26.10.13

Agenti della GIA. Spie bambine negli Usa (Alessandro Del Fanti)

Da un “alias” di due anni fa un articolo “americano” di Alessandro Del Fanti di www.effecinque.org (che al tempo collaborava con il supplemento de “il manifesto”). Vi si apprendono molte cose. (S.L.L.)


La Girls Intelligence Agency (Gia) ha quarantamila agenti sparse per gli Stati Uniti. Sono bambine e ragazze dagli otto anni in su. Quando invitano le amiche alle loro feste, tra una bibita gassata e una manciata di patatine stanno in realtà svolgendo un incarico di spionaggio e propaganda: la Gia è un’azienda che fornisce alle sue agenti dei kit per organizzare party in cui si parli di un certo prodotto. Le agenti che vengono chiamate «influenzatrici» sono le ragazzine più in vista nel loro circolo di amiche, e ogni settimana o ogni mese mandano all’agenzia le informazioni più importanti di cui sono venute in possesso. Le aziende comprano i servizi dell'Agenzia, le cui informazioni sono molto utili per scoprire nuovi trend, per capire come le ragazzine parlano dei loro prodotti, e in base ai dati raccolti impostano le proprie campagne di marketing. Nell’era del web, le imprese hanno imparato a usare strumenti di marketing molto sofisticati, come racconta Martin Lindstrom in Brandwashed, un libro appena pubblicato negli Stati Uniti. Il titolo è un gioco di parole tra brand, marchio, e brainwashing, cioè lavaggio del cervello.
Siamo tutti brandwashed? Il sottotitolo del libro è chiarissimo: «I trucchi che le aziende usano per manipolare le nostre menti e persuaderci a comprare». Lindstrom, che è un consulente, anzi un guru del marketing, è convinto che si tratti di vera e propria manipolazione e oltre alle tecniche pubblicitarie svela anche i trucchi psicologici usati dalle imprese. Del resto lui è bene informato: è un consulente che lavora per aziende come McDonald's, Procter & Gamble, Pepsi e Microsoft.
Come sottolinea l’“Economist” nella sua recensione, Brandwashed è il vero erede di Persuasori occulti, il libro del 1959 nel quale il giornalista statunitense Vance Packard svelò i trucchi psicologici usati dagli esperti di marketing per trasformare chi guarda un film o legge un annuncio pubblicitario in consumatore. Il testo di Packard divenne famoso, non solo tra gli addetti ai lavori, per i capitoli sui messaggi pubblicitari subliminali contenuti nei film.
Il libro di Lindstrom è piuttosto paranoico e forse un po’ esagerato, come probabilmente sembrava il suo predecessore oltre cinquant'anni fa, però è vero che oggi le tecniche di marketing sono sempre più sofisticate e più efficaci nel determinare le nostre scelte d'acquisto.
Le imprese commissionano e si basano su studi psicologici e neurologici che cercano di capire come il cervello umano risponda a diversi tipi di pubblicità, il cosiddetto neuromarketing. Secondo ricerche recenti, presentate nel libro di Lindstrom, i bambini sono in grado di riconoscere un brand da quando hanno diciotto mesi. A tre anni, un bambino americano sarebbe in grado di distinguere cento marche e a dieci il numero sale fino a quattrocento. Non è strano quindi che le attenzioni delle divisioni di marketing, sostenute da investimenti cospicui, si dirigano sempre più spesso sui bambini, sono loro infatti che saranno in grado di influenzare le scelte di acquisto della famiglia e soprattutto tendenzialmente resteranno clienti affezionati di un’azienda per tutta la vita: prima vengono approcciati dalle aziende, meglio è.
Ci sono ricerche che hanno cercato di dimostrare come persino ancora prima di nascere, negli ultimi
mesi di gravidanza, si possa intervenire in modo efficace per lasciare il segno: i bambini possono ricordare musichette che hanno ascoltato mentre erano ancora nell’utero materno, e secondo ricerche effettuate sugli animali, il gusto per il cibo si forma prima della nascita, e dipende da quello
che mangia la madre.
Lindstrom ha sperimentato su se stesso il potere dei brand (mentre scriveva il libro si è sottoposto a una ferrea dieta priva di marchi: non ha acquistato prodotti di nuove marche per un anno) e ha realizzato alcune prove del nove delle teorie esposte. Ha condotto studi ed esperimenti su come le persone più in vista e importanti di una certa comunità siano i migliori soggetti da cui far partire una
campagna pubblicitaria (è il ruolo delle influenzatrici della Girls Intelligence Agency). L’esperimento più importante - non certo eseguito con metodo rigoroso dal punto di vista scientifico, ma sicuramente molto originale – è stato fatto monitorando con decine di telecamere e microfoni nascosti la famiglia Morgenson. Una tipica famiglia borghese americana che si è trasferita in un nuovo quartiere con l’intento deliberato di dare vita a un gigantesco esperimento sociale sul passaparola: capire come si possano influenzare le scelte di acquisto di vicini e amici. Infatti è più facile convincere all'acquisto le persone quando queste non sono di fronte a una pubblicità tradizionale ma credono di ascoltare le opinioni vere dei conoscenti. I Morgenson hanno organizzato nella loro nuova casa cene e feste i cui protagonisti segreti erano i brand. Gli esperti di marketing hanno così potuto osservare il momento in cui le persone scelgono una marca grazie al consiglio di amici non in una situazione controllata ma nel loro ambiente naturale, nella vita reale (il video si trova online, basta cercare Morgensons). Informazioni che vengono carpite – con tecniche di spionaggio – da comportamenti offline in modo analogo a quelle che inconsapevolmente
diamo, ad esempio, quando facciamo la spesa. Ogni volta che usiamo la carta fedeltà di un supermercato, l’azienda raccoglie informazioni che poi userà per migliorare i suoi servizi. In alcuni casi i consumatori vengono anche seguiti da telecamere dentro ai negozi, per capire come si muovono tra gli scaffali, e da microfoni che registrano quello che dicono quando sono alle casse.
Lo stesso meccanismo di passaparola occultamente sponsorizzato avviene anche in rete: le aziende – che acquistano a peso d’oro i dati che inseriamo nei nostri profili, le ricerche e i siti che navighiamo – puntano a raggiungere le persone più influenti all’interno dei social network per farle diventare persuasori. Per proporci pubblicità mirata, ma indesiderata.


alias 22 ottobre 2011

25.10.13

Felicità e partecipazione (Elio Vittorini)

Aprile 1945, La liberazione di Torino
Si direbbe che il più bel giorno di un uomo non possa essere un giorno che sia stato bello solo per lui. È la felicità che si pensa di dividere con altri, con un gran numero di altri, quella che può rendere eccezionale per la nostra memoria, malgrado l'egoismo che ci provvede di energia, una delle nostre giornate? In effetti è unicamente da giorni di partecipazione ch'io conservo un ricordo inconfondibile. Del 25 luglio, per esempio. Del 25 aprile (...).


Radiotrasmissione, 11-1-1954, poi in Diario in pubblico, Bompiani, 1957

Le classi sociali e la storia (Luciano Canfora)

Nel 2012 Aldo Schiavone, in un saggio molto ben scritto intitolato Spartaco, le armi e l'uomo, ha accusato la scienza storica di aver commesso un grave errore, adottando un termine («classe») utilizzabile solo in riferimento «alle società nate intorno alla rivoluzione industriale», e oggi ormai desueto, come strumento interpretativo della realtà precedente e ancora di quella attuale.
A me francamente sembra un'esagerazione. Non perché Schiavone sia stato direttore dell'Istituto Gramsci e oggi polemizzi da ex marxista contro il se stesso del tempo che fu, un po' come il Pinocchio di Collodi, che alla fine della sue avventure esclama: «Com'ero buffo quando ero burattino». La posizione di Schiavone non mi convince perché le classi, come osserva il sociologo Luciano Gallino, esistono anche quando non sono percepite come tali nella coscienza di chi ne fa parte. Bisogna cercare di capire quali sono.


da Intervista sul potere (a cura di Antonio Carioti), Laterza, 2013

24.10.13

Graziani, quanto ci mancavi! (Angelo D’Orsi)

