24.3.12

La Tav e la locomotiva (S.L.L.)


Non so se si costruirà la linea italiana dei treni ad alta velocità in Val di Susa e, onestamente, spero che non accada; tuttavia quando immagino i convogli che potrebbero percorrere quei passaggi alpini inevitabilmente penso a un treno “pieno di signori”.
So che non c’entra niente, presumo che tutto sarà elettrificato, che persino le poltrone saranno elettriche, come certe sedie negli Stati Uniti, ma quel treno ultramoderno mi richiama alla mente il canto di Guccini e rinnova il desiderio di  “una locomotiva/ come una cosa viva/ lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.

I vivai umani del Duce. Eugenetica e bonifiche (di Frank Snowden)

“Il manifesto” del 21 giugno 2011 ha ospitato un'intervista, curata da Riccardo De Sanctis, allo storico statunitense Frank Snowden, che nei suoi libri si è occupato spesso di storia d'Italia.
Snowden nato nel 1946 attualmente insegna storia contemporanea e storia della scienza e della medicina alla Yale University. Sono molti i suoi libri “italiani”: «Violence and great estates in the South of Italy: Apulia 1900-1922», Cambridge University Press 1984 ( Violenza e latifondo nell’Italia del Sud: Puglia 190-1922); «The fascist revolution in Tuscany 1919-1922» Cambridge University Press 1989 (La rivoluzione fascista in Toscana 1919-1922); «Naples in the time of cholera 1882 -1911» Cambridge University Press 1995 (Napoli al tempo del colera 1882-1911), «The conquest of malaria 1900-1962» Yale University Press 2006. Solo quest'ultimo è stato tradotto e pubblicato in Italia (nel 2008 da Einaudi come La conquista della malaria. Una modernizzazione italiana). Riprendo qui la prima parte dell’intervista, ove si ragiona appunto di malaria e di bonifiche di regime, una ricerca tale da sconvolgere non pochi luoghi comuni sul fascismo “dittatura all’acqua di rose”  (S.L.L.)
Agro Pontino, 1935. Contadini inneggiano a Mussolini in visita.
In molti suoi libri lei si è occupato della storia italiana del Novecento. Come è nato questo interesse?
Alla fine degli anni ’50 ho abitato per un paio di anni a Roma: a quel tempo mio padre (che come il figlio si chiamava Frank Snowden ed è stato uno dei maggiori storici statunitensi della cultura africana e afroamericana – afroamericano anche lui, e fiero di esserlo, ndr) era addetto culturale all’ambasciata americana. Così ho imparato l’italiano, ho frequentato gli scout e ho perfino incontrato il papa, Pio XII, in udienza privata. La moglie di William Colby (allora direttore della Cia) veniva spesso in ambasciata ed era la mia den mother, una sorta di madrina, negli scout. Insomma, ho avuto tanti stimoli…
In seguito, studiando dottrine politiche a Harvard, mi sono reso conto che se vuoi comprendere davvero le scelte delle persone, le loro priorità, i parametri del vivere insieme, l’origine delle idee sociali e politiche, uno dei migliori metodi a disposizione è studiare le condizioni sanitarie di un paese e le problematiche che ne derivano.
Le malattie e il modo in cui vengono affrontate, l’atteggiamento individuale e collettivo (della società, delle istituzioni, dei medici) rispetto a un’epidemia, sono una fonte straordinaria di informazione: meglio di tanti altri ambiti, rivelano infatti come la gente considera gli altri e aiutano ad analizzare quella particolare società in un determinato momento.
Ho così deciso di studiare una terribile epidemia di colera, che sconvolse Napoli nel 1884: la storia drammatica di un microbo «invasore» molto esotico. Il libro è stato un successo, ma a me è venuto uno strano senso di colpa: sentivo di avere in certo senso imbrogliato, perché avevo scelto di studiare un evento eccezionale, non qualcosa che riguardasse la vita quotidiana di un popolo.
Se volevo tentare di comprendere l’Italia nella sua particolarità, dovevo scegliere qualcosa che fosse lì giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Questo mi ha portato a studiare la malaria: un grande problema sanitario per il paese, un fenomeno non solo epidemico, ma anche endemico, che avrebbe fornito un’ottima testimonianza non solo sulle condizioni sanitarie, ma anche sulle politiche governative e sul livello di vita della gente comune. Lo studio del colera era centrato su Napoli, perché lì era avvenuta quell’epidemia. Il progetto di studio sulla malaria è stato diverso, era un problema che riguardava, più o meno, quasi tutta l’Italia, così la mia ricerca è diventata uno studio nazionale.

Ancora oggi molti italiani, non necessariamente di destra, parlano della bonifica come di una grande impresa, un successo del fascismo. È d’accordo con questa lettura?
Sicuramente fu un grande successo mediatico, una riuscitissima operazione di public relations e dal punto di vista politico un’enorme affermazione di potere. Il regime era riuscito dove i governi liberali e i papi avevano fallito: dare all’Italia nuove terre, creare un’altra provincia, sconfiggere
definitivamente la malaria…
La realtà tuttavia è un’altra. Un numero sconosciuto, ma comunque sicuramente altissimo, di vittime del morbo si registrò tra gli oltre centoventimila operai fatti venire da ogni parte d’Italia, soprattutto dalle zone più povere, e inquadrati militarmente dall’Opera Nazionale Combattenti. Dopo la depressione del 1929 la quantità dei disoccupati era enorme. La manodopera a basso costo non poteva contare né su sindacati né su rappresentazione politica. I lavoratori arrivavano a migliaia alla stazione di Cisterna dove speravano di essere scelti dall’Onc. Non avevano le protezioni necessarie: non indossavano abiti adeguati, non possedevano una immunità acquisita, non conoscevano i principi di difesa dalle zanzare, non si nutrivano a sufficienza, non dormivano in aree protette dalle zanzare, non venivano fornite loro le cure necessarie o il chinino per prevenire la malattia. Su questa strage il regime ha mentito consapevolmente.
I malati venivano rispediti a morire nelle loro zone d’origine, in modo che i decessi non venissero conteggiati nei dati ufficiali delle vittime dell’Agro Pontino. Era un onore morire per la patria, affermava Mussolini. Gli unici dati disponibili sono quelli della Croce Rossa: centinaia e centinaia gli interventi con le barelle, con le autoambulanze…
Ma la cosa più grave e spesso sottovalutata è che dietro l’idea della «bonifica integrale» della legge
Mussolini del 1928, c’era un vero e proprio progetto di eugenetica.

