25.6.18

Palermo, Lettere, 69. La lezione di Eduardo (Piero Violante)

C'ero anch'io in facoltà per quella straordinaria lezione. Non c'ero, purtroppo, alla cena del Cassero, ove si mangiavano ottimi involtini. Il padrone si faceva chiamare "don Ciccio", come il più celebrato oste di Bagheria, e - non ricordo bene il perché (forse una lontana parentela) - faceva un prezzo speciale a noi studenti di Campobello di Licata. Ma quella sera, purtroppo, non c'ero. (S.L.L.)

Ricordo l’apparizione di Eduardo nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere, in agitazione. Era forse la prima volta che Eduardo si lasciava convincere a tenere una lezione in una facoltà. A convincerlo riuscì Rognoni, sempre lui, che di Eduardo era amico ed estimatore. Quella lezione dal titolo Perché il teatro di Eduardo? m’è rimasta negli anni impressa per la lucidità intellettuale e la forte tensione con cui Eduardo recitò una Ballata, un Moritat sul suo modo di fare teatro, attraversato dal cruccio della necessità di riscattarlo dalla facilità del comico.
Eduardo - così ci raccontò - aveva esordito nel 1904, a quattro anni, al Teatro Valle, nel teatro di Scarpetta, dinanzi a Vittorio Emanuele III, la regina Elena e sei palchi - ricordo la sottolineatura ironica con gli occhi del numero sei - di dignitari di corte. Era l’epoca in cui Scarpetta per nove mesi l’anno riproponeva al pubblico, ancora «entusiasticamente unitario», la napoletanizzazione della pochade francese e vi inseriva la cristallizzazione del piccolo-borghese-pulcinellesco: la maschera di Felice Sciosciammocca e di cui Eduardo sottolineò la parentela con il Fefè di Pi-randello. Ecco, questa operazione di Scarpetta - ci disse Eduardo - che si era per forza scordato di Goldoni e del suo teatro borghese, di Gallina e dello stesso Petito (e di cui Eduardo non a caso riprenderà negli anni Cinquanta Palummella) segnò la prima e grave distorsione del teatro italiano del Novecento, lo scotto che Scarpetta doveva pagare per sopravvivere con il mestiere. Il teatro doveva far ridere e Scarpetta-Sciosciammocca faceva ridere.
Ma lo scotto di Scarpetta, ci disse Eduardo, è stato per anni anche il suo. Quando nel ’28 mise su compagnia, capì che per trascinare il pubblico, prendendolo per la cravatta, doveva coprire di comicità il fondo tragico del suo modo di intendere il teatro. Tant’è - ci disse Eduardo - che di Natale in casa Cupiello sia il pubblico che la critica preferiva il finale delsecondo atto con l’arrivo dei Magi e si seccava per il plumbeo finale del terzo. Agli italiani di quegli anni il presepe piaceva, eccome! Così Eduardo continuerà a pagare, soprattutto sotto il fascismo quando «quello del balconcino» - ci disse - proclamò che a lui le compagnie dialettali non piacevano. Bisogna aspettare la guerra, la sua drammaticità e la miseria del dopoguerra perché la tragicità di Eduardo potesse venire fuori senza più cautele. Eduardo si riferì soprattutto a Il Sindaco di Rione Sanità. La dimensione epica allora conquistata da Eduardo, commentò subito Rognoni, lo avvicina all’esperienza di Brecht: i napoletani lumpen di Eduardo sono «straniati» per trarne una lezione morale e dialettica sulla ricchezza e la miseria, sui valori borghesi e sulla loro falsità, questa sì comica. Quella sera del marzo 1969, dopo una recita al Biondo di Filumena Marturano, a cena, al Cassaro, allora in una traversina di corso Vittorio Emanuele, ci spiegò come i tempi della recitazione vadano sempre costruiti e soprattutto rispettati. «È da trent’anni - ci disse, rifacendola mentre tutto il ristorante si fermò per ascoltarlo - che quella scena di Filumena quando poggio le mani sul tavolo e mi alzo dalla sedia la faccio sempre uguale, con lo stesso tempo». Imbrigliare il tempo, costruirne uno proprio per comunicare allo spettatore il valore, il senso di un gesto, di una parola.

Swinging Palermo, Sellerio, 2015 

Ciclolibri (Pasquale Coccia)

Suggerimenti di lettura per gli appassionati di ciclismo.
Risalgono a tre anni fa. Ma per chi ama quello sport o quella pratica, non disdegna la lettura e non conosce i libri suggeriti può essere un vantaggio. 
A cercar bene in rete li si trova a prezzi scontati. 
Io ne ho ordinati un paio. (S.L.L.)
Luigi Masetti, il ciclista anarchico
Se amate il ciclismo e rientrate tra coloro che non possono rinunciare a mettersi davanti alla Tv per godersi le imprese alpine, che riservano il Tour de France e il Giro d'Italia, potete abbandonarvi alle letture sul tema. Certo erano altri tempi e gli scrittori di punta facevano da spalla ai cronisti sportivi, raccontando sulla terza pagina dei quotidiani, quella culturale, la fatica dei ciclisti e l'Italia sociale divisa in due tra nord e sud anche sulle strade. In Hai voluto la bicicletta. Il piacere della fatica (Sellerio Euro 15), curata con grande attenzione da Laura Grandi e Stefano Tettamanti e con una interessante nota introduttiva, potete leggere gli scritti di Vasco Pratolini, Dino Buzzati, Anna Maria Ortese, Mario Soldati e altri, e perfino il testo teatrale Il dio del Roserio di Giovanni Testori. Sublime l'incipit di un articolo del poeta Alfonso Gatto, che seguiva il Tour per l'Unità: «Anche se Tristan Bernard dirigeva il Vèlodrome Buffalo e Toulouse Lautrec v'andava ospite a ritrarre da vicino quei primi velocisti che vi si cimentavano, io sono per la strada, per gli uomini di fondo, per gli scalatori... Nel plain air dei grandi impressionisti, nell'epoca in cui Maupassant canottiere si spingeva sulla Senna sino ad Argenteuil per andare a trovare la regina Ortensia d'un suo bel racconto, nella vacanza di Monet e di Seurat sventola la prima bandiera del Tour».
Se invece vi manca il ciclismo d'altri tempi, quando il Tour e il Giro erano di là da venire e volete leggere le imprese dei mattacchioni che pedalavano chini sui manubri a corna di bue lungo, le strade dell'Italia e dell'Europa, autoproclamandosi campioni per la mancanza di qualsiasi federazione ciclistica, leggete le imprese di Luigi Masetti. L'anarchico delle due ruote di Luigi Rossi (ediciclo 14,50), che per realizzare il suo sogno di andare in bicicletta da Milano a Chicago nel 1893 scriveva al direttore di via Solferino: «Se il Corriere della Sera volesse favorirmi il suddetto biglietto da Lire 500, che non è molto, io manderei ogni sabato una breve relazione descritta del mio lungo viaggio, la quale potrebbe essere intitolata Da Milano a Chicago in bicicletto, e comparendo nella cronaca-sport del lunedì non mancherebbe certo di interesse pubblico. S'Ella crede di accettare l'ardita quanto attuale mia profferta, favorisca rispondermi subito a Pavia, piazza Petrarca». Il Corriere accettò di finanziare l'impresa d'oltreoceano di Masetti con 7 mila chilometri in bici, iniziata il 15 luglio del 1893 e conclusasi il 19 novembre. Masetti fu accolto con grande trionfo dalle società sportive frequentate dalla borghesia industriale, all'arrivo in suo onore discorsi ufficiali e brindisi, ma le cronache celano che cinque anni dopo quei tributi, Luigi Masetti prese parte alle giornate di rivolta degli operai contro il governo, ridotte al silenzio dai cannoni di Bava Beccaris, che non esitò a sparare sulla folla. Masetti fece da spola tra le barricate dei quartieri popolari di Milano da Porta Venezia a Porta Romana, portando con la sua bici cibo ai rivoltosi e notizie sullo spostamento dei soldati, per questo fu arrestato dagli uomini di Bava Beccaris e alla sua bici fu tolto il manubrio.
Per chi ama il cicloturismo, sempre per ediciclo escono due pregevoli libri: Collio e dintorni in bicicletta. Natura storia e vigneti tra Italia e Slovenia (euro 15). Paolo Marcolin, vi indica dove pedalare lungo le dolci colline tra Isonzo e Judrio appoggiate sulle vigne, i paesi stretti tra le antiche mura di pietra che sfumano verso la pianura, isolate chiese che custodiscono inaspettati capolavori artistici, senza trascurare cantine, sagre e agriturismo. A chi l'Expo di Milano non vi va giù, può prendere la bici e pedalare con Milano e dintorni. 20 itinerari in città e fuori porta lungo le vie d'acqua di Matteo Scarabelli e Alberto Soana (euro 14,50).

