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21.1.19

2012. Luciano Canfora dalla Grecia alla Grecia. Un’intervista sullo choc europeo (Massimo Stella)


Al tempo dell'intervista che segue imperversava il governo Monti, frutto di un golpe oligarchico “europeista” che la sinistra politica e sindacale non ebbero la forza e/o il coraggio di contrastare e che è all'origine di molte disgrazie italiane. Nonostante i sette anni trascorsi le sue riflessioni anticonformistiche mi paiono assai utili. (S.L.L.)


Luciano Canfora negli anni 80 del Novecento
TORINO
Abbiamo incontrato Luciano Canfora a Torino, la città che egli definisce «la vera capitale d’Italia». Il suo ultimo libro, Il mondo di Atene, Laterza, è un vasto affresco sulla democrazia antica che giunge in tempi di grave crisi dei sistemi democratici contemporanei e riattiva la memoria storica del lettore intorno a temi e problemi del nostro mondo, dalla crisi della rappresentanza, al tramonto della concertazione politica, al neoimperialismo del villaggio globale.

Partiamo dalia Grecia di oggi. Dal dopoguerra, in Occidente, consideravamo naturale che stato, istituzioni e democrazia costituissero un trinomio solidale. Ma, se guardiamo quanto avviene oggi in Europa, e in Grecia soprattutto, può venirci il lecito sospetto che stato e istituzioni tornino a essere macchina dispotica di una classe dominante. Dobbiamo recuperare, per fare un esempio, l'analisi di Lenin in Stato e rivoluzione?
Il caso Grecia è un caso limite dei processi economici e dei movimenti istituzionali dall’alto verso il basso che coinvolgono ormai l’intera area euroatlantica, perché di tali processi la Grecia è anche vittima. Ciò che accade oggi in Grecia - paese molto più di confine dell’Italia - risale sicuramente alla posizione geopolitica che essa ha avuto nel confronto tra Est e Ovest dal 1945 al 1991. La guerra civile greca fu un episodio tragico: l’abbandono dei partigiani a se stessi, la brutale tutela sulla sovranità greca, la messa al bando di una serie di formazioni politiche, e poi, dopo la parentesi democratica del patriarca Papandreu, i Colonnelli, diretta emanazione dei servizi americani, in un momento di conflitto totale tra Ovest e Est dell’Europa. Oggi la Grecia è un paese massacrato, con una casta ricca totalmente svincolata dalla popolazione e dal territorio, il che rende la situazione ancor più umiliante e il dramma del povero Papademos è quello di essere sempre prono e tuttavia di deludere sempre i suoi mandanti.

E quanto alla lettura leninista dello stato padrone?
Io non starei così vicino nel tempo. Ci sono due testi, antipodici, più lontani cronologicamente: tra il 1819 e il 1848 ci sono Benjamin Constant e Karl Marx. I due dicono sul punto che ora ci interessa sostanzialmente la stessa cosa: ad alcuni piace ad altri dà disagio. Constant dice: la ricchezza è più forte del governo, il governo si deve inchinare, la ricchezza alla fine si nasconde e vince. Marx dice: i governi sono il comitato d’affari del capitale. Poi uno si schiera come gli pare.

Nel suo libro appena uscito, la democrazia ateniese risulta essere il prodotto di «una grande élite che accetta di governare un popolo bigotto e oscurantista». Si tratta forse di un principio strutturale che genera il sorgere dei grandi sistemi democratici occidentali?
È strutturale. Certo, può sembrare controcorrente dirlo per chi sostenga una versione deamicisiano-democraticistica, o se vogliamo anche mazziniana, risorgimentale, «quando il popolo si desta Dio si mette alla sua testa...». Il culto del popolo come tale, di per sé portatore sano di valori, è una generosa, simpatica ingenuità, perché non esistono portatori di valori innati, se non nella fantasia o nei mistici. Il popolo ha bisogno di un contrasto, di un’élite dirigente - parola antipatica, diciamolo pure - che si ponga in termini di educazione politica. Nessun perbenismo politico ci deve impedire di comprendere questo e comprenderlo sdrammatizza il dramma caratteristico di ogni formazione di sinistra, cioè disperarsi perché non ottiene la maggioranza. La maggioranza non è data dal padreterno: si conquista attraverso la pedagogia politica, ormai da lungo tempo dismessa. Il demo ateniese, nel piccolissimo della società di V e IV secolo, è al tempo stesso egemonico rispetto ai sudditi finché può e incline a sfruttare coloro che ritiene subalterni: il popolo della Lega, oggi, ritiene che gli immigrati siano o dei potenziali schiavi o degli sfruttatori - quindi ha lo stesso atteggiamento ostile e repulsivo, perché disabituato a frequentare un’educazione di tipo progressivo. Ed è un popolo bigotto nel senso che è vittima di pregiudizi di ogni genere: nel caso ateniese pregiudizi di carattere religioso - come quando un noto capo democratico propone di chiudere le scuole di filosofia per andare incontro alla sua base, e in una situazione molto simile si trovò anche il clan pericleo di Anassagora rispetto all’ateniese medio democratico.

Un aristocratico inglese di antichissima famiglia, lord Romney, commentò in questo modo, nel 2008, la perdita del proprio posto ereditario alla Camera dei Lords, in seguito alla riforma già avviata da Blair, non ci vuole democrazia, ma «magnanimità e dirigenza di chi è ben educato», perché la democrazia è «un trucco per consultare tutti e fare ciò che nessuno vuole». Sembra di sentir parlare il Vecchio Oligarca della Costituzione degli Ateniesi. Secondo lei è auspicabile oggi il governo di un'élite «magnanima e ben educata»?
Mi piace quest’episodio evocato che si riannoda ad altri tasselli, uno dei quali è la parola stessa democrazia, controversa in sé stessa e malvista in Inghilterra fino agli inizi del Novecento. La reazione di fronte al fenomeno democratico può essere di due tipi: uno è comprenderne la dinamica e indirizzarla verso gli obiettivi dell’uguaglianza sociale; l’altro e opposto, è quello che accomuna il Vecchio Oligarca, gli artefici del colpo di stato del 411 a. C. ad Atene e Lord Romney: i quali, tutti, sanno benissimo mettere in luce i difetti del potere popolare in virtù di un cinico sofisma: poiché siete una belva incondita, allora il potere passi a noi perché siamo gli unici a potervi educare. Costoro vogliono trascurare che il potere popolare può essere indirizzato in un senso piuttosto che in un altro a seconda della cosciente avanguardia politica che lo guida. Antifonte, nel suo scritto Sulla verità colpisce al cuore l’antiegualitarismo sostanziale dei democratici liberi cittadini primo iure e, però, come rimedio, propone il restringimento del corpo civico ai ben educati. Ecco perché bisogna guardare il fenomeno popolo-governante con due ottiche completamente diverse.

Lei cita più di una volta la definizione che Max Weber dà della democrazia antica come d’una «gilda politica che si spartisce il bottino». Possiamo dirlo anche delle democrazie postmoderne e del nuovo imperialismo globale, sia delle sue élites che dei suoi ‘popoli’?
Io sono un sostenitore dell’analogia come forma a priori del conoscere storico, ma occorre precisare alcune specificità. L’esempio del «vero ateniese» di V sec. a. C. ha delle grandi potenzialità diagnostiche, a più uscite. Da un lato ci fa pensare al meccanismo di esportazione del modello in prospettiva giacobina, poi bonapartista, ovvero all’imposizione di modelli di tipo collettivistico-sovietico, dopo il '45: paesi fratelli, ma in realtà chi diserta viene schiacciato, proprio come accade a Samo quando si ribella all’egemonia ateniese, e allora Pericle porta dieci strateghi, una flotta immensa e la schiaccia. Ma l’impero ateniese si può leggere anche da un’altra ottica analogica che ci porta sul versante opposto. Ad esempio, il fenomeno del gingoismo: il sindacalismo americano, nazionalistico, patriottico, egoistico al massimo, che in nome del benessere d’una parte cospicua della classe operaia americana, era intimamente imperialistico, e riteneva, ad esempio, cosa sacrosanta l’America del Sud come cortile di casa. Il demo ateniese che «si spartisce il bottino» è la stessa cosa, perché compartecipa del vantaggio dell’impero.

E l’attuale «gilda» europea?
La novità nella quale oggi ci troviamo è che, finito il periodo della contrapposizione di sistema, con il disfacimento di uno dei due poli, si è determinato un fenomeno che io amo chiamare la vittoria della Germania nella Seconda Guerra Mondiale. Nella situazione nuova, la Germania ha vinto la seconda guerra mondiale, diventando, con la riunificazione, il pilastro di un impero continentale, che è la cosiddetta Unione Europea, in cui c’è spesso un condominio a due, di antica data, cioè l’asse franco-tedesco.

È una cosa molto forte quella che dice...
In questo sono molto legato a Teopompo: perché Teopompo prosegue Tucidide fino al 394? Per dire che non è vero che Sparta ha vinto la Guerra del Peloponneso, in quanto Conone ricostruisce le mura, ricrea la flotta e, quindi, la vittoria spartana del 404 si è dissolta. Ora, il fenomeno che abbiamo adesso sott’occhio è che l’Unione è una gabbia d’acciaio. Un uomo sicuramente intelligente, Tremonti, ha scritto un libro, se vogliamo tardivo, intitolato Uscite di sicurezza, dove si diverte a mettere tra virgolette le parole di coloro che scrissero le regole di Maastricht, in primis Jacques Attali, eminenza grigia dello staff Mitterrand: «abbiamo creato un meccanismo che impedirà a chiunque di uscire dall’euro». Il senso di questo gioco è creare la certezza che il mercato non si sarebbe disfatto, perché esso è la base dell’egemonia. Noi siamo costretti a stare là dentro perché la Germania ha bisogno del mercato europeo e ha bisogno che abbia una moneta unica. Quindi non c’è solo il processo di svuotamento della democrazia, ma c’è anche un processo specifico di subalternità al paese dominante, cioè al vero vincitore della Seconda Guerra Mondiale.

