sola richiesta da fare: la regolarizzazione generalizzata e rapida, l'iscrizione alle anagrafi, l'attribuzione di DIRITTI E DOVERI, contributivi, fiscali eccetera uguali per tutti, prima possibile. Le restrizioni e le cacciate richieste da Leghisti e (forse) da Cinque Stelle (non ho ben capito quale sia la linea del movimento e se sia lecito attribuire a tutti le posizioni di Grillo) non servono. Anzi rendono ancora più ricattabile l'irregolare, ancora più disposto ad asservirsi.
Io non credo che la massa dei lavoratori indigeni respingerebbe una posizione seriamente antiproibizionista; più che odio razzistico c'è in loro rabbia per una concorrenza giudicata sleale, per una specie di crumiraggio che, quando non toglie il lavoro, ne peggiora di molto le condizioni. Lo so che non dipende dagli immigrati, che c'è tutta una politica padronale - "europea", non solo italiana - per continuare a usufruire di questo "esercito di riserva", visto che permette una sorta di schiavizzazione di gran parte del mondo del lavoro, specialmente quello meno qualificato (braccianti, manovali edili, sguatteri, scaricatori ecc...). Ma proprio per questo bisogna dire BASTA. 
Per combattere questa situazione ed impedire il diffondersi ulteriore del razzismo, l'unica via seria è mettere fine al buonismo caritativo e scegliere l'UGUAGLIANZA. L'UGUAGLIANZA di diritti e doveri nel mercato del lavoro è l'unico varco possibile per la SOLIDARIETA'.

Immigrati cinesi. Una diaspora di imprenditori (Martino Mazzonis)

In principio furono le cravatte a poche lire vendute per le strade di Milano da immigrati cinesi provenienti dalla Francia agli inizi del '900. Poi, molti anni dopo, a cominciare dagli '80, i ristoranti. Dal punto di vista economico la comunità cinese non somiglia a nessuna delle grandi comunità immigrate in Italia: la sua principale caratteristica è l’imprenditorialità. Su poco più di 300 mila cittadini cinesi regolarmente residenti al gennaio 2013 (la terza comunità nazionale), infatti, ben 39 mila erano commercianti, il 13 per cento. Un numero davvero cospicuo se si tiene conto del fatto che più di un quarto sono minorenni e che non tutti lavorano. L’analisi per settori occupazionale conferma poi un altro aspetto determinante, quello di una comunità che produce lavoro e occupa prevalentemente, se non esclusivamente, connazionali. Il 65% dei cinesi, che conoscono tassi di disoccupazione più bassi della media della popolazione immigrata, lavora nei servizi e di questi, il 60% è impiegato nel commercio e nella ristorazione. Negozi, bar, ristoranti a conduzione familiare che impiegano parenti e non e laboratori industriali, soprattutto di tessile, come a Prato, che costituiscono il secondo ambito di impiego con il 34,2%. Il ristorante cinese, la prima forma di presenza molto visibile negli anni ’90, non è figlio di una vocazione, ma è considerato il primo gradino. Se e quando il ristorante funziona e consente di fare un investimento, si punta al negozio.
Quella cinese è percepita come una immigrazione separata dalle altre e in parte lo è: se c'è una comunità mondale che si può definire diaspora è quella cinese. Sia per storia antica, in tutto il sudest asiatico (6 milioni in Malesia, 7 in Thailandia, uno e mezzo in Vietnam), che per storia più recente in diverse città europee (Parigi, Londra, Milano, Roma). I legami con la madrepatria, le relazioni familiari come calamita dell’emigrazione e dell’integrazione nei Paesi, quelle con altre comunità del continente di emigrazione sono caratteristiche speciali delle comunità cinesi che le fanno percepire come più chiuse e distanti dal contesto in cui si trovano. Nel Sudest asiatico i cinesi si trovano spesso a essere oggetto di forme di aggressione in tempi di crisi proprio perché sono una presenza costante nel tempo, ma percepita come separata.
Anche in Italia vale il meccanismo familiare: gli immigrati cinesi vengono quasi tutti dalle regioni del Zejihang, Fujian e Guandong, ovvero la fascia costiera tra Hong Kong e Shanghai, culla del grande balzo in avanti cinese degli ultimi venti anni.
Per quanto riguarda i luoghi di insediamento, la Lombardia, il Lazio e la Toscana sono le regioni con più presenze. Quest’ultima è un caso a parte: tra Firenze e Prato vive il 17,5% dei cinesi d’Italia, mentre la media degli stranieri in quelle province è del 2,7% e 1,6%. Enorme anche il flusso di rimesse, che negli anni passati, assieme a fiumi di soldi simili provenienti da altri Paesi, ha contribuito a finanziare la crescita della Cina. Nel 2012 2 miliardi e 674 milioni di euro sono tornati a casa. Si tratta del 39% del totale delle rimesse, il che significa che i cinesi hanno una capacità di risparmio enormemente più alta di altri gruppi e che tendono ad avere un rapporto con la madre patria molto stretto.

"Pagina 99 we", 13 dicembre 2014

Scommesse sportive. «Belchinezen» all'assalto del calcio (Alberto Piccinini)

