29.7.17

Diario, I - Finalmente sola... Una poesia di Vittoria Aganoor Pompilj

Vittoria Aganoor Pompilj in Leggenda eterna ha raccolto sotto il titolo Diario, costruendo una struttura narrativa, sei componimenti di varia lunghezza in endecasillabi sciolti. Possono però chiudersi o aprirsi con un emistichio che si completa in endecasillabo con il “mezzo verso” della poesia successiva o precedente.
Nonostante questa scelta metrica, che lega più fortemente le sei liriche, esse conservano una relativa autonomia.
Riprendo qui la prima, gonfia di romanticismo. (S.L.L.)

Eccomi finalmente sola!... ancora
un altro giorno s'è compiuto; ancora
io per ore e per ore ho trascinato
il mio fantasma tra la gente; ho riso;
detto parole; carezzato i bimbi
altrui, con gesti lenti di persona
tranquilla; ho passeggiato pei sentieri,
ch'egli amava, con altri, e visto il velo
della sera cader sovra i lontani
monti, quei monti che con occhi accesi
di gioia, contemplò, la mano stretta
nella mia mano. Io feci anche presagi
sul tempo, sulle messi e la vicina
vendemmia e la raccolta, con sereno
accento di serena anima! Alfine
eccomi sola! Ancora un altro giorno.
Fino a quando, o Signore!


Da Leggenda eterna – Intermezzo – Risveglio, Venezia, 1900 – ora nel sito Liber liber

Quando don Sturzo inventò la casta (Ilario Lombardi)

Articolo un po' qualunquistico. Tacendo sulla campagna dei comunisti sui “forchettoni”, mettendo dentro tutti, senza indicare quantità e qualità, l'articolo finisce per assolvere i corrotti passati e presenti. Lo “posto” perché contiene qualche curiosità, qualche spunto da approfondire, ma suggerisco una lettura “cum granu salis”

È il giorno di San Valentino del 1947, la Repubblica italiana sta ancora gattonando, fragile, con i suoi denti da latte, quando alla Camera durante il dibattito per la fiducia al nuovo governo De Gasperi si alza il leader del Movimento indipendentista siciliano Andrea Finocchiaro Aprile e punta il dito contro quei parlamentari che «vanno in cerca affannosa di tutti i posti più largamente retribuiti». Trai nomi che cita, ci sono anche due ministri: Pietro Campilli, al Commercio estero, ed Ezio Vanoni, al Bilancio. Il primo è finito in una storia di speculazioni in Borsa, per il secondo l’accusa sembra più pesante: avrebbe intascato uno stipendio d’oro da commissario del Cln alla Banca dell’Agricoltura. La denuncia finisce sui giornali, parte una campagna stampa, ma l’aspetto che si rivelerà più interessante, visto dall’Italia del 2014, è la difesa di Campilli, contenuta in una dichiarazione del direttore generale del Tesoro: la speculazione forse c’è proprio stata, ma il ministro «non ne sapeva nulla». Anni e anni dopo lo scudo lessicale si andrà affinando fino a trovare una formula, quell’«a mia insaputa», adattabile a case con vista Colosseo e a milioni sottratti dai tesorieri a partiti in liquidazione. L’altro ministro, Vanoni, invece, spiegherà che dei soldi elargiti a suo favore aveva trattenuto solo una piccola parte: il resto era andato allaDc.
Questo a dimostrazione che Tangentopoli non è stata una parentesi dell’Italia: Tangentopoli è l’Italia, la Sin City della mazzetta. All’origine della Repubblica ci sta già tutto il suo destino. In nuce ci sono già le malefatte sui rimborsi di Franco “Batman” Fiorito e Luigi Lusi, le spese pazze dei consiglieri regionali e il caviale del tesoriere della Margherita. Vizi, vizietti, vezzi, avidità, impunibilità. Il curriculum della politica italiana è bello lungo, e molto ripetitivo. Per chi volesse dilettarsi nel gioco del trova le somiglianze tra ieri e oggi, un libro ne fa una summa divertente: Lei non sa chi ero io! di Filippo Maria Battaglia, giornalista di Sky con la passione per gli archivi, storpia in un’esclamazione grottesca lapiù classica delle battute dei pavoni del potere, ma declinandola al passato la rende anche una sorta di memento mori per tutti gli intoccabili del passato e del presente. Il sottotitolo del libro, La nascita della Casta in Italia, dà invece il senso dell’operazione: la Casta prima della Casta, prima che tutti la conoscessimo così, un’etichetta nata con il best-seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, bersaglio e fonte di gloria per Beppe Grillo, che sugli anatemi alla classe politica ha costruito il successo del M5S. Ma il primo a usare quel termine fu don Luigi Sturzo. Anno 1950, sul giornale il 24 Ore (che ancora non si era fuso con il Sole), il prete di Caltagirone di fronte al malcostume «di dare posti di consolazione a ministri, sottosegretari e deputati fuori uso» bastona i parlamentari, perché più che a rappresentare il popolo «sembrano ormai impegnati a voler creare o consolidare una casta».
Nessuno pare aver inventato niente di nuovo. I professionisti della politica, refrain ventennale su cui ha edificato il suo successo da parvenu il tycoon brianzolo Silvio Berlusconi per marcare una distanza, erano già presenti nelle invettive di Guglielmo Giannini, il padre dell’Uomo Qualunque, uno che già alla fine del 1944 chiedeva amministratori, per gestire la cosa pubblica, «non politici». «“Casta”, “cricca”, “professionisti”, il vocabolario dell’antipolitica italiana, nel primo quindicennio repubblicano, pare già incredibilmente aggiornato - spiega Battaglia -. Così come il catalogo degli scandali, almeno a leggere le cronache dei quotidiani e dei periodici dell’epoca: corruzione e concussione, ricatti e dossier incrociati, sprechi e tangenti affiorano a decine nelle prime tre legislature. Molti anni, anzi molti decenni prima di Tangentopoli».
Pagina 99
Data 01-11-2014
I mandarini spuntano ovunque, su un terreno, quello della Prima Repubblica, tenero e molto favorevole alla loro coltivazione. De, Pci, repubblicani, monarchici: tutti i partiti banchettano allo stesso tavolo. Ed è impressionante, scorrendo questi ultimi 70 anni, la sensazione di vivere in un unico grande déjà-vu. Quando la storia di ieri è cronaca di oggi. Qualche esempio: “pianisti” e diaria. Nel 1963 il settimanale “Il Borghese” fa i conti in tasca ai deputati: un onorevole incassa in un mese quanto nove operai per sole 150 sedute l’anno. A gonfiare lo stipendio di 740 mila lire interviene il «rimborso spese», vera manna dal cielo per i non certo indaffaratissimi parlamentari. Il regolamento prevede che sia variabile in base alle presenze in aula, certificate da apposito registro. A compilarlo ci pensa un compagno del Pci, benemerito, che infila qua e là anche le firme dei colleghi assenti. Anni dopo l’imbroglio sarà riproposto con altri metodi: deputati a favore di telecamera che pigiano per la votazione al posto di altri deputati impegnati altrove. Gli scandali si moltiplicano. Roma è già piena di debiti, attrici e attricette della Hollywood sul Tevere finanziata dallo Stato scorrazzano in cerca delle grazie di qualche politico per elemosinare qualche particina in un film. L’attualità dei Palazzi è generosa con i cronisti.
Filippo Maria Battaglia nel suo racconto affonda il naso nei giornali dell’epoca, grandi e piccoli, in articoli di cronisti sconosciuti o di grandi firme. Oggi si parla tanto delle municipalizzate da tagliare e del Cnel da mandare in soffitta, ma già nel 1963 sul Corsero, Indro Montanelli ingaggia una battaglia contro gli enti inutili. Sono a centinaia: dall’Opera di assistenza delle province redente all’ufficio dello Stato per prigionieri italiani della Seconda Guerra Mondiale. Il romanzo della Casta è appassionante, con immancabili risvolti hard. Pensavamo di aver visto tutto, quel memorabile 5 aprile 2011, il giorno in cui il Parlamento italiano votò contro l’autorizzazione alle perquisizioni per il caso Ruby, stabilendo che la ragazza marocchina coinvolta nelle “cene eleganti” di Silvio Berlusconi fosse la nipote del rais egiziano Mubarak. La Camera approvò una balla ad personam.
Ma di bunga bunga i nostri padri ne sapevano già qualcosa. A Roma nel 1967 non si parla d’altro che della porticina che il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si era fatto aprire su un lato del Quirinale, in via dei Giardini. «Si mormora che di lì passino le amicizie femminili del Presidente» scrive il settimanale Abc. Anche in quel caso il Parlamento si piegò a far passare qualche leggina per le favorite del Capo dello Stato.
Il potere ha sempre amato infilarsi sotto le lenzuola. E la Casta in questo caso non si è rivelata per niente casta. La Capitale poi è tentatrice: sesso, coca e auto blu. Il caso di Wilma Montesi, 1953, è emblematico: un intreccio degno di James Ellroy tra Capocotta e Roma, ville lussuriose, festini e giri di stupefacenti che interessano marchesi anfitrioni, prefetti, uomini di chiesa, politici e tutto il sottobosco ministeriale. Notti selvagge che sollevano prima una «questione morale» (scrive Pietro Ingrao), poi rivelano una doppia, tripla morale.
Ovvio che anche quando si alzano i polveroni poi a terra rimane ben poco. Le campagne stampa sono aspre, ma alla fine gli anticorpi della politica prevalgono. L’immunità è una garanzia dapprincipio. I rapporti con la magistratura si fanno difficili subito e nel libro, con dati inediti alla mano, si dimostra come nelle prime tre legislature, lungo i primi quindici anni di vita della Repubblica, le richieste di autorizzazione a procedere inviate alle Camera sono 1.154, una media di 76,9 l’anno, cifre decisamente alte, ben più di quelle che ottengono il via libera: solo il 13,3%, molto al di sotto della media di tutti gli anni che arrivano fino a Tangentopoli. Altro che Prima, Seconda e Terza Repubblica: sin dai suoi albori, che pensavamo integerrimi ma non lo erano, la Repubblica è sempre stata una, indivisibile e fondata sul privilegio.


