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2.9.19

Victor Hugo. Dai corsivi di Fortebraccio (Mario Melloni


Mario Melloni, che fu con il nome di Fortebraccio corsivista de “l'Unità”, amatissimo dai suoi lettori, soleva inserire nei suoi “pezzi” storie e aneddoti tratti dalle fonti più svariate e raccontati in bello stile. Questo ricorda uno scrittore ottocentesco al tempo molto popolare e caro alle sinistre democratiche e socialiste. (S.L.L.)


Nel 1871, dopo il lungo esilio, Victor Hugo fu eletto deputato. Un giorno egli teneva davanti a un’assemblea attentissima uno dei suoi infiammati discorsi. Ed ecco che dal folto degli uditori si alzò una vocetta stridula a interromperlo. Il grande uomo si fermò, e, secondo l’uso, disse: «Monsieur, nommez-vous», nominatevi, dite chi siete. Ma nessuno raccolse l’invito. 
Allora Victor Hugo riprese a parlare, e ancora, per una seconda e una terza volta, la solita vocetta fessa e anonima si fece sentire, finché l’oratore, perduta la pazienza, ripetè rabbiosamente l’invito a nominarsi. 
Ed ecco che finalmente dal folto dell’uditorio si alzò un nome: «Bourbichon». «Bourbichon? — disse il celeberrimo romanziere stupito. — Bourbichon? Je n’espérait pas tant», io non speravo tanto.

l'Unità, 30 aprile 1982

21.3.19

Il carteggio Bobbio-Capitini: un lungo appassionato dialogo e molte divergenze (Giuliano Pontara)

A Parigi per un convegno internazionale di cultura. Aldo Capitini, Walter Binni,
Norberto Bobbio, Elena Benvenuti Binni (da "Album Capitini", Aguaplano, 2018)

Aldo Capitini e Norberto Bobbio furono legati da una lunga, salda amicizia i cui semi furono gettati in quello che probabilmente fu il loro primo incontro, avvenuto a Perugia nel 1936 (o forse all'inizio del 1937). Di questa amicizia è un interessante documento la corrispondenza tra i due amici, ora raccolta nel volume Aldo Capitini e Norberto Bobbio, Lettere 1937-1968, scrupolosamente curato da Pietro Polito (Carocci, Roma 2012).
Entrambi furono intellettuali militanti, uomini della ricerca spassionata e del dialogo. Ma le loro strade di ricerca furono molto divergenti e tutti e due le percorsero strenuamente fino in fondo: Capitini la strada della libera ricerca religiosa orientata alla prassi, Bobbio quella del razionalismo critico con una buona dose di empirismo. Capitini è aperto al dubbio: “Tutti quelli che mettono in azione un dubbio metodico compiono un atto legittimo in quanto scartano le opinioni cristallizzate del bene, e risvegliano l'anima alla ricerca, all'ansia del meglio” (Scritti filosofici e religiosi, Protagon, 1994). Ma per il religioso Capitini non si può rimanere costantemente nel dubbio; infatti, nella sua ricerca giunge abbastanza presto ad alcune “persuasioni” che poi non abbandonerà più. Per il filosofo Bobbio, invece, il dubbio è sempre presente, e lui stesso è seminatore di dubbi: “Il filosofo è aperto al dubbio, è sempre in cammino; il porto in cui arriva è soltanto una tappa del viaggio senza fine, e occorre sempre essere pronti a salpare di nuovo” (Elogio della mitezza e altri scritti morali, Pratiche, 1998).
Già in una delle prime lettere, datata 23 novembre 1946, Bobbio scrive all'amico: “Io mi muovo su di una linea diversa, tanto per intenderci razionalista e critica. Ma capisco - e ne ho avuto sempre gran beneficio - la tua posizione religiosa-umanistica”. Cinque anni dopo, in una lettera del 14 agosto 1951, Bobbio ribadisce: “Vedo che le nostre strade sono divergenti: tu sempre più verso l'ideale del filosofo-profeta, io sempre più verso l'ideale del filosofo positivo. Non credere però che abbia rinunciato a comprendere, cioè a gettare qualche ponte per attaccarmi ogni tanto anche all'altra strada. Non credere che non ami più stare a colloquio... coi profeti. Ma preferisco normalmente cose più terra terra, più solide, più ‘pronte a friggere', come direbbe il Cattaneo. Chi sa che un giorno mi convinca che questa mia strada non ha via d'uscita (ne ho sempre un persistente ma vago presentimento). Ma sono impegnato a percorrerla sino in fondo”.
Capitini seguiva con molta attenzione gli scritti che Bobbio andava via via pubblicando, specialmente a partire da quelli stesi nella prima metà degli anni cinquanta e raccolti nel 1955 nel volume Politica e cultura. Ma nel carteggio i temi salienti sui quali il dialogo tra i due amici verte sono quelli, strettamente interrelati, della riflessione che Capitini va mano a mano svolgendo nei suoi scritti: la religiosità aperta alla “compresenza di tutti”, la nonviolenza positiva, la democrazia diretta (cui Capitini preferiva riferirsi con il termine “omnicrazia”). È in relazione a questi temi che Capitini elabora sempre più le sue “persuasioni” e che Bobbio interroga criticamente l'amico, sollevando problemi che lo “turbano” - il rapporto tra la concezione capitiniana della “produzione corale dei valori” e lo storicismo, il problema del male, la praticabilità della democrazia diretta - e rispetto ai quali, come scrive in una delle sue ultime lettere, rimane alla fin fine “perplesso”. Dopo la morte prematura di Capitini nel 1968, Bobbio ritornerà in modo sistematico sul pensiero religioso-etico-politico dell'amico in due impegnati e impegnativi scritti: La filosofia di Aldo Capitini e Religione e politica in Aldo Capitini, inseriti nel libro Maestri e compagni del 1984, e recentemente riediti in un volumetto nelle vivaci e benemerite Edizioni dell'Asino: Il pensiero di Aldo Capitini. Filosofia, religione, politica, 2011).
Nel pensiero di Capitini la concezione della “compresenza di tutti” è fondamentale, ma è problematica. E si presta a varie interpretazioni. L'interpretazione più comprensibile, ma pur sempre irta di problemi, è quella di un'“apertura nonviolenta a tutti gli esseri”: un'etica che allarga il campo della nostra responsabilità morale verso tutto ciò che vive, onde “ogni creatura senziente è degna di essere felice” e ogni essere non senziente, ma vivente, è degno di vivere e di perseguire il proprio sviluppo, il proprio telos. Per Capitini, la religiosità è senso morale, un senso di “legame” con e “riverenza” per ogni essere vivente, secondo quelli che egli indicava come “i due significati di religione: legare, riverire”. Una religiosità etica che si acquisisce attraverso un processo interiore di “tramutazione”: un concetto tipicamente capitiniano sul quale Bobbio, nel '75, svolse una densa relazione in un convegno molto vivace su nonviolenza e marxismo (il testo della relazione è stato ripubblicato in “Nuova Antologia”, 2012, aprile-giugno). Qui siamo alla radice della concezione capitiniana della nonviolenza come insieme inscindibile di pensiero e azione. La fonte alla quale Capitini attinge sempre più e più ampiamente nell'elaborazione di questa sua concezione è Gandhi, che fin dal 1931 considerò “punto di riferimento e di costruzione etico-religiosa”. Si capisce così perché a Capitini premesse tanto far conoscere direttamente Gandhi in Italia attraverso gli scritti. Ed è proprio a Norberto che Aldo più volte nel carteggio si rivolge insistentemente affinché l'amico si dia da fare presso Einaudi per la pubblicazioni di scritti del Mahatma. “Ti raccomando di seguire se Einaudi stampa qualche cosa di Gandhi. Il mercato è vuoto” gli scrive già in una lettera datata 14 ottobre 1957. Capitini non fece in tempo a vedere la pubblicazione di Gandhi alla quale tanto teneva, che uscì nel 1973 con il titolo Teoria e pratica della non-violenza.
Bobbio prese seriamente la nonviolenza, perché prendeva sempre sul serio le cose che riteneva serie. È in Bobbio, infatti, che Capitini trova fra gli intellettuali italiani uno dei più interessati e attenti interlocutori critici sulla nonviolenza. Entrambi gli amici scrissero pagine di grande interesse e attualità sul problema della guerra e delle vie alla pace. Capitini privilegiò, spendendosi per tutta la vita in impegni pratici, la via della nonviolenza positiva: “Una persuasione che pervade mente, cuore e azione”, “scelta severa e tremenda” che “anticipa di colpo il fine nel mezzo”. Bobbio riteneva più percorribile, ma senza farsi troppe illusioni, la via giuridico-istituzionale che mira alla creazione di un governo mondiale democratico detentore del monopolio della “forza”. Le due vie non si escludono a vicenda e sono ambedue difficili. Ma esistono forse vie facili?


