26.6.13

Paolo di Tarso, detto san Paolo, sul rapporto uomo-donna tra i cristiani

Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore: l'uomo è infatti il capo della donna come Cristo è il capo della Chiesa, salvatore del suo corpo. Quindi, come la Chiesa è soggetta a Cristo, così anche le donne debbono sottomettersi in tutto ai loro mariti.

Epistola agli Efesini, 5, 22-24

Capitalismo distruttivo e oligarchie. "Il grande saccheggio" di Bevilacqua (Michele Nani)

Mentre l'economia globale passa da una crisi all'altra, la scienza economica ufficiale rifiuta di prendere coscienza delle radici dell'instabilità. Anche quando si vuole critica e, ad esempio, denuncia la speculazione finanziaria, non arriva a chiamare in causa gli squilibri nella distribuzione della ricchezza, determinati dalla logica intrinseca della produzione capitalistica e dal modello di accumulazione degli ultimi decenni. Nel tentativo di frenare la caduta dei profitti, le politiche neo-liberiste hanno sancito la ripresa del comando padronale sull'economia e hanno prodotto precarizzazione, disoccupazione di massa, allungamento della giornata lavorativa e compressione salariale; hanno inoltre intensificato, nel quadro di una concorrenza sempre più sfrenata, la corsa al deterioramento dell'ambiente.
Il capitalismo è entrato in una fase di «distruttività radicale»: questa la tesi centrale del Grande saccheggio (Laterza 2011, pp. XXXII-217, euro 16), l'ultimo saggio di Piero Bevilacqua, tra i più importanti storici italiani (curatore della Storia dell'agricoltura italiana, Marsilio 1989-1991, fondatore dell'Imes e della rivista «Meridiana»). L'autore, firma nota ai lettori di questo giornale, tenta un'analisi della situazione presente, globale e italiana, e la connette alla formulazione di proposte politiche immediate.

Macchine oligarchiche
Sul versante dell'analisi si insiste sull'attualità della lezione marxiana: le crisi sono elementi strutturali dell'economia capitalistica. Rispetto al quadro novecentesco siamo però in presenza di una novità storica: senza la resistenza del movimento operaio, il libero dominio del capitale regredisce alle forme di sfruttamento delle origini. Con esse non può ovviare alla crisi, ma solo riprodurla in forme ancor più laceranti, distruggendo ricchezza e polarizzando ulteriormente le società.
Lo spreco di risorse ne è lo specchio più eloquente: per citare solo due degli esempi ripresi nel volume, l'iperconsumo euro-americano colonizza l'immaginario infantile e genitoriale nel segno del disciplinamento consumistico (negli Stati Uniti la spesa trainata dai bambini è superiore all'enorme bilancio militare) e procede inesorabile sulla strada del degrado ambientale (cementificazione dei suoli, aumento del traffico e dell'inquinamento atmosferico, proliferazione di rifiuti). L'enorme capacità scientifica oggi disponibile per una diagnosi accurata dei danni prodotti dal dominio capitalistico è resa meno efficace dalla frammentazione del sapere, per la logica disciplinare imperante nelle università e, soprattutto, dall'incapacità delle dirigenze politiche di tenerne conto per prevenire esiti catastrofici. L'imprevidenza, per usare un eufemismo, della privatizzazione dell'acqua e dell'opzione nucleare offrono conferme evidenti a questi assunti.
Solo il conflitto di classe può porre dei limiti a una china pericolosa, sia sul piano delle lotte del lavoro che su quello politico. Arrivati a metà del libro, la diagnosi offerta da Bevilacqua sull'involuzione della sfera politica è tanto impietosa quanto era stata radicale la disamina del meccanismo capitalistico riassunta nelle pagine precedenti.
Macchine oligarchiche che riproducono un vero e proprio «ceto politico», i partiti odierni hanno conservato solo un flebile legame con progetti e programmi, e hanno così iniettato, giorno dopo giorno, dosi massicce di cinismo nella popolazione, sempre più consapevole della separatezza dei «politici» dalla vita quotidiana. Le «politiche della paura» producono ad arte sensazioni di insicurezza per conservare un legame - malato e intimamente autoritario - fra i rappresentanti e la base sociale che li sorregge con il voto. Separatezza e paura impediscono la formazione di risposte di classe alla crisi capitalistica e producono, con Benjamin, il regresso dei lavoratori a «massa» o «folla».

La logica del risentimento
L'Italia rappresenta un «caso esemplare» di (auto)cancellazione della sinistra politica e di diffusione nelle classi subalterne di culture del risentimento che favoriscono l'imbarbarimento politico (l'atteggiamento sulla guerra libica e sui profughi ne è solo la più recente manifestazione). Come negli anni Venti, l'Italia è ancora un laboratorio: «il capitale che si mangia la politica» ha trovato qui un'incarnazione perfetta nel fenomeno-Berlusconi. Perché? Bevilacqua recupera le pagine dei Quaderni gramsciani per ricordare al lettore la storica mancanza di egemonia delle classi dirigenti nazionali (varrebbe la pena ricordarlo, in tema di 150°), da cui la vocazione al particolarismo, alla violazione delle regole e all'eversione.
Si rifiuta qui l'invocazione di una pretesa «mutazione antropologica» degli italiani a spiegazione degli esiti politici prevalenti dal 1994. L'antropologia dell'Italia democristiana, ci ricorda l'autore, non era poi così diversa e, soprattutto, nella storia del Belpaese è esistita un'opposizione di massa di ben altra qualità etica e politica. Un'altra Italia tuttora viva, come dimostrano le mille resistenze, dalla denuncia della gestione dei rifiuti in Campania ai «no-tav» valsusini.
Come uscire dalla crisi e dalla politica che produce anti-politica? Innanzi tutto per Bevilacqua occorre opporre alla logica del risentimento quella della visibilità del conflitto di classe: i problemi sociali trovano le loro radici nella diseguaglianza e nello sfruttamento, che non sono fenomeni inevitabili e invarianti, ma sono legati a rapporti di forza che si formano nel cuore della produzione capitalistica. Il peggioramento delle condizioni materiali di vita, come i rischi di catastrofi ambientali, hanno precisi responsabili, poiché esiste una catena causale alle origini del loro prodursi. Riaffermarlo pubblicamente e costruire una politica fondata su questi assunti è la precondizione per invertire la rotta. Di questi tempi, ribadire esplicitamente che la politica si fonda sui processi sociali e deve tendere alla loro trasformazione fa del Grande saccheggio un libro prezioso. Anche le forme della politica rappresentano però un problema. Le ragioni del cinismo dilagante in Italia, ma anche della difficile connessione e rappresentanza dei ricchi movimenti di base, stanno nella moderazione di quel che resta dei partiti di opposizione. La loro condotta quotidiana risponde alle stesse dinamiche del resto del «campo politico», nella distanza dai bisogni elementari della popolazione e nei contenuti troppo vicini a quelli degli avversari e dei gruppi economici dominanti.
Per di più, le esperienze di governo di «centro-sinistra» hanno aggravato la sfiducia popolare, poiché non hanno offerto miglioramenti palpabili, possibili solo nel quadro di una politica economica alternativa ai fondamenti delle linee neo-liberiste responsabili della distruzione sociale e ambientale. Bevilacqua sa bene che alla crisi di sistema si può rispondere solo con una radicale riduzione dell'orario, che redistribuisca il lavoro ed elimini la disoccupazione, fonte di miseria e di ricattabilità. Nell'immediato, tuttavia, oltre a sollecitare la ripresa dell'iniziativa da parte di un sindacato giudicato eccessivamente immobilista, ritiene più realistico immaginare un «piano del lavoro giovanile», incentrato sul recupero delle aree interne, nel segno dell'agricoltura, di piccole agro-manifatture, di artigianato teso al riciclo e alla riparazione, di politiche dei rifiuti, di energie alternative, di nuovi istituti di ricerca pubblica (sul modello delle francesi Maisons de science de l'homme).
Come imporlo alle classi dirigenti? Occorre prima di tutto restituire la politica ai cittadini, sgretolando la separatezza del ceto politico, attraverso il varo di provvedimenti specifici. Per citarne alcuni: un tetto alle spese elettorali, la riduzione di stipendi e privilegi parlamentari, il divieto del cumulo di cariche, il ritorno al sistema elettorale proporzionale. Giudicata impossibile l'auto-riforma del ceto politico, la proposta che chiude Il grande saccheggio è indirizzata in primo luogo ai movimenti: una nuova campagna referendaria (evidente è qui la lezione della recente mobilitazione per l'acqua e antinucleare), centrata sulla riforma della politica potrebbe configurare un salto di qualità nell'opposizione sociale, consentendo il superamento della frammentazione e la costruzione di uno sbocco politico.