Catania 1960-61
Gli olandesi hanno una parola: belchinezen. Vuol dire, più o meno: cinesi col telefono. Sono i ragazzi cinesi, comunque orientali - il termine è stato coniato dalla polizia, e non è amichevole - seduti sulle gradinate degli stadi europei che tengono aggiornati in tempo reale i grandi siti asiatici di scommesse. Negli stadi di serie A in quelli della Liga o della Premier League, ci si può mimetizzare facilmente. Negli stadi semivuoti della seconda divisione olandese è un po' più difficile. Belchinezen sono stati avvistati nel 2008 a Copenhagen, durante la Tivoli Cup, un torneo per ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, giocato nei parchi, al quale assistono un trentina di spettatori per ogni partita. I siti asiatici scommettevano anche su quelle.
I cinesi col telefono (ma a volte usano un laptop per aggiornare i risultati sul sito) non fanno niente di illegale. Semmai, sono soltanto l'ultimo terminale di un'organizzazione enorme e ramificata, che può contare oltre tutto sulla pervasività e la pulizia del web. A volte può capitare che facciano una brutta fine. Una coppia di studenti universitari cinesi che viveva a Newcastle è stata brutalmente uccisa da un connazionale nel 2009. Le indagini hanno portato alla luce il tentativo di fregare l'organizzazione di scommesse per la quale lavoravano, approfittando dal ritardo col quale erano trasmesse in patria
Declan Hill, il giornalista inglese che ha realizzato l'inchiesta più completa sul nuovo mondo delle scommesse online legate al calcio, e sulle spiacevoli conseguenze di un giochetto che ha decuplicato in dieci anni i profitti di tutte le agenzie coinvolte, spiega che solo il 40% delle puntate è controllato da organizzazioni affidabili. E che il 60% delle puntate si muove nel mercato asiatico. Che è per lo più illegale. Nel 2006 la rivista americana Foreign Politics stimava in 450 miliardi di dollari il giro d'affari complessivo di questo mercato. 20 volte il giro d'affari di tutti i campionati europei.. Una cifra che spiega parecchio.
Spiega perché in Germania, Belgio, Turchia e ora anche in Italia, emergano i fenomeni di conuzione, i trucchetti, i risultati combinati, che oggi sono al centro della cronaca. E con un architettura da crimine transnazionale che fa impallidire qualsiasi scrittore di gialli cibernetici. Capi a Singapore, quadri nell'Est Europa, alleati nelle organizzazioni criminali storiche (camorra, mafia). Anelli deboli della catena da cercare tra giocatori, ex giocatori e addetti ai lavori, spesso di (quasi) nessun nome.
Già i campionati calcistici asiatici sono stati divorati da questa organizzazione. Il premier Hu Jin tao, nel 2009, ha definito il calcio cinese «una vergogna nazionale». La polizia malese stimava nello stesso periodo che il 70% delle partite locali fosse truccato. Ora, il piatto forte è quello europeo, infinitamente più affidabile e appetibile agli scommettitori per storia e tradizione. Una qualità che dovrebbe fare da antidoto alla corruzione, ma che si sta rivelando una debolezza: «C'è un rifiuto psicologico di ammettere quel che sta accadendo - spiega Declan Hill - e questo fa della corruzione sportiva il crimine perfetto: nessuno vuole crederci».
C'è un sistema ben oliato per destare il minor numero di sospetti possibile. Mai scommettere contro la squadra più forte, ma contro la squadra più debole. Meglio se di una serie minore, e di un campionato più povero. Mai sulla vittoria o sulla sconfitta secca, ma sul numero dei gol segnati, under e over, e spesso con puntate a partita in corso. E infine, contattare i giocatori giusti. «Siamo abituati a pensare a loro come delle star - ha spiegato Hill - ma in genere non sono questo. Oltre i 26 anni, quando ha passato la metà della carriera, un giocatore normale è più propenso a vendersi la partita».

il manifesto mercoledì 21dicembre 2011

Spaccaminuti. Orari e calendari nella storia (Valerio Castronovo)

Una pagina di calendario benedettino
Regolare il tempo non è soltanto uno degli aspetti più significativi della nostra vita sociale; è anche una caratteristica essenziale della cultura contemporanea, in quanto fondata su un concetto di razionalità che evoca di per sè il calcolo, la precisione, la puntualità, la standardizzazione. Ma l'istituzione della regolarità temporale è un'idea piuttosto antica.
Duemila anni fa, i rabbini già tendevano a disciplinare la vita individuale, come pure quella collettiva, attraverso un rigido orario giornaliero dei servizi religiosi. Furono tuttavia i monaci benedettini a introdurre in epoca medievale il primo modello organico di misurazione e strutturazione convenzionale del tempo (non solo su base mensile o giornaliera, ma anche oraria) da cui sarebbero derivati in seguito - pur con alcune varianti - sia gli elementi costitutivi sia gli strumenti essenziali usati in Occidente per stabilire e per mantenere la regolarità temporale nella vita quotidiana.
La "Tavola delle ore" che San Benedetto impose ai suoi seguaci, fissava non soltanto la sequenza degli "uffici divini" e di altre funzioni liturgiche, ma anche le scansioni temporali delle varie pratiche di routine. Ed era quanto mai severa con chi, per qualsiasi ragione, non si fosse attenuto strettamente all'osservanza di tali norme: l'arrivare tardi veniva considerato un peccato grave e perciò punito con la penitenza se non addirittura con l'allontanamento dalla comunità. Le deroghe ammesse erano poche: nella vita del monastero ogni cosa doveva procedere puntualmente e senza margini di ambiguità. Il rispetto di un programma così rigido e complesso richiedeva sia una standardizzazione della lunghezza delle ore, secondo criteri uniformi di durata, sia una loro precisa collocazione temporale nel ciclo giornaliero, indipendentemente dal variare delle stagioni e dalle condizioni di luce. Si spiega così il contributo dell'Ordine Benedettino all'introduzione in Europa dell'orologio meccanico.
D' altra parte, nella concezione cristiana, la vita terrena non era che una fase di transizione verso quella eterna: i benedettini trattavano pertanto il tempo come una risorsa limitata e irrecuperabile che avrebbe dovuto essere utilizzata al meglio. San Benedetto raccomandava ai suoi seguaci di spenderlo bene, se essi volevano guadagnarsi il paradiso e scongiurare le pene dell' inferno, non solo attraverso le preghiere e le devozioni religiose, ma anche attraverso lo studio e le opere buone, in modo da evitare l' ozio che egli condannava come "nemico dell' anima". Legittimando l'esigenza di un uso ottimale del tempo, sia pur su un terreno morale, il monachesimo benedettino finì così per trasmettere alla civiltà occidentale una filosofia utilitaristica del tempo che, ripresa e sviluppata dalla Riforma Protestante, sarebbe divenuta più tardi il caposaldo dell'"etica" del capitalismo.
Anche in questo contesto ci si aspetta infatti che gli individui aumentino al massimo il loro tempo "attivo" e, di conseguenze, riducano al minimo ogni tempo "vuoto", perchè "ingiustificato". E' il concetto che Benjamin Franklin diffonderà con una massima divenuta classica: "Ricordatevi che il tempo è denaro" e che entrerà nell' uso popolare: si pensi a termini come "risparmiare", "investire", "sprecare" il tempo. Si giunse così a considerare il tempo come una merce, come una entità che può essere comprata e venduta: ciò che l'industrializzazione tradusse sia nell' istituzione del salario a tempo (secondo unità quali l'ora, il giorno, la settimana, il mese) e non più secondo la quantità del lavoro svolto, sia nell'adozione di particolari metodi per accelerare il processo di produzione, riducendo la durata dell'attività.
Sorta in origine per rispondere a un'esigenza spirituale, la regolarità temporale divenne così il principale parametro di una civiltà materiale tutta efficienza e rapidità. Ma questo non è che uno dei tanti fili conduttori dell'analisi del tempo, considerato non solo come un' entità fisico-matematica, ma anche come un'entità investita di tanti altri significati, che il sociologo americano Eviatar Zerubavel ci propone nel suo libro Ritmi nascosti. Orari e calendari nella vita sociale (Il Mulino).
Vi sono altri percorsi che appartengono alla sfera del politico e dell'ideologia, o che svelano certi aspetti più intimi dell'identità sociale e religiosa. Il calendario ebraico, per esempio, distinto da ogni altro quadro cronologico delle date, è stato il più importante fattore di unità del popolo d'Israele. Non solo perchè esso ha tramandato delle tradizioni e memorie collettive che probabilmente sarebbero andate perdute, ma perché - con i suoi "comandamenti discriminanti", a cominciare dall'osservanza del Sabbath, del riposo al sabato - ha rafforzato negli ebrei vissuti per secoli nel mondo cristiano (che considerava la domenica il giorno del Signore) e in quello musulmano (per cui il venerdì era il giorno santo), il loro senso di appartenenza, la loro unicità come gruppo ed entità distinta. D'altra parte la centralità del Sabbath nella vita degli ebrei rivela un'altra dimensione del tempo: quella sacrale. Il tempo può agire infatti - come afferma Durkheim - come il più efficace principio di differenziazione totale fra il terreno del sacro e quello del profano.
In effetti, in vari popoli e civiltà, l'uomo ha imparato a impiegare tanto le dimensioni del tempo, quanto quelle dei luoghi, per codificare e tenere nettamente distinte le categorie del sacro e del profano concepite come generi separati che si escludono a vicenda e di cui va quindi evitata qualsiasi simultaneità e contaminazione. L'azione di un proprio calendario ha avuto una funzione fondamentale anche per la cristianità e per l'Islam. Maometto, volendo dissociare completamente le feste della religione islamica da quelle arabe pagane, stabilì un ciclo annuale di 354 giorni, sostituendo il calendario lunisolare tradizionale con un calendario lunare completamente differente. La stessa motivazione, cioè quella di creare una cesura netta col passato, fu all'origine dell'istituzione dell'"era cristiana" (come Anno ab incarnatione, poi Anno Domini); a sua volta la standardizzazione dell'inizio del ciclo annuale (fissato da Papa Gregorio XIII nel 1582, nella data del 1 gennaio) agì quale ulteriore elemento discriminante, per più di un secolo, fra il mondo cattolico e quello protestante: solo più tardi, quando venne adottato un po' in tutto il mondo, in seguito alla colonizzazione europea, il calendario gregoriano perse i suoi caratteri distintivi di istituzione cristiana.
La tendenza, affermatasi negli ultimi due secoli, a passare dal particolarismo all'universalismo ha prodotto, quindi, quella "laicizzazione della regolarità temporale che invano la Rivoluzione francese aveva cercato di imporre in forma dirompente e in funzione decristianizzante con l'introduzione del "Calendario Repubblicano" del 1793, scaturito dal totale ripudio dell' ordine esistente in nome del progresso e della modernità. Oggi che l'evoluzione dell'orario in Occidente è sempre più fondata su una filosofia spiccatamente economica del tempo, anche la nostra vita privata e le più minute manifestazioni di quella sociale, risultano influenzate da questo orientamento. L'arte di "ammazzare il tempo", di servirsene nel modo più efficace e veloce, e la connotazione negativa attribuita a qualsiasi genere "vuoto" di attesa o di intervallo, hanno accentuato la visione quantitativa del tempo e introdotto nuove pratiche basate sul principio del consumo simultaneo: dalle "colazioni di lavoro" in cui ci si occupa d'affari mentre si mangia, al cocktail party, al banchetto dedicato agli incontri sociali; dall'ascolto della musica mentre si guida, allo spettacolo televisivo mentre si cena, e così via. Tuttavia, la crescente divisione del lavoro e la risultante differenziazione delle diverse fasi della vita quotidiana nella società moderna, hanno anche favorito la separazione della sfera del pubblico e del privato.
In passato, il tempo privato era essenzialmente definito come una categoria residuale, non più di un avanzo nei confronti del tempo impiegato nel lavoro. Oggi la rigidità temporale dei nostri impegni professionali, lungi dall'essere un fenomeno alienante di irreggimentazione, fornisce all'individuo una protezione maggiore del suo tempo privato e quindi agisce da elemento liberatorio. Attraverso la creazione di una nicchia di "inaccessibilità" temporalmente definita, il tempo è diventato di fatto uno dei più importanti principi organizzativi del nostro diritto al riposo e alla privacy.