Lei ha dedicato un libro, tempo addietro, alla filologia come scienza della verità e della libertà. L’intellettuale, lo storico, almeno a partire dalla Rivoluzione francese e in tutte le vere democrazie, ha questa consegna: coltivare la verità e la libertà. Secondo lei, nell’attuale quadro politico ed economico, qual è il compito dell’intellettuale?
Io sono tendenzialmente prudente quando qualcuno vuole additare i compiti dell’intellettuale. L’intellettuale è molto più veloce: egli arriva cioè prima a capire i processi. Quando si parla di opportunismo dell’intellettuale, si dice una cosa vera, ma al cinquanta per cento: perché è in virtù di questa velocità di comprensione che l’intellettuale si spinge a fare per tempo cose le quali poi, a posteriori, sembrano opportunistiche, cioè frutto dell’allineamento rapido sul cangiamento del reale. E questo è un vantaggio e un limite. È un vantaggio perché l’intelligenza va apprezzata comunque. È un limite, perché quello intellettuale è un gruppo sociale che ha bisogno di gratificazioni e, quindi, dove può ottenerle se non dal potere al quale si propone come interlocutore privilegiato? Nell’attuale panorama, in cui tutto è disperso o frammentato in mille situazioni concrete, io credo che il modello socratico del tafano, questo Socrate-tafano che dà una molestia continua, sia un valore positivo, sgradevole sul momento, ma produttivo sulla distanza.

In che senso produttivo?
C’era un sofisma, un tempo, che aveva un certo fascino: il partito politico come intellettuale collettivo, un partito politico, cioè, che, educati i propri quadri alla disciplina mentale e alla conoscenza, si facesse catena di trasmissione di pensieri rispetto a una classe. Ora tutto questo non c’è più. Dopo un’egemonia reazionaria, con varie sfumature, il compito principale degli intellettuali è smascherare un rapporto di potere: ci avete raccontato la favola che questo mondo coniugava libertà e democrazia, non è né l’uno né l’altro e spieghiamo il perché. Si tratta di squadernare questo equivoco logoro, che è servito, durante una fase storica, a vincere una grande partita. Ora che è stata vinta, dobbiamo parlar chiaro: disturbare les fables convenues.

Le oligarchie, come ci insegna l’esperienza degli antichi fino ai nostri tempi, hanno bisogno di formazione e di cooptazione. E le democrazie - cioè noi oggi - come garantiscono i ‘migliori’? Attualmente in Italia è esploso il problema del reclutamento della dirigenza, finalmente...
Con la scuola. Secondo me l’unico grande argine e vivaio fecondo, nel crollo complessivo delle formazioni politiche, anche ormai per la loro povertà di pensiero, è la scuola. Infatti la scuola è il bersaglio: ecco perché viene umiliata, subissata di fatiche inutili, deprivata di risorse, ridotta a parcheggio, perché è il luogo più pericoloso e fecondo.

E l’Università?
Nell’Università è più facile demolire: la riduzione della validità sacrosanta del titolo di studio, la distruzione del sistema statale, le isole beate dell’eccellenza e la depressione da «serie C» di tutto il resto. L’Università è più debole perché non è un approdo obbligato e quindi si può dire meglio che bisogna rinunciare a un egualitarismo deteriore. Purtroppo, le premesse di questo sono state nel semplicismo della rivoluzione culturale sessantottesca, obiettivo altissimo che, poi, di fatto, ha dato una mano a intaccare il funzionamento di quell’istituzione contro cui oggi si può sparare. Fu una partenza sbagliata e si è rivelata tale. L’indurre un processo di banalizzazione o di abbassamento di livello sembrava, all’inizio, solo demagogia e il tutto è stato accolto con entusiasmo da chi voleva realizzare la disuguaglianza. Oggi capiamo che è servito a determinare le isole di quella parola insopportabile che è «eccellenza». E le riforme di centro-sinistra ci hanno sospinto verso il Quarto Mondo: l’Università dovrebbe alfabetizzare masse enormi, facendo passi spaventosi e gratuiti. La sinistra deve fare grossa autocritica su questo punto.

Nel suo libro, ha un ruolo importante l’occhio del comico, Aristofane, puntato sulla scena politica democratica, e d’altra parte lei concesse tempo fa un’intervista a Sabina Guzzanti per Viva Zapatero. Di che cosa ridiamo o vogliamo ridere, in questo momento...?
Sì, certo, ne ho precisa informazione. La gente adesso ride e vuole ridere di questa élite di cui non si fida perché è piovuta dal cielo, élite ancora una volta egemonica, scaturita da mediazioni più o meno credibili, come le ginnastiche elettorali. E ha ragione a non fidarsi: anche l’oligarca Antifonte era un uomo di primo ordine, ma ciò non toglie che non c’è la volontà giusta. Questa reazione nei confronti del nuovo governo si è prodotta in neanche due mesi ed è già sul proscenio.

Chiudiamo sul filo mordente della battuta comica. Ho sentito dire, da più di un amico filologo (non giovane), che l’attuale governo è paragonabile alla svolta oligarchica del 411 a. C. in Atene. Come commenterebbe?
Sì, lo è. Non so se si debba paragonare più a quella del 411 o a quella del 404: il 404 è ancora più ideologizzato. Nel 404 lo stato guida da additare era un modello più completo: si veniva da una catastrofe e da una sconfitta irreparabile. Effettivamente, il governo che è stato abbattuto usava il populismo in maniera quasi perfetta, populismo malvisto dai ricchi veri e professionali, mentre la grande sintonia era con «la bestia bionda», il popolo leghista e televisivo. Quel governo era esemplare dal punto di vista populistico: il consenso è dominio. Questi dell’attuale governo no, perché sono raffinati, sono preparati, tecnici, sanno benissimo che non potrebbero affrontare una campagna elettorale se non con l’aiuto esterno e quindi si tratta di un gruppo oligarchico a tutti gli effetti. Dopodiché la loro tragedia sarà di dover scegliere in che direzione applicare e indirizzare il rigorismo. E sarà appunto la loro tragedia.

Box
IL LIBRO: EXCURSUS E ANATOMIA IDEOLOGICA
Il ritratto di Alcibiade del Museo di Sparta (fonte Wikipedia)
Il libro di Luciano Canfora Il mondo di Atene (Laterza, pp. 508, € 22,00) è una diagnosi politica della democrazia ateniese tra V e IV sec. a. C. Prende le mosse dal mito di Atene, con l’archetipo dell’epitafìo di Pericle in Tucidide, e da lì si rifrange in altre letture (Platone, Isocrate, Lisia, la Costituzione degli Ateniesi), sino alla moderna elaborazione storiografica: la reazione antigiacobina di Constant, per un verso, e di Tocqueville, per l’altro, raccolta, quest’ultima, da Weber e, via-Weber, da Finley, la linea weimariana di destra (Bogner) che si nobilita nel nome di Wilamowitz, e di sinistra, Rosenberg, che rimprovera alla democrazia ateniese il bolscevismo imperfetto; la linea Tory britannica (Mitford); quella del progressismo liberale di Grote fino a Glotz. Quindi si passa alle componenti strutturali della democrazia ateniese - la parola pubblica in assemblea e in teatro, la questione della ricchezza, l’egualitarismo -, considerate da entrambi i fronti del conflitto intemo alla città, la maggioranza democratica e la minoranza oligarchica, sul terreno di due casi esemplari: Melo (con Tucidide, Euripide, Isocrate) e la crisi del 415. La parte centrale del libro esamina la Guerra del Peloponneso come fenomeno storico e politico, evento bellico e sedizione civile: prodotti necessari della polis imperialista, e ‘analoghi’ del lungo periodo di guerra che impegnò l’Europa tra il 1914 e il 1945. Segue l’analisi dei movimenti operati dalle oligarchie all’interno del contesto bellico post-siciliano sino ai Trenta e alla guerra civile finale: Antifonte, Frinico, Teramene, Crizia, tra il va e vieni di un Alcibiade «ornamento di tutte le cospirazioni», sono i protagonisti esaminati nella polifonia delle voci antiche e delle molteplici «verità» su di essi. Figura simbolica del IV secolo, su cui il libro si chiude, è Demostene, che cerca un’ultima possibilità di autonomia per Atene. (ma.ste.)

talpa libri - il manifesto, 11 marzo 2012

12.12.18

Instrumentum regni. Religione e stato da Roma antica a Gramsci (Luciano Canfora)

Cavour: "Libera Chiesa in libero Stato"

