26.10.12

Novità (S.L.L. - stato fb 26/10/2012)

Tra le novità della fase politica inaugurata da Napolitano con il governo Monti c'è che non si fanno più leggi "ad personam". Se si vuol salvare dalla galera l'inveterato e prezzolato diffamatore, nella stessa legge si comprime la libertà di stampa. Così nessuno, d'ora in poi, oserà disturbare i manovratori.


Una metafora italiana. I "passerotti" dell'Alitalia.

L’articolo che segue sull’Alitalia, di Francesco Piccioni, sul “manifesto” di martedì 16 era collegato a una copertina intitolata “I passerotti” (con riferimento al banchiere e manager Passera, oggi ministro). La vicenda della nuova Alitalia privatizzata è raccontata nelle sue linee fondamentali. Il sommario parla di una “metafora” dell’Italia e in questa chiave invito a leggere (o a rileggere l’articolo). Tra l’altro in tutta trasparenza appare come i tecnici oggi al governo non siano la soluzione alla crisi, ma – anche personalmente - tra i principali artefici della crisi stessa. Invano si attende nella corrotta e screditata politica politicante che qualcuno proclami queste elementari verità. (S.L.L.)

A quattro anni di distanza Alitalia sta punto e a capo. E oggi si presenta davanti ai sindacati "affidabili" (Cgil, Cisl, Uil, gli altri no) con in mano un piano industriale che gronda ancora di lacrime e sangue. Motivazione ufficiale: c'è la crisi, la gente vola meno, le compagnie low cost si mangiano quote rilevanti del traffico passeggeri. Peccato che sia esattamente lo stesso quadro di quando la famigerata Cai ha avuto in grazioso regalo dal governo Berlusconi la compagnia di bandiera, Alitalia appunto. Che significa? Semplicemente che quattro anni fa era stato disegnato un altro "piano industriale" sulla base di un quadro molto simile; insomma, che imponeva sacrifici feroci per tener conto di una situazione pesante. La «garanzia» di successo, si diceva, stava nella privatizzazione; affidata ai «capitani coraggiosi», un gruppo di imprenditori privati selezionati sulla base dell'amicizia verso il governo allora in carica (Colaninno, Toto, Riva dell'Ilva, Marcegaglia, Benetton ed altri) e inquadrati nell'ambizioso «piano Fenice» ideato dall'amministratore delegato di IntesaSanPaolo. Ovvero Corrado Passera, attuale ministro dello Sviluppo che si ritrova in mano la stessa patata bollente con un altro vestito addosso.
Ma qual è la situazione dei conti Alitalia oggi? Diciamo che perde quasi la stessa cifra che allora giustificò la liquidazione della compagnia pubblica. Solo che «i privati» sono riusciti a raggiungere questo straordinario risultato in soli 48 mesi (invece dei 20 anni che ci avevano messo i manager «pubblici»), nonostante abbiano potuto contare su appena 14.000 dipendenti invece dei 20.000 originari. Peraltro pagati molto meno, con orari di lavoro più lunghi, con contratti «derogabili» a piacere e grandi agevolazioni fiscali.
Come hanno fatto? Si può pensare che il business del trasporto aereo sia troppo complicato per gente che non se ne era mai occupata. È vero, c'era tra loro Carlo Toto, patron di AirOne, capace di trasformare una compagnia fallita in «acquirente» di Alitalia grazie alla banca cui doveva cifre mostruose. IntesaSanPaolo, naturalmente. Ma proprio per questo la fine era certa fin dall'inizio. Nemmeno Air France, che pure detiene il 25% del pacchetto azionario, aveva interesse a evitare che la nuova compagnia scivolasse velocemente verso il baratro. Alla fine dei giochi si prenderà ciò che le interessa pagando quasi nulla. Mentre se avesse dovuto acquistare quando voleva farlo, quattro anni e mezzo fa, avrebbe dovuto sborsare diversi miliardi allo stato italiano accollandosi anche i debiti della società poi liquidata. Un'idea geniale, quella di Tremonti & co, che misero invece a carico del bilancio pubblico 3 miliardi pur di poter dire che «si garantiva l'italianità», sottacendo che «l'azionista di riferimento» diventava Parigi.
Non si può dimenticare che la chiusura di Alitalia «pubblica» è stato il laboratorio di un esperimento contro il lavoro, i suoi diritti e la sua organizzazione. Sergio Marchionne, due anni dopo, ha semplicemente riproposto uno schema «vincente», inventandosi una newco senza nemmeno passare per il fallimento della vecchia impresa.
Per l'ex compagnia di bandiera le con conseguenze sono molto pesanti. Sabato scorso, per 4.300 dipendenti, è terminata la cassa integrazione ed è partita la mobilità «lunga». Sembrava un percorso povero, ma sicuro, verso la pensione. Poi però è arrivata Elsa Fornero, che ha spostato questo traguardo di sette anni. E adesso soltanto per 1.000-1.500 di loro potrebbe esserci una copertura da «esodati» riconosciuti come tali dal ministro del non-lavoro. Gli altri, come si dicono da soli, sono «candidati all'obitorio».
Nessuno di loro è stato richiamato dalla cig. Cai ha sempre preferito assumere nuovi precari per coprire i vuoti di organico; per di più facendosi pagare 2.000 euro a testa per il «corso di formazione». Nel 2011 la compagnia ha aperto una procedura di cassa integrazione a zero ore per altri 750 addetti, giurando che non erano «in uscita» perché la società «andava benissimo». Chiaro soltanto ora che anche questi non rientreranno più.
Anzi, oggi sul piatto dovrebbero venir messi - secondo centinaia di indiscrezioni concordanti - altri 1.000 lavoratori a tempo indeterminato. Mentre per i precari nessuno sa fare previsioni certe...
Intorno al tavolo si ritroverà una compagnia che i lavoratori trovano inquietante. Oltre al presidente di Cai, Roberto Colaninno, ci sarà Corrado Passera, l'ideatore del «piano» che ha portato a questo strabiliante risultato. Al fianco avrà il suo sottosegretario, Guido Improta, che ha ricoperto la carica di responsabile delle relazioni esterne dell'Alitalia fino al giorno prima di entrare nel governo. E poi i sindacati «affidabili», che ora minacciano la mobilitazione ma per quattro anni hanno garantito una sofferta pace sociale. Come ci dice Paolo Maras, ex assistente di volo e storico sindacalista del Sult (che poi ha dato vita con altre sigle all'Usb), «ci potrebbe essere una speranza solo se tutte queste persone non si occupassero più di trasporto aereo».