L'Indice, febbraio 2013

28.12.18

Un grande editor. Severino Cesari legge “Io non ho paura”. Una lettera a Niccolò Ammaniti


Nell'ottobre scorso, in occasione dell'anniversario della morte di Severino Cesari, “la Repubblica” ha dedicato uno dei suoi inserti culturali (i “Robinson”) al ricordo del grande intellettuale (giornalista, editor, scrittore, poeta e ancora altro) di Città di Castello. Tra le testimonianze è presente quella di Nicolò Ammaniti, che vi ha aggiunto una lettera ricevuta da Cesari quando insieme stavano procedendo alla revisione di Io non ho paura, databile tra il 200 e il 2001, l'anno di uscita dell'importante romanzo. La lettera, che qui riprendo, è assai bella e molto ci dice del modo di lavorare di Cesari come editor e del rapporto che instaurava con i “suoi” scrittori. (S.L.L.)

Severino Cesari in una foto del 1996

Niccolò, bravo, è fortissimo.
L'ho letto stamattina presto in un bar caldo, era una bellissima sensazione di mente eccitata, mi ha preso molto. L'ossatura era bella poderosa già da prima, ora la ciccia intorno alle ossa è tanta di più, al punto giusto senza eccedere, le parti del corpo escono fuori belle tornite, viene voglia di un rapporto fisico con questo libro, anche più che con Ti prendo e ti porto via. Credo sia giusto il titolo, è stata una "certezza" di stamattina (ma continuiamo a pensarci naturalmente) perché ho avuto molto chiaro che proprio la paura è la chiave profonda di tutto:
mi è venuta forte questa domanda in testa:
qual è la paura peggiore e più inconfessabile di un bambino?

e tutto in fondo ruota nel libro intorno a questo motivo e alla lotta per dominare e vincere scomposto e disseminato in tanti motivi secondari della paura: - la paura che tuo padre sia un mostro - la paura che ti tagli le orecchie (o il pisello) e ti metta in un buco, che è la tomba - la paura di desiderare tua madre, con la quale infatti "lotti" o "balli" dunque la scopi - la paura della morte e dei morti - la paura del corteo dei mostri - la paura di dover competere con gli altri, perché per un bambino tutto è guerra e competizione continua - la paura degli orsetti lavatori, del signore dei vermi, di ciò che è ignoto insomma tutto ruota in modo narrativamente coerente, attraverso il punto di vista del bambino Michele che rimane tale anche se narrato da un adulto, intorno a una "familiarità" che si scopre "perturbante", inquietante, e questo è un motivo profondissimo, è IL motivo archetipico della paura, per ciascuno etc ed è bellissimo come adesso nei dialoghi tra i personaggi, tra Michele e la sorella, Michele e Salvatore tornano in un caso e nell'altro, "disseminate" e come intrufolandosi segretamente, corrodendo la normalità del linguaggio, queste paure, guidate e determinate dal mistero del bimbo nel buco; - nel dialogo perfetto con Salvatore la bellissima scenetta del figlio morto/zombie, esemplare per economia di linguaggio e molto comica (e paurosa insieme) - nel dialogo con la sorella sulla fiaba del bambino nel sacco si intrufolano, deformando la fiaba, tutte le paure - nell'abbraccio con il padre ecco in pieno l'unione di confortante/ inquietante, mostruoso/familiare - bella anche la scenetta del cane nell'acqua e le zecche, con Barbara che canta Bella ciao, mi sembra fondamentale aver esplicitato quel vuoi essere il mio fidanzato che era implicito già in Barbara, etc etc - bellissima la scenetta alla Taricone di Felice che canta double face in slip e anfibi, vecchia checca insomma sono molto contento di come stanno venendo fuori queste scene diciamo così "orizzontali", se il ritmo del libro, l'azione è l'aspetto "verticale" Proprio la combinazione di ritmo asciutto e nervoso dell'azione e dialoghi/ scenette buffe e tornite danno un sapore inconfondibilmente " ammanitiano" e al tempo stesso nuovo, proprio il driver non è la commedia ma un ritmo filato, implacabile, come se questo buco nel terreno esercitasse a ritroso una forza magnetica implacabile su tutto il libro, tirandolo a sé dettagli minimi in attesa della revisione finale: - il vecchio Sergio dice che l'acqua nella stanza è calda come piscio, Michele lo nota; evidentemente gli scoccia perché colpisce sua madre; forse sarebbe allora naturale che la mattina dopo, nella bella scenetta con la madre che è sollevata perché alla fine lui ha passato la notte con Sergio senza problemi, così vuol credere, sarebbe forse naturale che lui trovasse modo di dirle « ha detto che l'acqua era calda come piscio » , insomma forse serve un dettaglio cattivo di Michele sul vecchio?

- quando Michele ha paura di essere scoperto fuggendo via dalla buca, e pensa « sarebbe stata la fine » ( frase usata da te anche più avanti, nella parte non ancora revisionata) forse serve un'espressione più precisa: avrebbero incatenato anche me nel buco, mio padre mi avrebbe tagliato il pisello, altro che le orecchie?

- quando compare il Subuteo forse suona meglio " schierate" ( Juve e Torino) di " disposte"? ma queste e altre sono cose minime che fanno parte dell'ultima mano credo

un abbraccio Seve


29.8.18

Cristo non essenza ma persona. Una lettera a Walter Binni (Aldo Capitini 1962)

Una lettera che ottimamente illustra l'interesse di Capitini per il cristianesimo. E tuttavia la sua “religione aperta” (“Cristo concretamente moltiplicato per tutti gli esseri nati”) non è solo una soluzione originale del problema filosofico della divinità, ma anche una destrutturazione della religione formalizzata e gerarchizzata, e dunque delle forme storiche in cui il cristianesimo si è cristallizzato: la Chiesa cattolica e molte chiese protestanti che vedono la salvezza nel “rapporto a due”. (S.L.L.)


Perugia, 4 novembre 1962
Caro Walter,
Dico seguitando che, per me, non si tratta di teismo o ateismo.
Pensa a quello che accadde ai cristiani quando si trovarono davanti non un’idea filosofica, un'essenza, ma una persona vissuta nel mondo, che pensarono crocifissa e risorta. Per qualcuno erano degli “atei”. Ma, naturalmente, si accorsero che potevano innestare tanto di teologico su quell’essere vissuto concretamente, a cui stavano aperti con la fede.
La stessa cosa faccio per la compresenza di tutti gli esseri nati, e quindi passati per la concretezza del mondo. Non si tratta di discutere su Dio o non Dio fuori di questa concretezza a cui ci si può aprire. Se la discussione si fa fuori di questa apertura, temo che ci si trovi in una posizione nietzscheana-tartagliesca. Invece su quell’apertura alla compresenza (Cristo concretamente moltiplicato per tutti gli esseri nati) si possono impostare categorie religiose, e si può trovare molto di Dio nella parte della compresenza, escludendo però il vecchio tipo del rapporto a due con Dio, che produce l’idea della salvezza di alcuni, e della proprietà privata come cose assolute.

Agli amici. Lettere 1947 - 1968, Edizioni dell'asino, 2011

8.7.18

“Il vero amore si rivela nella discrezione e nella modestia”. Una lettera di Karl Marx

Palermo, 5 maggio, 2018 - "Buon compleanno, Marx"
A Palermo il 5 maggio scorso, con la regia di Piero Violante e Gabriello Montemagno, l'Istituto Gramsci Siciliano ha promosso e ospitato, nella sua sede, una festa insieme seria e gioiosa, creativa e ironica per il duecentesimo compleanno dell'autore del Capitale. 
Inframmezzate da acconce e brevi performance musicali, dai partecipanti che lo volessero si sono lette pagine del rivoluzionario di Treviri liberamente scelte. Alla fine una sorta di processione nello spazio dei Cantieri Culturali della Zisa: lo sventolare di fazzoletti rossi, la band che suona l'Internazionale e, al centro, un bel ritratto di Marx con la barba.
La scelta dei testi ha toccato molti aspetti della ricerca del festeggiato, tanto nella sua ricchezza quanto nelle sue contraddizioni. Io ho proposto un testo privato, una lettera, per evidenziare le piccole debolezze dell'uomo, come vaccino contro ogni residua forma di monumentalizzazione. 
È uno strano Marx quello che viene fuori dalla lettera che anche qui "posto", geloso della figlia, preoccupato della corte di Lafargue, che poi l'avrebbe sposata, diffidente e attento al denaro, un po' conservatore si direbbe; ma tutto ciò non sminuisce affatto la forza del suo genio, la profondità dei suoi sondaggi, l'attualità della sua critica sovversiva all'economia politica e ai rapporti sociali dominati dal capitale. (S.L.L.)
Karl e Jenny Marx con le figlie e Friedrich Engels