Un intervento dell’anno scorso, significativa indignazione di uno storico per un teoria di mistificazioni “rovesciste” che non si arresta. (S.L.L.)
Graziani (a destra) con il capo delle SS Himmler e Bocchini 
Diciamo la verità: Graziani ci mancava.
Ci ha pensato la Regione Lazio, sotto l’illuminata guida della signora Polverini, a far rientrare nel pantheon dei grandi della patria questo arnese del peggior fascismo. O meglio, ci ha pensato il signor Nessuno che guida uno sconosciuto borgo non lontano dalla capitale, che, con il sostegno politico e finanziario della Regione, ha concluso l’interrotto lavoro per la realizzazione di un “sacrario” dedicato a colui che fu insignito dal re Vittorio Emanuele III (“sciaboletta”), su proposta del duce, del titolo di “maresciallo d’Italia”: Rodolfo Graziani, appunto.
Non v’è che dire. Il revisionismo, nella sua veste più triviale ed estrema, quella che mi onoro di aver battezzato “rovescismo”, procede nella sua marcia trionfale, e segna punti specialmente nell’area fascismo / antifascismo, incorporando il primo nella storia nazionale, evidenziandone i “meriti” e obliterandone i crimini, ed espellendo, sminuendo il ruolo del secondo.
Dopo le picconature di Renzo De Felice, che godè di notevoli sponde politiche (a partire da Bettino Craxi e Gianfranco Fini), si aprì la voragine. Passando dalle mani degli storici a quelle di dilettanti allo sbaraglio, si perse qualsiasi cautela di metodo e di giudizio: si giunse con una serie di passi via via più accelerati, al vero e proprio ribaltamento della verità, come se la storia fosse un campo in cui a seconda dei giocatori si potesse decidere come sono andati i fatti, e distribuire la palma dei carnefici e delle vittime in base al governo in carica; e, forse ancora peggio, al “sentire comune”, creato in realtà dai talk show, che hanno trasformato la Storia da scienza a opinionismo.
Un Bruno Vespa, per esempio, ha delle belle responsabilità in questo tipo di lavoro volto a demolire la stessa scientificità della storiografia. E a far passare nella pubblica opinione l’idea della necessità di “riscrivere” la storia, magari dalla parte dei “vinti” (Pansa docet), come se appunto la storia fosse una partita di calcio, e dopo la sconfitta di una squadra occorresse darle la rivincita. E la storia fosse un campo neutro, in cui ciascuno tira la sua palla, quasi che la verità dei fatti non esistesse, e che tutto dipendesse dalle “opinioni”. Sicché abbiamo scoperto che il fascismo non era affatto male, tanto che godè di un consenso spontaneo di massa; che Mussolini era un grand’uomo, che commise il solo errore di fidarsi di chi non doveva; che i partigiani erano canaglie assetate di sangue; che la loro azione non solo non servì a nulla ma fu deleteria e causò vittime innocenti …
Il risultato ultimo, per ora, è la riabilitazione di un tristo figuro come il generale Graziani, il quale per sopperire alle proprie modestissime capacità tattico-strategiche, usava delatori (fu così che il capo della resistenza libica Omar al-Muktar venne catturato e poi impiccato davanti a 20.000 libici attoniti, nel ’31) e pratiche di sterminio di massa, come, oltre che nella “riconquista” della Libia, nella campagna di Etiopia, quando nel ’37, dopo un fallito attentato, egli si diede a una vendetta terribile, con eliminazioni di massa e con l’uccisione di tutti i cristiani copti di Debré Libanos, compresi i giovanissimi conversi che si formavano nel monastero, uno degli atti più atroci della storia del ‘900.
Graziani proseguì la sua carriera di incompetente genocidario nella Guerra mondiale, tanto da essere esonerato dal servizio, per poi venire ricuperato come inane ministro della Difesa della Repubblica di Salò, incaricato di ricostruirne l’esercito, compito ben al di sopra delle sue possibilità e capacità. Nel disfacimento del regime, Graziani cercò la via di salvezza individuale, ma arrestato dagli inglesi, a dispetto dell’essere stato dichiarato colpevole di crimini contro l’umanità, se la cavò, tra indulti e amnistie, con due anni di galera, concludendo la sua poco brillante carriera come presidente del neonato Msi, non senza andarsene sbattendo la porta. A questo personaggio, che appare in tutta la sua pochezza, grande solo nella criminalità, si dedica oggi un mausoleo. Certo non saremo noi a deporre fiori in memoriam.


Il Fatto Quotidiano, 15 agosto 2012

La birra (Eduardo Galeano)

Quella che segue fu l'ultima delle "Finestre" di Galeano sul "manifesto", rubrica costituita da brevi, fantastici raccontini latino-americani, sospesa nel 2004 per vincoli editoriali assunti dallo scrittore (le "Finestre" - da allora - solo in volume). La sua collaborazione con il "quotidiano comunista" proseguì in altre forme. (S.L.L.)


Questo dorato elisir dà consolazione alle sventure della vita, ma porta alla perdizione, alla perdizione delle lumache. Quando fa buio, loro escono dai loro nascondigli e a ritmo di lumaca avanzano disposte a divorare la verde carne delle piante. In mezzo all’orto un bicchiere di birra monta la guardia. Richiamate dall’aroma della loro bevanda prediletta, le lumache si arrampicano sulla parte alta del bicchiere. Sull’orlo dell’abisso, si affacciano sulla spuma saporita e scivolano verso il basso, lasciandosi cadere. E nel mare di birra, ubriache perse, muoiono affogate.

il manifesto, 30 maggio 2004 

Il pane maledetto (Giovanna Gabrielli)

“Il fatto di ieri” è una rubrica che rievoca, sul quotidiano di Padellaro e Travaglio, eventi curiosi o strani del passato di cui ricorre l’anniversario. Questo – dell’anno scorso - è davvero memorabile anche come avvertimento sulla malvagità di certi poteri, per quanto democratici si proclamino. (S.L.L.)

Storia davvero bizzarra quella che coinvolse il pacifico villaggio di Pont-Saint Esprit, nel sud-est della Francia, scosso improvvisamente, il 15 agosto 1951, da un'ondata di allucinazioni di massa. 
Come in un fanta-movie, cinque persone morirono, a decine finirono in manicomio con la camicia di forza, centinaia furono colti da delirio e disturbi mentali. Alcuni, come scrisse il Time dell'epoca, si dimenavano nei letti degli ospedali gridando "che fiori rossi stavano sbocciando sui loro corpi", un abitante, che "sentiva la sua pancia mangiata dai serpenti" tentò di affogarsi, un altro saltò dal secondo piano "sentendosi un aeroplano". E subito si parlò di pane maledetto, attribuendo l'improvvisa epidemia, all'ergot, una muffa allucinogena finita accidentalmente nella farina di un fornaio. 
Un giallo archiviato per decenni e risolto, sembra, da un reporter investigativo americano, secondo il quale sarebbe stata la Cia, in tandem con l'Esercito Usa, a contaminare con Lsd le baguette del paese. Un esperimento top secret, nell'ambito di un progetto per il controllo della mente, iniziato durante la Guerra di Corea. Tesi attendibile, anche se in Francia resta per tutti il misterioso "affaire du pain maudit".


“Il fatto quotidiano”, 15 agosto 2012

Senza uscita. Una poesia di Fabio Carpi

Affacciati alla finestra,
passeggia, torna a dormire,
e girati sul dorso
per evitare il rimorso.
Oppure spacca la testa
contro il muro e protesta.

23.10.13

Roma di mezzo Novecento. Speculatori e forchettoni (Lucio Caracciolo)

L’articolo dello storico Lucio Caracciolo che qui “posto” è una ricostruzione documentata e appassionata del sacco urbanistico di Roma negli anni Cinquanta del secolo scorso. C’è – in verità – un’omissione che m’è dispiaciuta, non so se volontaria o frutto di incompleta informazione: in Consiglio comunale, a Roma, il più implacabile nella denuncia delle immobiliari e del Vaticano nella crescita speculativa e abnorme della città non fu un liberale o un laico, ma un comunista, e la sua opposizione non si basava su un generico “antiforchettonismo”, ma su dati tecnici, economici e politici. Era Aldo Natoli.
Siamo in attesa che Rosario Russo, il giovane studioso e giornalista di cui abbiamo letta la tesi di laurea sull’argomento, concluda la sua ricerca e ne pubblichi i risultati, di modo che si dia a Natoli ciò che è di Natoli. Tuttavia è vero che costui, nella sua battaglia d’opposizione in Campidoglio, fu lasciato solo anche dai suoi compagni duri e stalinisti che non volevano dare troppo fastidio al “costruttore rosso”, quell’Alvaro Marchini che fu anche presidente della Roma. (S.L.L.)

1952 - L'arrivo della statua all'Istituto di Don Orione
La Vergine a Monte Mario
Un bel giorno d'aprile del 1953 la Madonna appare a Monte Mario. I giornali ne pubblicano la fotografia: la Vergine, alta dieci metri, poggia sulla Torre Littoria dell'Opera Balilla. E' avvolta in panneggi dai riflessi dorati e di notte s'illumina d'una luce radiosa, per dar modo a tutti d'ammirarla. Senonché, al gusto dei più, sembra decisamente brutta. Inoltre occupa illegalmente un luogo riservato a parco pubblico. Pare che la Madonna abusiva si debba allo zelo mariano di un prelato, tal Roberto Misi, procuratore generale per i Figli di Don Orione. Invano l'assessore liberale all'urbanistica, Leone Cattani, saputo del progettato monumento, esorta il procuratore generale a rinunciarvi, a piantare semmai alberi e cespugli. Il sacerdote non si dà per vinto. Là dove Costantino sognò la Croce deve svettare il sacro segnacolo, con buona pace delle leggi terrene. Cattani tenta allora in extremis un colpo di mano: acquista di tasca propria alcune piante e provvede personalmente a collocarle nel terreno che il prete vorrebbe destinare al simulacro, non senza aggiungere una generosa offerta a favore dell'Ente religioso. Misi intasca l'obolo e costruisce la statua.