"il manifesto", 19 aprile 2011

Storia a sinistra. La contemporaneistica in Italia. (Michele Nani)

Federico Chabod
La storia a sinistra di Gilda Zazzara, da poco uscito per Laterza, ricostruisce e analizza il percorso di crescita e legittimazione della storia contemporanea in Italia. Un percorso che ha segnato la ricerca dell'ultimo mezzo secolo, intessuto di proposte diverse, contestazioni, confronti serrati
Per studenti e genitori è ormai scontato che nell'ultimo anno della scuola superiore si studi la storia del Novecento, fino al Sessantotto o all'Ottantanove. Dopo la maturità, i percorsi di laurea umanistici e delle scienze sociali prevedono generalmente che si sostengano uno o più esami di «Storia contemporanea». E un giovane studente universitario può scegliere di laurearsi in Storia, magari con una tesi sul ventennio berlusconiano. Il ventesimo secolo è inoltre al centro della divulgazione storica e della comunicazione mediatica della storia, anche perché le sue vicende sono oggetto di un continuo uso pubblico, dalle finalità spesso direttamente politiche, quando non meramente strumentali. Questa massiccia presenza della storia recente nelle istituzioni formative e nello spazio pubblico è tuttavia un'acquisizione dell'ultimo mezzo secolo.
Tradizionalmente, da Tucidide e Erodoto in poi, lo storico è storico del proprio tempo, di cose che ha visto o che testimoni affidabili gli hanno raccontato. Ma con la Rivoluzione francese, la politicizzazione di massa, l'industrializzazione e la mercificazione delle relazioni sociali, il presente diviene indecifrabile e imprevedibile, e, al tempo stesso, una cesura lo separa dal passato, anche prossimo, mentre un'accelerazione continua lo spinge verso il futuro. Questa celebre tesi di Reinhart Koselleck ha come corollario che la storia «contemporanea» si sia venuta progressivamente distinguendo da una storia «moderna» in qualche modo conclusa con la fine dell'Antico Regime. «Contemporanea» a parte, delle età precedenti nel corso dell'Ottocento si scrive una storia sempre più fondata: nasce il «mestiere» di storico e la storia si fa scienza, basata sull'esame filologico delle fonti documentarie. Invece la peculiare natura della storia del tempo presente fa sì che, agli occhi degli storici, ogni tentativo di ricostruirne il movimento sia inevitabilmente viziato da passioni politiche, per la mancata distanza dall'oggetto di studio e per l'inaccessibilità delle fonti ritenute più importanti, quelle archivistiche.

Allievi di grandi maestri
Con il «paradosso crociano», l'Italia ha offerto un'esemplificazione diretta di questa dissociazione del campo degli studi storici. Nel fuoco della polemica antipositivistica Croce giunse a teorizzare che «ogni vera storia è storia contemporanea», non essendo lo storico alieno dai problemi del proprio tempo, che si riflettono nella scelta dell'oggetto di ricerca e nel senso stesso dello studio. Scrisse poi una fortunata Storia d'Italia (1928) contrapposta alla sintesi filofascista di Gioacchino Volpe e pensata come una difesa dell'età «liberale» e una denuncia dell'involuzione mussoliniana (alla quale, per altro, aveva offerto inizialmente il proprio sostegno). Dopo il 1945, tuttavia, agli allievi dell'Istituto di studi storici fondato nel suo palazzo napoletano, Croce raccomandava di non impegnarsi in studi su vicende troppo recenti, per non rischiare di incorrere in distorsioni e polemiche politiche. Nei primi anni del dopoguerra era un giudizio corrente e dominante, ma venne superato nel giro di poco più di un decennio, come racconta e spiega ora un importante lavoro di Gilda Zazzara, La storia a sinistra, centrato sulla legittimazione e sulla crescita della «storia contemporanea» in Italia.
Protagonista del riscatto della contemporaneistica dal complesso di inferiorità nei confronti delle discipline storiche fu un gruppo di studiosi nati a cavallo dell'avvento del fascismo, fra guerra e grande crisi. I loro nomi sono oggi noti, ma nel 1945 si stavano per laureare o iniziavano la loro carriera di studiosi: Pavone, Quazza, Collotti, De Felice, Ragionieri, Della Peruta, Merli, Zangheri e molti altri. Quasi tutti uomini (con l'eccezione di Franca Pieroni), generalmente borghesi e di famiglie non attivamente antifasciste, cresciuti e formati nella propaganda fascista, dovettero affrontare le prove della guerra e della resistenza, che nel fuoco di radicali mutamenti imposero loro un riesame accelerato della propria visione del mondo. Allievi di grandi maestri storicisti e idealisti, a vario titolo integrati nelle istituzioni culturali dello Stato fascista (Volpe, Chabod, Cantimori - ma viveva ancora l'esempio dell'esule Salvemini e non va dimenticata l'isolata ma fertile esperienza di Luigi Dal Pane), dovettero rielaborarne l'eredità, conservando la lezione metodologica (condensata nelle Lezioni di metodo storico di Federico Chabod, edite nel 1969 ma circolate per quasi trent'anni come dispense) e segnando una discontinuità politica e ideale. Per farlo trovarono ispirazione e sostegno al di fuori del campo storiografico, in dirigenti politici dall'altissimo spessore intellettuale, come Parri, Togliatti, Sereni e Valiani, e nelle istituzioni culturali della sinistra.

Al di fuori dell'università
Le chiusure universitarie e culturali del dopoguerra li spinsero a diventare socialisti o comunisti, anche perché solo quei partiti offrivano i necessari spazi di discussione e di confronto, proprio mentre il marxismo rappresentava uno strumento di rinnovamento della pratica storica e si andava scoprendo lo straordinario lascito di Gramsci, i cui Quaderni erano pubblicati da Einaudi in volumi tematici in quegli stessi anni. L'impegno suggerì alla «sinistra storiografica» (così la definì uno dei protagonisti, Gastone Manacorda) nuovi oggetti di studio come il movimento operaio e contadino, il fascismo e la Resistenza, affrontati con spirito critico e scientifico, al contrario di quanto voglia far credere l'interpretazione tendenziosa oggi diffusa, che riduce a ideologia un'intera stagione di studi. In realtà i rapporti fra scholarship e commitment non si prestano a facili schematismi: il forte legame con la politica fu allora veicolo di un progresso scientifico, con la conquista agli studi storici della contemporaneità, delle classi subalterne, di nuove fonti (media, memorie, fonti orali) e i primi passi di un dialogo con le scienze sociali, grazie al marxismo e alla storia economica.
Il lavoro della nuova generazione di storici si svolse per lo più al di fuori dell'università, in due sensi: dal punto di vista materiale, i contemporaneisti erano dirigenti politici, insegnanti, giornalisti o impegnati nel lavoro editoriale e il loro rapporto con l'università era legata a studi di storia moderna, specie settecentesca, e allo statuto di «assistenti volontari», cioè non pagati; in riferimento agli ambiti di lavoro, Zazzara insiste opportunamente sul ruolo di supplenza delle riviste (esemplare «Movimento operaio» di Gianni Bosio) e soprattutto dei nuovi Istituti fondati fra 1949 e 1951 (la biblioteca Feltrinelli e l'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia a Milano e l'istituto Gramsci a Roma).
La crisi del 1956 segnò la definitiva maturazione della contemporanestica, sotto il segno di una «sinistra storiografica» che acquisì una maggiore autonomia sia dai condizionamenti più direttamente politici, sia dal giudizio riduttivo delle autorità del campo storiografico. Di lì a poco, la spinta del nuovo antifascismo giovanile, con le manifestazioni contro l'ingresso del Msi nell'area di governo e le migliaia di presenze alle lezioni pubbliche di storia degli ultimi trent'anni, avrebbe creato lo spazio sociale per la definitiva affermazione della «storia contemporanea» come disciplina legittima. Nel 1960 i programmi scolastici di storia arrivarono a includere la nascita della Repubblica democratica e venne bandito il primo concorso per la nuova disciplina, vinto da Giovanni Spadolini, non certo un protagonista della «sinistra storiografica», ma nell'Italia democristiana sarebbe stato ancora impensabile. L'anno successivo, mentre il primo centenario dell'Italia unita si consumava nella retorica istituzionale, Einaudi pubblicò le lezioni di Federico Chabod L'Italia contemporanea, che sembrarono sancire la definitiva legittimazione della storia del tempo presente.
Nel giro di un decennio si diedero sviluppi impensabili: la popolazione universitaria si allargò, nacquero i corsi di laurea in Storia, la produzione contemporaneistica crebbe e si articolò. La «sinistra storiografica» finì in cattedra, mentre gli Istituti dove aveva mosso i primi passi vennero riconosciuti e persino finanziati dallo Stato. La storia contemporanea si fece «canone» (ricerche ispirate alla centralità della dimensione politica, condotte da studiosi impegnati, scientificamente rigorosi, attivi nelle università), e come tutti i «canoni» venne ben presto contestato. Dapprima l'ondata sessantottina investì la «sinistra storiografica» nel suo ruolo docente, incontrando generalmente, va detto, uno sforzo di dialogo, che tuttavia non fu sufficiente.
La contestazione si allargò a temi e metodi della ricerca, proprio mentre lotte e lacerazioni sociali portarono alcuni settori di quella generazione, ormai attorno ai cinquant'anni, su nuove posizioni politiche e storiografiche. Sotto la direzione di Guido Quazza l'Insmli accolse giovani studiosi della «nuova sinistra» e fu laboratorio di una critica alla storiografia della sinistra storica, comunista e socialista. Infine, secondo la celebre tesi di Nicola Gallerano, a cavallo del Sessantotto, molti giovani studiosi si addormentarono storici «politici» e si risvegliarono storici «sociali»: nel giro di un decennio la peculiarità italiana di un rapporto fondativo e fecondo fra storia contemporanea, impegno politico e marxismo si sarebbe riassorbita. La storia a sinistra si chiude con un brano della Presentazione dei curatori della Storia d'Italia einaudiana: due modernisti di vaglia, Ruggiero Romano e Corrado Vivanti, giustificavano elegantemente, con una citazione dantesca, l'estensione dell'opera «fino ad oggi». Nello stesso anno su «Quaderni storici» si apriva un dibattito sulla contemporaneistica. Fra i critici del primato della storia politica e fautori di una storia sociale strutturale, aperta alle scienze sociali, vi erano anche due protagonisti della lotta per la legittimazione, Alberto Caracciolo e Pasquale Villani. Nel giro di pochi anni, i «Quaderni storici» divennero il laboratorio della nuova «storia sociale» italiana e ospitarono la maturazione di una proposta metodologica ancor più raffinata e radicale, la «microstoria», formulata da Carlo Ginzburg, Edoardo Grendi e Giovanni Levi. Come evidenzia il sottotitolo del Manuale di storiografia occidentale. Dal marxismo alla microstoria italiana, del messicano Carlos Antonio Aguirre Rojas, la proposta «microanalitica» si costituì in un confronto serrato con la «sinistra storiografica» e ha avuto un ampio successo internazionale, mediato dalla storiografia francese, specialmente dagli eredi delle «Annales» di Bloch, Febvre e Braudel.