Che il rapporto tra la religione e la politica (o, se si vuole, la vita sociale) sia uno dei temi di più lunga durata che possano impegnare lo studioso di storia è quasi una ovvietà. Meno ovvio è in quanti modi, anche tra loro assai lontani, sia percepito, e si svolga, tale rapporto. La questione si è posta per ogni genere di società, e si presenta in modi diversi per le diverse confessioni religiose, dal «cesaropapismo » dell'impero bizantino, e poi zarista, alla «separazione» realizzata dalla Terza Repubblica francese, quando finalmente si consolidò e fu al riparo dai traumi che per decenni dopo il 1871 l'avevano resa fragile. Che, in materia, l'Italia sia stata un luogo nevralgico e sommamente indicativo è ben noto, ed è stato un bene che l'editore Laterza abbia mandato da poco in libreria una corposa silloge, curata da Michele Ciliberto, intitolata La biblioteca laica, il pensiero libero dell'Italia moderna. Al centro ideale dell'intera silloge figura la pagina di Machiavelli (dai Discorsi I, 1: «Della religione dei Romani») sulla religione come «fondamento» del vivere civile. Alla conclusione, in posizione giustamente enfatica, vi è il discorso parlamentare di Cavour culminante nella impegnativa formula «Libera chiesa in libero Stato».
Sono ben note le riflessioni che il Machiavelli svolge in quel capitolo a sostegno della funzione di freno che la religione deve esercitare soprattutto nei confronti di masse incolte (gli uomini «grossi», come egli si esprime). Riflessione che, da un lato, si spinge ad indicare in Numa Pompilio, piuttosto che in Romolo, il vero fondatore della compagine romana, e dall'altro rivela netto distacco dal fatto religioso come tale, là dove al Savonarola viene destinato un elogio, che però tradisce ironia, per aver egli — con la religione — tenuto a freno addirittura un popolo tutt'altro che rozzo quale quello di Firenze. «Al popolo di Firenze — così scrive Machiavelli in un sapiente dosaggio di realismo e di ironia che non risparmia certo i suoi concittadini — non pare essere né ignorante né rozzo; nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non voglio giudicare s'egli era vero o no, perché d'uno tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza, ma etc.». Nel capitolo seguente Machiavelli traduce in modo originale, e quasi imprevisto, tali premesse e osserva che in Italia l'assenza di religione (e quindi dell'efficacia politicamente positiva che la religione può produrre) è da addebitarsi proprio alla chiesa di Roma («quelli populi — scrive — che sono più propinqui alla chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione»).
Questa considerazione è, per certi versi, vicina a quella cavouriana, posta a fondamento del celebre discorso con cui la silloge laterziana si conclude: che, cioè, proprio il potere temporale della chiesa cattolica ha nociuto e nuoce alla religione, e che dunque tale potere «fu ostacolo non solo alla riorganizzazione dell'Italia ma eziandio allo svolgimento del cattolicismo».
Ovviamente le concrete situazioni storiche in cui si trovano Machiavelli e Cavour sono incomparabilmente diverse. Ma vi è anche, in Machiavelli, un rifarsi assiduo all'esperienza antica, soprattutto romana, che lo porta ad accentuare quell'elemento «strumentale» (instrumentum regni), che viene da alcuni pensatori antichi e che invece in Cavour non c'è. In Machiavelli operano la lettura e l'assimilazione profonda dell'esperienza romana — come sostanza stessa del suo pensiero — vista attraverso Livio, ma anche attraverso quel libro sesto di Polibio che Machiavelli certamente conobbe e nel quale la formulazione apertamente strumentale dell'uso politico della religione come forte ed efficace regolatore sociale è netta e convinta. Modello ideale lo stesso Cesare, impegnatissimo a farsi eleggere pontefice massimo — dunque supremo esponente della religione — ma intimamente impregnato di convincimenti epicurei. Convincimenti che non gli impedirono affatto di attribuire a quella carica religiosa un ruolo centrale in tutta la sua carriera politica. Né era necessario, per un colto romano, simpatizzare per Epicuro, teorico dell'estraneità degli dei rispetto alle cose del mondo. Anche Cicerone, soprattutto nel De divinatione (bellissimo il commento che ne fece Sebastiano Timpanaro) ma anche nel De natura deorum ci appare scettico, ironico sul mestiere truffaldino degli aruspici, e quasi volterriano, laddove quando parla in pubblico non fa che apostrofare gli «dei immortali» quasi protagonisti remoti, e guida, e giudici, della politica.
Questa «doppiezza» fu propria dei ceti dirigenti del mondo classico, e passò recta via nella moderna cultura umanistica, giacché gli uomini della «Rinascita» proprio della parola di quegli antichi largamente si erano nutriti. Su una tale base, in condizioni storiche certo del tutto diverse, poté purtroppo anche germogliare l'elogio — che non suscita certo molta simpatia — della «dissimulazione onesta». Elogio che nell'Italia dominata dal fascismo fu letto con sensibilità attualizzante, e che certo a buon diritto trova posto in questa silloge laterziana.
In Cavour operano altre premesse. Vi è in lui schietta considerazione per il fenomeno religioso come tale. E quando perciò egli scrive che il recedere della chiesa dal suo potere temporale gioverebbe al cattolicesimo stesso non dà vita ad un sofisma capzioso, ma al contrario esprime il suo autentico pensiero. In questo egli è molto vicino ad un altro pensatore liberale che in profondità ha lavorato su questo problema: Alexis de Tocqueville. È uscita da poco, per le edizioni Dedalo, un'eccellente antologia tocquevilliana a cura di Paolo Ercolani (Tocqueville, Un ateo liberale) che comprende tra l'altro, dalla Démocratie en Amérique, i capitoli sulla «religione come istituzione politica», beninteso negli Usa. Ed è ammirevole osservare la serietà con cui Tocqueville, aconfessionale, si pone dinanzi al fenomeno originalissimo della lealtà repubblicana dei cattolici americani. Egli approda ad una considerazione non ovvia: «Se da una parte il cattolicesimo dispone i fedeli all'obbedienza, dall'altra non li prepara certo alla disuguaglianza» (p. 224). Onde, osserva, in un Paese lontano dalle impalcature statali del cattolicesimo (la monarchia retta dal Papa), quei fedeli sono i più predisposti ad accogliere il principio democratico dell'uguaglianza ed a viverlo come fondamento stesso del consorzio civile.
Insomma, non solo riflessione fondata sugli antichi e valutazione distaccata del fenomeno storico della religione ma, appunto, comprensione storica. In Italia chi ebbe tale sensibilità fu, in rottura con il generico anticlericalismo della sinistra letteraria e tradizionale, Antonio Gramsci. La cui grandezza nella storia intellettuale del nostro Paese si manifesta anche in questo.

Corriere della Sera, 20 dicembre 2008

10.11.17

1907-1967. Isaac Deutscher, l’occhio lucido di un eretico del marxismo (Luciano Canfora)

Nato in Galizia sotto gli Asburgo,
lo storico ebreo polacco,
biografo di Trotsky e di Stalin,
espulso dal Partito comunista polacco nel 1932,
moriva a Roma mezzo secolo fa.

Cinquant’anni fa, il 19 agosto 1967, moriva a Roma Isaac Deutscher (1907-1967). Egli ci appare sempre più, col passare degli anni, il più acuto studioso del comunismo novecentesco: a conferma che l’occhio dell’eretico (Deutscher era stato espulso dal Pc polacco nel 1932) è lucido, mentre quello del propagandista o dell’antagonista è opaco.
Il suo ultimo libro, L’ebreo non ebreo (Oxford 1968, in Italia Mondadori) apparve postumo a cura della moglie Tamara. Affrontava, all’indomani della guerra dei Sei giorni (giugno 1967), la questione palestinese. Egli spiegava, ad un uditorio israeliano, il suo punto di vista su quel tuttora implacato conflitto, con un apologo poi divenuto celebre. Paragonava gli ebrei costretti all’esodo dalle persecuzioni subite in Occidente (naziste e non) ad un uomo costretto a lanciarsi dalla propria casa in fiamme per salvarsi la vita e che, precipitando, fa molto male ad un passante (gli arabi palestinesi cacciati nel 1947-48). Tra i due scoppia una ostilità crescente mentre i colpevoli dei dolori di entrambi sono altri. E concludeva: «Un rapporto razionale tra israeliani e arabi sarebbe stato possibile se l’uomo lanciatosi dall’edificio in fiamme avesse tentato di stringere amicizia con l’innocente vittima del suo balzo». Il richiamo alla ragione dell’ebreo e internazionalista Deutscher non andrebbe dimenticato.
Il suo contributo alla conoscenza storica è soprattutto la trilogia biografica su Trotsky (1954), preceduta nel 1949 dalla polemica ma oggi quanto mai illuminante biografia di Stalin, edite da Longanesi. Longanesi pubblicò anche La rivoluzione incompiuta con prefazione di Vittorio Strada (1967). Mondadori aveva pubblicato nel 1954 La Russia dopo Stalin. E ancora Longanesi la splendida raccolta Ironie della storia (1972), mentre l’anno prima Laterza aveva pubblicato il frammento di biografia di Lenin. Intanto Einaudi diffondeva gli scritti di Deutscher sul conflitto russo-cinese.
Eretico è il termine più esatto per definire quest’uomo che nel 1963 avrebbe ottenuto l’insegnamento di Soviet Studies nella Università del Sussex, se non ci fosse stata la brutale opposizione di Isaiah Berlin, il quale definì Deutscher «L’uomo la cui presenza nella mia comunità universitaria troverei moralmente intollerabile» (episodio rievocato nella «New York Review of Books» del 19 dicembre 2013).
Deutscher, precoce poeta sedicenne su stampa yiddish polacca, militante nel Pc polacco dal 1927 al 1931, a lungo in Urss e lì criticato perché «allarmava i compagni» insistendo sul pericolo nazista, espulso nel 1932, imparò perfettamente l’inglese (emigrato a Londra dal 1939) fino a diventare uno dei più brillanti sovietologi inglesi. I suoi pezzi venivano spesso ripresi in Italia su «L’Espresso», con grande irritazione del Pci. Oggi sono tra i migliori scritti marxisti sull’Urss in un mondo di «mai stati comunisti». Proprio per la sua esperienza, Deutscher ebbe la reazione più critica quando apparve il celebrato Dio che ha fallito di Koestler, Gide, ecc. La sua recensione, accolta dal periodico newyorkese «The Reporter» nell’aprile del 1950 e tradotta in Italia da Armando Saitta col titolo Profilo dell’ex-comunista, è il testo che i molti transumanti da un dogmatismo ad un altro, se pur di segno opposto, potrebbero tuttora utilmente meditare.

