26.12.13

Lorenzo Stecchetti. Un tocco macabro (di Attilio Lolini)

Olindo Guerrini. Firmò con il nome di Lorenzo Stecchetti le sue poesie più note
Olindo Guerrini, più conosciuto come Lorenzo Stecchetti, fu sempre ritenuto poeta di secondaria importanza, anzi perfino di nessuna importanza. Ma resta, quasi inesplicabile, il «successo» dei suoi libri — tuttora ristampati — e l'interesse costante e sincero per la sua opera da parte di un pubblico «popolare».
Una scelta delle Rime o, meglio, una «lettura» della sterminata produzione poetica stecchettiana, è stata condotta da Piero Santi in occasione dell'apertura del Centro culturale Olindo Guerrini a S. Alberto di Ravenna, il paese natale del poeta, e raccolta in un libro in cui «i miti provincialeschi, pose, odii, magari piuttosto inventati che realmente sentiti, non offuschino i momenti nel quali il poeta riesce ad ascoltarsi nel suo rapporto più vero con la natura in modo semplice, senza schemi pretenziosi, senza velleitarismi» (Lorenzo Stecchetti, Rime, Una lettura di Piero Santi, I viaggi, Ravenna, 1983).
Sull'emarginazione del suoi libri da parte della critica ufficiale furono determinanti motivi di ordine moralistico più che estetico: infatti Stecchetti fu accusato di essere un pornografo e un poeta bassamente macabro e provocatorio. Guerrini in realtà fu un rivoluzionario sincero anche se ingenuo che voleva sposare la causa del proletariato agli ideali di carità (pensò anche di risolvere i problemi dei lavoratori con l'elemosina).
Scrisse anche un pregevole ricettarlo sulla cucina povera, sull'utilizzo degli avanzi della mensa (deprecando, ovviamente, gli sprechi) che rimane — dopo quello immortale dell’Artusi — uno dei libri di cucina più interessanti del tempo. Contrariamente al grande Carducci, Stecchetti non si fece mal abbagliare dai miti della grandezza della nazione; in una poesia scrisse: “La nostra patria è qui, non nel deserti / dell'orrenda Abissinia”.
Scrive Mario Luzi in una testimonianza in appendice al libro, che i versi un po' underground dello Stecchetti «ci divertivamo ai tempi del ginnasio a contrapporre alla severità ancora carducciana della tradizione scolastica» lodando peraltro Santi per aver escluso dalla raccolta Canto dell'odio: «Questa italica versione del poeta maudit tu l'hai giustamente presa per quel che era, cioè una bravata paesana».
Olindo Guerrini e Lorenzo Stecchetti, scrive Valerio Magrelli, rinviano costantemente l'uno all'altro: «Polemiche, pubblicità, successo, tutto quanto circondò lo "stecchettismo" come fatto di costume appare collegato a questo beffardo scambio di nomi. Uno scambio e una moltiplicazione che ben corrispondono d'altronde al sostanziale eclettismo individuato dal Cusatelli nell'opera del Guerrini, in cui si va dalla Scapigliatura a Prati, da Betteloni (specie nel Guado, dove Montale scorse una temperie gozzaniana) al Foscolo cimiteriale, dal Baudelaire più satanico alla poesia di protesta anticlericale e socialista».


Ritaglio da “il manifesto” senza data (ma 1983)

Barbara Berlusconi e il babbo birichino

Una settimana prima di Natale, in uno dei notiziari online di Mediaset è apparsa la notizia: Barbara Berlusconi confessa: “N’Koulu mi piace molto. Sarà dura, ma proverò a prenderlo a gennaio”
Più d’uno ravvisa nel titolo la mano birichina del padre Silvio, principale proprietario della catena mediatica. Il pregiudicato, infatti, educato nelle scuole dei salesiani, è noto anche per le sue barzellette spinte basate su giochi di parole.

Al di là della satira. Carlo Porta poeta-romanziere (Giovanni Raboni)

Quasi quarant’anni fa, appena uscite nella prestigiosa collana I Meridiani le Poesie del Porta a cura di Dante Isella, Giovanni Raboni dettò per il neonato "Tuttolibri" de “La Stampa” la recensione che segue, giusto plauso alle fatiche del traduttore e filologo “portista”, con acutissime notazioni sulla poesia dello charmant Carline. (S.L.L.)