“il manifesto” 16 ottobre 2012

Benito Mussolini. Ultime lettere a Claretta.

18 giugno 1944
«Clara, quando io ti dicevo che io conto meno del due di coppe, tu protestavi. Era la verità. Questo è un governo che non dispone di armi. È disarmato. È peggio che disarmato: poiché il suo simulacro di armamento è ridicolo. Fucili senza cartucce e cartucce senza fucili. I ribelli riforniti dai nemici lo sanno e fanno quello che vogliono. Vaste zone del popolo italiano, sono entrate in uno stadio confinante colla vera e propria follia...»

10 aprile 1945
«Clara, vi è qualcosa di sommamente antipatico nelle tue lettere e cioè l’ossessione del mio fatto sessuale e del tuo. Non sembri avere altro pensiero per la mente, la tua preoccupazione è questa: che io prenda altre donne. Tutto ciò è tremendamente stupido. Penos-offensivo. Tu dici di conoscermi? Una volta. Oggi non più. Non sono questi giorni da donne, nemmeno se si trattasse di Veneri redivive…»

Postilla
Le due lettere fanno parte del carteggio presente all'Archivio Centrale dello Stato e sono corredo, su "La Stampa" del 4 settembre 2012, di un articolo di Giovanni De Luna sullo scambio epistolare tra gli storici amanti. (S.L.L.) 

Montanelli l'Africano

Dopo l'aggressione italiana all'Etiopia, Indro Montanelli si recò nel Corno d'Africa, da volontario, "non a cercar 'colore', ma a cercarvi una coscienza di uomo".

Guidò una banda di ascari eritrei nelle prime operazioni di guerra.

Ecco come descrive l'attacco a un villaggio etiopico:
"La spedizione era stata buona: sessantasette accertati. Gli ascari si sparpagliarono pei tukul a razziare e, all'occorrenza, fornire i sacramenti definitivi a qualcuno che poteva essersi rintanato in qualche nascondiglio a esalarvi l'ultimo rantolo".

Il libretto che raccoglie questa e consimili prodezze, XX Battaglione eritreo, fu pubblicato nel 1936 dalla casa editrice Panorama di Milano. La conclusione è un ringraziamento a Mussolini:
"Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora".

Postilla
La notizia e le citazioni sono tratti dal volume di Angelo Del Boca Italiani brava gente?, Neri Pozza, 2005.

25.10.12

Gli effetti gastronomici della Rivoluzione Francese (di Raymond Queneau)

Mi è già accaduto di riprendere qualche brano da Conosci Parigi?, il volumetto dell'editore Barbès di Firenze che trasceglie e traduce domande e risposte della rubrica omonima che il grande oulipista francese Raymond Queneau tenne negli anni 30 sul quotidiano "L'Intransigeant". Quello che segue è il quesito 113, domanda e risposta. (S.L.L.)

In che epoca fu aperto il primo ristorante parigino?
Il primo ristorante parigino fu fondato nel 1766, in rue des Poulies. Vi si vendeva un consummé "restaurant" (ristoratore) detto "brodo dei prìncipi". A differenza dei locandieri, che servivano i pasti a ore fissa e solo per avventori a pensione, i ristoratori erano aperti tutta la giornata; ma potevano servire solo minestre, uova, pasta e "piatti leggeri": Questa distinzione scomparve di lì a poco, con la rivoluzione.

Postilla
Un ricordo dell'originario "ristorante" era forse la "casa del brodo" a Palermo che ancora negli anni Sessanta, a tutte le ore del giorno, forniva agli avventori un magnifico "ristretto" da una grande pignatta sempre in ebollizione, cui si aggiungevano man mano nuova acqua e nuovi pezzi di carne e verdure. Naturalmente vi si potevano consumare anche i pezzi di lesso, prevalentemente bovino, che nel brodo della pignatta s'erano per ore inteneriti. Poi, senza alcuna rivoluzione, forse in omaggio al turismo di massa del tardo Novecento, quello è diventato un ristorante come gli altri, anche se - mi dicono - continua a fare un buon brodo ristretto. (S.L.L.)

24.10.12

Fantasmi in terra di Siena (di Leonardo Sciascia)

Vicino Siena, una casetta con giardino costruita un paio d'anni fa, graziosa e comoda, è in vendita per un paio di milioni. Ne vale almeno venti: ma non si riesce a venderla per due. Il fatto è che la casa è abitata o visitata dagli spiriti: gli spiriti di coloro le cui ossa sono state trasferite da quel terreno al cimitero, quando si scavavano le fondamenta e quei poveri resti, in tale quantità da far pensare a una fossa comune, di quelle che si facevano durante le pestilenze, continuamente affioravano. Avendo assolto alla pietosa opera di portare al cimitero le ossa, chi costruì la casa pensò la si potesse abitare senza danno o inquietudine: e invece cominciarono le terribili manifestazioni notturne. Rumori, generalmente; ma pare volasse, propriamente volasse, qualche schiaffo.
Si chiamò il parroco a benedirla, ma non bastò. Si ricorse a preti e monaci più specializzati in benedizioni ed esorcismi, e le manifestazioni notturne continuarono. Se ne sparse la voce, né poteva sfuggire quell'andirivieni di esorcizzatori. I proprietari dapprima negarono; e tentarono di resistere ad abitarla fin tanto che non riuscissero a venderla. Ma non ce la fecero. Si ridussero ad abitarla solo di giorno, lasciandola a sera, come si suol dire, col favore delle tenebre. Ma furono costretti ad abbandonare anche questa linea di difesa: per cui l'estremo deprezzamento.
La zona è « rossa »; e in alacre processo di industrializzazione. Eppure non si trova uno che si prenda quella casetta o che a puntiglio o scommessa vada ad abitarla. E se si trovasse - « rosso », spregiudicato, di saldi princìpi e nervi - finirebbe forse come il Granella di Pirandello: che andò ad abitare una casa in fama di spiriti, irridendo a chi ci credeva; e ne scappò a prima sera, sconfitto ed irriso. (La casa del Granella era, ad Agrigento, nel quartiere di Bibbirrìa, che in arabo vuol dire la porta dei venti: e perciò gli spifferi che muovevano le carte, il battere e cigolare delle imposte. E anche questa casetta vicino Siena è situata su un poggio ventoso, alla porta dei venti).