Corriere della sera, 20 agosto 2017

19.10.17

Togliatti, chi era costui? Se la sinistra perde la memoria... (Luciano Canfora, 1989)

Nell'estate del 1989, prima della cosiddetta “caduta del muro di Berlino” e della “svolta” di Occhetto che portò allo scioglimento del PCI, una vera e propria campagna contro Togliatti e l'eredità comunista caratterizzò su “l'Unità” il dibattito politico all'interno di quel partito: un articolo di Claudia Mancina per cui il comunismo era “un cumulo di macerie” e poi un saggio semiufficiale di Biagio De Giovanni.
Il testo che segue è un intervento nella polemica non di un politico di professione, ma di uno storico, Luciano Canfora, che si occupava prevalentemente di antichistica ma non rifuggiva da incursioni nella contemporaneità. Fu pubblicato su “Avvenimenti”, un settimanale cui aveva dato vita con altri Diego Novelli, giornalista di vaglia, già sindaco di sinistra a Torino, molto legato a Berlinguer e inviso ai socialisti di Craxi dei quali aveva denunciato alcune magagne e alla corrente “migliorista” di Napolitano, filocraxista. Canfora lascia intendere quale sia la vera posta in gioco di quel dibattito: non solo e non tanto il Pci e il comunismo, ma l'esistenza in Italia di una sinistra degna di questo nome.
L'articolo viene pubblicato nei primi giorni d'ottobre del 1989. Poco più di un mese dopo arriverà la Bolognina. (S.L.L.)
Nenni e Togliatti in treno
Togliatti, Stalin, lo stalinismo. «Il socialismo in un solo paese», «la via italiana al socialismo». Gli equilibri di Yalta, il memoriale di Yalta. Nenni, Parri, De Gasperi, la Costituente; Truman, Khrusciov, il rapporto Khrusciov; l’Ungheria. Gli operai della Fiat e i portuali; il luglio ’60 e Reggio Emilia; le cooperative emiliane, la Cgil; Di Vittorio, Li Causi, Vittorini, e gli anni in cui si andava in bicicletta. Una preistoria, di cui nessuno sembra voglia più parlare seriamente: eppure è alle radici non solo della sinistra italiana, ma dell’intera Italia. Cosa si muove all’interno del dibattito su Togliatti
Togliatti con Pompeo Colajanni, Bufalini e Li Causi
Il primo procedimento della storia consiste, presa una serie arbitraria di avvenimenti continui, nell'osservarla separatamente dalle altre, mentre non esiste né può esistere l'inizio di nessun fatto, ma un fatto deriva sempre dall'altro senza discontinuità. Il secondo procedimento consiste nel considerare le azioni di un uomo, re o condottiero, come la somma delle volontà degli uomini, mentre la somma delle volontà degli uomini non si esprime mai nell'attività di un solo personaggio storico. Così Tolstoj, al principio della terza parte del III libro di "Guerra e pace", commenta gli sforzi poco felici di Napoleone — nel "Memoriale di Sant'Elena" — di spiegare la propria sconfitta nella campagna di Russia. È una riflessione che prende le mosse da un punto di partenza che non è facile deglutire appieno, con tutte le sue conseguenze: «per la mente umana è inconcepibile l'assoluta continuità del moto».
Nell'interpretazione corrente della mezza cultura, questa formulazione può apparire come la trappola ovvia dello storicismo per cui tutto quello che è stato ha avuto una ragione per essere (cito da una pretensiosa divagazione su Togliatti» pubblicata su «l'Unità» lo scorso 20 agosto, in prima pagina). Lì si legge una strana contorsione concettuale: «Certo — scrive il saggista scritturato dall'Unità — la storia e gli uomini vanno capiti, ma attenzione a non cadere nella trappola ovvia dello storicismo etc., e subito dopo: «Bisogna guardarsi da un simile atteggiamento. Usiamo invece l'arma della critica, e dove è necessario il rigetto; e noi (chi?) rigettiamo tutto ciò che è coinvolto nell'eredità di Stalin, non con spirito difensivo e rinunciatario ma come atto di responsabilità eticopolitica dovuto a noi stessi e alla società italiana». Il fine empirico di questa teoresi del «rigetto» è chiarito subito in apertura: si tratta di «rigettare» Togliatti profondamente coinvolto nella storia del comuniSmo nell'età di Stalin; anzi del comunismo tout court: «il comunismo reale è giunto al termine di una storia e con esso tanta parte della cultura e dei protagonisti che lo produssero». Togliatti è dunque sicuramente fra questi, e il giudizio politico (forse voleva dire «il giudizio storico», strano essendo un giudizio politico retroattivo) deve fermarsi su questo passaggio essenziale. Verrebbe voglia di dire: proviamo a tradurre per esempio in inglese quest'ultima frase, e vediamo che vuol dire.
Non metterebbe conto tentare di decifrare «il saggio che "l'Unità" ha chiesto a Biagio De Giovanni» (così veniva definito il carattere per così dire ufficiale ed «ispirato» del saggio in questione, due giorni dopo, martedì 22 agosto, pagina 2, sulla stessa «Unità»), se esso non avesse assolto pienamente alla sua funzione, nonostante la pioggia di critiche pubblicate nei giorni successivi dallo stesso giornale del Partito comunista (Foa, Libertini, Magri, Gozzini, Chiaromonte ecc.). La funzione era di far sapere che noi — cioè, par di capire, l'attuale gruppo di consiglieri del neo-segretario del Pci — la pensano così.
La lotta politica, anche la più spregiudicata, merita la massima considerazione. Ed è ben noto che la rilettura del passato — gli «argomenti» tratti dalla storia — fa parte delle frecce nell'arco di ogni politico: dall'antica Grecia ai nostri giorni. Trovo sempre molto ingenua la deplorazione che alcuni fanno «dell'impiego della storia a fini politici». Questo impiego è invece una delle ragioni principali per cui è nata la storiografia: figuriamoci se c'è da scandalizzarsi per il fatto che la rilettura «di parte» o «strumentale» del passato rientra nello scontro politico quotidiano! Il problema è, piuttosto, del modo in cui lo si fa e dei fini che ci si propone. Un modo sbagliato è, certamente, quello dell'autofustigazione in vista di un premio da parte degli avversari: nulla si regala, in politica; gli avversari non danno premi, al massimo potranno dire con più forza: dunque avevano ragione! E nello scontro politico è assolutamente prioritario aver ragione. Ma se si guarda all'indietro la vicenda storica cercando di distribuire ragioni e torti si precipita in un ginepraio in cui tutti, prima o poi, hanno avuto una parte di ragione: Lutero contro la corruzione della chiesa cattolica, Erasmo contro il fanatismo di Lutero; ed anche Bruto e Cassio contro Giulio Cesare, sia pure dopo alcuni secoli di vitale durata della costruzione politico-statale voluta dalla loro vittima. Ma a che serve — cosa mai significa — «aver ragione» retroattiva in riferimento al passato storico? Evidentemente nulla.
D'altra parte il politico sa bene che prima o poi sarà «mangiato», e per ragioni politiche. Togliatti stesso ha lucidamente valutato che il radicale ridimensionamento della figura di Stalin era un prezzo politico necessario quando il ciclo storico dello stalinismo (sopravvissuto troppo a lungo a se stesso nei difficili anni dell'immediato dopoguerra) era ormai concluso. E non è casuale che la grande crescita del Pci come forza politica in Italia si sia avuta proprio dopo la resa dei conti con lo stalinismo. Poiché la stella polare del pensiero e della prassi politica di Togliatti è stata la capacità di cogliere il cambiamento, non v'è dubbio che la rilettura di Togliatti stesso come personaggio storico e dunque non come dogma per l'oggi è, se non si riduce ad un vacuo e gratuito hara-kiri, operazione a sua volta squisitamente togliattiana.
Ma esiste il problema della comprensione storica e del giudizio storico. Beninteso non in una prospettiva eterna, che sarebbe pura metafisica. L'osservatore che, di epoca in epoca, si rivolge al passato per intenderlo, darsene ragione, vederne lati che le generazioni precedenti non hanno veduto è sempre il benvenuto: a patto che non assolutizzi se stesso ed il suo mondo di valori: è infatti egli stesso un oggetto storico «condizionato». Il suo sforzo dev'essere semmai di calarsi nelle categorie e nei dilemmi dell'età che intende studiare e comprendere, giacché per l'operazione opposta — quella che consiste nel misurare la distanza tra noi e il passato — basta il succedersi delle mode. In riferimento all'età dell'imperialismo aggressivo e guerrafondaio dei fascismi sarebbe assolutamente ridicolo dolersi che il movimento operaio non abbia adottato come proprio architrave operativo e ideologico la non-violenza. Ma nel mondo venuto dopo Auschwitz e Hiroshima, e per decenni sull'orlo dell'autodistruzione nucleare, la pace è passata al primo posto nella lista delle priorità del movimento operaio: il «discorso di Bergamo» di Togliatti ne è testimonianza eloquente e duratura.
Proviamo allora a ragionare sul passato storico, su questo secolo che stiamo per lasciarci alle spalle, fuori del misero battibecco quotidiano. A considerarlo nel suo insieme, non è chi non vede uno spartiacque fondamentale nel terribile conflitto terminato nel 1945: un conflitto che veniva da molto lontano, il cui primo colpo era stato sparato probabilmente nell'agosto 1914 e che, nei «vent'anni tra due guerre» caratterizzati dal dilagare del fascismo soprattutto nei paesi che la cosiddetta «prima guerra mondiale» aveva penalizzato, ha avuto soltanto una parentesi foriera di ancora maggiore tempesta. È un'epoca in cui vengono al pettine tutti i nodi lasciati irrisolti dal secolo precedente: dalla crisi dello stato liberale all'allarme dei ceti possidenti per l'avanzata del movimento operaio (cui si rispondeva pur sempre — da parte dello Stato liberale — con le cariche dei carabinieri), dal crescente contrasto inter-imperialistico acuito dalla inarrestabile crescita della Germania, alla scelta delle borghesie europee di imboccare nel '14 la strada della carneficina, dalle promesse elargite alla leggera da quelle stesse borghesie al fine di ottenere un consenso di massa alla guerra, alla delusione delle promesse disattese, da cui nascono l'aggressiva inquietudine dei movimenti fascisti e la spaccatura del movimento operaio.
La rivoluzione russa non fu un accidente della storia; fu l'epilogo di quella miscela incendiaria innescata nel '14 dall'incoscienza delle borghesie d'Europa. Col precipitare degli eventi — accelerato dal dilagare del fascismo in tutto il continente — la contrapposizione fascismo/ bolscevismo polarizzò di fatto lo scontro per un'intera fase storica: anche per gli altri movimenti democratici finì con l'imporsi una scelta di campo tra quei due poli. La grande novità del nuovo conflitto — dovuta essenzialmente all'entrata in campo dell'America rooseveltiana — fu la saldatura di un fronte tra sovietici e alleati occidentali, sorretti e guidati dall'America del New Deal. Questa spaccatura del vecchio e compatto «cordone» antisovietico cambiava tutto: l'occidente schiacciava la componente fascista, che esso stesso aveva generato; l'Urss ed il movimento comunista entravano in una nuova fase storica, presto però raggelatasi se non stroncata dalla «guerra fredda». Guerra fredda di cui viviamo oggi la fine, in un mondo profondamente mutato rispetto agli equilibri di Yalta.
De Gasperi con Nenni e Togliatti in una riunione di governo
Il momento-chiave dell’azione politica di Togliatti è appunto in quel passaggio storico fondamentale e ricco di potenzialità che si suole chiamare unità anti-fascista. Definizione riduttiva e logora perché solo «negativa»; ma che non deve ridurre ai nostri occhi la portata della novità. Dopo la bufera, la convinzione maturatasi in Togliatti era che nella fase apertasi con il crollo del fascismo il compito del movimento operaio (italiano) fosse di portare alla luce e valorizzare al meglio le potenzialità democratiche che anche le forze borghesi più avanzate fattesi avanti nella lotta contro il fascismo avevano dimostrato di avere. Una società politicamente ed economicamente articolata, di «democrazia progressiva», non era per lui un «ripiego» in mancanza della opportunità pratica di conquistare un palazzo d'inverno; era il miglior programma politico che il movimento operaio lì e allora potesse proporsi. Perciò Togliatti ha combattuto con piena e profonda convinzione per quel progetto e per quegli obiettivi: tutt'altro che «agevoli» a giudicare dalle controspinte reazionarie (scelbismo e maccarthismo) che la guerra fredda produsse in Occidente ed in Italia. E nondimeno — è qui la prova di quanto quella fosse una scelta strategica e non strumentale —, e nondimeno nè la guerra fredda né lo scelbismo, né gli eccidi di lavoratori — così frequenti nell'Italia che abbiamo alle spalle e che non era una arbitraria creazione del cinema neorealista —, nulla di tutto questo (e neanche il Kominform e la repressione all'Est) indussero Togliatti a deflettere mai dalla scelta di fondo della democrazia progressiva come orizzonte strategico del movimento operaio italiano. Nessuna tentazione di sovversivismo, nessuna impazienza, nessuna indulgenza verso il partigianato deluso (e che aveva molte buone ragioni per sentirsi deluso e tradito) disturbò mai in Togliatti la lucidità e la linearità di quella scelta messa in atto al momento stesso del suo rientro in Italia nel 1944: a costo di apparire fin troppo moderato ai Nenni, ai La Malfa, ai Parri.
Attribuire però a Togliatti — o pretendere retroattivamente da lui — una opzione «eterna» in pro della democrazia parlamentare come punto d'arrivo dell'evoluzione umana sarebbe evidentemente idiota: come idiota è pensare che la nottola di Minerva abbia ormai spiccato il suo volo, che cioè questo sistema politico costituisca l'approdo definitivo di quell'incessante sperimentare che è l'esistere politico, che è il funzionamento e l'evolversi delle società. È penoso che sull'eternità di questo modello si chiedano oggi, ai comunisti, giuramenti per il futuro e condanne retroattive: proprio oggi che la crisi del modello, a quasi mezzo secolo dal suo decollo in Italia, è sotto gli occhi di tutti: non già dei nostalgici giaculatori dell'ortodossia marxista-leninista, ma degli osservatori più accorti della stampa liberal-democratica, indipendente ecc. Lo stato democratico — fondato dai costituenti — è diventato un «doppio Stato» controllato dall'intreccio malavita-potentati economici - ceto politico di mestiere. Non so se si possa parlare di degenerazione irreversibile del sistema democratico-parlamentare (come pensa Cazzola sul «Corriere della sera» del 28 agosto) : certo non si tratta del Palladio della democrazia compiuta.