“la Repubblica”, 29 agosto 1985  

Animali. Battute a soggetto (Ramon Gomez de la Serna)

I gabbiani sono nati dai fazzoletti che dicono “addio!” nei porti di mare.

La rondine arriva da tanto lontano perché è freccia e arco contemporaneamente.
I pinguini sono bambini scappati da tavola col bavaglino addosso e macchiato d’uovo.

Le mucche scrivono col calamaio dei loro occhi la poesia della rassegnazione.

I coccodrilli dei circhi sono falsi, perché non li abbiamo mai sentiti piangere.

Le serpi sono le cravatte degli alberi.
Il cigno infila la testa sott’acqua per vedere se ci sono ladri sotto il letto.

Un gatto salito su un albero crede d’essersi reso indipendente dal mondo.

All’imbrunire passa in volo rapido una colomba che porta la chiave con cui chiudere il giorno.

Tre rondini sul filo del telegrafo sono la spilla della scollatura della sera.

Il gatto firma tutti i propri pensieri con la coda.
La chiocciola sta sempre salendo su per la sua scala.

Ciò che più fa arrabbiare la balena è che la chiamino cetaceo.

I granchi sono mani di pianisti inesperti che suonano barcarole.

I pinguini sono gli eredi dei frac dei defunti; per questo gli stanno grandi e non riescono a togliere le mani dalle maniche.
La posizione della cicogna su una zampa sola si deve alle lunghe attese prima che nascano i bambini.

Le sardine sono le lamette da barba del mare.


Ramon Gomez De la Serna, Donnr, libri, astri e animali, Biblioteca del Vascello, 1993

Cesare Segre. Ritratti di critici per poter giudicare (Massimo Raffaeli)