Da Nero su nero, Einaudi, 1979

Dentro lo stato. Segreti, fascismo e mafia (Leonardo Sciascia)

Una riflessione di Sciascia, da Nero su Nero, riferita agli eventi di ieri, ma facilmente applicabile a quelli di oggi. L'inattingibilità di certi accordi, l'inviolabilità di certi segreti, anche a distanza di molti anni,  deriva dal fatto che le mafie - come bene ha spiegato Giuseppe Carlo Marino nei suoi studi sulla storia della mafia siciliana e sulla odierna globalizzazione mafiosa - non agiscono fuori dallo stato o contro di esso, né all'esterno o ai margini dei poteri costituiti sovranazionali (la Banca Mondiale per esempio), ma ne sono parte integrante. Le trattative e gli accordi di vent'anni fa, per esempio, oramai nessuno può negare che vi furono, ma con successo si tenta di nasconderne i contenuti e i contraenti, colpendo come "corpi spuri" quei giudici democratici - come Ingroia - che non accettano di fermarsi sulle soglie degli arcana imperii. La ragione è che non si trattava tra lo Stato (con la maiuscola come taluni lo scrivono) e un organismo esterno (la mafia), ma si trattava e ci si accordava dentro lo stato, tra le sue diverse parti. (S.L.L.)
Leonardo Sciascia
Tra gli elementi che Michele Amari adduce alla tesi che non da una congiura insorse il Vespro ma spontaneamente e immediatamente, c'è questo: che la preparazione della rivolta, e cioè la congiura, avrebbe avuto in sé i germi del sicuro fallimento, essendo impossibile in Sicilia condurre a buon fine un'impresa che vuole l'accordo di più persone e la segretezza. La constatazione si può estendere all'Italia intera; e specialmente sulle ammissioni e noti­zie che — chi sa perché ora e non prima — uomini e organi di governo hanno cominciato a fare e a dare sui tentativi di «golpe» da destra. Si sapeva tutto, insomma; e così precisamente e tempestivamente da riuscire a sventarli senza clamori, senza arresti, senza destituzioni. Che strano paese. E ci assale una preoccupazione: che se è impossibile l'accordo e la segretezza nei disegni eversivi che si fanno fuori dello stato o ai suoi margini, accordo e segretezza non sono invece impossibili dentro. Tanto è vero che solo ora, a distanza di mesi e di anni, gli italiani apprendono che sì, tentativi di « golpe » ci sono sta­ti; o almeno disegni. E del resto tra il '19 e il '25 il fascismo non è venuto da fuori dello stato ma da dentro.

23.10.12

Scuola pubblica. Don Milani contro Capitini.

“Micropolis” nel giugno 1998 ripubblicò alcuni testi della polemica tra due persone che si stimarono e insieme condussero alcune battaglie antimilitariste, tra cui quella per l’obiezione di coscienza: il filosofo e pedagogista perugino Aldo Capitini, teorico e propagandista della “non-violenza”, della cui nascita si celebravano i cento anni e il prete Lorenzo Milani, che  - come priore a Barbiana, in Toscana - promosse una scuola privata parrocchiale diretta soprattutto ai figli dei contadini e concepita come strumento di emancipazione sociale.
Oggetto della discussione tra i due è la scuola, che Capitini vuole pubblica, cioè garantita dallo stato e aperta a tutti, mentre Milani difende le scuole cattoliche o almeno alcune tra esse. I testi risalgono tutti al 1961 e furono originariamente pubblicati in un “Giornale scuola” pubblicato a Perugia da un gruppo di iniziativa sociale promosso da Aldo Capitini: il primo è un documento programmatico sulla scuola proposto dal filosofo umbro, il secondo è uno stralcio dalla lettera duramente critica del “priore”, il terzo è una replica di Capitini ai critici cattolici del documento e dunque non solo a don Milani. “Micropolis” li riprese da “Linea d’ombra”, la rivista diretta da Goffredo Fofi. (S.L.L.) 