Il terzo sacco di Roma
Ne nasce un caso che minaccia di travolgere la giunta guidata dal democristiano Salvatore Rebecchini. Il Pli denuncia il "deplorevole atto di indisciplina e di sfida alla legge e alle Autorità". Per calmare i liberali, il sindaco esibisce una lettera inviata da Misi al Vicario di Roma, Luigi Traglia, che merita di esser letta: "Eccellenza Reverendissima, presentiamo vive scuse a V.S. Rev.ma per avere, di sola nostra iniziativa, in occasione della Santa Pasqua, innalzato alle pendici di Monte Mario la statua della Madonna, con preghiera di parteciparle anche all'onorevole signor Sindaco. Assicuriamo l'E.V. Rev.ma che si procederà appena possibile agli ulteriori lavori di adattamento, resisi necessari per il completamento artistico ed estetico del monumento, in modo che sia degno della Madonna di Roma. Chinato al bacio del S. Anello, mi professo di V.E. Rev.ma dev.mo ed um.mo in G.C. F.to: Sac. Roberto Misi".
A Cattani, che s'indigna per l'"insolente" missiva, il sindaco mostra, col più dolce dei sorrisi, un grafico dal quale indubitabilmente traspare la modestia della violazione commessa dall'operoso sacerdote. "Caro sindaco", replica l'assessore, "Ella mi ha ricordato un po' la storia di Petrolini quando incontra un amico che ha fatto un vistoso matrimonio con una tale che... però ha un figliolino, ma piccolo, piccolo, piccolo!". Ha ragione Rebecchini: la vicenda della Madonna di Monte Mario, per quanto esemplare di un'epoca, è ben misera cosa, un granello di polvere nel turbine edilizio passato alla storia come "terzo sacco di Roma". Negli anni della gestione Rebecchini (1947-1956) e dei successori Tupini e Cioccetti, la speculazione fondiaria celebra i suoi fasti, Vaticano e Dc benedicenti.

Immobiliare senza vincoli
Mentre la Capitale si gonfia di cemento, gli amabili sindaci democristiani si esibiscono in stornelli popolareschi, producono dotte esegesi sul Belli, non perdono occasione per manifestarsi devotamente obbedienti alle Somme Chiavi. La Dc romana è la punta visibile dell'iceberg, il capogruppo del trust che poggia sulla Società Generale Immobiliare, sulla proprietà fondiaria di nobiltà più o meno recente, sui "palazzinari" e, specialmente, sul Vaticano. Di questo formidabile impero che a Roma tutto può e per Roma tutto dispone, i Rebecchini e i Cioccetti sono in fondo l'elemento folkloristico. Loro compito è d'impedire che il Comune intervenga a turbare l'opera delle immobiliari, pretendendo il rispetto dei vincoli urbanistici. Non è impresa troppo difficile. A parte Cattani e pochi altri esponenti liberali, radicali, laici particolarmente puntigliosi, gli avversari sono piuttosto inoffensivi. L'opposizione di sinistra impegna furibonde campagne contro i "forchettoni", lancia accuse infamanti, ma è lontanissima dal produrre una cultura e un programma di governo applicabili a una metropoli occidentale. Le denunce del “Mondo” e dell'“Espresso” riscuotono qualche successo, malgrado l'omertà della stampa filogovernativa. Ma intellettuali e urbanisti inquieti non possono pretendere d'imbrigliare il fervore edificatorio delle immobiliari. La tessera dello scudo crociato garantisce promozioni e benefici. Intorno al Campidoglio democristiano s'affollano i clienti, i grandi, piccoli e minimi burocrati delle opere religiose, dello Stato e del parastato, degli enti assistenziali. Nel solo Ente Nazionale Previdenza Infortuni, ad esempio, sono sistemati 33 segretari di sezione dc. Poi ci sono le parrocchie e l'Azione cattolica, che ad ogni campagna elettorale issano il vessillo da combattimento, incitano alla resistenza contro "Togliattov" e la sua banda di cosacchi, avvertono che il dilemma è "con Cristo o contro Cristo", promettono scorciatoie per il paradiso a chi s'arruolerà nella crociata in difesa dell'Urbe cattolica.
Pio XII attraversa una fase di profondo misticismo; dopo che una crisi di singhiozzo trascende fino a minacciarne la vita, si sparge la voce che Gesù Cristo sia apparso al suo capezzale. Mai come negli anni Cinquanta il Vaticano è padrone di Roma. Sotto papa Pacelli - rampollo di un'antica famiglia romana - la Santa Sede raccoglie i frutti dell'opera avviata da Pio IX, per cui controlla direttamente o indirettamente la speculazione sulla Capitale. Il Consiglio d'amministrazione della Società Generale Immobiliare pullula di Camerieri Segreti e Cavalieri di Cappa e Spada. Accanto a loro siedono il professor Valletta, capo della Fiat, e l'ingegner Pesenti, padrone dell'Italcementi. E c'è persino il principe Marcantonio Pacelli, avvocato rotale e nipote del pontefice regnante.
L'Immobiliare capeggia il consorzio dei proprietari fondiari, il cui potere è uscito rafforzato dalla guerra. La svalutazione della lira e la fame di case hanno moltiplicato i loro patrimoni. Molti sono anche costruttori e produttori di materiali edilizi, come nell'Ottocento, o si legano ai nuovi "palazzinari" espressi dal generone romano. I Gerini, i Lancellotti e pochissimi altri si spartiscono cinquemila ettari di terreno. L'Immobiliare ha possedimenti ai quattro punti cardinali, sicché non c'è direttrice d'espansione urbana che non la veda protagonista.
In teoria, il Comune dovrebbe impedire gli abusi, punire gli illeciti, orientare l'urbanizzazione. Di fatto, se ne disinteressa. Resta in vigore il Piano regolatore del 1931, che lascia mano libera alla speculazione sulle aree, mentre giacciono nel cassetto quei progetti d'epoca fascista che prospettavano lo sviluppo lineare dell'Urbe. L' assessore Storoni, liberale, ammette nel dicembre 1953: "Ci mancano gli strumenti di controllo necessari a contenere l'enorme pressione degli interessi. Numerosi articoli di legge ci consentono di elevare contravvenzioni, di ordinare sospensioni e demolizioni. Ma la nostra attività è paralizzata dall' imponenza del fenomeno e dalla violenza delle pressioni private". I funzionari municipali sono spesso legati a questo o quel costruttore, e accade persino che si contendano in pubblico le bustarelle. Chiunque può entrare negli uffici comunali e servirsi da sé. Occorre aggiungere un piano alla propria casa? Il privato cittadino scartabella, trova la sua pratica, inserisce il foglio supplementare. Negli anni d'oro di Rebecchini un funzionario si lamenta presso l'assessore Cattani perché certa gente, per mostrare la confidenza che ha con lui, entra nel suo ufficio e gli batte manate sulla pancia. C'è anche chi confisca i bolli comunali per fabbricare regolari licenze. I vigili che dovrebbero elevare contravvenzioni agli abusivi non possono visitare i cantieri perché le lambrette loro promesse non arrivano mai, e alla fine s'adattano ad andare a piedi. Ma per una contravvenzione il Comune spende mille e incassa ottocento. Il Campidoglio affoga nei debiti, tutte le aziende municipali sono passive. Le ditte costruttrici sfruttano il vuoto amministrativo per surrogare le competenze comunali. Non di rado preparano esse stesse i piani particolareggiati per nuovi quartieri, magari dopo averli già costruiti, e pretendono che il Comune vi porti acqua, gas, fogne, strade, autobus, in modo da valorizzare tutta l'area circostante, donde partirà la nuova ondata di cemento. Così a Vigna Clara l'Immobiliare compra a 400 lire per metro quadro terreni agresti che rivenderà a 40 mila lire dopo avervi edificato un quartiere signorile di cui essa stessa ha disegnato il piano. Durante un'assemblea di soci dell'Immobiliare si stabilisce che "in avvenire il Comune di Roma dovrà mostrarsi più comprensivo nei riguardi dell'Immobiliare, lasciandola libera di applicare il Piano regolatore secondo le sue vedute. L'Immobiliare possiede tutti i mezzi, architetti, tecnici, urbanisti ecc., per dare a Roma lo sviluppo che compete a una città della sua tradizione".

