25.11.15

150 giorni a Girgenti. Le disgrazie del prefetto Falconcini (Andrea Camilleri)

Il testo che segue è un ampio stralcio della prefazione di Camilleri al libro di Enrico Falconcini Cinque mesi di prefettura in Sicilia (Sellerio 2002), ripubblicata con il titolo Il primo prefetto di Girgenti in Come la penso (Chiare lettere, 2013), una gustosa e interessante raccolta di scritti d'occasione dello scrittore siciliano, la cui lettura vivamente si consiglia. (S.L.L.)

Quando il nuovo prefetto di Girgenti, cavalier Enrico Falconcini, mise piede, alle 10 di mattina del 13 agosto 1862, sulla banchina del Molo di Girgenti (o Porto Empedocle) per pigliare possesso della prefettura che gli era stata assegnata, c’erano ad aspettarlo i comandanti militari, le autorità, i notabili e l’immancabile banda musicale. Il maestro sollevò la bacchetta per dare il via all’inno nazionale e in quel preciso momento, sotto gli occhi sbarracati del nuovo venuto, tutti si lanciarono, gridando in una fuitina generale, lasciando solo l’esterrefatto Falconcini. Il quale, non avendo ancora del tutto ricuperato l’equilibrio a causa della navigazione che non era stata facile, non si rese subito conto che c’era stata una scossa di «novello tremuoto» come scrissero le gazzette dell’epoca. Il tremuoto a Girgenti dal 1859 pareva essercisi affezionato: ogni tanto passava, faceva cadere qualche casa, ma non procurava né morti né feriti. Ora bisogna dire che Falconcini era uomo del Nord: perciò pigliò il tremuoto per quello che era, vale a dire una leggera scossa sismica.
Ma io mi domando e dico: benedetto uomo, come hai fatto a non capire quello che era subito apparso evidente agli occhi di tutti: che non si trattava di un semplice tremuoto, ma di un lampante avvertimento? Stare in questo paese per te non è cosa, diceva il tremuoto, l’unica cosa per te è risalire a bordo e scappartene il più lontano possibile. Falconcini, invece, non capì e restò.
Bisogna dire che nei cinque mesi che Falconcini fu prefetto di Girgenti capitò tutto quello che poteva capitare. Da tempo la situazione in Sicilia era assai tesa. Garibaldi insisteva col suo «O Roma o morte», il re protestava contro l’intenzione del Generalissimo, il partito garibaldino cominciava a formare campi militari, si armava, reclutava seguaci entusiasti e violenti un po’ dovunque. Poi c’erano i renitenti alla leva che si erano dati alla latitanza. Poi c’erano i briganti sempre più numerosi che mandavano ai ricchi tante di quelle terrorizzanti lettere di «scrocco» da intasare la distribuzione della posta. L’8 agosto, al molo di Girgenti erano sbarcati duemila uomini di truppa, il 10 nel capoluogo s’accampava un battaglione di bersaglieri. Il pomeriggio stesso dell’arrivo del nuovo prefetto giunge un generale con truppa e artiglieria di campagna. In serata, la città viene completamente circondata dalle truppe regolari. Ma numerosi soldati disertano per unirsi ai volontari garibaldini. Insomma, possiamo essere certi che in quella sua prima nottata girgentana Falconcini non pigliò sonno.
Le cose stavano a questo punto quando il 21 dello stesso mese Cuggia, prefetto di Palermo con autorità sugli altri prefetti dell’isola, proclamò lo stato d’assedio. Scoppiano rivolte, sparatorie, incendi di case. L’unica buona notizia Falconcini la riceve diciotto giorni appresso il suo insediamento: Garibaldi, ferito, è stato disfatto in Aspromonte. Ma la notizia non significa tranquillità, il partito garibaldino organizza una strepitosa manifestazione contro il governo, Racalmuto insorge, sbarcano altri cinquecento bersaglieri di rinforzo. Ma capita anche un fatto inaudito, unico nella storia d’Italia: ben quarantatré impiegati statali firmano le loro dimissioni come segno di solidarietà a Garibaldi. Di fronte a un fatto simile (paragonabile forse all’apparizione di un’Idra a sette teste nella centralissima via Atenea) e cioè con la burocrazia girgentana che si schierava a favore di un rivoluzionario, Falconcini come minimo avrebbe dovuto domandare asilo politico in Svizzera. S’arrabattava, povirazzo, spedendo a dritta e a mancina circolari, proclami, ordini che o cadono nell’indifferenza generale o ricevono risposte di formale adesione.
In più, è un uomo molto riservato, non ha amicizie locali, non si fa vedere nei due circoli importanti della città, a molti sta antipatico. [...] Sempre più frequenti compaiono scritte sui muri: «Abbasso Falconcini!». Il quale intanto dimostra ogni giorno che è un uomo che non «sa vivere». Si mette contro i preti per una questione di decime, allontana dalla prefettura e dagli uffici i faccendieri, desidera l’applicazione rigorosa di un’ordinanza del famigerato Eberhardt che proibisce la detenzione di armi, pena la fucilazione sul posto. E gli capita tra capo e collo, il 26 ottobre, lo stivale di Garibaldi. Stivale insanguinato portato a Girgenti dall’avvocato Ricci-Gramitto, luogotenente del generale ad Aspromonte, e venerato come una reliquia. Il partito garibaldino girgentano reclama l’autorizzazione di una grande manifestazione in onore del reduce Ricci-Gramitto e dello stivale. Dopo averci a lungo ragionato, il prefetto concede l’autorizzazione, «onde evitare ulteriore turbativa», ma si attira l’inimicizia della borghesia conservatrice e della nobiltà. Di questa autorizzazione però noi italiani dobbiamo essere grati a Falconcini. Fu infatti in occasione di quella manifestazione che Caterina Ricci-Gramitto, sorella di Rocco, conobbe un garibaldino compagno d’armi del fratello, tale Stefano Pirandello». I due si piacquero e si sposarono: dalla loro unione nacque Luigi Pirandello.
Ai primi di novembre, il prefetto decide di andare a dare un’occhiata al carcere, che era il castello di Agrigento, dal quale i 127 reclusi sarebbero stati poi trasferiti nel piccolo ex convento di San Vito. Rimane allibito per la sporcizia e il degrado. Soprattutto lo colpisce il fatto che nel cortile razzolino delle galline, la metà delle quali sono dei carcerati e l’altra metà appartengono al capo delle guardie di custodia. Falconcini lo fa destituire e chiama al suo posto un capoguardia settentrionale il quale, a sua volta, manda a spasso le altre guardie, sicché i custodi, come annota nel suo diario l’avvocato Picone, «sono tutti continentali», fatta eccezione di un calabrese. Ai primi di dicembre, il prefetto riceve una lettera anonima che lo mette in guardia circa una possibile evasione di alcuni carcerati. Falconcini ordina un’ispezione che viene effettuata il 22 dicembre. Il delegato centrale Francesco Gaudio, coadiuvato da una compagnia del 37° reggimento, da una decina di carabinieri e da «tutte» le guardie di Ps di Girgenti, mette sottosopra il carcere, fa battere spranghe di ferro contro pavimenti, soffitti, pareti allo scopo di sentire eventuali vuoti. Le pareti e il suolo delle celle e dei cameroni «si trovaron del tutto ignudi». Le povere cose dei detenuti e i detenuti stessi vengono perquisiti. Non si trova niente di sospetto. Nessun preparativo di fuga, garantisce nel suo rapporto al prefetto il delegato centrale. Nel corso della sera di Natale, i detenuti hanno il permesso di scambiarsi abbracci e auguri sotto gli occhi dei custodi «continentali».

La mattina del 25, giorno di Natale, uno strano silenzio regna nel carcere. Infatti non c’è più manco un detenuto: tutti i 127 sono evasi attraverso uno scavo effettuato proprio sotto a uno di quei cameroni pigliati a sprangate di ferro per sentire se suonava qualche tratto vuoto. Il custode di guardia di quella notte, guarda caso il calabrese, non ha visto né sentito niente. Falconcini, in sua difesa, allega ai rapporti un «dettaglio dei modi e mezzi usati» dai carcerati per evadere redatto a cura del Genio civile: un documento particolareggiato che dimostra come tra i carcerati c’era chi aveva ingegno e conoscenze tecniche di scavo non comuni. Falconcini azzarda l’ipotesi che si sia trattato di una raffinata vendetta del capoguardia e degli altri custodi licenziati per far posto ai «continentali»; crediamo che sia un’ipotesi plausibile. A nulla valgono le difese di Falconcini: da Torino, 1’11 gennaio 1863 un telegramma del ministro gli comunica che «in data d’oggi è stato dispensato dalla carica di prefetto di codesta provincia». Non sarà mai più prefetto di nessun’altra provincia, la sua carriera terminerà qui. Salutato con una fuga, il suo soggiorno girgentano terminerà con un’altra fuga. Questo libro, un’autodifesa corredata da un centinaio di documenti, ha un suo rilevante valore storico per meglio capire le condizioni della Sicilia nel periodo immediatamente successivo all’Unità. Credo però che abbia valore anche e soprattutto come patetica e involontariamente umoristica testimonianza della vana lotta di uno sventurato contro un destino avverso o, più prosaicamente se volete, contro una jella di rara implacabilità.

23.11.15

La poesia del lunedì. Domenico Batacchi (1748-1802)

Sopra il trono sedea di Pontedera,
siccome scrive il padre Sparagione,
un Re congiunto a un’orrida mogliera;
Lasagna ella chiamossi, ei Bischerone,
e gentil figlia avean che gran prurito
sentía, dove grattarsi è proibito.