Aldo Capitini
La scuola
Quando le scuole erano nei conventi e nelle parrocchie, pochi erano gli scolari ed essi imparavano poco. La civiltà moderna vuole che lo Stato apra scuole pubbliche per tutti. Questo è un bene per tutti perché:
1- ogni uomo e ogni donna, se sa leggere e scrivere, non fa brutta figura davanti agli altri, quasi scusandosi di essere analfabeta;
2- ogni uomo e ogni donna deve poter leggere libri e giornali; deve imparare per chi votare nelle elezioni, nell'interesse di tutti i lavoratori; deve conoscere le grandi questioni dell'umanità, perché tutti i popoli devono essere fratelli, conoscersi, aiutarsi;
3- ogni uomo e ogni donna deve imparare una professione e conoscerla benissimo per trovare lavoro e guadagnare dignitosamente;
4 - ogni uomo e ogni donna deve sviluppare la sua intelligenza e le sue capacità di studio, di lavoro e di  creazione culturale.
Nelle scuole pubbliche deve esserci libertà di idee per tutti, insegnanti e scolari. Bisogna imparare nella scuola a rispettare chi ha idee diverse dalle nostre. Quando la scuola è nelle mani dei clericali, essi impongono agli scolari le loro idee reazionarie. Fino al secolo scorso i proprietari in Sicilia e i "pope" in Russia erano contrari alle scuole, perché dicevano che svegliavano i popoli.
In Italia...  ancora non è attuata la Costituzione repubblicana che vuole che tutti i ragazzi, maschi e femmine, vadano a scuola fino a quattordici anni; ancora le spese statali per l'istruzione sono inferiori a quelle di tanti Stati in Europa, America, Asia.
La scuola in Italia è fondata sulla divisioni di classi sociali, perché ai figli degli operai, dei contadini e degli impiegati con piccolo stipendio sono impediti gli studi superiori: così la classe dirigente italiana tiene nelle sue mani il dominio della società italiana. Rinnoviamo la società e rinnoviamo la scuola.
Aldo Capitini
Lorenzo Milani nella scuola di Barbiana
Lo scandalo della scuola pubblica.
Barbiana 6 marzo '61
Caro dottore,
sono a letto da tre mesi con una coxite di origine e causa ignote per ora…
Vengo all'ultimo numero del “Giornale Scuola”. Non si può esaltare l'idea della scuola di Stato senza descrivere la realtà, così come non si può denigrare la realtà della scuola dei preti senza citarne l'idea…
Scandalose sono le scuole clericali di lusso, ma non quanto la scuola di Stato che non solo da quando la DC è al potere, ma fin dal lontano 1860 quando guardava in cagnesco i preti, è sempre stata una fogna di propaganda padronale per nessun rispetto migliore delle equivalenti fogne ecclesiastiche. Non muoverei dunque oggi un dito a favore della scuola di Stato dove non regna nessuna "libertà di idee", ma solo conformismo e corruzione e se invece della scuola di Stato come è oggi si parla di come dovrebbe essere allora vorrei non parlare più delle scuole di preti come sono oggi (molte) ma come sono alcune (poche) o meglio come dovrebbero essere. E in tal caso non c'è dubbio per me che sarebbero migliori quelle dei preti perché l'amore di Dio è in se migliore che la coscienza laica o l'idea dello Stato o del bene comune…
Lo scandalo più grosso non è che pochi ebrei o protestanti come contribuenti siano costretti ad aiutare qualche scuola di preti, ma piuttosto che milioni di contribuenti cristiani e poveri siano costretti a finanziare una scuola di Stato profondamente anticristiana profondamente antioperaia e anticontadina …
Vede dunque che per me l'ultimo numero del “Giornale Scuola” è disonesto. Restiamo amici come prima.
Lorenzo Milani
Aldo Capitini (a destra) con Walter Binni
Le ragioni dei nostri avversari
...Lo Stato, dicono i clericali, deve dare i mezzi per le scuole private, perché ci sia la "libertà" nella scelta della scuola. E' molto noto, ma bisogna ripeterlo, che i clericali davano alla parola "libertà" un significato diverso dal nostro. Mariano Cordovani, domenicano autorevolissimo nel Vaticano, ha scritto sull'Enciclopedia cattolica, alla voce Chiesa: "Perché ad un eretico non dovrebbe essere tolta la libertà di propaganda, quando attentasse alla fede dei cristiani?".
Possono questi tali far riconoscere che la loro scuola è ispirata alla libertà come quella pubblica ispirata alla Costituzione repubblicana, e perciò meritevole, come la pubblica, di essere finanziata? Si deve - dicono ancora i clericali e dice l'Enciclica – riconoscere il diritto dei genitori ad educare come vogliono i propri figli.
Anche qui essi non vedono che un aspetto, mentre i diritti dell'uomo sono un insieme che colpisce l'autoritarismo dell'Istituzione religiosa tradizionale. Anche i diritti del fanciullo. La Dichiarazione dei diritti del fanciullo, approvata all'Assemblea dell'ONU il 20 novembre 1959, dice al numero 10: "Il fanciullo deve essere protetto da comportamenti o influenze che possono indurlo a qualsiasi forma di discriminazione razziale, religiosa o di altro genere. Egli deve essere educato in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di amicizia tra tutti i popoli, di pace e fraternità universale e nella consapevolezza che dovrà porre le proprie energie e i propri talenti al servizio dei suoi simili". Come si concilia questo diritto, contrario ad ogni forma di discriminazione religiosa che anche i rappresentanti della nazione italiana hanno approvato, con l'educazione che i clericali danno, e per cui vogliono anche denari (oltre quelli, abbondantissimi, che per altre ragioni traggono dalle casse dello Stato, così dure, invece, verso gli stipendi degli insegnanti e l'edilizia di proprie scuole)? [...]
Aldo Capitini

(vita) Una poesia di Anna Cascella Luciani

mi conquistano le date
migratorie – quel partire
in volo degli uccelli –
quei viaggi celesti –
sortilegio resistente –
istintivo – sapiente
del dirigersi – andare
quel venirci a trovare
pur senza conoscerci –
miracolata specie – immune
dalla certezza fatale
del tracciato -

La poesia di Anna Cascella Luciani (Antonio Fiori)

Poesia versicolare, frammentata da una crescente interpunzione, sempre abitata dalla rima, spesso dedicata in calce al testo, raccolta sotto titoli per lo più enfatici (Le tese braccia, Migrazioni, Discendenze, Luna mutante, Amate assenze, Le aperte stanze, Vaganti stelle, Solo l’amore, Dalla finestra del cielo); paiono difetti, invece è una poesia che arriva come poche altre, che mantiene una disperata fedeltà alla vita, che riesce ad essere diario rimanendo poesia…


Pubblicato da Giovanni Nuscis su “La poesia e lo sprito” 28 ottobre 2011

22.10.12

La poesia del lunedì. Anonimo dall'Antologia Palatina

Quando ti sto vicino, o bella citarista, vorrei -
come fai tu - sfiorare in alto e vibrare al centro.

da Il miele di Afrodite (a curadi Marina Cavalli), Oscar Mondadori, 1991

20.10.12

Lode del dubbio. Una poesia di Bertolt Brecht

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l'armata salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sulla inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell'infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l'ammalato senza speranza!

Ma d'ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno
un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un'eterna sapienza
e spezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d'idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d'oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro redatto da Iddio in persona,
erudito
da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l'uomo
che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l'uomo
che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non
dubitare mai. Splendida è la loro digestione,
infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi.
Se occorre, tanto peggio per i fatti.
La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione. Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall'acqua i passeggeri dl navi che affondano.
Sotto l'ascia dell'assassino
si chiedono se anch'egli non sia un uomo.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto.
La loro attività consiste nell'oscillare.
Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!

Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

da Poesie e canzoni (versioni di Franco Fortini e Ruth Leiser), Einaudi, 1981

19.10.12

Babel. Gli occhiali sul naso e l'autunno nel cuore (Nadia Caprioglio)

Le più di 1.400 pagine dell'opera di Isaak Babel che Mondadori raccoglie nei «Meridiani» sono una storia della Rivoluzione russa e delle sue conseguenze: c'è molta energia e molta poesia; c’è odore di guerra e di cavalli, di cipolle e di aringhe; ci sono fame, freddo e sangue.
Un'opera che Adriano Dell'Asta, perfetto curatore del volume, ci presenta nella sua frammentata interezza: racconti editi e inediti, lo straordinario diario dei mesi trascorsi nel 1920 con i Cosacchi in Ucraina come corrispondente di guerra, scritti giornalistici, opere teatrali e sceneggiature cinematografiche, una raccolta che testimonia l'ecletticità e la tragicità dell'esistenza di Babel. Scritti in prosa, mirabilmente tradotti da Gianlorenzo Pacini, che si leggono come poesie, cesellati nello stile, inondati di sole: è lo stesso Babel a notare che «nella letteratura russa non c'è una descrizione del sole veramente gioiosa, limpida strade grigie e nebbia hanno soffocato gli uomini». I racconti di Babel, come i quadri di Marc Chagall, cantano di cieli tersi e stelle luminose, di violinisti e di angeli. Scoperto da Maksim Gor'kij, che pubblica i suoi primi racconti nel 1916, Isaak Babel lascia Odessa dalle «dolci serate primaverili» e «dall'acre profumo di acacia» per trasferirsi a vivere a Pietrogrado senza permesso di soggiorno. Ben presto diventa famoso con l'Armata a cavallo, l'opera che sovrasta tutta la sua produzione, cronaca violenta e poetica della vita quotidiana dei soldati della I Armata di cavalleria sovietica durante la campagna polacca del 1920... L'Armata come mezzo di integrazione? Dai vari racconti emergono le diverse persone del loro autore: un ebreo dall'educazione ortodossa, un russo che credeva in un sistema nuovo che avrebbe trionfato sull'antisemitismo, un intellettuale «quattrocchi» che ammira criminali e uomini d'azione e descrive la violenza con romantico realismo. «Tu guardi al mondo attraverso i tuoi occhiali», dice il comandante al protagonista-narrante Kirill Ljutov, discreto alter-ego di Babel: gli «occhiali sul naso» sono di grande importanza nell'idea che Babel aveva di se stesso e della letteratura.

La rivincita del cavallo
Lo scrittore, l'intellettuale, non vede a occhio nudo, ha bisogno di uno schermo che lo distanzi dalla realtà. «L'ebreo con gli occhiali sul naso e l'autunno nell'anima»: questa espressione è diventata quasi il suo ritratto. Per Babel vedere equivale a raccontare, oscillando tra l'orrore suscitato dalla guerra e l'ammirazione per i compagni, capaci di gesti generosi, con il loro stile, la loro forza, le giacche militari sfavillanti e i cavalli. Babel scrive di cavalli in modo straordinario, l'Armata a cavallo «è la rivincita del cavallo letterario russo, un cavallo umiliato e offeso», come ebbe a dire lo studioso Vittorio Strada. La violenza dell'Armata è una violenza naturale, sfrenata, «preludio della felicità», ben diversa da quella violenza pianificata, moralmente ingiustificabile, che in seguito avrebbe annientato Babel e tanti altri uomini «con gli occhiali sul naso» come lui. Nell'Armata a cavallo l'ebreo Gedali dice che «la rivoluzione è un'opera buona di uomini buoni, ma gli uomini buoni non uccidono». La «dolce rivoluzione» del mite rigattiere Gedali è anche quella di Babel, come ci ricorda Serena Vitale nell'avvincente scritto che apre il volume, ma la catastrofe subita dal mondo ebraico nel suo scontro con la rivoluzione e con la storia sarà totale. In un racconto incompiuto, L'ebrea, Boris, uomo del futuro, ebreo diventato bolscevico di successo, di fronte alla morte della sua terra natale, al venir meno di «quella vita indifesa», convince la madre e la sorella a seguirlo a Mosca; viaggiano su un treno di prima classe, avranno un appartamento con il frigorifero e il fornello a gas, ma Boris si domanda: «E' la fine o la rinascita?». Oppresso dall'angoscia non trova la forza di rispondere a quella domanda, così come Babel ne cercherà la risposta per tutta la vita. 

A Canale 5 usano i bambini per proteggere i mafiosi e i potenti (S.L.L.)


L'avvocato Lipera.