A PAUL LAFARGUE, LONDRA

Londra, 13 agosto 1866

Mio caro Lafargue,
mi permetta le seguenti osservazioni: 
1 - Se Lei intende continuare i Suoi rapporti con mia figlia, dovrà abbandonare il Suo modo «di farle la corte». Lei sa benissimo che non c’è ancora nessuna promessa di matrimonio, e che tutto è ancora in sospeso. Ma anche se essa fosse Sua fidanzata in piena regola, Lei non dovrebbe dimenticare che si tratta di una questione assai lunga. Le abitudini di rapporti troppo confidenziali sono tanto più fuori luogo, in quanto le due persone che si amano abiteranno, per un periodo necessariamente prolungato di rigorosa prova e purificazione, nella stessa località. Ho osservato con spavento i cambiamenti nel Suo comportamento da un giorno all’altro durante il periodo geologico di una sola settimana. Secondo il mio parere il vero amore si rivela nella discrezione, modestia e anzi timidezza dell’innamorato davanti al suo idolo, ma niente affatto in eccessi sentimentali e in confidenze premature. Se lei si richiama al Suo temperamento di creolo, è mio dovere interpormi col mio buon senso tra il Suo temperamento e mia figlia. Nel caso che il Suo amore non fosse in grado di manifestarsi nella forma corrispondente al parallelo di Londra, bisognerà che si rassegni ad amare da lontano. Non c’è bisogno che io mi spieghi ancora. 
2 - Prima di regolare definitivamente i Suoi rapporti con Laura bisogna che io sia perfettamente in chiaro sulla Sua situazione economica. Mia figlia crede che io sappia tutto sui Suoi affari. Ma si sbaglia. Non ho posto in discussione queste faccende, perché, a parer mio, sarebbe stato Suo compito prendere l’iniziativa. Lei sa che io ho sacrificato tutto il mio patrimonio alla lotta per la rivoluzione. Non mi dispiace di averlo fatto. Al contrario. Se dovessi cominciare di nuovo la mia vita, farei lo stesso. Con la sola differenza che non mi sposerei. Per quanto è in mio potere, voglio proteggere mia figlia dalle difficoltà a causa delle quali è naufragata la vita di sua madre. Poiché questa faccenda, senza il mio contributo diretto (una debolezza da parte mia!) e senza l’influenza che la mia amicizia per Lei ha avuto sul comportamento di mia figlia non si sarebbe mai spinta fino a questo punto, mi trovo sotto il peso di una grave responsabilità personale. Per quanto riguarda la Sua situazione in questo momento, le informazioni, che non ho preso direttamente ma che he avuto per caso, non sono affatto tranquillizzanti. Ma lasciamo andare. Per quanto riguarda la Sua posizione generale, io so che Lei è ancora studente, che la Sua carriera in Francia è praticamente fallita per i fatti di Liegi, che non conosce ancora la lingua, presupposto indispensabile per la Sua acclimatizzazione in Inghilterra, e che le Sue possibilità sono nel migliore dei casi assai problematiche. Mi sono potuto convincere osservandola, che Lei non è laborioso di natura, nonostante certi momenti di febbrile attività e la buona volontà. Date queste circostanze, Lei ha bisogno dell’aiuto altrui per intraprendere insieme a mia figlia il cammino della vita in comune. Della Sua famiglia non so assolutamente nulla. Nel caso si trovasse in condizioni facoltose, ciò non dimostra ancora che la Sua famiglia sarebbe disposta a sacrificarsi per Lei. Io non so neppure come la Sua famiglia consideri il Suo progetto di matrimonio. Per me, lo ripeto, è necessario un chiarimento positivo di tutte queste questioni. Del resto, Lei, che si dichiara realista, non potrà attendersi che io mi comporti come un idealista per quanto riguarda l’avvenire di mia figlia. Un uomo positivo come Lei, che vorrebbe abolire la poesia, non vorrà fare della poesia a spese di mia figlia. 
3 - Per prevenire qualsiasi interpretazione errata di questa lettera attiro la Sua attenzione sul fatto che, nel caso Ella provasse la tentazione di concludere il matrimonio oggi, ciò non Le riuscirà. Mia figlia si rifiuterebbe. Io protesterei. Bisogna che Lei abbia fatto qualcosa nella vita, prima di poter pensare al matrimonio, e ci vorrà un lungo periodo di prova per Lei e per Laura. 
4 - Vorrei che questa lettera restasse tra di noi. Attendo la sua risposta.
Suo Karl Marx

22.6.18

Schedatura etnica: l'impronta del razzismo da Maroni a Salvini. Una lettera di Dijana Pavlovic, di 10 anni fa.


Che questo sia il governo del rinnovamento, come annunciato dall'esile Di Maio e come – con voce più robusta – proclama il ministro degli Interni Salvini, il sedicente “uomo nuovo” che si candida a “Uomo Forte”, è prima di tutto una balla.
Esattamente 10 fa, inaugurando un nuovo governo di destra il leghista Maroni, ministro degli Interni dell'epoca, tentò di guadagnare una facile popolarità, minacciando fuoco e fiamme contro i campi nomadi e promettendo - tra l'altro - un censimento dei rom, motivato con la necessità di “difendere i bambini”.
Di questo parla il testo che segue, la lettera che Dijana Pavlovic, una brava attrice, jugoslava per nascita, di etnia rom, attivista per i diritti civili, inviò al ministro Maroni dalle colonne de “l'Unità”. Sembra scritta oggi. Se si sostituisce il nome di Maroni con quello di Salvini, tutto fila. (S.L.L.)

Egregio signor Maroni, ministro dell'Interno,
Lei annuncia che verranno «censiti» i bambini rom, ma ci rassicura non sarà una «schedatura etnica», un semplice «censimento che riguarderà tutti i nomadi che vivono in Italia, minori compresi».
Che io sappia, quando si fa un censimento questo riguarda tutti i cittadini dello Stato, lo si fa secondo certe modalità uguali per tutti e con finalità chiare a tutti. Ma Lei per censimento intende forse entrare in un campo con 70 poliziotti, carabinieri, vigili urbani in assetto antisommossa e un furgone della polizia scientifica per rilevare le impronte digitali alle cinque di mattina della famiglia Bezzecchi, 35 cittadini italiani, senza precedenti penali?
Questo è ben altra cosa. Si chiama schedatura etnica e lo sappiamo bene perché l'abbiamo già vissuto nel passato. E dunque è in atto una schedatura su base etnica che vuol dire che si sta creando un archivio parallelo. A cosa servirà l'archivio Rom? Nel passato, l'archivio che aveva creato l'«Ufficio di polizia per zingari» di Monaco, che aveva schedato ed arrestato più di 30.000 Rom tra il '35 e il '38, è passato all'Rkpa di Berlino, cioè alla Centrale di polizia criminale del Reich, sotto il controllo diretto di Himmler, il quale l'8 dicembre '38 ha emanato il Zigeunererlass, decreto fondamentale nella storia dello sterminio zingaro, perché ha stabilito che, «in base all'esperienza e alle ricerche biologico-razziali, la questione zingara andava considerata una questione di razza».
Ma, se possibile, mi inquieta di più il Suo annuncio che i primi a essere schedati saranno i minori e se sorpresi a elemosinare saranno sottratti ai loro genitori. Un vero e proprio atto di violenza e discriminazione che nessuna questione di sicurezza può giustificare, tanto più se si considera che dei 152.000 rom presenti in Italia, secondo lo stesso ministero degli Interni, la metà ha meno di 16 anni. Senza tener conto che in Italia sotto i 14 anni non si è punibili e che in questo modo si criminalizza un intero popolo, senza distinzione.
Come accade con gli adulti, così anche le migliaia di bambini Rom che vanno a scuola, che cercano faticosamente di aprirsi una strada verso un futuro «normale», per Lei sono pericolosissimi criminali da schedare e da tenere d'occhio. Non è anticostituzionale, illegale e contro la Convenzione dell'ONU sui diritti dei fanciulli? Ma a Lei dovrebbe importare della legge e del diritto, oppure è solo importante solleticare il ventre del Suo popolo? Prendersela con dei bambini, anche se rubano o chiedono l'elemosina è molto più facile che avere a che fare con la più potente organizzazione criminale, la 'ndrangheta, che è padrona del territorio negli ordinati vialetti della sua Varese, come in tutta la Lombardia e il nord Italia. Secondo i dati della commissione antimafia e dell'Eurispes questi bravi adulti hanno un fatturato annuo di 36 miliardi di euro (altro che finanziarie di Tremonti), tra traffico di droga, appalti, traffico d'armi e altri sciocchezze certo molto meno gravi dei furtarelli di qualche ragazzino. Ma questo avveniva anche pochi anni fa: cosa c'era di più facile di prendersela con ebrei e zingari? Nessuno di loro reagiva e l'ORDINE era garantito.
Certo, Lei quando ci annuncia queste cose, sorridendo serafico dai salotti tv parlando di sicurezza, forse non pensa ai forni crematori che invece molti Suoi simpatici seguaci in camicia verde invocano impunemente nelle ronde e negli agguati agli «zingari», ma forse a nuove forme di campi di concentramento sì. Mi fa venire i brividi la Sua rassicurazione che questo serve a garantire ai bambini rom «condizioni dignitose» in piena attuazione dei patti di sicurezza di alcune città. In questi ghetti moderni uomini, donne e bambini di etnia rom, che siano cittadini italiani, comunitari o no, verranno sottoposti alla segregazione di un regime speciale che viola qualunque norma di diritto, di umanità e perfino di buon senso e nega un futuro dignitoso ai nostri bambini.