Devo dirlo: non ho mai dubitato della grandezza di Carlo Porta. Non si tratta di preveggenza critica, ma di una situazione di privilegio specifico:  del fatto, cioè, che essendo nato a Milano da genitori milanesi non ho mai avuto difficoltà a intenderne il dialetto. In linea generale, resta invece verissimo quanto osserva Dante Isella nell'introduzione alla sua più recente, e davvero decisiva, fatica di studioso e garante della poesia portiana: «Il capitolo dedicato a Carlo Porta dalle nostre storie letterarie... aveva quasi sempre fino a ieri un po' il taglio e il tono del capitolo "stravagant"...»: mentre, secondo Isella, il suo posto è « in compagnia del Parini e del Manzoni » nell'ambito di quella cultura lombarda che attuò, tra la fine del Settecento e i primi vent'anni dell'Ottocento, « il più profondo moto di rinnovamento della cultura, dell'arte e, prima ancora, della vita morale italiana»; e accanto al Manzoni e al Leopardi « frattura del romanticismo europeo ».
Nel tener lontano il Porta dallo status che senza il minimo dubbio gli compete, l'ostacolo del dialetto ha funzionato in almeno due sensi: da un lato, rendendo difficile o impossibile ai lettori non milanesi una compiuta assimilazione dei valori semantici e stilistici dei testi portiani; dall'altro, agendo (magari a livello inconscio) come discriminante di genere o addirittura di categoria, secondo il vecchio pregiudizio contro il quale lo stesso Porta, rispondendo a un articolo pedante e altezzoso di Pietro Giordani, scagliava nel 1816 le tremende, esilaranti frecciate dei suoi Dodes sonitt all'Abaa Don Giavan.
Ma torniamo al nostro poeta, torniamo, anzi, al suo curatore princeps, per dire che con questo splendido volume Isella ha aggiunto ai suoi molti meriti di critico e di filologo quello di aver corredato ogni testo portiano di una limpidissima traduzione in prosa italiana: una traduzione ch'egli definisce, con modestia, «puramente servile», ma che proprio da questa precisione e limitatezza d'intenti ricava le virtù di un'incantevole trasparenza.
Disponiamo insomma, finalmente, di un Porta accessibile al più grande numero di lettori, oltre che di un Porta davvero completo e presumibilmente ne varietur, data l'aggiunta al corpus delle Poesie di quell'aurorale Lava piatt del Meneghin ch'è mort che, ignoto sino a pochi anni fa, lo stesso Isella ha scoperto e pubblicato, e considerata la qualità del testo, del commento e degli apparati. Ed è certo questa, che felicemente coincide con il secondo centenario della nascita del poeta, l'occasione migliore, e il migliore strumento, per il suo definitivo «lancio» fra i massimi nomi della letteratura italiana ed europea dell'Ottocento.
A questo proposito, una precisazione, o meglio una proposta. Verissimo che il Porta merita il figurare con il Parini e il Manzoni fra i protagonisti della cultura lombarda nella straordinaria pienezza del suo trapasso, anzi della sua trasfusione fra istanze illuministiche e fermenti romantici. Verissimo che il Porta, e solo il Porta, è degno di essere incluso, accanto allo stesso Manzoni e al
Leopardi, nell'unica « triade » accettabile che si possa escogitare nel campo della letteratura italiana moderna. Ma è anche vero, a mio avviso, che non si rende completa giustizia alla grandiosità e complessità del suo mondo espressivo e del suo sapere umano se non lo si accosta, secondo un'ottica spregiudicatamente anticipatrice, anche ai Balzac, ai Dickens, insomma agli eccelsi rappresentanti del romanzo realista borghese — di quel romanzo che l'Italia non ha avuto e che pure, nell'ampia, pietosa, terribile orchestrazione della sua fantasia sociale, l'autore del Marchionn e del Giovannin Bongee ha potentemente prefigurato.

Poeta-romanziere se mai ve ne furono (e questo spiega una volta di più, da un diverso punto di vista, la lunga diffidenza oppostagli dalla critica ufficiale, ancorata al privilegiamento idealistico-crociano della poesia lirica), il Porta è andato ben al di là dei limiti della satira civile, nel senso di una rappresentazione totale della commedia umana nella quale signori e paria, persecutori e vittime appaiono coinvolti e trascinati (pur restando chiarissimo, sempre, da che parte si sente e vuol essere il poeta) nella spirale di un unico, comicissimo, sconvolgente party sado-masochistico, vasto e gremito come un giudizio universale.

"Tuttolibri - La Stampa", Anno I, n.1, sabato 1° Novembre 1975

Felicità. Una poesia di Luigi Fiorentino

Dolce alla sera sentirsi felici
per l’opera del giorno. Assaporare
il dono della vita e delle cose
vedere solo l’intima bellezza.
Tuffarsi in un lavacro di bontà
esser sé stessi e tutti insieme gli uomini
ed esultare al suono d’una voce
piccina che ti cerca, che ti vuole
–  dolce paternità ricca di fede –:
palpiti d’ala e luccichio di stelle.