“Pagina 99”, 1 novembre 2014

“Senz’anima che animali sono?” Carnivori e vegetariani nell'antica Grecia

Allocco
È uscito due anni fa, nei “Millenni” delle edizioni Einaudi, un libro dal titolo L'anima degli animali, in qualche modo collegato all'uscita del papa cattolico sulla possibilità che anche gli animali vadano in Paradiso. Il ponderoso volume, che raccoglie testi di Aristotele, Plutarco e altri, cerca i fondamenti della questione nel pensiero greco dell'antichità. Riprendo qui la recensione sul domenicale de “Il Sole 24 Ore” di Armando Torno e i brani che egli ha trascelto per offrirli in anteprima. (S.L.L.)

Asinelli dell'Amiata
L’uomo ama distinguersi
Armando Torno
Nel 1684, a Venezia, presso il torcoliere Antonio Poletti vedeva la luce un libro di Ignace-Gaston Pardies: Dell’anima delle bestie e sue funzioni. Il sottotitolo informava sulla materia trattata: Se gli Animali Bruti siano mere Machine Automate senza cognizione, né senso come gli Orologi. L’autore, un gesuita francese fisico e matematico, impegnato in ricerche astronomiche e, con Grimaldi e Hooke. sostenitore della natura ondulatoria della luce, partecipava al dibattito vivo a metà Seicento in ambienti libertini. Questioni e domande che in buona parte risalivano ad Aristotele o al pensiero greco e che, in quel secolo, si arricchivano di un dubbio: gli animali sono dotati di razionalità?
Il quesito sarà utilizzato ancora in pieno Novecento nell’opera di Horkheimer e Adorno Dialettica dell’Illuminismo (tradotta da Einaudi). I due pensatori scrivono: «L’idea dell’uomo, nella storia europea, trova espressione nella distinzione dall’animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo. Questa antitesi è stata predicata con tale costanza e unanimità da tutti gli antenati del pensiero borghese – antichi ebrei, stoici e padri della Chiesa – e poi attraverso il Medioevo e l’età moderna, che appartiene ormai, come poche altre idee, al fondo inalienabile dell’antropologia occidentale». A proposito di sensibilità degli animali, Omero, nel XVII canto dell’Iliade, parla dei cavalli di Achille che «piangevano» dopo aver visto «l’auriga caduto nella polvere sotto Ettore massacratore». Una testimonianze su Pitagora ne ricorda l’indole vegetariana: «Aborriva uccisioni e uccisori: non solo si asteneva dal mangiare esseri viventi ma neppure si accostava a macellai e cacciatori». E un frammento di Empedocle la condivide: «È una grande vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animali cui è stata tolta violentemente la vita».
Ora due studiosi, Pietro Li Causi e Roberto Pomelli, hanno tradotto e raccolto i testi del mondo antico che sono a fondamento dell’eterno dibattito su L’anima degli animali (così si intitola il volume dei Millenni Einaudi in libreria il 31 marzo) e, di conseguenza, sui comportamenti da tenere. Compiendo una scelta precisa, hanno focalizzato l’attenzione sull’ottavo e nono libro dell’Historia animalium di Aristotele, su alcuni frammenti degli stoici dedicati al tema, su tre trattati di Plutarco (dai Moralia) e chiudono con il De abstinentia di Porfirio. Certo, c’erano altri testi più antichi o più vicini a noi, tuttavia Aristotele consente di capire la nascita delle osservazioni sulle differenze tra uomini e animali, gli stoici «depotenziano» le funzioni mentali degli altri esseri viventi e ci «deresponsabilizzano» nei loro confronti, Plutarco scrive opere di riferimento sul vegetarianismo e sulla «questione animale», Porfirio offre la «summa» di tutti gli orientamenti dell’antichità, ripresi nel mondo moderno e contemporaneo. Alcune pagine sono in prima traduzione italiana. Del volume dei Millenni sono qui dati in anteprima alcuni stralci.
Cavallo arabo
Aristotele
da «Historia animalium» - libro VIII
Le attività e i generi di vita differiscono secondo le modalità del comportamento e il modo di nutrirsi. Sono infatti presenti nella maggior parte degli esseri animati tracce delle disposizioni dell’anima che negli uomini presentano tuttavia differenze piú evidenti: in effetti, la mansuetudine e la selvatichezza, la docilità e l’aggressività, l’indole coraggiosa e la codardia, le paure e gli atteggiamenti audaci, gli impulsi e le astuzie e certi tratti di intelligenza applicati alla facoltà di comprendere che si presentano simili a quelli dell’uomo si trovano in molti di essi, in maniera analoga a come è per le parti del corpo. Alcuni animali, infatti, differiscono dagli uomini per il più e il meno, e così avviene per l’uomo se paragonato con molti degli animali (giacché alcune delle dette disposizioni sono presenti in misura superiore nell’uomo, alcune negli altri animali); altri animali invece differiscono in base all’analogia.
Come infatti nell’uomo ci sono l’arte, la saggezza e la capacità di comprendere, così in alcuni animali c’è una facoltà diversa ma rapportabile a queste che è insita per natura. Una cosa simile è evidentissima se si considera l’infanzia dei bambini. In essi, infatti, è possibile intravedere come le tracce e i semi di quelle che saranno successivamente le loro disposizioni in età adulta.
Ebbene, durante questa fase della vita nei bambini l’anima non differisce in nulla – per cosí dire – dall’anima delle bestie, cosicché non c’è nulla di assurdo se alcune loro disposizioni psichiche sono identiche, se altre sono simili e altre analoghe a quelle di altri animali. E cosí la natura passa gradualmente dagli esseri inanimati agli esseri animati, al punto che, per effetto della continuità, la linea di confine e il punto intermedio fra i due stadi non appaiono manifestamente».