"alias il manifesto", 11 luglio 2015

Le note visionarie di Fiorenzo Carpi - con una intervista alla figlia Martina (Marco Ranaldi)

Fiorenzo Carpi

Fiorenzo Carpi è stato un ompositore di una famiglia dal sangue artistico e di una Italia che aveva ancora un senso di rivolta culturale e non solo. È stato il compositore del teatro contemporaneo, collaboratore fra i più attivi del Piccolo di Milano, figura carismatica di quella nouvelle Milan, maestro dei maestri come Dario Fo, Franca Rame, Enzo Jannacci e Milly.
Compositore della canzone contemporanea, lui e Gino Negri hanno imbarazzato quel mondo incredibile fra anni '50 e '70, in un flusso di creatività legata alla politica e alla società e di una cultura che andava a fondo di una sequela di problematiche che non potevano prescindere dal vivere quotidiano, dalla miseria e dalla non partecipazione degli organi di stato.
Fiorenzo Carpi ha aperto il mondo delle armonie in melodie di una bellezza mai effimera, di una ricercatezza caratteristica, rara, stupenda, innovativa. Lo stesso è avvenuto con le sue musiche per lo schermo. Ad esempio il Pinocchio di Luigi Comencini. L'intelligenza di Carpi stava nel rendere materia sperimentale un tema melodico che nascondeva una profondità di orditi armonici che sono profondità d'animo e di pensiero.
Tutto derivava da uno studio molto serio e profondo con Giorgio Federico Ghedini, figura carismatica, innovativa e al tempo stesso enigmatica del Novecento compositivo italiano. Ghedini, come molti uomini del suo periodo, ricercava nuove funzioni della musica andando però a recuperare ciò che era già cultura. La sua notevole reinvenzione dei laudari, della musica ficta e l'incursione nella musica popolare, resero interessantissimo il suo linguaggio che non era sicuramente allineato alla stregua di ciò che facevano i suoi colleghi ma andava oltre, recuperava cellule armoniche che non sfociassero nello sperimentalismo tout court ma che andassero ad essere matrice di ricerca spirituale e soprattutto psicologica. Non è quindi un caso che fra gli allievi di Ghedini ritroviamo, oltre a Carpi anche Luciano Berio, uno dei più incredibili esempi di coniugazione del linguaggio contemporaneo a quello del già esistente.
Fiorenzo Carpi dal suo maestro recupera l'idea della manipolazione del già esistente e crea un proprio linguaggio espressivo che potesse essere coniugato al presente con tanto di passato. La ragione della sua duttilità si ritrova proprio in quella continua ricerca di idee melodiche che provenivano però da un sentito interiore arcaico, ricco di riferimenti onirici.
Mai facile e mai banale, la complessità della costruzione melodica di Carpi risiede proprio in quella coniugazione di vari linguaggi, come si ascolta splendidamente nel tema per pianoforte per Incompreso di Comencini nel quale è molto evidente la tristezza della perdita che viene raccontata con il candore lieve di una melodia che richiama la scorrevolezza mozartiana; o la suite in stile rinascimentale che scrive per Marcellino pane e vino sempre di Comencini o il tema che scrive per Zazie nel metrò di Louise Malle.
Ma la lista della ricerca sperimentale di Carpi sarebbe lunghissima e il suo senso compiuto di canzone teatro è unico. Ciò che crea per Il Piccolo non ha eguali ed è sintesi concreta dell'insegnamento di Ghedini ovvero far d'arte ciò che è popolare. La sua infinita umanità e quell'imprescindibile sapere mai sopra le righe hanno reso oggi della memoria di Fiorenzo Carpi il ritratto di una persona che ha solcato i mari degli anni non scontati della nostra nazione, sorseggiando la vita come pochi e vivendo lui come Nino Rota e come Carlo Rustichelli quell'improprio divario compositivo che fa nascere ai puristi la classificazione fra musica applicata e musica pura o meglio assoluta.
Alla figlia Martina Carpi che si è adoperata per recuperare la figura e la memoria paterna attraverso il volume Fiorenzo Carpi Ma Mi di Stella Casiraghi e Giulio Luciani, abbiamo rivolto alcune domande.