Stava costei la sera e la mattina
or la madre, or il padre importunando
col dire: - Ahi! la mi prude! ahi! me meschina!
Io piango, e ognor soccorso vi domando,
ma il piangere e il pregare è inoperoso...
Ah! parmi averci un Mongibello ascoso. -

Bischeron nelle spalle si stringea;
Lasagna suggeria: - Fai due fomente
d’acqua di malva alla pantasilea,
e passerà quel pizzicore ardente. -
Ma del calmante ad onta, il pizzicore
di giorno in giorno si facea maggiore.

E, tornando la madre a tormentare, diceva:
- Voi mi date erba trastulla;
le vincere mi sento consumare...
Ho ventun anno, e son sempre fanciulla...
Sentite; io vo’ accordarvi tempo un mese,
e poscia al mio cervel darò le spese. -

Lasagna Bischeron prese a quattr’occhi,
e disse: - Qui convien pensarci bene,
se non vogliam che scorno ce ne tocchi;
diamle marito. - Ei sollevò le schiene,
e rispose: - Madonna, a me non tocca
batterla a questo e a quello in sulla bocca.

E poi... fra questi Re circonvicini
veramente... non v’è nulla di buono!
Non vaglion, tutti insiem, sette quattrini,
e ragazzacci scapestrati sono;
maritarla ad un suddito non voglio,
ché nol soffre l’onor del nostro soglio.

Dunque...- Dunque, signore, è necessario, -
Lasagna replicò, - darle marito... -
- Oh! voi m’avete rotto il tafanario! -
esclamò Bischerone imbestialito...
- Uh! - rispose la moglie, - fate voi;
guardate non avervi a pentir poi! -

Ah!... - disse il Re più in calma, - il pizzicore
che la figliuola nostra cosi abbrugia,
opra certo sarà di quel rancore
che ha contro me la fata Menandugia!
È un pezzo che costei, dall’odio invasa,
fa dei dispetti alla regal mia Casa.

- Io non so s’è la fata o la natura, -
disse Lasagna; - so ben che bisogna
darle marito, e farlo addirittura,
o, lo ripeto, avrem scorno e vergogna
poi... - State zitta, - disse il Re... - melenso
non sono; eh cazzo! quando penso... penso!


Da Re Bischerone in Le novelle, Feltrinelli, 1971

22.11.15

Chiamate il medico! Morire in Sicilia, nel primo 900 (Leonardo Sciascia)

Leggendo gli Essais sur l’histoire de la mort en Occident di Philippe Ariès, mi è avvenuto di fare questa ovvia e importante considerazione (tanto ovvia che non l’avevo mai fatta; e tanto importante da mettere in moto tutti gli ingranaggi della memoria); che l'esser vissuto — stando alla misura dantesca — per più di metà della vita in un paese siciliano piuttosto chiuso e remoto, mi aveva consentito di vedere un mutamento «des attitudes de l’homme Occidental devant la mort» che altrove si è svolto in un arco di tempo addirittura secolare e che, ora dallo storico percepito e analizzato, è corso impercettibile, inavvertito, attraverso più generazioni. Non solo dunque ho il ricordo - di meraviglia, di stupore - del passaggio dal lume a petrolio alla luce elettrica (un senso di inondazione, di inondazione di luce, la prima sera che girando l’interruttore si accesero le lampade nella mia e nelle altre case), dalla carrozza all’automobile, dal grammofono alla radio, dalla neve che d’estate i carretti portavano dalle «neviere» montane al ghiaccio fabbricato in paese, dal film muto a quello (helas!) parlato; ho anche il ricordo del passaggio da un’idea della morte all’interdetto sulla morte.
Dell’interdetto sulla morte, della interdizione della morte, è parte dominante quella che Ariès chiama «medicalisation de l’idée de la vie». E su questa, ricordando e riflettendo, voglio brevemente intrattenermi.
Negli anni della mia infanzia, nel paese di contadini e zolfatari in cui vivevo, il «chiamare il medico» era in corrispondenza col «chiamare il prete». Il prete si chiamava per far si che il morituro si mettesse in regola con l’aldilà; il medico perché i familiari restassero in regola coi conoscenti, coi vicini; insomma, con la società. Che non si dicesse, imputando la famiglia di disaffezione e insieme di tirchieria: «non gli hanno nemmeno chiamato il medico». Pertanto, mentre il chiamare il prete era un fatto di sostanziale importanza, perché tra il chiamarlo e il non chiamarlo correva per il morituro la differenza tra un temporaneo soggiorno in purgatorio (di pochissimi ricordo di aver sentito dire che erano aspettati in paradiso) e l’eterno arrostirsi nell’inferno, il chiamare il medico era un atto puramente formale, di convenienza sociale. S’apparteneva, pirandellianamente, alle regole dell’apparire. Coloro che lo chiamavano (sempre troppo tardi) a visitare un ammalato, non credevano che davvero il medico potesse guarirlo (e infatti, a quel punto, non lo guariva): sicché quando il medico, a sua volta per stare alla regola, scriveva una ricetta, l’andare ad acquistare i medicinali era un estremo sacrificare alle apparenze: e se ne aveva sentimento, risentimento, come di capriccio e sopruso da parte del medico (da ciò la valutazione di buono, di bravo, al medico che si limitava a raccomandare cautela di coltri, lavaggi esterni e intestinali, diete; e la fama di asino appiccicata a quello che prescriveva medicine). In molti casi, consumato il sacrificio dell’acquisto, le medicine non venivano somministrate: a timore «spresciassero» (affrettassero) la fine o che comunque servissero soltanto a disgustare col sapore e ad agitare di paura (paura di ogni medicinale che non fosse l’olio di ricino o il chinino) l’ammalato: e inutilmente. Medici e medicine facevano insomma parte di quel decoro cui una famiglia si teneva obbligata a dar prova nella morte di una persona cara; erano elementi di un cerimoniale che preludeva a quello funerario. Di conoscere la diagnosi, nessuno si preoccupava: e peraltro quel che diceva il medico non era più chiaro del latino del prete. E alle cure nessuno credeva. La morte era «muerte y solo muerte», che s’annunciasse da lontano o improvvisamente prendesse.
Quando s’annunciava, quando si sentiva, quando non arrivava «subitanea», e cioè inaspettata, improvvisa, (l’augurare «morte subitanea» era massima espressione di odio), la morte non veniva nascosta a chi ne sarebbe stato preda. L’ammalato veniva informato del suo stato: affinché si preparasse. Quando poi, dal respiro che si faceva rantolo, si avvertiva che stava cominciando l’agonia, c’erano gli estremi saluti e le estreme raccomandazioni tra i familiari e il morente. E le raccomandazioni non andavano soltanto dal morente ai familiari, ma anche dai familiari al morente. Gli raccomandavano di cercar d’incontrare, tra le anime sante del purgatorio, quel tale parente da poco o da tanto morto: e a volte di dargli anche notizie di avvenimenti familiari e messaggi di questo tipo: che continuavano a fargli dire messe; che intercedesse, a conto di quando sarebbero morti, per la salvezza della loro anima... Di ciò io mi ricordo vagamente, come di una usanza in via di sparizione che i miei dicevano sciocca e crudele: poiché già cominciava ad agire l’interdizione, dentro quelle categorie sociali che con invidia e diffidenza i contadini dicevano «alletterate», e cioè letterate: il che si riduceva a volte al saper leggere il giornale o a scrivere una lettera. Ma un mio amico, di un paese vicino al mio (Delia, in provincia di Caltanissetta), di tale usanza ha viva (e ora terribile) memoria; e ricorda anche, non come aneddoto sentito raccontare ma come precisa cronaca, che sul punto di spirare, ai familiari e ai vicini che lo incaricavano di portare notizie e messaggi ai parenti morti, un vecchio trovò fiato e spirito per dire: «scrivetemeli su dei biglietti, ché se no me scordo». E anche questo aneddoto può servire a segnare il tramonto dell’usanza, se attendibilmente lo si può collocare alla fine degli anni venti (1928-29). La reazione «spiritosa» - o che cosi fu intesa - del morente, dimostra che quella idea della morte cominciava a diventare insopportabile.

da La medicalizzazione della vita in Cruciverba, Einaudi, 1983

21.11.15

La crisi ecologica del 29 (Giuseppina Ciuffreda)

Mentre a Parigi sta per esplodere la rivoluzione, in un piccolo villaggio inglese a sud-ovest di Londra, un parroco ha appena pubblicato un libretto che diventerà uno dei testi più diffusi in Gran Bretagna. “The Natural History and Antiquities of Selborne” (1789) raccoglie le lettere indirizzate dall’autore, Gilbert White, allo zoologo Thomas Pennant e all’avvocato naturalista Daines Barrington, una miniera di informazioni su flora, fauna, clima, abitanti, siti storici della sua parrocchia. A differenza dei testi in voga all’epoca, ha pochissime immagini ed è il frutto, e qui sta il suo valore, di un’osservazione diretta, sul campo.
È l’inizio di una scienza naturalistica che esce dai laboratori tassonomisti. White individua specie nuove, mette in relazione, capisce il ruolo positivo del lombrico per la fertilità del suolo, studia il comportamento, anche sessuale, degli animali, in particolare degli uccelli, attento ai suoni e al canto, con la curiosità e l’acutezza con le quali Jane Austen penetrava nella natura umana del vicino piccolo mondo di Steventon.
La storia naturale di Selborne è ritenuto il testo pionieristico della storia ambientale, una nuova disciplina nata negli anni Settanta con i movimenti ambientalisti che riporta la natura nella storia. La ricerca prende in esame diversi ambiti: i cambiamenti lenti dei tempi biologici e le trasformazioni storiche; l’ecologia; la sensibilità e le idee di natura; la conservazione e i movimenti ambientalisti. Alfred Crosby, Jared Diamond, Richard Grove, Donald Hughes con un manipolo di altri storici, Piero Bevilacqua in Italia, hanno dato il giusto rilievo ai grandi passaggi tecnologici e culturali dell’umanità che hanno mutato profondamente l’aspetto fisico e l’equilibrio del pianeta – l’agricoltura nel neolitico, il colonialismo e la rivoluzione industriale – seguendo le tracce lasciate da un altro pioniere, George Perkins Marsh (Man and Nature, 1864).
In un colloquio avuto con lei mentre scriveva il suo testo sulla rivoluzione ecologica nel New England, Carolyn Merchant sottolineava ad esempio gli effetti negativi dell’agricoltura imposta dai coloni inglesi che soppianta la gestione femminile in sintonia con l’ambiente regionale. Quando la natura entra nelle discipline, modifica la prospettiva con cui gli avvenimenti sono stati osservati in precedenza. In un testo utile per capire tante crisi contemporanee, “Dust Bowl: the Southern Plans in the 1930″, Donald Worster racconta le tempeste di sabbia che negli anni Trenta hanno flagellato le grandi pianure statunitensi, provocando quell’esodo di milioni di contadini verso gli stati vicini seguito da Steinbeck in Furore, fotografato da Dorothea Lange e Walter Evans. Non furono un inaspettato fenomeno naturale, sostiene, ma la conseguenza di un’imprevidente forzatura sull’ambiente: l’aver sviluppato un’agricoltura industriale, che impoverì ancora di più il suolo, in una regione non adatta, da sempre arida, poco piovosa.
Una siccità più forte e lunga, il vento e il terreno eroso provocarono la polvere. Non ci fu raccolto, i contadini non riuscirono a pagare i debiti contratti con le banche che li avevano incoraggiati ad abbandonare la piccola agricoltura, e le banche si presero la terra e le aziende. Nella Grande Depressione le erronee politiche economiche ed ecologiche giocarono dunque un ruolo centrale.