Ci vuole spiegare meglio in cosa consisteva questo progetto?
L’Agro Pontino doveva essere il banco di prova per un programma di selezione di una super-razza italiana degna di fondare un nuovo impero. Non a caso Mussolini parlò più volte dei «vivai umani»: si sarebbero dovute mescolare le migliori caratteristiche delle varie razze bianche (l’idea italiana del razzismo era diversa da quella tedesca e prevedeva sottorazze o «stirpi» come gli ariani, i liguri, i latini, i calabri…). Contadini robusti dal fisico potente, donne fertili capace di generare dieci dodici figli ciascuna: l’obiettivo era di «redimere» la razza insieme alla terra, e preparare gli italiani alle conquiste del nuovo impero. Furono compiuti anche molti studi antropometrici: si misuravano crani e struttura ossea per verificare i risultati degli incroci.
Si trattò di un esperimento coloniale e imperiale. La nuova provincia sarebbe dovuta divenire un esempio per l’espansione in Africa. Non era solo un progetto di salute pubblica, era qualcosa di molto più complesso e sinistro. Tra l’altro, pochi anni prima della legge Mussolini, in alcune aree della Toscana e della Puglia infestate dalla malaria, più di duemila lavoratori impiegati in progetti di
bonifica furono sottoposti a esperimenti.
Un gruppo veniva infettato con la malaria e poi abbandonato all’infezione, senza ricevere né il chinino né altri mezzi di protezione, al fine di osservare il corso naturale del morbo. A un secondo gruppo veniva invece somministrato il mercurio, nonostante da decenni si sapesse che era inutile e dolorosissimo. L’esperimento durò fino al 1929. È impossibile sapere quanti furono i morti ma è certo che tutta la sperimentazione era in contrasto con gli avvertimenti del Consiglio Superiore della Sanità e dei suoi esperti malariologi.
Quanto all’Agro Pontino, nel 1928 ci vivevano poco più di 1600 persone, per lo più derelitti, qualche buttero, alcuni briganti. Se si trattava di un’opera di salute pubblica, come dichiarò il regime, perché scegliere un’area semidesertica?
Eppure negli anni Trenta Littoria diventò una meta obbligata per i dignitari stranieri, una grande mostra fu allestita al Circo Massimo per celebrare il decimo anniversario della legge Mussolini, furono organizzate esposizioni itineranti a Monaco, a Tripoli, New York e Sofia, e in tutta Italia: a Bari, Milano, Torino, Bologna e Firenze. La bonifica integrale era la risposta fascista ai piani quinquennali dell’Unione Sovietica.

Tra cugini. Una maliziosa poesia di Edmondo De Amicis.

Io portava il giubbino, Lena le vesti corte,
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.

Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.

O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!

Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!

E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar;
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.

E da quel giorno al canto l’anima mia s’apriva
e le dissi ogni sera un lungo inno d’amor;
c’eran dei versi falsi, ma lei non li sentiva
e alzava il capo altera del suo gentil cantor.

Ma poi su la mia spalla chinando la testina
dicea sommessamente con voce di dolor:
“Che vale amarci tanto? Io morirò bambina!”.
E sbucciando un arancio, piangeva sul mio cor.

“Ci sposeremo?” un giorno mi domandò pensosa.
Ed io le dissi: “Lena, lo giuro sull’onor!
Se quando avrò un impiego tu non sarai mia sposa
possa tutta l’Italia chiamarmi traditor”.

E un dì spegner si volle per sempre l’amor nostro,
e giurammo piangendo: “Domani si morrà!”.
Lena voleva bere un bottiglin d’inchiostro
ed io piantarmi in core lo stocco di papà.

Ma il dì seguente, giorno d’un santo di famiglia,
al Caffè grande insieme la mamma ci menò,
E davanti a un gelato di crema alla vaniglia
Il disperato orrendo pensier si dileguò.

Lena, e ricordi il giorno che coi parenti in guerra
sfogliando un vecchio atlante, pensosi di fuggir,
sedotti dal rosato color dell’Inghilterra,
In Inghilterra insieme giurammo di morir?

Lena, ricordi ancora gli amanti di romanzo
che agli atti, ai detti, ai passi studiammo d’imitar,
e i bocconi piccini che facevamo a pranzo
il vil pasto brutale fingendo di sprezzar?

Ricordi il dì che stanchi di pranzi a bocconcini,
affamati dal lungo digiuno dell’amor,
ci divorammo insieme quattordici panini
soffocando le risa che ci venian dal cor?

E il giorno che alla pioggia, per lunghe ore, sui tetti,
sfuggiti della mamma all’occhio indagator,
nel tuo scialle turchino incappucciati e stretti
come in un caldo nido covammo il nostro amor?

E il giorno che parlando con tutti a fronte china
come dal peso oppressa d’un intimo dolor
celasti del mio bacio l’impronta porporina
che sul tuo collo bianco rassomigliava a un fior?

E il dì che giunse il fiero tuo babbo all’impensata
E me cogliendo stretto al fianco tuo, gridò:
“Bada che se ti piglio t’allungo una pedata!”
Ah il dolor di quel giorno mai più non scorderò!