"l'Unità", 27 giugno 2008

30.5.18

Le guerre sante. Passione e ragione (Umberto Eco)


"E' proprio nei momenti di smarrimento che bisogna sapere usare l'arma dell'analisi e della critica, delle nostre superstizioni come di quelle altrui".
Un grande articolo di Umberto Eco, scritto nel clima di “scontro di civiltà” suscitato dalla strage delle Torri Gemelle. Sandro Portelli scrisse che questo articolo, che riusciva a dire cose elementari e difficili insieme, in conseguenza di un ragionare complesso, andava fatto circolare contro i veleni ignoranti che venivano all'epoca sparsi. 
Credo che quelle considerazioni valgano ancora oggi e che un articolo siffatto aiuti a misurare la grandezza eccezionale e tuttora sottovalutata di Umberto Eco, il più grande illuminista italiano del nostro tempo. (S.L.L.)


Che qualcuno abbia, nei giorni scorsi, pronunciato parole inopportune sulla superiorità della cultura occidentale, sarebbe un fatto secondario. È secondario che qualcuno dica una cosa che ritiene giusta ma nel momento sbagliato, ed è secondario che qualcuno creda a una cosa ingiusta o comunque sbagliata, perché il mondo è pieno di gente che crede a cose ingiuste e sbagliate, persino un signore che si chiama Bin Laden, che forse è più ricco del nostro presidente del Consiglio e ha studiato in migliori università.
Quello che non è secondario, e che deve preoccupare un poco tutti, politici, leader religiosi, educatori, è che certe espressioni, o addirittura interi e appassionati articoli che in qualche modo le hanno legittimate, diventino materia di discussione generale, occupino la mente dei giovani, e magari li inducano a conclusioni passionali dettate dall'emozione del momento. Mi preoccupo dei giovani perché tanto, ai vecchi, la testa non la si cambia più. Tutte le guerre di religione che hanno insanguinato il mondo per secoli sono nate da adesioni passionali a contrapposizioni semplicistiche, come Noi e gli Altri, buoni e cattivi, bianchi e neri. Se la cultura occidentale si è dimostrata feconda (non solo dall'Illuminismo a oggi ma anche prima, quando il francescano Ruggero Bacone invitava a imparare le lingue perché abbiamo qualcosa da apprendere anche dagli infedeli) è anche perché si è sforzata di "sciogliere", alla luce dell'indagine e dello spirito critico, le semplificazioni dannose. Naturalmente non lo ha fatto sempre, perché fanno parte della storia della cultura occidentale anche Hitler, che bruciava i libri, condannava l'arte "degenerata", uccideva gli appartenenti alle razze "inferiori", o il fascismo che mi insegnava a scuola a recitare "Dio stramaledica gli inglesi" perché erano "il popolo dei cinque pasti" e dunque dei ghiottoni inferiori all'italiano parco e spartano.
Ma sono gli aspetti migliori della nostra cultura quelli che dobbiamo discutere coi giovani, e di ogni colore, se non vogliamo che crollino nuove torri anche nei giorni che essi vivranno dopo di noi. Un elemento di confusione è che spesso non si riesce a cogliere la differenza tra l'identificazione con le proprie radici, il capire chi ha altre radici e il giudicare ciò che è bene o male. Quanto a radici, se mi chiedessero se preferirei passare gli anni della pensione in un paesino del Monferrato, nella maestosa cornice del parco nazionale dell'Abruzzo o nelle dolci colline del senese, sceglierei il Monferrato. Ma ciò non comporta che giudichi altre regioni italiane inferiori al Piemonte. Quindi se, con le sue parole (pronunciate per gli occidentali ma cancellate per gli arabi), il presidente del Consiglio voleva dire che preferisce vivere ad Arcore piuttosto che a Kabul, e farsi curare in un ospedale milanese piuttosto che in uno di Bagdad, sarei pronto a sottoscrivere la sua opinione (Arcore a parte). E questo anche se mi dicessero che a Bagdad hanno istituito l'ospedale più attrezzato del mondo: a Milano mi troverei più a casa mia, e questo influirebbe anche sulle mie capacità di ripresa.
Le radici possono essere anche più ampie di quelle regionali o nazionali. Preferirei vivere a Limoges, tanto per dire, che a Mosca. Ma come, Mosca non è una città bellissima? Certamente, ma a Limoges capirei la lingua. Insomma, ciascuno si identifica con la cultura in cui è cresciuto e i casi di trapianto radicale, che pure ci sono, sono una minoranza. Lawrence d'Arabia si vestiva addirittura come gli arabi, ma alla fine è tornato a casa propria.

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Passiamo ora al confronto di civiltà, perché è questo il punto. L'Occidente, sia pure e spesso per ragioni di espansione economica, è stato curioso delle altre civiltà. Molte volte le ha liquidate con disprezzo: i greci chiamavano barbari, e cioè balbuzienti, coloro che non parlavano la loro lingua e dunque era come se non parlassero affatto. Ma dei greci più maturi come gli stoici (forse perché alcuni di loro erano di origine fenicia) hanno ben presto avvertito che i barbari usavano parole diverse da quelle greche, ma si riferivano agli stessi pensieri. Marco Polo ha cercato di descrivere con grande rispetto usi e costumi cinesi, i grandi maestri della teologia cristiana medievale cercavano di farsi tradurre i testi dei filosofi, medici e astrologi arabi, gli uomini del Rinascimento hanno persino esagerato nel loro tentativo di ricuperare perdute saggezze orientali, dai Caldei agli Egizi, Montesquieu ha cercato di capire come un persiano potesse vedere i francesi, e antropologi moderni hanno condotto i loro primi studi sui rapporti dei salesiani, che andavano sì presso i Bororo per convertirli, se possibile, ma anche per capire quale fosse il loro modo di pensare e di vivere - forse memori del fatto che missionari di alcuni secoli prima non erano riusciti a capire le civiltà amerindie e ne avevano incoraggiato lo sterminio.
Ho nominato gli antropologi. Non dico cosa nuova se ricordo che, dalla metà del XIX secolo in avanti, l'antropologia culturale si è sviluppata come tentativo di sanare il rimorso dell'Occidente nei confronti degli Altri, e specialmente di quegli Altri che erano definiti selvaggi, società senza storia, popoli primitivi. L'Occidente coi selvaggi non era stato tenero: li aveva "scoperti", aveva tentato di evangelizzarli, li aveva sfruttati, molti ne aveva ridotto in schiavitù, tra l'altro con l'aiuto degli arabi, perché le navi degli schiavi venivano scaricate a New Orleans da raffinati gentiluomini di origine francese, ma stivate sulle coste africane da trafficanti musulmani. L'antropologia culturale (che poteva prosperare grazie all'espansione coloniale) cercava di riparare ai peccati del colonialismo mostrando che quelle culture "altre" erano appunto delle culture, con le loro credenze, i loro riti, le loro abitudini, ragionevolissime del contesto in cui si erano sviluppate, e assolutamente organiche, vale a dire che si reggevano su una loro logica interna. Il compito dell'antropologo culturale era di dimostrare che esistevano delle logiche diverse da quelle occidentali, e che andavano prese sul serio, non disprezzate e represse.
Questo non voleva dire che gli antropologi, una volta spiegata la logica degli Altri, decidessero di vivere come loro; anzi, tranne pochi casi, finito il loro pluriennale lavoro oltremare se ne tornavano a consumare una serena vecchiaia nel Devonshire o in Piccardia. Però leggendo i loro libri qualcuno potrebbe pensare che l'antropologia culturale sostenga una posizione relativistica, e affermi che una cultura vale l' altra. Non mi pare sia così. Al massimo l' antropologo ci diceva che, sino a che gli Altri se ne stavano a casa propria, bisognava rispettare il loro modo di vivere.