il manifesto, 24 dicembre 2011

Ricordo di Amintore Fanfani (Oscar Luigi Scalfaro)

Ecco il Fanfani uomo: nella sua intimità forte, viva, ebbe grande peso e grande ascolto la voce, il pensiero, l’amore della sua sposa Biancarosa.
Non dimentico - queste sono le pennellate dei miei ricordi - un incontro serale per una chiacchierata amichevole senza un tema particolare all’ordine del giorno (era in una delle sue presenze come Presidente del Senato). Mi aspettava in un salone con le luci alquanto smorte, era seduto su una panca, mi accolse con fraterna amicizia e mi disse: “Stavo dicendo il rosario”. E citò ancora una volta Biancarosa. Non dimentico.

Piccolo episodio: aveva nominato una persona molto dabbene a una considerevole responsabilità. Un giorno si inquietò e annunziò a me e a qualche amico che avrebbe revocato questa nomina. La nostra reazione fu abbastanza forte, la mia eccessiva. Ci salutammo e lui mi tolse il saluto, per diverso tempo, io non ho mai ceduto, ma non l’ho fatto per provocazione, l’ho fatto per convinzione. Lo vedevo ai “passi perduti” della Camera e dicevo: “Presidente ti saluto”, e lui si voltava dall’altra parte, con ostinazione battagliera. Venne il Natale, lo fermai e gli dissi: “È possibile fare gli auguri al segretario del partito?”. E lui: “Che? ci vuole un’autorizzazione?”. “No, non basta - risposi - ci vuole una domanda in carta da bollo per la posizione guerriera che hai preso”. Mi fece un gran sorriso e non posso non sentirmi emozionato ricordando quel reciproco augurio di Buon Natale. (6 febbraio 2008)

17.11.15

Luciano Gallino, l'Olivetti, l'Italia (Vincenzo Comitto)

La morte di Luciano Gallino ci permette di ricordare, oltre all’importante studioso, anche la grande impresa piemontese per la quale egli aveva lavorato per un certo periodo e nella quale aveva svolto almeno una parte del suo apprendistato; l’evento ci serve, inoltre, per avanzare alcune considerazioni generali sulla situazione attuale del sistema industriale del nostro paese.
Bisogna intanto mettere in rilievo, insieme alla chiusura della Olivetti, la liquidazione del gruppo Iri, per mano dei governi di centro-sinistra, nonché il sostanziale tramonto del modello cooperativo nazionale, per quest’ultimo in particolare con le evidenze dello scandalo Mafia Capitale. Tali eventi hanno posto termine, almeno per un lungo periodo di tempo a venire, alle speranze dell’avvio di una prospettiva di crescita su basi nuove dell’economia italiana, speranze che tali esempi, per molti versi originali, avevano a lungo, sia pure per strade diverse, alimentato.
Oggi non ci restano più che il ghigno di Marchionne e quello di vari componenti della famiglia Berlusconi, mentre peraltro, più in generale, stiamo assistendo al pratico dissolvimento della grande impresa nazionale, tra chiusure, fughe all’estero, ridimensionamenti, acquisizioni di molti complessi da parte del capitale straniero. Così il sistema paese appare incapace, almeno per la sua gran parte, di adattarsi ai mutamenti del contesto economico mondiale, mentre è in corso nell’ultimo periodo una gigantesca asta tra americani, cinesi, giapponesi, francesi, per vedere chi si assicura i pezzi residui della vostra economia; e questo in assenza di una qualche attenzione da parte dei capitalisti nostrani e del nostro amabile governo.
Ci resta ancora ormai soltanto qualche scampolo residuo da esitare, dalla Telecom, forse già passata peraltro definitivamente al nemico, all’Ilva, alla Saipem, alla Finmeccanica. Poi sarà praticamente la fine.
Ma torniamo a Luciano Gallino e alla Olivetti. Lo studioso, assunto da Adriano Olivetti in persona nel 1956, diresse poi, con molta serietà, passione e competenza e per diversi anni, il centro di sociologia dell’azienda, di cui restò a capo sino al 1971; continuò a collaborare con la società per qualche anno anche dopo, ma in forma ridotta. Ma tale ufficio rappresentava in ogni caso solo una parte, anche se importante, del grande sforzo fatto con tenacia dall’impresa piemontese in direzione di un contributo, certamente molto rilevante, al rinnovamento della cultura e dell’industria nazionale e della parallela ricerca di un rapporto nuovo e non prevaricante tra impresa e società. Un modello certamente e totalmente contrapposto a quello portato avanti negli stessi anni dal gruppo Fiat nella vicina Torino, tra l’altro con le sue forsennate catene di montaggio, i suoi reparti confino, il tentativo, a lungo riuscito, di piegare la politica nazionale e quella locale ai suoi interessi più gretti.
L’azienda di Ivrea è stata così un centro nodale di elaborazione nel nostro paese non solo, anche con Gallino, nel campo della sociologia industriale, ma anche della psicologia, dell’urbanistica, del design, dell’architettura, della medicina del lavoro, della programmazione industriale. Sono parallelamente transitati dagli uffici di Ivrea e di Milano molti eminenti rappresentanti della cultura italiana dell’epoca, tra cui, tra l’altro, Musatti, Fortini, Volponi, Momigliano, Zorzi, Giudici e così via.
Intanto la società eporediese indicava delle possibili nuove vie di crescita per le nostre imprese; in particolare, da una parte, quella dell’internazionalizzazione, peraltro mantenendo e anzi accrescendo contemporaneamente delle solide radici in patria, dall’altra quella dell’innovazione tecnologica di prodotto e di processo, in particolare con l’ingresso nel settore dell’elettronica, infine quella dell’insediamento produttivo nel Mezzogiorno, ciò che fece edificando con il tempo due stabilimenti di avanguardia, a Pozzuoli e a Marcianise.
Ma forse il merito più importante dell’azienda e dei suoi centri di elaborazione è stato quello di trattare tutte le persone che operavano nel gruppo, ed erano veramente tanti, decine di migliaia, come degli esseri umani e non come delle cose, al massimo dei sudditi, situazione invece corrente nelle organizzazioni di ogni tipo del nostro paese ancora oggi.
Va, peraltro, ricordato come, dopo la morte di Adriano Olivetti, la situazione dell’azienda si sia, lentamente, ma progressivamente, deteriorata; gli intellettuali, compreso Gallino, ridimensionarono progressivamente i loro rapporti con Ivrea, i centri studi furono mano a mano rimpiccioliti e poi chiusi.
Bisogna sottolineare, a questo proposito, come giocassero nel senso di creare delle difficoltà non solo l’ostilità palese della politica e del resto dell’economia verso l’esperienza di Ivrea, ma anche alcune questioni interne al gruppo. In effetti, accanto ai grandi meriti, Adriano Olivetti aveva, come tutti, anche dei difetti, almeno come capo azienda. Tra l’altro, egli non riuscì a circondarsi di manager capaci, ma solo di buoni tecnici specialisti, mentre tenne parallelamente in scarsa cura i conti e la finanza. Così, dopo di lui, nessuno riuscì a prenderne veramente l’eredità e le difficoltà finanziarie contribuirono a rendere la vita del complesso sempre più precaria, con tutte le vicende che sono seguite e che risultano abbastanza note.
Forse non a caso, forse proprio per un riflesso freudiano, negli ultimi anni Gallino si era messo a studiare il sistema finanziario e a spiegarne le malefatte, con i suoi libri che hanno riscosso notevole successo di vendite. Tra le sue opere dedicate al tema ricordiamo così “Finanzcapitalismo”, del 2011 e “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai nostri nipoti”, uscito in libreria poco prima della sua morte.
Gallino pensava ancora e sino all’ultimo che le cose avrebbero potuto cambiare. Speriamo avesse ragione.


Da “Sbilanciamoci!”, 11 novembre 2015

Luciano Gallino. “Cari nipoti, ecco la nostra crisi: ha vinto la stupidità”

Il professor Luciano Gallino, uno dei maggiori esperti del rapporto tra nuove tecnologie e formazione, nonché delle trasformazioni del mercato del lavoro, è morto l'8 novembre. Era stato pubblicato su “Repubblica” un estratto dal suo ultimo libro, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti (Einaudi), che qui riprendo. (S.L.L.)

Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea. A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte.
Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità. L’idea di uguaglianza, anzitutto politica, si è affermata con la Rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino gode di diritti inalienabili, indipendenti dal suo censo o posizione sociale, e ogni governo ha il dovere di adoperarsi per fare in modo che essi siano realmente esigibili da ciascuno.
La marcia di tale idea è stata per oltre due secoli faticosa e incerta, ma nell’insieme ha avuto esiti straordinari. La facoltà di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento; la formazione di sindacati liberi; la graduale estensione del voto sino a includere tutti i cittadini; la tassazione progressiva; l’ingresso del diritto nei luoghi di lavoro; l’istruzione libera e gratuita per tutti sino all’università; la realizzazione dello stato sociale; i limiti posti alle attività speculative della finanza: è una lunga storia, quella che vede il principio di uguaglianza diventare vita quotidiana per l’intera popolazione.
Due periodi furono specialmente favorevoli a tale marcia: gli anni Trenta sotto la presidenza Roosevelt, negli Stati Uniti, che videro un grande rafforzamento dei sindacati e una severa regolazione della finanza, e i primi trent’anni dopo la Seconda guerra mondiale, in quasi tutti gli Stati europei, Italia compresa. Poi, sul finire degli anni Settanta, la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di uguaglianza decise che ne aveva abbastanza.
Si tratta della classe dei personaggi superpotenti e super- ricchi che controllano la finanza, la politica, i media, che dopo i moti di piazza anti Wall Street di anni recenti si usa stimare nell’1 per cento: un dato che le statistiche sulla distribuzione della ricchezza confermano. Essa iniziò quindi un feroce quanto sistematico attacco a qualsiasi cosa avesse attinenza con l’uguaglianza, previa una preparazione che risaliva addirittura agli anni Quaranta. (…)

Quando parlo di pensiero critico, che costituisce la perdita numero due, mi riferisco a una corrente di pensiero che oltre al soggiacente ordine sociale mette in discussione le rappresentazioni della società diffuse dal sistema politico, dai principali attori economici, dalla cultura dominante nelle sue varie espressioni, dai media all’accademia.
La tesi da cui tale corrente è (o era) animata è che le rappresentazioni della società predominanti in un paese distorcono la realtà al fine di legittimare l’ordine esistente a favore delle élite o classi che formano tra l’1 e il 10 per cento della popolazione. È una tesi che ha una lunga storia. È stata formulata tra i primi da Machiavelli; ha toccato un vertice di spessore e complessità con Marx e poi con la teoria critica della società, elaborata dalla Scuola di Francoforte tra gli anni Venti e Cinquanta; si è prolungata in Italia con Gramsci e in Francia con Bourdieu e Foucault, sin quasi ai giorni nostri.
La suddetta tesi trova una clamorosa conferma nella società contemporanea, a cominciare dalla nostra. La rappresentazione di quest’ultima che vi propongono i giornali, la Tv, i discorsi dei politici, le scienze economiche, la stessa scuola, l’università, sono soltanto contraffazioni della realtà, elaborate a uso e consumo delle classi dominanti. È la funzione che svolgono quotidianamente le dottrine neoliberali. E guai se uno osa contraddirle.

Il richiamo alle distorsioni che l’enorme aumento della disuguaglianza ha prodotto in campo sociale, politico, morale, civile, intellettuale viene confutato con l’idea che l’arricchimento dei ricchi solleva tutte le barche – laddove un minimo di riguardo all’evidenza empirica mostra che nel migliore dei casi, ha scritto un economista americano, esso solleva soltanto gli yacht. (…)

Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con l’egemonia dell’ideologia neoliberale, la sua vincitrice. È un’ideologia strettamente connessa all’irresistibile ascesa della stupidità al potere.
È l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo l’economia mondiale, poi hanno imposto alla Ue politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno.
Resta pur vero che senza l’apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sott’occhio. (…)

Pensate a quanto è successo nell’autunno 2014. All’epoca i disoccupati sono oltre tre milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva ha perso un quarto del suo potenziale. Il Pil ha perso 10-11 punti rispetto all’ultimo anno prima della crisi. E che fa il governo? Si sbraccia allo scopo di introdurre nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitino il licenziamento, riprendendo idee e rapporti dell’Ocse di almeno vent’anni prima. Come non concludere che siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità? (o forse di malafede: discutere di come licenziare con meno intralci legali è anche un modo per non discutere dei problemi di cui sopra. Lascio a voi il giudizio).


“la Repubblica”, 16 ottobre 2015

“Modello Expo”? No grazie! (Peffe - “Umanità Nova”)

31 Ottobre 2015, la Grande Kermesse è finalmente terminata in un vero e proprio tripudio, tanto da spingere Renzi a dichiarare entusiasticamente “Ha vinto l’Italia che non scappa davanti alle sfide, ma le affronta e le vince. Grazie Expo. Viva Milano, Viva l’Italia”, magnificando il risultato di una Esposizione che, a suo dire, ha consegnato al mondo intero l’immagine di una Italia in piena ripresa.
Un esito più che scontato (o quantomeno spacciatoci come tale, dato che i reali risultati economici, se mai arriveranno, arriveranno a babbo morto); ne andava infatti della reputazione stessa del Governo che, in caso contrario, avrebbe visto mettere in dubbio quell’immagine di un paese slanciato verso un fulgido futuro che ci viene quotidianamente propinato dalla stampa.
Per quanto invece riguarda il tema centrale dell’Expo, quel Nutrire il pianeta, energia per la vita sbandierato quale filo conduttore dell’esposizione e come sua eredità morale, ebbene, pare sia scomparso nelle prime nebbie di Novembre, così come è velocemente scomparsa la famosa Carta di Milano, destinata a restare una pura e semplice dichiarazione di intenti dopo essere stata consegnata lo scorso 16 ottobre nelle mani del segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon.
L’Expo è dunque ormai terminato, però ci sta facendo dono di un suo lascito.
Parliamo infatti del cosiddetto “Modello Expo”. Quell’esempio di governabilità imposto a Milano durante i fatidici sei mesi del 2015 e considerato dal ceto dirigente italiano come un valido strumento, tanto da essere proposto a livello di sistema per tutti i futuri grandi eventi, quali il prossimo Giubileo, le possibili Olimpiadi di Roma e, chissà, forse non solo per quelli.
Esaminiamo quindi quali (pessime) ricadute ha avuto l’Expo su Milano, in particolare, per quanto riguarda il mondo del lavoro.
Partiamo da ciò che ha comportato per la città l’inaugurazione dell’Expo, elevato al rango di “Evento di interesse nazionale”, un aspetto inizialmente sottostimato ma che, col passare del tempo ha mostrato tutta la sua forza cogente e repressiva.
Un aspetto questo che ha improvvisamente trasformato Milano in una metropoli a tutti gli effetti commissariata, quasi fosse una zona a sé stante, separata dal resto del paese, sulla quale è improvvisamente calata dall’alto una invisibile (ma tangibilissima per i diretti interessati) cappa di divieti e imposizioni, sotto la quale qualsiasi tipo di conflitto è stato compresso e nei fatti negato, mentre invece fioccavano amplissime deroghe ai contratti di lavoro.
Quello che è certo è che dei 200.000 e rotti posti di lavoro, indotto compreso, inizialmente previsti da un corposo studio effettuato dall’Università Bocconi, se ne è visto in realtà un numero ben inferiore e di questi solo una minima parte, assunti direttamente dalla società Expo, ha avuto la possibilità di accedere ad uno stipendio degno di questo nome, mentre molti altri si sono dovuti accontentare di un contratto da 4 euro netti l’ora (800 euro al mese per 40 ore di lavoro) come nel caso degli addetti alla guardianìa, mentre altri ancora si sono visti rifilare qualcosa che assomigliava ad un banale rimborso spese.
L’Expo quale “Evento di interesse nazionale” ha però avuto un altro effetto, quello di trascinare nel suo vortice anche i sindacati confederali che, in nome del supremo interesse della patria, gli hanno riservato un trattamento di estremo favore in cambio di una rappresentanza sindacale esclusiva all’interno dell’area espositiva, con l’esclusione quindi di qualsiasi altro sindacato (conflittuale o no).
Grazie a questo scambio di favori l’evento nazionale per eccellenza si è quindi garantito una pace sociale totale ed imperativa all’interno del sito, anticipando – seppure in scala minore – quello che già oggi viene vissuto in moltissime aziende ma che mira a diventare la regola comune in tutto il paese.
Partendo da queste basi e con la scusa della crescita occupazionale del mondo giovanile, con il beneplacito sindacale l’Expo ha potuto “sdoganare” senza colpo ferire il contratto per la prestazione di lavoro a titolo gratuito e l’utilizzo di manodopera a prezzo di sconto per gli espositori mentre, al di fuori dell’area, è stata applicata la totale inibizione dello sciopero per i lavoratori del trasporto pubblico in nome del diritto dei visitatori ad accedere al sito.
Molti sono stati gli accordi dal titolo altisonante firmati tra sindacati, Expo, Comune, Regione e varie società di lavoro interinale.
Uno per tutti, il famigerato accordo del 23 Luglio 2013, denominato “Protocollo Sito Espositivo Expo 2015” e acclamato come “un accordo storico, da estendere sul territorio nazionale e in grado di rilanciare l’economia italiana!” che, mentre garantiva ai Sindacati confederali l’esclusiva rappresentanza sindacale (a totale insaputa dei futuri interessati) spalancava le porte a incredibili deroghe ai contratti di lavoro per Stage, Apprendistato e Tempo determinato destinati a coinvolgere circa due anni dopo gli 800 addetti assunti dalla società Expo tramite Manpower.
Che dire poi dell’accordo riservato al settore del commercio, allargato però all’intera provincia di Milano in nome della “occupabilità” per i giovani disoccupati, ai quali veniva appioppato un lavoro con inquadramento inferiore a quanto previsto dal contratto nazionale del settore ?
Per finire, ecco il cosiddetto “Accordo Quadro per l’area espositiva” del Maggio 2014, firmato anche questo a totale insaputa dei futuri addetti, che garantiva la totale assenza di qualsivoglia forma di sciopero o protesta sindacale per tutta la durata dell’evento, limitandosi a chiedere – se del caso – una semplice ed innocua procedura di conciliazione.
Proseguendo, in fatto di “effetto Expo”, possiamo citare il caso dei lavoratori del Teatro alla Scala che, in ossequio alla Festa dei lavoratori, si erano rifiutati di partecipare alla Prima prevista per il 1 maggio e che, additati dalla stampa al pubblico ludibrio ed evidentemente messi alle strette dai sindacati di appartenenza, erano dovuti successivamente tornare sui loro passi.
Su questo tema, vale inoltre la pena di citare l’incredibile licenziamento di 700 addetti, eseguito sulla base di elementi ancora oggi ignoti in quanto, come dichiarato da Filippo Bubbico, vice ministro dell’interno, l’Expo era considerato un sito sensibile, di rilevanza strategica, ed i criteri di selezionamento del personale dovevano restare riservati pena la perdita della loro efficacia (Sic !).
Di fatto, è stato riportato pienamente in voga il licenziamento per motivi politici, a piena e totale discrezione di un qualsiasi questurino addetto allo screening dei candidati lavoratori.
Dei 700 esclusi, solo 200 erano poi stati assolti (a posto di lavoro perso e ovviamente già prontamente sostituiti) mentre dei restanti 500 non si è saputo più nulla perché la stampa ha ritenuto il fatto non degno di ulteriori attenzioni (sempre per la serie “non disturbiamo il manovratore”), alla faccia dell’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori che recita: “‬È fatto divieto al datore di lavoro,‭ ‬ai fini dell’assunzione,‭ ‬come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro,‭ ‬di effettuare indagini,‭ ‬anche a mezzo di terzi,‭ ‬sulle opinioni politiche,‭ ‬religiose o sindacali del lavoratore,‭ ‬nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore‭”.
Passiamo ora al capitolo delle precettazioni. A parte la generale Pax sindacale garantita dai soliti noti, si è trattato di una prassi che nei mesi dell’Esposizione ha avuto un uso letteralmente spropositato, impedendo tutti gli scioperi indetti nel settore del trasporto pubblico milanese.
Come riportato da U.N. già a suo tempo, anche i lavoratori della A.T.M. di Milano erano stati oggetto di un ennesimo accordo “in stile Expo” firmato dalle Rsu aziendali ma mai sottoposto al parere dei diretti interessati, che ovviamente non avevano gradito la cosa.
Un primo sciopero indetto dalla CUB il 28 Aprile aveva visto una adesione effettiva pari all’80% con grande sgomento dei sindacati firmatari e delle autorità cittadine, ma da quel giorno e con l’Expo ormai in funzione, qualsiasi sciopero indetto per reclamare i propri legittimi diritti negati è stato reso impossibile dalle sistematiche precettazioni del Prefetto Tronca (Sarà un puro caso se costui è stato recentemente promosso a Commissario di Roma?).
Per finire, è opportuno rilevare che l’area Expo non solo è stata letteralmente blindata al suo interno, ma messa sotto stretta osservazione anche all’esterno.
Ne sanno qualcosa i militanti NoExpo ai quali è stato tassativamente impedita dalla Polizia qualsiasi forma di dissenso svolta nelle immediate vicinanze dei cancelli di ingresso, fosse pure un banale ed innocuo volantinaggio.
A conti fatti, appare chiarissimo come l’occasione dell’Expo sia stata una prima sperimentazione “in vitro” per verificare quali potrebbero essere le capacità di reazione dei lavoratori e dei cittadini di fronte alle future imposizioni che il governo Renzi, e quelli che lo seguiranno, intendono estendere al paese.
Una prima battaglia è stata sostanzialmente persa ma non è detto che la guerra sia già perduta.
Sta a noi fare in modo che il primo risultato negativo venga alla lunga ribaltato a nostro favore.