Suo padre ha avuto sempre una forte matrice compositiva volta al recupero di melodie infantili. Sa raccontarmi qualche episodio in cui ha potuto cogliere questo tratto del suo stile compositivo?
Un punto di forza dello stile compositivo di mio padre è quello di aver sempre saputo mescolare alto e basso. Pur essendo un musicista colto con una formazione classica, non aveva preclusioni di sorta e non si tirava mai indietro di fronte alle sfide musicali che gli si presentavano. Anche se la sua musica si riconosce subito perché fortemente personale, era uno sperimentatore. Questa sua curiosità è probabilmente da attribuire tanto a una «visionarietà musicale» dovuta all'essere figlio di un pittore, molto evidente per chi lo conosce bene, quanto all'aver sempre coltivato la sua parte infantile. Capiva bene l'infanzia perché senza retorica sapeva raccontare il suo mai rinnegato aspetto di bambino timido e ribelle, e anche la crudeltà del mondo infantile, molto evidente nei temi del Pinocchio, ma anche in molte sue composizioni come Incompreso, Zazie dans le Metrò e altre.

Il lavoro con il Piccolo e con il cinema in qualche modo ha assorbito il tempo creativo di suo padre. Quali erano i momenti di svago quando non creava?
Amava molto andare a pescare. Ordinava per posta piume ed esche particolari, e poteva rimanere ore e ore in mare con una canna in mano, o a confrontarsi con i vecchi pescatori di Positano. L'astronomia era un'altra sua passione. Aveva un telescopio e trascorreva spesso le notti d'estate guardando le stelle.
Fiorenzo Carpi con Dario Fo
Se non fosse diventato un musicista sarebbe certamente stato un pittore, dipingeva veramente bene. Ma nonostante queste passioni solitarie era molto legato agli amici con i quali trascorreva lunghe serate non mondane ma conviviali, parlando di musica, teatro, arte, cibo.

Quando andò in onda per la prima volta il «Pinocchio» di Comencini in televisione si ricorda cosa provò ad ascoltare le musiche di suo padre?
Ricordo bene il periodo in cui stava componendo le musiche del Pinocchio di Comencini, infatti aveva uno studio al piano di sopra della nostra casa, c'era un punto nel tema principale che proprio non gli veniva. Credo sia stata l'unica volta in cui l'ho sentito cantare, continuamente, cosa che non faceva mai, fino a riuscire a risolvere quel nodo. Per cui quando andò in onda per la prima volta, conoscevo già bene tutti i temi. Una musica che parla dritto al bambino che è in ognuno di noi, e che giustamente continua a girare in tutto il mondo.

È rimasto qualche progetto incompiuto di suo padre e qualche desiderio che non ha mai potuto realizzare?
Il suo più grande rammarico è stato quello di non riuscire mai a finire l'opera tratta dalle Metamorfosi di Kafka, su libretto di Giorgio Strehler, commissionatagli dalla Scala di Milano negli anni '60. Perché, come raccontava lui stesso, ogni volta che vi si dedicava, Strehler che prima lo esortava a chiudersi in casa per finirla, poi lo chiamava per qualche suo spettacolo nel quale non riusciva proprio a fare a meno delle musiche di Carpi. Spesso infatti le musiche di papà, il quale aveva una sensibilità straordinaria e conosceva benissimo il suo amico, lo aiutavano a chiarirsi dei punti chiave del suo teatro. Strehler era un uomo difficile, ma con mio padre, che spesso scappava da lui perché ne era stressato, ha avuto un grande rapporto di stima e affetto durato tutta la vita in cui il teatro entrava nel privato e viceversa. Erano molto amici e sono mancati a sei mesi di distanza l'uno dall'altro.

“Alias – il manifesto”, 11 LUGLIO 2015

La poesia del lunedì. Emily Dickinson (1830 - 1886)


Dopo un grande dolore, i sensi solenni s’atteggiano –
Come tombe i nervi siedono cerimoniosi –
Il cuore, irrigidito, si chiede: fui io a sopportare
e fu ieri, o secoli addietro?

Meccanici si muovono i piedi –
Percorso di terra, di aria, di nulla –
Un cammino legnoso,
che va a caso,
una pace di quarzo, come pietra –

Questa è l’ora di piombo –
che ricorda chi sopravvive,
come gli assiderati, la neve –
Dapprima una sensazione di freddo – poi lo stupore –
Infine la resa.

Da Un marzo di gran vento. Poesie di donne da Saffo a Sibilla Aleramo. Ed. l'Altraitalia - Trad. Barbara Lanati)

L’eterno ritorno di Bellow e Roth (Giulio D’Antona)

Philip Roth e Saul Bellow

Le storie che compongono l’epopea della letteratura moderna americana sono per la maggior parte avvolte in un’atmosfera d’altri tempi: Dick Stern che convince Philip Roth a scrivere Goodbye, Columbus (1959) dopo aver mangiato un hamburger in condizioni igieniche precarie, John Cheever e Raymond Carver che si ubriacano tra i dormitori dell’Iowa Writers’ Workshop, Bernard Malamud che vive di una mela e un litro di caffè al giorno in un palazzo che aspetta di essere demolito. Probabilmente è vero che le leggende nascono in un minuto come bugie e impiegano anni a essere ricordate come verità, ma pare che il panorama letterario americano si sia fermato al mito dei primi settant’anni del Novecento.
Allo stesso modo, i romanzieri esordienti pescano miti e ispirazione a due generazioni di distanza dalla propria. Non è un caso se la rivisitazione del passato ricorre tanto prepotentemente tra gli esordi: tornare indietro è il modo per avvicinarsi ai propri modelli.
Molti dei giovani autori che alimentano il famoso milione di libri stampati all’anno trovano i loro riferimenti stilistici in maestri del secolo scorso, saltando a piè pari e quasi completamente un blocco di scrittori attivi dagli anni Ottanta in poi, che evidentemente non ha lasciato granché di sé ai posteri. Ci sono eccezioni notevoli e notevolmente incredibili, ma è molto più facile distinguere in un romanzo d’esordio echi illustri di Joan Didion, Joyce Carol Oates, Don DeLillo, Arthur Miller, Kurt Vonnegut o J. D. Salinger, piuttosto che George Saunders, David Foster Wallace, Elizabeth Strout o Chuck Palanhiuk. Le nuove generazioni, a quanto pare, preferiscono evitare i loro professori per riferirsi, paradossalmente ma non inaspettatamente, a quelle che sono state le fonti di ispirazione di chi gli ha insegnato l’arte.
La quasi totalità della letteratura americana di oggi, declinata su centinaia di nuovi autori all’anno e un’infinità di diverse categorie di lettura, si rifà a un pugno di autori di stampo classico e al vecchio, rassicurante, mito del grande romanzo.