Roma, Pasolini nelle borgate
Febbre edilizia e miseria delle baracche
Dal Campidoglio, Cioccetti fa eco: "Quanto al mondo è civile, è romano ancora. Vogliamo dare a Roma il volto solenne e radioso che le compete". E Roma s'ingrossa per ogni dove. I casermoni si dilatano lungo la Prenestina, la Tuscolana e l' Appia Nuova, palazzine e villini spuntano al Belsito, a Monteverde Nuovo e Vecchio, scavalcano Monte Mario per invadere la Camilluccia, i Due Pini. Si moltiplicano le borgate, da Boccea a Torre Vecchia, al Quarto Miglio, Casal Bertone, Parrocchietta. I baraccati appoggiano i loro tuguri tra i fornici degli acquedotti, lungo via Trionfale, persino sotto le lussuose ville dei Parioli. Difficile dire quanti siano, forse più di centomila. Certo è che nel 1969 sono ancora 70 mila, una città come Pisa. La febbre edilizia non soddisfa il bisogno di abitazioni accessibili a tasche popolari. Il dramma della casa miete il maggior numero di vittime nei primi anni Cinquanta, quando le cronache dei giornali si riempiono di suicidi per minaccia di sfratto, di sfrattati che sparano sull' ufficiale giudiziario venuto a intimar loro l'espulsione, di baraccati e borgatari ridotti in condizioni subumane. L'inchiesta parlamentare sulla miseria registra nel 1953 casi di persone che vivono di carità, che non possono nemmeno pagarsi il rinnovo della tessera di povertà. Il Comune calcola che metà delle abitazioni siano sprovviste di bagno e una su dieci non abbia nemmeno la latrina. Pio XII fa sentire la sua solidarietà agli "aggrottati", ai "cavernicoli", agli "appollaiati in locali scantinati", condanna "l'usura fondiaria e ogni speculazione finanziaria economicamente improduttiva con un bene così fondamentale qual è il suolo".
C'è una Roma povera, emarginata, ignorante (metà dei cittadini, alla fine degli anni Cinquanta, non ha superato la quinta elementare, e gli analfabeti si contano a decine di migliaia). Ma accanto ad essa fiorisce la città del benessere e della dolce vita. Piccoli lottizzatori, impiegati, commercianti, tecnici, cominciano la scalata verso le posizioni più elevate della piramide sociale. Taluni si riempiono di debiti fino al collo, ma non rinunciano all'appartamento signorile nella palazzina dei quartieri borghesi, all' automobile e alla tv. Molti di loro nemmeno sanno dell'esistenza di un'altra città, che in quanto a squallore nulla ha da invidiare alle bidonvilles africane. In questo regime d'anarchia edilizia anche i più generosi tentativi di controllo e di programmazione vengono rapidamente travolti. E' il caso delle leggi anti-abusivi che, alternando sanzioni punitive a sanatorie, sfociano nella più classica eterogenesi dei fini, stimolando esse stesse la germinazione della metropoli spontanea.
Qualche maggiore speranza suscita il progetto di Piano regolatore disegnato nel 1957 da un comitato tecnico di alto livello. Esso ripropone l'espansione preferenziale verso Est - la grande utopia urbanista da Sella in poi -, il decentramento degli apparati direzionali, la fine della "macchia d' olio". Ma in Campidoglio spadroneggiano quei sindaci democristiani che di fronte alle esercitazioni degli urbanisti ribattono increduli: "Possibile che proprio adesso, mentre la città sta esplodendo d'attività edilizia, si debba fare un Piano regolatore?". Il Piano si farà nel 1962, ma sarà solo una pallida copia del progetto del 1957, e verrà a sua volta modificato. C'è forse una mano misteriosa e maligna che stravolge ogni illusione tecnocratica, soffoca nella culla ogni sorta di ordinamento urbanistico, sia buono o cattivo, di destra o di sinistra? In verità anche il Piano del 1962 deve passare sotto le forche caudine che già hanno fatto strame dei suoi predecessori: il potere della rendita fondiaria e dei costruttori privati, per i quali lo sviluppo elefantiaco del corpo urbano è necessità vitale, essendo la casa, dal loro punto di vista, un bene-rifugio e non un bene d'uso. Persino sotto il fascismo l'antica prepotenza fondiaria si era scontrata con i soprassalti dirigisti del potere politico. Solo il Campidoglio democristiano rinuncia programmaticamente a governare la crescita dell'Urbe e premia il vandalismo edilizio. D'ora in avanti non sarà più questione di fare della vecchia Roma una città moderna, ma di fare della nuova Roma una città.

“la Repubblica”,16 dicembre 1984

Frank Capra e l'America (Romano Giachetti)

Un vecchio articolo dà conto – con appropriate citazioni - della riedizione dell’autobiografia di Frank Capra, il grande regista americano nato in Sicilia ed emigrato bambino negli Usa. Mi pare ancora di qualche utilità. (S.L.L.)

Il cinema di oggi? "Quello americano è una bolgia che descrive l'America come una pestilenziale contrada dove trionfano gli edonisti, gli omosessuali, le lesbiche, i maniaci sessuali, i marchesi de Sade, i drogati, i liberali della domenica, i beautiful people, gli anti-Cristo, i pagani, i sommozzatori del peccato, gli accoltellatori, gli stupratori; dove Dio è morto e la Patria sta per fare la stessa fine". Tutto questo lo dice, anzi lo ridice (aggiungendoci un aggiornamento nella stessa chiave) Frank Capra, l'ottantottenne regista che negli anni Trenta e Quaranta regalò al mondo Accadde una notte, Mr. Smith va a Washington, E' arrivata la felicità, La vita è meravigliosa.
E che lo dica e lo ripeta lui, cantore della vita semplice, difensore dell' uomo comune e profeta della bontà, non stupisce.
Ma quanti Frank Capra, quanti John Doe, quanti George Bailey e Jefferson Smith, quanti esseri umani simili ai suoi personaggi esistono ancora nell'America di oggi, capaci, se non di applaudirlo, di ascoltarlo? A giudicare dal successo che sta riscuotendo la nuova edizione, riveduta e ampliata, della sua autobiografia, The Name above the Title (Vintage Books, pagg. 513, dollari 9,95), che uscì per la prima volta nel 1971, la platea di Frank Capra è ancora vasta. Il libro giunge in un momento in cui l' America, presa com'è dal riesame dei "valori" tradizionali contrapposti al furore tecnologico che vorrebbe spingerla a velocità vertiginose nel ventunesimo secolo, si domanda se qualcosa - nell'incalzare di questo modernismo - non stia per essere irrimediabilmente perduto. Potrebbe essere proprio quel qualcosa che costituisce la fede di Capra.
Che cos'è, questa fede? E perché oggi torna a far presa sulla gente? Nella vita e nelle opere, Capra rappresenta quella "parabola ideale" che all'inizio del secolo (ma anche dopo, in un certo senso anche ai nostri giorni) era la parabola "tipo" dell'emigrante che percorre tutta la strada dalla povertà alla ricchezza, dall'analfabetismo alla cultura, dall' anonimato al successo. Il modo con cui il regista, non solo nei film ma nella sua stessa autobiografia, ha descritto questa ascesa è sempre stato ritenuto "populista, ultrasentimentale, favolistico, strappalacrime ed edulcorato". In effetti, a pensarci bene, è proprio così. Jefferson Smith (James Stewart) va a Washington e ne sconfigge tutta la corruzione (appoggiato dai boy-scout!). Longfellow Deeds (Gary Cooper) è il giovanotto che in E' arrivata la felicità eredita venti milioni di dollari e li distribuisce tra i poveri. E poco importa che lo stesso Cooper, dopo il film, dicesse: "Vorrei proprio sapere dove sta un Longfellow Deeds": Capra continuò a parlare del suo paese adottivo come del "paradiso terrestre", la terra dove "gli animi buoni si incontrano e superano tutte le ideologie, tutte le interferenze politiche". Era il paladino del "sogno americano" e a quel ruolo non avrebbe rinunciato mai. Infatti ha detto: "Il giorno in cui io e gli uomini come me constateremo che quel sogno è tramontato, l'America sarà finita".
Nato nel 1897 da una famiglia contadina della Sicilia, Frank Capra festeggiò il suo sesto compleanno nella stiva di un piroscafo diretto in America. Lo accolse la "terra delle meraviglie" (oggi aggiunge: "E non mi avrebbe deluso") - meraviglie che, tuttavia, il ragazzo faticò a scoprire. Lavorò in una fabbrica siderurgica e in una miniera di rame, vendette giornali e mele agli angoli delle strade, fece il guardiano notturno e imparò a giocare a poker. Più tardi, già laureato in ingegneria chimica (quindi già immerso nel "sogno americano"), arrivò a Hollywood, bluffò spacciando per suo un copione ricavato da Kipling (dunque era già consapevole dei "trucchi" che il sogno esige) e sentì di aver messo piede sul "tappeto magico del cinema". "Ebbi fortuna", scrive.
"Ottimista per natura, esuberante come si è esuberanti da giovani, imparai il mestiere e trovai appoggi in Hal Roach, Will Rogers e Mack Sennett. Poi conobbi l'artista al quale devo tutto: Harry Langdon". Nel 1922 diresse un documentario, nel 1923 il primo film. Trentasei film; e trentotto anni più tardi, dopo essere passato di successo in successo ed aver vinto quattro Oscar, dovette piegarsi al compromesso, con il film Pocketful of Miracles (Angeli con la pistola). "Avevo sessantaquattro anni e dovetti scegliere tra la mia coerenza artistica e il denaro. Scelsi il denaro". Pocketful of Miracles è l' ultimo film di Frank Capra (1961): un' esperienza per lui avvilente, che lo vide soccombere davanti al nuovo modello dell'attore-produttore (Glenn Ford) e alle esigenze di un cinema che, dice, "mi pareva di non capire più". Il film non ebbe successo, né di critica né di pubblico; e Capra, disperato, si domandò: "Dove sono i miei simili? Perché non sono venuti a vedere il mio film? La speranza ha dunque abbandonato il popolo americano?".
C' è del patetico, in questo grido; ma non dimentichiamo che quelli erano gli anni Sessanta: il mondo di Frank Capra e il "sogno americano" venivano fatti a pezzi da una generazione che "non credeva più alle favole", e dall'America stessa, che andava impantanandosi nel Vietnam. Capra alzò le braccia, si ritirò a scrivere la storia della sua vita e, nel farlo, emise giudizi terribili sul presente; ma seppe anche - con una prosa scintillante che ricorda i momenti più brillanti delle sue "commedie" - mettere insieme una ghiotta aneddotica sul mondo di Hollywood.
The Name above the Title (Capra ci teneva a ricordare che il suo era stato il primo "nome collocato sopra il titolo" di un film) contiene giudizi e racconti divertenti. Per esempio: "Harry Cohn era un produttore che amava frastornare la testa a tutti"; "Barbara Stanwyck era una donna che respingeva chiunque"; "Jean Arthur era così nervosa che prima di andare sul set vomitava".
Racconta anche la cronistoria di Accadde una notte, che Clark Gable interpretò perché esiliato alla Columbia da Louis B. Mayer ("aveva commesso un peccato mortale: aveva chiesto più soldi") e Claudette Colbert perchè Myrna Loy, Margaret Sullavan, Miriam Hopkins e Constance Bennett avevano rifiutato la parte ("e molta gente, dopo, si morse le unghie").
Ma l'"esilio in patria" in cui Capra fu ridotto dopo Pocketful of Miracles è anche, come egli scrive, "l' esilio di una generazione e di un certo mondo". Che cosa li sostituiva? Appesantendo ciò che aveva scritto nel 1971, il regista oggi nota: "Volevano demolire la baracca americana: abbasso Dio, viva il denaro e il piacere, viva lo scambio delle mogli, abbasso la morale. La nuova generazione di registi è nata con questo canto nella mente. Se noi eravamo degli spostati che erano finiti a Hollywood quasi per sbaglio, loro erano gli ex galeotti (imprigionati per spaccio di marijuana o per reati anche più gravi) che conoscevano non già le strade del duro lavoro, ma le fogne della criminalità, della corruzione, di tutto ciò che è perverso. E lo chiamavano nuovo realismo!".
Scrive ancora: "Il cinema non è più un mezzo per migliorare la razza umana: è pornografia, è qualcosa che fa dar di gomito agli spettatori, oppure è horror, violenza esaltata. Anche oggi si ride, ma non come ridevamo noi. Noi avevamo coraggio, sapevamo immaginare l'impossibile: andare al cinema significava acquistare fiducia in qualcosa, non già andare a vedere un fattaccio di cronaca nera interpretato da un paio di divi... Mi rifiuto di pensare che l' America sia diventata questo; è il cinema che non ha più anima".
Il vecchio emigrante siciliano difende la propria vita e la terra dove l' ha vissuta. Molti, oggi, prestano orecchio a questa sua difesa, forse riflettono. Nella vecchia e nella nuova edizione del libro (separate da, un periodo tra i più burrascosi), Frank Capra conclude esortando così i suoi connazionali: "Forza, amici! Se ce l' ho fatta io, ce la possono fare tutti. Le porte possono aprirsi per chiunque. Basta volerlo". Sarebbe bello, se la vita fosse davvero "meravigliosa".