Ho visto un quarto d’ora di tv berlusconiana nel pomeriggio di oggi, venerdì 19. Stavo provvedendo alle medicine della mia mamma e non mi sento di imporle sempre il cambio di canale. Sulla rete ammiraglia  Mediaset una certa Barbara D’Urso intrattiene il pubblico su fatti di cronaca, di preferenza nera, con filmati, interviste, pareri di competenti e di incompetenti su temi d’attualità. Oggi (ma lo fa ormai da qualche giorno) la conduttrice – dopo lo sconvolgente filmato dal Veneto diffuso nei giorni scorsi -  insisteva sui bambini sottratti per sentenza di un giudice alla potestà di uno dei genitori (in genere la madre) e affidati a strutture che li prendono in cura. Si tratta generalmente di figli contesi, di divorziati o separati, che tendono a proiettare sull’innocente le tensioni e i rancori maturati in burrascose convivenze e guerre giudiziarie.
In alcuni casi la sentenza fa riferimento alle diagnosi di PAS (Sindrome da Alienazione Parentale) formulata da psichiatri che hanno visitato la creatura. Si tratta di una patologia che solo alcune “scuole” riconoscono come tale e che grosso modo consiste nel rifiuto, da parte del bambino, dei rapporti con un genitore, per il condizionamento subito dall’altro.
Non ho titoli, esperienze e studi per entrare nel merito di codesta malattia, la cui esistenza viene negata da alcuni organismi sanitari internazionali, ma provo un grave disagio nel sentire, come in questi giorni m’è accaduto, avvocati, bottegai, impiegate di banca, casalinghe e disoccupati accusare di sadismo criminale psicologhi, psichiatri e giudici, sulla base di un semplice sentito dire e masse di incompetenti applaudire negli studi televisivi.
Oggi ho perso le staffe. Tre volte.
Prima la suddetta D’Urso s’è messa a fare la Giovanna d’Arco, dicendo “niente e nessuno fermerà questa mia battaglia in difesa dei bambini”.
Poi una mamma ha dichiarato come se si tratti di un orrendo scandalo che nella struttura che accoglie il suo bimbo (e dove – a suo dire - non hanno fatto entrare il senatore Pedica) ci sono “bambini con problemi psicologici”. Mi fa paura e disgusto questa minuta signora bionda, per la quale evidentemente bisognerebbe isolare e segregare quei bambini quasi fossero appestati, per impedire ogni contatto con quelli “sani”. Vergogna! per lei, per tutti i responsabili della schifosa trasmissione e per i membri della claque che applaudiva forse senza capire l’enormità di quanto si andava dicendo.
Da ultimo è arrivato uno strano avvocato catanese, di cui ricordo qualche lontano precedente politico intorno ai radicali di Pannella e che vanta tra i suoi clienti i boss Santapaola e Ieni ed il venduto Contrada, tal Lipera. Ha dichiarato rispetto per i giudici che sono morti, Falcone e Borsellino, e subito dopo lanciato generalizzati improperi contro quelli che sono rimasti vivi: “La PAS non esiste. La vera epidemia è la GAS, la sindrome da alienazione giudiziale”. E’ in queste sue parole e nel fragorosa applauso che le accompagnava il senso della trasmissione. L’aggressione ai magistrati ricorda quella famigerata del Cavaliere secondo il quale per fare quel mestiere si deve avere qualche turba psichica, ma non è per proteggere il Berlusca da imminenti sentenze e incombenti processi che si montano queste campagne. Si mettono insieme Sallusti, i bambini rapiti e tutti i presunti errori giudiziari per legare le mani e tappare la bocca alla magistratura che scopre gli altarini dei potenti e addirittura vuole scoperchiare la pentolaccia della cosiddetta trattativa Stato-Mafia, cioè della Mafia dentro lo Stato e dello Stato dentro la Mafia.

I Vespri siciliani. Congiura o rivolta?

Francisco Hajez, I Vespri siciliani (1846), Particolare
Sulla data del Vespro permangono (30 o 31 marzo 1282) permangono tesi diverse. La leggenda vuole che al crepuscolo di quella giornata, quale che fosse, alcuni dei soldati francesi ch’erano arrivati 16 anni prima al seguito di Carlo d’Angiò, appena divenuto re di Sicilia, infastidissero la moglie di un siciliano, suscitando le sue proteste. Un ufficiale, Bernard Desclot secondo il cronista Giovanni Villani, avrebbe replicato: “Merda, tacete!”. Sarebbe scoppiata dopo queste parole la rivolta, con l’uccisione dei soldati che avevano partecipato all’oltraggio. Subito dopo si sarebbe ribellata l’intera città, al suono delle campane. Il trionfo dei rivoltosi fu assai rapido, anche perché i francesi, secondo gli studi storici più recenti, erano solo poche centinaia.
L'insurrezione si estese poi rapidamente a tutta la Sicilia (a fianco dei francesi rimase solo il castello di Sperlinga, appoggiato dalla popolazione del paese, tanto che i loro discendenti conservarono nei secoli la fama di essere dei bastian contrari). Il 28 aprile la flotta angioina fu incendiata nella rada di Messina e la Sicilia fu libera.
Anche se all'origine dei moti c'era stata una rivolta popolare, i Vespri furono considerati già dai contemporanei, e poi anche da diversi storici, come il coronamento di una grande congiura, tesa a cacciare gli angioini dalla Sicilia: vi sarebbero entrati i fedeli degli Hohenstaufen, la famiglia di Federico II, il cui figlio Manfredi, sconfitto e ucciso dagli angioini a Benevento aveva maritato la figlia, Costanza, con Pietro D'Aragona, prima principe e poi re a Barcellona, rifugio di molti nobili siciliani ghibellini. Furono proprio “gli Aragonesi” che quattro mesi dopo la rivolta si impadronirono della Sicilia. Si dice che il Vespro avesse l’appoggio di Michele Paleologo, imperatore d'Oriente e si parla di un “Grande Vecchio” come suo tessitore: Giovanni da Procida, che aveva allora 72 anni, una volta medico di Federico II e all'epoca cancelliere del regno d'Aragona. Le cronache raccontano di suoi viaggi a Roma e Costantinopoli e di visite clandestine in Sicilia.
La tesi del “burattinaio”, corroborata da seri indizi, ma non da documenti, non convinse Michele Amari, figlio di un liberale imprigionato dai Borboni e lettore di Walter Scott, che pubblicò a 34 anni, nel 1840, un libro intitolato Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII. Il titolo incolore nascondeva un'esaltazione romantica della rivolta dei siciliani contro lo straniero, in nome dei princìpi di nazionalità e di libertà. Amari declassava le congiure a leggenda e attribuiva carattere popolare, non aristocratico, alla rivolta di Palermo. La ribellione sarebbe stata «repentina, uniforme, irresistibile, non tramata, decisa e fatta al girar di uno sguardo».
Leonardo Sciascia, pur guardando al mito dei Vespri senza simpatia, condivide la tesi della rivolta spontanea: “Di tutte le ragioni che porta Amari contro la congiura la più persuasiva resta per me come siciliano che conosce i siciliani. E cioè che nessuna cosa che è preparata, e che richieda l’accordo di più persone, può avere successo in Sicilia”.

La memoria dei Vespri Siciliani. Il luogo e il tempo.