Il canone di Bellow
In una raccolta di saggi uscita da poco in Italia, intitolata Troppe cose a cui pensare – curata da Benjamin Taylor e tradotta da Luca Briasco per SUR – Saul Bellow, premio Nobel nel 1976, delinea bene i confini di queste due generazioni fondanti. Gli ultimi maestri riconoscibili prima della pioggia di autori intercambiabili, formati in catena di montaggio dall’automatizzazione dell’insegnamento della scrittura creativa e dalla sete dell’industria d’intrattenimento di massa.
Tra il 1951 e il 2000, Bellow ha definito i suoi contemporanei assieme ai loro predecessori e contribuito a lasciare ai posteri affamati di modelli condivisibili un canone al quale fare riferimento. Allo stesso tempo, ha sperimentato e tagliato su misura una lingua nuova per la nascente nonfiction letteraria, profondamente influenzata dalla narrativa. «Si dice che i romanzieri utilizzino la mano sinistra, quando si occupano di saggistica», ha scritto una volta Martin Amis sul “New York Times”. «Ma posso testimoniare che Bellow è ambidestro». Un’abilità, non a caso, poi condivisa da Joan Didion, John McPhee e Susan Sontag, per citare alcuni esempi notevoli.
Nel panorama fondativo che Roth, allievo principale di Bellow e suo più grande promotore, ha definito come «colonna vertebrale della cultura americana», quel brodo primordiale evoluto che ha contribuito a fissare le basi per la letteratura a venire, ci sono i maestri dei maestri, i colleghi e i successori. Tra i primi è il caso di citare Ernest Hemingway e Vladimir Nabokov, che Bellow rilegge con devozione e senso critico, interrogandosi continuamente sul valore oggettivo delle opere che lo hanno formato e immergendosi tanto nella lettura da chiedersi a un certo punto: «Cosa c’è di attraente nella narrativa?». È una domanda che rimane senza risposta, a dirla tutta, ma che aleggerà come uno spirito infestante sulle teste di chi se ne occuperà di lì in poi.

La famiglia salingeriana
Pensando a Salinger e riferendosi soprattutto al ciclo di racconti e romanzi brevi che hanno come protagonista la famiglia Glass – contenuti in Nove racconti, Franny e Zooey e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour, pubblicati in Italia in varie edizioni Einaudi – Bellow individua il futuro della famiglia perbene, che, con le sue macchie evidenti e i suoi segreti inconfessabili, diventerà la protagonista di un gran numero di romanzi a venire. I ragazzi Glass, puri di cuore e di mentalità aperta ma non per questo privi di di un’anima scura, sono il prototipo sentimentale e patologico dei Lambert in Le correzioni di Jonathan Franzen e dei Leary di Matthew Thomas in Non siamo più noi stessi, ad esempio. La buona linfa della classe media americana, impegnata giorno dopo giorno a superare la propria ambizione all’equilibrio emotivo. Volendo fare un passo oltre, ma accostandosi meglio all’origine salingeriana, i Glass sono i Tenenbaum del film di Wes Anderson, i Berkman di Il calamaro e la balena e i Meyerowitz di Noah Baumbach. Bellow, anche in questo caso, ha designato un punto di partenza, invariato settant'anni più tardi.

Roth, l’intellettuale riluttante
Nel saggio dal titolo La palude della prosperità definisce il primo libro di Philip Roth «un esordio che non è un esordio, nato con i capelli, le unghie e i denti», e regala al mondo il suo figlio prediletto. Roth – del quale uscirà in Italia il primo dei “Meridiani” Mondadori, curato da Elèna Mortara e che raccoglierà le opere dal 1959 al 1986 – è probabilmente il più influente tra gli scrittori americani del secondo Novecento (assieme soltanto a Don DeLillo). La sua figura, quella del romanziere spaesato ma in qualche modo altero, dell’uomo libertino ma sempre impegnato in goffi tentativi di riparare ai propri danni, contemporaneamente vittima e artefice della propria rovina, debole ma abbastanza risoluto da decidere di smettere di scrivere, è diventata il modello fisico dell’intellettuale riluttante. La sua scrittura è la base di partenza e lo standard a cui tendere, tragicamente comica e comicamente spiazzante.
Nel “Meridiano” assistiamo alla nascita di Nathan Zuckerman, che sarebbe riduttivo definire un alter ego e ridondante definire un personaggio. Zuckerman, che fa la sua comparsa in My Life as a Man del 1974 come creatura e si afferma come protagonista in Lo scrittore fantasma del 1979, è la copertura della copertura: il modo che Roth ha escogitato per non far trapelare niente di se stesso attraverso le maglie strette della narrativa. Oppure per rivelare tutto dando l’impressione di non farlo. Si tratta nuovamente di un primato, poi riciclato e riutilizzato dalle nuove leve e dagli estimatori. Mai, fino ad ora, eguagliato.

La linea ebraica
La linea che passa tra Bellow e Roth, prendendo idealmente avvio da Franz Kafka e Sholem Aleichem, ramificandosi in Isaac Bashevis Singer, Salinger e Bernard Malamud, per poi confluire nel genio comico di Fran Lebowitz e in Norman Mailer ed essere trasmessa a Gary Shteyngart, Nathan Englander e Shalom Auslander come un’eredità, è riconoscibile nell’identità ebraica. Bellow si è interrogato spesso sulla matrice dei suoi scritti e su quanto l’ebraismo li abbia influenzati, concludendo di poterne fare a meno ma, contemporaneamente, lasciando ai suoi successori un ennesimo argomento di discussione. È una storia che si ripete: di maestri, sempre gli stessi, e allievi sempre nuovi, dei quali è difficile tenere traccia.
Da una parte ci sono due generazioni di talenti inscalfibili che prendono spunto l’una dall’altra per modellare la nuova letteratura americana, tra ubriacature nei campus, critici schiaffeggiati e discussioni sulle verande delle case di campagna. Dall’altra c’è Franzen che si ribella a Oprah nel tentativo di acchiappare la maggiore fetta di pubblico possibile: non un bello spettacolo.

“Pagina 99”, 3 novembre 2017

24.6.18

Pierangelo Bertoli a muso duro. E a pugni chiusi (Domenico Sabino)


Per Bertoli l'impegno politico-sociale non è mai stata una moda. Comunista, conobbe il successo e Sanremo, ma restò una persona pulita, un “signore di altri tempi”. E dalla sedia a rotelle e con la sua chitarra si è guadagnato la stima di più generazioni. La sua cifra? La dignità degli individui e delle classi sfruttate.

[...] perché a stare in trincea
sono gli uomini normali
non i capi di Stato o i generali,
perché a stare in trincea
sono gli uomini normali
non i vescovi e neanche i cardinali.
Ci han traditi e lo han fatto molte volte
con cinismo e determinazione
han portato fratelli e compagni in prigione
e hanno messo un guinzaglio all'illusione
non esiste un popolo padrone [...]