Lena pietosa e cara! Uscivo irato e stanco
dall’unghie intabaccate d’un vecchio professor,
ma visto di lontano quel grembialetto bianco
un grido d’allegrezza mi prorompea dal cor.

E alla sua stanza chiusa venivo a notte oscura
cutamente la soglia di pianto a inumidir:
Lena baciava l’uscio ed io la serratura
pl buco della chiave mandandole i sospir.

E mi dicea talvolta con infantil candore
co la sua man di bimba scostandomi da sé:
Ah! per amor del cielo non togliermi l’onore!”.
E si copriva il collo e nascondeva il piè.

E un dì le dissi: — Quando sul cor ti tengo stretta
Cento profumi arcani mi sembra d’aspirar!
“E’ un’essenza — rispose — da un franco la boccetta;
E il fazzoletto bianco mi porse ad odorar”.

E mi chiedea sovente: “È tutto mio quel core?
Altri secreti affetti l’anima tua non ha?
Non pensi ad altre bimbe? Non guardi le signore?
Io non t’ho fatto ancora nessuna infedeltà!”.

E in mezzo alle compagne meditabonda e sola
fingea d’aver l’affanno d’un gran secreto in cor,
ed io mostravo in volto sui banchi della scuola
l’aria noiata e stanca d’un vecchio seduttor.

Così fra giochi e pianti, carezze e giuramenti
un anno avventurato come un balen fuggì,
e noi felici, alteri, imbaldanziti, ardenti
aspettando le nozze numeravamo i dì.

Ma un giorno, ahi giorno! ad altri lidi un fatal Decreto
Il babbo de la dolce fanciulla mia lanciò,
e la trama gentile del nostro amor secreto
in nome dell’Italia per sempre lacerò.

Secreto? Ah no! In cospetto di tutti, all’ultim’ora,
un incauto singhiozzo l’arcano mio tradì,
ed il paterno piede scansato fino allora....
Stendiamo un vel pietoso su quello che seguì.

23.3.12

Lo scettico Rensi e il filosofo Leopardi (di Raoul Bruni)

Giuseppe Rensi
A ormai settant’anni dalla sua morte, avvenuta a Genova nel 1941, Giuseppe Rensi, nonostante una breve fase di revival, rimane ancora un pensatore misconosciuto e trascurato tanto dalla grande editoria, quanto dalla storiografica accademica.
Rensi – che da giovane (era nato a Villafranca di Verona nel 1871), fu costretto a trascorrere un non breve periodo di esilio in Svizzera, perché accusato di aver preso parte ai disordini del 1898 – sembra ancora scontare, ampiamente post mortem, l’irriducibile libertà della sua indole, che lo spinse a scegliere per la sua tomba l’epigrafe: «Etsi omnes non ego» («Sebbene tutti, non io»). Una scelta che riassume perfettamente la parabola esistenziale di un intellettuale perennemente controcorrente: si pensi alla sua coraggiosa denuncia delle degenerazioni del regime fascista, che gli costò, tra l’altro, l’allontanamento dall’insegnamento universitario (quanti altri professori universitari contemporanei a Rensi ebbero un simile coraggio?).
D’altra parte, la sua filosofia così radicalmente critica nei riguardi del progresso fece sì che Rensi continuasse ad essere largamente ostracizzato anche nel secondo dopoguerra. Per una seria rivalutazione dell’opera dello studioso si dovettero aspettare i recuperi editoriali della casa Adelphi, cominciati, nel 1987, con la ristampa di Lettere spirituali, prefata nientemeno che da Leonardo Sciascia, e i fondamentali contributi critici di Nicola Emery, che introdusse anche la traduzione francese, apparsa presso Allia, di un altro testo essenziale di Rensi La filosofia dell’assurdo (uno dei pochi titoli di Rensi reperibili in libreria).
Ciò nondimeno, molti importanti volumi rensiani, più che meritevoli di una ristampa, rimangono ancora irreperibili, a cominciare dalla sua opera fondamentale, Lineamenti di filosofia scettica del 1919 (non più ristampata dal 1921). Una lacuna editoriale davvero ingiustificabile, tanto più che Rensi è anche dotato di uno stile limpido e cristallino, che ha mantenuto intatto il fascino delle sue pagine. È dunque quanto mai opportuna la riproposta, presso La vita felice, di Apologia dello scetticismo (introduzione di Armando Torno, pp. 144, euro 10,50), un testo che fa il paio con Apologia dell’ateismo, che lo stesso editore aveva ristampato due anni fa (le due «apologie» risalgono rispettivamente al 1926 e al 1925).
Per Rensi la difesa dello scetticismo rappresenta innanzitutto una forma di reazione alla filosofia allora dominante, l’idealismo di Croce e Gentile, a cui il pensatore veronese, con il suo consueto spirito anticonformista, si oppose drasticamente. È piuttosto noto l’aforisma in cui Rensi ribalta l’equazione hegeliana tra realtà e razionalità: «ciò che è reale è irrazionale; ciò che è razionale è irreale». La definizione dello scetticismo che si legge in questa Apologia è un perfetto corollario di quella memorabile sentenza anti-hegeliana: «Lo scetticismo è (...) la negazione che il mondo, il reale, i fatti siano deducibili dalla ragione, abbiano una ragione, siano ragione, e che questa quindi ricavando da sé possa approdare al reale medesimo. Questo, e nient’altro, è lo scetticismo: cioè negazione della razionalità del reale (della deducibilità di esso dalla ragione), negazione del razionalismo e dell’idealismo».
Di solito per liquidare lo scetticismo si adopera l’argomentazione, un po’ grossolana, che i fautori di questa filosofia sostituiscono alle verità assolute, che essi distruggono, una verità non meno incrollabile: che non possa esistere nessuna verità. Così Rensi ribatte a questa obiezione: «esso (lo scetticismo) nega l’esistenza di una verità assoluta, per così dire, imposta apoditticamente e universalmente dalla ragione (...). Non nega già una verità mutabile, qua e là, o prima e poi, diversa,
relativa». Ne consegue che «la formula dello scetticismo, più esatta che non quella "non c’è verità", è la seguente: – ecco i fatti; essi non hanno alcuna spiegazione (essenziale, razionale); essi non hanno alcuna ragione».
Nei capitoli della sua Apologia, Rensi applica la sua prospettiva filosofica scettica agli ambiti della
metafisica, della religione, della gnoseologia, della logica, dell’etica, della politica e, infine, dell’estetica (alla quale aveva già dedicato, nel 1919, un’opera importante, molto amata da Eugenio
Montale, La scepsi estetica). I principali riferimenti filosofici di Rensi sono Spinoza, Hume, Pascal e, sopra tutti, Leopardi. In anni in cui si negava all’opera leopardiana ogni valore speculativo (si pensi al celebre saggio leopardiano di Croce), Rensi riconobbe nell’autore dei Canti il «filosofo per
eccellenza dell’Italia».
Citato a più riprese nell’Apologia dello scetticismo, Leopardi ispira moltissimi scritti rensiani, tra cui il sapido opuscolo Il troppo, appena riproposto per le cure di Aniello Montano dalle edizioni La scuola di Pitagora, che già nel 2009 avevano ristampato un altro notevole volume di Rensi, La morale come pazzia (pp. 16, euro 2). Il titolo rinvia, per l’esattezza, a un aforisma leopardiano che ricorre più volte nello Zibaldone: «il troppo è il padre del nulla». Un assioma nel quale Rensi scorge
una prefigurazione del destino dell’Occidente: «Troppi libri, troppa musica (radio), troppi quadri (atlanti d’arte, cartoline illustrate), troppi cibi e varietà di cibi, troppe vesti e varietà di vesti, troppe vetrine di negozi, troppi viaggi, troppe specialità medicinali, troppo tutto».
Come Spengler (a cui è stato giustamente avvicinato), Rensi riteneva che l’Occidente, dopo aver raggiunto il suo culmine, il suo troppo, fosse ineluttabilmente destinato a tramontare, finanche ad annientarsi: «Nello stesso momento in cui civiltà e cultura giungono alla loro massima efflorescenza, si creano con ciò da se medesime la propria impossibilità e necessariamente rovinano, spezzate dalle inattuabili e contraddittorie esigenze che hanno generato nel proprio seno».
Non è questo, in fondo, uno dei rischi più essenziali che corre, ancora oggi, la nostra civiltà?