"Avvenimenti", 5 ottobre 1989

16.9.17

Politiche espansionistiche nella storia. Le pulizie etniche di Roma antica (Luciano Canfora)

Il testo che segue, ripreso da “la Repubblica” è l´intervento a un convegno che venne promosso dalla Fondazione Niccolò Canussio a Cividale del Friuli nel settembre 2007 sull'unità politica e le identità etniche nell'Italia antica.
La statua di un guerriero sannita a Pietrabbondante (is)
Al principio del De cive Thomas Hobbes colloca un eroe italico antiromano, Ponzio Telesino. Dopo aver ricordato che Catone il Censore (secondo Plutarco) definiva «belve feroci» tutti i re, chiunque essi fossero, commenta: «Una ben maggiore belva era lo stesso popolo romano, che aveva depredato tutto il mondo per mezzo dei suoi generali, denominati Africani, Asiatici, Macedonici, Acaici, e di tutti gli altri che avevano ricevuto un soprannome dalle genti che avevano spogliato!». Ed è a questo punto che ricorda il duro atto d'accusa di Ponzio Telesino, alla vigilia della battaglia di Porta Collina combattuta senza successo contro Silla, quando Ponzio, passando in rassegna le sue truppe «gridava che doveva essere diroccata e distrutta Roma stessa», e «che non sarebbero mai scomparsi i lupi che privavano gli italici della loro libertà, se non fosse stata abbattuta la selva in cui trovavano rifugio». Gli italici erano stati cacciati da Roma con una guerra di conquista durata secoli, cui solo la meteorica apparizione di Annibale sul suolo italiano, verso la fine del III secolo a. C., aveva imposto un temporaneo arresto.
Nel 1925 il maggiore studioso allora vivente di antichità classica, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, fu a Firenze nel quadro della «settimana tedesca»: un segno di riconciliazione culturale dopo la tremenda guerra che aveva contrapposto Italia e Germania. E pronunciò un saggio, intitolato Storia italica, che nulla concedeva alla retorica del nostro nazionalismo, di cui è emblematico quel verso orrendo dell'Inno di Mameli sull'Italia «schiava di Roma». Pur conoscendo le fisime del suo uditorio, Wilamowitz disse serenamente: «La storia d'Italia ha un contenuto più ricco. Un tempo tutte le sue stirpi ebbero la loro propria vita e una civiltà propria, che Roma ha distrutto, compresa la grecità della Sicilia». E soggiungeva che «l'ultima lotta per la loro vita etnica» gli italici l'avevano tentata con la guerra sociale, di cui la vittoria feroce di Silla era stata in certo senso l'ultimo atto.
Quindici anni più tardi, nel 1940, Simone Weil - allora giovanissima - pubblicava un saggio memorabile, La politica estera di Roma e la politica di Hitler, in cui al di là del parallelo che istituisce sin dal titolo fa una considerazione per molti versi simile a quella del grande filologo tedesco, ma riferita al mondo gallico. Segnala infatti, e con molta efficacia, che la cosiddetta romanizzazione della Gallia fu in realtà - oltre che un genocidio in termini di vite umane - l'estirpazione di una civiltà: di una civiltà che non parla più a noi per la semplice ragione che è stata cancellata.
Nel considerare l'unificazione romana del mondo mediterraneo e celtico-danubiano, gli storici sono di fronte a un bivio: o compiacersi di quel sanguinoso processo storico guardando agli effetti (tale fu già l'atteggiamento di una parte delle élites greche le quali conseguirono un ruolo di «condominio diseguale» del mondo romanizzato) oppure porre in luce i costi non solo umani ma di civiltà che quel processo di unificazione ha determinato.
Non fu però univoco l'atteggiamento delle élites greche. Da questo punto di vista, merita di essere osservato l´esito divaricato cui approdarono esponenti della corrente di pensiero forse più influente nel periodo di massima fioritura del mondo greco-romano: lo stoicismo. Tale corrente di pensiero recava dentro di sé un potente presupposto ideale che andava in direzione dell'unificazione del genere umano entro una cornice organicistica e «provvidenziale», e cioè l'idea della Cosmopoli. E tuttavia tale visione poteva approdare a due esiti opposti: quello di Panezio e di Posidonio, "cantori" (il termine è irriverente, ma il concetto non è erroneo) del predominio universale romano, e quello di Blossio di Cuma (non a caso un italico) che, dopo aver ispirato le riforme di Tiberio Gracco, andò a morire, al fianco degli schiavi del regno di Pergamo, ribelli al passaggio del loro paese sotto il dominio di Roma, stabilito in virtù del «testamento» del loro ultimo sovrano.