È l'ennesimo grido poetico e libertario che ritroviamo in «Varsavia», brano incluso nel disco «Dalla finestra» (1984), cantato da Pierangelo Bertoli (Sassuolo 5 novembre 1942/Modena 7 ottobre 2002) contro la repressione del regime di Jaruzelski in Polonia. Trent'anni di carriera che definirei “in direzione ostinata e contraria”, per citare Faber, uno dei pochi che non a caso Bertoli stimava veramente.
Un cantautore, con uno stile musicale e un timbro vocale inconfondibili e con rimandi poetici e letterali autentici, che s'è battuto sempre per l'emancipazione sociale, lasciando una traccia indelebile della sua poesia in musica nonostante l'ostracismo mediatico.
Il figlio Alberto, che segue le sue orme, dichiara: “Si arrabbiava quando la libertà e i diritti dei più deboli venivano calpestati”.
Un talento vero, sincero, che ha saputo superare con energico slancio il proprio handicap fisico - costretto su una sedia a rotelle da una poliomielite -, scorgendo nel dinamismo della voce, le giuste coordinate per la sua predominante vena artistica.
La chitarra per compagna; al servizio della Lega del Vento Rosso, organizzazione del Partito comunista marxista-leninista, per cui ha realizzato tre 45 giri e un disco «Rosso colore dell'amore» pubblicato nel 1974.
Nel 1976 con la casa discografica di Caterina Caselli, sua concittadina, incide il disco «Eppure soffia», l'immediatezza dei messaggi e la sincerità dell'ispirazione sono la caratteristica delle sue composizioni; la denuncia sociale, ora più ponderata ora più aggressiva, connota il suo modo di raccontare l'uomo e il tempo in cui vive.

[...] Eppure il vento soffia ancora
spruzza l'acqua alle navi sulla prora
e sussurra canzoni tra le foglie
bacia i fiori li bacia e non li coglie.
Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale
ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale
ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario
e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario [...]

In «Eppure soffia» i versi appassionano e ‘trafiggono' tuttora, a distanza di anni, per la forza e l'attualità. È incredibilmente profetica e di un'enorme sensibilità. Bertoli canta la schiettezza e la capacità di brandire una posizione politica senza indugi. I suoi versi sono passionali e spaziano dall'ecologia all'anticlericalismo, dall'aborto alle mutazioni politiche. Dello stesso album ricordiamo i brani: «Sera di Gallipoli», «Non vincono» e «È nato si dice».

Una commistione di rabbia, e poesia popolare
La Caselli s'è convinta della maestria di Bertoli ascoltando «Roca Blues», disco del 1975 con brani in dialetto sassolese.
Una commistione di rabbia e poesia popolare fa innegabilmente di Bertoli uno dei personaggi più singolari e più in armonia con le ballate contadine e anarchiche della nostra cultura. I suoi bersagli privilegiati sono gli ipocriti, i disonesti, i moralisti. Come in «Certi momenti», disco del 1981, in cui il brano omonimo tratta il tema del diritto all'aborto scagliandosi contro Chiesa e benpensanti.

[...] Credo che in certi momenti
il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Adesso quando i medici di turno
rifiuteranno di esserti d'aiuto
perché venne un polacco ad insegnargli
che è più cristiano imporsi col rifiuto
pretenderanno che tu torni indietro
e ti costringeranno a partorire
per poi chiamarlo figlio della colpa
e tu una Maddalena da pentire [...]

«Pescatore», nel medesimo disco, è cantato insieme a Fiorella Mannoia. Un brano struggente: un uomo lotta col mare, mentre la compagna vive un conflitto interiore con i propri sentimenti.

Dimmi dimmi mio Signore
dimmi se tornerà
quell'uomo che sento meno mio
ed un altro mi sorride già
scaccialo dalla mia mente
non indurmi nel peccato
un brivido sento quando mi guarda
e una rosa egli mi ha dato
una rosa lui mi ha dato
Rosa rossa pegno di amore
rosa rossa malaspina
nel silenzio della notte ora
la mia bocca gli è vicina
no per Dio non farlo tornare
dillo tu al mare
è troppo forte questa catena
io non la voglio spezzare
io non la voglio spezzare

Nel 1977 pubblica «Il centro del fiume», seguito, l'anno successivo, da «S'at ven in meint», album in dialetto modenese in cui Caterina Caselli canta nel brano «L'Erminia temp adree».
Il «manifesto poetico-politico» arriva col disco «A muso duro» pubblicato nel 1979, in cui nel brano omonimo s'evidenziano il rapporto complesso col mercato discografico e la fermezza a scrivere canzoni secondo il proprio stile, senza concedere nulla alla logica edonistica del mercato e invitando tutti i cantautori a riflettere sul loro ruolo civile e politico.

E adesso che farò non so che dire
ho freddo come quando stavo solo
ho sempre scritto i versi con la penna
non ho ordini precisi di lavoro
ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
e quelli che rubavano un salario
i falsi che si fanno una carriera
con certe prestazioni fuori orario
canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro

La profondità poetica dell'album si svela anche nei brani «Non finirà», «L'autobus» e «Dietro me», dedicata a Emiliano, il primo figlio. A metà degli anni Settanta conosce Bruna Pattacini, che sposa e da cui ha tre figli: Emiliano, Petra a cui ha dedicato l'album omonimo pubblicato nel 1985, e Alberto.

[...] Con i tuoi giochi di colombe bianche e i tuoi vestiti di incenso e d'oro
Con il tuo trono su tanti morti e la ricchezza senza lavoro
Un palco, luci, gente che ti ammira
Uomini in ginocchio, una lunga fila
I tuoi scagnozzi anche nelle scuole a costruire un gregge vendendo le parole
Una speranza in fondo ti sostiene,
di costruire un mondo dove il pastore è un bene
Dove comandi tu su tanta gente Dove ci sia la fede come nel Medio Oriente [...]
La tua censura, la religione di Stato
Dal codice Rocco verso il Concordato
La frigidità, le torture più vere
E le benedizioni sulle camicie nere.

È «Bianchezza» la forte invettiva contro il Papa che troviamo nel disco «Album» del 1981 insieme a «La fatica» e «Caccia alla volpe».
Bertoli ha una visione ‘sacra' del cantautore, equiparabile a quella di Fabrizio De André. “Per lui il cantautore, etichetta di moda all'epoca, o era davvero impegnato sulla carne viva della società o — tale non era. Nella sua filosofia, il cantautore è l'antenna di una comunità. Ha l'obbligo di percepire il cambiamento, anticipandolo”. È quanto riporta Marco Dieci a Leo Turrini nel libro-intervista «Ep
pure Angelo canta ancora», dove narra del suo impareggiabile rapporto d'amicizia con Pierangelo.