Aristotele
da «Historia Animalium» - libro IX
I caratteri degli animali più difficili da avvistare e meno longevi sono per noi più oscuri alla percezione, mentre sono maggiormente evidenti quelli degli animali più longevi. Sembra infatti che possiedano una certa facoltà naturale in relazione a ciascuna delle affezioni dell’anima, così come in relazione alla saggezza e alla semplicità di carattere, al coraggio e alla viltà, alla docilità e alla ferocia e ad altre disposizioni simili.
Alcuni di loro, poi, partecipano, al contempo, della capacità di apprendere e insegnare.
Alcuni imparano e apprendono tra loro, altri dagli uomini.
Si tratta, in particolare, di quanti sono dotati di udito: non solo di quelli che percepiscono le differenze fra le voci, ma anche di quelli che percepiscono le differenze dei segni.

Due frammenti sugli Stoici
I
Il maiale, del resto, quale altra caratteristica ha se non quella di essere una vivanda?
Crisippo, del resto, dice che a questo animale la stessa anima è stata data al posto del sale per non farlo imputridire.
E poiché questa bestia non era adatta a nient’altro che a nutrire l’essere umano, la natura non ha generato niente di meglio rispetto a essa. (da Cicerone)

II
Alcune cose che vengono generate vengono prima delle altre, altre invece vengono subito dopo queste che hanno il primato. L’essere razionale ha il primato, mentre il bestiame e tutto ciò che viene generato della terra è generato per essere usato da questi. (da Origene)
Capretto
Plutarco
da «De usu carnium»
Tu chiedi in base a quale principio filosofico Pitagora si astenesse dal mangiar carne. Io invece sarei curioso di sapere in che occasione e con quale disposizione d’animo o pensiero il primo uomo lambì il sangue con la bocca e accostò le labbra alla carne di un animale morto; mi chiedo inoltre perché imbandendo sulla tavola cadaveri e ombre di vita, egli chiamò «vivande prelibate» quelle che poco prima erano membra che emettevano muggiti e grida, si muovevano e vedevano. Come poté la vista tollerare lo sterminio di esseri sgozzati, scuoiati, fatti a pezzi? Come l’olfatto ne sopportò il lezzo? Come poté la contaminazione non disgustare chi si accostava alle ferite di altri viventi e da piaghe mortali strappava umori e sangue?

Plutarco
da «De sollertia animalium»
Per noi uomini l’atto stesso del vivere non viene pregiudicato né l’esistenza viene mandata in rovina se non abbiamo a disposizione piatti di pesce, fegati di oche, se non facciamo a pezzi buoi e capretti per le nostre scorpacciate, se, presi come siamo dall’ozio nei teatri e dal diletto per le battute di caccia, non costringiamo alcuni animali a soffrire e a combattere contro la loro volontà, se non ne massacriamo altri che per natura non sono neanche capaci di difendersi».

Porfirio
da «De abstinentia»
«La carne non giova alla salute, ma piuttosto la ostacola. Infatti i mezzi con cui la salute si riacquista sono gli stessi con cui la si conserva. E siccome la salute si riacquista grazie a un regime alimentare leggerissimo, da cui è esclusa la carne, la si dovrebbe potere conservare nello stesso modo. Se poi è vero che i cibi inanimati non contribuiscono alla forza di Milone, in generale essi non contribuiscono neppure ad accrescere la prestanza fisica. Infatti il filosofo non ha bisogno né di forza né di prestanza fisica, almeno se intende dedicarsi alla vita contemplativa e non alle attività del mondo e alla sregolatezza. Non c’è da stupirsi se la maggior parte della gente ritiene che la dieta carnivora contribuisca alla salute, poiché costoro sarebbero disposti a credere che i piaceri, compresi quelli d’amore, hanno il potere di preservare la salute. Ma i piaceri d’amore non hanno mai giovato a nessuno ed è già desiderabile non esserne danneggiati. Se poi le persone comuni non possiedono le attitudini di cui ho parlato, a noi non importa nulla».


“Domenica – Il Sole 24 Ore” 29 marzo 2015  

Vecchie inglesi (Aldo Palazzeschi)