25.12.13

La luna all'orizzonte (Claudia Besso)

Perché la luna appare più grande quando è vicina all'orizzonte? 
Per un'illusione ottica: la sovrapponiamo ad oggetti familiari come alberi e case e il cervello «compensa» le dimensioni facendola apparire più grande. Sul mare, dove l'orizzonte è privo di punti di riferimenti «umani», l'effetto non si verifica. 

Tuttoscienze - La Stampa, 25 luglio 2007

California 2007. La pecora nauseata

Nei vigneti della California usano le pecore per ripulire la vite dalle erbacce: peccato che si mangiassero l'uva. Finché l'Università della California è riuscita a far sì che gli animali mangino le erbacce e ignorino i grappoli. Hanno permesso a un gruppo di pecore di mangiare uva a volontà, poi hanno iniettato loro del litio, farmaco che induce una forte nausea. Riportate di fronte all'uva, le pecore non ne hanno voluto sapere.

Tuttoscienze La Stampa, 25 luglio 2007

Dal geco e dalla cozza. La supercolla del nuovo millennio

La nuova supercolla è un mix di geco e cozza. 
La cozza (in acqua) e il geco (fuori) hanno in comune la capacita' di produrre un adesivo dalle proprietà eccezionali. La Nortwestern University le ha riprodotte artificialmente col geckel: è reversibile - il geco cammina o resta appeso alla parete come vuole - e resistente all'acqua grazie al polimero della cozza. 

"Tuttoscienze - La Stampa", 25 luglio 2007

La memoria del gesuita Ricci, mediatore di culture (Maria Rita Masci)

Ricorre quest'anno il quarto centenario della morte di Matteo Ricci, il padre gesuita che per primo consentì una vero contatto di idee fra la Cina e l'Occidente. Il suo ruolo di straordinario mediatore viene oggi celebrato come non era mai accaduto in passato attraverso mostre, convegni e iniziative sia in Italia sia in Cina. Il recupero della figura di Matteo Ricci, in quanto simbolo della comprensione e dell'adattamento, fa pensare che in futuro il dialogo fra Cina e Vaticano potrebbe svolgersi su binari più proficui di quelli seguiti fino ad oggi. La riproposta del libro di Jonathan D. Spence, Il Palazzo della memoria di Matteo Ricci, si inserisce in questo contesto.
L'insegnamento della scienza fu una delle strategie apostoliche di Ricci, convinto che la superiorità del sapere occidentale da lui diffuso avrebbe attratto i mandarini verso la religione che   propagandava. Oltre agli  orologi  meccanici, ai mappamondi che rivelavano l'esistenza di cinque continenti e la forma sferica della terra, alla traduzione di Euclide, alla matematica e all'astrologia, introdusse un sistema di memorizzazione basato sulla costruzione di «palazzi della memoria».
Ricci era dotato di una memoria fuori dal comune, ma sapeva anche ricorrere alle tecniche di memorizzazione, fatte risalire al poeta greco Simonide e in seguito affinate da Plinio e Quintiliano, che si erano diffuse nel Medioevo diventando molto popolari nel Quattrocento e nel Cinquecento. Il sistema consisteva nell'elaborazione di spazi mentali in forma di luoghi fisici, stanze da moltiplicare a piacimento fino a costruire strutture più complesse, palazzi appunto, dove collocare immagini fortemente evocative associate alle nozioni che si volevano ricordare. Entrando con la mente nell'edificio, la vista dell'immagine avrebbe richiamato il contenuto ad essa associato.
Ricci adattò questo sistema alla memorizzazione dei caratteri cinesi compilando il Xiguo jifa, «La mnemotecnica dei paesi occidentali», che donò al governatore della provincia del Jiangxi perché potesse essere di aiuto ai suoi figli nel corso degli impegnativi esami imperiali per accedere alla carriera di funzionario. Grande impressione, infatti, aveva suscitato una prova a cui il gesuita si era sottoposto per dimostrare la superiorità del suo metodo: aveva chiesto a un giovane di scrivere una lista di caratteri a caso e di mostrargliela; dopo una sola lettura era stato in grado di ripeterli esattamente e poi aveva ripetuto la lista al contrarlo dall'ultimo al primo. La sua tecnica sembrava dunque vincente.
Nel suo testo, Ricci costruì una sola stanza, l'ingresso con la porta rivolta a sud per riguardo alla tradizione cinese, e vi collocò quattro immagini, una in ciascun angolo: due guerrieri che si affrontano, una donna che proviene dalle tribù occidentali, un contadino che miete il grano, una serva che tiene un bambino fra le braccia. A ciascuna di queste immagini corrisponde un carattere. La prima ad esempi sta per il carattere wu che si gnifica «guerra» e si compone di due parti grafiche e semantiche che indicano rispettivamente una «lancia» e l'azione di «fermare». La rappresentazione visiva dei due combattenti, uno che attacca con una lancia e l'altro che cerca di bloccarlo, rimanda immediatamente alla grafia del carattere. E questo vale per gli altri tre esempi che riguardano yao «volere», li «profitto» e hao «bene».
Utilizzando queste quattro immagini mnemoniche, a cui aggiunge quattro disegni religiosi che illustrano altrettanti episodi della vita di Cristo e della Bibbia che Ricci donò ad un amico cinese tipografo, Spence costruisce la struttura e l'asse portante del libro.
Esso diventa dunque il «palazzo» del noto sinologo inglese, erudito e accattivante narratore per ricostruire, non soltanto grande avventura di Matteo Ricci, ma il mondo dal quale proveniva, l'Europa della Controriforma. E, come Ricci desiderava, suggerire la superiorità del pensiero associativo sul semplice mandare a memoria di tradizione cinese. Così Spence, di associazione in associazione, fa rivivere con ricchezza di dettagli il quadro complessivo di quell' epoca.