Cesare Segre
Le edizioni della Chanson de Roland e dell'Orlando furioso hanno iscritto da tempo il nome di Cesare Segre fra i grandi maestri della filologia romanza, dentro la costellazione che annovera Pio Rajna, Michele Barbi e, ovviamente, Gianfranco Contini. Di quest'ultimo (che lo volle, giovanissimo, suo coadiutore per i Poeti del Duecento editi da Ricciardi nel 1961) lo studioso milanese ha sempre condiviso l'idea, la cui netta formulazione in forma di endiadi proveniva da Giorgio Pasquali, che non può esistere filologia in assenza di critica, e viceversa. Dunque non deve stupire che l'editore della Chanson e del Furioso sia il medesimo che ci ha insegnato a leggere Cent’anni di solitudine di Garda Marquez, le Soledades di Antonio Machado, le partiture deraglian-ti di Sklovskij e Gombrowicz o, da ultimo, le pagine di Virgilio Giotti, di Franco Scataglini e di Vincenzo Consolo, dove peraltro si rinviene una sua ferma, mai esibita, opzione civile. È il Segre che i lettori hanno imparato a conoscere da I segni e la critica (Einaudi 1968 e 2008), primo volume della serie dove la parola «critica» torna con puntualità nei titoli e che culmina adesso in Critica e critici (Einaudi, «PBE», pp. 238, € 19.00), un'opera valutabile, come già le precedenti per ogni passaggio di fase, alla maniera di un incremento e di un bilancio.
Lo stemma di Segre, col tempo divenuto di senso comune, corrisponde fin dagli anni sessanta a una osmosi di ecdotica e semiotica ovvero di filologia e strutturalismo, secondo procedure poi esplicitamente formulate nell'Avviamento all'analisi del testo letterario (Einaudi 1985 e '99). Il merito di Segre non è tanto quello di avere importato in Italia, e in un periodo ancora ipotecato dall'eredità crociana, gli strumenti dello strutturalismo quanto di averli immediatamente scampati dagli stessi limiti su cui hanno a lungo insistito i detrattori: l'abrogazione dell'incidenza storica nel testo e la reticenza sul giudizio di valore. Che la procedura non fosse né astorica né avalutativa lo si deve proprio al fatto che lo strutturalismo e la semiotica in Italia fossero appannaggio (almeno relativamente a Segre e ad altri della cerchia di «Strumenti critici» o di «Lingua e stile», e qui su tutti il nome di D'Arco Silvio Avalle) di maestri della filologia, la quale è disciplina storica e valutativa per eccellenza. Se perciò la cosiddetta Nouvelle critique e certi battistrada di «Tel Quel» potevano invaghirsi di una analisi del testo asettica, come fosse una totalità cartesiana e sincronicamente raggelata (perciò tradendo il modello analitico della celeberrima lettura di Les chats di Baudelaire a firma di Roman Jakobson e Claude Lévi-Strauss), per Segre la direzione era opposta: «Il nostro strutturalismo mostrò subito differenze decisive rispetto a quello francese (...) i francesi, razionalisti, applicavano un metodo deduttivo (esempio limite quello di Greimas), gli italiani, realisti, quello induttivo; perciò i francesi puntavano a grandi teorizzazioni mentre gli italiani teorizzavano di solito in funzione delle loro analisi critiche».
È un passo, in Critica e critici, tratto dal profilo di Leo Spitzer e pertanto di un linguista e filologo romanzo divenuto per forza di cose un eminente critico letterario: tracciato per tutt'altra via, tale è il cammino di Segre, che fu allievo del linguista Benvenuto Terracini, del filologo Santorre Debenedetti e infine di Contini, vale a dire un linguista che divenne il combinato disposto di critica e filologia. Il nome di Leo Spitzer inaugura la prima parte di Critica e critici che circoscrive, nel lungo periodo, il campo di Cesare Segre.
Sono ritratti, bilanci bio-bibliografici, talora memorie autobiografiche che con la consueta limpidezza di lingua e di stile ritmano il suo percorso individuale mentre propongono delle vere e proprie intersezioni. Persuaso che nell'ottica di un critico non siano i testi a doversi diluire nella storia ma debba essere la storia, semmai, rintracciata nei testi (così suona il titolo di un suo fortunato manuale scolastico, redatto anni fa con Clelia Martignoni), vicino ai nomi di Spitzer e Contini non possono mancare quelli di Erich Auerbach e di Jurij Lotman unitamente ad altri relativamente meno prevedibili, come Cesare Brandi, Meyer Shapiro, Jean Starobinski e infine Cesare Cases, il cui ricordo commosso si libera nell'aforisma che sa restituire al presente il tratto decisivo di un uomo davvero indimenticabile: «Fu lukacsiano, goldmanniano, marxista? In qualche misura sì, ma fu, prima e sopra, intelligente. L'intelligenza è l'elemento dominante e qualificante di tutto il suo lavoro».
Il nome di Michail Bachtin si accampa invece nella seconda sezione del volume, dedicata alla teoria della letteratura e a riprova di almeno due fatti: il primo, risaputo, rimanda al fatto che Segre è il massimo interlocutore di Bachtin in Italia e insieme un suo attivo ricettore (e basterebbe citare, per lo studio del romanzo, la fecondità del concetto di «cronotopo»); il secondo, niente affatto ovvio, ribadisce la sua capacità di misurarsi con una materia di più incerta e più complessa formalizzazione rispetto alla poesia, cioè la prosa di romanzo, che lo strutturalismo alla francese ha preteso di sbrigare con gli algidi grafemi di Greimas o coi moduli seriali, non sempre perspicui o talvolta fin troppo perspicui, di Gérard Genette. Qui Bachtin, in un saggio di comparatistica critica, viene messo al cospetto di Contini e in una prospettiva dove si fronteggiano e si oppongono le categorie di «polifonia» e di «espressionismo» coi nomi primi di Rabelais e Dostoevskij da un lato e di Carlo Emilio Gadda dall'altro. È un saggio baricentrico che lascia tuttavia al lettore una conclusione cui Segre, con grande tatto e costante riconoscenza per il maestro, non può o non vuole arrivare: e cioè, sia detto senza alcuna iattanza, la sordità di Contini alla forma-romanzo e la sua costante fedeltà (crociana, sottotraccia) alla lirica come espressione privilegiata e persino esaustiva della letteratura, di cui sono conferma sia il credito costante alla simil-lirica presto battezzata prosa d'arte sia gli specifici saggi di settore, dallo splendido, già indiziatissimo in tal senso, saggio giovanile su Proust alle pagine mature su Gadda dove la categoria di «espressionismo» continua a sembrare più un alzo zero del codice lirico, la sua definitiva apertura, che non una plausibile chiave d'accesso alla plasticità centrifuga/centripeta della forma-romanzo. (Segre in persona ne diede virtualmente una prova nel saggio memorabile, contenuto nei Segni e la critica, in cui riconduceva al suo alveo più modesto lo scrittore palermitano Antonio Pizzuto, colui che era stato il dernier cri dello stesso Contini).
Nemmeno è un caso che la terza parte di Critica e critici, muovendo dal Furioso, culmini in un saggio sul Chisciotte, che di tutti gli immaginabili romanzi rimane l'archetipo: «La grande scoperta di Cervantes è stata quella di non aderire a priori a uno dei mondi possibili». Anche il fatto che Cesare Segre metta al centro della riflessione e proponga con perfetta ostinazione ai suoi contemporanei la parola «critica» equivale a un richiamo, anzi alla ferma persuasione che noi, dopo tutto, non viviamo nel migliore dei mondi possibili.


"alias il manifesto la talpa", 29 luglio 2012

23.6.15

Guerre preventive. “Cinocefale”, ovvero “Testa di cane”.

Cinocefale era una località collinosa della Tessaglia (attuale Karadagh), in Grecia, ove si svolse una celebrata battaglia terrestre fra Roma e la Macedonia, nel quadro della cosiddetta seconda guerra macedone, combattuta tra il 200 e il 196 a. C... Qui sotto, nel brano che ho tratto dalla voce “Cinocefale” di un dizionario delle battaglie, nonostante la malcelata simpatia del compilatore per gli imperialisti, è possibile vedere più di una analogia con certe guerre (fatte o progettate) del giorno d'oggi: un pericolo più supposto che reale presentato come minaccia mortale, il dichiarato sostegno a comunità che si pretendono oppresse in realtà a gruppi, tribù, capi politici, religiosi e militari asserviti al disegno imperiale, le vittorie conseguite a una costosissima superiorità tecnologica e negli armamenti, la spoliazione del vinto per ripagare le spese sostenute. (S.L.L.)