Mia Firenze, lontano o vicino potrò mai separare dalla tua immagine queste creature che gli occhi videro fra le prime cose, quelle che non è facile dimenticare?
Coi rami dei frutti in fiore, una bracciata di roselline, di glicine o di lillà, anemoni, narcisi, fresie, ranuncoli, primole, ginestre, ciclami, giunchiglie viole, e rose, rose, rose nelle mattine di primavera così leggère che si direbbe fuggita l’aria per lasciarti passare, nei tramonti rossi d’autunno, mentre la luce si addensa attardandosi sulle vecchie pietre, si culla sull’acqua verde dell’Arno, e nel pensiero crescono i fantasmi dei secoli fino a confondersi nel bagliore dei fanali che si accendono lungo le spallette; sul Ponte Vecchio, pei rivoletti e i crocicchi d’Oltrarno, pel Lungarno Acciaioli e sotto le logge degli Archibusieri, in Por Santa Maria fino al Porcellino; correndo con una brocca in mano o un candeliere, un boccale, una lucernina, una cornice; difendendo gelose l’ala dorata di un angelo annunziatore; ferme sotto un arco, vicino ad una porta umile e piccola ma che ti incute soggezione; sedute sullo scalino d’una chiesa o fisse sulle armonie inaspettate che ad ogni svolto ti offrono le architetture che salgono e discendono intagliandosi sullo sfondo del cielo coll’ultima luce dell’occaso.
Vecchie inglesi. Vecchie perché legate dal tempo e dall’amore a vecchie cose, quelle che ci legano insieme a un pezzettino di questa terra; e più per l’atteggiamento spirituale che pone il vostro esile corpo al disopra dei tempi e dell’età. Lontane dal vostro paese, forse troppo realistico e grigio per voi, vestite fuor delle mode, fra queste mura fuori del tempo, dove tutto pare fatto e concluso, dove sembra che nulla si possa cambiare o aggiungere e non rimanga che guardare, trovaste il paradiso dello spirito inquieto, o almeno il carnevale. Firenze fu per voi un bell’Apollo imbalsamato di cui vi faceste una religione.
I fiorentini, lo sanno tutti ormai e si può dire, sono sempre stati poco teneri col prossimo, difficilmente rinunziano a quel frizzo che fino dai tempi antichi in questa terra sale rapido dal cuore alla punta della lingua così frequente, e che il labbro è incapace di trattenere; non per malvagità, bene il contrario, ma per il gusto, segno di civiltà consumata anche se in questo traffico possono sembrare più civili che umani, di scavare il riso profondo, magari dalle cose più gravi e fastidiose, alleggerendole, volgendole da un lato migliore; e farne parte agli altri generosamente come di un tesoro comune.
Il riso fa buon sangue, ed è il profumo della vita in un popolo civile.
La farmacia inglese a Firenza
Ebbene gli inglesi furono sempre lasciati in pace a Firenze, poterono vivere come vollero, amare quello che piacque loro di amare, quasi offrendo il salvacondotto dell’ilarità in cambio del loro amore. Soltanto dai quartieri più popolosi d’Oltrarno, campo delle loro gesta, il martedì grasso giungevano nei quartieri del centro comitive di ragazzi camuffati da inglesi, con cappelli di paglia e lunghi veli ciondoloni, e cenci addosso d’ogni specie e colore; avevano ombrelli, valige, gabbie, borsette e canocchiali a tracolla. Percorrevano le vie principali molleggiandosi sulle gambe, e ripetendo un’unica parola: yes, fra il popolo plaudente.
La loro vita era campestre fra le mura cittadine, le abitudini semplici e signorili, le loro case adornate sobriamente di belle cose toscane autentiche, scelte o scovate con amorevole cura quando ancora non erano apprezzate da noi; vi si poteva incontrare qualche vecchio signore inappuntabile e qualche giovane un po’ evanescente, coi quali tenevano conversazioni da educande all’ora del tè, ridendo a squarciagola di facezie, spiritosaggini o galanterie insignificanti (era sempre fra i convitati un cane pareggiato, col fazzolettino cifrato nel taschino della giacchetta) e discutendo gravemente di cose in cui non tutti avremmo saputo riconoscere la gravità.
Vivevano... senza mangiare, cibandosi di nonnulla, dolciumi, fruita, verdure, marmellate; e il loro abbigliamento era quale l’ambiente aveva saputo ispirare; e che se a prima vista poteva disorientare l’osservatore pacifico e un pochino poltrone, non era difficile rintracciarne le provenienze legittime richiamandosi alla chiese e alle gallerie, chiostri musei e cappelle. Sacerdoti all’altare? Chierici, toreador, farfalle, paggi? Contadine della provincia di Siena? Forosette o villanelle di Montughi e di Careggi? Dame cinquecentesche, regine, armigeri, Re magi, arcangeli? E non di rado molte di queste cose insieme. Anne? Marie? Gioconde? Eleonore? Simonette? Lucrezie? O sotto veli vaporosissimi, anche nei rigori dell’inverno, si contorceva un poco castamente il corpicciuolo, simili a quelle donzelle dal collo lungo lungo e un pochino torto, e gravide di fiori, che si ammirano tanto nei quadri di Sandro Botticelli. Voi mi capite bene, non è più agevole lo stabilire una volta invasi i campi della fantasia e rovesciato il giogo della legge. La loro età? Anche ottuagenarie, colla pelle appiccicata sulle ossa come cartapecora, con parrucche e dentiere, erano ancora bambine.
Queste donne ch’io vedevo tutti i giorni, e così diverse da quelle del mio paese colle quali non avevano nel portamento nel volto e nel costume nulla in comune, pure vivendo fra esse con la più grande dimestichezza senza comunicare, furono una delle prime attrazioni dell’infanzia; la mia curiosità era acuita dalla loro varietà e bizzaria che le affratellava. E m’accorgevo insieme che se i miei sguardi eran chiamati da esse con tanto fervore, quelli di mia madre, al cui fianco camminavo per le strade, non avevano per esse un tremito, un tocco, una sosta, quasi non ci fossero state; tanto da dovermi domandare quale arte impiegasse per non accorgersi di loro fino a quel punto: erano fuori discussione e avrebbero potuto circolar nude o colle gambe in su, coperte col manto di Creso o di giornali vecchi, di cenci da lume: non sarebbero riuscite a farsi notare. Mentre non mi sfuggiva di quali occhiate palesi o furtive voracissime gratificasse le borghesi concittadine, cercando di scrutarne ogni dettaglio della veste, e giungendo a voltarsi un pochino cedendo alla tentazione, o mostrando chiaro il dispetto di non avere un occhio anche di dietro per poterle guardar meglio. E ricordo bene un fatto che valse a illuminarmi maggiormente: aveva un giorno mia madre indossalo un vestito nuovo, e incontrando per via una conoscente s’era fermata con essa a scambiare qualche parola; quella si credè in dovere di coprirla di elogi con alquanta untuosità: «Com’è carina, come sta bene, che bel vestito, sembra una forestiera». Per quel fluido naturale che correva fra mia madre e me, non mi restò difficile l’accorgermi che i complimenti non le erano andati giù, e lasciata la elogiatrice la sentivo rimuginare dentro qualcosa; e la osservavo fare sforzi sovrumani, camminando o sostando un poco, per potersi vedere nelle vetrine delle botteghe. Giunti a casa ella rimase per un quarto d’ora davanti allo specchio, volgendosi e rivolgendosi, cercandosi e sopra e sotto e da ogni lato, e aiutandosi con un secondo specchio per vedersi dietro, facendo alcuni passi e osservandosi camminare; finché non si decise a spogliarsi quasi prendendo una risoluzione non del tutto sicura, e gettando via la roba con vaga inquietudine. Le dolcezze della conoscente nascondevano dunque un veleno?
Oggi io posso tranquillamente ricostruire con le parole il pensiero di mia madre quel giorno per la via, davanti allo specchio e togliendosi il vestito. «Una forestiera». Che cosa voleva dire a Firenze sembrare una forestiera? Chi erano le forestiere di quel tempo? Le vecchie inglesi. Ne venivano, è vero, altre che vivevano nei grandi alberghi e passavano dentro carrozze quasi inavvertite, come meteore, erano dame distintissime ed eleganti e che, se mai, risaltavan per un eccesso di semplicità, di sobrietà nel vestire, e che appena era dato di notare alla sfuggita; le forestiere vere, che tutti conoscevano a sazietà come persone della famiglia, eran le inglesi di Firenze, quelle che s’ incontravano sempre giubilanti e fresche, coi fasci dell’erba e i tronchi degli alberi, che anche le pietre conoscevano e nessuno guardava più. «Una forestiera?» Che cosa c’era dunque di così orrendo e di cattivo gusto o di bislacco nel suo vestito, o quale insidia nelle parole della conoscente per essere rassomigliata a una di quelle scimunite, quelle befane, quelle rificolone, a uno di quei soggetti da carnevale?
Tale era l’inquietudine di mia madre quel giorno, e tale, o press’a poco, il pregio in cui le borghesi indigene usavano tenere le zelatrici della bellezza.
Abitavano i piccoli quartieri suggestivi della città antica, con finestre alte e terrazzi sul fiume o sopra i tetti; davanzali fioriti e loggette da cui fare all’amore un po’ con essa, se disponevano di mezzi limitati o modesti. C’erano poi le ricche, che si stabilivano nelle ville storiche e suntuose dei dintorni, prendendole in affitto o acquistandole direttamente, e dove vivevano realizzando ogni segreta aspirazione. Poco a poco nei parchi e nei giardini li espandevano le piante quasi volessero coprire il mondo di felicità; gli uccelli vi si rifugiavano da ogni parte, diventavano passerai, mèta di stormi, concerto di usignoli, e vi facevano il nido sempre più basso; i merli le ghiandaie e le capinere finivano per farlo all’altezza degli occhi umani, tanto da poterci guardar dentro elevandosi sulla punta del piede senza recar timore o molestia; le rondini dentro la casa addirittura. Tutte le bestie divenivano meno timide e scontrose; i cani, i gatti, ammansivano la loro crudeltà o prepotenza, e gonfi di cibo si sdraiavano al sole rinunziando a nuocere per puro istinto di sopraffazione; cercando di non giuocarsi il posto alla leggera. Una convivenza pacifica, amalgamata dall’amore delle protettrici, si stabiliva fra gli animali d’ogni specie: ragni, topi, tartarughe, chiocciole, lucertole, vermi, insetti, nessuno escluso; e se accadeva il crimine fra essi la cosa assumeva importanza decisiva: una vera e propria inchiesta veniva aperta fra i domestici che fingevano di prendere sul serio l’accaduto, e funzionava una corte di giustizia per punire il colpevole od emendarlo. Anche la morte assumeva aspetto sereno e imponente, si facevano bare di legni pregevoli, con le coltri di seta e di velluto, e sepolture dolcissime fra le rose. Erano generalmente due, amiche o sorelle, o dama e damigella di compagnia, zitelle quasi sempre e in là con gli anni; se no, vedove o in stato di divorzio: gli uomini sempre al bando da questo genere di vita. La sera, in un salone principesco, fra grappoli di candele ardenti o lumi a olio, e uno sciame di domestici impettiti nelle livree, sedevano ima di fronte all’altra in gran toilette, quasi in silenzio a una mensa lussuosissima che ne stabiliva il tenore, il rango e l’etichetta, pur nella vita semplice della campagna.
[…]


Stampe dell'800, Vallecchi, 1943

In morte di Cab Calloway, il re del jive jazz (Francesco Adinolfi)

Cab Calloway se ne è andato. È morto venerdì a Wilmington (Delaware) nella casa di cura in cui era ricoverato dopo l’ictus cerebrale dello scorso giugno. Aveva 86 anni e un fìsico sempre più debole. Te ne accorgevi già nell’85 quando Cab interpretò se stesso in Cotton club, il film di Coppola. È stato un artista fondamentale; e non solo dal punto di vista iconografico (l’abito zoot) o musicale (jump music, jump jive). Ma soprattutto in ambito vocale. Senza Cab il black english, il tratto linguistico distintivo dei neri non sarebbe stato lo stesso. Senza Cab tanti rapper non avrebbero avuto la rima sciolta, scioltissima. Negli anni ’30 lo chiamavano «superdude», superfico, il nero imprendibile, inafferrabile, teppistello di strada prima e poi performer a 360°.