“Tuttolibri – La Stampa”, 11 settembre 2010

THRILLING ALL'ITALIANA. Dagli Anni Trenta a Argento (F.T.)

Recensione di un dizionario e utile promemoria di un genere filmico e di una tradizione, il testo che segue, da “La Stampa”, non è firmato ma solo siglato. (S.L.L.)
Barbara Bouchet e Ugo Pagliai in "La dama rossa uccide 7 volte"
«Sangue a profusione, qualche amplesso, un pizzico di sadismo ed abbondanza di seni nudi, il tutto condito da annotazioni assurde, confuse, sovente ingenue e servite da una interpretazione a dir poco dilettantesca»: osservazioni di codesto tenore erano dirette dalla critica, nei primi Anni 70, a tutti quei film che sfruttavano il cosiddetto «filone argentiano» (proprio ieri Dario Argento ha compiuto settant’anni), stabilendo in tale modo una sorta di «via indigena» al thrilling. Oggi che i generi non esistono più, è facile vedere come tali pellicole (fatti i debiti distinguo) fossero sovente di dignitosa fattura, tanto da venir apprezzate anche all'estero - vedi il caso di Quentin Tarantino - per la loro abilità nel costruire suspense, con un dispendio emoglobinico che oggi appare contenuto.
E', quindi, interessante ripercorrere la storia di questa tranche del cinema nostrano commerciale: ce lo consentono Antonio Bruschini e Stefano Piselli col loro Giallo & thrilling all'italiana (Glittering Images, pp.112), dizionario illustrato che mette in fila tutti i prodotti della categoria a partire dal 1931, vale a dire da quel L'uomo dall'artiglio di Nunzio Malasomma remoto progenitore di tutto. A parte la filologia, il «giallo» autarchico prende le mosse da due titoli di Mario Bava, La ragazza che sapeva troppo (1963) e Sei donne per l'assassino (1964): in particolare il secondo - citato da Almodóvar a fini masturbatori in Matador (1986) - è il manifesto modello di Argento per L'uccello dalle piume di cristallo (1970), suo fortunato esordio nel lungometraggio.
Di qui innanzi si diparte una teoria di omicidi all'arma bianca, assassini nerovestiti, deliri sadomasochisti alla Krafft-Ebing, belle fanciulle svestite, brividi a profusione che oggi appaiono inoltre un piacevole repertorio di modernariato, dalle improbabili giacche indossate da taluni interpreti (Ugo Pagliai ne La dama rossa uccide 7 volte) fino al décor quasi camp di certi interni. E la paura? Beh, a volte latita un poco, ma diversi registi - Fulci, Martino, Dallamano, Valerii, Cavara - han fatto cose pregevoli, che reggono l'usura del tempo e con brio ci ricordano com'era dolce la vita prima della rivoluzione.[F. T.]

"Tuttolibri - La Stampa", 11 settembre 2010

Tartari e Tatari. Storia di un’etnia (Nicola Di Cosmo)

Nel 1987, mentre procedeva – destinato al fallimento - il tentativo riformistico di Gorbaciov e mentre numerose spinte centrifughe percorrevano l’Urss, venne alla ribalta una rivolta dei Tatari, chiamati anche “Tartari di Crimea”, un gruppo umano relativamente piccolo, parte di un popolo (i Tartari appunto) i cui confini non solo geografici sono sempre rimasti nel vago. Il testo che segue fu pubblicato come box di approfondimento sul “manifesto”. Ho eliminato qualche riferimento all’attualità del tempo che oggi sarebbe poco comprensibile. (S.L.L.)