Assieme ai sentimenti filo-ellenici di cui Scipione l’Africano era il principale sostenitore in Roma, tra le ragioni della seconda guerra macedone va indicato quello spirito di imperialismo difensivo che vide, nell’alleanza macedone-siriaca e nella ricostituzione della flotta macedone, per i Romani il pericolo di un nuovo caso Annibale e il riaffacciarsi dei rischi corsi all’epoca della seconda guerra punica. A Cinocefale, in Tessaglia, le legioni di T. Quinzio Flaminino che dovevano liberare le città greche (Rodi, Atene e Pergamo) sbaragliarono le falangi di Filippo V di Macedonia. Complessivamente gli eserciti erano in numero eguale, intorno ai 25.000 uomini. Se in un primo tempo l’avanguardia romana venne respinta e quasi ricacciata nel proprio accampamento, nel prosieguo dello scontro la cavalleria etolica che appoggiava quella romana e le legioni di Flaminino, supportate da una vigorosa carica degli elefanti, spezzarono l’ala sinistra macedone provocando la ritirata del grosso dell’esercito nemico. Poche le perdite tra i Romani, solo 700 soldati, mentre i Macedoni subirono pesanti danni, 8.000 morti e 5.000 prigionieri. Filippo V fu costretto a firmare la pace, detta di “Cinocefale”, per la quale versò un anticipo di indennità pari a un milione di denarii...

da Elio Rosati, Annamaria Carassiti, Dizionario delle battaglie, Rusconi, 2006


Assenza. Una poesia di Attilio Bertolucci

Assenza
Più acuta presenza.
Vago pensier di te
Vaghi ricordi
Turbano l’ora calma
E il dolce sole.
Dolente il petto
Ti porta,
Come una pietra
Leggera.

Liberalizzazioni, il nuovo mantra (Alessandro Robecchi)

Un testo non nuovo tuttora attualissimo, un classico nel suo genere. (S.L.L.)
Hobos
Ogni sfiga porta attaccata a sé una parola. La parola diventa slogan, e si ripete incessantemente finché perde ogni significato reale. Nel giro di pochi mesi diventa un mantra ipnotico. Nel giro di qualche anno diventa un segno dei tempi. Negli anni Novanta si cominciò a pronunciare incessantemente la parola "flessibilità" e a ripetere che il lavoro era troppo rigido. Ora, vent'anni dopo, le condizioni dei lavoratori flessibili ricordano vagamente quelle dei raccoglitori di cotone dell'Alabama di un pedo di secoli fa, con la beffa che i precari dei call center, dovendo correre a fare un altro lavoro, non hanno tempo per cantare il blues.
Altra parola che ci accompagna (ci segue con un randello, si direbbe) è “liberalizzazioni". Ciascuno, preso da furore liberalizzatore, indica indignato questa o quella casta colpevole di bloccare il paese. Così come la flessibilità avrebbe dovuto farci spiccare un grande salto (e s'è visto), allo stesso modo le liberalizzazioni dovrebbero aprire davanti ai nostri occhi un futuro luminoso. E s'è già visto pure questo. Felicemente liberalizzate, le assicurazioni auto hanno quasi triplicato il prezzo delle polizze. I servizi bancari sono schizzati alle stelle, i trasporti ferroviari pure, i pedaggi auto-stradali peggio mi sento, i viaggi aerei sono più cari, i trasporti urbani hanno aumentato le tariffe (molto più della
qualità dei servizi) e il gas costa di più. Tutto molto oltre l'inflazione.
Si saluta come un miracolo di modernizzazione che treni di nuovi operatori solchino i nostri binari e sfreccino sulle nostre tratte, ma si tratta di treni per ceti alti e altissimi, mentre i pendolari viaggiano nelle condizioni degli hobos della Grande Depressione, senza nemmeno un Woody Ghutrie che gli suoni la chitarra. Probabilmente, peraltro, lo lincerebbero per esasperazione in sala d'aspetto, mentre sul binario 1 sfreccia uno scintillante convoglio griffato, rivestito in pelle e popolato da managers dinamici ed eleganti. Tutti presi a discettare di quanto siano importanti, per il paese, le famose liberalizzazioni.


Il manifesto 18 dicembre 2011

Processi celebri. Bartolomeo Vanzetti alla Corte (1927)

Il processo si svolse a Dedham, Massachusetts. Katzmann era il pubblico ministero. Thayer il giudice presidente. Si tratta delle dichiarazioni finali pronunciate il 19 aprile 1927. (S.L.L.)

Ho da dire che sono innocente. In tutta la mia vita non ho mai rubato, non ho mai ammazzato, non ho mai versato sangue umano, io. Ho combattuto per eliminare il delitto. Primo fra tutti: lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. E se c'è una ragione per la quale sono qui è questa, e nessun'altra. Una frase, una frase signor Katzmann, mi torna sempre alla mente: “Lei signor Vanzetti, è venuto qui nel paese di Bengodi per arricchire”. Una frase che mi dà allegria.

Io non ho mai pensato di arricchire. Non è questa la ragione per cui sto soffrendo e pagando. Sto soffrendo e pagando per colpe che effettivamente ho commesso. Sto soffrendo e pagando perché sono anarchico. E mi sun anarchic! Perché sono italiano... e io sono italiano. Ma sono così convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e io per due volte potessi rinascere, rivivrei per fare esattamente le stesse cose che ho fatto. Nicola Sacco... il mio compagno Nicola! Sì, può darsi che a parlare io vada meglio di lui. Ma quante volte, quante volte, guardandolo, pensando a lui, a quest'uomo che voi giudicate ladro e assassino, e che ammazzerete... Quando le sue ossa, signor Thayer, non saranno che polvere, e i vostri nomi, le vostre istituzioni non saranno che il ricordo di un passato maledetto, il suo nome, il nome di Nicola Sacco, sarà ancora vivo nel cuore della gente. (Rivolgendosi a Sacco) Noi dobbiamo ringraziarli. Senza di loro noi saremmo morti come due poveri sfruttati. (Tornando a rivolgersi alla Corte) Un buon calzolaio, un bravo pescivendolo, e mai in tutta la nostra vita avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini. Voi avete dato un senso alla vita di due poveri sfruttati!

da "A - Rivista Anarchica", giugno 2015

22.6.15

I trovatori e il disamore (Lorenzo Tomasin)