Una cesura con il passato
A questo filone di studi è dedicata ora una raccolta, Microstoria, che ospita saggi dei protagonisti di quella stagione (Gribaudi, Torre, Allegra, Loriga, Ramella, Ago) e di più giovani studiosi (Favero, Trivellato, Ruspio, Caracausi). Nell'intervista a Giovanni Levi che chiude il volume si colgono i fili di continuità e le rotture fra «sinistra storiografica» e microstoria. Levi era allievo di Garosci, uno dei primi «contemporaneisti» in cattedra, e collega direttamente la genesi del nuovo approccio alle proprie esperienze politiche. Le difficoltà di socialisti e comunisti, ma anche dello stesso operaismo, rimandavano alla mancata comprensione della complessità del mondo sociale, ovvero, come ricorda Maurizio Gribaudi, alla semplificazione della struttura di classe e alla fiducia del progresso tecnologico e sociale, con irrigidimento evoluzionistico del divenire storico e conseguenti danni nel campo degli studi. Come nel rapporto con la politica, anche nell'approccio alle fonti i microstorici non segnavano una cesura, per l'acribia filologica di analisi di singoli documenti o per lo spoglio di ampie serie documentarie e relativa elaborazione quantitativa, con fiducia nella «trasparenza» delle fonti (qui criticata da Angelo Torre). Formatisi negli anni di nascita e affermazione della «sinistra storiografica», ma antiaccademici e impegnati spesso alla sinistra dei maestri, i «microstorici» non diedero vita a una scuola e non proposero un paradigma unitario, bensì una critica delle categorie interpretative, delle narrazioni totalizzanti, delle scorciatoie mentali ormai divenute automatismi storiografici. Costruirono, anche attraverso un'importante collana per Einaudi (una ventina di titoli fra '81 e '91), uno spazio di discussione a partire da un empirismo radicale, da un approccio fortemente «sperimentale» e da riferimenti teorici diversi dal marxismo classico, come l'antropologia sociale britannica o la storia economica estranea al mainstream (sulla quale si veda il contributo di Giovanni Favero).

Successi internazionali
Spesso confusa, a torto, con una deriva localistica, la microstoria sostenne, parafrasando Geertz, di studiare nel locale, non il locale, concentrandosi sulle prospettive degli individui e, come ricorda Franco Ramella, sull'importanza dei loro legami sociali. L'insistenza sulla costruzione di contesti specifici, che quando è accompagnata da una grande capacità narrativa di costruzione del testo fa dei libri di microstoria una lettura affascinante, lascia tuttavia aperto il problema del rapporto fra «micro» e «macro», fra caso di studio e «storia generale», questione ripresa nel volume da Luciano Allegra e da Francesca Trivellato. L'orientamento accademico, fra Italia e Francia, dei capofila dell'approccio microanalitico e il successo internazionale delle loro proposte non ha portato a una istituzionalizzazione, né ha smorzato le diffidenze della storiografia tradizionale e di quel che resta della «sinistra storiografica»: ma le ricerche microstoriche, vecchie e nuove, restano un punto di riferimento ineludibile per tutti gli studiosi che non rinunciano a riflettere sulle proprie pratiche, a confrontarsi con le altre scienze sociali, a servirsi di modelli teorici.

"il manifesto", 27/7/2011

24.6.13

Marx ed Engels sul Risorgimento Italiano (Michele Nana)

La statua di Marx ed Engels all'Alexanderplatz di Berlino
Da un più ampio articolo (Diaspore dell'Ottocento) riprendo la parte dedicata alla ripubblicazione degli scritti di Marx ed Engels sull'Italia contemporanea (S.L.L.)
Una statua di Garibaldi
Gli scritti di Marx ed Engels Sul Risorgimento italiano [sono] riproposti da Agostino Bistarelli in quattro sezioni tematiche, sulla scorta della più ampia raccolta approntata con consueta maestria da Ernesto Ragionieri più di cinquant'anni fa (e già sollecitata da alcune pagine carcerarie di Gramsci). Si tratta di scritti giornalistici, ma di un'intensità e una capacità analitica che si ricercherebbe invano su gran parte dei nostri giornali: e i due, che pure conoscevano l'italiano, non avevano certo a disposizione il ventaglio di fonti disponibile al giorno d'oggi.
Nell'arco di tempo della loro pubblicazione originaria, fra 1848 e 1860, quando Marx e Engels vivono le loro trentine (erano nati nel 1818 e nel 1820), l'Italia non esiste, se non come «questione italiana» che destabilizza il quadro europeo, anche per via della predicazione mazziniana che si distende su scala continentale. Lo sguardo sull'Italia dei due «comunisti» ha il pregio di evidenziare con sicurezza gli elementi caratterizzanti di una situazione in divenire, destinati a diventare cardini interpretativi della storiografia successiva: il peso determinante del contesto internazionale, con lo scontro fra l'Austria asburgica e il Secondo impero francese, ma anche con il ruolo diplomatico della Gran Bretagna; le ambiguità della politica piemontese, con le aperture liberali che fanno del Regno di Sardegna l'unico stato costituzionale italiano e la riduzione del problema nazionale nelle strette della politica espansionista sabauda; il gioco delle forze sociali, che permettono di dar conto dell'egemonia moderata, ma anche del ruolo dell'iniziativa popolare garibaldina.
Marx stesso, ma lo stesso vale senz'altro anche per il suo fedele compagno Engels, è consapevole dell'analogia fra interpretazione storica e lettura sociologica del presente, alla luce del medesimo criterio direttivo, che avrebbe anche dovuto fondare una politica scientifica: nel maggio del 1858, in una corrispondenza per la «New York Daily Tribune» dedicata a Mazzini e Napoleone, Marx afferma che «nella storiografia moderna ogni reale progresso è stato compiuto discendendo dalla superficie politica nelle profondità della vita sociale».