“la Repubblica, 26 aprile 1985 

Questione meridionale. L'oppresso è un oppressore (Elio Vittorini)

La considerazione che segue, nota a un'inchiesta su contadini e braccianti di Puglia, agevolmente s'applica, come suggerisce il titolo vittoriniano, a tutto il meridione: v'è implicita polemica contro il “codismo” d'una sinistra che organizzava il movimento contadino con manifestazioni e occupazioni di terre, ma teneva la sordina sull’oppressione delle donne. Dicevano certi comunisti: "Tra i braccianti sono le donne che tengono la cassa". Ma era una ulteriore schiavitù: dovevano far quadrare magrissimi bilanci, provvedendo come potevano alla prole, dopo aver garantito il tabacco e/o il mezzo litro al marito, "che porta a casa i soldi". (S.L.L.)
Braccianti pugliesi
La donna ha l'ultimo posto nella scala sociale (tra i pugliesi). Lo schiavo vuole a sua volta un proprio schiavo. E la donna pugliese corre: per il padre, per il marito, per il figlio. Essa fa tutti i mestieri che all'uomo dispiace di fare. Se lava i piatti invece di lavorare i campi è perché l'uomo preferisce lavorare i campi invece di lavare i piatti. Ma spesso lavora i campi e lava i piatti insieme. Né c'è un orario per il suo lavoro e la sua soggezione.

“Il Politecnico”, n. 9, novembre '45

Non c'è mafia senza chiesa? (Attilio Bolzoni)

Puglisi e Diana sono i cognomi di due preti cattolici che morirono sotto il piombo delle grandi organizzazioni criminali che avevano osato sfidare, la mafia e la camorra. Altri ce ne sono che hanno combattuto e combattono per la legalità e la giustizia a fianco delle vittime dei soprusi mafiosi, che rifiutano compromessi e omertà. Il prete cattolico Luigi Ciotti presiede “Libera”, una diffusa rete di associazioni e di persone che con coraggio contrasta le mafie su molti terreni. Né sono mancate nella stessa gerarchia ecclesiastica figure e momenti di significativo impegno: il cardinale Pappalardo, che denuncia con durezza acquiescenze e collusioni rompendo con la tradizione giustificazionista di un arcivescovo di Palermo che l’aveva preceduto, il cardinale Ruffini; il papa polacco che, ad Agrigento, a sorpresa, intima agli uomini della mafia di pentirsi.
Sui rapporti tra preti e mafiosi c’è tuttavia un bel libro-inchiesta di qualche anno fa, Le sagrestie di Cosa Nostra di Vincenzo Ceruso (Newton Compton, 2007), che – pur valorizzando una nuova positiva combattività antimafia in alcuni pezzi del mondo ecclesiastico – mostra come compromissione e acquiescenza siano stati a lungo e restino atteggiamenti assai diffusi nel mondo ecclesiastico. Se davvero il nuovo papa argentino vuole far pulizia tra i sacerdoti della sua religione, si rammenti che in vaste zone del Mezzogiorno d’Italia il legame tra parrocchie e “famiglie” va reciso e che è un problema non meno grave di quello della pedofilia. C'è un criterio empirico per verificare se un parroco, in Sicilia, sia o no vicino alla mafia. Basta esaminare la composizione dei comitati per le feste patronali: spesso per la gente del posto è sufficiente la lettura per sentire un certo odore, caratteristico.
L’articolo che qui riporto, di Attilio Bolzoni, è vecchio di una quindicina d’anni e racconta i casi più eclatanti dello storico legame tra mafia e preti. E’ comunque utile come promemoria.
Scrive a un certo punto il giornalista che “non c’è mafia senza chiesa”, il che è verissimo quando si tratta di “mafia militare”, cioè della criminalità organizzata. Quando si tratti della “mafia trionfante” (per usare un’espressione cara a Mario Mineo), cioè quella parte del potere economico, burocratico, politico, che con le mafie armate ha un collegamento strutturale, organico, che le usa e ne è usata, il nesso con la gerarchia cattolica forse c’è ugualmente, ma ha altri canali, altre manifestazioni, meno plateali ed evidenti. (S.L.L.)
Palermo, Il Convento di Santa Maria di Gesù ai piedi del monte Grifone
E sotto la tonaca, una pistola (di Attilio Bolzoni)
Palermo - Il vecchio don Calò viveva di privilegi. E un privilegio era anche quello di avere una famiglia molto religiosa. Passato alla storia come il capomafia che - alla fine della guerra - aveva accolto alle porte del suo paese il primo generale americano, don Calò morì nel suo letto cristianamente e amorevolmente assistito da due fratelli preti, dal cugino parroco e da due zii vescovi. Prima di volare in paradiso, Calogero Vizzini, padrone di Villalba e della Sicilia del feudo, volle scegliere il suo successore in un uomo di profonda fede.
Uno di quelli che non si addormentava mai senza avere recitato un Padre Nostro o un'Ave Maria, uno che "prendeva" la sua saggezza direttamente da Dio. E don Calò incoronò Giuseppe Genco Russo. Era delle sue parti, aveva l' aspetto di un contadino, anche lui dopotutto aveva un sacerdote in casa. Era il cugino di suo cugino.
Non c' è mafia senza chiesa. Non ci sono mafiosi senza fede. E' sempre andata così. In tempi antichi e in tempi moderni. Fino a ieri, fino a oggi. Fino al "favoreggiamento" di don Mario, carmelitano della Kalsa che voleva redimere Pietro Aglieri. Voleva salvare la sua anima, l' anima di un assassino latitante che era braccato dai poliziotti. Padre carismatico, don Mario voleva fare il "miracolo" anche con lui: anche con ù signurinu. E' sempre andata così... E così fu anche tra le miniere di zolfo e le vigne nere della Judeca di Riesi. Era il '63. Un boss doveva presentare "pubblicamente" il suo delfino ai paesani: lo fece nel giorno più importante dell'anno, la seconda domenica di settembre, la festa della Madonna della Catena.
Il vecchio Ciccio Di Cristina si affacciò al balcone della casa più bella e più grande di Riesi: abbracciò e baciò suo figlio Giuseppe quando, nella piazza, dodici uomini portavano a spalla la statua di gesso della patrona. In paese, tutti capirono che c'era un nuovo capo. Dio, santi e madonne. E padrini e sicari e picciotti. Un giorno si diventa uomini d'onore e si bruciano le santine tra le mani ("Come carta ti brucio, come santa ti adoro, come brucia questa carta deve bruciare la mia carne se tradisco Cosa Nostra"), un altro giorno si scannano cristiani come capretti e poi ci si inginocchia a pregare. Cose di chiesa e cose di mafia. Lo faceva anche Filippo Marchese, forse il più sanguinario boss di Palermo di ogni epoca.
Torturava i nemici e poi - per la purificazione dei suoi peccati - un bel segno della croce. E lo faceva pure Gigino Lavardera, un sicario "valoroso" di Brancaccio: prima sparava, poi si confessava. Amen. Ci sono sempre stati mafiosi vicino a Dio e ci sono sempre stati mafiosi vicini ai preti. A Corleone, Luciano Liggio fu difeso per anni da ogni "infamità" dal cugino parroco. E, sempre a Corleone, Ninetta Bagarella fu difesa (con raccolta di firme e proteste al Tribunale internazionale dell' Aja) da un sacerdote che oggi fa il vescovo a Mazara del Vallo. E chi volle Totò Riina per la celebrazione del suo matrimonio in una villa di Cinisi trasformata per l' occasione in cappella? Volle un prete? No, lo "zio" Totò ne volle tre. E tutti del suo paese, tutti di Corleone. Ancora oggi non si conoscono i nomi di quei tre ministri di Dio che unirono per sempre Totò e Ninetta. Un prete mancato e un mafioso riuscito è sicuramente Nitto Santapaola, quello che chiamano Il Cacciatore. A Catania raccontano che una volta fu eletto come il bambino più "buono" della città: allora faceva il chierichetto dai Salesiani. Nitto doveva entrare in seminario, poi evidentemente cambiò idea e - dicono - che abbia ordinato la morte di almeno 500 uomini. Quando lo catturarono in un casolare, nella stanza da letto trovarono il solito altarino, la solita Madonna e la solita Bibbia. Niente di originale per un capomafia. Gli stessi "articoli" sono stati sequestrati nel rifugio di Pietro Aglieri, nel covo di Giovanni Brusca, nella cella dell'Ucciardone di Michele Greco.
Religiosissimo don Michele, tanto religioso da ospitare nella sua tenuta ai piedi di Gibilrossa anche un cardinale di Palermo - Ernesto Ruffini - che pregava soprattutto per l' anima degli amici degli amici. Un mafioso mancato e un prete riuscito (male, in verità) è stato invece Fra’ Giacinto. Il suo vero nome era Stefano Castronovo.
Era un francescano, aveva i capelli color argento e il fisico di un atleta. Si sussurravano tante cose su Fra’ Giacinto, si parlava di feste notturne nelle celle del convento di Santa Maria del Gesù, si raccontava di latitanti nascosti tra i monaci, si diceva, si diceva... Fino a quando un picciotto entrò in convento e fece secco il frate che stava celebrando messa. Sotto il saio, Stefano Castronovo nascondeva una pistola a tamburo. Ci ricordiamo ancora cosa dissero di lui i suoi "fratelli" di Santa Maria del Gesù il giorno del funerale. Toccò al provinciale dei francescani l' omelia in ricordo di Fra’ Giacinto. E così parlò padre Timoteo: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Non c' è mafia senza chiesa. Non c' è mai stata. E così, alla fine della nostra rassegna, siamo un po' stupiti per lo stupore che manifestò un mafioso (Nino Calderone) quando gli presentarono ritualmente come uomo d'onore padre Agostino Coppola. Era il 1968. Gli dissero: "Lui è come a noi...". E Nino Calderone, paonazzo in volto, rispose con un soffio di voce: "Gesù Gesù...anche un parrino in Cosa Nostra...". 