“la Repubblica” 22 settembre 2007

12.9.17

Scontri di civiltà. Arminio e la battaglia di Teutoburgo (Luciano Canfora)


Il monumento ad  Arminio nella foresta di Teitoburgo
Nella «Selva di Teutoburgo», nell’anno 9 dell’era volgare, l’esercito romano al comando di Publio Quintilio Varo, attaccato a sorpresa durante la marcia dai quartieri estivi a quelli invernali, fu distrutto dalle truppe germaniche guidate dal principe Arminio, capo della tribù dei Cherusci. Il sito esatto della battaglia è tuttora controverso. Arminio, «liberator haud dubie Germaniae» secondo la celebre definizione di Tacito, era stato condotto a Roma sin dall’8 a.C. e lì educato e addestrato nell’ambito di quella scuola militare «di eccellenza» che era l’esercito romano. Dal 4 al 6 d.C. fu tribunus militum e durante la campagna di Tiberio contro i Germani combatté nei ranghi dell’esercito romano. Per i suoi meriti in quelle campagne ebbe la cittadinanza romana e il rango equestre.
L’ostilità di Arminio contro i Romani venne maturando quando Quintilio Varo promosse una romanizzazione forzata (nel campo del diritto innanzitutto) nell’ampia area germanica in quel periodo sotto controllo romano. Il passaggio dall’altra parte fu dunque, nel caso di Arminio, un gesto che dal punto di vista di Roma era un tradimento, dal punto di vista di una (ipotizzata) coscienza nazionale germanica un atto di guerriglia e di liberazione nazionale. Il passaggio attraverso il tirocinio nei ranghi romani da parte di leader divenuti simbolo della lotta contro Roma non era un fenomeno nuovo. Anche Vercingetorige, al tempo della sofferta conquista cesariana della Gallia, aveva compiuto lo stesso cammino. E forse anche Spartaco, al tempo suo, era stato nelle truppe ausiliarie romane, prima di disertare e divenire in quanto fugitivus schiavo-gladiatore e infine guida sagace della più temibile sollevazione di schiavi del mondo antico.
Francia e Germania quasi contemporaneamente, in momenti di particolare slancio nazionalistico, hanno innalzato monumenti rispettivamente a Vercingetorige e Arminio. Il monumento a Vercingetorige fu voluto da Napoleone III; quello per Arminio, alto 26 metri (Hermannsdenkmat), in stile «peplum», fu eretto a Detmold nella regione westfalica tra il 1841 e il 1875. Era la risposta tedesca non solo a Roma, ma anche alla Francia del Secondo impero.
Per completezza ricordiamo che in occasione della rivoluzione del 1830 un monumento se lo meritò anche Spartaco a Parigi: dapprima esposto nel giardino delle Tuileries e poi ritirato nel Louvre. Era il risultato innanzitutto di un vero e proprio sussulto rivoluzionario, dopo gli anni cupi di Carlo X; ma non è improbabile che una tale statua di tipo canoviano abbia a che fare anche con il risentimento contro Roma dominatrice, visto che Spartaco aveva fatto tremare la Repubblica imperiale nel cuore stesso dell’Italia.
Per Mommsen, Teutoburgo aveva segnato una tappa epocale nel processo di riunificazione tedesca, e costituiva l’antecedente più glorioso della riunificazione bismarckiana della Germania. Suo genero Wilamowitz, in un importante «discorso di guerra» pronunciato in Bruxelles occupata dai tedeschi (nel giorno di Pasqua del 1918), si spinse a teorizzare che «gli Stati antichi sono senza eccezione Stati nazionali», mentre gli Stati moderni «sono diventati nazionali non senza l’influenza di modelli antichi». E precisava: «Il sentimento nazionale tedesco è emerso con intensità solo dopo la riscoperta di Tacito e quando venne alla luce la figura eroica di Arminio, il liberator haud dubie patriae suae».
Ci si può seriamente interrogare sulla legittimità dell’uso della nozione di «Stato nazionale» in relazione alla realtà germanica del 9 d.C. Ma, se si considera che anche Engels considerava una battaglia di libertà la lotta dei Germani, e di Arminio, contro l’introduzione del diritto romano in terra germanica (reo di introdurre la proprietà privata), si può ben concludere che il mito di Arminio è un mito davvero pantedesco, condiviso dal liberale Mommsen, dallo Junker-conservatore Wilamowitz e dal socialista Engels (e, nel dodicennio nazista, dall’Ahnenerbe di Himmler, adoratore della Germania di Tacito). Le parole di Engels fanno impressione anche per certe inflessioni razziali: «Varo aveva fatto male i suoi conti. I Germani non erano i Sirii! Imponendo loro la civiltà romana, egli mostrò alle tribù confinanti, costrette a confederarsi, che razza di giogo insopportabile li minacciava e li costrinse a quella unificazione che essi fino a quel momento non erano mai stati capaci di trovare» (Storia e Lingua dei Germani, 1881-1882).
Naturalmente Teutoburgo ha un’importanza storica enorme: non tanto perché anticipi un processo di unificazione nazionale che in realtà si produsse molto dopo e attraverso una storia molto accidentata e non sempre esaltante. Fu, quella battaglia, il segnale chiaro e inequivoco — allo stesso modo che Carre sessantadue anni prima all’altro capo dell’impero — dei limiti oggettivi, e non valicabili se non con grande rischio, della possibilità di espansione romana. Nello scontro tra potenze la regola aurea è di comprendere quei limiti e di non trascenderli.
E la ragione per cui, ad esempio, Stalin riteneva azzardato creare un avamposto del proprio impero addirittura fin sull’Elba e avrebbe preferito che, a guerra finita, si costituisse una Germania riunificata e neutrale. Non passò, allora, quel progetto (più moderato di quello di De Gaulle che proponeva la frantumazione del Reich sconfìtto in quattro Stati). Il mezzo secolo successivo ha portato la Germania a quella egemonia sull’Europa che a torto il Führer aveva perseguito con le armi, e che oggi è fondata sulla moneta. Finché la ruota della storia non si rimetterà daccapo in moto, con buona pace di Frau Merkel.


“Corriere della sera”, 27 giugno 2012

25.7.17

Il giorno dopo (Luciano Canfora)

Vorrei qui ricordate, sempre sul filo dell'aneddotica, che nel giorno dell'estate 1985 in cui fu eletto Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, fu inaugurato un museo-fantasma della Massoneria a Roccasecca dei Volsci e il giorno dopo apparve su "l'Unità" un comunicato della Commissione centrale di controllo, allora presieduta da Bufalini, che ribadiva l'incompatibilità fra iscrizione al partito e iscrizione alla Massoneria. 

Autori vari, La memoria di Elvira, Sellerio, 2015 

27.3.17

Clientele esterne. E gli ebrei in Egitto salvarono Cesare (Luciano Canfora)

Il ruolo decisivo (e nascosto) delle truppe di Antipatro nella battaglia del Delta

