26.10.14

Siero Bonifacio. Il veterinario che prometteva guarigioni (Marco Laudonio)

Malattie mortali, malati disperati, cocktail miracolosi brevettati (ma non da medici). Se redazioni in cerca di eroi intervistano "esperti" e "guariti" con il frame della lotta tra chi aiuta "la gente" e chi schierato con "il potere" la osteggia, allora la fine è nota. Malati con i cartelli davanti Montecitorio, onorevoli che presentano interrogazioni pro-cura, sentenze che impongono sperimentazioni o trattamenti, la comunità scientifica cauta e dubbiosa bollata come bieca baronia universitaria al soldo delle multinazionali.
La storia non è quella di Davide Vannoni e della sua Stamina Foundation o di un film su quelle vicende, sebbene le analogie siano tante, ma quella del Siero Bonifacio. Tutto inizia nell'ottobre 1950, ad Agropoli, provincia di Salerno, dove un veterinario pensa che un mix di feci e urine di capra sia la cura contro il cancro, «perché le capre non hanno il cancro»...
Per ricostruire la storia di Liborio Bonifacio, veterinario di Montallegro (il comune agrigentino gli ha intitolato anche una via) che esercitava ad Agropoli, più che pubblicazioni scientifiche si trovano archivi di agenzie e quotidiani e un suo libro esaurito da anni (La mia cura contro il cancro, Savelli, 1970). In cui spiega che in tutte le capre da lui visitate non ha mai diagnosticato il cancro e ne deduce che può estrarre dagli animali la sostanza immunizzante. Come? I giornali scrivevano di villi intestinali, lui no: «Si estraggono, all'interno della capra macellata, le feci e si mescolano con urina, prelevata dalla vescica dello stesso animale, aggiungendo circa 1/3 di acqua bidistillata. Si lascia macerare il tutto per circa 48 ore. Si filtra».
Inietta il preparato a caprette, spennellate per 40 giorni con benzopirene, un idrocarburo cancerogeno, che non si ammalano; per Bonifacio il siero funziona. Bastano 40 giorni a sviluppare il cancro? È una sua asserzione ma gli basta: ha la cura. Che però va affinata. Il veterinario entra così in contatto con il figlio di una donna con metastasi da tumore mammario allo stato terminale. Dopo una prima iniezione intramuscolare la signora migliora per 6 giorni. Morirà mentre Bonifacio prepara la seconda dose. Il veterinario ne deduce che deve differenziare i sieri: preparati con feci di capre femmine affiancati da, eventuali, trasfusioni con sangue di donna se il tumore è un sarcoma, feci di maschi e sangue di uomini per i carcinomi, come raccomandava nel foglio illustrativo da lui redatto.
Nel 1953 Bonifacio chiede una sperimentazione all'Istituto Pascale di Napoli. Su 10 cavie e 3 uomini i risultati sono negativi. Ne da colpa ai medici e, come Vannoni, per anni promuovere ricorsi contro le modalità e conclusioni delle analisi scientifiche.
Il 3 aprile 1970 “La Stampa” pubblica la foto di una manifestazione dinanzi alla Camera: sono parenti di malati di cancro che vogliono sperimentare la cura Bonifacio. Cartelli simili a quelle del presidio pro-Stamina: «Vogliamo la produzione del siero», «Sei pagato per lasciare morire gli ammalati?» «Dateci il siero per i nostri malati».
Cos'era successo? Nel 1969 Giuseppe Grazzini, inviato di Epoca, nella rubrica "Storie impossibili" pubblica una serie di articoli: testimonianze e documenti su 11 casi di guarigione. Il 31 luglio l'ingegner Camillo Ripamonti, ministro della Sanità del governo Rumor, gli risponde con una lettera aperta sul "caso Bonifacio", affidando l'esame preliminare sui fondamenti scientifici del metodo di cura a Pietro Valdoni, chirurgo di Giovanni XXIII e di Palmiro Togliatti dopo l'attentato del 1948. L'Istituto superiore di sanità stabiliva l'innocuità del siero. Il 6 novembre 1969 Ripamonti firmava un decreto per avviare lasperimentazione, data «la vasta risonanza suscitata nella pubblica opinione dalle notizie, largamente diffuse dalla stampa d'informazione, concernenti le asserite proprietà antitumorali di un prodotto biologico di provenienza animale, preparato dal veterinario dottor Liborio Bonifacio». Una resa, sin dall'incipit del testo, alla credenza popolare.
Un decreto placebo? Sicuramente non l'unico. Il 12 marzo 2014 sentito dalla Commissione d'indagine conoscitiva sul caso Stamina l'ex ministro della Sanità del governo Monti, Antonio Balduzzi, ha spiegato così la genesi del decreto che ha concesso di continuare i trattamenti in corso : «La caotica situazione che si era venuta a creare, anche per le ben note campagne mediatiche che davano speranze alle famiglie, rese indifferibile l'emanazione di un provvedimento legislativo di urgenza».