Il celebre trovatore Rambaut di Vaqueiras in una miniatura
Che senso ha leggere i Trovatori? Tramontato il mito romantico del loro aurorale primitivismo (hanno fatto, sì, germinare la poesia europea, ma sopra radici culturali poderose, illuminate da generazioni di eruditi); appannato - forse - ai nostri occhi il fascino letterario dell’amor cortese con i suoi riti, tutto sommato ripetitivi e stilizzati; sommerse le loro rime dalle successive grandi stagioni della poesia lirica europea: perché proprio i Trovatori, cioè una pattuglia di poche centinaia di poeti fiorita, con centro la Provenza, tra Catalogna e Italia prima di Dante e Petrarca?
La domanda è facilmente eludibile con un’autogiustificazione accademica: esiste una disciplina chiamata Filologia romanza (i non-laureati-in-lettere spesso la ignorano, ma è, o dovrebbe essere, un cardine della nostra educazione umanistica: lo studio dei testi scritti nelle lingue derivate dal latino) che ha fatto della letteratura provenzale antica la sua principale palestra. La Filologia romanza, e in particolare occitanica, in Italia sta abbastanza bene, specie rispetto ad altri Paesi. In Francia, per dire, è stata praticamente sterminata con la stessa risolutezza che nel Duecento guidò la crociata contro gli eretici albigesi. Pur nei mala tempora, in Italia si coltivano ancora gli studi di robusta scuola filologica che hanno svelato all’Europa i Trovatori: la monumentale Bibliographie des Trobadours del tedesco Alfred Pillet, del 1933, ancora utilissima, è stata ora ripubblicata e ben aggiornata da Paolo Borsa, Roberto Tagliani e Stefano Resconi (e Stefano Asperti l’aveva già messa in internet). In Italia si pubblicano le migliori edizioni dei poeti di Provenza e i commenti più raffinati. Ma di tutto questo al pubblico arriva poco, e ciò non risponde alla domanda da cui siamo partiti.
Tra le risposte possibili, se ne può cercarne una nelle Canzoni occitane di disamore (Carocci, 2014) appena pubblicate da Francesca Sanguineti e Oriana Scarpati. Ottimo campo di prova: è un’antologia, felicemente pensata, delle poesie che i trovatori dedicano al tema opposto a quello usuale: non l’innamoramento ma la fine dell’amore. Che significa: constatazione di crudeltà, scorrettezza, venalità o ingenerosità della donna che si è poeticamente servita e riverita. Con le parole di Bernart de Ventadorn: «Mout l’avia gen servida / tro ac vas mi cor volatge; / e pus ilh no m’es cobida, / mout sui fols, si mais la ser» («l’avevo servita molto nobilmente finché non manifestò un animo volubile nei miei confronti, e poiché ella non mi è destinata, sono davvero folle se la servo ancora»). Più esplicito e iattante Raimbaut de Vaqueiras: «Ges no pres un botacis / dona que aitals sia / c’un prenda et autre.n lais» («Non apprezzo uno sbuffo una donna che si comporti in modo tale da prendere uno e lasciarne un altro»).
Come accade anche ai non-trovatori, il disamore implica deprecazione dell’amore in sé. Folchetto, con la sua eleganza: «Amor, per so m’en soi eu recresuz / de vos servir, que mais no n’aurai cura; / c’aissi com mais prez’hom laida pentura / de long, no fai cant es de pres venguz, prezava eu vos mais can no.us conoissia» («Amore, per questo ho abbandonato il vostro servizio e non me ne interesserò mai più; perché così come si apprezza maggiormente un brutto dipinto da lontano rispetto a quando è vicino, io vi apprezzavo di più quando non vi conoscevo»).
Più spesso, ci si risolve nella decisione di servire un’altra donna, da cui si spera di avere miglior guiderdone (guizardo). Raimbaut d’Aurenga: «Ar sui partitz de la pejor / c’anc fos vista ni trobada, / et am del mon la bellazor / dompna, e la plus prezada» («ora mi sono allontanato dalla peggiore che esista, e amo la più bella donna del mondo, e la più valente»). Resta il diritto se non proprio d’insultare la precedente amata (ché sarebbe contrario alle regole della cortesia), di esporla al dileggio. Peire Cardenal: «la m’amia no mi tenra / si ieu lieys non tenia, / ni ia de mi non iauzira / s’ieu de lieys non iauzia» («la mia amica non mi avrà mai se io non la posseggo, né di me godrà se io non godo di lei»).
Arguto, certo, anche se in fondo poco originale (di rado lo è la poesia medievale, nel senso che intendiamo oggi). Quel che forse è davvero suggestivo per il pubblico italiano - proprio perché familiare, ma altrove introvabile - è ciò cui il lettore di traduzioni non fa caso. Ottima la scelta delle curatrici di mettere una versione a fronte, ma di ridurla all’osso e di scioglierla in prosa, quasi per ricacciare continuamente l’occhio verso il testo originale scritto in una lingua da cui italiani, francesi, spagnoli d’oggi si sentono allo stesso grado lontani e vicini. Si capisce perché i pionieri degli studi trobadorici credettero (a torto, si chiarì poi) di vedere in questa lingua la madre comune di tutte quelle neolatine di oggi. Ecco: è forse la lingua dei trovatori - di fatto dimenticata o trascurata per secoli - a regalare il piacere maggiore a chi oggi la legge con occhi diversi da quelli dello studioso: una lingua difficile ma non impenetrabile, straniante e divertente, in cui si sperimenta nel modo più concreto la distanza, e insieme la mirabile familiarità di questi amorosi disamorati.


“Il Sole 24 ore Domenica”, 19 gennaio 2014

La sapienza antica di Isaac Newton (Franco Giudice)

La gloria della nazione britannica”
A un osservatore sagace come Voltaire non era di certo sfuggita l’ostentata devozione con cui gli inglesi avevano dato l’ultimo saluto a Isaac Newton, «la gloria della nazione britannica», come lo definì una gazzetta nell’annunciarne la morte il 20 marzo 1727. Nell’abbazia di Westminster, dove otto giorni dopo furono celebrati i funerali, il philosophe vide sfilare davanti ai suoi occhi il Lord Cancelliere, due duchi e tre conti che reggevano il feretro, con al seguito un lungo corteo che, oltre ai familiari, comprendeva numerose personalità di alto rango. Un funerale di stato in piena regola, che si concluse con la sepoltura di Newton in «una posizione eminente» della navata centrale, alla stregua «di un re che avesse fatto del bene ai suoi sudditi», come con un po’ di sarcasmo annotò Voltaire.
Ovviamente, quei funerali così solenni rendevano omaggio all’uomo pubblico che nella sua carriera aveva ricoperto cariche prestigiose, al Newton cioè consigliere di fiducia del governo, direttore della Zecca, presidente della Royal Society e insignito del titolo di cavaliere dalla regina d’Inghilterra. Ma a essere celebrato era soprattutto il Newton scienziato, l’autore di capolavori come i Philosophiae naturalis principia mathematica (1687) e l'Opticks (1704), destinati a segnare per sempre la storia della scienza.
Nessuno o quasi sapeva che l’uomo seppellito con tutti gli onori a Westminster sul letto di morte avesse rifiutato i sacramenti della Chiesa anglicana, di cui deplorava il trinitarismo, che giudicava una forma di idolatria. Ed erano davvero in pochissimi a sospettare che Newton avesse dedicato un tempo incomparabilmente maggiore all’esegesi biblica, all’alchimia e alla cronologia universale che non a tutte le altre discipline da noi oggi considerate, in senso proprio, scientifiche. Ma nel 1728, la pubblicazione postuma della sua Chronology of Ancient Kingdoms Amended (La cronologia degli antichi regni emendata) avrebbe fornito ai contemporanei un primo saggio di questi interessi, e scatenato subito un grande dibattito. Attraverso un estenuante sfoggio di fonti antiche, non privo di ardite speculazioni filologiche, Newton presentava infatti una drastica revisione della cronologia tradizionale, contraendo la storia greca di cinquecento anni e quella egizia di un millennio. Sulle vere ragioni però che lo avevano spinto a una simile impresa il silenzio era pressoché assoluto. Ed è proprio su di esse che getta nuova luce il magistrale lavoro di Jed Buchwald e Mordechai Feingold, che ricostruisce il coinvolgimento di Newton nello studio della cronologia (Jed Z. Buchwald-Mordechai Feingold, Newton and the Origin of Civilization, Princeton University Press, Princeton, 2013).