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La vera lezione che si deve trarre dall'antropologia culturale è piuttosto che, per dire se una cultura è superiore a un'altra, bisogna fissare dei parametri. Un conto è dire che cosa sia una cultura e un conto dire in base a quali parametri la giudichiamo. Una cultura può essere descritta in modo passabilmente oggettivo: queste persone si comportano così, credono negli spiriti o in un'unica divinità che pervade di sé tutta la natura, si uniscono in clan parentali secondo queste regole, ritengono che sia bello trafiggersi il naso con degli anelli (potrebbe essere una descrizione della cultura giovanile in Occidente), ritengono impura la carne di maiale, si circoncidono, allevano i cani per metterli in pentola nei dì festivi o, come ancor dicono gli americani dei francesi, mangiano le rane.
L'antropologo ovviamente sa che l'obiettività viene sempre messa in crisi da tanti fattori. L'anno scorso sono stato nei paesi Dogon e ho chiesto a un ragazzino se fosse musulmano. Lui mi ha risposto, in francese, «no, sono animista». Ora, credetemi, un animista non si definisce animista se non ha almeno preso un diploma alla Ecole des Hautes Études di Parigi, e quindi quel bambino parlava della propria cultura così come gliela avevano definita gli antropologi. Gli antropologi africani mi raccontavano che quando arriva un antropologo europeo i Dogon, ormai scafatissimi, gli raccontano quello che aveva scritto tanti anni fa un antropologo, Griaule (al quale però, così almeno asserivano gli amici africani colti, gli informatori indigeni avevano raccontato cose abbastanza slegate tra loro che poi lui aveva riunito in un sistema affascinante ma di dubbia autenticità). Tuttavia, fatta la tara di tutti i malintesi possibili, di una cultura Altra si può avere una descrizione abbastanza "neutra".
I parametri di giudizio sono un'altra cosa, dipendono dalle nostre radici, dalle nostre preferenze, dalle nostre abitudini, dalle nostre passioni, da un nostro sistema di valori. Facciamo un esempio. Riteniamo noi che il prolungare la vita media da quaranta a ottant'anni sia un valore? Io personalmente lo credo, però molti mistici potrebbero dirmi che, tra un crapulone che campa ottant'anni e san Luigi Gonzaga che ne campa ventitré, è il secondo che ha avuto una vita più piena. Ma ammettiamo che l'allungamento della vita sia un valore: se è così la medicina e la scienza occidentale sono certamente superiori a molti altri saperi e pratiche mediche. Crediamo che lo sviluppo tecnologico, l'espansione dei commerci, la rapidità dei trasporti siano un valore? Moltissimi la pensano così, e hanno diritto di giudicare superiore la nostra civiltà tecnologica. Ma, proprio all'interno del mondo occidentale, ci sono coloro che reputano valore primario una vita in armonia con un ambiente incorrotto, e dunque sono pronti a rinunciare ad aerei, automobili, frigoriferi, per intrecciare canestri e muoversi a piedi di villaggio in villaggio, pur di non avere il buco dell' ozono. E dunque vedete che, per definire una cultura migliore dell'altra, non basta descriverla (come fa l' antropologo) ma occorre il richiamo a un sistema di valori a cui riteniamo di non potere rinunciare. Solo a questo punto possiamo dire che la nostra cultura, per noi, è migliore.

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In questi giorni si è assistito a varie difese di culture diverse in base a parametri discutibili. Proprio l'altro giorno leggevo una lettera a un grande quotidiano dove si chiedeva sarcasticamente come mai i premi Nobel vanno solo agli occidentali e non agli orientali. A parte il fatto che si trattava di un ignorante che non sapeva quanti premi Nobel per la letteratura sono andati a persone di pelle nera e a grandi scrittori islamici, a parte che il premio Nobel per la fisica del 1979 è andato a un pakistano che si chiama Abdus Salam, affermare che riconoscimenti per la scienza vanno naturalmente a chi lavora nell'ambito della scienza occidentale è scoprire l'acqua calda, perché nessuno ha mai messo in dubbio che la scienza e la tecnologia occidentali siano oggi all'avanguardia. All'avanguardia di cosa? Della scienza e della tecnologia.
Quanto è assoluto il parametro dello sviluppo tecnologico? Il Pakistan ha la bomba atomica e l' Italia no. Dunque noi siamo una civiltà inferiore? Meglio vivere a Islamabad che ad Arcore? I sostenitori del dialogo ci richiamano al rispetto del mondo islamico ricordando che ha dato uomini come Avicenna (che tra l'altro è nato a Buchara, non molto lontano dall'Afghanistan) e Averroè - ed è un peccato che si citino sempre questi due, come fossero gli unici, e non si parli di Al Kindi, Avenpace, Avicebron, Ibn Tufayl, o di quel grande storico del XIV secolo che fu Ibn Khaldun, che l'Occidente considera addirittura l'iniziatore delle scienze sociali. Ci ricordano che gli arabi di Spagna coltivavano geografia, astronomia, matematica o medicina quando nel mondo cristiano si era molto più indietro.
Tutte cose verissime, ma questi non sono argomenti, perché a ragionare così si dovrebbe dire che Vinci, nobile comune toscano, è superiore a New York, perché a Vinci nasceva Leonardo quando a Manhattan quattro indiani stavano seduti per terra ad aspettare per più di centocinquant'anni che arrivassero gli olandesi a comperargli l'intera penisola per ventiquattro dollari. E invece no, senza offesa per nessuno, oggi il centro del mondo è New York e non Vinci.
Le cose cambiano. Non serve ricordare che gli arabi di Spagna erano assai tolleranti con cristiani ed ebrei mentre da noi si assalivano i ghetti, o che il Saladino, quando ha riconquistato Gerusalemme, è stato più misericordioso coi cristiani di quanto non fossero stati i cristiani con i saraceni quando Gerusalemme l'avevano conquistata. Tutte cose esatte, ma nel mondo islamico ci sono oggi regimi fondamentalisti e teocratici che i cristiani non li tollerano e Bin Laden non è stato misericordioso con New York. La Battriana è stato un incrocio di grandi civiltà, ma oggi i talebani prendono a cannonate i Buddha. Di converso, i francesi hanno fatto il massacro della Notte di San Bartolomeo, ma questo non autorizza nessuno a dire che oggi siano dei barbari.
Non andiamo a scomodare la storia perché è un'arma a doppio taglio. I turchi impalavano (ed è male) ma i bizantini ortodossi cavavano gli occhi ai parenti pericolosi e i cattolici bruciavano Giordano Bruno; i pirati saraceni ne facevano di cotte e di crude, ma i corsari di sua maestà britannica, con tanto di patente, mettevano a fuoco le colonie spagnole nei carabi; Bin Laden e Saddam Hussein sono nemici feroci della civiltà occidentale, ma all'interno della civiltà occidentale abbiamo avuto signori che si chiamavano Hitler o Stalin (Stalin era così cattivo che è sempre stato definito come orientale, anche se aveva studiato in seminario e letto Marx). No, il problema dei parametri non si pone in chiave storica, bensì in chiave contemporanea. Ora, una delle cose lodevoli delle culture occidentali (libere e pluralistiche, e questi sono i valori che noi riteniamo irrinunciabili) è che si sono accorte da gran tempo che la stessa persona può essere portata a manovrare parametri diversi, e mutuamente contraddittori, su questioni differenti.
Per esempio si reputa un bene l'allungamento della vita e un male l'inquinamento atmosferico, ma avvertiamo benissimo che forse, per avere i grandi laboratori in cui si studia l'allungamento della vita, occorre avere un sistema di comunicazioni e rifornimento energetico che poi, dal canto proprio, produce l'inquinamento. La cultura occidentale ha elaborato la capacità di mettere liberamente a nudo le sue proprie contraddizioni. Magari non le risolve, ma sa che ci sono, e lo dice. In fin dei conti tutto il dibattito su globale-sì e globale-no sta qui, tranne che per le tute nere spaccatutto: come è sopportabile una quota di globalizzazione positiva evitando i rischi e le ingiustizie della globalizzazione perversa, come si può allungare la vita anche ai milioni di africani che muoiono di Aids (e nel contempo allungare anche la nostra) senza accettare una economia planetaria che fa morire di fame gli ammalati di Aids e fa ingoiare cibi inquinati a noi? Ma proprio questa critica dei parametri, che l'Occidente persegue e incoraggia, ci fa capire come la questione dei parametri sia delicata.
E' giusto e civile proteggere il segreto bancario? Moltissimi ritengono di sì. Ma se questa segretezza permette ai terroristi di tenere i loro soldi nella City di Londra? Allora, la difesa della cosiddetta privacy è un valore positivo o dubbio? Noi mettiamo continuamente in discussione i nostri parametri. Il mondo occidentale lo fa a tal punto che consente ai propri cittadini di rifiutare come positivo il parametro dello sviluppo tecnologico e di diventare buddisti o di andare a vivere in comunità dove non si usano i pneumatici, neppure per i carretti a cavalli. La scuola deve insegnare ad analizzare e discutere i parametri su cui si reggono le nostre affermazioni passionali.