"il manifesto", 14 giugno 2011

Canzo. Una poesia di Filippo Turati

Filippo Turati da giovane
Lo rividi in fuga il paesetto
ove a’ miei grami dì trassi il natale:
io lo guardavo torvo e con dispetto,
ma lui m’arrise umano e sempre uguale.

E le buone parole che m’han detto
l’ostier, le donne, il sindaco speziale,
le fanciulle sboccianti e la fatale
che agli incendi precoci aprimmi il petto!

Io ch’odio il tenerume e i poetini
piagnucolanti come ruscellini
solo al tinnir del campanil natìo,

sentii qualcosa in cor moversi anch’io
per la puntura delle rimembranze:
un misto di sospiri e di speranze.

da Cuore (1883)

22.3.12

Punizione (S.L.L.)


Malindi, spiaggia al tramonto
Malindi, prima dell’esplodere della violenza omicida nella delinquenza locale, era luogo di vacanza ameno e, in bassa stagione, relativamente economico, sicché da metà gennaio a marzo c’era una buona concentrazione di vacanzieri italiani, di varia estrazione sociale. Non mancavano neppure impiegati ed operai, che se potevano giostrarsi le ferie, volentieri evadevano dall’inverno in cerca di spiagge, sole, cielo equatoriale, abbronzature, avventure; perché, com’è quasi d’obbligo nei luoghi di vacanza, vi s’intrecciavano relazioni galanti, con intenti, svolgimenti, esiti assai diversi. L’ambiente era pertanto adatto ai tombeurs de femmes, che tra loro spesso e volentieri si chiamano trombeurs de femmes, così privilegiando l’esito coitale del gioco della seduzione.
Ne ho conosciuto uno in pensione ancora giovane, agiato, che lì aveva villa con piscina, belloccio. Per procacciarsi da vivere agiatamente faceva il gestore di un lido molto rinomato nell’Italia centrale. Da poco s’era sposato con una donna bella, volitiva, colta e salutista, una milanese che sembrava averlo messo in riga. Da una decina d’anni e anche più, passava a Malindi i primi mesi dell’anno, liberi da impegni lavorativi. Si raccontava che, quand'era ancora attivo, fosse assediato dalle trombeuses d’hommes (c’erano anche quelle) ma – a meno che non fossero assai attraenti – le respingeva. Non mirava al numero come Casanova, non contava le prede: piuttosto, come a ogni cacciatore valente, gl’interessava che fossero “difficili”. In questo impegno aveva un sodale, un trombeur alto e magro, con cui fraternamente divideva le potenziali prede.
Ho sentito una chiacchierata tra i due: il magro raccontava al balneare - ormai in quiescenza - una sua recente caccia. Il magro la tirava per le lunghe con le difficoltà incontrate, per cui l’altro impaziente interruppe: “Ma alla fine l’hai punita?”.
Punita? Non credo d’aver mai udito con le mie orecchie tale espressione o una simile per indicare l’accoppiamento sessuale, d’aver mai ascoltato una formula tanto sado-masochista, tanto maschilista. L’ho letta invece. Nei romanzi pornografici del Settecento, in bocca a confessori lubrichi, a orripilanti monaci che solevano punire le “peccatrici” (talora per l’unico peccato d’esser femmine), obbligandole a subire l’insulto d’indesiderati e improbabili cordoni.
Così – mi pare – nella Thérèse philosophe da taluno attribuita a Diderot.
Erroneamente, a mio avviso. 