Storia sacra e storia pagana
Newton iniziò a occuparsi di cronologia intorno al 1700, al culmine di approfondite indagini storiche che lo vedevano ormai impegnato da parecchio tempo. Aveva passato al setaccio una quantità enorme di fonti classiche, tra cui Erodoto, Clemente di Alessandria, Diodoro Siculo, Eusebio di Cesarea, insieme ad altri Padri della Chiesa e alle Sacre Scritture. Ma non si trattava di erudizione fine a se stessa. Quelle letture, come mostrano Buchwald e Feingold, scaturivano da esigenze teologiche ben precise: ripristinare nientemeno l’originaria e vera religione, per capire come e perché si fosse corrotta. E in questo contesto risultava fondamentale spiegare le discrepanze tra la cronologia degli storici pagani e quella dell’Antico Testamento, l’unica che Newton considerasse attendibile.
Dopo lunghi anni di ricerche bibliche, Newton si era convinto che l’originaria religione monoteistica, quella cioè che Dio aveva insegnato ad Adamo ed Eva, fosse stata ripetutamente corrotta in una forma di adorazione di falsi dei. Restaurato da Noè, l’autentico culto di Dio fu di nuovo ristabilito da Mosè e poi da Gesù, cadendo però, a causa del trinitarismo introdotto dalla Chiesa cattolica, ancora una volta nell’idolatria. Newton credeva inoltre che le verità ricevute dagli ebrei non riguardassero soltanto il culto originario di Dio, ma anche l’universo che Egli aveva creato. A Noè e alla sua progenie Dio aveva infatti rivelato che la struttura del mondo è eliocentrica; una sapienza antica che si era smarrita con il sorgere di false religioni, a tutto vantaggio dell’erronea cosmologia geocentrica.
Fu sulla base di queste convinzioni che Newton scrisse La cronologia degli antichi regni emendata. Intendeva dimostrare che la civiltà ebraica, a dispetto dell’opinione prevalente, veniva senz’altro prima di quella egizia. Erano stati Noè, i suoi figli e nipoti che, dopo il diluvio, avevano portato in Egitto l’antica sapienza ricevuta da Dio, e che dagli egizi era stata poi trasmessa ai greci. Come era possibile dunque conciliare la storia sacra con quella pagana? Newton non aveva dubbi: occorreva riformare la cronologia tradizionale degli antichi regni e correggerla attenendosi alle solide basi della Bibbia. Un’operazione tutt’altro che semplice poiché, a suo avviso, tutte le nazioni, a eccezione di quella ebraica, per accrescere la loro antichità si erano falsamente attribuite centinaia di anni in più. Ma che Newton intraprese con un metodo originale e complesso, dove per l’interpretazione delle fonti antiche diventava indispensabile l’uso della matematica e dell’astronomia. E che Buchwald e Feingold ci aiutano a seguire fin nei minimi dettagli, rivelandosi delle guide scrupolose ed eccellenti.

La matematica e l'astronomia applicate alla storia antica
Si scopre così che un aspetto importante del metodo di Newton consisteva nel confutare, attraverso rigorosi calcoli matematici, il criterio di datazione degli antichi cronologisti. E che pertanto le loro cronologie dovevano essere significativamente ridimensionate rispetto alle loro pretese lunghezze. Ma a colpire ancor di più è il modo in cui Newton impiegava gli strumenti dell’astronomia per collocare la spedizione degli Argonauti, dietro il cui mito pensava si nascondesse un evento storico reale, 45 anni dopo la morte di Salomone. Un risultato, a suo avviso, della massima rilevanza, poiché gli consentiva di stabilire una nuova datazione della guerra di Troia, la cui distruzione sarebbe dunque avvenuta dopo la costruzione del Tempio di Salomone.
Newton, come ci ricordano Buchwald e Feingol «lavorò su questi problemi fino a pochi giorni prima di morire», determinato a dare alla sua riforma della cronologia quel "rigore matematico" che tutti gli riconoscevano. Ma altrettanto determinato a occultare che tale riforma fosse strettamente legata al suo schema genealogico dei discendenti di Noè e al suo tentativo di restaurare l’autentica religione monoteistica. Gli esiti di queste ricerche preferì mantenerli segreti, disseminandoli in una massa impressionante di manoscritti. La ragione era quanto mai comprensibile: la negazione della Trinità, nell’Inghilterra dell'epoca, costituiva un reato perseguibile per legge. E Newton lo sapeva molto bene: nel 1710, il suo discepolo William Whiston, che aveva scelto come suo successore sulla cattedra di matematica a Cambridge, fu bandito su due piedi dall’università proprio per aver pubblicamente sostenuto l’antitrinitarismo.

L'unicità del metodo
Sarebbe tuttavia riduttivo considerare il libro di Buchwald e Feingold come una semplice, per quanto apprezzabile, ricostruzione degli studi cronologici di Newton. Il loro obiettivo è decisamente più ambizioso: dimostrare che il Newton dedito alla teologia, alla cronologia, airalchimia e alla prisca sapientia non avesse niente di diverso dallo scienziato che aveva svelato la natura composita della luce solare, inventato il calcolo infinitesimale ed enunciato la legge di gravitazione universale. Una tesi, possiamo dire con un po’ di orgoglio, sostenuta già da un grande studioso italiano di Newton scomparso circa dieci anni fa, Maurizio Mamiani, cui dobbiamo la prima edizione mondiale del Trattato sull’Apocalisse (Bollati Boringhieri, 1994), ma che gli autori purtroppo non citano. In ogni caso, Buchwald e Feingold hanno il merito di aver analizzato tutti quei manoscritti che, soprattutto a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, rappresentano una sfida costante per chiunque si occupi di cose newtoniane, sollevando questioni di estremo rilievo. Che legame c’è tra gli interessi documentati dai manoscritti e le ricerche di Newton nel campo dell’ottica, della meccanica e della matematica? Il Newton nel suo laboratorio alchemico, alle prese con crogioli e fornaci, era lo stesso che analizzava il passaggio della luce attraverso il prisma o che misurava la caduta dei gravi nei diversi mezzi? Cosa ha a che fare il Newton interprete dell’Apocalisse con l’uomo che scrisse i Principia mathematica? E come è possibile conciliare il Newton immerso nello studio della prisca sapientia con l’autore dell’Opticks?
È a queste domande che cerca di dare risposta l’imponente lavoro di Buchwald e Feingold, che documenta come l’approccio di Newton ai diversi campi del sapere si basasse su un "metodo unico”, dove a contare erano sempre i numeri e i dati empirici, fossero essi i fenomeni osservativi piuttosto che le Sacre Scritture o le testimonianze dei classici. Un Newton insomma tutto d’un pezzo, destinato a far discutere gli specialisti, ma che rappresenta indubbiamente uno dei contributi più innovativi degli ultimi anni nella prolifica Newtonian industry.