«Vai al Cotton»
In quegli anni il pubblico bianco correva al Cotton Club di Harlem per sentire la sua orchestra, «vederlo» cantare Minnie the moocher, il suo massimo «pièce de resistance». Da quel momento fioccarono registrazioni e programmi radio. Dopo aver affiancato al Cotton Duke Ellington (il Duca si riposava e entrava l’orchestra di Cab), Calloway si prese tutto il palcoscenico. Che musica. Basta riascoltarsi 16 Cab Calloway classics. 1939-41 (Epic) per capire chi è stato. Per assaggiare quella voce da tenore istrionico che guidava il pubblico all’isterismo. È stato Calloway il primo a formalizzare la poetica del «singalong», botte e risposte cantate per minuti e minuti tra artista e pubblico. Lui faceva «hi-de-hi» e dietro la gente a rifargli il verso. E non solo al Cotton.
L’uomo in zoot bianco immacolato, con quel vestito/maschera dalla giacca lunga fino al ginocchio, pantalone a palloncino e capello extra large, chiedeva all’orchestra di seguirlo ovunque; e via nelle orecchie classici come The lady with the fan, Za-zu-zaz, Chop-chop Charlie chan, Hotcha razz-ma-tazz. Ma è solo nel ’38 che Cab formalizza per iscritto il suo codice linguistico. In quell’anno esce The new Cab Callo-way’s hipster dictionary, un libriccino che spiega come parlare per essere hip(ster), alla moda, in. Cab lo scrive e questa è la grande intuizione politica dell’artista. Lo scrive per i bianchi, li batte sul loro stesso terreno, la scrittura, la «cultura». Lo dedica agli hipster descritti da Norman Mailer in Pubblicità per me stesso o In un sogno americano. Bianchi che parlavano, agivano, si muovevano, si drogavano come i neri, fingevano - consciamente o inconsciamente - di sentirsi come loro. Peccato che la sera avevano un tetto dove riposare e quella pelle bianca che li rendeva intoccabili, garantiti; Cab, Charlie Parker e gli altri, invece, restavano sempre Parker e gli altri, sempre neri.
Calloway scrive il dizionario per i bianchi, i neri già parlavano come lui o sapevano sempre come attingere a quel grande serbatoio di erudizione orale che sta al cuore della cultura afro-americana. E nel libro spiega cos’è il jive scat, come si differenzia dallo scat formalizzato negli anni ’20 da Armstrong o dal linguaggio del minstrel show (spettacolo-parodia dei neri del sud in voga negli Usa dalla metà dell’800). Cab non riprende pedissequamente la lezione di Armstrong, non sostituisce le parole con suoni onomatopeici che imitano i caratteri di certi strumenti ma conia frasi, gioca sul nonsense. Musica l’inconscio, l’apparente ignoranza linguistica dei neri. Come lui faranno il pianista-chitarrista Slim Gaillard (inventore del «vout»), immenso manipolatore linguistico, il comico Pigmeat Markham e Eddie Jefferson che già in ambito bebop aveva dato forma al «vocalese», altra derivazione dello scat.
Impossibile, dunque, separare parole e musica dalla vita di Calloway. Insieme all’altosassofonista/cantante Louis Jordan Cab formalizzò la jump music; era uno stile rutilante caratterizzato perlopiù da tenorsassofonisti (gli honker) impazziti, da piccole orchestre che rifacevano il verso alle big band e si proponevano di «far saltare il blues». Il genere è alle radici del rock’n’roll e anticipa il r&b nel senso più codificato del termine.

Fratello blues
Per questo Calloway è splendido nel film Blues brothers. È lui il maestro, solo lui. Peccato che i «brothers» Belushi e Dan Akroyd non se ne accorgano, siano imbarazzantemente bianchi e troppo pieni di sé. Quando nel finale del film Cab intona Minnie the moocher la telecamera indugia soprattutto sui due rivelando una indifferenza di fondo se non una mancanza di rispetto per il talento del performer. Calloway, insomma, risulta solo un riempitivo. Sempre in ambito cinematografico fu lui nel film Porgy and bess (’52) a farsi chiamare Sportin’ Life e non è un caso che l'ultimo disco di Diamanda Galàs e John Paul Jones (ex Led Zep) si chiami così.
Nel film Stormy weather del ’43 Cab dimostrava la grandezza dell’entertainer nero. Cionostante è stato spesso accusato «dal basso» di aver amplificato e avallato la sindrome del «negro entertainer» (il nero sa solo ballare, è un pagliaccio/selvaggio con cui divertirsi e basta); non fu solo così. Per quanto manipolato «servì» come valvola di sfogo per tutti quei neri affogati nella grande Depressione e per quelli che negli anni ’40 sarebbero stati mandati in guerra in prima fila. E non è un caso che Calloway è uno dei performer più rispettati e amati della storia della cultura afro-americana. E ci piace ricordarlo con una frase che Ornette Coleman ripete spesso: «Sono già nero, non devo dimostrare a nessuno di esserlo. Nella mia vita ho solo cercato di migliorare la mia personalità per adeguarmi a qualsiasi ambiente».


il manifesto domenica 20 novembre 1994

28.7.17

Karl Polanyi (1886-1964). Lucido disincanto tra crisi e totalitarismi (David Bidussa)