Una parodia del 1789
Assente dalle pagine del Manifesto, l'Italia insorge proprio mentre l'opuscolo è in stampa ed Engels registra puntualmente la rivolta siciliana e la saluta con gioia, così come Marx vede nella ripresa democratica di fine '48 un modello per il resto d'Europa. Per loro la rivoluzione democratica e nazionale in Germania deve essere accompagnata da processi analoghi, specialmente in Polonia e in Italia, per indebolire i baluardi della reazione, gli Imperi russo e austriaco. Pochi anni dopo gli scritti marxiani di «storia del presente» (Le lotte di classe in Francia e Il diciotto brumaio) riconsiderano il Quarantotto europeo come parodia del 1789 francese, ma anche come prima manifestazione di una politica proletaria autonoma, pur destinata alla selvaggia repressione, esemplare nelle giornate parigine di giugno.
Il nuovo scenario degli anni Cinquanta vede il rilancio dello sviluppo capitalistico e il compromesso fra vecchie e nuove classi dirigenti in senso antidemocratico e antioperaio. Marx ed Engels sono impegnati in una serrata polemica antimazziniana, per la mancata attenzione che la politica del Genovese riserva alle condizioni materiali dell'azione rivoluzionaria, cioè alla situazione economica e al coinvolgimento dei contadini. Riconoscono, tuttavia, nel Piemonte liberale l'unica forza che può unificare l'Italia, anche se una rivoluzione nazionale democratica, dato il contesto internazionale e l'equivoco atteggiamento sabaudo, avrebbe potuto darsi solo come rivoluzione popolare.
Il giudizio sulla guerra del 1859 è molto duro: l'annessione della Lombardia, ceduta dall'Austria alla Francia e quindi «girata» al Regno di Sardegna, configura una «rivoluzione senza rivoluzione», mentre rafforza il dispotismo russo e il bonapartismo francese. Tuttavia Marx e Engels colgono alcuni segnali destinati a cambiare il corso del Risorgimento: la non piena disponibilità piemontese ai voleri di Napoleone III, l'atteggiamento dei governi provvisori nei territori dei Ducati, delle Legazioni e della Toscana e, soprattutto, l'iniziativa garibaldina. L'impresa dei Mille ispira ai due compagni pagine apologetiche del Generale, nel quale ripongono le speranze per un altro esito, rivoluzionario, dell'unificazione italiana. L'ultimo scritto, del settembre 1860, saluta Garibaldi in marcia su Napoli.

Antiche egemonie
Marx e Engels sarebbero tornati su vicende italiane solo dieci anni dopo, negli ultimi anni di vita della Prima Internazionale, ma avrebbero costantemente confermato il loro giudizio su un'Italia sorta dal compromesso fra classi dominanti (una «egemonia conservatrice antica» chiosa opportunamente Gabriele Polo nella prefazione al volume), caratterizzata dall'oppressione economica e politica delle classi subalterne, che pure erano state protagoniste, a differenza che in Germania, di impetuosi movimenti negli anni dell'unificazione nazionale. Nella stagione dell'Internazionale e nella successiva crescita del movimento operaio italiano i contatti con i compagni del Bel Paese si intensificano e nei suoi ultimi anni di vita Engels segue con interesse la nascita e i primi passi del Partito socialista. Ma questi sviluppi post-risorgimentali riguardano un'altra storia, e forse meriterebbero a loro volta un'antologia di scritti e lettere.

da "il manifesto", 8 settembre 2011

Seicento. Un finto siciliano a Parigi (di Gian Carlo Roscioni)

Con un'introduzione di Guido Almansi e note di Donald Warren l'editore Sellerio pubblica nella "Biblioteca siciliana di storia e letteratura" anonima e pressoché sconosciuta Lettera di un Siciliano (pagg. 59, lire 4.000), a proposito della quale è opportuno avvertire subito il lettore di due cose: che non si tratta di una lettera, e che l' autore non è siciliano. Ciò non toglie nulla al merito dell' editore e dei curatori, i quali vanno invece lodati per aver divulgato un testo senza dubbio minore, ma tra i più curiosi della pubblicistica para-clandestina della fine del Seicento.
La "lettera" ... è in realtà una descrizione di Parigi redatta in uno stile che nel titolo originale viene definito singolare. A dire il vero, quel che sorprende nella lettera, più che lo stile (dominato, secondo una vecchia prassi secentesca, dal demone dell'antitesi), è il tono e, più ancora, l' ottica dell' osservatore. Questi, nota giustamente Almansi, non ricalca per nulla gli schemi dei libri di viaggio allora in voga - noiose descrizioni di edifici, di statuti, di cerimonie -, ma s'interessa agli uomini, alla vita di tutti i giorni. Si aggiunga che dei due mondi diversi e, per molti aspetti, opposti in cui si divideva allora la capitale della Francia - la Città e la Corte - è solo il primo ad attirare il suo sguardo: e questo già costituisce una novità di rilievo. Tanto più che egli sceglie di osservare la città, per così dire, "dal basso": non è la borghesia, le sue corporazioni, i suoi costumi, tanto dissimili da quelli della Corte, che lo incuriosiscono, ma il mondo della strada, i volti, i rumori, gli odori, in una parola, l'atmosfera "urbana".
Il "Siciliano" ha inoltre qualcosa da dire sulla città moderna - la sua Parigi, sotto questo riguardo, potrebbe essere Londra o altre città europee - che non manca di attualità: se la contrapposizione città-campagna è antichissima, esistono caratteri specifici della metropoli moderna che la distinguono dai grandi agglomerati urbani di una volta, e il "Siciliano" sembra essersene accorto.
A prima vista, la Parigi di cui ci parla non pare troppo diversa da un villaggio: i suoi abitanti si svegliano al canto del gallo, e le acque del fiume che l' attraversa sono potabili e salubri. Ma le dimensioni della città non possono non incidere sulla vita degli abitanti. Alcuni effetti sono positivi: a Parigi c'è più libertà che altrove, soprattutto per le donne che possono sfuggire più facilmente alle tiranniche leggi della vita rurale e patriarcale, fino ad assumere un ruolo sociale e culturale prima sconosciuto. Accade persino - e qui il "Siciliano" sembra un po' perplesso - che le più smaliziate riescano ad imporsi agli uomini e a comandare ai loro mariti. A beneficio di tutti vanno poi i "servizi" che una grande città è in grado di fornire, istituti scientifici, ospedali, biblioteche, teatri, ecc.
Ma accanto a questi vantaggi, quanti inconvenienti. In mezzo a tanta gente e a tanta confusione, le giornate passano, per i più, in una condizione di anonima solitudine: "Se volete vivere per tutta la vostra vita senza essere conosciuto da nessuno, basta andare ad abitare in una casa dove ci siano otto o dieci famiglie. Quello che abiterà più vicino a voi sarà l' ultimo a sapere chi siete".
Inoltre, i benefìci appena ricordati hanno il loro prezzo. Della libertà che offre la grande città, per esempio, sono soprattutto i furfanti a trarre vantaggio: "Se volete essere un uomo dabbene a Parigi solo per sei mesi, e dopo vivere da scellerato, basta cambiare quartiere, e nessuno vi riconoscerà". La degradazione dell' uomo operata dalla città appare però soprattutto dal contrasto scandaloso tra gli innumerevoli negozi "in cui ci vendono le cose di cui non si ha alcun bisogno" e il numero sterminato delle persone che vivono alla giornata, degli accattoni e degli affamati pronti a trasformarsi in malfattori: "io credo che non ci sia al mondo inferno più terribile che l'essere povero a Parigi". Vengono in mente le parole di Rousseau: "le città sono l' abisso della specie umana".
Chi si nasconde dietro il "Siciliano"? Siciliani autentici allora a Parigi non mancavano: basti pensare a quel Procopio Cultelli che nel 1689, tre anni prima della composizione della "Lettera", aveva fondato vicino alla Comèdie-Franaise il caffè Procope, destinato a diventare uno dei più importanti ritrovi della società illuministica. Ma non è tra i veri Siciliani che bisogna cercare l'autore di questa descrizione. Nella nota bibliografica della traduzione italiana si legge che Donald Warren, seguendo peraltro un' antica tradizione, attribuisce l' operetta a Giovan Paolo Marana, scrittore genovese, e autore di un "romanzo" una volta popolarissimo e oggi quasi dimenticato, L'Esploratore turco: essendomi un po' occupato di Marana e della questione, non posso che confermare, per motivi stilistici e biografici, la fondatezza dell' ipotesi. L'operazione compiuta dal finto Siciliano è del resto parallela a quella dell'Esploratore turco. In entrambi i casi si ricorre all' espediente di far descrivere e giudicare aspetti e costumi della civiltà europea da un osservatore venuto da lontano: formula che, consacrata qualche decennio più tardi dal successo delle Lettere persiane di Montesquieu, doveva diventare emblematica di quell' esotismo "politico" e di maniera attraverso il quale tanti scrittori del Settecento cercarono di propagare la filosofia dei lumi. La Lettera figura dunque tra gli incunaboli di un genere letterario fortunatissimo, e merita a questo titolo un' attenzione maggiore di quella, occasionale, che fino a oggi le è stata dedicata.