Con i Tazenda
Nel 1983 pubblica «Frammenti», sempre in coerenza con la sua poetica che marcia contro la musica intesa come prodotto di consumo. Si menzionano «Nuova migrazione», «A Bruna», «I miei pensieri sono tutti lì» e la magnifica «Così», di cui trascrivo alcuni versi:

Non amo trincerarmi in un sorriso
detesto chi non vince e chi non perde
non credo nelle sacre istituzioni
di gente che ha il potere e se ne serve [...]
Si macchiano dei crimini più bassi
per conservare il posto da sedere
le chiese il parlamento i sindacati
le banche e gli altri centri del potere
gli amici sai gli amici tante volte
mi dicono che sono un piantagrane
che parlo senza un poco di rispetto
che amo più gli oppressi o le puttane.
Perché son fatto così
e non ci posso far niente
prendimi pure così
come mi accetta la gente
che mi sorride e che mi lascia parlare
però non mi sente

Nel 1986, per i dieci anni di carriera, Bertoli produce un doppio album antologico, «Bertoli Studio & Live», che comprende il brano inedito «Favola». Con «Canzone d'autore» del 1987 interpreta brani di Paolo Conte, Fabrizio De André, Enzo Jannacci, Luigi Tenco, alternandoli a canzoni inedite. L'anno successivo incide «Tra me e me», in cui canta anche «Sogni di rock'n'roll» canzone di un ancora sconosciuto Luciano Ligabue, di cui diventerà mentore. Seguirà «Sedia elettrica» nel 1989 che contiene «Figlio d'un cane», altro pezzo di Ligabue. Nello stesso anno vince un Telegatto per lo spot televisivo della “Lega per l'emancipazione dell'handicappato”.
In «Oracoli», disco del 1990, duetta con Fabio Concato in «Chiama piano»; in «Acqua limpida», invece, canta sia con Concato che con Grazia Di Michele. Si ricordano altresì «Se potesse bastare» e «Dal vero».
Nel 1991, inaspettatamente, Bertoli si presenta al Festival Sanremo, manifestazione discordante e agli antipodi con la concezione musicale e ideologica dell'artista. L'obiettivo principale è far conoscere, dal palcoscenico più popolare della canzone italiana, un brano suggestivo, cantato col gruppo sardo dei Tazenda, nella prospettiva del recupero delle tradizioni folcloristiche ed etniche: «Spunta la luna dal monte» (Disamparados). Il brano riscuote consensi di critica, pubblico e vendite. L'esperienza del Festival viene ripetuta l'anno successivo con «Italia d'oro», brano che dà il titolo all'album: un'accusa pesante alla corruzione e al malaffare politico e sociale che anticipa tangentopoli.

[...] Romba il potere che detta le regole
cade la voce della libertà
mentre sui conti dei lupi economici
non resta il sangue di chi pagherà
Italia d'oro frutto del lavoro cinta dall'alloro/
trovati una scusa tu se lo puoi
Italia nera sotto la bandiera
vecchia vivandiera
te ne sbatti di noi
mangiati quel che vuoi fin quando lo potrai
tanto non paghi mai [...]

Nel disco è presente anche il brano «Giulio» 'dedicato' ad Andreotti. Seguono gli album «Gli anni miei» del 1993 in cui le tematiche trattate vanno dallo smarrimento esistenziale nella società dei consumi alla tragedia della guerra; «Angoli di vita» del 1997, un lavoro prezioso a prova della mai placata vena poetica. «301 guerre fa» è l'ultimo disco pubblicato nel 2002 poco prima della morte. È composto da quattro brani inediti e pezzi di album precedenti riarrangiati e reinterpretati.

Musica intrisa di ribellione e poesia
Pierangelo Bertoli ha affrontato la vita sempre «A muso duro». Antagonista incredibile, inflessibile, mai ipocrita, sempre schierato con l'estrema sinistra. Pur avendo conosciuto l'esilio telecratico, non s'è mai posto con toni polemici. Credo che necessiti rileggere/riascoltare e ripubblicare l'intera discografia in maniera critica per comprenderne e diffonderne appieno la sua musica intrisa di ribellione e poesia.

Da “A – Rivista Anarchica”, febbraio 2018

"C'è un fungo in Paradiso". Sciamanesimo, religioni, mitologia, droghe. Intervista a Carl. P. Ruck (Massimo De Feo)