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Il problema che l' antropologia culturale non ha risolto è cosa si fa quando il membro di una cultura, i cui principi abbiamo magari imparato a rispettare, viene a vivere in casa nostra. In realtà la maggior parte delle reazioni razziste in Occidente non è dovuta al fatto che degli animisti vivano nel Mali (basta che se ne stiano a casa propria, dice infatti la Lega), ma che gli animisti vengano a vivere da noi. E passi per gli animisti, o per chi vuole pregare in direzione della Mecca, ma se vogliono portare il chador, se vogliono infibulare le loro ragazze, se (come accade per certe sette occidentali) rifiutano le trasfusioni di sangue ai loro bambini ammalati, se l'ultimo mangiatore d'uomini della Nuova Guinea (ammesso che ci sia ancora) vuole emigrare da noi e farsi arrosto un giovanotto almeno ogni domenica?
Sul mangiatore d'uomini siamo tutti d'accordo, lo si mette in galera (ma specialmente perché non sono un miliardo), sulle ragazze che vanno a scuola col chador non vedo perché fare tragedie se a loro piace così, sulla infibulazione il dibattito è invece aperto (c'è persino chi è stato così tollerante da suggerire di farle gestire dalle unità sanitarie locali, così l'igiene è salva), ma cosa facciamo per esempio con la richiesta che le donne musulmane possano essere fotografate sul passaporto col velo? Abbiamo delle leggi, uguali per tutti, che stabiliscono dei criteri di identificazione dei cittadini, e non credo si possa deflettervi. Io quando ho visitato una moschea mi sono tolto le scarpe, perché rispettavo le leggi e le usanze del paese ospite. Come la mettiamo con la foto velata? Credo che in questi casi si possa negoziare. In fondo le foto dei passaporti sono sempre infedeli e servono a quel che servono, si studino delle tessere magnetiche che reagiscono all' impronta del pollice, chi vuole questo trattamento privilegiato ne paghi l' eventuale sovrapprezzo. E se poi queste donne frequenteranno le nostre scuole potrebbero anche venire a conoscenza di diritti che non credevano di avere, così come molti occidentali sono andati alle scuole coraniche e hanno deciso liberamente di farsi musulmani. Riflettere sui nostri parametri significa anche decidere che siamo pronti a tollerare tutto, ma che certe cose sono per noi intollerabili.

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L' Occidente ha dedicato fondi ed energie a studiare usi e costumi degli Altri, ma nessuno ha mai veramente consentito agli Altri di studiare usi e costumi dell' Occidente, se non nelle scuole tenute oltremare dai bianchi, o consentendo agli Altri più ricchi di andare a studiare a Oxford o a Parigi - e poi si vede cosa succede, studiano in Occidente e poi tornano a casa a organizzare movimenti fondamentalisti, perché si sentono legati ai loro compatrioti che quegli studi non li possono fare (la storia è peraltro vecchia, e per l' indipendenza dell' India si sono battuti intellettuali che avevano studiato con gli inglesi). Antichi viaggiatori arabi e cinesi avevano studiato qualcosa dei paesi dove tramonta il sole, ma sono cose di cui sappiamo abbastanza poco. Quanti antropologi africani o cinesi sono venuti a studiare l' Occidente per raccontarlo non solo ai propri concittadini, ma anche a noi, dico raccontare a noi come loro ci vedono? Esiste da alcuni anni una organizzazione internazionale chiamata Transcultura che si batte per una "antropologia alternativa". Ha condotto studiosi africani che non erano mai stati in Occidente a descrivere la provincia francese e la società bolognese, e vi assicuro che quando noi europei abbiamo letto che due delle osservazioni più stupite riguardavano il fatto che gli europei portano a passeggio i loro cani e che in riva al mare si mettono nudi - beh, dico, lo sguardo reciproco ha incominciato a funzionare da ambo le parti, e ne sono nate discussioni interessanti. In questo momento, in vista di un convegno finale che si svolgerà a Bruxelles a novembre, tre cinesi, un filosofo, un antropologo e un artista, stanno terminando il loro viaggio di Marco Polo alla rovescia, salvo che anziché limitarsi a scrivere il loro Milione registrano e filmano. Alla fine non so cosa le loro osservazioni potranno spiegare ai cinesi, ma so che cosa potranno spiegare anche a noi. Immaginate che fondamentalisti musulmani vengano invitati a condurre studi sul fondamentalismo cristiano (questa volta non c' entrano i cattolici, sono protestanti americani, più fanatici di un ayatollah, che cercano di espungere dalle scuole ogni riferimento a Darwin). Bene, io credo che lo studio antropologico del fondamentalismo altrui possa servire a capire meglio la natura del proprio. Vengano a studiare il nostro concetto di guerra santa (potrei consigliare loro molti scritti interessanti, anche recenti) e forse vedrebbero con occhio più critico l' idea di guerra santa in casa loro. In fondo noi occidentali abbiamo riflettuto sui limiti del nostro modo di pensare proprio descrivendo la pensée sauvage.

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Uno dei valori di cui la civiltà occidentale parla molto è l'accettazione delle differenze. Teoricamente siamo tutti d' accordo, è politically correct dire in pubblico di qualcuno che è gay, ma poi a casa si dice ridacchiando che è un frocio. Come si fa a insegnare l' accettazione della differenza? L'Academie Universelle des Cultures ha messo in linea un sito dove si stanno elaborando materiali su temi diversi (colore, religione, usi e costumi e così via) per gli educatori di qualsiasi paese che vogliano insegnare ai loro scolari come si accettano coloro che sono diversi da loro. Anzitutto si è deciso di non dire bugie ai bambini, affermando che tutti siamo uguali. I bambini si accorgono benissimo che alcuni vicini di casa o compagni di scuola non sono uguali a loro, hanno una pelle di colore diverso, gli occhi tagliati a mandorla, i capelli più ricci o più lisci, mangiano cose strane, non fanno la prima comunione. Né basta dirgli che sono tutti figli di Dio, perché anche gli animali sono figli di Dio, eppure i ragazzi non hanno mai visto una capra in cattedra a insegnargli l' ortografia. Dunque bisogna dire ai bambini che gli esseri umani sono molto diversi tra loro, e spiegare bene in che cosa sono diversi, per poi mostrare che queste diversità possono essere una fonte di ricchezza. Il maestro di una città italiana dovrebbe aiutare i suoi bambini italiani a capire perché altri ragazzi pregano una divinità diversa, o suonano una musica che non sembra il rock. Naturalmente lo stesso deve fare un educatore cinese con bambini cinesi che vivono accanto a una comunità cristiana. Il passo successivo sarà mostrare che c' è qualcosa in comune tra la nostra e la loro musica, e che anche il loro Dio raccomanda alcune cose buone. Obiezione possibile: noi lo faremo a Firenze, ma poi lo faranno anche a Kabul? Bene, questa obiezione è quanto di più lontano possa esserci dai valori della civiltà occidentale. Noi siamo una civiltà pluralistica perché consentiamo che a casa nostra vengano erette delle moschee, e non possiamo rinunciarvi solo perché a Kabul mettono in prigione i propagandisti cristiani. Se lo facessimo diventeremmo talebani anche noi. Il parametro della tolleranza della diversità è certamente uno dei più forti e dei meno discutibili, e noi giudichiamo matura la nostra cultura perché sa tollerare la diversità, e barbari quegli stessi appartenenti alla nostra cultura che non la tollerano. Punto e basta. Altrimenti sarebbe come se decidessimo che, se in una certa area del globo ci sono ancora cannibali, noi andiamo a mangiarli così imparano. Noi speriamo che, visto che permettiamo le moschee a casa nostra, un giorno ci siano chiese cristiane o non si bombardino i Buddha a casa loro. Questo se crediamo nella bontà dei nostri parametri.

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Molta è la confusione sotto il cielo. Di questi tempi avvengono cose molto curiose. Pare che difesa dei valori dell' Occidente sia diventata una bandiera della destra, mentre la sinistra è come al solito filo islamica. Ora, a parte il fatto che c' è una destra e c' è un cattolicesimo integrista decisamente terzomondista, filoarabo e via dicendo, non si tiene conto di un fenomeno storico che sta sotto gli occhi di tutti. La difesa dei valori della scienza, dello sviluppo tecnologico e della cultura occidentale moderna in genere è stata sempre una caratteristica delle ali laiche e progressiste. Non solo, ma a una ideologia del progresso tecnologico e scientifico si sono richiamati tutti i regimi comunisti. Il Manifesto del 1848 si apre con un elogio spassionato dell' espansione borghese; Marx non dice che bisogna invertire la rotta e passare al modo di produzione asiatico, dice solo che questi di questi valori e di questi successi si debbono impadronire i proletari. Di converso è sempre stato il pensiero reazionario (nel senso più nobile del termine), almeno a cominciare col rifiuto della rivoluzione francese, che si è opposto all'ideologia laica del progresso affermando che si deve tornare ai valori della Tradizione. Solo alcuni gruppi neonazisti si rifanno a una idea mitica dell'Occidente e sarebbero pronti a sgozzare tutti i musulmani a Stonehenge. I più seri tra i pensatori della Tradizione (tra cui anche molti che votano Alleanza Nazionale) si sono sempre rivolti, oltre che a riti e miti dei popoli primitivi, o alla lezione buddista, proprio all'Islam, come fonte ancora attuale di spiritualità alternativa. Sono sempre stati lì a ricordarci che noi non siamo superiori, bensì inariditi dall'ideologia del progresso, e che la verità dobbiamo andarla a cercare tra i mistici Sufi o tra i dervisci danzanti. E queste cose non le dico io, le hanno sempre dette loro. Basta andare in una libreria e cercare negli scaffali giusti. In questo senso a destra si sta aprendo ora una curiosa spaccatura. Ma forse è solo segno che nei momenti di grande smarrimento (e certamente viviamo uno di questi) nessuno sa più da che parte sta. Però è proprio nei momenti di smarrimento che bisogna sapere usare l'arma dell'analisi e della critica, delle nostre superstizioni come di quelle altrui. Spero che di queste cose si discuta nelle scuole, e non solo nelle conferenze stampa.