 “la Repubblica” 06 giugno 1984

Il pene più antico del mondo. L'ostracodo e i cazzi suoi ("Le Scienze")

Dal sito de "Le Scienze" recupero una notizia vecchia (17 settembre 2002), ma tuttora buona a soddisfare qualche curiosità. (S.L.L.)
Ostracodo
Il fossile perfettamente conservato di un ostracodo, un crostaceo vecchio 100 milioni di anni, ha rivelato una sorpresa: il pene più antico del mondo. Il fossile, largo appena un millimetro, è stato trovato in Brasile ed esaminato dal paleontologo David Siveter all'Università di Leicester. In realtà, non solo l'animale possiede il pene più antico noto alla scienza, ma ne possiede addirittura due. “Riteniamo che siano due – spiega Siveter – come risultato dell'evoluzione di una serie di appendici. Anche la femmina della specie possiede due vagine: la copula poteva durare da pochi secondi fino a qualche minuto. Questi animali possiedono senza dubbio il più ostentato sesso mai visto in un fossile. Anche se abbiamo riconosciuto il sesso a cui appartenevano fossili vecchi 500 milioni di anni, questo è il primo esempio di un pene risalente a quest'epoca”. La scoperta è stata presentata nel corso del British Association Festival of Science, tenutosi a Leicester, in Gran Bretagna. La maggior parte degli ostracodi sono creature minuscole, ma hanno la particolarità di possedere il più grande rapporto conosciuto nel mondo animale fra le dimensioni degli spermatozoi e quelle del corpo.

La poesia del lunedì. Antonin Artaud (1896 - 1948)

L'albero
Quest'albero e il suo brivido,
foresta cupa di richiami
e grida,
mangia il cuore oscuro della notte.

Aceto e latte, il cielo, il mare,
la massa densa del firmamento,
tutto cospira a questo turbamento
che dimora nel cuore denso dell'ombra.

Un cuore che scoppia, un astro duro
che si sdoppia e nel cielo si espande,
il cielo limpido che si incrina
al richiamo sonoro del sole,
fanno lo stesso rumore, fanno lo stesso rumore
della notte e dell'albero al centro del vento.

da Poesie della crudeltà (1939)

23.6.13

Dal confino di Brancaleone. Cesare Pavese alla sorella Maria (1935)

Nella primavera del 1935, a 27 anni, Cesare Pavese venne arrestato per attività antifasciste, insieme all'editore Giulio Einaudi e ad altri redattori e collaboratori della rivista letteraria "La Cultura", di cui il giovane poeta era stato anche direttore. Venne in un primo tempo associato alle Nuove di Torino, successivamente trasferito al "Regina Coeli" di Roma per essere giudicato dal Tribunale Speciale. Fu condannato a tre anni di confino ai primi d'agosto e a Brancaleone Calabro, la località di destinazione, venne trasferito in manette. La lettera ironica e amara che inviò alla sorella e che qui riprendo dà conto di questo trasferimento e del difficile ambientamento. Il confino fu successivamente ridotto a un solo anno. (S.L.L.)

Una foto giovanile di Cesare Pavese
 
Alla sorella Maria, Torino.
Brancaleone, 9 agosto [1935]
Cara Maria,
sono arrivato a Brancaleone domenica 4 nel pomeriggio. Tutta la ciitadinanza a spasso davanti alla stazione pareva aspettare il criminale che, munito di manette, tra due carabinieri, scendeva con passo fermo, diretto al Municipio.
Il viaggio di due giorni, con le manette e la valigia, è stato una impresa di alto turismo. Ormai il nome della famiglia è irrimediabilmente compromesso. Le stazioni di Napoli e di Roma le ho attraversate nel momento di maggior traffico e bisognava vedere come la gente faceva largo al sinistro terzetto.
A Roma, una bambina che va ai bagni, chiede al padre: «Papà, perché nelle manette non fanno passare la corrente elettrica?».
A Napoli non è mancata nemmeno la caduta sotto la croce, sotto forma di uno stramazzone - manette, valigia e tutto — preso su una scalinata del cortile delle carceri. Allora un cireneo si è occupato della valigia.
A Salerno, cambiamento di vagone con spettacolo educativo ai ragazzini di passaggio. Passato ch'era buio a Paestum, e quindi nemmeno la soddisfazione di vedere i templi greci. A Sapri, pernottamento senza la spigolatrice. Altri cambiamenti di treno, a Sant'Eufemia e a Catanzaro. Un divertimento.
Qui ho trovato una grande accoglienza. Brave persone, abituate a peggio, cercano in tutti i modi di tenermi buono e caro. Ti farà certamente piacere sentire che, siccome risulto in grado di mantenermi, il Ministero ha deciso di non passarmi sussidio di sorta. Farò il solito ricorso col solito risultato.
Qui, sono l'unico confinato. Che qui siano sporchi è una leggenda. Sono cotti dal sole. Le donne si pettinano in strada, ma viceversa tutti fanno il bagno. Ci sono molti maiali, e le anfore si portano in bilico sulla testa. Imparerò anch'io e un giorno mi guadagnerò la vita nei varietà di Torino.
La grappa non sanno cosa sia. Se me ne mandate qualche ventina di bottiglie, io penserei a berle (DICO SUL SERIO). Ho ricevuto i denari e temo forte che, se il Ministero non cambia opinione sui miei mezzi, due volte al mese ve ne chiederò altrettanti. Aspetto sempre la cassa coi libri.
Ho affittato una camera con letto per 45 L., ma tutti i giorni c'è una spesa nuova, e la luce e il catino e lo spirito e lo zucchero ecc. Mi faccio io da mangiare, cioè mangio roba fredda. È brutto metter su famiglia, senza la famiglia.
La spiaggia è sul Mar Jonio, che somiglia a tutti gli altri e vale quasi il Po.
Ho ricevuto una quantità di cartoline arretrate.
Insomma, non chiedo che libri, soldi e saluti dalle amicizie.
Ciau Cesare

P. S. LIBRI MIEI DA MANDARMI.
I due volumi delle Commedie di Molière (gialli, francesi). I due voll. Il Libro della Giungla, Il Secondo Libro della Giungla di R. Kipling (il primo ha copertina a colori coi lupi e un bambino — il secondo id. col serpente e un giovanotto). I due voll. dei Plays by Ben Jonson (rilegati oliva e oro, inglesi). Poi, tra le grammatiche, i due voll. del Rocci, Grammatica Greca e Esercizi Greci. Poi un volume Nozari (?) Il dialetto omerico. E finalmente, il Vocabolario italiano-greco, verde, rilegato. Ancora: Forme verbali greche del Pechenino.

Lao-Tzu: l'oscura uguaglianza del Tao

Quanzhou, Statua di Lao-Tzu
56.
Chi sa non parla, chi parla non sa.

Tappa le aperture,
serra le porte,
smussa ciò che è affilato,
sbroglia i grovigli,
attenua lo splendore,
livella le tracce.

Questo si chiama «oscura uguaglianza»; perché è inaccessibile al vicino e al lontano; è inaccessibile al profitto e alla perdita; è inaccessibile all'onore e al disprezzo. Perciò è la cosa più onorevole del mondo.

da Il libro del Tao. Tao-Teh-Ching ,Newton Compton, 1995
Traduzione diGirolamo Mancuso

La scuola raccontata, da De Amicis ai giorni nostri (Marcella Bacigalupi, Piero Fossati)


I libri che hanno lasciato immagine duratura della scuola compaiono tardi nella letteratura italiana, spia della sufficienza con cui le classi dirigenti consideravano un'istituzione venuta a sconvolgere un fatto tradizionalmente risolto nell'ambito delle mura domestiche, descritto in autobiografie come I miei ricordi (1867) di d'Azeglio o Ricordi di gioventù (1904) di Visconti Venosta. Le «scolette» dei rudimenti non erano cosa di cui valesse la pena scrivere, se non per mettere in burla il maestro, considerato mestiere per chi non sapeva far altro: «Solo persone che per difetto di animo o di corpo erano escluse dalle altre professioni ed uffizi sociali si fecero istruttori del popolo» (Descrizione di Genova e del Genovesato, 1846). Le basi dello stereotipo del maestro eran gettate: uomo trasandato pieno di manie.
Ne tentò il riscatto De Amicis e il suo «signor Perboni» può essere antipatico, non caricatura. Sull'onda del successo di Cuore (1886) si moltiplicarono gli imitatori, con risultati modestissimi e ripetitivi, né migliore fortuna ebbe Mantegazza con Testa (1887), il più ambizioso tentativo di «anticuore», nel vagheggiare un anacronistico ritorno all'istruzione familiare con lo zio ingegnere a far da mentore. Cuore apre e chiude un'epoca e condanna la scuola allo stereotipo della maestrina dalla penna rossa, svolazzante e civettuola, «tormentata continuamente dai più piccoli che le fanno carezze e le chiedon baci».