Ma torniamo al 1969. Bonifacio consegna la formula del siero a un notaio di Salerno e la “Gazzetta del Mezzogiorno” avvia una sottoscrizione per fargli aprire un laboratorio a Bari. Il veterinario visita tre volte la città, riceve nel 1970 un assegno di 25 milioni di lire ma, in barba a quanto detto, non si trasferisce in Puglia.
I viaggi della speranza in Campania sono continui, malati arrivano anche dall'Australia, da Usa, Argentina e Brasile. “La Stampa” il 12 gennaio 1970 spiega che il portiere del Bari, Spalazzi, è sceso in campo contro il Milan, che gli segna 5 gol, solo dopo aver avuto rassicurazioni da Bonifacio, contattato dal quotidiano torinese, sulla somministrazione del siero alla madre, gravemente malata, a Piacenza. Il giornale racconta il tragitto in macchina Bari-Agropoli-Piacenza
con il secondo allenatore, Chiesa. (Per Stamina invece i calciatori hanno messo all'asta le loro maglie, in particolare quelli della Salernitana e del Cosenza).
A rendere il clima di attesa intorno al miracoloso preparato ci aiuta l'intervista di Lietta Tornabuoni a Ripamonti su La Stampa il 1° marzo 1970, titolata Questo discusso siero Bonifacio. «Che cosa l'ha indotta, signor ministro, a ordinare questa sperimentazione?». «Più che le richieste insistenti del dottore, la necessità di rispondere alle esigenze poste dall'aspettativa popolare». «Per arrivare a una sperimentazione ufficiale basta quindi che un medico qualsiasi cominci a distribuire un farmaco qualsiasi, e che la gente gli dia fiducia?». «Il caso Bonifacio non era "qualsiasi". Era eccezionale. Eccezionale perché aveva avuto una larghissima eco sulla stampa, ai vantaggi offerti dal prodotto si era data enorme diffusione popolare, la reazione piena di speranza dei colpiti dal male del secolo era stata vastissima». «Non è singolare tanta prontezza nel decidere la sperimentazione del siero mentre si conoscono bene le condizioni di lentezza e di disagio in cui lavora tutto il settore della ricerca scientifica?” “Ma è una sperimentazione che non costa nulla: eseguita su malati offertisi volontariamente, in istituti già abilitati alla ricerca sui tumori”.
Il 6 marzo 1970 l'ANSA annuncia che le fiale per la Commissione sono pronte. A maggio il caso è internazionale, l'AGI scrive che Bonifacio è a Monaco di Baviera, dove in una clinica è in corso la sperimentazione su 105 malati.
La bocciatura definitiva, dopo che 4 pazienti su 16 trattati muoiono, arriva in un report della Commissione del 24 giugno 1970, ripreso nel 1971 nell'articolo Bonifacio anticancer goat serum su una rivista scientifica americana CA:A Cancer Journal for Clinicians (dal 2008 è online, con la specifica che si tratta di un testo, diffuso nelle 58 sedi dell'American Cancer Society, sulle false cure del cancro).
«Il prodotto», si legge, «consiste in un estratto acquoso contenente tracce di proteine diluite in soluzione di glucosio somministrato con flebo contenenti vitamine, normalmente in commercio. Non è possibile definirlo come "siero". La sostanza non è costante nella fabbricazione e nel confezionamento, si rileva che le fiale sono state preparate e chiuse a mano, tecnica che rende facile contaminare anche il singolo flacone. In conclusione risulta chiaro che il prodotto in sperimentazione non presenta nessuna azione curativa sul cancro, non cambia la sintomatologia e non esercita effetti benefici sulle condizioni del paziente».
Il Siero non funziona e non ci sono neanche pubblicazioni scientifiche ad avvalorarne la bontà. Il 7 dicembre '69 la rivista “Nazime” descrive tre casi trattati all'Università di Roma (clinica di malattie tropicali) con il siero: il primo ha un tumore al cervello e muore, il secondo ha un tumore al fegato e scompare una metastasi, il terzo è proclamato guarito. Non si dice neanche da quale tumore. Non ce ne saranno altre.
Incurante di tutto Bonifacio continua a preparare e distribuire il Siero che non è un siero. Nel settembre 1970 in una farmacia di Chiasso, in Svizzera, si può acquistare una confezione di 10 fiale per 11.000 lire. Nel 1973 l'Italia ferma le spedizioni e il 22 febbraio 1976, il “Corriere della Sera” scrive di blocchi ferroviari ad Agropoli annunciando una «marcia dei 100.000» a Roma. Non se ne saprà più nulla.
Nel 1979 Giuseppe Zora e la moglie, coppia di ricercatori siciliani, sono sicuri di aver riscontrato miglioramenti su cavie con tumori utilizzando il Siero. I convegni scientifici criticano il test, stampa e tv no. Il “Giornale d'Italia” ospita testimonianze di medici e malati e anche la politica torna ad occuparsi di Liborio Bonifacio. Alleanza trasversali chiedono una nuova sperimentazione e l'avvio delle cure. Se con Stamina si sono schierati M5S, Lega e Fratelli d'Italia, mentre tutti i partiti hanno votato a favore degli stanziamenti necessari, nel 1982 furono i radicali con Bonino, Calderisi, Faccio e altri a chiedere alla Camera, in nome della volontà dei malati, la sperimentazione, i socialisti con Servadei a presentare interrogazioni sulla presenza nella commissione che doveva valutare il trattamento del farmacologo Garattini, "reo" di aver espresso dubbi sul siero, mentre in Senato Msi-Dn con Mitrotti voleva far luce sulla "congiura baronale" contro Bonifacio. Tutti incuranti delle audizioni in Parlamento di diversi scienziati sull'inefficacia del siero.