Sui giornali italiani le recenti notizie riguardanti i «Tartari» e loro pacifiche dimostrazioni sulla Piazza Rossa sono state spesso accompagnate da raffigurazioni dei truculenti guerrieri, i cavalieri mongoli, dalle «facce di cane» che, attraversate le pianure eurasiatiche, terrorizzavano gli Europei del 1200. Nell'immaginario collettivo dell'Occidente i Tartari (cioè i Mongoli) con milioni di Attila e pirati saraceni, si sono inseriti, a buon titolo, nella categoria dei flagelli di dio, eclissatori di civiltà, capaci di scatenare terrori irrazionali, crisi millenariste, isterismi di massa. Papi e re d'Europa alcuni secoli fa impotenti di fronte all'efficienza e alla modernità delle tecniche militari mongole, decisero che quei cavalieri piccoli e veloci non potevano essere creature di dio e, quindi, dovevano necessariamente appartenere all'inferno, come il loro stesso nome stava indiscutibilmente a dimostrare.
La trovata, di sapore tutto medievale, che faceva corrispondere i Tartari al tartarus (l'inferno) ebbe notevole successo. Persino Dante in uno dei versi più enigmatici della Commedia (ricordate il «pape satan, pape satan aleppe»?) inserì, con mano sicura e indubbia soddisfazione quel aleppe che i moderni filologi sostengono che derivi dal mongolo eldeb (al di là, inferno). Come corredo di un'invocazione a Satana il termine esotico e tartaro doveva sembrare quanto meno appropriato. Non meno colpito dal suggestivo accostamento fu Federico II, il quale si spense abbastanza in là da coniare (con dubbio gusto) il gioco di parole «ricacciamo i Tartari nel tartaro».
Ad ogni modo il nome dell'etnia doveva essere sicuramente conosciuto in Occidente prima dell'invenzione di questa battuta così efficace. Quale la sua origine? Una delle ipotesi è che la lingua degli invasori, una specie di tar-tar incomprensibile, avesse fornito lo spunto affinché noi (gli invasi) affibbiassimo ai terribili stranieri il nomignolo di Tartari, con una vera dimostrazione di sangue freddo e sufficienza anglosassone. Ma tale tesi si avvicina troppo a quella della genesi del termine greco oi barbaroi (derivato, appunto, dal tar-tar, bar-bar delle lingue straniere) per non essere sospetto.
Meno letteraria l'ipotesi che esso fosse il nome, forse artatamente deformato, di una tribù di origine turca o mongola dell'esercito gengiscanide : i Tartari, ma anche i tatari, popoli distinti. Sia perché esistevano varie tribù con questo nome, sia perché non è infrequente che la denominazione di una sola tribù, e a volte di un solo individuo, divenga poi il nome di un intero popolo o federazione tribale, questa ipotesi è senz'altro la più convincente.
Tale definizione è tutt'ora in uso in varie lingue europee (inglese, francese, russo e via dicendo) per identificare il popolo di lingua d'origine turca che ha abitato la Crimea a partire dagli inizi del '400 in seguito allo sfaldamento dell'Orda d'oro. Da dove venissero i Tatari (da distinguere anche dai Tartari), quali fossero le loro precise origini etniche e come si fossero evoluti politicamente e socialmente fino alla fondazione del canato di Crimea all'inizio del quindicesimo secolo, è una questione che non ci sogneremo neppure di accennare, tanto essa risulta intricata anche agli occhi dello specialista.
Diremo invece che nel '300 e nel '400 i mercanti genovesi e veneziani, ben installati nelle loro basi sul Mar Nero (altri preferiscono chiamarli colonie) Licassa, Tana e Trebisonda, commerciavano con essi, collaboravano, a volte litigavano, ma mai li avrebbero considerati demoni infernali, a dimostrazione di un certo (più volte provato) illuminismo mercantile, di fronte all'oscurantismo religioso e statale (senza con ciò negare i meriti di alcuni prodi frati che furono abili esploratori e diplomatici).
Nel quindicesimo secolo Giosafatte barbaro scrivendo le sue memorie, più volte accenna ai movimenti nomadici del nord dei Tartari che i Veneziani della Tana osservavano dalle mura della città, non senza una certa apprensione, fino al crepuscolo. Il nome, Tartari, evidentemente era un generico appellativo degli abitanti della steppa, senza apparenti distinzioni tra un popolo e l'altro.
Oggi ci sembra di essere ancora alle stesso punto. In Italia sembra si fatichi ad individuare i Tatari (quelli della Crimea) come un popolo a sé, da distinguere non solo da altri Tartari, ma anche dall'insieme delle popolazioni turche dell'Asia centrale e caucasica. Kirghizi, Kazaki, Calmucchi, Turkmeni, Uzbeki ed altre, un tempo facilmente accumunabili a causa della medesima pratica del nomadismo, di una stessa religione e dei costumi a volte simili.
I Tatari in seguito acquisirono tradizioni, lingua e storia proprie, che fecero di questo popolo un insieme etnico-culturale assolutamente originale e distinto da altre popolazioni asiatiche. I Tatari furono presto inglobati, nella seconda metà del '500, all'interno del sistema imperiale ottomano, sia pure con una serie di concessioni particolari sotto il profilo amministrativo. Fu con Caterina di Russia, la Grande, che la Crimea passò definitivamente sotto la dominazione zarista, per poi essere, nel 1800, quel polo di rivalità internazionali di cui tutti sanno. I Tatari seguirono poi un destino comune ai diversi popoli della Russia asiatica e, con la rivoluzione d'ottobre, divennero parte del grande crogiuolo sovietico. Inutile, forse, ripetere che l'adesione alla rivoluzione di molti popoli sovietici, nella quasi totalità musulmani, non era stata del tutto entusiasta e che fin dal congresso di Baku non pochi furono i punti d'attrito tra i giovani bolscevichi e gli anziani mullah, che già avevano contrastato il dominio zarista ed erano naturalmente diffidenti nei confronti degli Occidentali e dei Russi in particolare.
Con Stalin anche le minoranze intellettuali che avevano appoggiato i bolscevichi (ricordiamo in particolare il destino dei Tatari settentrionali) scomparvero. L'invasione nazista della Russia dovette sembrare a molti l'occasione propizia per la riconquista di un'identità etnica che era stata negata loro dalla visione accentratrice, sovra-nazionale di Stalin. Questi vedeva con diffidenza spinte autonomistiche e aspirazioni alla riaffermazione di diversità culturali. I Tatari di Crimea furono tra coloro che collaborarono con le forze di occupazione tedesche. A guerra finita, la reazione di Stalin fu durissima e, invece di isolare e colpire i singoli collaborazionisti, una punizione esemplare fu impartita a tutto il popolo, caricato su tradotte militari e disperso per tutto l'Urss asiatico. I Tatari di Crimea scomparvero persino dall'enciclopedia sovietica e i censimenti non li inclusero più. A tutti gli effetti questo popolo aveva cessato di esistere. Eppure oggi, dopo quarant'anni di diaspora, essi chiedono che tale unità venga ricostituita e che la loro identità venga riconosciuta.[...]