Prolifici silenzi

Collodi, da parte sua, sembra assai scettico: in Giannettino e nei bozzetti descrive maestri uggiosi e scolari «birbe». Comprensibile che il burattino fugga. Pinocchio (1881) si riscatterà col lavoro manuale, non quello corale del paese delle Api industriose ma quello isolato a cui si accompagna uno studio anch'esso solitario: «Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leggere e a scrivere». Emancipazione che suona sconfitta della scuola pubblica. E se nel Giornalino di Gian Burrasca (1907) la scuola semplicemente non esiste perché l'esperienza del collegio è puro espediente, e i direttori sono caricature grossolane, il Piccolo Alpino (1926) che dalle vette innevate commenta «Se i miei compagni di scuola, sempre pallidi e malaticci, mi vedessero!» raccoglie l'atavico disprezzo (o paura) delle dittature per la cultura. Quanto alla scuola fascista, non ebbe un suo romanzo a meno di non considerar tale quel libro di Stato per la quinta classe, l'ambizioso Il balilla Vittorio, che ebbe successo solo a paragone della miseria letteraria degli altri.
Con il secondo dopoguerra, la scuola, almeno quella raccontata, non c'è più: assorbiti gli sconquassi bellici, operata una nuova integrazione culturale, si introflette a riprodursi in silenzio. Silenzio in verità prolifico, perché occupato dal lavorio degli esperimenti didattici e dai pedagogici ripensamenti del lavoro del docente; ed è proprio l'insegnante a prender la penna: Paesi sbagliati, Pietralate, Barbiane. Stagione di splendida fioritura di progetti e esperienze venata dal caustico pessimismo di quel maestro di Vigevano (1963) che irrompe con rabbioso sarcasmo a denunciare i rischi del didattichese, contrappeso alle speranze blandite dalle facili rime delle filastrocche di Rodari e un po' ingenuamente rivelate da Cipollino (1959) per il quale nel nuovo paese dei balocchi «la scuola è il gioco più bello».
Poi gli insegnanti scoprono il gusto di scriversi addosso e compaiono florilegi abili nel tradurre in lazzi la fine dell'utopia; le parole d'ordine della contestazione e dell'antipedagogia sono rovesciate o diventano caricatura e l'indignazione civile dei bambini di Lucia Tumiati in Una scuola da bruciare (1973) si trasforma in godimento per le sgangherate composizioni di scolari apprezzate per «l'allegria scanzonata e struggente nel suo candore sottoproletario» in Io speriamo che me la cavo (1990) di Marcello D'Orta

Una interminabile adolescenza

Alla scuola di Pinocchio come a quella di Giannino Stoppani sfuggiva il controllo degli scolari e solo l'eccezionale abilità nell'abbattere i mosconi in volo garantisce al maestro Mosca l'ammirato rispetto dell'ammutolita scolaresca (Ricordi di scuola, 1940). Poi un onnivoro pedagogismo si butta sul problema affinando da un lato le tecniche di interpretazione e manipolazione dei comportamenti scolari e moltiplicando dall'altro le figure di controllo. Il vecchio «maestro» era colpito a morte: la sua scuola può sopravvivere solo nel mondo di Harry Potter (1997) dove i molti insegnanti si dividono vizi e virtù e dove i saperi magici hanno utilità immediatamente evidente.
Comincia il romanzo dell'interminabile adolescenza. In effetti, alla scuola secondaria è mancato un compendio nazionalpopolare come Cuore, romanzo della scuola dove ricchi e poveri avrebbero dovuto imparare a riconoscersi e a condividere lodevoli sentimenti. L'esperienza del liceo, scuola secondaria per eccellenza, si riflette nelle pagine di chi l'ha vissuta e si sente élite colta, come momento di «individuazione», di formazione delle scelte e di un proprio irripetibile destino. Perciò gli alunni della secondaria potevano tutt'al più ritrovarsi ne L'età preziosa, che De Marchi scrisse quattro anni dopo il libro di De Amicis per guidare i giovani a diventare padroni della propria riuscita.

L'esercizio della nostalgia

Il tenue filo conduttore è fornito da Arturo Pugliesi, alle soglie del liceo. Assente la coralità della classe: qualche amico, qualche compagno ma per sottolineare il divergere delle strade in rapporto alla condizione economica delle famiglie: il figlio di un commerciante in granaglie si dedica agli studi tecnici, quello a cui muore il padre diventa impiegato, il rampollo di un «ricco agricoltore», d'ingegno ma di «stoffa grossa», va a finir male tra «giornalacci», politica e miscredenza. Senza avere la compattezza del Cuore, e appesantito da un confessionalismo che lo rende meno generalmente fruibile, anche L'età preziosa è stato a lungo un piccolo classico, capace di ritrasmettere stereotipi che sembrano sfidare il tempo - innanzi tutto la valutazione dello scarto tra il passato e il presente: nel ricordo, l'antico è sempre migliore.
De Marchi non poteva, lui milanese, rimpiangere troppo l'imperial regio liceo: ma non manca l'accenno a «questi tempi facilitoni», in cui si crede di aver imparato l'arte senza il faticoso esercizio che una volta si sapeva necessario. Anche quando, come accade a Saba (Ricordi-Racconti, 1956), la scuola secondaria è stata matrigna al giovane alunno e con un giudizio tagliente ha rischiato di comprometterne il futuro, c'è in quella scuola qualcosa che poi si è perso e su cui la memoria si sofferma con un'ombra di stupito rispetto: «Dio mio, come tutte le cose venivano, in quegli anni ed in quella scuola, prese sul serio!».
E che dire dei professori e del loro sofferto confronto con gli alunni? De Marchi vedeva il professore ridotto a «funzionario pagato a vendere la merce sua»: «l'uomo mal vestito che siede innanzi a voi, o giovinetti», se non riesce a godere della stima degli alunni, fa «un mestieraccio»; mal pagato, se è severo lo si critica perfino sui giornali, se indulgente scatena negli studenti l'istinto dell' «orda selvaggia», e gli scherzi crudeli diventano incontrollabili. Se però ottiene il rispetto affettuoso degli alunni l'insegnamento «è una dignità che nobilita». Scrivendo dei tempi della propria giovinezza, gli scrittori non sono teneri con gli insegnanti. Spesso raccontano incompetenze, manie, vezzi penosi; ma accanto agli incapaci e ai falliti quasi sempre c'è un maestro la cui severa e colta umanità segna il carattere e il futuro dello studente.
Chi ha frequentato la scuola dei colti è raro che non cada nella tentazione di vedere aggravati dai segni della decadenza i topoi intorno a cui gioca l'immagine della scuola secondaria: la scuola è immancabilmente «più facile» per i nuovi arrivati, sempre più numerosi e meno selezionati. Oggi poi si può scaricare l'origine dell'accelerata decadenza su un Sessantotto di comodo, utile a rimodellare lo stereotipo del nuovo professore e del nuovo studente. Anche qui sociologismi approssimativi hanno picchiato duro: se gli studenti di Porci con le ali (1976) sfiorano la scuola, assai più preoccupati dei loro rapporti sessuo-politici che del latino, il modello ha fortuna: d'ora in avanti gli adolescenti saranno individui psicologicamente incerti, alla spasmodica ricerca di gratificazioni immediate in primis sentimentali (Notte prima degli esami, 2006).
Ben più ampio è il quadro costruito pezzetto dopo pezzetto da Domenico Starnone che coglie con bonaria cattiveria i postumi dell'ubriacatura sessantottina e fotografa gli stereotipi della nuova scuola (Ex cattedra, 1985). Non sono tanto i personaggi, spesso volutamente macchiette, a innovare la galleria antica dei pupazzi, quanto lo spostamento di attenzione dalla scuola come istituzione allo studente e ai rapporti interpersonali. Ciò che una volta era appena accennato ora viene spiattellato e i professori vestono i panni del terapeuta, confessori spirituali di anime scostanti e refrattarie che tuttavia implorano di essere comprese, rassicurate e, se possibile, convertite alla cultura (La collega Passamaglia, 2001, Fuori classe, 2011)

Scarto di generazioni

Accanto ai ragazzi di Starnone si collocano i velleitari studenti di Figlioli miei, marxisti immaginari di Vittoria Ronchey (1975), giudicati con sufficienza dalla scrittrice dall'alto della sua cultura, e gli studenti «bene» del liceo di Paola Mastrocola che accettano con più o meno gentile condiscendenza l'importuna interruzione della loro vita tutta web e hi-tech, senza soggezione a dichiarare di non aver aperto un libro (La scuola raccontata al mio cane, 2004; Togliamo il disturbo, 2011). Stereotipi irosi di chi vede nei suoi liceali i traditori di una scuola selezionatrice dei bravi - scuola dove, avendo il buon dio distribuito equamente la bravura, i Gianni potrebbero emanciparsi davvero: ma dimentica che i Gianni a quella scuola non arrivano mai.
Gli alunni delle scuole professionali di Lodoli (Il rosso e il blu, 2009) sono chiusi in una lontananza che talvolta appare inaccessibile: amano la televisione, i telefonini, le scarpe firmate; come può raggiungerli la lezione su Leopardi? Al professore che li invita a rimediare l'insufficienza rispondono, in un italiano-romanesco sbrigativo, di non poterlo fare, impediti dal piercing alla lingua oppure perché non vogliono «soffrire neppure un minuto». Si potrebbe ricordare che poche generazioni li dividono dai bambini dei suburbi, «apatici a segno che non si cacciavan neppure le mosche dal naso e dagli occhi», ai quali La maestrina degli operai di De Amicis tentava inutilmente di «penetrare il cuore». Ora frequentano le tecniche o le professionali. E non è peggio.