Questa intervista con Carl P. Ruck è stata realizzata a fine agosto nel bel castello di Corigliano d’Otranto, nel Salento, dove la Sissc (Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza) ha organizzato il convegno di tre giorni «Elogio della trance - cultura, droghe e danza». Per meglio intendere le parole del professor Ruck è utile premettere alcuni fatti esposti nel suo libro The Apples of Apollo, scritto col suo compagno Blaise Daniel Staples (morto improvvisamente il 25 dicembre scorso) e Clark Heinrich.
Il libro, frutto di una profonda conoscenza della materia, e ricco di note e citazioni da autori antichi, racconta come il cristianesimo si sia evoluto nel contesto di culti magici, di guarigione, sciamanici, dei Misteri iniziatici giudaici ed ellenistici. Il che implica inevitabilmente una etno-farmacologia sacra, con tradizioni che risalgono a epoche ancora precedenti del mondo antico, dove centrale era il ruolo di un fungo, l’amanita muscaria (col cappello rosso a macchie bianche, il fungo che mangia Alice nel paese delle meraviglie) assunto come un sacramento in grado di mettere in comunicazione con la divinità. Una tradizione questa la cui origine si perde nella indimenticabile notte dei tempi e che ha permeato le più diverse culture tanto in profondità da essere alla fine diventata quasi invisibile.
Lo sciamano Apollonio di Tiana, contemporaneo di Gesù, e come Gesù in odore di divinità, viaggiò fino in India e qui i brahmani lo battezzarono con il sacramento della religione vedica, il soma, ovvero ramanita muscaria. Anche se probabilmente non fù il primo, Apollonio riportò queste conoscenze in Egitto e nei paesi del Mediterraneo. È stato dai culti di guarigione e battesimali della Giudea e dell’Egitto, come i Therapeutai e gli Esseni, che il cristianesimo è sorto, perpetuando sacramenti etnobotanici che risalivano ai tempi di Mosè, nella cui storia molti elementi rimandano al fungo magico, dalla manna al rovo ardente da cui scaturisce la voce di dio. Nelle persecuzioni contro i primi cristiani pesarono anche i sospetti sulla loro comunione eucaristica. Questi riti furono presto cancellati dalla chiesa di Roma, ma continuarono a essere praticati da varie sette gnostiche, si propagarono e sopravvissero quasi sino a tempi moderni influenzando 1’alchimia, nascondendosi nel Sacro Graal come nella lampada di Aladino, senza dimenticare Babbo Natale.
Due parole sul fungo magico: le renne ne vanno matte, e dopo averne mangiato a più non posso si precipitano a leccare l'eba dove il gregge ha urinato: Filtrata dal fegato, la droga passa nell’urina depurata delle sostanze tossiche, con potenza psicoattiva accresciuta, acquisendo un color oro e un soave profumo. Lo stesso processo avviene nel passaggio del fungo nel corpo umano, come ben sanno gli sciamani siberiani e i loro discepoli pronti a bere e a volare. Il cappello dell’amanita muscaria, essiccato, prende la consistenza e l’aspetto di un disco metallico d’oro, che immerso nell’acqua e spremuto produce un liquido - psicoattivo - rosso sangue. A piena maturazione il cappello dell’amanita muscaria si volge verso l’alto a formare un calice, con il rosso che finisce all’interno, come una coppa colma di sangue. Conservato nel miele il fungo lo rende psicoattivo. Era questo il nettare degli dei, spiega la sciamana Diotima a Socrate. L’ambrosia è la versione greca di quello che gli ariani chiamavano soma e gli indoiraniani haoma. È questa l’identità originale della pianta magica che cresceva nei giardini del paradiso.
Stabilito il nesso tra l’agarico muscario e il pene, si chiede Ruck, forse dovremmo riesaminare in una nuova prospettiva tutte le amputazioni di peni divini - o si trattava di raccolti? - vedi Crono che con un falcetto recide i genitali del padre Urano. Per inciso si dice che Orione fosse nato dalla pelle di un bue su cui avevano fatto pipì Zeus, Poseidone e Hermes, e il suo nome deriva da quell’atto, «ourein» in greco (come attestano Ovidio, Nonno e Virgilio).
L’ordine degli Antoniti dell’ospedale di Isenheim, in Germania, era specializzato nella cura del «fuoco di Sant’Antonio», ovvero l’ergotismo, un delirio a volte mortale provocato dall’Ergot, un fungo parassita dalla struttura simile all’Lsd, solubile in acqua e responsabile nel medioevo di intossicazioni di massa attraverso il pane contaminato. Probabilmente era questa la sostanza psicoattiva - debitamente trattata - presente nel Kykeon bevuto dagli iniziati nei Misteri di Eleusi.

Professor Ruck qualche dato biografico...
Ho quasi 70 anni, sono un po’ italiano, i nonni di mia madre venivano da qualche parte a sud di Napoli. Sono nato nel Connecticut ma vivo a Boston. Insegno all’università di Boston, sto là dal 1965, nel dipartimento di studi classici e le mie lezioni hanno a che fare con la mitologia e il linguaggio, mitologia classica, egiziana... recentemente ho scritto due libri, sulla lingua latina e greca. Ho scritto diverse cose... ma continuo a tornare sull’etnobiologia e la religione, la religione greco cristiana in Europa, le varie forme che ha assunto-tutti sanno che il cristianesimo, in particolare il cattolicesimo, ha assimilato tradizioni precristiane, distruggendo le antiche divinità. Il patriarcato dominante nella chiesa di Roma ha distrutto il potere del femminile, e questo spiega anche perché non ci sono donne-prete. Ma non lo ha distrutto veramente, perché la vergine Maria è la divinità femminile, e ogni cattolico sente di avere un particolare rapporto con quella vergine. La religione reale ha a che fare con la vergine e suo figlio, non certo con il dio padre. Il cristianesimo ha rimpiazzato le vecchie religioni dell’Europa. Una delle principali religioni rimpiazzate, come il cristianesimo non era autoctona, e veniva dall’oriente, dalla Persia, dove in seguito è stata rimpiazzata dalla religione mussulmana, ma non dovunque, in qualche parte ancora resiste. Il loro dio si chiama Mitra ed è una religione molto importante, fu il culto dominante nell’impero romano, insieme a vari culti pagani, egiziani e tradizioni classiche. La grande religione che teneva insieme l’impero romano era quella di Mitra, che divenne poi una religione per iniziati, solo uomini, e praticamente chiunque avesse una qualche importanza nel governo, dagli imperatori ai burocrati, e soprattutto i militari, erano tutti iniziati attraverso l’assunzione di un sacramento, che con molta probabilità era un fungo, ma usavano anche altre cose... Il primo imperatore a essere iniziato fu Nerone, e uno dei Magi, come quelli che fecero visita a Gesù bambino - molti non si rendono conto che questi «maghi» sono gli shah persiani, i gran sacerdoti del rituale dell’haoma, l’equivalente del soma dei brahmani in India - uno dei leader dei Magi dunque iniziò Nerone nel 67 a.C. Il mitraismo era una delle principali minacce alla supremazia dei cristiani, in quanto le due religioni erano veramente simili. Quindi quando i cristiani costruirono le loro chiese, le edificarono sopra i vecchi santuari che dissacrarono, usando probabilmente le stesse pietre delle chiese precedenti.

Che lingua insegna?
Greco antico

A cosa sta lavorando ora?
A un libro che prende le mosse dal Baccanale degli Andrii di Tiziano, un bel quadro commissionato da Alfonso I di Ferrara, una persona molto in alto nella gerarchia della chiesa. La sua seconda moglie fu Lucrezia Borgia, figlia illegittima del papa, insieme ebbero un figlio che era talmente importante da essere fatto vescovo all’età di 2 anni, e cardinale a 12. Per impedirgli di salire ancora più in alto lo misero a carico della famiglia d’Este, che a quell’epoca era in un monastero, e così per ammazzare il tempo creò i giardini della Villa d’Este a Tivoli... Alfonso I commissionò a Tiziano di decorare una serie di stanze, tra cui la sua stanza da letto, e negli affreschi alcune scene ritraggono delle orge. La pittura di Tiziano è molto interessante, è arte rinascimentale molto sofisticata, in cui confluisce ogni sorta di conoscenza. E così attraverso di essa si scopre che c’era gente che beveva l’urina di Dio, qualcosa di cui parlo nel mio libro anche a proposito dei dipinti che sormontano l’altare della chiesa dell’ospedale di Sant’Antonio a Isenheim, in Germania. È la sacra urina del bambin Gesù, il sacramento supremo, e ha a che fare con le tossine del fungo magico che passano nell’urina, un modo migliore per «inebriarsi».