“la Repubblica”, 5 ottobre 2001

27.5.18

9 settimane e mezzo in stile Belle Epoque. Umberto Boccioni e Vittoria Colonna, un amore breve e segreto (Chiara Beria Di Argentine)

Vittoria Colonna a un ballo di beneficenza (1898

La più appassionata lettera di un amour fou rimasto segreto per quasi un secolo è datata 7 agosto 1916. Soldato di stanza a Verona nel 29° Artiglieria di campagna, il pittore futurista Umberto Boccioni scrive alla principessa romana Vittoria Colonna di Sermoneta, moglie di Leone Caetani principe di Teano, in vacanza sul Lago Maggiore nella suggestiva quiete dell’Isolino di San Giovanni, la più piccola delle Borromee: «Quello che c’è tra noi è una profonda realtà, è nato come realtà. Per quanto poco prima ci siamo conosciuti poi simpatizzato, poi... poi c’è il nostro segreto quel meraviglioso crescendo che ci ha condotto di castità in castità alla nostra casta voluttà! Oh! Le nostre notti! Il tuo pallore, il tuo smarrimento, il mio terrore la nostra infinita comunione di corpo e di spirito. Divina Mia, lo sento che mi vuoi bene, un po’ di bene, un po’ più di quando me lo misuravi con il ditino... Rammenti? Come sono tuo! Come ti sono fratello e amico, come ti ammiro, sempre, ad ogni respiro, sempre! Sempre!».
Amore e morte. È la storia di una passione bruciata dal destino in poche settimane: Boccioni, ospite nella villa sul lago dei marchesi Casanova per ritrarre il maestro Ferruccio Busoni, aveva incontrato la principessa il 6 giugno. «Un intervallo luminoso» (scriverà lei); un sogno impossibile consumato tra pergolati di rose e soffici «cuscini futuristi» nel fascino segreto e assai passatista dell’Isolino che i Borromeo affittavano ai Caetani per 5 mila lire l’anno. Rifugio anche estetico, lontano dallo sfarzo barocco dei palazzi romani per Vittoria, 35 anni, dama di bellezza e gran stirpe, dalle eccelse frequentazioni mondane nella Belle Epoque (corteggiata da Edoardo VII e dal giovane Winston Churchill, sommersa da casse di orchidee inviate dall’Aga Khan), con solo il Veronal per placare i fantasmi di una «vita scucita ed errante» con un matrimonio alla deriva e un unico figlio malato.
Boccioni soldato nel 1916 a Verona
Sensuale, magnetico, geniale e spiantato, Boccioni a 33 anni è un interventista deluso (nel 1915 con altri futuristi si era arruolato nel Battaglione lombardo dei Volontari ciclisti), un artista in tormentata ricerca di un linguaggio nuovo: «Vi ho incontrato in un momento di crisi nei metodi, negli amici, in tutto!». S’innamorano, Vittoria e Umberto, in quell’estate di guerra che decimava nel fango e nel sangue un’intera generazione. «Spenta la speranza immediata di un mondo sfavillante, ottimista e tecnologicamente avanzato (il grande sogno dei futuristi), non restava che il presente, con la sua fragile e complessa umanità», scrive Marella Caracciolo Chia in Una parentesi luminosa (dal 7 maggio in libreria per Adelphi), l’affascinante storia dell’amore segreto fra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna in un mirabile affresco, per cura e ricerca anche di profumi e dettagli, di un’epoca di perduta memoria e fascino.
Inizialmente Marella Caracciolo era stata incuriosita dalla parabola di Leone Caetani, l’aristocratico d’immensa fortuna (il feudo di famiglia s’estendeva per migliaia di ettari nella Pianura Pontina), stimato accademico dei Lincei (gli Annali dell’Islam, l’opera più apprezzata), politico riformista (nel 1911, in Parlamento, si era battuto contro l’annessione della Libia) che nel 1921 avrebbe lasciato tutto per rifugiarsi a Vernon (Canada occidentale) con una giovane donna e la loro bambina: per anni aveva invano cercato in molti archivi e fino in Canada le lettere tra il principe orientalista e Vittoria. Nell’autunno 2006, la scoperta. Prospero Colonna, nipote di un cugino della principessa, parla a Marella di un baule di lettere di Vittoria che ha da poco ritrovato e mandato alla Fondazione Cateani, in via delle Botteghe Oscure. «Sembra incredibile. Quello che avevo tanto cercato era in un palazzo nel cuore di Roma», dice l’autrice di Una parentesi luminosa, che tra migliaia di lettere scritte da Vittoria al marito in vent’anni di matrimonio (divise per anno, legate da un nastro color pervinca), inviti a feste e balli, ritrova il carteggio, 19 lettere, tra la principessa e l’artista.
Nel plico, legato da un pezzo di corda, ci sono anche foto della principessa all’Isolino e del pittore nel suo studio, un pezzo di stoffa, un ritaglio di giornale. Molto più che una semplice trama d’amore. A Vittoria il pittore descrive i contadini mandati in trincea, l’ignoranza dei sergenti, il rimpianto per quei giorni sul lago («Vedo i lumi di Stresa, il Mottarone e le isole addormentate. Vedo verde e azzurro! Sono i colori della mia pittura»). Intimità, illusioni. Il 17 agosto 1916, Umberto Boccioni muore per una banale caduta da cavallo; nel suo portafoglio l’ultima lettera, datata 6-7 agosto, dell’amante.
Mentre Leone è al fronte, la principessa, sfidando ogni convenienza, ha ospitato per una settimana Boccioni all’Isolino. Ora teme uno scandalo. Racconta all’artista che una cartolina «troppo buffa» speditale da Giacomo Balla (Boccioni l’aveva conosciuto a Roma, all’inizio del secolo) era stata intercettata dalla suocera, Ada Caetani, già sospettosa di una nuora che giudicava «terribilmente fast», di facili costumi, incapace di dare un erede sano (nel 1901 le nozze tra Leone e Vittoria avevano segnato la pace dopo 400 anni tra i due potenti casati). Poi, solo silenzio. Gli ultimi giorni di Boccioni sono segnati dal tormento. «Non ho neanche la forza di stare a cavallo... In che cosa ho mancato?», le chiede l’artista. «Anima a balzi», dirà di lui Filippo Tommaso Marinetti. «Sensibilità vulcanica. Piena inondante di un fiume geniale». Anni prima Umberto Boccioni aveva scritto: «Io credo all’amore come un’idea assoluta che si integra con il salto nell’infinito...».
Quel 17 agosto, ancora ignara della tragedia e della posta mai arrivata al «soldato lontano», la principessa Colonna lo rassicura dei suoi sentimenti; spedisce personalmente la lettera invece di affidarla al precettore di casa Cateani. Troppo tardi. «Sulla busta che ancora la contiene troviamo le parole "Arrivata dopo la sua morte"», scrive Marella Caracciolo. Il 19 agosto, Vittoria Colonna legge sul giornale la notizia della morte; va a Milano e riempie lo studio di Boccioni, a porta Romana, di fiori dell’amato Isolino. È un amico di Boccioni a recuperare le sue lettere. Vittoria Colonna muore nel 1954; a un cugino fidato lascia un baule chiuso a chiave con la disposizione di non aprirlo prima di 50 anni.
Amore romantico, amore mai svelato; unico indizio, dei fiori. Moglie di un artista di fama, Sandro Chia, Marella Caracciolo di Castagneto scrive: «Nelle mostre e nei cataloghi postumi dedicati a Umberto Boccioni troviamo spesso delle foto del suo studio milanese. Sono state scattate dopo la sua morte. Nelle stanze, bianche e luminose, notiamo la presenza di fiori secchi appoggiati qua e là sui tavoli, sui cavalletti e sulle ultime sculture in gesso, molte delle quali sono andate perdute. Oggi sappiamo che quei fiori provenivano dall’Isolino. Che li aveva portati Vittoria in un ultimo gesto di tenerezza per il suo giovane amante».