Tra piercing e Divina Commedia

Ai mutamenti radicali che la scuola ha subito nel corso di due secoli si contrappone la persistenza degli stereotipi dei suoi personaggi che nelle pagine dei romanzi si ripresentano a ogni inizio d'anno con i loro tic, le loro manie, le loro frustrazioni. Il vecchio professore trascurato nell'abito e di raffinata cultura classica, quello che muoveva a compassione i suoi studenti ma li sapeva alzare sulle vette della poesia è da tempo in pensione. Ha lasciato la cattedra a un collega insicuro che si muove goffamente nell'alone di un ruolo sfocato: indeciso se entrare in classe coi piercing al viso o con la Divina Commedia in mano. Né è da tutti l'estro del Robin Williams dell'Attimo fuggente.
Il «nuovo» insegnante sa bene di avere di fronte un pubblico che lo sopporta ma non lo «sente» maestro, e soffre nel constatare che non è la scuola a preparare per i suoi allievi un futuro ritornato nelle mani del potere familiare. Vorrebbe, a volte, solidarizzare con i suoi studenti se non li ritenesse sostanzialmente disinteressati al sapere scolastico. In fondo, forse, pesa su di lui l'antico stereotipo: di essere divenuto istruttore del popolo «per difetto di animo o di corpo».

“il manifesto”, 13 settembre 2011

Come fu che i galli persero il pene ("Le Scienze")

Dal sito di "le Scienze" riprendo questa notizia sulla mancanza di pene nei galli, che immagino origine di ogni loro sofferenza. (S.L.L.)
Pene di pollo in fase embrionale (da Le scienze)
A un certo punto della loro storia filogenetica, gli antichi progenitori degli uccelli hanno perso il pene ed evoluto un sistema riproduttivo diverso. Un nuovo studio apparso sulla rivista “Current biology” a firma di Ana Herrera dell’Università della Florida a Gainesville in collaborazione con i colleghi dell'Università di Reading, nel Regno Unito, ha ora chiarito i meccanismi embrionali e genetici che bloccano lo sviluppo del pene in un clade molto diffuso di uccelli, quello dei galliformi.
La riduzione e successiva perdita del pene da parte degli uccelli è uno dei processi più misteriosi dell'evoluzione, e nessuno dei meccanismi proposti finora si è rivelato convincente. Tutte le specie si riproducono infatti per fecondazione interna, ma solo il 3 per cento di esse possiede un fallo adatto alla penetrazione.
In questo studio, Herrera e colleghi hanno analizzato lo sviluppo genitale embrionale di due cladi di uccelli strettamente imparentati: i galliformi (tra cui i comuni polli e tacchini), la maggior parte dei quali è priva di pene, e gli anseriformi (che comprendono cigni, oche e anatre), che invece hanno un pene ben sviluppato. I dati raccolti sono poi stati confrontati con quelli relativi a un gruppo di uccelli non volatori più lontani evolutivamente, i paleognati - la cui specie più conosciuta è l'emu - anch'essi dotati di pene.
Si è così scoperto che nella prima fase embrionale, nei galliformi lo sviluppo del tubercolo genitale, precursore del pene, in effetti si verifica, ma poi le sue cellule vanno incontro ad apoptosi. A livello genetico, un ruolo fondamentale in questo processo è svolto da un gene specifico, denominato Bmp4: nei galliformi la sua attivazione corrisponde infatti all'interruzione dello sviluppo del pene. Lo stesso gene è invece silenziato  negli anseriformi e negli emu.
La comprensione dei meccanismi embrionali di sviluppo getta luce anche sul processo evolutivo, dal momento che, secondo uno dei cardini della biologia, lo sviluppo ontologico riproduce quello filogenetico.
“La nostra ricerca mostra che la riduzione del pene durante l’evoluzione è avvenuta grazie all’attivazione di un normale meccanismo di morte cellulare programmata nella sua fase di sviluppo”, ha spiegato Herrera. "Il perché di questo processo non è ancora chiaro, ma si può ipotizzare che conferisca un maggiore controllo sulla vita riproduttiva".
Il risultato offre una nuova prospettiva anche su possibili implicazioni per la salute umana. "I genitali sono tra gli organi che si riproducono più velocemente e che sono colpiti da difetti alla nascita quasi più di ogni altro", sottolinea Martin Cohn, ricercatore dell'università di Readings, autore senior dello studio. "Analizzando nel dettaglio le basi molecolari del suo sviluppo embrionale negli uccelli si può arrivare a una migliore comprensione anche delle possibili cause di malformazione nell'uomo".

dal sito di “Le Scienze” (Scientific american) 07 giugno 2013

19.6.13

La Signora delle camelie. Cuore di cortigiana (di Gian Carlo Roscioni)

Greta Garbo nel ruolo della "Signora delle Camelie"
Chi non conosce la storia di Marguerite Gautier? In verità, almeno in Italia, quella che tutti più o meno bene conosciamo è la storia di Violetta, protagonista del melodramma più popolare del nostro Ottocento. Quanto al romanzo La Signora dalle camelie che Dumas figlio pubblicò nel 1848, e al dramma che egli stesso ne ricavò pochi anni più tardi, sono assai meno noti; e chiunque ne intraprenda la lettura si trova subito a contatto con un' atmosfera che se coincide, grosso modo, con quella della Traviata, presenta anche caratteri diversi e inattesi. In particolare il romanzo, ora ripubblicato nella traduzione di Antonietta Sanna e con una postfazione di Maria Teresa Giaveri (Serra e Riva, pagg. 260, lire 17.000), colpisce per vicende e situazioni molto più intricate, e forse più convenzionali di quelle che i versi di Piave e la musica di Verdi ci hanno reso familiari. Per rendersene conto basta leggere, all' inizio dell' opera, la descrizione della salma della protagonista, che Armand (prudentemente ribattezzato Alfredo nella versione italiana: ve l' immaginate Violetta cantare "Amami Armando, amami com' io t'amo"?), preso da morbosa curiosità, ha fatto, due mesi dopo la morte, riesumare: "Gli occhi erano solo due buchi, le labbra erano scomparse, e i denti bianchi erano serrati gli uni contro gli altri. I lunghi capelli neri e secchi erano come incollati alle tempie e nascondevano un po' le cavità delle guance verdastre". Ma non bisogna attribuire troppo peso a questi terrificanti dettagli: La Signora dalle camelie non è un romanzo dell'orrore. Il "nero" è solo uno dei molti colori e ingredienti di cui Dumas si è servito, con abile eclettismo, per costruire un romanzo di successo. Sebbene giovanissimo - aveva ventitre anni -, possedeva già un ottimo mestiere, con il quale riuscì ad amalgamare espedienti e cliché attinti a fonti e generi disparati in una trama serrata e avvincente. La varietà dei registri ammette letture diverse, ma non si può non constatare, a più di un secolo di distanza, che quella in chiave sociologica ha quasi sempre prevalso; e qui sta la fortuna e la disgrazia della Signora dalle camelie. Il romanzo e il dramma sembrarono nel secolo scorso audacissimi, e la redenzione della protagonista non parve sufficiente a riscattare una parte che persino un'attrice intelligente come Adelaide Ristori rifiutò sempre d'impersonare. D'altro canto, un vasto pubblico e uomini come Verdi non furono insensibili alle idee e tesi dell'autore: idee e tesi che, manco a dirlo, appaiono oggi conformiste e ipocrite (si legga in proposito la brillantissima postfazione di Maria Teresa Giaveri), legate come sono a un mondo e a una cultura da cui ci sentiamo molto lontani. Ma, si dirà, è indispensabile leggere La Signora dalle camelie in chiave sociologica e storico-culturale? Temo di sì, perché a parte le riflessioni che il dramma di Marguerite può suggerire sulla condizione della donna nell' Ottocento (particolarmente sottili le notazioni della Giaveri sul ruolo del denaro nella tessitura del racconto), il libro di Dumas non sembra in grado di provocare nel lettore di oggi molte reazioni. Dumas commette oltretutto l'imprudenza di evocare continuamente il proprio modello - Manon Lescaut dell'abate Prèvost -, e il confronto tra i due romanzi, che si è portati di riflesso a istituire, si rivela disastroso per l' autore della Signora delle camelie. Si pensi al personaggio di Armand, brutta copia di quello di Des Grieux, che costituisce a sua volta il punto debole del capolavoro di Prèvost. In tedesco, per indicare la balordaggine di un individuo si dice che è "dumm wie ein Tenor", stupido come un tenore. Non credo affatto che i tenori siano più stupidi dei baritoni, o dei professori di lettere. Se tenore ha potuto diventare sinonimo di stupido, questo si deve, secondo ogni verosimiglianza, alla figura, tra patetica e comica, di personaggi come Armand e come Des Grieux, i quali nei due romanzi come negli adattamenti teatrali mostrano di non capire situazioni e atteggiamenti che risultano chiarissimi anche all' individuo meno perspicace. Armand soprattutto non ha attenuanti: a differenza di Des Grieux non deve scoprire nulla, sa fin dall'inizio chi è la donna con cui ha a che fare, la quale, oltretutto, è a differenza di Manon, una professionista. La vera vittima del professionismo di Marguerite non è però Armand ma il romanzo. Mentre Manon ha qualche cosa di singolare, di irripetibile nella sua contraddittorietà, Marguerite appartiene a una categoria, a una specie: lei stessa non fa che parlare delle "donne come me". Se quindi il romanzo viene oggi letto come un documento, subisce una sorte che l'autore si è meritata. E' la sua protagonista che, lasciandosi andare a dichiarazioni come "Non ci apparteniamo più", "Non siamo degli esseri ma delle cose", inizia l' analisi sociologica del proprio caso. Persino quelle che nella sua condotta possono sembrare delle stravaganze, nulla hanno di veramente soggettivo e d' imprevedibile, ma vengono presentate come peculiari di un mestiere e di un ruolo. Dice Marguerite: "Il nostro cuore di noi cortigiane ha dei capricci". Sono dei plurali che mortificano il personaggio e impoveriscono letterariamente il racconto. Prostitute e cortigiane hanno costituito in ogni tempo per gli scrittori un tema d'elezione: un senso di solidarietà nella marginalità ha portato poeti e romanzieri a "odiare e amare" creature che Dumas ci invita invece a compiangere. Raccontandoci la storia di una cortigiana che si redime, La Signora dalle camelie infrange questa solidarietà e costringe l'autore a mentire: perché la protagonista non è una vera cortigiana, ma un personaggio che tende a comportarsi, nel male e nel bene, come la società e la morale del tempo immaginavano che le cortigiane dovessero comportarsi. Ci voleva l'estrosa, ardente musica di Verdi per liberare da una così pesante ipoteca la storia e gli amori di Marguerite.