“la Repubblica”, 19/5/1997


"Bevitori di sangue". Un coro unanime contro i rivoluzionari (Raul Mordenti)

Un articolo di Raul Mordenti, del 2006, che a me pare, nella sua brevità e secchezza, assai efficace nel mostrare alle radici la falsa coscienza che alimenta l’unanime coro contro le rivoluzioni e i rivoluzionari. (S.L.L.)
Un ritratto di Robespierre
Rossana Rossanda non ha bisogno di essere difesa dalle scomposte contumelie che hanno accolto il suo articolo su Mao, da Battista a Moscato, cioè dal Corriere della Sera fino (ahimé!) a Liberazione; bastano a difenderla la sua biografia e, ancor più, il lavoro che quotidianamente svolge per leggere i fatti orrendi del nostro mondo come umani problemi.
Riguarda invece la sinistra il fatto che un giornale che si definisce «comunista» risponda al pacato invito di Rossanda a riflettere senza demonizzazioni sul massimo rivoluzionario della seconda metà del Novecento con un articolo come quello di Antonio Moscato. Mao era come Stalin, cioè era molto, ma molto cattivo; lo dicono anche dei libri governativi e filo-occidentali che Moscato utilizza. Apprendiamo così che la Rivoluzione culturale trattò assai male Liu Shaoqi e sua moglie, che provocò un sacco di morti e che la cattiveria di Mao si spinse fino al punto di non guarire il suo amico fedele Ciu Enlai...dal cancro (sic!). Domando: si può ragionare così di storia? Si può ragionare così di rivoluzione? Moscato peraltro non è nuovo a queste imprese: ricordo la sua disinvolta partecipazione a un'indecente campagna contro Cuba della lobby confindustrial-militare che fa capo alla rivista Limes.
Di ben altro livello la riflessione sull'esperienza cinese che Rossanda propone, e non da oggi: si veda il buon libro sulla Rivoluzione culturale a cura di Tommaso Di Francesco, L'assalto al cielo, pubblicato da Manifestolibri. Quella rivoluzione fu il primo tentativo di fare davvero i conti con il fallimento dell'Ottobre, mettendo in discussione l'idea del socialismo come «elettrificazione più Soviet» (cioè come rigorosa accumulazione capitalistica «a direzione proletaria») ma anche, ed era scelta ancora più impervia e originale, cercando di superare il nesso leninista partito-classe-Stato, che comportava nuove ferree gerarchie sociali e una terribile passivizzazione delle masse.
Quel tentativo è stato sconfitto, Deng ha vinto (per ora, aggiungerebbe Mao) e noi capiamo solo adesso, vedendo l'orrore del capitalismo reale a direzione Pcc, che Mao non esagerava affatto dicendo che la lotta in Cina era fra il comunismo e la restaurazione del capitalismo. Ma la domanda è: ha qualcosa da dirci e da insegnarci il tentativo di Mao? Può prescindere da quella lezione il tentativo di ripensare la rivoluzione in Occidente che, se vorrà essere, dovrà anzitutto saper coniugare comunismo e democrazia diretta?
Per poterne discutere seriamente occorre però sbarazzarsi una volta per tutte dai ritornelli scemi sulla cattiveria dei rivoluzionari e sul gran numero di morti delle rivoluzioni. Questo modo un po' untuoso, che Gramsci definirebbe «brescianesco», di giudicare le rivoluzioni, degli altri, conduce (ne siano coscienti o no le «anime belle» à la Moscato) a liquidare non solo Mao e Stalin ma anche Lenin e Gramsci e tutta l'esperienza comunista, e anzi ogni e qualsiasi rivoluzione, a cominciare da quella francese. L'argomento della cattiveria dei «bevitori di sangue» (Robespierre) non è stato forse per secoli usato a impedire il contagio della Bastiglia?
Ragionando così si salva solo madre Teresa di Calcutta.
Il coro unanime e assordante contro le rivoluzioni è tuttavia falso in radice, giacché esso rimuove semplicemente (senza neppure avere l'onestà di confessarselo) la necessità della rivoluzione, cioè rimuove l'essenziale, che consiste appunto nel numero di morti che il non fare la rivoluzione avrebbe provocato ieri e provoca oggi; e come i contro-rivoluzionari di ieri occultavano i morti della schiavitù ancien régime, così quelli di oggi occultano i morti che senza le rivoluzioni avrebbero fatto fame e carestie in Cina, terrore bianco e nazifascismo in Russia, la schiavitù statunitense a Cuba, e quelli provocati ogni giorno che passa, ovunque, dal dominio del capitale (non solo dalle guerre capitaliste). Per questo chi non si oppone allo stato di cose presente, si chiami pure madre Teresa di Calcutta, non è affatto innocente.
Un grande rivoluzionario russo, che pure aveva qualche legittimo motivo di risentimento, quindici anni dopo l'Ottobre rispondeva a chi gli chiedeva se «i risultati della rivoluzione» avessero giustificato tante sventure, la guerra civile e le vittime:«Con lo stesso diritto, di fronte alle difficoltà e alle afflizioni di una esistenza individuale si potrebbe chiedere: vale la pena di venire al mondo? (...) I popoli cercano nella rivoluzione una via d'uscita a pene insopportabili».