Dopo la denuucia di Bonifacio è Elio Cappelli, pretore di Roma a chiedere al (nuovo) ministro della Sanità, Renato Altissimo, un rapporto urgente sulle irregolarità della sperimentazione del '70. Il 19 gennaio 1982 è istituita una nuova Commissione Bonifacio (altra analogia; Vannoni ricorre contro la prima commissione d'indagine e il Tar del Lazio gli darà ragione) con trial negli Usa su cavie e in Italia su malati. L'11 marzo Bonifacio decide la distribuzione del siero ai malati ogni sabato. Si fermerà presto: il 29 maggio in una conferenza stampa nella sede della Fnsi attacca la nuova sperimentazione concessa da Altissimo, vuole scegliere e curare personalmente i malati, ignorando la bocciatura per eccessiva genericità delle 2.114 cartelle cliniche da lui redatte e consegnate alla Commissione del '70. In conferenza in vita i malati a protestare e, scrive “l'Unità”, distribuisce il suo libro, parla con un produttore per farne un film e con i radicali per un referendum. È di nuovo isteria, con tanto di blocchi ferroviari e disordini. L'8 giugno il veterinario si rifiuta di consegnare il preparato al National Cancer Institute. Poi a metà giugno invita gli ammalati alla calma, ventilando l'ipotesi di denunciare per omissione di soccorso il ministero della Sanità che, pur avendo la formula del siero, non lo prepara e somministra. (Anche Vannoni, dopo la bocciatura di Stamina, ipotizzerà nel dicembre 2013 la denuncia contro il ministero e contro la titolare Beatrice Lorenzin. Ma per omicidio colposo).
Alla fine la nuova Commissione si insedia. La sperimentazione va ultimata entro il 20 gennaio 1983. Ma non si farà. Uno dei figli del veterinario, Leonardo, accusa i membri di essere ostili, il presidente della Commissione, l'oncologo Enzo Bonmassar, non riceve il siero.
Bonifacio muore il 19 marzo 1983. Da mesi produce e distribuisce il siero un'associazione. ASiBo. disconosciuta dai suoi figli. Leonardo brevetta il siero negli Usa e in Svizzera, con il nome di "oncoclasina", e inizia uno sciopero della fame davanti la Camera. Nel 1985 il prefetto di Salerno autorizza la distribuzione del siero, su richiesta anche del sindaco di Agropoli, ma i Nas lo sequestrano, su indicazione del ministero della Sanità, e il Consiglio dei ministri stabilisce che distribuirlo è illegale. Su “La Repubblica” Leonardo annuncia che l'Istituto Liborio Bonifacio di Tollegno, nel vercellese, ne sospende la produzione. L'Istituto era nato nel dicembre 1984 e non erano note consulenze scientifiche. Il siero è ignorato per 10 anni. Nel 1995 torna Leonardo: hanno brevettato l'Uk101, proteina estratta dal fegato di capra, lo ritiene un plagio del padre e su “Panorama” adombra la possibilità di bloccarla. La sperimentazione la boccerà. Nel 1998 il “Corriere” scrive che Leonardo metterà in vendita il siero, in primis a San Giovanni Rotondo, di fronte all'ospedale voluto da Padre Pio. Nel 2007 su il Giornale ricompare Zora, che spiega che Bonifacio ha ripreso un prodotto ottenuto dalle feci delle capre della scuola medica salernitana, il belzoar, risalente all'anno mille!
Nel 2008 un altro dei figli, Giuseppe, annuncia al “Corriere del Mezzogiorno” di voler tornare a produrre il siero, assicurandone la distribuzione gratuita. Poi della famiglia non si hanno più notizie, ma nell'agosto 2010 il “Corriere Fiorentino” e “Repubblica” danno notizia del processo a danno di due medici, padre e figlio, che rimuovevano le etichette dalle fiale di cortisone per venderlo come Siero di Bonifacio. A 60 anni dalla bizzarra genesi di questa storia due medici lucrano sulla salute di 15 malati. Liborio Bonifacio, i suoi capelli pettinati all'indietro con la brillantina e le capre sono foto in bianco e nero nelle storie impossibili, mentre. spalleggiato da settimanali e dai servizi delle Iene, Vannoni calca la scena con Stamina. Il primo annuncio è del 2007 e riguarda sperimentazioni tra Torino, San Marino e l'Ucraina, due Stati che non applicano le direttivo europee sulle sperimentazioni. Il remake potrebbe cominciare così, il copione è già scritto.

Pagina99we, 23 agosto 2014


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