“Il Sole 24 ore Domenica”, 19 gennaio 2014

La poesia del lunedì. Enrico Testa (n.1956)

Enrico Testa
di preghiera in preghiera
e di speranza in speranza
(grandi come pulci, ma petulanti)
siamo finiti in questa foschia
che nasconde tranelli e dirupi

da Ablativo Einaudi, 2013

21.6.15

Il leone e la pantera. Carducci scrive a Carolina Piva (Mirella Serri)

Carolina Cristofori Piva
La zampata arriva inattesa. «Sto male, è un caldo orribile, e bevo troppo vino... mi annoio e ruggisco e vorrei ritrovare la mia pantera». Colui che spalanca le fauci e ingolla una pinta di rosso non è mai stato un mite e tranquillo amante. Però il vate che all'animale più mansueto ha dedicato alcuni dei suoi versi più ispirati («t'amo, o pio bove, e mite un sentimento / di vigore e di pace al cor m'infondi») ora si scopre parente del re della foresta.
A stimolare in Giosuè Carducci, alle soglie dei 37 anni, l'atteggiamento più sanguigno, grintoso e belluino, è la 34 enne Carolina Cristofori Piva. Non a caso l'irsuto poeta sale e pepe la chiama affettuosamente la sua pantera. Ha incontrato per la prima volta Lina-Lidia, come l'ha ribattezzata, il 9 aprile 1872 in un caffè di Bologna, in una serata nebbiosa. Circa dieci anni prima Lidia è convolata a nozze con uno dei Mille, il generale di brigata Domenico Piva, ha vissuto a Palermo e Trapani e poi si è trasferita a Milano, frequentando i salotti dell'intellighentia meneghina, come quello della contessa Clara Maffei.
Intelligente, colta, capace di esprimersi in fluente inglese e tedesco, Lina, con tutte le sue arti, soprattutto con quelle amatorie, attira tante attenzioni, non solo dell'autore di Pianto antico che peraltro ha corteggiato con lettere e regalini alle sue bambine. La morbida ed enigmatica pantera finisce, dopo l'avvio della turbolenta liaison, per condurre il poeta in un'altalena di stati d'animo tra esaltazione, entusiasmo, disperazione, attizzati da frequenti libagioni (cognac, aleatico e marsala, i preferiti).
Lo testimoniano le circa seicento lettere scritte da Giosuè a Lidia nell'arco di sei anni: di cui adesso esce Il leone e la pantera. Lettere d'amore a Lidia, una selezione di 90 epistole. Questa scelta, a cura di Guido Davico Bonino, che accompagna il testo con un'acuta e documentata prefazione, rivela un Carducci assolutamente inedito: per la prima volta ricontrollate sugli originali conservati nel Museo-biblioteca Casa Carducci di Bologna, le lettere a volte censurate nella Edizione Nazionale del carteggio (uno dei più fascinosi epistolari dell'800, secondo Davico Bonino), ora sono state reintegrate nella versione originaria e riservano una sorpresa: Carducci appare nella insospettata veste di papà adulterino di Gino Piva (che prese il cognome dal marito di Lidia).
In un complicato intreccio, il futuro premio Nobel si trova così a fronteggiare numerosi ostacoli ai suoi incontri con Lina, peraltro molto fugaci e sporadici (sei in un anno), in alberghetti di periferia, con la possibilità di essere riconosciuti per via della sua crescente notorietà, mentre si scatenano le invidie e la caccia ai fedifraghi degli occhiuti colleghi universitari.
Il marito di Lina non compare quasi mai e non provoca le rimostranze della belva gelosa, ma Elvira Menicucci, la consorte che a Giosuè ha dato cinque figli, è ben presente: già dopo il primo abboccamento di Carducci ricatta, minaccia rappresaglie e ostilità, dopo aver avuto conferma frugando nelle carte del poeta. «Mia moglie... era purtroppo in sospetto. Trovò la prima copia della mia lettera a te che io riscrissi essendomici caduto sopra dell' inchiostro. Dimenticai di stracciare il foglio macchiato ma leggibilissimo».
Il lirico continuamente si arrovella nell'ipotesi di tradimenti da parte di Lidia con presunti (o veri) rivali, come l'amico scrittore Panzacchi, di cui per rabbia butta i libri nella spazzatura, il ministro del Regno Ruggiero Bonghi, definito sprezzantemente «Pancetta», o il senatore Linati, chiamato «strabico e imbecille». In queste lettere così veementi e così travolgenti, Carducci si confida a Lidia senza remore, le confessa tutti i suoi più riposti pensieri, come l'astio verso la famiglia paterna, per suo nonno, un vecchio «iniquo» e un fior di canaglia, per suo padre che ha ereditato dal suo genitore, «qualcosa del farabutto, del falso e del convenzionale», mentre rievoca la morte del fratello Dante per suicidio (ma si disse addirittura che venne ucciso accidentalmente dal padre durante un diverbio).
Lidia è inoltre la musa ispiratrice che lo porta a riversare sulla pagina i versi più frementi, dalle Primavere elleniche ad alcune Odi barbare, alle significative Alla Stazione e Ave per il figlio della partner segreta, Guido, morto a 15 anni.

Questa scomparsa precederà di pochissimo quella della stessa Lidia nel 1881 (a 43 anni), la cui epigrafe nel cimitero di Bologna sarà suggerita da Carducci. L'altra progenie, quella del «peccato», Gino, diventerà un animatore del nascente Partito socialista italiano e sarà a capo degli scioperi più combattuti e duri, tanto da essere ricordato in un canto popolare degli operai del Polesine: «Evviva Gino Piva / che col suo bel parlare / tutta la provincia / ha fatto ribellare». E non sapevano nemmeno che era nato sotto il segno del Leone.
Giosué Carducci nel 1865
Appendice
Carducci sul figlio adulterino
Così Carducci scriveva a Lidia del loro Gino: «Una delle mie infelicità è di non poterlo allevare io quel bambino, e mostrarlo a tutti per mio. E ora digli da parte mia tante di quelle cosine che tu sai dire, e chiedi anche a lui perdono da parte mia, e finisci con tanti baci... Dunque è proprio bellino quel Gino?» (18 maggio 1873). E in una lettera del 7 giugno 1874 domandava: «Perché non mi mandi un ritratto della piccola creatura?... Non puoi credere quanto mi abbia fatto pensare e sognare e delirare l’aneddoto... su le somiglianze». Ancora, il 28 febbraio 1875: «Tu parli della p.p. (piccola persona, ndr.) e la chiami il “mio” bambino, e ne descrivi tutte le dolci cose... in guisa che mi fai invidia, rabbia».

Tuttolibri La Stampa, 18 settembre 2010

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