“Umanità Nova”, 13 novembre 2015

Grecia. Vio.Me - Una fabbrica senza padroni (Emmanuel Daniel)

Il padrone ha chiuso questa fabbrica di materiali da costruzione, 
ma i lavoratori hanno deciso di occuparla 
e di lanciare una produzione ecologica in autogestione 
grazie ad un enorme sostegno popolare.
A nord di Salonicco (Grecia), una vasta area commerciale sta gradualmente guadagnando terreno su quello che era, fino a poco tempo fa, un’area industriale. Nel mezzo di questo oceano consumistico, nascosta dietro un viale di grandi alberi, una fabbrica polverosa sta a ricordare che qui, poco tempo fa, si potevano incrociare operai in tuta al posto di clienti coi loro carrelli. Il posto sembra abbandonato, tutte le entrate sigillate e un’unica auto è ferma nell’ampio parcheggio. Eppure, da uno degli edifici, dietro un muro di vecchia lamiera, rumori sordi vengono a volte a rompere il silenzio.
Per entrare nella fabbrica bisogna farsi annunciare.
Il posto è sorvegliato 24 ore al giorno da lavoratori e da sostenitori locali. E a buon titolo: i lavoratori di Vio.Me occupano illegalmente i locali dal 2011, da quando cioè i proprietari hanno deciso di interrompere bruscamente l’attività.
Vista dal tetto della fabbrica, dietro i grandi alberi inizia l’enorme area commerciale.

Disobbedienza alle leggi del mercato
La storia sarebbe potuta finire come tante altre in Grecia negli ultimi anni. Una società (in questo caso, Filgeram-Johnson, casa-madre di Vio.Me) decide di chiudere i battenti e di non pagare i salari arretrati dovuti alla cinquantina di lavoratori all’epoca impiegati.
Solo che questi ultimi hanno deciso di disubbidire alle leggi del mercato. Per un anno una trentina di operai sindacalizzati occupano la fabbrica per impedire ai proprietari di recuperare i macchinari.
Il primo anno, possono contare sulla loro misera indennità di disoccupazione per sopravvivere. Poi, man mano che la copertura mediatica della loro lotta va avanti, aumenta il sostegno, dapprima locale poi internazionale, che si fa carico delle necessità economiche e alimentari di questi lavoratori in lotta.
In seguito a molte assemblee generali, i lavoratori e i loro sostenitori decidono di riprendere la produzione. Ma anziché colla per piastrelle, la precedente specialità della fabbrica, optano per la produzione di sapone e vari prodotti per la casa naturali.
Questo dietro-front ecologico non era affatto ovvio, soprattutto in Grecia dove questa sensibilità non è delle più sviluppate. Se i lavoratori di Vio.Me sono diventati ambientalisti, è stato per necessità e pragmatismo. “Sapevamo di non poter portare avanti la stessa cosa di prima, perché avevamo pochi soldi, mentre le macchine sono costose e la materia prima importata. Allora abbiamo cercato una materia prima a buon mercato e locale. E noi qui abbiamo molto olio!», spiega Tinna, arrivata con la ripresa della produzione.
Poi, c’è stato anche il supporto locale che li ha convinti a lanciarsi nel settore dei prodotti ecologici, più suscettibili di essere venduti nelle reti militanti.

Nessun bisogno di padroni
Un altro cambiamento di una certa importanza è intervenuto dopo la riapertura: la loro fabbrica, hanno deciso di gestirla senza un capo. Quando chiedo a Dimitris, uno dei pilastri della lotta, che si agita sulla sua sedia in attesa che gli traducano le domande, perché hanno deciso di organizzarsi in questo modo, mi risponde, con il tono di chi dice una cosa ovvia: “Il padrone è andato via, perché cercarsene un altro? Io l’ho visto due volte in due anni. Non abbiamo bisogno di lui per servirci di macchine che noi usiamo ogni giorno”.
Ma riconosce che passare da un’organizzazione gerarchicizzata, nella quale le attività sono assegnate, alla situazione estrema dell’autogestione “non è stato facile. D’altra parte, non lo è tuttora. Ma abbiamo imparato a conoscerci meglio. L’Io è diventato noi. Non c’è l’autorità da una parte e noi [i lavoratori] dall’altra, come prima, ma solo noi con lo stesso livello di autorità.”

Dimitris ci mostra i prodotti della fabbrica
Tinna è seduta al suo fianco su una delle sedie di plastica sistemate in cerchio per ricevere i visitatori del giorno: oltre a me, ci sono giornalisti giapponesi, documentaristi spagnoli e greci, viaggiatori francesi. Ci descrive l’organizzazione di Vio.Me: “Ci incontriamo due volte a settimana in assemblea, oltre alle discussioni informali durante il lavoro.”
Tutti possono fare tutto, anche se alcuni compiti che richiedono competenze specialistiche sono assegnati singolarmente. “Poiché io parlo inglese, sono io ad occuparmi delle relazioni con i giornalisti e del sostegno internazionale” dice. Oggi, ci sono quasi più visitatori che lavoratori e la fabbrica, vuota come un seggio elettorale il giorno delle europee, dà l’impressione di girare al minimo. Ai membri della cooperativa piacerebbe vedere il loro posto di lavoro di nuovo fiorente come per il passato. “Potremmo essere in cinquanta a lavorare qui. Anzi, dovremmo essere in cinquanta. Tutti vorremmo crescere e utilizzare a pieno le potenzialità della fabbrica” si spinge a dire Dimitris. Tuttavia, diversi elementi rendono difficile tale potenziamento. Prima di tutto, la situazione economica in Grecia, sommata alla loro debole cassa, li porta a reinvestire le magre entrate nell’acquisto di materie prime piuttosto che nell’acquisto di nuovi macchinari. Ma questa limitazione è dovuta anche alla loro modalità di distribuzione. I prodotti ecologici di Vio.Me sono venduti principalmente attraverso la loro rete di solidarietà tra centri sociali, abitazioni occupate e vari collettivi che ordinano interi cartoni di prodotti e si incaricano poi di smerciarli. Il resto viene venduto in occasione di fiere e nel mercatino dei produttori organizzato mensilmente sul posto. “Possiamo crescere solo se troviamo più contatti all’estero. Il prossimo passo è quindi quello di coinvolgere più persone”, dice Tinna. Saponi appena versati negli stampi e in attesa di seccare.
La fragile fiamma dell’utopia auto-gestionale greca Vio.Me, questa lotta dei lavoratori fondata su un consistente sostegno popolare, è spesso sventolata come bandiera del movimento delle strutture autogestite in Grecia, movimento che si è sviluppato, si potrebbe dire, attraverso la guerra economica che ha fatto sprofondare il paese nel caos.