24.4.18

Considerazioni sulla pace e sul disarmo (Jorge Luis Borges e Riccardo Campa, 1984)


Nel 1984 “il manifesto” pubblicò in anteprima alcune considerazioni sul disarmo, la guerra e la pace, che la scrittore argentino Jorge Luis Borges aveva scritto a quattro mani con il suo amico e ospite Riccardo Campo, ispanista, al termine di una sua visita in Italia che aveva ottenuto il crisma dell'ufficialità grazie ad un lungo incontro con il Presidente della Repubblica italiana del tempo, l'indimenticabile Sandro Pertini. La riprendo insieme ad una nota esplicativa siglata “l.phoe”, nom de plume che non so a chi attribuire. (S.L.L.)
Juan Luis Borges e Riccardo Campa a Roma, nel 1984

La guerra ha sempre costituito un dramma per l'umanità. La guerra non è soltanto tuffetto delle pulsioni umane, "Il "precipua to storico di tendenze destinate a influenzare la storia. Essa rappresenta sempre un epilogo; e quindi una corruzio-Tutti gli esseri, nascono, vivono e muoiono: tutti gli esseri sono quindi candidati alla morte. Ma la morte è il limite della generosa impresa individuale una volta infrante le barriere di quel precario equilibrio nel quale consiste la vita.
Non si può quindi sostenere che la guerra è il compendio della defezione umana, della decadenza biologica dell’uomo perché nella guerra si manifestano in forma spesso enfatizzata quelle aspirazioni prometeiche e faustiane dell’uomo, che si illude di superare la linea divisoria del bene e del male e di sconfinare in un campo aperto privo di remore, congetture, previsioni. La guerra suborna le coscienze e le illude intorno all’autentico regime dell’assoluto: le guerre infatti si combattono all’insegna di un ideale, di un’ideologia, di un simbolo o di un pregiudizio (razziale).
La giustificazione della guerra tome metabolismo culturale (scambio di informazioni, redistribuzione delle risorse) prescinde dai propositi individuali: sembra che un demone s’impossessi di pochi uomini — o di uno solo — e questi riescano a sconvolgere con il concorso di tutti gli altri gli equilibri esistenti in un determinato momento storico.
Il demone continua a suscitare fantasmi; prorompe inconsapevole nell’etimologia della coscienza, fa razzia di ogni scrupolo etico o morale, confida nell’inganno, nell’autoinganno dell’uomo. Ognuno per un po’ di tempo si astrae, rimane assente dalla scena del mondo e agisce in prospettiva, nei recessi di una nuova immensa galassia di umori, energie, atmosfere recondite.
L’uomo della guerra si trasforma in pneuma: è alito nelle mani dell’Artefice. Si scontra con il fato, con le vestigia dell’empito creatore. La distruzione e la rinascita giacciono come idee nel grembo del tempo: l’uomo le rende evidenti, le rende palesi nei modi e nelle forme più congeniali alle sue risorse imitative. La guerra è una operazione allo specchio: tutti possono fingere con se stessi, possono accedere alla vanagloria come contrappunto dell’ozio di pochi in tempo di pace, come gestori del rivolgimento endemico dell’universo. La guerra rigenera soltanto i propositi di distruzione. Ogni dopo - guerra, infatti, è un nuovo cantiere, una nuova scalata all’Olimpo, del benessere e all’estrema atarassia. La guerra funge da alternativa all’ozio; è la sofferenza diffusa — socializzata — rispetto al valore esistenziale senechiano ed esclusivo. La guerra come democrazia della sofferenza si scontra quindi con l’aristocrazia del dolore.
Nella guerra si sono fusi infiniti embrioni di idee, si sono dissolte alcune passioni (civili) e si sono rivalutate tendenze, belluine, inconfessabili terminali di insensibilità. Tutto sembra precipitare, tutto sembra essere rimosso dal suo posto: un moto incessante s’abbatte sulle cose e le attraversa al loro interno fino a dissolverle. Il vento della steppa e la trasparenza del deserto si alleano in una lenta trasfigurazione del reale. Il guerriero s’illude di ritornare a vagire, di ritornare a cogliere i moti ciliari, le intime vibrazioni del creato; e di legiferare come un nuovo Mosè da un monte isolato sulla testa degli uomini che in basso spiano le mosse del messia e ne interpretano i segni prima ancora che siano espliciti, in una disperata corsa alla diffidenza reciproca.
Si recita di nuovo il copione dell’attesa: della manna celeste che folgora come il sospetto le menti meno proclive alla speranza.
La guerra — dice Juan Bautista Alberdi — è la perdita temporanea del giudizio, una sorta di vertigine collettiva che disgrega gli insiemi sociali esistenti nella presunzione di ricostituirli con il concorso di circostanze non ancora verificatesi. La guerra è una forma di amministrazione della «giustizia criminale»; e pertanto il culto del militarismo è un modo per falsificare la storia.
Già nella seconda metà del secolo scorso Alberdi sostiene l’inevitabilità della guerra e la necessità di renderla meno frequente, meno crudele e disastrosa. Questa previsione diventa tanto più attendibile quanto più ci si approssima all’epoca atomica, al nostro tempo, dominato dal pericolo della distruzione totale. La insostenibilità della contesa — se non in forma mimetizzata o sublimata — consente un margine all’immaginazione e all’utopia. Le stesse necessità che fomentano tradizionalmente i conflitti possono essere soddisfatte con altri meccanismi e altri criteri che non siano quelli dello scontro frontale fra belligeranti.
La tecnica ha creato un’intesa globale sul pericolo, ha già creato un’internazionale della paura, alla quale non si può rispondere che nel modo meno consueto alla valutazione dei vantaggi particolari. La sopravvivenza del genere umano è diventata un’aspirazione soggettiva. La guerra come sofisma - elusione e non risoluzione delle questioni — impone una definizione della pace che faccia astrazione del senso comune, della comune condizione del bene soggettivo in qualche modo contrapposto al bene universale.
Tutte le guerre — afferma Alberdi — pretendono d’essere difensive; di fatto non si giustificano se non come una sottovalutazione dei pericoli impliciti nella discriminazione al benessere che alcuni popoli attuano nei confronti di altri. Il mondo moderno rinuncia al rumore della gloria e a tutti quegli eccitanti giustificativi della lotta e perfino dell’individuazione del nemico.
La crisi della conoscenza, dell’unità della conoscenza e l’avvento del pluralismo conoscitivo hanno apportato un solo beneficio: hanno privato l’umanità dei tradizionali bersagli, del manicheismo concettuale e comportamentale.
La possibilità che s’intravede come benefico effetto di tale impasse è che una potenza egemone — quella a più alto livello diciamo così di coesione politica e amministrativa — corra il rischio del disarmo e obblighi moralmente la sua controparte a fare altrettanto.
Il presidente della Repubblica italiana è un grande testimone morale e un grande interprete dell’inquietudine del mondo. Egli è un autentico pacifista: qualcosa come un profeta disarmato e al tempo stesso un testimone delle aspirazioni più o meno esplicitamente espresse da un grande esercito di uomini e donne inermi, che nel lavoro quotidiano cercano il senso dell’esistenza.

IL TESTO
Una domenica Ostia Antica, leggendo Alberdi (l.phoe)
Al termine della sua visita «ufficiale» in Italia, Jorge Luis Borges ha scritto a quattro mani con il suo amico e ospite Riccardo Campa, professore universitario e ispanista, alcune considerazioni comuni sul disarmo, la guerra, la pace. Il testo, che presentiamo in anteprima, è scaturito dalla lettura di un raro volume argentino che, nel 1837, Juan Batista Alberdi ha dedicato a questi temi. Per il suo contenuto polemico e antimilitarista, il libro (che si intitolava El crimen de la Guerra), è stato a lungo proibito da tutte le dittature.
Borges ha approfittato dell’unico giorno di riposo (la domenica, trascorsa a Ostia antica con l’amico italiano e con l’infaticabile assistente Maria Kodama) per «scrivere» questo saggio «pacifista».
Lo stile del testo, lo si vede subito, non è «borgesiano». Ciò non dipende solo dal fatto che il letterato cieco è intervenuto con le sue osservazioni e riflessioni su una struttura scritta da Riccardo Campa. È piuttosto uno di quei casi in cui ci sembra giusto che il suo stile inimitabile e quindi fin troppo imitato, il culto borgesiano dell’avverbio, del paradosso, dell’esordio a sensazione e erudito, non prevarichino il contenuto. Forse «lo stile è l’uomo», ma troppo spesso leggiamo Borges come se non avesse nulla da dire al di là della scrittura, come se lo stile fosse un orpello fine a se stesso che combacia con una materia futile, preziosa e bizantina. Stavolta, anche con un’intervista che, si spera, rivelerà un pensiero inedito di Borges, possiamo andare dritti a catturare il suo messaggio, senza l’anestesia di troppe frasi «memorabili».

“il manifesto”, 20 ottobre 1984

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