"il manifesto", 10 agosto 1987

24.12.13

Storia del fallo artificiale, detto anche "ricreatore" (John Cohen)

Nella psicopatologia sessuale si incontrano abbondanti riferimenti ai godemichés (da gaude mihi), consolateurs o 'ricreatori', come vengono talvolta chiamati questi congegni. Li troviamo riprodotti nella scultura babilonese ed egizia, e sono conosciuti nei paesi dell'Asia orientale. Falli di cera e analoghi artifizi erano comuni in Europa già al tempo del Rinascimento, e conobbero il culmine della loro popolarità nella Francia del XVIII secolo.
Un'accurata descrizione di uno di questi strumenti la dà Mirabeu nel suo Le rideau leve, ou l'Education de Laure (1786), dove viene descritto nei particolari un apparecchio cavo, d'argento laccato, che è simile in tutto al pene naturale. All'interno della sua cavità si trova un piccolo tubo in cui trova posto un pistone. L'esterno del tubo è riempito d'acqua riscaldata alla temperatura sanguigna, mentre l'interno contiene una soluzione alla quale viene trasmesso il calore dell'acqua. Alcuni godemichés sono forniti di piccoli spunzoni o punte di gomma per accrescere l'attrito…
L'autostimolazione per mezzo dell'olisbos, cioè il fallo artificiale, era già nota alle donne dell'antica Grecia, e la sua ampia diffusione nel Medioevo provocò aspre denunce da parte del clero. I giapponesi hanno dato prova di notevole ingegnosità nell'invenzione di alcune varianti di questi strumenti, quali il Rino-Tama, che le donne usano in posizione reclinata distese su amache o sedie a dondolo, provando una viva eccitazione per l'effetto della vibrazione. Il Rino-Tama consiste di due sfere cave, una delle quali contiene mercurio, palline vibranti o linguette metalliche, e viene introdotta quando la prima sfera ha raggiunto l'utero, facendo muovere il mercurio e rotolare le palline al minimo movimento addominale.
Nemmeno sulla Luna descritta da Luciano tali strumenti erano sconosciuti, perché lo scrittore racconta in Storia vera che i seleniti avevano « organi artificiali privati, che a quanto pare funzionavano assai bene. I ricchi li hanno d'avorio, i poveri di legno ».

John Cohen, I Robot nel mito e nella scienza, De Donato, Bari, 1981

23.12.13

Napolitano e Pirandello (S.L.L.)