19.3.12

La poesia del lunedì. Gabriele D'Annunzio (1863 - 1938)

Rondò
Quante volte, in su' mattini
chiari e tiepidi, io l'aspetto!
Ella ancóra ne 'l suo letto
ride ai sogni matutini.

Su la piazza Barberini
s'apre il ciel, zaffiro schietto.
Il Tritone de 'l Bernini
leva il candido suo getto.

I nudi olmi a' Cappuccini
metton già qualche rametto:
senton giugnere il diletto
de' meriggi marzolini.
Come il cuor balzami in petto
se colei vedo, che aspetto,
in su' tiepidi mattini!

Da La Chimera (1890)

Perché sono comunista (di Concetto Marchesi)

Le parole soverchiamente benigne di Raffaele De Grada non valgono ad attenuare il mio turbamento nel presentarmi, questa volta, a voi cittadini, amici e compagni di Milano. Parlare di sé è impresa ambiziosa e fastidiosa e mortificante spesso, soprattutto se non ci sia un mutamento di rotta che abbia a un certo punto cambiato o spezzato la direzione della nostra vita. Ma pure per chi ha vissuto lunghi anni il guardare indietro nella propria esistenza è quasi un ripercorrere periodi importanti, capitali della storia umana.
Perché sono diventato comunista?
Altre volte mi è stata fatta questa domanda. È un perché di anni lontani, che mi riporta alle vendemmie e alle falciature della mia campagna catanese. Filari e filari di viti dentro un'ampia cerchia di mandorli e di ulivi e un suono di corno che radunava le vendemmiatrici.
Vigilavano i guardiani con mille occhi: ed esse sparivano curve nel folto dei pampini, da cui rispuntavano colmi canestri ondeggianti su invisibili teste. All'Ave Maria l'ultimo suono di corno: e la giornata finiva con un segno di croce.
Ma i piedi scalzi dovevano correre per chilometri prima di giungere a notte in un tugurio dove era il fumo di un lucignolo e quello di una squallida minestra. Queste cose sapevo e vedevo; e a giugno mi accadeva più volte di scorgere uomini coperti di stracci avviarsi verso la piana desolata con un pezzo di pane nella sacca e una cipolla e la bomboletta di vino inacidito, destinato, secondo il costume, all'uso dei braccianti.
Così negli anni della puerizia cresceva in me un rancore sordo verso l'offesa che sentivo mia, che era fatta a me e gravava su di me come una insensata mostruosità, perché insensate e mostruose mi parevano le ragioni addotte a giustificarla.
Avevo l'animo dell'oppresso senza averne la rassegnazione.
Cosi nell'età in cui si comincia ad essere qualche cosa, sentivo nella causa dei lavoratori la mia stessa causa, mentre la reazione all'ambiente familiare borghese o piccolo borghese favoriva la proletarizzazione del mio spirito, a cui, negli anni dell'adolescenza, si aggiungeva un'elementare consapevolezza dottrinaria. Proudhon prima, — di cui non avvertivo ancora la verbosità prolissa e paradossale e la concezione tra utopistica e liberale borghese — mi percoteva con la sonante apostrofe al Michelet, il quale ripigliando la celebre frase « la proprietà è un furto», avvertiva sarcasticamente:«Se è cosi, sono in Francia 25 milioni di proprietari che non si lasceranno spogliare». E la risposta di Proudhon mi era fitta nella memoria: «sì, quella frase è mia, quella definizione è mia, essa è il più grande avvenimento del regno di Luigi Filippo, essa è l'unico bene che io abbia sulla terra, e, quanto ai 25 milioni di proprietari, chi vi dà il diritto di supporre che si abbia bisogno del loro consenso?».
Dopo Proudhon, Mazzini, col suo misticismo profetico e il suo visionario solidarismo di classe; e poi, il gran fascio di luce, il Manifesto di Londra del 1848 (“il Manifesto del partito comunista,di Marx ed Engel” n.d.r.), il messaggio rivelatore che comprendeva il passato, il presente, l'avvenire.
Alla lettura di quelle pagine una solida gioia empiva l'animo mio. Da allora compresi che una guerra era cominciata nel mondo per una infallibile vittoria: compresi che del proletariato in marcia nessuna forza avrebbe arrestato il cammino. E, in verità, amici e compagni, quell'opuscolo di 23 pagine, pubblicato nel febbraio di 108 anni addietro, è l'opera più ricca di germi che il secolo diciannovesimo abbia prodotto. Esso non parla di ciò che è bene e di ciò che è male, ma di ciò che avviene e diviene nella società umana; non parla in nome del diritto naturale o della ragione suprema, ma in nome di una realtà che, piaccia o no, bisogna riconoscere nel fluire stesso delle cose, nella unità e continuità di tutta la storia, la quale finora è stata una storia di classi in urto fra di loro. Quell'opuscolo era l'opera di due uomini di genio che dai moti rivoluzionari dei paesi europei — Inghilterra, Francia, Belgio, Germania — avevano tratto la dottrina, lo spirito, l'attività di un partito che fra poco avrebbe scosso il mondo: l'Internazionale dei lavoratori; e dello strumento di guerra aveva l'esatta formulazione, per enunciati rapidi e lucidi anziché per dimostrazioni.
Diceva ciò che è, non ciò che dovrebbe essere, ciò che accade, non ciò che dovrebbe accadere: ciò che accade necessariamente. E qui sentivo la forza di quelle parole, in questo imperativo della necessità, per cui la storia della borghesia nei suoi vari sviluppi, fino al prodigioso progresso della tecnica, alla conquista dei mercati mondiali e ai conseguenti assetti politici è la storia stessa del proletariato. Senza l'una non ci sarebbe l'altra. Non è da negare l'influsso della dialettica hegeliana sulla gioventù di Marx e di Engels per quanto riguarda l'idea della lotta di classe e il concetto che ogni condizione presente contiene in sé la propria negazione; ma non per questo daremo me a chi vorrebbe dimostrare la ortodossia hegeliana di Carlo Marx la cui dottrina ha dovuto sovvertire radicalmente l'hegelismo per essere una dottrina rinnovatrice...