Che la campagna di Cesare ad Alessandria abbia rivestito un ruolo cruciale in tutto l'andamento della guerra civile dopo Farsalo mi è accaduto di affermarlo in più occasioni. Napoleone, nel Précis des guerres de Jules César, scritto o meglio dettato a Sant'Elena, rimproverava a Cesare di essersi lasciato intrappolare in quella campagna. In questo caso l'imperatore sbagliava. L'Egitto era cruciale per Cesare non solo per il controllo del Mediterraneo orientale, ma per la stessa prosecuzione della guerra civile.
Della campagna alessandrina il momento cruciale è stata la battaglia del Delta. Non ne era scontato l'esito. Cesare ha compiuto l'abile mossa di liberare il giovane sovrano Tolomeo, che aveva presso di sé come ostaggio nel palazzo reale, e di restituirlo al campo nemico: il che ha intralciato la strategia dell'abilissimo generale egiziano Ganimede, cui Tolomeo si contrappose immediatamente come rivale nel comando delle operazioni. Jérôme Carcopino, nel suo Cesare, mette molto bene in luce il senso di questa mossa di Cesare. Ma è soprattutto sul sopraggiungere di Mitridate Pergameno e delle sue composite truppe ausiliarie che Cesare doveva poter contare per guadagnare la battaglia. Ed è sul ruolo del contingente ebraico unitosi all'esercito di Mitridate che conviene focalizzare l'attenzione.
Il resoconto di questa battaglia, la battaglia del Delta, compreso nel Bellum Alexandrinum tace completamente del ruolo che le truppe ebraiche al comando di Antipatro hanno svolto. Anzi, in un particolare molto importante l'anonimo autore attribuisce a merito di Mitridate Pergameno quanto da Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche) apprendiamo essere stato merito di Antipatro. Fu infatti Antipatro che indusse una serie di tribù e popolazioni dell'area, ivi compresi gli Ebrei che risiedevano nella zona del Delta, ad unirsi all'esercito ausiliario che puntava a ricongiungersi con le truppe cesariane, spezzando l'assedio che bloccava Cesare nel palazzo reale di Alessandria. E nella battaglia, che si svolse in località «Campo degli Ebrei», fu Antipatro a determinare la vittoria sulle truppe egiziane che stavano per aver ragione di Mitridate.
Il resoconto di Giuseppe pone nel massimo rilievo il contributo del contingente ebraico. Su di un punto, che gli sta molto a cuore, egli fa ricorso alla Storia di Strabone, di cui ci dà, per suffragare le proprie affermazioni, un cospicuo frammento (Antichità, XIV, 137-139). Si tratta della effettiva presenza del sommo sacerdote Ircano, accanto ad Antipatro, nel contingente ausiliario capeggiato da Mitridate. Conviene riferire per intero il brano: «Conclusa vittoriosamente la guerra, Cesare sbarcò in Siria e lì rese grandi onori sia ad Ircano, cui confermò il sommo sacerdozio, che ad Antipatro, cui concesse la cittadinanza romana e l'esenzione dalle tasse. Molti sono gli autori che hanno parlato dell'aiuto dato da Ircano a questa campagna e della sua presenza in Egitto. Dà conferma di questa mia asserzione Strabone il Cappadoce. Egli richiamandosi ad Asinio come sua fonte dice esattamente così: “Dopo Mitridate (nel senso di al seguito di) entrò in Egitto anche Ircano, il sommo sacerdote degli Ebrei”. E lo stesso Strabone in un altro passo dice, richiamandosi questa volta ad Ipsicrate: che Mitridate si mosse da solo, che da lui fu convocato ad Ascalona Antipatro, amministratore della Giudea, che Antipatro gli procurò tremila uomini, che riuscì a mobilitare anche gli altri dinasti, e che alla campagna prese parte anche Ircano, sommo sacerdote. Questo esattamente dice Strabone».
E sui meriti precipui di Antipatro a Pelusio e nella battaglia di «Campo degli Ebrei» Giuseppe menziona, ma purtroppo non cita, una lettera di Mitridate a Cesare.
Quando racconta questi stessi avvenimenti nella Guerra giudaica, Giuseppe non dà dettagli così minuziosi. Racconta la battaglia (Guerra giudaica, I, 190-192) ed in particolare il ruolo determinante di Antipatro e dei tremila del contingente ebraico i quali sgominano gli Egiziani che stavano per avere il sopravvento su Mitridate Pergameno e sulle sue truppe. Ma non adduce la testimonianza - per lui preziosa - di Strabone: necessaria, nella sua strategia espositiva, per fugare il sospetto di avere ecceduto nel valorizzare il ruolo del contingente ebraico. Né sono presenti nella Guerra giudaica i numerosi documenti messi a frutto nelle Antichità giudaiche, a cominciare dalla importante lettera di Mitridate Pergameno a Cesare, che attestava e documentava i meriti di Antipatro nella battaglia del Delta. Dunque Giuseppe ha proseguito le ricerche - il racconto presente nelle Antichità è stato elaborato dopo - ed ha seguito, da storico provetto, due piste: cercare le tracce della vicenda in storici non ebrei (Strabone «il Cappadoce», come lo chiama) e attingere alla documentazione epigrafica esposta a Roma, in Campidoglio, ma anche nelle città di Tiro, Sidone, Ascalona, che per una ragione o per l'altra avevano rapporto con la vicenda.
L'utilizzo dell'opera storica di Strabone gli ha consentito di attingere indirettamente a quanto in proposito aveva scritto Asinio Pollione, la cui opera sulle guerre civili, che tanto allarmava Orazio, era stata largamente messa a frutto da Strabone. Grazie a questo fortunato intreccio di fonti (Giuseppe che adopera Strabone, che a sua volta adopera Asinio e lo cita) veniamo a scoprire che anche su questo punto specifico del ruolo degli Ebrei nella battaglia del Delta, Asinio Pollione si discostava dalla tradizione consolidatasi nel Corpus dei «continuatori» dei Commentarii cesariani. Conosciamo bene, grazie a Svetonio, il severo giudizio di Asinio sui Commentarii e sulla loro scarsa veridicità. Tale diffidenza si estendeva a maggior ragione al resto del Corpus , allestito, da uno staff rimasto anonimo, in accordo con l'erede di Cesare e gestore oculato della sua memoria. Tanto più appare rilevante che Asinio abbia voluto esprimersi su questo punto («con Mitridate c'era anche Ircano») se si considera che Asinio dopo Farsalo non ha seguito Cesare ad Alessandria, ma è tornato, con Antonio, in Italia.
Un'ultima considerazione si impone. La politica cesariana di apertura verso gli Ebrei, e verso Ircano e Antipatro in particolare, va compresa nei suoi termini politici. Lo schieramento, al momento della guerra civile, di molti Ebrei dalla parte di Cesare è ben comprensibile: il nemico di Cesare, Pompeo, era stato, al momento della conquista della Siria (65 a.C.) e della Palestina, il profanatore del Tempio (63 a.C.), come racconta con dovizia di dettagli Dione Cassio (XXXVII, 15-16). Dal punto di vista di Cesare, d'altra parte, si trattava di subentrare quanto possibile a Pompeo nella gestione della vasta rete delle sue clientele orientali. Che è la ragione per cui, vinto Tolomeo, Cesare ha preferito sistemare lo scacchiere orientale prima di occuparsi della «insorgenza» catoniana a Occidente.
Orbene Ircano era stato, a suo tempo, gratificato da Pompeo. Proprio la fazione di Ircano, nel 63 a.C., aveva aiutato Pompeo e Pompeo aveva adeguatamente ricambiato Ircano: il Tempio - racconta Dione - fu saccheggiato, dopo che i Romani lo avevano conquistato di sabato senza colpo ferire, ma Pompeo s'era affrettato a ricompensare Ircano «affidandogli il regno».
Ecco perché, nel 47, Ircano, morto ormai Pompeo, aveva voluto essere assolutamente accanto ad Antipatro nel corpo di spedizione che Mitridate Pergameno conduceva in Egitto, a tappe forzate, in soccorso di Cesare per liberarlo dall'assedio alessandrino. E Giuseppe si affanna a portar documenti attestanti che Ircano era davvero lì, in quella vicenda salvifica per Cesare. E Cesare, a guerra ormai conclusa, aveva pensato bene che gli conveniva confermare Ircano nei suoi poteri. Per controllare una regione, è fondamentale un saldo rapporto con le élite locali dominanti: quelle che Ernst Badian ha chiamato nel suo celebre libro, «le clientele esterne». Era l'abc della «sapienza imperiale» romana.


Corriere della sera, 21 settembre 2011

25.4.16

Presidenti USA. Il “memento” delle oligarchie (Luciano Canfora)

Il 9 novembre 1992, all’indomani dell’elezione dopo la lunga era reaganiana di un presidente democratico, il «Wall Street Journal», influente portavoce degli ambienti economici non solo statunitensi, pubblicava la seguente diagnosi, che appariva anche come un memento: «Sebbene non eletti, anonimi, e spesso non americani, i grandi artefici di investimenti finanziari, dovunque nel mondo detengono ormai un potere senza precedenti, forse anche un diritto di veto, sulla politica economica degli Stati Uniti». Il nuovo presidente veniva, così, esortato a non illudersi di attuare liberamente la sua politica economica, argomentata e valorizzata durante la campagna elettorale.


Da Manifesto della libertà, Sellerio, 1994

12.3.16

Torino, 2006. Il “Papiro di Artemidoro” prima della bufera (Franco Montanari)