Tuttavia, sul fronte economico, questa esperienza è fragile.
“I salari permettono a malapena di sopravvivere” ci dice Tinna. Tanto più che hanno lavorato molto duramente per riorganizzare la produzione e appropriarsi delle nuove competenze, allo stesso tempo portando avanti un intenso lavoro politico. “Lavoriamo ben oltre le otto ore al giorno. Vio.Me coinvolge gran parte della nostra vita. Ci piacerebbe lavorare meno, ma dobbiamo pensare alla nostra sopravvivenza” racconta, visibilmente provata. In diverse occasioni, durante l’intervista, ha mostrato un certo fastidio e ha risposto alle domande con frasi brevi intervallate da sospiri.
Una foto dei lavoratori che occupano la Vio.Me

Cortile interno della fabbrica
La giovane donna spiega che non siamo capitati in uno dei momenti migliori. “Scusatemi se sono un po’ stressata, la situazione è tesa in questi giorni”.
Stanno affrontando le pressioni sempre più insistenti da parte dei proprietari della fabbrica, che vanno moltiplicando i procedimenti giudiziari. “Al momento ne abbiamo uno al mese”, afferma. A suo modo di vedere, vogliono recuperare la loro proprietà non già per riavviare la produzione ma per distruggere tutto e vendere la terra a promotori immobiliari a favore di un’ulteriore espansione dell’area commerciale.
Un rischio reso plausibile da due sentenze sfavorevoli alla Vio.Me. In pratica, sono passibili di essere espulsi in qualsiasi momento. Alcuni sostenitori del movimento fanno pressione sul governo per permettere a questa esperienza di autogestione di svilupparsi sotto condizioni favorevoli.
Da parte sua, Tinna sostiene di non essere interessata in ciò che accade nella mente dei potenti. “Non si sa cosa vogliano fare. Quello che sappiamo è che la polizia dovrà venire a farci sloggiare. Noi resisteremo e reagiremo” lancia la giovane donna, riecheggiando lo slogan di Vio.Me: “Occupare, resistere, produrre.”
Anche il comitato di sostegno a Vio.Me si batte per una regolarizzazione del loro status di impresa autogestita, cosa promessa da Tsipras in occasione della sua visita alla fabbrica durante la campagna elettorale.
Chiedo ai miei interlocutori, dai visi stanchi quanto i muri della fabbrica, se nonostante le difficoltà il gioco valga la candela. “Anche se non lo credessi, non c’è nessun’altra alternativa”, risponde Tinna dopo un attimo di esitazione, ricordando che la maggior parte dei lavoratori era in primo luogo interessata a mantenere il posto di lavoro in un contesto di disoccupazione di massa. Dimitris, invece, è più netto: “In una parola: sì! Certo che ne vale la pena. Indubbiamente siamo partiti dal bisogno di sopravvivere, ma tutto questo ha a che fare principalmente con la libertà e la lotta di classe”.
Rinvigorita dalla risposta del suo compagno di lotta, Tinna rilancia: “Quello che guadagno proviene da quello che produco. Non c’è nessun padrone che trae profitto dal nostro lavoro. Prima ci liberiamo dei padroni, poi ci libereremo dello Stato”. I lavoratori di Vio.Me vorrebbero vedere altri seguire le loro orme sulla strada della rivolta e dell’autogestione. Perciò, moltiplicano gli eventi militanti, accolgono regolarmente visitatori, accompagnano e supportano altri operai nelle loro lotte, in Grecia e altrove.
In uno dei capannoni si può vedere un grande poster in spagnolo a sostegno dei compagni dell’Argentina. “Lottiamo non solo per noi”, assicura Dimitris, “ma anche per mostrare agli altri che è possibile”.
Messaggio di sostegno ai compagni dell’Argentina: “Metà del nostro cuore è a Buenos Aires. Vio.Me sostiene Bauen”
Dopo di che ci propone una visita della fabbrica mentre Tinna ritorna al lavoro per gestire alcuni affari urgenti. Quest’uomo robusto ci mostra i loro diversi prodotti, i macchinari a volte creati da loro stessi, ma anche la parte della fabbrica rimasta inutilizzata. Lungo una parete, sacchi di colla ormai scaduta, vestigia dell’attività precedente, sono accuratamente accatastati. In mezzo a questo hangar deserto campeggia un anfiteatro di fortuna, fatto di pallet impilati e illuminato da un pallido alone di luce che filtra attraverso le lastre del tetto.

Sala per le assemblee
Dimitris ci spiega che qui tengono le loro riunioni. Racconta con orgoglio, nel suo inglese scolastico, che un gruppo rap locale ha girato una clip sulla loro lotta proprio qui. Poi, con un gesto, ci invita a seguirlo su una lunga scala di ferro che conduce al tetto. Il ballatoio offre una vista mozzafiato sulla valle.
Da una parte, la città e quindi la foresta che lascia indovinare il mare. Dall’altra, le ultime fabbriche, progressivamente circondate dalla zona commerciale che si intravvede dietro i grandi alberi. All’inizio dell’incontro, Dimitris paragonava la loro lotta contro il capitalismo alla resistenza del villaggio di Asterix contro i Romani. Da quassù, l’immagine acquista tutto il suo significato. Riaccompagnandoci alla porta, che avrà cura di richiudere dietro di noi, Tinna, ritrovato il sorriso, ci sussurra un messaggio: “Parlate della nostra lotta, ne abbiamo bisogno”.


Scritto per Reporterre novembre 2015, in “Umanità nova”, 13 novembre 2015

Letteratura e crisi. Romano Luperini al Convegno di Perugia

Il testo è una versione, ridotta dall'autore, della relazione tenuta da Romano Luperini al convegno su La parola mi tradiva. Letteratura e crisi, svoltosi a Perugia, il 6 e 7 novembre 2015, nella Biblioteca di san Matteo degli Armrni. È ripresa dal blog “La letteratura e noi”, che il noto italianista dirige.
Una periodizzazione e storicizzazione che, come quella qui presentata, arriva fino ai nostri giorni, va sempre letta come una ipotesi di lavoro, con giudizi da verificare e buchi da riempire; ma il testo di Luperini a me sembra anche un capolavoro di acume critico e di sintesi.

E' proprio da leggere, almeno per gli appassionati delle belle lettere. (S.L.L.) 
Il complesso di San Matteo degli Armeni a Perugia
1.
La modernità è crisi, trasformazione rapida e continua. Questa coincidenza fra modernità e crisi può indurre a genericità e approssimazioni. Perciò preciso subito che quando qui parlo di modernità mi riferisco all’epoca storica che è cominciata con la rivoluzione industriale e con l’affermazione economica e politica della borghesia e del sistema capitalistico e si prolunga sino ai nostri giorni.

Dalla fine del Settecento a oggi il moderno ha conosciuto alcuni momenti più acuti di crisi economica, sociale e culturale, con qualche sfasatura fra questi tre livelli e nel modo in cui essi si sono presentati nelle diverse nazioni occidentali, ma anche, alla lunga, e almeno in un panorama colto da lontano, con una loro sostanziale convergenza. Negli ultimi due secoli si succedono tre momenti di rottura e di più profondo cambiamento: quello iniziale del romanticismo, quello della modernità matura e del modernismo e infine quello del postmoderno o della globalizzazione. Il postmoderno, o globalizzazione che dir si voglia, è insomma una fase della modernità, non una epoca nuova, a essa successiva e alternativa.

Si tratta di tre fasi diverse, che durano diversi decenni ciascuna e all’interno delle quali è possibile distinguere a loro volta periodi diversi. Per esempio, all’interno dell’ultima fase, quella del postmoderno e della globalizzazione, si può distinguere il periodo del postmodernismo da quello più recente che alcuni chiamano ipermoderno. Il postmoderno, insomma, continua ancor oggi mantenendo i caratteri sostanziali che lo definiscono ma anche progressivamente cambiandone alcuni e assumendone di nuovi, e invece si è estinto il postmodernismo che lo ha caratterizzato negli ultimi due o tre decenni del Novecento.

Quando di qui in avanti parlerò di crisi mi riferirò sempre ai cambiamenti che si sono affermati in Europa con il postmoderno a partire dagli anni settanta del Novecento e poi con le modificazioni subentrate nel suo ultimo periodo, il cosiddetto ipermoderno.