 “la Repubblica”, 14 agosto 1984

Monsignor Galateo (di Gian Carlo Roscioni)

Giovanni Della Casa (1503 - 1556)
Dapprima bisbigliata come un'impertinenza, poi insinuata come un paradosso, promulgata infine come l'annuncio di prossime palingenesi, una notizia si era diffusa per il mondo in un non lontano passato: la civiltà - qualsiasi civiltà - è, in quanto tale, tirannica e oppressiva. Trascorso qualche anno, vien fatto di chiedersi come mai questa voce abbia destato tanto scalpore, dacché esiste nella nostra (come in altre culture) una lunga e robusta tradizione primitivistica, regressiva, o come altro la si voglia chiamare, di cui dal tempo del liceo abbiamo appreso le dottrine e la storia. Non solo: ma i fautori della civiltà, i legislatori, gli educatori e i maestri d'ogni anche più futile arte o disciplina, mai hanno fatto mistero del carattere costrittivo e intimamente "innaturale" dei loro insegnamenti.
Chi voglia accertarsene, non ha che da rileggere quel piccolo classico di legislazione mondana, e di sapienza letteraria che è il Galateo (ora ripresentato da Arnaldo Di Benedetto nella vecchia edizione curata nel 1937 da Giuseppe Prezzolini: Studio Tesi, pagg. 155, lire 16.500). Giovanni Della Casa, lungi dall' attribuire un valore intrinseco ai rituali e alle prescrizioni che sono al centro del suo discorso, è il primo a riconoscere che "le cirimonie (...) naturalmente non furono necessarie", e che bisogna "più tosto errare con gli altri in questi siffatti costumi che far bene da solo". Difficile essere più espliciti.
Non v' è traccia, nelle pagine di questo disincantato trattatello, delle giustificazioni etiche, anzi cosmiche, che stanno dietro alle più rigorose norme di civiltà che si conoscano, quelle dell' "etichetta" cinese: il rispetto delle consuetudini mondane non è per Della Casa, come per i confuciani, l'effetto e la prova di un corretto rapporto dell'uomo con l'universo, ma un espediente con cui si cerca di rendere tollerabile "questa faticosa vita mortale". Alla radice della minuta, ingegnosa casistica del Galateo c'è una tutta italiana e fiorentina sfiducia nella lealtà e nella solidarietà degli uomini. Davanti a noi sta il lucido mondo delle apparenze, al di là del quale è difficile e forse inutile penetrare: meglio accettare individui e costumi, "non per quello che essi veramente vagliono, ma, come si fa delle monete, per quello che corrono".
Esistono, certo, le leggi della religione, gli imperativi della morale, ma Della Casa è un prelato troppo esperto della vita di mondo per attendersi che essi incidano realmente sulla condotta dei più, e nel suo manuale denuncia "non i peccati ma gli errori degli uomini". Obiettivo apparentemente modesto, ma che nell' ottica del Galateo si rivela assai arduo da conseguire. Perché se l'autore si ferma, per un verso, al di qua dell'etica, per un altro si spinge al di là di questa, inoltrandosi in un territorio dove regnano leggi capricciose e squisite, d'incerta, laboriosa applicazione: "non si dee (...) l'uomo contentare di fare le cose buone, ma dee studiare di farle anco leggiadre". Per leggiadria Della Casa sembra intendere soprattutto quella felicità di comportamenti che nasce da un'attenta valutazione delle infinitamente mutevoli circostanze. Anche qui siamo agli antipodi dell'etichetta cinese, secondo la quale, come dice Granet, "i riti stabiliscono fra gli uomini le distinzioni necessarie". Per Della Casa, invece, solo da meditate e sottili discriminazioni nascono i riti, le cerimonie: non soltanto "quello che s'usa per li Napoletani (...) non si confarebbe per avventura né a' Lucchesi né a' Fiorentini" e "quello che in Verona per avventura converrebbe si disdirà in Vinegia", ma quanto è raccomandabile in una stanza diventa improprio in un'altra del medesimo appartamento.
Nulla c'è di prestabilito, dal momento che per ogni azione, per ogni gesto, va "accordato il tempo e 'l luogo e l'opera e la persona". Né basta tener conto dell'età, del sesso e della condizione sociale: perché, tanto per fare un esempio, solo coloro che si dedicano alle arti liberali possono permettersi di apparire "maninconosi" e "astratti"; negli altri un simile atteggiamento risulta incongruo e suscita disapprovazione. Sorprendere il prossimo, disattendere le sue aspettative per ingiustificate che siano, costituisce infatti per Della Casa l'"errore" più imperdonabile: la vita è già abbastanza "faticosa" perché la si aggravi con magari involontarie ma non per questo meno moleste sconvenienze. Il galateo è la scienza dei dettagli, delle inezie, ma più ancora dell' attenzione rivolta alle ripercussioni che la nostra condotta, i nostri malcontrollati umori possono avere su quelli degli altri. Guai a mostrarsi crucciati, "conciossiaché, come gli agrumi che altri mangia te veggente allegano i denti anco a te, così il vedere che altri si cruccia turba noi". Altrettanto deplorevole è, in compagnia, dar segno di noia: "comeché l' uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare (...), quando altri sbadiglia colà dove siano persone oziose e senza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte volte, risbadigliano incontinente, quasi colui abbia loro ridotto a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati". Presupposto di questi rilievi è la constatazione che la personalità degli uomini soffre di una immedicabile fragilità. State attenti, pare raccomandarci Della Casa, l' equilibrio psicologico degli individui è talmente precario che basta, anche solo per inavvertenza alzare un sopracciglio, piegare la bocca, inclinare un braccio, per seminare scontento e inquietudine: quelli che sembrano dettagli e inezie possono assurgere al ruolo di fatti della più grave importanza, "perciocché anco le leggeri percosse, se elle sono molte, sogliono uccidere".

“la Repubblica”, 4 giugno 1985

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