Karl Polanyi (1886-1964) è un intellettuale paradossale. Alcune delle diagnosi da lui proposte sono fallite miseramente o hanno mostrato la loro fragilità (per esempio: il fallimento dell’economia di mercato, oppure la fine del mercato autoregolato. Idee che, rispettivamente, aprono e chiudono la sua opera più nota, La grande trasformazione, Einaudi). Ciò non toglie che il suo sforzo costante di leggere la realtà immediata sia affascinante e dimostra che si può essere smentiti dai fatti, pur vedendo correttamente i problemi che la realtà sociale ed economica propone.
La raccolta di questi scritti (Una società umana, un’umanità sociale. Scritti 1918-1963, Jaka Book, 2015), che copre l’intero arco della sua produzione lo conferma.
Karl Polanyi visse con difficoltà e sofferenza il restringimento degli orizzonti seguito alla Prima guerra mondiale, alla grande crisi, al trionfo dei totalitarismi, al clima della guerra fredda. Guardò con disincanto e scetticismo l’innamoramento della sua generazione per il marxismo, dottrina che vedeva inclinare verso il fideismo e convinzione politica che egli già nel 1919 paragona alla Chiesa.
Ebbe la percezione che una delle sfide che stavano di fronte alla crisi europea negli anni 20, crisi che un decennio dopo i totalitarismi avrebbero accentuato, consisteva nel pensare e proporre una nuova idea di libertà che tenesse conto del principio di responsabilità. Per Polanyi già allora la vecchia questione tra libertà negativa e libertà positiva - questione canonica proposta da Stuart Mill nel suo saggio La libertà e poi in anni più vicini a noi illustrata magistralmente da Isaiah Berlin - andava riformulata e poteva risolversi solo avendo chiaro (scrive nel 1927) che essere libero «non significa esserlo dal dovere ma tramite il dovere e la responsabilità». Una convinzione che ripete dieci anni dopo, quando ribadisce che la libertà autentica si misura nella condizione di accettare «la nostra parte nel male comune» e consapevoli che la società perfetta non esiste.
È da questa condizione di disincanto e di delusione che egli colloca la marea montante del fascismo nell’Europa degli anni 30 (non solo in Germania, ma anche in Austria, Paese in cui è vissuto esule per molti anni dopo esser fuggito dalla sua madrepatria, l’Ungheria). Un processo di delegittimazione della democrazia che irrompe in Europa all'indomani della Prima guerra mondiale e che a differenza di molti in quegli anni egli non vede solo come «malessere italiano».
Ma anche intravede il processo che inevitabilmente conduce Stalin al patto con Hitler nel 1939. Scelta che risponde a un principio di realpolitik, ma che significa, anche, fine della presunta funzione di “guida” che l’Urss ha incarnato o voluto rappresentare. «Ciò che l’episodio Stalin-Hitler provò definitivamente fu che la rivoluzione russa aveva superato la fase dell’effervescenza ideologica», scrive riflettendo su quella decisione per molti scioccante.
Allo stesso tempo è esemplare che egli colga nell’esperimento del governo laburista che tra il 1945 e il 1950 struttura lo Stato sociale e avvia la decolonizzazione, l’espressione di un Paese che vinta la guerra prova a trasformarsi per davvero, apparentemente ingrato rispetto a chi (Churchill) dalla guerra l’ha fatto riemergere. In politica, osserva Polanyi, contala voglia di provare e di rompere con le certezze. Un aspetto la cui eco è nelle note che nel 1945-1946 dedica al problema dell’istruzione per gli adulti, che non riduce solo a formazione professionale, ma come impegno verso l’acquisizione di una conoscenza generale.
Una riflessione che in Italia, venti anni dopo, fu la battaglia, spesso in solitudine, di Vittorio Foa.


“Domenica – Il Sole 24 Ore”, 22 maggio 2015

Epidemie (S.L.L. - Stato di fb)

Levi-Strauss
Ci fu un tempo, nella mia giovinezza, in cui era difficile sottrarsi al contagio dello strutturalismo. L'uno dopo l'altro, chi in un modo chi in un altro, lo prendemmo quasi tutti; ma era come il morbillo, come quelle malattie esantematiche che passano e ti lasciano immunizzato.

Ho urlato... Una poesia di Vittoriano Satta


Ho urlato
la mia pena
all'Universo.
Unica,
la rosa 
mi ha sorriso.


In Fiamma Satta, Rose d'amore, Newton Compton, 2007

A tavola con Belli (Beniamino Placido)

ROMA
"Tavola rotonda" su Belli e il comico, a conclusione del frequentato, fortunato convegno internazionale di studi su G.G. Belli, romano italiano ed europeo, che si è tenuto all'Università di Roma nei giorni scorsi. Come ci si comporta quando ci si siede ad una tavola rotonda? Prendendola sul serio, innanzitutto. Comportandosi con buona educazione. Rendendo omaggio agli altri convitati che erano - nella circostanza - tutti studiosi belliani di gran merito: da Franca Angelini a Nino Borsellino, da Guido Almansi a Giulio Ferroni; e che hanno dato luogo ad uno scambio di opinioni vivace e interessante (accade, in certe tavole rotonde più fortunate o meglio preparate di altre). E poi, prendendola alla lettera, la tavola rotonda alla quale si è invitati. Se la tavola rotonda è su Belli e il comico, che di Giuseppe Gioachino Belli e del comico si parli, senza uscire dal seminato. È quello che hanno fatto - egregiamente - gli altri commensali. Quanto a me, siccome ho poca competenza sul Belli, pochissima sul comico, ho preso sul serio, alla lettera, soprattutto la parola "tavola" (rotonda) ed ho intrattenuto gli astanti (fin dove mi è riuscito) sul Belli a tavola, sul Belli e la cucina romana.
L'ho fatto con l' aiuto di un libro che non figura - credo - nelle bibliografie belliane ufficiali, ma che ha incuriosito un po' tutti, e di cui tutti alla fine mi hanno chiesto autore titolo e prezzo. Lo faccio volentieri, cominciando dal titolo. La cucina di G. Gioachino Belli è stato scritto da Vittorio Metz (protagonista a suo tempo del mitico “Bertoldo”) e disegnato da Attalo (disegnatore a suo tempo del mitico “Marc' Aurelio”), e pubblicato dalle "Edizioni del gattopardo" nel 1972. Quanto al prezzo, si tratta di un libro impagabile, perché introvabile, salvo che su qualche romana bancarella. Cosa ha fatto quel grande umorista che è stato Vittorio Metz, con l'aiuto di quel grande disegnatore che è stato Attalo, in questo libro? Ha isolato una ottantina di sonetti in cui il Belli parla - magari incidentalmente - di cibi, di cucina, e li ha commentati. A volte vien fuori una sorta di archeologia gastronomica, degna della rivista “La Gola”. Metz cerca di intuire come, di che cosa dovevano essere fatte le pietanze alle quali Belli si riferisce, e ne ricostruisce la ricetta. Abbiamo quindi le indicazioni per farci a casa - se abbiamo ingredienti, tempo e voglia - il "timballo di riso con le regaglie" e i "maccheroni con broccoli romaneschi""; la "coda alla vaccinara" e la "pagliata di vitello al forno"; la "porchetta alla sprocedata" e la "coratella d' abbacchio con carciofi"; la "frittata di ranocchie" e la "frittata rognosa" (ottima, pare): come si facevano, come si mangiavano ai tempi del Belli.
A volte vien fuori, invece, una sorta di fantaculinaria, di fantagastronomia. Come quando, in presenza di un sonetto (La Madonna de la basilica libberriana) in cui il Belli accenna appena alle uova al tegamino ("finirà come er pranzo d'un par d'ova") e Vittorio Metz ne ricava una lunga, esilarante dissertazione su come le uova al tegamino vanno cucinate. Ognuno che ci abbia provato sa quant'è difficile questa semplice impresa. Ma non sapevamo - proprio no - che esiste una teoria culinaria secondo la quale per cuocere due uova al tegamino ci vogliono tre persone. Una che fa sciogliere il burro nel tegame, ed altre due - ferme ai suoi fianchi - che le porgono, con perfetta tempestiva sincronia, le due uova - prima le chiare, poi i tuorli - da far cuocere al tempo e al modo giusto. Evidentemente ci troviamo di fronte ad una scena, anzi ad una sceneggiatura da commedia all'italiana.
Ma, a proposito, quanto deve la commedia italiana al "commedione" del Belli? Non esiste per caso una linea sottile, che riemerge intorno alla tavola dove sono seduti, assieme, G.G. Belli e Alberto Sordi, il Sordi che affronta coraggiosamente un minaccioso piatto di spaghetti: "spaghetti, me te magno"? Certo che c'è una linea - grassoccia - che congiunge la Roma di oggi a quella del Belli. Perché è nel Belli che troviamo descritta quella "sindrome gastroerotica" che è tipica della "cultura" romana e della commedia cinematografica alla romana, all'italiana. "Hai fatto er pane in casa, eh, pacchiarotta" - dice un giovanotto belliano ad una prosperosa ragazza. E intende dirle che lei ha dei seni abbondanti come pagnotte di pane (altrove, croccanti come dolci casarecci: "je scrocchieno le zinne come frappe"). E intende farle sapere che lui vorrebbe divorarle queste pagnotte, queste opime frappe.
Va da sé che questa vena culinaria, cannibalesca, gastroerotica non è che una parte (probabilmente minore) della vena poetica del Belli. Che è un genio immenso, a volte inconsapevolmente tragico. Che non stava sempre a tavola. Che camminava per le strade e vedeva notava descriveva molte altre cose. Di cui intorno alla tavola rotonda in questione hanno parlato gli altri.
Le cose più seriose le ha dette Giulio Ferroni, che ha spiegato e rafforzato un ampio schema di interpretazione formale della poesia belliana. Questo schema era stato disegnato nel corso della mattinata da Cesare Segre ed occupava la lavagna dell'Aula prima della Facoltà di Lettere per cinque metri e venticinque centimetri. Le cose più eleganti le ha dette Franca Angelini, che ha parlato dello sbarramento di negazioni che il Belli oppone alla realtà della sua plebe romana: la quale è "quello che non ha". Le cose più stimolanti le ha dette Nino Borsellino, che ha ricongiunto Gioachino Belli a tutti i temi ed i problemi - sono tanti - del comico, del satirico, del tragico. Le cose più scandalose le ha dette Guido Almansi, che ha parlato del rapporto verità-menzogna in Belli, sostenendo che per il Belli la verità è - con rispetto parlando - una "cacarella", una forma di incontinenza sfinterica. Mentre la vita sociale ci impone - e il Belli lo sa - un prudente contenimento della verità, un accorto uso della bugia.
È intervenuta anche una astrologa - Maria Grazia Barucci - autrice di sonetti "belliani" sui segni zodiacali, e ne ha letto uno, dedicato alla Vergine, sotto il cui segno Belli è nato. Ciò che spiegherebbe la natura del suo temperamento, la qualità della sua poesia. Può darsi. Con G.G. Belli romano italiano ed europeo, tutto è possibile.