C'è già in questo blog un post in cui, attraverso un articolo di Federico Condello, del 2011, si fa il punto sul dibattito relativo all'autenticità del cosiddetto “Papiro di Artemidoro” (http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2013/01/il-papiro-di-artemidoro-federico.html ). 
Il dibattito, a molte voci, nacque nel 2006, quando Luciano Canfora denunciò come un falso il “prezioso rotolo” messo in mostra in quello stesso anno a Torino per la prima volta. Canfora ha poi dedicato molti articoli e ben due libri al tema, sul quale sono intervenuti centinaia di studiosi. 
La tesi dell'autenticità trova ormai pochi difensori, anche se intorno al Papiro, quasi certamente un falso ottocentesco circolano suggestive ipotesi e congetture che tuttora lo rendono un oggetto cult, visitatissimo al Museo Archeologico di Torino, ov'è in esposizione permanente. Può dare gusto, in ogni caso, ai curiosi della materia leggere un articolo scritto prima della bufera, quando del “papiro” si ammirava l'antichità e l'importanza, mettendolo accanto ad altre importati scoperte. (S.L.L.)
Museo Archeologico, Torino - Il "Papiro di Artemidoro"
In mostra al pubblico da oggi a Torino il prezioso rotolo egizio recuperato nel corso di scavi all'inizio del secolo scorso. Solo negli ultimi anni è stato restaurato, ricomposto e indagato per le cure di Claudio Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis. Un oggetto unico, in cui coesistono ampi frammenti di un testo di geografia del II secolo avanti Cristo, mappe, disegni di volti umani e di animali veri o favolosi, e perfino incerti esercizi di «ragazzi di bottega» dell'antichità
Le sabbie dell'Egitto continuano a parlare, anzi, in questi ultimi tempi sembrano diventare sempre più loquaci e provocatorie. Pezzi di opere perdute della letteratura greca antica e testimonianze di grande interesse, magari attraverso percorsi tortuosi, spuntano fuori a popolare i sogni e le scrivanie degli studiosi e a stimolare eccitate curiosità. Impossibile dimenticare le migliaia di versi di Menandro (prima quasi sconosciuto), la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, i poemi di Bacchilide, i papiri filosofici di Ercolano e le innumerevoli altre scoperte che hanno costellato il ventesimo secolo, fino ai frammenti di Stesicoro e di Callimaco dei papiri di Lille, arricchendo in modo sorprendente la conoscenza della letteratura greca antica, rispetto a quanto la tradizione bizantina ci aveva conservato nei suoi codici. Provenienti direttamente da scavi archeologici oppure da cartonnage (lo strato di carta pressata che ricopriva la mummie egiziane) oppure ancora dal mercato antiquario (scrigno di tesori abilmente nascosti e ancor più abilmente disvelati), i papiri offrono sempre nuove scoperte. Qualche anno fa, un pezzo di rotolo papiraceo acquistato dall'Università Statale di Milano restituì diversi epigrammi del poeta ellenistico Posidippo, pubblicati da Guido Bastianini dell'università di Firenze e da Claudio Gallazzi dell'università statale di Milano: in un colpo solo, il numero dei versi conosciuti di questo poeta fu raddoppiato. Ancor più di recente, presso la collezione dei Papiri di Colonia è stato decifrato un frammento, che è risultato appartenere a una copia del III secolo a.C. delle poesie di Saffo: il più antico testimone dell'opera della poetessa greca. In attesa di edizione a stampa, ma già presentato a un congresso, è un nuovo pezzo del poeta arcaico Archiloco: ultima novità della più grande collezione di papiri editi e inediti: gli Oxyrhynchus Papyri di Oxford.
«Verso la metà degli anni Novanta, in una ristrettissima cerchia di papirologi e di studiosi di arte antica, cominciò a circolare, molto discretamente, la voce che un collezionista non meglio precisato possedeva un papiro eccezionale, in cui, accanto a un testo greco, comparivano decine di disegni di fattura squisita. Qualcuno si mise alla ricerca del pezzo, qualcun altro si propose di acquisirlo per la propria istituzione, ma nessuno realizzò i suoi propositi e le notizie sul papiro favoloso rimasero quanto mai vaghe. Finalmente, negli ultimi mesi del 1998, il proprietario del reperto, dimostrando un'encomiabile attenzione per le esigenze della scienza, propose a chi scrive e alla professoressa Bärbel Kramer dell'Università di Treviri di esaminare il suo prezioso oggetto e di presentarne una descrizione sulle pagine di una rivista specializzata». Scritte dal papirologo Claudio Gallazzi, queste righe non costituiscono l'incipit di un romanzo nel quale un manoscritto antico si trova al centro di mirabolanti avventure, ma sono l'inizio del saggio di apertura del catalogo della mostra che si apre al pubblico oggi a Torino (vedi box) intorno a quello che è ormai noto come il «Papiro di Artemidoro»: un reperto di straordinario valore, acquistato sul mercato antiquario, studiato, edito e restituito al mondo della cultura. L'ultimo arrivato sulla scena che abbiamo evocato: una star indiscutibile, dalla triplice vita e dal duplice fascino.
La prima notizia sul papiro apparve nella primavera del 1999, sulla rivista tedesca «Archiv für Papyrusforschung». Si rese noto che il pezzo di rotolo presentava sul recto un brano perduto del geografo Artemidoro con l'aggiunta di una grande carta geografica e sul verso un vero e proprio cahier d'artiste con una quarantina di figure. Gli specialisti cominciarono a parlarne (fissando l'uso di chiamarlo «Papiro di Artemidoro») e crebbe l'attesa per un'edizione completa, alla quale Gallazzi, Bärbel Kramer e Salvatore Settis poterono dedicarsi solo nell'estate del 2004, dopo che il reperto era stato acquistato dalla Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo e portato nel laboratorio di papirologia dell'Università Statale di Milano per il restauro e per lo studio con l'ausilio di adeguate apparecchiature ottiche. I risultati sono nel volume Il papiro di Artemidoro, curato dai tre studiosi con la collaborazione di Gianfranco Adornato, di prossima pubblicazione per la casa editrice Led di Milano.
Seguendo le pagine di Gallazzi, vale la pena di descrivere, sia pur brevemente, la storia del papiro e la sua ricostruzione. Recuperato da scavatori locali e finito in una collezione privata egiziana nella prima metà del secolo scorso, un ammasso di cartapesta da un cartonnage di mummia fu legalmente venduto nel secondo dopoguerra a un collezionista europeo e passò per varie mani fino all'ultimo acquisto, avvenuto appunto nel 2004. Da un gran numero di frammenti, la perizia degli studiosi ha ricavato venticinque documenti di carattere burocratico-amministrativo, appartenenti alla seconda metà del I secolo d.C. (intorno al 100 d.C. si può dunque collocare la fabbricazione del conglomerato con papiri gettati al macero), e ha messo insieme, unendo una cinquantina di frustuli talvolta minuscoli, un pezzo lungo due metri e mezzo dell'inizio di un rotolo, scritto poco dopo la metà del I secolo a.C. (diciamo fra il 50 e il 25 a.C.: datazione su base paleografica). In quest'ultimo è stata identificata l'opera del geografo Artemidoro di Efeso, vissuto a cavallo fra il II e il I secolo a.C. e autore di Geographoumena in 11 libri, nei quali descriveva tutta la terra conosciuta alla maniera degli antichi peripli. Un'opera di grande importanza, purtroppo perduta, di cui abbiamo ora ritrovato il frammento più consistente che possediamo, anzi l'unico passo esteso conservato per tradizione diretta: le cinque colonne di testo appartengono all'inizio del II libro, dedicato alla penisola iberica, e la copia fu prodotta pochi decenni dopo la morte dell'autore. Gli specialisti avranno di che indagare sulla sua collocazione nella storia del pensiero geografico antico, in rapporto con predecessori, contemporanei (come il filosofo Posidonio di Apamea) e successori, come il più noto Strabone.
Nel suo insieme il contenuto del frammento non ha paralleli nelle migliaia di papiri pubblicati. Sul recto, nella parte normalmente lasciata bianca all'inizio sono disegnati due volti; ci sono poi tre colonne del trattato geografico, seguite da una lacuna di circa 13,5 cm. e poi da una carta geografica evidentemente rimasta incompiuta; infine, dopo altre due colonne di testo, diversi schizzi di mani, piedi e volti. Il verso è invece di contenuto omogeneo e presenta una quarantina di figure di animali, sempre accompagnati da una didascalia con il nome in greco. La compresenza di testo, carte geografiche e disegni è del tutto straordinaria e si spiega con la «vita» del papiro, che si può ricostruire praticamente con certezza.
Il rotolo fu concepito per produrre una copia di pregio dello scritto di Artemidoro ed evidentemente era previsto che il testo geografico fosse accompagnato da carte (per questo lo scriba utilizzò un rotolo alto 32,5 cm., ben più della media dell'epoca). Un fatto del tutto eccezionale, almeno stando alla nostra documentazione - si tratta infatti del solo esempio che abbiamo di un testo con carte incorporate - che consente di approfondire il problema dell'illustrazione geografica nel mondo antico. Nessuno può dire se si trattasse di una copia destinata a un privato oppure a una grande biblioteca, come quella di Alessandria. Il copista lasciava nel testo spazi bianchi per le carte geografiche: ne abbiamo uno dopo la III colonna e uno dopo la V. Ma il disegnatore non completò la prima carta e non iniziò neppure la seconda. Una ipotesi plausibile è che egli abbia commesso un errore, riproducendo al primo posto una carta sbagliata, per cui non avrebbe proseguito il lavoro: in una simile copia non si poteva concepire un rimedio raffazzonato. Non sappiamo cosa succedesse dopo la V colonna del testo, dove si interrompe il frammento conservato: è possibile che il pezzo sbagliato fosse stato eliminato, per essere sostituito con un altro correttamente eseguito, da incollare al resto.
Il papiro scartato rimase nell'atelier del disegnatore e pochi anni dopo fu riutilizzato per disegnare il bestiario che si trova nel verso, fatto di animali reali (come giraffa, tigre, elefante), animali esistenti ma rappresentati in modo fantasioso (il pesce-sega, con la sega sulla coda), creature mitologiche e fantastiche (draghi e grifoni): questo primo riuso può essere datato a poco dopo il 25 a.C., di nuovo su base paleografica grazie alla scrittura delle didascalie che accompagnano le figure. Di cosa si tratta? Un prontuario di bottega, una serie di modelli per mostrare agli apprendisti come eseguire certe figure? Un repertorio da mostrare ai clienti? Un disegno di progetto per un affresco o un mosaico?
Ma la vita del pezzo di Artemidoro non era finita e fu riutilizzato ancora: la parte iniziale non scritta e le zone bianche fra le colonne, lasciate per carte mai realizzate, servirono presumibilmente a giovani di bottega per provare a copiare parti anatomiche di statue, tracciando disegni che rivelano spesso mani incerte e inesperte: dunque, una sorta di quaderno di esercizi, che costituisce la più abbondante serie di grafica dell'antichità. Questo terzo riuso è più difficile da datare, ma certo avvenne prima che il papiro fosse usato - come si è detto - per un cartonnage entro il 100 d.C.
Il Papiro di Artemidoro riveste dunque una importanza eccezionale anche per la storia dell'arte antica, offrendo uno straordinario esempio di cahier di bottega multiuso. Considerando lo scarso numero di papiri figurati, la novità assume un rilievo forse ancora difficile da determinare. A tutte le tematiche coinvolte su questo versante, Settis dedica un magistrale saggio pubblicato nel catalogo della mostra (Le tre vite del papiro di Artemidoro, Electa, pp. 256, euro 35): «La prepotente evidenza offerta dai disegni che affollano, con ricchezza e intensità senza precedenti, il recto e il verso del nostro papiro induce a guardare con occhio nuovo ad alcune questioni assai discusse negli ultimi trent'anni: il ruolo del disegno nella pratica artistica antica, la natura e i meccanismi della tradizione iconografica, e più in generale il funzionamento della bottega. Come in molti altri casi, la scoperta e la pubblicazione del Papiro di Artemidoro sono dovute in misura prevalente a una serie di circostanze, la cui fortunata sequenza è del tutto casuale. Tuttavia, essa cade in un momento favorevole, mentre la storia dell'arte (anche dell'arte antica) viene sperimentando un significativo spostamento d'accento, rispetto al tradizionale studio della personalità degli artisti e delle loro opere, in due direzioni simmetriche: all'indietro, verso le pratiche e le tecniche di formazione, di esecuzione e di bottega; e in avanti, verso i meccanismi della recezione e il ruolo dell'osservatore».
Venuto fuori per noi dai meandri che portano dalle sabbie egiziane ai magazzini degli antiquari e infine alle scrivanie degli specialisti, grazie alle sue tre vite il Papiro di Artemidoro sale sul palcoscenico della storia della letteratura greca e della storia dell'arte antiche con un ruolo di protagonista e un fascino carico di mistero.


il manifesto, 8 febbraio 2006  

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