Palermo. La Chiesa dello Spirito Santo nel Cimitero di Sant'Orsola

La chiesa dello Spirito Santo si trova nel cimitero di sant'Orsola, alle porte di Palermo. In mezzo alle tombe del periodo Liberty appare improvvisamente la bellissima chiesa normanna, costruita nel 1172.
Una chiesa che molti palermitani conoscono solo perché la vedono di sfuggita quando vanno al funerale di qualcuno. Non c'è l'abitudine di andare a visitarla, «per scaramanzia», si dice. Eppure fu qui che avvenne uno degli episodi più famosi della storia siciliana: l'inizio della guerra del Vespro, nel 1282.
La rivolta scoppiò il 30 o il 31 marzo, il lunedì o il martedì dopo Pasqua?
Al tempo delle celebrazioni per l’ottavo centenario, nel 1982, il medievista Francesco Giunta, esperto di storia siciliana si pronunciò per il 31, cioè il martedì, come il grande storico ottocentesco Michele Amari. A riprova aggiungeva: «Un tempo qui a Palermo la pasquetta durava anche il martedì dopo Pasqua. Sono tradizioni che si perdono, ma a Castelvetrano, per esempio, si fa ancora così!». A me non pare un argomento definitivo (il lunedì potrebbe festeggiare la rivolta e il martedì la vittoria) ma mi chiedo se ancor oggi a Castelvetrano…

Karol Wojtyla. Il populista che copriva gli scandali.

Nel sito intitolato ad Anna Maria Ortese trovo, datato 2011 e senza firma, un breve commento sulla rapida beatificazione di Karol Wojtila, il polacco che fu papa cattolico fino al 2005, credo, con il nome di Giovanni Paolo II. Il giudizio su quell’odioso individuo m’è sembrato chiaro e argomentato, assolutamente condivisibile. Lo riporto qui assai volentieri. (S.L.L.)

Premessa: la Chiesa cattolica apostolica romana può beatificare e celebrare chi gli pare e piace, perfino due delinquenti fascisti come Stepinac e De Balaguer. Un giudizio storico … su Karol Wojtyla potrebbe essere questo, schematizzando: un populista, una star mediatica, uno showman. Un restauratore, conservatore, per certi versi reazionario. Repressore ed emarginatore di vescovi, teologi, religiosi non in linea con lui; ha sostenuto gruppi e movimenti conservatori come Opus Dei, Comunione e Liberazione, Legionari di Cristo (il fondatore Maciel era un notorio pedofilo, violentatore di bambini), i Neocatecumenali, etc. Ha coperto tutti gli scandali, dallo Ior di Marcinkus alla pedofilia. E' stato condiscendente nei confronti di governi e regimi militari violenti (l'immagine di Pinochet e di Giovanni Paolo II al balcone della Moneda di Santiago del Cile che benedicono la folla, nell'aprile 1987 è molto eloquente). Un restauratore, un reazionario, un feroce anticomunista, sordo ad ogni dialogo. Un tradizionalista intransigente, da dimenticare e archiviare in fretta.

18.10.12

"Cara Elsa Morante". Anna Maria Ortese si confronta con "La Storia"

Anna Maria Ortese
All' uscita, nell'anno di grazia 1975, de La Storia di Elsa Morante ad alcuni (tra gli altri a me e a mia moglie Carmela, che lo leggeva con commozione sulla spiaggia) parve un grande libro o addirittura un capolavoro e tuttavia venne beneficato anche da ignobili stroncature e da giudizi stroncativi tipo "libro retrogrado" o "polpettone". L'accusa alla Morante era di arrivare fuori tempo massimo rispetto ai "modelli", il grande romanzo ottocentesco o il cinema neorealistico. 
Non intendo replicare qui a giudizi siffatti e, nonostante l'immeritato oblio degli ultimi due decenni, resto sicuro che La Storia entrerà prima o poi nel canone dei classici. Mi ha molto confortato però, oggi, leggere nel sito dedicato ad Anna Maria Ortese che qualcuno continua amorevolmente ad alimentare, leggere una letterina diretta alla Morante e firmata dall'autrice de Il mare non bagna Napoli. Il testo, del 75, ha come oggetto proprio il grande romanzo appena pubblicato da Einaudi direttamente in economica, negli Struzzi. (S.L.L.)
Elsa Morante

Roma, 16.5.75

Cara Elsa Morante,
un mese fa ho letto La Storia. Ho esitato a scriverLe, non sapendo se Lei ha di me stima umana. Penso che una lode possa valere solo in questo caso. La stima che io ho di Lei, persona umana, è molto alta. Come scrittore, solo poche Sue pagine di scura bellezza mi erano note. Alla fine ho letto La Storia, e sono andata avanti tutta la notte, e poi il giorno dopo, e poi un altro giorno. Ero sbalordita. Si aprivano dovunque i cieli della più grande tradizione italiana.
Con un dolore più vicino. Dopo il primo giorno mi è accaduto questo: non avevo più memoria di tutte le cose - anche immense - finora lette. Ancor meno mi ricordavo di me. Pensavo - seguendo la disperazione senza luce di soccorso della madre di Ida: qui siamo tutti - è detto tutto. È resa giustizia a tutti noi che fuggiamo. - Quando dico noi, dico un'umanità, semplicemente. La grazia e purezza del bambino! Ma Nino, poi, quando torna - morto nel pensiero della madre - e non vuole morire, è immenso. Qui tornava quella prima sensazione «è stata resa giustizia».
Voglio ricordare qua e là, di questo VIVENTE libro, la luce in cui si muove - colorando le strade, la gioia di Useppe. I piccoli interni familiari. La polvere povera, tutta voci. I rossi orrori che accadono all'uomo, di epoca in epoca.
Quando il libro è finito, resta il senso dell'epoca. Siamo un po' cambiati. Della letteratura non ci ricordiamo, e questo è bene. Ma sì del dolore umano. E questo dolore, che è intramontabile, diviene l'ombra che va avanti, la musica funebre della gioia che finì, ma in eterno porrà quesiti alla ragione.
Non so di strutture e di altro. So di emozioni. Queste sole dicono che in un racconto, o in una letteratura, è passata la vita. E solo la vita - a umiliazione dei critici - è forma.
Mille auguri per il domani! Stia bene!
Sua Anna Maria Ortese

[P. S.] Non ho letto prima, perché volevo essere sola col mio giudizio. Non le do il mio indirizzo, perché spero che non mi ringrazi.
Siamo già tanto umiliati da immagine false e scambi di grazie o inchini. Il mio omaggio a Lei, almeno, sia libero.

Tristi annunzi con fidanzata (S.L.L.)