“la Repubblica”, 17 novembre 1984

27.7.17

Così Niccolò si spese per i Medici. Un inedito di Machiavelli (Gabriele Pedullà)

Alle celebrazioni per il cinquecentenario del Principe, che in tutto il mondo hanno coinvolto qualche centinaio di specialisti impegnandoli in una marea di iniziative di diverso valore e natura (convegni, enciclopedie, siti online, mostre, edizioni, monografie), è mancato forse soltanto un evento capace di catturare l'attenzione del grande pubblico quale il clamoroso rinvenimento di un inedito machiavelliano.
Gli archivi sanno infatti ancora essere generosi con i ricercatori più tenaci e non è affatto escluso che in futuro l'opera omnia del pensatore fiorentino possa arricchirsi ancora di qualche pagina, soprattutto per ciò che riguarda il suo epistolario privato e i così detti "scritti di governo", composti da Machiavelli negli anni di servizio presso la cancelleria della repubblica di Firenze. Ed è proprio agli scritti di governo, in effetti, che appartiene la scoperta di un importante testo del 1512 sino a oggi sconosciuto, di cui qui si dà notizia in anteprima. L'autore del ritrovamento, Andrea Guidi, attualmente assegnista di ricerca a Londra presso il Birkbeck College è uno dei massimi specialisti del "segretario fiorentino" (all'inizio del 2010 il Sole 24 Ore si occupò della sua monografia Un segretario militante, apparsa pochi mesi prima presso il Mulino) e non è nuovo a imprese del genere, ma sino a oggi si era limitato a scoprire lettere indirizzate a Machiavelli. Un breve testo politico di pugno di Machiavelli è naturalmente ben altra cosa.
In attesa che nei prossimi mesi Guidi pubblichi integralmente la sua scoperta, è possibile anticiparne almeno qualche tratto saliente. Il documento da lui rinvenuto risale al settembre 1512, vale a dire a un momento particolarmente delicato della storia pubblica fiorentina e della vicenda privata di Machiavelli. Alla fine di agosto le armate spagnole avevano saccheggiato Prato, costringendo il gonfaloniere a vita della repubblica di Firenze e protettore politico di Machiavelli, Piero Soderini, ad abbandonare la carica e a prendere la via dell'esilio sotto la pressione degli aristocratici fiorentini che speravano di poter sfruttare la sconfitta militare per imprimere al Comune una svolta oligarchica, chiudendo una volta per tutte con le esperienze di governo popolare inaugurate nel 1494, al momento della cacciata dei Medici. Gli spagnoli decisero però di usare invece il loro successo militare per riportare in città i discendenti di Cosimo e di Lorenzo, vanificando in tal modo i progetti degli ottimati. Già i primi di settembre i Medici rientrarono a Firenze dopo diciotto anni di esilio.
Sino a oggi si è pensato che in questo delicato frangente Machiavelli si tenesse lontano dal palazzo della Signoria, anche se solo all'inizio di novembre sarebbe stato ufficialmente allontanato dalla sua carica. La Minuta di provvisione per la restituzione dei beni agli eredi dei Medici e per la riforma dello Stato scoperta da Guidi ce lo presenta invece "al suo posto in prima linea", e dimostra come nei giorni decisivi Machiavelli fosse impegnato a stilare una bozza di legge relativa a uno dei temi più scottanti del momento: le modalità dell'indennizzo da riservare ai Medici, i quali al momento dell'esilio erano stati anche privati di tutti i loro beni nel dominio fiorentino. Si trattava, come si intuisce, di un problema assai delicato, perché nel frattempo quelle proprietà erano state vendute e avevano ormai da tempo dei legittimi proprietari, che non sarebbe stato possibile spogliare semplicemente di quel possesso senza fomentare istantaneamente una irriducibile opposizione ai Medici (un problema analogo si sarebbe posto in Francia a partire dal 1815, con i beni degli aristocratici emigrati all'estero che durante la Rivoluzione; erano stati sequestrati dal governo). Senza entrare nei dettagli della questione, la mini provvisione scritta da Machiavelli intende essere un tentativo di mediazione da sottoporre tempestivamente al cardinale Giovanni, capo della famiglia e futuro pontefice con il nome di Leone X con l'obiettivo di porre un limite alle  pretese del clan mediceo, secondo quella anche negli anni successivi — sarebbe stata la  linea dell'autore del Principe: cercare un inevitabile compromesso con i nuovi arbitri della politica fiorentina salvando però il più possibile della amplissima partecipazione popolare che aveva contraddistinto la repubblica del 1494 e della riforma militare attraverso cui  Machiavelli aveva sognato di sostituire all’esercito di mercenari una milizia di cittadini.