Quale evidenza vi è dell'uso di piante enteogene nelle antiche religioni?
L’ho creato io il termine «enteogeno», poi molti se ne sono appropriati. Il principale tipo di comunione di questo genere caratterizza lo sciamanesimo. In origine questo termine veniva usato solo per designare culti della Siberia, in quanto si ignorava che in effetti lo sciamanesimo è un fenomeno mondiale. La grande autorità in materia era Mircea Eliade. Ha scritto un gran libro Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, ma decise che l’uso di droghe non era una caratteristica originale dello sciamanesimo, ma solo della sua fase decadente. Anche se le stesse evidenze da lui raccolte indicavano il contrario, sostenne questa tesi in quanto insegnava negli anni ‘60, mentre la generazione hippie si faceva di droghe, e questo influì sul suo giudizio. Verso la fine della sua vita era forse pronto a rivedere la sua opinione, ma incalzato sull’argomento in una intervista, sei mesi prima che morisse, alla fine sbottò irritato: «Il fatto è che a me non piacciono tutte queste droghe!».

Nel suo libro «The Apples of Apollo: Pagan and Christian Mysteries of thè Eudiarist» parla di come il fungo allucinogeno amanita muscaria sia alla base di tante storie mitologiche, compresa quella di Giasone alla ricerca del vello d'oro. A scuola raccontano una storia un po' diversa—
La storia di Giasone e del vello d’oro è una versione mitizzata della ricerca sciamanica, con l’eroe che deve sempre confrontarsi con qualche mostro o impossessarsi di qualche oggetto magico. Giasone, aiutato da Medea, coglie il vello d’oro che pende da una quercia in un giardino dove c’è un serpente a proteggere il vello, come racconta Apollonio. Prometeo ruba il fuoco agli dei e lo nasconde in un «nartex», un cestino, etimologicamente un «contenitore di droghe». Più aumentano le nostre conoscenze su certe culture, più difficile diventa negare che le droghe sono state parte essenziale delle esperienze religiose.

Hai mai mangiato dell'amanita muscaria?
No, mai.

Altri tipi di fungo?
Ho un’esperienza in materia piuttosto limitata. In quanto studioso...ci sono grandi pregiudizi...co-me ha detto Gordon Wasson: «Se non ne hai mai fatto esperienza, non puoi capire di che si tratta, ma se l’hai fatta allora sei screditato e giudicato non obiettivo». Ho provato qualche fungo, del mescal, del peyote, ma molto poco...

Sta scrivendo un nuovo libro?
Sì, si intitola The Hidden World, indaga sulla sopravvivenza di temi sciamanici nelle favole europee, come Biancaneve o La Bella addormentata, che rimandano ad antiche saghe nordiche, a poemi epici mesopotamici, alle tragedie e alle commedie del teatro di Dioniso.

E l'urina che c'entra con il cristianesimo?
Nell'affresco dell’altare della chiesa dell’ospedale di San’Antonio a Isenheim, in Alsazia, realizzato da Matthias Griinewald tra il 1512 e il 1516, ci sono tre livelli, e nel terzo si arriva alla conoscenza più segreta. È un polittico con in tutto 9 dipinti. In quello che raffugura Sant’Antonio c’è il fungo, e non a caso lui è il patrono dei raccoglitori di funghi. In un altro in mezzo si vede il coro, con l’orchestra celeste da una parte, mentre dall’altra c’è la vergine col bambino. La scena è strana, gli angeli hanno aureole e stranissime penne di pavone. Più su c’è un’altra vergine, così ci sono due vergini, una col bambino, e la più piccola con una corona di fiamme sulla testa, il fuoco di Sant’Antonio. La sua testa è in fiamme... è in uno stato estatico, alza la mano in un gesto di benedizione, e quello che sta benedicendo è là sotto: una vasca e in essa un pannolino per bambini. Puoi immaginare cosa può significare per la chiesa un pannolino di Gesù bambino, è un oggetto veramente sacro e da preservare. Di fronte alla vasca c’è qualcosa che sembra una grossa tazza di caffè, ma non è una tazza di caffè, è un vaso da notte. È ovviamente per la pipì del bambino, e con la vergine che benedice c’è un vaso alchemico di cristallo con la pipì del bambino. Si può rintracciare quella coppa nei disegni alchemici. Un modo nel quale l’antica scienza si conserva in significati nascosti. Gli alchimisti non dicevano mai chiaramente quello che intendevano dire, preferivano dire qualcosa di talmente «oltraggioso» da risultare incredibile. Cercavano una pietra speciale che fosse plasmabile, che si potesse bere, una bevanda che producesse oro, molti hanno pensato che cercassero di fare del vero oro, ma quello che inseguivano era Brahmani, un oro spirituale. Dicevano che è qualcosa di molto comune, lo puoi trovare dappertutto, persino nella pipì. Lo hanno detto anche chiaro e tondo: la pietra filosofale è pipì. Naturalmente nessuno ci crede. Il punto è dire qualcosa che nessuno può capire se non conosce il segreto. Come Matthias Griinewald e il suo patrono siano venuti a conoscenza di questo segreto è spiegabile considerando che erano addentro alla tradizione alchemica. Penso che i monaci applicassero quel sacramento anche come un unguento, come oggi i cerotti di nicotina. Amministravano droghe attraverso la pelle. Nella Bibbia c’è una pianta che i traduttori chiamano «canna fragrante», per il suo profumo. La usavano per fare un unguento usato nell’ordinazione dei preti, e ne impregnavano il tabernacolo. Questo era uno spazio piuttosto angusto. Chi vi entrava vedeva Dio. Solo i preti potevano entrare, e il posto era ovviamente fragrante. Ma canna fragrante in ebraico è «cannabis». Lo studio della cannabis nell’antichità è complicato dal fatto che ha sempre avuto molti nomi segreti...

Che reazione ha avuto il tuo libro negli Stati Uniti?
È stato del tutto ignorato. È la forma migliore di censura.


“alias – il manifesto”, 7 gennaio 2006

23.6.18

Dall'anima. Una poesia di Adélia Prado (Divinópolis, Brasile, 1936)

Adélia Prado 

È nato nel mio giardino un cespuglio
che fa fiori gialli.
Ogni mattina vado lì per sentire il ronzio
dell'insetteria in festa.
Ci sono ronzii di ogni tipo:
di grossi, di sottili, di apprendisti e di maestri.
È zampa, è ala, è bocca, è becco,
è granello di polvere e polline nel falò del sole.
Sembra che l'alberello chiacchieri.

Dalla rivista on line “Fili d'aquilone” N.9 – 2008 – Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira

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