2.
Il postmoderno coincide con la rivoluzione elettronica e con la nuova centralità che viene ad assumere la produzione di beni immateriali e in particolare del linguaggio. Le parole e i segni sostituiscono le cose. Nomina nuda tenemus, Eco dixit, con quel che segue. L’intertestualità, prima di diventare una metodologia critica, è una visione del mondo che ha a che fare con questi nuovi modi di produzione e dall’influenza che essi hanno nel sensorio, nella mentalità e nei modi di percezione, con ovvie e ormai note conseguenze: interrelazione fra locale e globale, progressivo offuscamento dell’esperienza diretta, smaterializzazione dell’esistenza, trionfo del virtuale e della società dello spettacolo e dei simulacri, della rappresentazione e della rappresentazione delle rappresentazioni. Sul piano sociale si avvia un processo che è sempre più evidente a mano a mano che ci si inoltra nell’ipermoderno e che, in un libro recente, una economista, Laura Pennacchi, definisce in questi termini molto efficaci: desoggettivazione dell’io, desocializzazione dell’individuo, depolititicizzazione della società. Si tratta di tre fenomeni convergenti, reciprocamente correlati e anzi dipendenti l’uno dall’altro. Gli ultimi grandi intellettuali italiani ancora attivi negli anni settanta cominciarono a registrarli allora e vi videro un cambiamento radicale che Pasolini, come è noto, chiamò rivoluzione antropologica.

All’inizio, nella fase del postmodernismo, la nuova centralità del linguaggio, dei segni e delle rappresentazioni e la ideologia dell’intertestualità del mondo producono l’illusione della fine della materialità e della stessa realtà e, in letteratura, l’affermazione delle metanarrazioni, della riscrittura, del citazionismo (tutto è stato già scritto e detto e dunque può essere solo citato) e del pastiche (nel senso, spiegato da Jameson, della blank parody o parodia bianca o, direi piuttosto io, della parodia non parodica). Contemporaneamente la fine della distinzione fra letteratura di ricerca e letteratura di consumo certifica il primato del mercato e ad abbattere i confini che garantivano separatezza e prestigio alla sfera artistico-letteraria. Poi, negli anni più recenti dell’ipermoderno, quando la crisi economica e l’esplosione delle contraddizioni materiali diventano pressanti e non più eludibili, tendono ad affermarsi nuove forme di realismo (testimonianze dirette, autobiografie, cronache di fatti storici, reportage…). Forme nuove, va sottolineato, perché risentono delle fortissima mediazione sia delle recenti tecniche di comunicazione scritta e visiva (documentari, film, serie televisive, pubblicità, fumetti, grafic novel e manga in particolare) sia del filtro della soggettività quale si è andata modificando e strutturando sotto l’influenza di internet, dei blog, dei social network, della posta elettronica (esibizione della intimità, privatizzazione del pubblico e pubblicizzazione del privato, scrittura esclamativa ecc.). Si è parlato, a proposito di questa produzione letteraria, di neo-neo-realismo, ma in realtà le nuove tendenze non hanno niente in comune con l’esperienza del dopoguerra: come si sarà capito, la visione del mondo e i modi della rappresentazione sono infatti radicalmente diversi.


3.
Ho appena descritto alcuni caratteri della letteratura nata col postmoderno e della sua evoluzione negli ultimi quaranta anni. Vorrei indicarne ora due su cui l’attenzione degli studiosi si è forse meno impegnata: la fine del letterario con la conseguente ibridazione o contaminazione e la globalizzazione.

All’inizio degli anni sessanta Sereni aveva progettato una rivista dal titolo Questo e altro, dove questo stava per il letterario. Proponeva insomma un confronto serrato fra la letteratura e ciò che sta fuori della letteratura, la società e la politica. Per Sereni la letteratura aveva confini ancora certi: poteva e doveva aprirsi al mondo esterno e ad altri linguaggi diversi da quello letterario, ma mantenendo la propria identità. Gli anni sessanta segnano la crisi del genere lirico: Pagliarani con La ragazza Carla, gli altri novissimi, Pasolini, Sereni stesso con Gli strumenti umani, Giudici con La vita in versi, Caproni con Congedo del viaggiatore cerimonioso, anche lo Zanzotto di La Beltà, persino il vecchio Montale di Satura e dei diari introducono nel linguaggio poetico il lessico pubblicitario, industriale, della informazione giornalistica e televisiva, persino di un manuale di dattilografia. E tuttavia la letterarietà resta evidente sia nello sperimentalismo formale dei novissimi, sia nel linguaggio e nel ritmo più tradizionale di Sereni, Caproni o Luzi. È diventata una letterarietà “inclusiva”, come scrisse allora Raboni: una letterarietà che accoglieva e assorbiva in sé l’extraletterario. Persino Sanguineti, che annunciava di voler sabotare la letteratura, lo faceva ricorrendo alla forte mediazione delle avanguardie letterarie e dell’ironia iperletteraria della tradizione crepuscolare. Se poi consideriamo i romanzi che andavano per la maggiore in quegli anni, bisogna riconoscere che essi o pagavano dazio allo sperimentalismo avanguardistico proponendo di fatto un nuovo linguaggio letterario o non mettevano affatto in discussione il linguaggio letterario della tradizione (si pensi a Malerba, Manganelli, Consolo, Volponi da un lato, a Cassola, Moravia, Morante, Sciascia, Calvino dall’altro). A partire dalla seconda generazione postmodernista, quella dei cosiddetti cannibali, nella narrativa il linguaggio letterario comincia a dissolversi. Al posto dell’apertura del letterario all’extraletterario si assiste al trionfo del linguaggio parlato e televisivo e alla ibridazione fra linguaggi. Se nei cannibali è il linguaggio della pubblicità a far la parte del leone, oggi, negli anni dell’ipermoderno, può essere quello del reportage o dell’indagine giudiziaria o del saggismo sociologico o storiografico o della serialità televisiva (per il saggismo, si pensi al caso Saviano, per fare un solo esempio, ma si potrebbero citare anche quelli più recenti di Trevi, Scurati o Falco). Altre volte, semplicemente, il romanzo di oggi è scritto così come si parla in un bar, con un progressivo restringimento del lessico, sempre più usurato, e la sua sempre più frequente ibridazione con il linguaggio televisivo, con quello dei network, con i più diversi gerghi settoriali, ma anche ovviamente con il lessico delle lingue straniere (inglesi soprattutto) e con parlate che direi simildialettali che nascono dal deperimento dei dialetti. D’altronde anche le tecniche di scrittura sono sempre più tributarie di quelle della serialità e dei loro modi espressivi e comunicativi. Se a ciò si aggiunge il dominio della mercificazione, e cioè la quasi totale scomparsa di criteri editoriali ispirati a scelte di qualità e l’assoluta e schiacciante prevalenza di quelli economici, il quadro è pressoché completo.

In poesia la presenza del mercato è molto minore e i processi sono più lenti e graduali, data la resistenza del genere e la forza della tradizione. Il linguaggio letterario vi sopravvive, ma a fatica, a spezzoni, a tratti, a macchia di leopardo a volte anche all’interno della produzione di uno stesso autore.

La crisi del linguaggio letterario, d’altronde, non è che un aspetto della crisi della letteratura. In altri termini si è passati dalla letteratura della crisi (quella della prima generazione postmodernista di Eco, di Tabucchi e dell’ultimo Calvino) alla crisi della letteratura. È finita l’autonomia della letteratura, la sua separatezza e la sua sacralità. Il questo di Sereni non esiste più. A mano a mano che la sua identità va evaporando, la letteratura si deposita come una polvere impalpabile in una sere di altri ambiti (sceneggiature, pubblicità, scritti filosofici, storiografici, giornalistici….) diventando un “poetese”, avrebbe detto Sanguineti, buono per tutti gli usi. Ma tutto è diventato letteratura perché niente è più letteratura. È finita anche la dialettica anceschiana fra autonomia ed eteronomia della letteratura. Uno scrittore può essere impegnato o disimpegnato, ma nessuno se ne lamenterà né in un caso né nell’altro. La letteratura è diventata eteronoma, non perché abbia ceduto all’impegno politico, ma perché i mutamenti tecnologici, economici e sociali in corso ne hanno dissolto i confini. Che riesca a trovare un’altra identità nella contaminazione può darsi, ma non è detto. Il processo è in corso e i suoi esiti sono tutt’altro che scontati.

La globalizzazione ha conseguenze particolarmente incisive, anche in questo caso, sulla narrativa. E non solo perché si diffonde, in seguito alla immigrazione, il fenomeno di scrittori algerini o egiziani o senegalesi o pakistani o iraniani o albanesi che scrivono anche in italiano, ma anche perché la produzione diretta nella nostra lingua e soprattutto, molto più frequentemente, la traduzione di opere di autori del cosiddetto terzo mondo è sempre più massiccia e invasiva, tanto da cominciare a insidiare lo stesso primato occidentale (la battaglia sul canone nelle università degli Stati Uniti è da tal punto di vista esemplare). Anzi, molto probabilmente l’iniezione di questo sangue nuovo e vitale ha contribuito in modo decisivo a porre in discussione il postmodernismo: una letteratura fondata sulla riscrittura e sulla metaletterarietà è entrata in crisi sotto l’urto delle rinascenti contraddizioni materiali ma anche sotto la pressione di una letteratura che parlava di fame, di viaggi di fortuna, di dittature e di guerre spaventose, di esistenze in esilio. Le nuove forme di realismo nascono anche da questa nuova situazione (nuova per l’Italia e per la vecchia Europa; negli Stati Uniti non è mai venuta meno una linea, fra Roth e Delillo, di modi fra loro diversamente realisti).

4.
La crisi della letteratura è anche crisi della forma saggio. Il critico letterario si sente mancare il terreno sotto i piedi. La materia stessa su cui si esercita sta smottando costringendolo a cercare terra ferma in altri campi o a intraprendere tentativi in nuove direzioni come da tempo, e comunque assai prima degli addetti alla letteratura, hanno fatto i cultori di discipline limitrofe, come gli storici, i filosofi, o gli studiosi del mondo classico.