Dal discorso tenuto al Teatro Nuovo di Milano il 5 febbraio 1956 su invito del gruppo milanese «Amici della rivista Rinascita ». Presentatore Raffaele De Grada. Poi in Umanesimo e comunismo, Editori riuniti, 1958.

Il fantasma della libertà. Michail Bakunin agli operai svizzeri.

Nella serie di opuscoletti “I grandi discorsi”, pubblicata nel 1995 da “il manifesto” e dalla “manifestolibri” hanno trovato posto Tre conferenze sull’anarchia di Michail Bakunin. Si tratta di alcuni discorsi rivolti nel maggio 1871, fatte agli operai della Valle di Saint-Imier, in Svizzera mentre gli operai parigini, con la Comune, sembravano voler dare l’assalto al cielo. Il brano qui postato esprime con molta forza il nesso – centrale nel pensiero e nell’azione del rivoluzionario russo – tra oppressione economica ed oppressione politica nella società borghese capitalistica. Il volumetto è acquistabile anche on line attraverso il sito del “manifesto”: http://www.ilmanifesto.it/ . (S.L.L.)

Cari compagni,
vi ho detto la volta scorsa che due grandi avvenimenti storici avevano fondato la potenza della borghesia: la rivoluzione religiosa del sedicesimo secolo, conosciuta col nome di Riforma, e la grande Rivoluzione politica del secolo scorso. Ho aggiunto che, quest’ultima, compiuta certamente tramite la potenza del braccio popolare, era stata iniziata e diretta esclusivamente dalla classe media. Devo dimostrare, adesso, che è stata la classe media che ne ha profittato esclusivamente.
Eppure il programma di questa Rivoluzione pareva, dapprima, immenso. Non si è infatti compiuta in nome della Libertà, dell’Uguaglianza e della Fraternità del genere umano, tre parole che sembrano abbracciare tutto quello che l’umanità può solamente volere e realizzare nel presente e nell’avvenire? Com’è avvenuto che una Rivoluzione che si annunciava così ampia sia miseramente sboccata nell’esclusiva, ristretta e privilegiata emancipazione di una sola classe, a danno di milioni di lavoratori che si vedono oggi schiacciati dalla sua prosperità insolente e iniqua?
Ah! Il fatto è che questa Rivoluzione non fu che una rivoluzione politica. Aveva audacemente rovesciato le barriere le tirannie politiche, ma aveva lasciato intatte – le aveva perfino dichiarate sacre e inviolabili – le basi economiche della società, che sono state l’eterna sorgente, il fondamento principale delle iniquità politiche e sociali, delle assurdità religiose passate e presenti. Aveva proclamato la libertà di ognuno e di tutti, o meglio aveva proclamato il diritto di essere libero per ognuno e per tutti, ma non aveva dato realmente i mezzi. per realizzare questa libertà e per goderne che ai proprietari, ai capitalisti, ai ricchi.
«La povertà è la schiavitù!»
Ecco le terribili parole che più volte ci ha ripetuto con la sua simpatica voce, che parte dall’esperienza e dal cuore, il nostro amico Cléments, in questi pochi giorni che ho la fortuna di passare fra voi, cari compagni e amici.
Sì, la povertà è la schiavitù, è la necessità di vendere il proprio lavoro, la propria persona al capitalista che dà i mezzi per non morire di fame. Occorre veramente lo spirito interessato alla menzogna dei signori borghesi per osare parlare della libertà politica delle masse operaie! Bella libertà quella che le assoggetta ai capricci del capitale e le incatena per fame alla volontà del capitalista.
Cari amici! non ho certo bisogno di provare – a voi che avete imparato a conoscere nella lunga e dura esperienza le miserie del lavoro – che fin quando il capitale resterà da una parte e il lavoro dall’altra, il lavoro sarà schiavo del capitale e i lavoratori sudditi dei signori borghesi i quali danno per derisione i diritti politici, le apparenze di libertà, per conservare la realtà esclusivamente per loro stessi.
Il diritto alla libertà, senza i mezzi per realizzarlo, non è che un fantasma.
E noi amiamo troppo la libertà per accontentarci di un fantasma. Ne vogliamo la realtà. Ma cos ’è che costituisce il fondo reale e la condizione positiva della libertà? Esso è dato dallo sviluppo integrale e dal pieno godimento delle facoltà fisiche, intellettuali e morali di ognuno, è dato, per conseguenza dai mezzi materiali necessario all’esistenza umana di ognuno; è dato ancora dall’educazione e dall’istruzione. Un uomo che muore di inazione, schiacciato dalla miseria, che muore ogni giorno di freddo e di fame, e che vedendo soffrire tutti quelli che ama non può venire in loro soccorso, non è un uomo libero, è uno schiavo. Un uomo condannato a restare tutta la vita un essere brutale per mancanza di educazione umana, un uomo privo di istruzione, un ignorante, è necessariamente uno schiavo; e se esercita diritti politici, potete essere certi che in un modo o nell’altro li eserciterà sempre contro se stesso, a vantaggio di sfruttatori e padroni.
La condizione negativa della libertà è questa: nessun uomo deve obbedire a un altro; egli è libero a condizione che tutti i suoi atti siano determinati non dalla volontà di altri uomini, ma dalla sua volontà e dalle proprie convinzioni. Un uomo obbligato dalla fame a vendere il proprio lavoro, e col lavoro, la persona, al prezzo più basso possibile al capitalista che si delega di sfruttarlo: un uomo che per il suo stato di abbrutimento e la sua ignoranza è abbandonato alla mercé dei suoi sfruttatori sapienti, sarà necessariamente, e sempre, uno schiavo.