Il 16 scorso, nell'incontro con le più alte cariche dello Stato, il Presidente Napolitano ha dichiarato: "La consapevolezza della politica e delle istituzioni dovrebbe concentrarsi su riforme per il lavoro, e su riforme dell’ordinamento della Repubblica in assenza delle quali nessuno slancio nuovo può prodursi, nessun impulso atteso da azioni immediate o da indirizzi di governo di più lungo termine può tradursi in realtà, può davvero dare frutti".
Diceva Pirandello: "Beato paese, il nostro, dove certe parole vanno tronfie per via, gorgogliando e sparando a ventaglio la coda, come tanti tacchini." 

La poesia del lunedì. Giorgio Galli (Pescara, 1980)

E’ notte fuori, ed è notte pure dentro.
Una fiammella, guardate, tengo accesa
per ogni buono o cattivo ricordo,
per ogni amico che ho tradito o m’ha tradito,
per ogni ragazza che ho deluso o m’ha deluso.
Ma un vento maligno qui soffia, e la fiamma
tutt’ad un tratto scompare: il presente
è come questa stanza rabbuiata
dove c’è puzza della cera smorta,
e l’avvenire, chi sa, è questa finestra 
da dove è entrato, maligno, quel vento.

22.12.13

La morte di Antonio Banfi (Rossana Rossanda)

Traggo dall’autobiografia di Rossanda questa paginetta sulla morte di Banfi, il filosofo razionalista con simpatie marxiste che era stato all’Università suo maestro della giovane comunista. Banfi, che fu eletto senatore per il Pci nel 1948 e 1953, ebbe come moglie Daria Malaguzzi Valeri, la contessa di cui si fa cenno. Il Miglioli qui citato è il sindacalista cremonese, l’agitatore contadino di fede cattolica, che non volle stare nel contenitore democristiano anche per il radicale pacifismo che lo animava. Rossanda ricorre ad eufemismi, ma può essere motivo di riflessione il fatto che Banfi, come del resto Concetto Marchesi, fosse uno “stalinista” anche dopo il XX Congresso. (S.L.L.)
Antonio Banfi 
Nel luglio del 1957 Antonio Banfi morì. Morì per caso, per incuria, per una stupida infezione mentre aveva ripreso in mano tutta la sua produzione e la selezionava e preparava la ripresa di “Studi filosofici”, chiusi nel 1949 per le strida del Pcf. I tempi erano cambiati. Non lo sentii dolersi mai, era tra quelli che non giudicavano un fallimento quel che ancora non si chiamava “socialismo reale” e non saprò mai quel che ne avrebbe un giorno scritto - aveva molto amato l'immensa Cina e le sue forme, vi tornava, era contentissimo di essere stato nominato cittadino di Shanghai. Ogni fine settimana salendo a Milano dal Senato si infilava nel suo collegio nel cremonese, l'estremo oriente della Lombardia, fra piane nebbiose e prima industria e contadini e contadini, comizi e frecciate con i socialisti, curiosità per il vecchio Miglioli, inclassificabile residuo di ieri o prodotto di oggi, perché anche le campagne erano in sorda ebollizione. Per Banfi la storia non aveva un fine né era un residuo, era il muoversi sorprendente del reale e lui, che aveva le radici ancora nella Germania di Weimar, conosceva per filo e per segno la vena lombarda, dalla quale estraeva per noi, nelle poche cene calme delle feste, le canzoni dei soldati poveri e della mala - «E fin che fiocca /a 'sta manera / e la lingera, e la lingera / trionferà». La lingera, la malavita, i cavalieri della luna della campagna mantovana sulle rive del Mincio. Tutto quel che era il variegato popolo incantava quella generazione, i cui padri lo avevano ignorato. La malattia lo disidratò, sgomentando la consorte che era stata crocerossina nella Prima guerra mondiale, con gli antibiotici non aveva dimestichezza e degli ospedali non si fidava - in breve, mia sorella che era ormai medico e io dovemmo irrompere in casa con una colonna di flebo, Mimma scovò un letto in una clinica protetta da grandi cedri, dove sfinito e senza lamentarsi terminò i suoi giorni. Milano cominciò a sfilare davanti alla sua porta quando fu spento, e a notte la piccola tremenda contessa che aveva retto tutte le condoglianze non permise, in nome dei princìpi comunisti, che lo deponessero nella cappella. Lo deposero nel garage. Solo, il volto pacificato come è della prima morte, nel caldo mortale aspettai con lui l'alba allontanandogli dal viso le zanzare con l'acqua di colonia. In quei giorni mi aveva detto poche cose. Dei suoi progetti e private, come si fa quando si sa che è finita. Cercai di credere che cessasse di vivere quando l'ultima parte della sua vita ridiventava problematica. Ma era un'illazione indebita, non era stanco, avrebbe voluto ricominciare. Due giorni dopo, ai suoi funerali c'erano senato e comune e partito e università e allievi e tutta Milano, e un mare di contadini in bicicletta venuti dal cremonese, un mare mantellato e silenzioso che colmò le grandi strade e rifluì la sera verso le campagne.