Una cosa curiosa ho notato, al mio paese, leggendo i manifestini che annunziano la morte di qualcuna o qualcuno.
A dare "il triste annuncio" erano un tempo i consanguinei stretti, padre e madre, fratelli e sorelle, nipoti d'ogni sesso, zie e zii quando non fossero troppi. La platea degli annunziatori era di regola allargata ai legittimi consorti dei parenti più stretti, le nuore, i generi, le cognate, i cognati: ad esempio "la figlia Giuseppa col marito Antonio Volpe" o "il fratello Filippo con la moglie Carolina" (per le donne maritate non c'era cognome). Tutto il resto confluiva nella indicazione conclusiva, "i parenti tutti". 
Da qualche tempo ho notato con curiosità che ad annunziare personalmente i decessi negli avvisi di lutto sono anche altri parenti acquisiti (o quasi). Si può trovare scritto, infatti "la figlia Genoveffa con il fidanzato Giulio Casetta" oppure "il figlio Crocifisso con la fidanzata Antonina Parrinello" (questa volta con il cognome).
Incuriosito da codesta evoluzione nella fattura dei poster mortuari, ho chiesto in giro. Ho appreso che l'inclusione riguarda le coppie non sposate. "Fidanzata" o "fidanzato" sono eufemismi scelti per non ricorrere ad altri vocaboli: "convivente", che puzza un po' di tribunale, "compagna" o "compagno", che creerebbero qualche confusione con i socialcomunisti.   

17.10.12

Lettere dal carcere. Pio La Torre alla moglie Giuseppina Zacco (novembre 1950)

Il 10 marzo 1950 Pio La Torre fu arrestato a Bisacquino durante una occupazione delle terre e fu incarcerato in attesa di giudizio per adunata sediziosa, resistenza e oltraggio. Il processo, svoltosi più di un anno dopo, si concluse con il riconoscimento da parte del Tribunale dei malmenamenti della polizia e l’assoluzione non solo del giovane dirigente sindacale, ma di tutti i contadini arrestati. La Torre, tuttavia, era rimasto in carcere fino all’agosto del 1951, 15 mesi.
Furono mesi difficili e importanti per il militante comunista, sia sul versante personale che su quello politico. Sul piano personale pesarono molto la morte della madre e la nascita, a novembre, del figlio Filippo. Sul piano politico ad alcuni parziali successi del movimento contadino, che strappava qualche risultato legislativo sia nel Parlamento nazionale che all’Assemblea regionale corrispondevano nel Pci tensioni interne. Nel novembre 1950 ebbe luogo una sorta di processo contro Pancrazio De Pasquale, segretario della Federazione Pci del capoluogo siciliano, ritenuto colpevole di aver scavalcato la direzione di Li Causi, di eccessi di protagonismo, di sottovalutare l’Autonomia siciliana, di “movimentismo”. De Pasquale, dirigente brillante e coraggioso, fu costretto all’autocritica e trasferito a Genova. La Torre era tra i giovani più vicini a De Pasquale, con il quale condivideva l’idea, comune anche a Panzieri (segretario in pectore del Psi siciliano), della centralità del movimento contadino, protagonista di una autentica rivoluzione democratica; non gli venne tuttavia rivolto alcun addebito, per la sua condizione di carcerato e anche per la grande stima che nutriva verso di lui il nuovo segretario della Federazione di Palermo, Paolo Bufalini.
La lettera alla moglie Giuseppina Zacco qui riportata fu scritta immediatamente dopo la nascita del figlio Filippo, ai primi di novembre, quasi contemporaneamente all’approvazione nell’Assemblea regionale siciliana di norme di riforma agraria che accoglievano alcune rivendicazione contadine. La Torre, comunista di testa e di cuore, vede tra i due eventi, il pubblico e il privato, una sorta di legame. (S.L.L.)
---
Il testo, come la foto che lo correda, è tratto dal bel volume Pio La Torre (Flaccovio, 2012), di Vito Lo Monaco e Vincenzo Vasile, cui rimando per altre notizie. 
Il Siciliano Nuovo - Settimanale Comunista - Anno I, 10, aprile 1950

È stata una lotta magnifica che tu hai affrontato tanto serenamente ed ora il nostro bimbo è una realtà viva e palpitante. Tutta la realtà nel suo sviluppo è una lotta continua di cui il protagonista in funzione attiva è ciò che nasce e che si vuole affermare. Lungo e doloroso è stato il parto attraverso cui nostro figlio è venuto alla luce.
Nella stessa notte del 9 novembre all'Assemblea Regionale Siciliana si svolgeva una battaglia pure lunga e penosa a conclusione della quale veniva partorito un articolo importante della legge per la riforma agraria della Sicilia. Può essere simbolica l'eventuale coincidenza di un fatto che di per sé è tanto importante ma, a parte l'eventuale coincidenza, una cosa è chiara: nostro figlio è frutto di volontà, gioia, energia e di sacrifici. Egli è una forza nuova che si afferma, così, attraverso una lunga lotta dei contadini siciliani che incominciano a conquistare, palmo a palmo, la terra da lavorare.
Noi, con i nostri ideali, siamo protagonisti di ambedue gli eventi. È proprio perché siamo protagonisti anche del nostro evento, la lotta dei contadini, di tutto il popolo per la terra e la libertà, che la nascita di nostro figlio è considerata dal nostro partito e dai nostri compagni più cari un grande evento. Noi dobbiamo essere orgogliosi di ciò. Qualche giorno prima che Filippo vedesse la luce tu mi scrivevi che la sua venuta avrebbe rappresentato un nuovo poderoso elemento di forza e di resistenza per noi. Siamo in tre a lottare, nostro figlio sta a dirci che nonostante tutto si va avanti. Ciò che deve nascere, viene alla luce e ciò che deve affermarsi finisce col vincere. Con questa certezza, in ogni momento potremo vincere ogni debolezza ed ogni eventuale smarrimento. Quando ti sentirai sola, potrai abbracciare il nostro bimbo.
Quando mi sentirò preso dallo sconforto penserò più intensamente a te ed al nostro piccolo tesoro, e mi convincerò che la vita prevale sulla morte, e ciò che è nuovo distrugge ciò che è già invecchiato, e che alla fine nella storia prevale la verità.

statistiche