Due palle (da “Cronache Giubilari” di Salvatore Lo Leggio)

Nel 2000 scrissi per “micropolis” una serie di articoli sullo spettacolare giubileo del Papa polacco, scegliendo l’Umbria come punto di osservazione.  Gli articoli vennero raccolti in volume l’anno dopo da Giada Edizioni (credo che il libretto si possa tuttora acquistare). Riprendo qui una cronachetta dall’articolo di settembre 2000 (Qual falange). Quanto al resto qualche cosa ho già postato, qualche altra la posterò. (S.L.L.)
Vasti e significativi sono stati i contributi dell'Umbria al successo del Giubileo romano. E’ di Massa Martana Emanuela Rocchi, che nel 1997 vinse il concorso mondiale per il logo del grande Giubileo del 2000. E’ salita sul palco a Torvergata in occasione del raduno dei giovani e ha dichiarato all'immensa platea di essere stata ispirata e sostenuta dalla fede. Il logo è costituito da un cerchio dal cui centro si diparte una croce greca trilinere. Verso lo stesso punto convergono intrecciandosi cinque colombe stilizzate. Nei quattro spicchi disegnati dalla croce si legge Christus Heri Hodie Semper (“Cristo ieri oggi sempre”). La giovinetta, ormai famosa, dice di aver voluto rappresentare il suo sogno poiché le colombe simboleggiano i continenti uniti dalla Trinità nell'evento giubilare. A noi il logo ricorda altri segni inquietanti, croci celtiche e simili, ma è un pensiero che scaturisce dalla nostra malevolenza, una delle tante colpe che ci manderanno all'Inferno.

  
Anche il logo della GMG (Giornata Mondiale delia Gioventù) viene dall'Umbria; è opera di un giovane grafico di Foligno, Andrea Filippucci. Due archi irregolari (il colonnato del Bernini) collegano in una circonferenza un piccolo cerchio (il mondo) e un'immagine stilizzata che rappresenta insieme la cupola di San Pietro e la tiara papale. Giuriamo che questa volta l'impressione non è solo nostra: il disegno rammenta delle ganasce che stringono due palle. Una l'hanno già fatta a pezzi.
L'impegno giubilare dell'Umbria non investe solo la creatività dei suoi grafici, ma coinvolge tutta la regione. Come al loro tempo Mussolini e i suoi quadrunviri usarono Perugia come base d'appoggio per la marcia su Roma, dislocando qua è là per l'Umbria le camicie nere, così gli organizzatori della GMG hanno trovato comodo per la logistica tenere nel capoluogo e nelle altre città della regione una parte delle loro schiere in trepidante attesa. Decine e decine di migliaia in tutta la regione, 7.500 solo nel centro storico di Perugia.
L'ex vescovo di Orvieto Decio Lucio Grandoni
Albergatori, ristoratori, baristi si lamentano: "Riempiono le strade; sono educati, ma non occupano camere, non pranzano, non consumano". Qualche vantaggio è invece arrivato alle sagre e feste popolari, incluse quelle dell'ex Unità. A quella di Orvieto s'è fraternizzato: alcuni giovani pellegrini hanno pranzato e cenato sotto la gigantografia del Che e hanno bevuto vino rosso con l'etichetta del Giubileo. Il vescovo, monsignor Decio Lucio Grandoni (se non esistesse dovremmo inventarcelo), di fronte a queste sconvolgenti rivelazioni si incavola e ne parla all'omelia di Ferragosto (o dell'Assunta, per la precisione): "I giovani erano nei giardini comunali per consumare i cestini preparati dai volontari, perché il Comune ha messo a disposizione quegli spazi. Se altri celebravano la Festa, anzi la Fine dell'Unità, i nostri giovani non c’entrano niente. Non c'è stata nessuna visita. Ho informato i legali perché tutelino nelle giuste sedi la verità". Decio Lucio non vuole confusioni con gli ex comunisti o altrettali fratellanze bastarde, che inquinerebbero la purezza della fede.

Sul governo rappresentativo (di Maximilien Robespierre)

L’uomo è nato per la felicità e per la libertà: e tuttavia egli è dappertutto schiavo e infelice! La società ha per scopo la conservazione dei suoi diritti e la perfezione del suo essere: e tuttavia dappertutto la società lo degrada e lo opprime!
Ma è giunto il tempo di richiamarlo ai suoi veri destini: i progressi della ragione umana hanno preparato questa grande rivoluzione e proprio a voi spetta il dovere di accelerarla.
Per compiere la vostra missione, occorre che facciate proprio tutto il contrario di quello che si è fatto prima di voi.
Fino a questo momento, l’arte di governare non è stata altro che l’arte di spogliare e di asservire la maggioranza a profitto di una minoranza; e la legislazione non è stata altro che lo strumento per erigere questi attentati a sistema.
I re e gli aristocratici hanno compiuto alla perfezione il loro mestiere: ora spetta a voi di compiere il vostro, cioè di rendere gli uomini felici e liberi attraverso le leggi.
Dare al governo la forza necessaria perché i cittadini rispettino sempre i diritti dei cittadini; e fare in modo che il governo non possa mai violarli: ecco, a mio parere, il duplice problema che il legislatore deve cercare di risolvere.
Il primo mi sembra molto semplice. Quanto al secondo, saremmo tentati di considerarlo insolubile, se prestassimo attenzione solo agli avvenimenti del passato e a quelli presenti, senza risalire alle loro cause.
Scorrete la storia: e vedrete dappertutto i magistrati opprimere i cittadini e il governo annientare la sovranità. I tiranni parlano di sedizioni; il popolo si lamenta della tirannide, quando pure osa lamentarsi, il che accade solo quando un’oppressione eccessiva gli restituisce la sua energia e la sua indipendenza.
Volesse Dio che esso potesse conservarle sempre! Ma il dominio del popolo dura un giorno solo, quello dei tiranni, invece, si estende per la durata dei secoli.