La crisi della forma saggio comporta anzitutto il tramonto della critica concepita come momento di tensione fra impegno etico-politico e impegno letterario e culturale. Come è declinata la figura storica dell’intellettuale quale si è andata configurando dall’illuminismo a oggi, così nell’ultimo trentennio appare ormai esaurita, almeno in campo umanistico, la sua forma specifica di espressione, ormai sostituita dall’intrattenimento giornalistico e dallo studio accademico, nonché da interessanti tentativi di contaminazione fra questi due modi di cui dirò più avanti. Il saggio alla Fortini, alla Cases o alla Pasolini non è più praticabile perché sono venuti meno il mandato civile e la società che esso presupponeva. Il declino del saggio è anche da collegarsi alla scomparsa di una intera civiltà letteraria fondata sul valore e sulla sacralità della letteratura che, nel bene e nel male (il male non è mancato), è stata attiva sino a una trentina d’anni fa. Ma anche il saggio alla Sapegno o alla Muscetta o, per altri versi, alla Contini o alla Praz non è più possibile a causa, nel primo caso, della fine di un ruolo pubblico dell’intellettuale umanista e nel secondo della scomparsa di un gusto elitario e della società letteraria che la coltivava. Insomma, come ha scritto Pierre Guiraud, il saggio muore schiacciato «dalla tentazione di dire tutto a nessuno, o dire nulla a tutti».

Accanto al saggio d’intrattenimento, incessantemente promosso per via televisiva dal mondo giornalistico, resta ovviamente quello accademico. Ma la produzione accademica oggi è a circuito chiuso: è rivolta alla istituzione, nasce e finisce lì. È settoriale e specialistica; ed è asfittica perché non ha più intorno il respiro di una società civile che la accolga e possa nutrirsene. Unica parziale eccezione è il commento ai testi, che sembra avere ancora un piccolo margine di mercato e una qualche utilizzazione divulgativa e scolastica.

Una serie di fattori hanno accelerato in anni recenti questa involuzione della critica accademica. Ne elenco rapidamente alcuni: i nuovi sistemi di valutazione svolgono una funzione coattiva dato che regolano la carriera accademica secondo criteri rigidamente specialistici e scientifici (o sedicenti tali) che ignorano l’aspetto interdisciplinare e sociale della ricerca e puntano esclusivamente sugli aspetti quantitativi e oggettivamente misurabili. Da qui il cosiddetto disciplinamento che la incanala nei recinti predefiniti delle singole microdiscipline, togliendole complessità, aria e sfondo. Infine lo stesso precariato che caratterizza la vita dei giovani ricercatori li costringe a elaborare di continuo microprogetti che li distolgono da progetti strategici e da lavori di lunga lena per indurli ad adattarsi di volta in volta a esigenze diverse a seconda delle varie università e dei diversi paesi dove cercano lavoro.

In questa situazione bisogna tuttavia registrare una tendenza di tipo saggistico che cerca di sfuggire alla tenaglia della scelta fra intrattenimento e accademismo. pure in qualche modo utilizzando l’uno e l’altro. È un fenomeno parallelo a quanto sta avvenendo nel romanzo, in cui, come ho già osservato, il nesso fra saggistica e narrativa è un carattere ormai molto evidente. In questo caso la componente narrativa è egualmente presente, ma all’interno di un processo espositivo in cui convergono istanze diverse – anche volte, per esempio, a ricercare la complicità del lettore attraverso il ricorso al pathos – ma che comunque mira a sostenere una tesi e perlopiù un assunto propriamente argomentativo. La nuova saggistica può ricorrere agli strumenti specialistici dell’accademismo, ma a differenza del discorso accademico, che ostenta obbiettività e impersonalità, si manifesta solo attraverso una forte mediazione soggettiva, ed è appunto questa mediazione a consentire narratività ed eventuale pathos. Inoltre l’autore, in questo ispirandosi alle scritture d’intrattenimento, non rinuncia ad adeguarsi, almeno in parte, al pubblico cui si rivolge e dunque a farsi carico del punto di vista del destinatario, cosa impensabile nel discorso accademico. Infine questa nuova saggistica risente del linguaggio dei blog e di internet (a volte, anzi, rielabora materiale che ha trovato qui la sua forma originaria), in qualche modo si ispira alla sua immediatezza e si rivolge comunque ai suoi fruitori. Non è certo un caso che anche il mondo editoriale si sia accorto della nascita di queste nuove forme saggistiche e tenda a incanalarle in nuove collane (penso, per esempio, a quelle recentemente lanciate da Laterza in cui sono apparsi i volumetti di Giglioli e di Mazzoni) particolarmente agili e nettamente distinte tanto da quelle accademiche quanto da quelle di puro intrattenimento. Qui critici letterari spesso di provenienza comparatistica, e quindi a ciò predisposti anche dalla esperienza di ibridazione dei cultural studies, tendono a ricercare un nuovo ruolo e un nuovo spazio: abbandonano quello tradizionale della letteratura, o lo utilizzano in modo subordinato e subalterno ad altri tipi di discorso, e sconfinano perciò su altri terreni di tipo storico, sociologico, antropologico e molto genericamente politico.

Più raro invece è il caso dei critici che cercano di rinnovare le forme saggistiche restando su un terreno prevalentemente letterario. La critica letteraria, d’altronde, è assente o del tutto emarginata nel mercato editoriale, e i tentativi di un suo rinnovamento di forme, di linguaggio e di destinatario, simile a quello già avvenuto per altre discipline umanistiche, tendono perciò a incanalarsi e quasi a nascondersi in collane tradizionali.

Fra i non molti esempi a disposizione di questo tipo (potrei citare i casi di Giunta, di Di Gesù, di Iossa) ne scelgo uno recentissimo che può servire, grazie anche alla autorità dell’autore e alla indubbia serietà del suo tentativo, a documentare concretamente lr direzioni di questa nuova saggistica nel campo della critica letteraria. L’autore è Valerio Magrelli, un accademico che però è anche un poeta, in campo cinematografico è stato collaboratore di Fellini e scrive sulla stampa quotidiana (aspetti di una attività multiforme e in qualche modo plurimediale che vanno tenuti presenti per capire il tipo di operazione e di linguaggio impiegato). Il libro è Millennium Poetry, che ha molti dei caratteri innovativi che ho sopra enunciato eppure esce in una collana tradizionale come Intersezioni del Mulino. Bastano il titolo e il sottotitolo che suona: Viaggio sentimentale nella poesia italiana. Se il titolo allude a un linguaggio consueto al mondo televisivo, cinematografico e pubblicitario (a partire dall’uso della lingua inglese, che ormai si sta affermando per i titoli dei film), il sottotitolo evoca, col sostantivo viaggio e con l’aggettivo sentimentale, quel rimando alla mediazione soggettiva di cui parlavo: il rinvio colto a Sterne è presente, ma il lettore meno informato che non lo comprende può comunque egualmente apprezzare il concetto che esprime. La introduzione si presenta poi con questo titolo di per sé eloquente: +39:istruzioni per l’uso e al suo interno si dichiara che il libro – una antologia commentata di 39 poeti dal Mille a oggi – è, oltre che un viaggio, «un’avventata avventura antologica» e «una schedatura ludica e sentimentale», mentre il commento procede, si dice, per «accostamenti inconsueti» spesso sostenuti da una vena narrativa più che strettamente argomentativa. Anche se Magrelli manifesta molto rispetto per la critica accademica, è chiaro che qui ne siamo lontanissimi. Non mancano certo nelle varie schede osservazioni specialistiche di metrica e di retorica e riferimenti eruditi, che sarebbe impossibile trovare nella saggistica di intrattenimento giornalistico, ma è dichiarato, ed evidente, l’intento di rivolgersi a un pubblico non specialistico con una funzione anche divulgativa. Se si aggiunge che l’autore nella introduzione fa l’elogio di Wikipedia di cui dichiara di essersi ampiamente servito, si può ancor più capire, attraverso questo esempio, la direzione verso cui muove, alla ricerca di una difficile sopravvivenza, la nuova saggistica.


5.
Poche parole di conclusione. Mi sono limitato a descrivere oggettivamente la fine di un mondo e le nuove possibilità che possono aprirsi. Giunto alla fine del mio discorso, non posso rinunciare tuttavia a esprimere un giudizio, per quanto molto rapido e sommario.

Devo dire che non rimpiango il passato, ma non ho molte speranze per il futuro. Che non esistano più un linguaggio letterario e una repubblica delle lettere non può essere oggetto di rimpianto. Sappiamo tutti, dopo Bourdieu, come è nata una società letteraria e su quali valori, o disvalori, si fondasse, su quali privilegi, talora illusori ma non meno reali. E lo stesso si deve dire per l’autonomia del letterario e l’ideologia della sua sacralità quale è stata praticata almeno per due millenni, a partire dal favete linguis di Orazio. L’identità della letteratura quale si è costituita attraverso i secoli ha portato in sé il segno di quella barbarie di cui hanno parlato Benjamin e Marx, il primo in una tesi in cui ha illustrato il nesso fra civiltà e barbarie, il secondo in una pagina famosa in cui ci ha mostrato di che lacrime grondino e di che sangue i polpastrelli della mano di Beethoven.

E tuttavia in quell’idea di letteratura restava, seppure distorta, l’allusione a un valore, a qualcosa che andasse oltre il contingente e l’immediato e che provocasse o potesse provocare commozione e ammirazione. E se nessuno oggi potrebbe rimpiangere le miserie, i riti meschini e i privilegi della cosiddetta repubblica delle lettere, altra cosa era l’eco che l’attività letteraria e saggistica avevano nella società civile e, nel dopoguerra europeo, persino all’interno del movimento operaio (anche qui con luci e ombre che vanno ricordare e distinte). È esistito un tempo insomma in cui letteratura e saggistica potevano almeno conservare l’aspirazione a superare la propria separatezza in senso non consumistico ma civile e a entrare in un dibattito generale e in un conflitto delle interpretazioni che attraversava una parte non indifferente del corpo sociale. Oggi l’insignificanza della letteratura e della saggistica appare segno ed emblema di una insignificanza più generale e complessiva che traspare da ogni aspetto della nostra vita, e di uno stato di impotenza e di minorità che riguarda tutti.

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