“il manifesto”, 19 giugno 2006

21.10.13

La poesia del lunedì. Javier Sologuren (Perù 1921-2004)

Éventail
L’autunno è la stagione dei tuoi occhi,
nel suo fogliame scorgo
uva ferita.
Sì,
di rosso autunno
e di guardinga nebbia
è fatto il vino nel quale mi giungi.

Poeti ispanoamericani del 900 (a cura di Francesco Tentori Moncalvo), Bompiani, 1987

Noterella
"Éventail" è "ventaglio" in lingua francese ed è il titolo della poesia anche nel testo originale spagnolo.

Il (vero) rigore più lungo del mondo (di Ugo Splendore)

Dal “manifesto”, che per primo pubblicò in Italia il racconto di Soriano sul rigore più lungo del mondo, recupero questo bel reportage d’ultima pagina, risalente ad alcuni anni fa, che cerca in Argentina le origini della storia. Le immagini relative al Cipolletti Club, dello stesso Splendore, provengono da un sito ove lo stesso reportage è stato ripreso, http://blog.futbologia.org/ , che vivamente consiglio agli appassionati di calcio e di letteratura. (S.L.L.)

NELLA “CANCHA” DI CIPOLLETTI
ALLE ORIGINI DELLA SFIDA
CHE ISPIRÒ IL CELEBRE RACCONTO
DI OSVALDO SORIANO

Cinquant'anni fa battevano il rigore più lungo del mondo. Lo ha raccontato Osvaldo Soriano, giornalista e scrittore argentino, rendendo letterario un episodio avvenuto nei paraggi ostili e assolati della Valle de Rio Negro, nel nord della Patagonia: luoghi aridi e riciclati dal vento, bastonati dal sole e sculacciati dall'inverno.
Osvaldo Soriano se n'è andato il 29 gennaio 1997. Ha raccontato un calcio molto argentino, sgraziatamente eroico, a tratti surreale, spesso violento. Un calcio marcio negli arbitri, impuro nei modi ma lindo nei sentimenti. El Gordo, il Grasso, come lo chiamavano gli amici, non diceva mai di preciso in che luogo erano accaduti i fatti che raccontava. Partiva da qualcosa di vero, e si vede, ma leggendo i racconti un po' di dubbi ti si insinuano. Sono storie che provengono dalla dispensa dagli anni 50-60, tra folate di gloria e barbare pedate. Narrano di allenatori visionari e portieri-eroi, come il Gato Diaz che parò il rigore più lungo del mondo. Un racconto davvero d'altri tempi.
Una squadraccia, la Estrella Polar, arriva a giocarsi il titolo di un campionataccio con lo squadrone che da 16 anni non molla il trono, il Deportivo Belgrano, al quale basta un pari. L'Estrella va in vantaggio nel finale e l'arbitro, per salvare la pelle, s'inventa un rigore pro-Belgrano all'ultimo minuto. Uno dell'Estrella lo stende con un pugno, si scatena un grande parapiglia, il match viene sospeso e la lega decide che una settimana dopo si va tutti al campo, si batte il rigore sotto il solleone e si torna a casa lessi.
Il rigore dura dunque sette giorni: un'eternità, per i protagonisti. È la settimana del Gato Diaz, portiere dell'Estrella Polar, forte e stagionato come un ottimo vino di Mendoza. Nel momento esatto del rigore, mentre il Gato para il tiro del bomber Constante Gauna, all'arbitro viene un attacco epilettico. Il rigore va di nuovo tirato, con l'arbitro sorretto dal guardalinee. Il Gato però è già un immortale e abbassa ancora la saracinesca. Inizia la sua leggenda. Soriano dice di aver incontrato quel monumento di portiere rigido dalla zazzera scintillante qualche anno dopo e di avergli fatto gol. Punto.
Quel penalty leggendario dove è stato tirato? Esiste ancora quel campo sportivo, che in spagnolo è la cancha? Soriano ha fatto il perfido. Le sue indicazioni sono vaghe: «...un posto sperduto nella Valle de Rio Negro, nel 1958». Allora buon compleanno, rigore. Quest'anno sono 50 anni. Soriano aveva 14 anni e giocava nel Confluencia, un club di Cipolletti, una cittadina che prende il nome da Cesare Cipolletti, ingegnere idraulico che all'inizio del 900 ha ridisegnato i percorsi delle acque che vanno e vengono dalla città. Del Confluencia, meteora di quartiere, non rimane traccia. Il Cipolletti invece è un club che ha una storia a quattro ante. È del 1926, ha la maglia bianconera come la Juve. Oggi gioca nel Torneo Argentino A, la nostra serie C1. Ha uno stadio asfissiante da 11mila posti, tiene alla porta 18 tifosi identificati della «barra brava», che spaccano tutto. Sul portone d'ingresso della tifoseria ospite hanno scritto a spray: «Entra se vuoi, esci se puoi». Il presidente dell'odierno Cipolletti si chiama Julio Arriaga, è stato sindaco per otto anni. Ora è deputato nazionale. Usa il pallone per farsi notare. Il denaro vero lo mette lo sponsor, la Ops, un'azienda che lavora nel settore petrolifero della regione, che è anche terra di frutta, vino e ossa di dinosauro.
Nei suoi 82 anni di vita il Cipolletti è stato per sei volte nella serie A argentina e nel '77 ha anche battuto a domicilio il Boca Juniors. L'ultima amichevole dell'Argentina che nel 1978 vinse il Mondiale fatto in casa si disputò proprio su questo campo. A Miguel, il factotum del club (lo utilero), grande fan del Boca Juniors, sei anni fa hanno trapiantato i reni: «Mi hanno salvato a Buenos Aires, nell'ospedale a fianco dello stadio del Boca». Così, dice, ora non ha solo il cuore-Boca, ma anche i reni.
Comunque non è qui, sul rettangolo in calle O'Higgins dove pascolano i sogni del Cipolletti, che hanno battuto il rigore più lungo del mondo. L'hanno tirato nei campi da tennis adiacenti, che fanno parte del complesso sportivo dalle mura bianco-scrostate piene di scritte a vernice spray. Evita! Noi non vi lasceremo mai! Basta rubare, presidenti!