Postilla
E’ questo l’incipit di un celebre discorso alla Convenzione di Maximilien Robespierre, del 10 maggio 1793. Il problema che il grande rivoluzionario qui pone e si pone è come fare in modo che il governo sia e resti “rappresentativo” e di come evitare la deriva che egli vede in atto nella vicina Inghilterra ove la cosiddetta “divisione dei poteri” non ha interrotto l’antica pratica per cui l’arte di governare non è altro che “l’arte di spogliare e di asservire la maggioranza a profitto di una minoranza” e in cui la legislazione non è altro che “lo strumento per erigere questi attentati a sistema”. La scelta di Robespierre è quella di ampliare quella che oggi chiameremmo “democrazia partecipativa” e la revocabilità dal basso di tutti i governanti e i magistrati. Il discorso andrebbe letto per intero, perché sono assai intricati i nodi teorici e pratici che tenta di sciogliere: uno, attualissimo, è quello dei rimedi contro la corruzione che sempre può serpeggiare tra i pubblici rappresentanti. Io ho ripreso qui la solenne introduzione dall’edizione che “il manifesto” e la “manifesto libri” fecero del discorso con il titolo Sul governo rappresentativo nella piccola collezione de “I grandi discorsi”  con l’introduzione di Alberto Burgio. Si può acquistare on line, anche in forma digitale, per pochissimi euro, attraverso il sito del quotidiano comunista http://www.ilmanifesto.it/ .(S.L.L.)

18.3.12

Solitudine.Gli effetti (di Stefano Guazzo)

Alcuni, con lo star rinchiusi in quelle volontarie prigioni, divengono squallidi, macilenti, gialli e ripieni di sangue putrefatto, col quale si corrompe anche la vita e i costumi, per modo tale che taluni pigliano la natura delle fiere selvagge, altre s'avviliscono, e temono l'ombre, le pitture.

Da La civil conversatione (1579) in Giovanni Macchia I moralisti classici, Garzanti, 1978

Resistenza (di Robert Musil)

Qualcosa in lei resistè come il pelo morbido e crepitante di un gatto; e come una piccola pallina scintillante estrasse dal nascondiglio un NO che rotolò ai suoi piedi.   

Da Congiungimenti, Trad. di Giacinto Spagnoletti, Newton Compton 1976

Il cinico Aristippo (da Michel de Montaigne)

Quando ad Aristippo fu ricordato l’affetto che doveva ai propri figli perché erano usciti da lui, il filosofo si mise a sputare, dicendo che anche quello era pur sempre uscito da lui e che noi generiamo pidocchi e vermi.

Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, 1966

Lo sguardo austriaco (di Robert Musil)

Lo sguardo austriaco rideva, perché non aveva più muscoli sul volto: Non c’è bisogno di negare che con ciò qualcosa di aristocratico, sommesso, misurato, scettico, ecc. ecc. entrò nella sfera viennese; ma pagato troppo caro. Se anche non si avesse di fronte nient’altro se non questa cultura viennese col suo esprit de finesse che si perverte sempre in Feilletonismus, questa aristocrazia, sarebbe già abbastanza per desiderare di tuffarsi nell’agitazione tedesca.

da Diari: 1899-1941, traduzione di Enrico De Angelis, Einaudi, 1980

17.3.12

Dizionarietto etimologico selvatico

Bisogno: cosa necessaria che appare almeno due volte per notte, nel sonno.
Camelia: pianta le cui foglie essiccate vengono usate nella confezione di sigarette, fumate soprattutto dalle signore in teatro.
Carriera: periodo geologico segnato dall'applicazione della scoperta delle ruote, e di come ungerle.
Convolvolo: giovane virgulto arricchito che gira con la Volvo di papà.
Cornovaglia: assegno postale di cui, una volta arrivato, non ci importa più nulla, in quanto i termini per riscuoterlo sono abbondantemente scaduti.
Dalia: pianta che si trova dalla Lia.
Filetto: misura di peso della carne troppo cara perché si usi il filchilo.
Filosofia: arte del cucito.
Formaggio: periodo primaverile in cui si cerca di recuperare la perduta armonia fisica.
Gnomone: nano di un metro e settanta.
Polenta: tartaruga fluviale. Il maschio, o polentone, può nutrire aggressività verso la specie che vive a terra (terùn).
Preferire: preparare i soldati agli scontri in battaglia.
Rovine: erbe spontanee che crescono presso edifici diroccati.
Trincea: metodo per difendersi dalla realtà rifugiandosi nell’alcol.
Viandante: referendum popolare per l'abolizione dello studio della Divina Commedia negli istituti superiori di ogni ordine e grado.

Postilla
Il dizionarietto qui proposto è desunto dalla rubrica di Stefano Bartezzaghi su “Tuttolibri – La Stampa” Anno XIV n.610 – 1988. Le bizzarre definizioni sono opera di alcuni suoi lettori che egli chiama etimologi selvatici: Annalisa Perna (Bergamo), Maria Vittoria Vittori Socrol (Taibon Agordino, Bl), Lorenzo Cavallo (Torino).

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