“Domenica – Il sole 24 ore”, 25 marzo 2015

Paganini non ripete. Un racconto di Achille Campanile

Quando Paganini, dopo un ultimo, interminabile, acrobatico geroglifico di suoni rapidissimi, ebbe terminata la sonata, nel salone del regal palazzo di Lucca scoppiò un applauso da far tremare i candelabri gocciolanti di cera e iridescenti di cristalli di rocca, che pendevano dal soffitto. Il prodigioso esecutore aveva entusiasmato, come sempre, l’uditorio.
Calmatosi il fragor dei consensi e, mentre cominciavano a circolare i rinfreschi e d’ogni intorno si levava un cicaleccio ammirativo, la marchesa Zanoni, seduta in prima fila e tutta grondante di merletti veneziani intorno alla parrucca giallastra, disse con la voce cavernosa e fissando il concertista con un sorriso che voleva essere seducente tra le mille rughe della sua vecchia pelle:
– Bis!
Inguainato nella marsina, con le ciocche dei capelli sugli occhi, Paganini s’inchinò galantemente, sorrise alla vecchia gentildonna e mormorò a fior di labbra:
– Mi dispiace, marchesa, di non poterla contentare. Ella forse ignora che io, per difendermi dalle richieste di bis che non finirebbero mai, ho una massima dalla quale non ho mai derogato, né mai derogherò: Paganini non ripete.
La vecchia signora non lo udì. Con un entusiasmo quasi incomprensibile in lei, ch’era sorda come una campana, continuava a batter le mani e a gridare, con le corde del collo tese come una tartaruga:
– Bis! Bis!
Paganini sorrise compiaciuto di tanto entusiasmo ma non si lasciò commuovere. Fe’ cenno alla vecchia dama di non insistere e ripeté con cortese fermezza:
– Paganini non ripete.
– Come? – fece la vecchia che, naturalmente, non aveva sentito.
– Paganini – ripeté il grande violinista, a voce più alta, – non ripete.
La vecchia sorda non aveva ancora capito. Credé che il musicista avesse consentito e si dispose ad ascoltare nuovamente la sonata. Ma, vedendo che il celebre virtuoso s’accingeva a riporre lo strumento nella custodia, esclamò afflitta:
– Come? E il bis?
– Le ho già detto, signora, – fece Paganini – Paganini non ripete.
– Non ho capito – disse la vecchia.
– Paganini non ripete – strillò Paganini.
– Scusi, – fece la vecchia – con questo brusio non si arriva ad afferrar le parole. Parli un po’ più forte.
Il violinista fece portavoce delle mani attorno alla bocca e le urlò quasi all’orecchio:
– Paganini non ripete!
La vecchia scosse il capo.
– Non ho capito le ultime parole – gridò, come se sordo fosse l’altro.
– Non ripete, non ripete, Paganini non ripete! – strillò il virtuoso.
La vecchia fece una faccia allarmata.
– Si vuol far prete? – domandò.
– Ma no – urlò Paganini sgomento. – Paganini non ripete.
– Ha sete? – fece la vecchia.
E volta ai domestici in livrea, che circolavano coi vassoi:
– Un rinfresco al nostro glorioso violinista.
– Ma che sete! – esclamò questi. – Che rinfresco!
– Via, via, il bis ora – insisté la vecchia, convinta che il concertista stesse per contentarla. Ma questi di nuovo s’inchinò con perfetta galanteria e:
– Le ripeto – disse – che Paganini non ripete.
– Quel pezzo ultimo – continuava la sorda.
– Paganini non ripete! – urlò il violinista proteso sull’orecchio di lei, facendo svolazzare i merletti veneziani, che le pendevano dalla gialla parrucca. – Quante volte glielo debbo ripetere?
– Una volta, – fece la vecchia che era riuscita ad afferrare l’ultima frase e credé che Paganini le domandasse quante volte doveva ripetere la sonata – una sola volta mi basta.
– Ma Paganini non ripete – ripeté Paganini.
– Va bene, va bene –, replicò la vecchia, che questa volta aveva capito e credé che Paganini non volesse ripetere la frase detta – non occorre che me lo ripeta, ho capito benissimo; mi basta che faccia il bis.
– Paganini – strillò Paganini con quanto fiato aveva in gola – non ripete, non ripete, non ripete!
La vecchia fe’ cenno di non aver capito. Paganini si vide perduto. Si volse al gruppo degli altri invitati che si erano affollati intorno a loro attratti dalla scena e disse in tono disperato:
– Fatemi il favore, diteglielo voi. Non ha ancora capito che non ripeto.
Gliel’ho ripetuto venti volte, glielo sto ripetendo: non ripeto! Quante volte glielo debbo ripetere?


Vite degli uomini illustri, Rizzoli, 1975

La nostra patria nel tempo (Lev Trockij)

Letteratura e rivoluzione è una sorta di storia letteraria del primo Novecento russo che Trockij cominciò a scrivere già durante la cosiddetta “guerra civile”, quando guidava l'Arnata Rossa, e che pubblicò a Mosca nel 1923. Da quel libro è tratto il brano che segue, incipit della seconda parte intitolata Alla vigilia. Le intuizioni del rivoluzionario russo sono più valide oggi che cento anni fa, quando le pensò e le scrisse. Non credo che siano pensabili positivi cambiamenti nella vita dell'umanità (anche “riformistici”, non necessariamente “rivoluzionari”) in un'ottica che non sia internazionalistica ed internazionale. (S.L.L.)
Trockij - Comizio volante a Mosca

«Amo il mio secolo perché è la patria che posseggo nel tempo». L’amo già perché mi permette di allargare di molto i limiti della mia patria nello spazio.
Vaterlandslose Gesellen (individui senza patria!), così l’imperatore germanico chiamò i suoi connazionali che non si lasciavano ubriacare dallo scalpitio equino della grandezza nazionale. Sia pure. Siano pure privi di quella patria ufficiale che è rappresentata dal cancelliere, dal carceriere e dal prete. Ma in vero è beato chi è privo di questa patria, poiché eredita il mondo!
Io amo la mia patria nel tempo, questo ventesimo secolo nato tra tempeste e procelle. Esso reca in sé possibilità illimitate. Il suo territorio è il mondo. Mentre i suoi predecessori stavano allo stretto dentro oasi misere di un extrastorico deserto.
La grande rivoluzione del XVIII secolo fu opera sì e no di venticinque milioni di francesi. La Fayette era chiamato il cittadino dei due emisferi, e Anacharsis Clootz si credeva il rappresentante dell’umanità. Era un’illusione ingenua, quasi puerile. Che cosa sapevano del mondo e dell’umanità, questi poveri barbari del XVIII secolo, che non avevano né il telegrafo né la ferrovia? Lafayette era francese e si batté per l’indipendenza della giovane America, il divino Anacharsis era un barone tedesco e partecipò alle sedute della Convenzione, e alla limitata immaginazione dei loro contemporanei pareva che questi «cosmopoliti» unificassero in sé il mondo. Che cosa si sapeva allora dell’immensa Russia? Di tutto il continente asiatico? Dell’Africa? Erano termini geografici che coprivano un vuoto storico. Né il XVIII secolo né persino il XIX conoscevano la storia universale. Solo noi oggi siamo alla sua soglia.
La «storia universale» di Weber o di Schlosser è una triste compilazione in cui manca la cosa principale: il processo unitario e intrinsecamente coerente dello sviluppo umano. La «storia universale» di Hegel è un processo totale, ma purtroppo esso non è che un’astrazione idealistica, in cui scompare senza lasciar traccia l’umanità reale. Non si deve, tuttavia, accusare gli storici di ciò di cui è colpevole la storia. È la storia che ha creato alcuni mondi chiusi - l’europeo, l’asiatico, l’africano... — e a lungo ha respinto ogni relazione con la stragrande maggioranza dell’umanità. Anche gli storici che non si accontentavano della cronologia delle spade incrociate e volevano essere storici della cultura, in fondo avevano che fare col fior fiore di poche nazioni. Le masse popolari costituivano l’elemento extrastorico. La storia era aristocratica come le classi che la facevano.
Il nostro tempo è grande — e degno di pietà è chi non se ne accorge! - proprio perché ha posto per la prima volta le basi della storia universale. Sotto i nostri occhi esso trasforma il concetto di umanità da una finzione umanitaristica in una realtà storica.
L’arena delle azioni storiche diventa immensamente grande e il globo terrestre paurosamente piccolo. Le rotaie delle ferrovie e i fili del telegrafo hanno rivestito tutto il globo terrestre di una rete artificiale quasi si trattasse di un mappamondo di scuola.
Prima dell’avvento del capitalismo il mondo era campagna. Il capitalismo è venuto e ha svuotato i serbatoi delle campagne, questi vivai dell’ottusità di una nazione, e ha stipato di carne e di cervello umano i bauli di pietra delle città. Superando ogni ostacolo ha avvicinato fisicamente i popoli della terra, e sulla base di queste loro relazioni materiali ha svolto un’opera per la loro assimilazione spirituale. Il capitalismo ha messo sottosopra le vecchie culture e ha dissolto spietatamente nel proprio cosmopolitismo di mercato le combinazioni di stagnazione e pigrizia, che erano considerate caratteri nazionali costituitisi una volta per sempre.


Da Letteratura e Rivoluzione (a cura di Vittorio Strada), Einaudi 1983

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