Personaggi immortali
La storia del penàl (il rigore) è un po' diversa da quella raccontata da Soriano e i protagonisti hanno nomi differenti, anche se non mancano le assonanze. Ma è proprio dentro questa scoperta che si coglie la bravura del Gordo, grande firma giornalistica del quotidiano argentino “Pagina/12” e anche del “manifesto”, un talento narrativo che non usa i personaggi ma li esalta al punto da renderli immortali. E non è tanto per dire.
Per ricostruire uno dei più pazzi rigori della storia del calcio ci vogliono un paio di giorni di indagini. Prima di tutto si deve andare a Cipolletti. Che non è una città di passaggio. Non rientra nelle rotte turistiche e vive all'ombra di Neuquen, 350mila abitanti contro gli 80mila di «Cipo».
A Cipolletti molti vecchi se ne sono andati e molti giovani non sanno chi è Osvaldo Soriano. Eppure la casa dove è cresciuto il Gordo, nato a Mar del Plata ma trasferitosi a Cipolletti con il padre, ispettore degli acquedotti, quando aveva tre anni, è tra le attrazioni della città, stando al sito internet.
Il taxista indolente non lo ha mai sentito nominare. Porta un orecchino, occhiali da sole molto finti e un tatuaggio di Maradona sul bicipite floscio. La titolare di un albergo in centro, volto stanco e capelli che sembrano essere stati perquisiti da poco dalla polizia di frontiera, dice che il nome non gli suona nuovo. Per fortuna c'è il barista Charlie Garcia, occhi profondi e denti un po' in disordine, con in tasca numeri di telefono che fanno la differenza. Ti manda subito da Carlos Alberto Segovia, notaio, 72 anni ben portati, che ha conosciuto Soriano pochi anni prima della morte a un incontro sui diritti umani all'università di Neuquen. Soriano, volato in Europa nel 1976 per dribblare la dittatura argentina, era uno dal quale potevi ricevere infinite lezioni sul tema. Come i cileni Skarmeta e Sepulveda.
Lo studio di Segovia è bianco, dietro la scrivania c'è una riproduzione di un quadro di Picasso, Guernica. Ricorda di Soriano quello che ricordano in molti: che viveva di notte e dormiva di giorno. Chiamava gli amici e li teneva al telefono per ore. Da Parigi spendeva un capitale per sapere cosa aveva fatto la sua squadra del cuore, il San Lorenzo de Almagro.
«Io sono tifoso del Boca - dice Segovia - lui invece preferiva un club come il San Lorenzo perché era un qualcosa che nasceva dal popolo. Uno scrittore amico di Soriano, Osvaldo Bayer, lo prendeva in giro perché era ateo e il San Lorenzo portava il nome di un santo ed era stato fondato da un prete. Vede, il football è un parametro della vita argentina e su quello si basano molte cose qui da noi. Soriano era uno del popolo. È ancora aperto il dibattito su cosa abbia lasciato la sua letteratura. Qualcuno insiste nel definirla di intrattenimento. Invece ha una profondità vera, signori miei».
Segovia sa molto del calcio argentino. Snocciola nomi di grandi giocatori, cita i miti del Boca, da Carlos Sosa a Ernesto Lazzati, che veniva chiamato «el pibe de oro» ben prima di Maradona. Gente degli anni 50. Poi, d'impulso, il notaio alza la cornetta e chiama Josè «Pepe» Santos, amico d'infanzia di Soriano.
Pepe Santos, 67 anni, è direttore della contabilità della città di Neuquen. La sua libreria contiene 4mila titoli e naturalmente ci sono tutti i libri di Soriano. Ha trascorso l'infanzia con il Gordo, che era più giovane di lui di tre anni: «Io leggevo e andavo al cinema. Lui si faceva raccontare tutto e ascoltava: era come se leggesse e vedesse. Non scriveva. Per non prenderle dalla madre si arrampicava sul pero davanti a casa. Giocava male a pallone: aveva le gambe storte e una bella castagna, niente più. Però aveva una mente superiore, era un pensatore».
Pepe Santos adora Dino Buzzati, guarda il campionato italiano e simpatizza per la Reggina, così vicina al suo albero genealogico. Di Soriano ha perso le tracce quando il Gordo se n'è andato a Buenos Aires a fare il giornalista. L'ha ritrovato lì 30 anni dopo a una Fiera dell'editoria. Era il 1996, il Gordo indossava un vestito color cannella, sudava e firmava autografi a uno stand. La memoria di Pepe non perdona: «Stava sotto un enorme cartello con scritto: vietato fumare. Teneva tra le dita un sigaro cubano più grosso di lui, ed era acceso naturalmente. Mi sono detto: non puoi che essere tu, grandissimo figlio di puttana. Mi sono messo in fila e quando mi ha riconosciuto mi ha abbracciato. Mentre uscivamo per andare a bere un caffè l'ho visto, come dire, più alto. Gli ho chiesto come se la passasse e lui mi ha detto: me ne sto andando. Andando dove? Sto morendo, amico mio. E mi ha stretto forte un braccio».
Pepe non ha più lacrime per commuoversi, ormai sono 12 anni che racconta questa storia. Dice che, nel male, è andata bene: morendo a 54 anni Soriano non si è deteriorato, è rimasto irraggiungibile e la sua produzione è ancora folgorante. Un po' come Carlos Gardel per il tango.
Secondo Pepe, Cipolletti non fa abbastanza per ricordare Osvaldo Soriano. Ha messo una targa vicino alla vecchia casa dove abitava, ma qualcuno se l'è portata via, lasciando ancor più grande il vuoto intorno allo scrittore nella città in cui scrittore è diventato assorbendo gioie e dolori di queste lande affannate nel cuore migratorio dell'Argentina.
Alla fine Pepe, messo all'angolo, si ritrova davanti a un taccuino a ricostruire il rigore più lungo del mondo. Abbassa la testa e fa sbucare lo sguardo da sopra gli occhiali da lettura poggiati su una gobba del naso che sembra fatta apposta. Fissa il taccuino, scuote la testa: «Figlio di puttana, sì perché era un gran figlio di puttana. Il Gordo ha fatto un gioco di prestigio. I fatti sono andati diversamente. Innanzitutto non era il 1958 ma il 1953, massimo 54». Ma siamo sicuri? «Sono sicuro. Non era 50 anni fa. No, no e no».
Ecco allora come è andata. Nella zona di Cipolletti, che all'epoca era molto più grande di Neuquen, c'è la Lega Deportiva Confluencia. Vi partecipano cinque club cittadini e una decina dei paesi limitrofi. Il club del Cipolletti, sempre lui, disputa una stagione-monstre come non gli capitava da anni e si erge ad outsider della squadra più quotata, i «magos» dell'Union Allen Progresista, che ha fatto le scarpe alla squadra più in voga di Allen, l'Evita Peron, ed è formata da giocatori provenienti dalla città di Rosario, guida il campionato fino all'ultima giornata, tallonata a -1 dal Cipolletti. Decide tutto il match in casa degli 'albinegros' del Cipo: ultima chiamata per la gloria. Tifosi in ribollente attesa, grande tensione.
Il campo sportivo era minimalista. Non c'erano tribune, solo una staccionata. Gli spogliatoi erano una baracca sulla quale campeggiava la scritta: chi comanda in campo è solo l'arbitro. La cancha era sacra e i giocatori pure, i bambini conoscevano a memoria i loro nomi senza che ci fossero le figurine. Il match resta sullo 0-0 fino a 20 minuti dalla fine, quando l'arbitro decreta un rigore per il Cipolletti. Gli ospiti la prendono male e lo aggrediscono, i tifosi invadono il campo e tutto sfocia in una rissa di taglia extra large. Il disordine da tromba d'aria atterrisce l'arbitro che fischia la fine: che se la veda la Lega. In settimana arriva la sentenza-choc: i tafferugli erano poca cosa, l'arbitro non era in sé e gli toglieranno i gradi. La partita va terminata, ma a porte chiuse. Si riprende dal rigore. Poi, venti minuti di gioco divisi in una specie di due tempi supplementari da dieci.

Pepe Santos è in prima fila
La domenica dopo, il pubblico si assiepa al cancello e inizia a prendersi per il bavero con la polizia. Solo i bambini del luogo, che conoscono i pertugi come gli scoiattoli, s'intrufolano e vanno a nascondersi tra i rovi dietro la porta dove si tira il rigore. Pepe Santos è in prima fila, Soriano non si sa. Alle 15, sotto un sole mastodontico, le squadre entrano in campo. L'arbitro è tutto vestito di bianco e indossa pantaloni lunghi. Erano così gli arbitri dell'epoca: un lutto al contrario.
La palla è di quelle vecchie marroni, con la cucitura che quando la prendevi di testa ti tagliavi come i pugili. Questo dice Segovia. Secondo Pepe Santos la palla era invece bianca. Discutono. Sarà l'argomento di cui parleranno nei prossimi anni ogni volta che si incontreranno. In campo per il Cipolletti (maglia a strisce bianconere e calzoncini bianchi) ci sono fior di giocatori, su tutti l'urticante puntero Constante Rodriguez, il fenomenale bomber Hector Tito Padìn, Alberto Beto Alegre, Pedro Righetti, El Pirata Rivero, il portiere «Palito» (Stuzzicadenti) Lorenzo e «Stampilla» (Timbro) Osorio.
Tra i magos c'è gente che fa cantare il pallone, perchè la scuola di Rosario è indiscutibilmente una delle migliori d'Argentina. Il portiere si chiama Benjamin, detto Tomate per via del volto rubizzo. È alto e magro, indossa le ginocchiere d'ordinanza dei portieri gratta-campo. Le sue mani sono nude, come tutti i numeri 1 del tempo. L'Union schiera tra gli altri Elvio Cornide «Picciafuoco», Juan Carlos Tarifa «El Lloron», il Piagnone, Elino Maggi detto «El Gringo».
Sono le tre. Si inizia dal rigore. In campo ognuno sembra farsi i fatti suoi. Il portiere Benjamin va verso la porta con il terrore addosso, sembra uno zombie. La porta guarda a sud. Il nord inizia dove sono nascosti i bambini. Non si capisce che cosa succeda, lo que pasò, ma la storia cambia qui il suo corso. I grandi tiratori si defilano, Padín prende il pallone e va fiero verso il dischetto, poi confabula con il centromediano Righetti e gli lascia il pesante fardello. Persino i bambini si stupiscono: Righetti sarà pure una diga, ma non un violinista.
Righetti sistema la palla sul dischetto, si allontana di quattro passi e quando l'arbitro fischia va lento sul pallone. Il tiro è inguardabile: la palla calciata da Righetti è una tartaruga centrale che Benjamin, sempre imbalsamato al centro della porta, si ritrova tra le gambe. La abbranca e si sveglia, comincia a correre avanti e indietro con quel trofeo in mano, festeggiato da suoi. Si perdono almeno cinque minuti, manca solo la foto-ricordo. Il padre di Padìn, al cancello, sente che è andata male e si mena con i tifosi dell'Union, tutti signori.
Qui finisce il rigore più lungo del mondo e qui cominciano i 20 minuti più lunghi dell'Union, assediato dal Cipolletti. A pochi minuti dalla fine una palla schizza fuori area da una mischia e Osorio con una legnata paurosa quasi smonta la traversa. Si infrange il sogno del Cipolletti: lo 0-0 laurea l'Union Allen Progresista di nuovo campione. Hanno vinto i soliti noti, il rigore è una mezzaluna di storia dentro un mare smarrito. Le lacrime. I ricordi brucianti.
Allora che ne è del mitico portiere Gato Diaz? Un'invenzione poetica di Soriano, forse ispirata dalla figura di un Gato di quegli anni. Che ne è delle squadre Estrella Polar e Deportivo Belgrano? Esistevano, ma erano squadre di quartiere che hanno visto poche stagioni per poi infilarsi negli armadi della miseria, del cuore.
Che ne è di tutti gli altri? Sono diventati polvere, sono diventati arte. Hanno dato calci a un pallone e in cambio si sono beccati l'eternità della letteratura.


il manifesto, 17 febbraio 2008 

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