da La ragazza del secolo scorso, Einaudi, 2005

19.12.13

Pecore nella nebbia. Una poesia di Sylvia Plath (1932 – 1963)

Le colline digradano nel bianco.
Persone o stelle
mi guardano con tristezza, le deludo.
Il treno lascia dietro una linea di fiato.
Oh lento
cavallo color della ruggine,
zoccoli, dolorose campane.
E’ tutta la mattina che
la mattina sta annerendo,
un fiore lasciato fuori.
Le mie ossa racchiudono un’immobilità, i campi
lontani mi sciolgono il cuore..

Minacciano
di lasciarmi entrare in un cielo
senza stelle né padre, un’ acqua scura.

2 dicembre 1962 – 28 gennaio 1963

Postilla
Ho tratto il testo dal sito Sylvia Plath Poetry, che lo riprende dalla raccolta Ariel (1965). Non ho trovato indicazioni sulla traduzione, ma ho ragione di credere che si tratti di quella di Giovanni Giudici per Mondadori 1998 (Sylvia Plath, Lady Lazarus e altre poesie), di cui nel sito si rintraccia un sentito elogio. La poesia fu scritta a Londra negli ultimi mesi di vita della poetessa americana, che morì suicida il 12 febbraio 2013. (S.L.L.)

P.S. 
Come opportunamente mi fa notare un cortese anonimo lettore, Sylvia Plath non muore nel 2013, ma nel 1963, poco tempo dopo la composizione della poesia


17.12.13

Se amore diventa potere... Una poesia di Carlo Levi

Se amore diventa potere
non ci sono più cose vere.
Se amore diventa possesso
è tutto fuorché se stesso.
Coscienze prigioniere 
rifiutano l'amplesso.

2 gennaio 1966

da Bosco di Eva, Carlo Mancosu Editore, 1993

Slot machine e ticket redemption (Gianluca Graciolini)

Il compagno Graciolini, che ricordo giovanissimo militante e militare in divisa nella battaglia contro lo scioglimento del Pci e che ebbi vicino ai primordi di Rifondazione, continua – nella sua Gualdo – a impegnare forza e intelligenza nella militanza Prc. Temo che perda tempo. Continua intanto a seguire con passione quanto accade nella vita sociale, a partire dal suo paese; e fa bene.
La notizia che segue, con annesse riflessioni, è ripresa da una sua nota di fb. La segnalerò anche a Libera Umbria che nel perugino sta costruendo una campagna NOSLOT, denunciando i rischi sociali delle slot machine e indicando i bar e i locali (pochi purtroppo) che si rifiutano d’ospitare le macchinette d’azzardo, un Business dietro cui - a volte - non si fa fatica a riconoscere l’ombra delle mafie. Forse anche le  ticket redemption, di cui tratta il mio amico Gracio, si prestano ad una riflessione di questo tipo. (S.L.L.)

Provate ad entrare in una sala gioco dove una volta spopolavano i videogiochi a gettone. Gli adolescenti fanno la fila per le ticket redemption. Sono macchinette di vario genere, alcune assomigliano molto ai classici flipper altre più a una roulette. Hanno nomi ammiccanti, luci, suoni e attirano frotte di ragazzini. Il gioco è quasi banale: si paga un euro, si schiaccia un bottone, si spara a un bersaglio, si mira ad un esca e si cerca di conquistare un "ticket". Più si è fortunati e più si accumulano decine di biglietti. Più biglietti si accumulano e più è prezioso il premio che si può ritirare. Ecco spiegato il loro successo nei centri commerciali o nei bowling dell’intera Penisola. Esattamente come le sorelle maggiori slot machine. In questo caso niente denaro, ma ad attirare i piccoli giocatori scintillanti Ipad, ultimissimi Mp3, orologi da polso e poi, scendendo di valore, pistole giocattolo, piastre per i capelli, collane e braccialetti di bigiotteria. Il confine tra gioco con denaro è labile: la differenza principale tra le slot machine e questi apparecchi sta semplicemente nel fatto che le prime sono vietate ai minori di 18 anni, le seconde sono invece accessibili ai più giovani perché il premio non è in denaro ma in ticket.


da fb

Letta. Un epigramma di Marco Fulvio Barozzi

Enrico Letta,
nella sua cameretta,
ebbe un pensiero strano
che non era di Napolitano.

da fb

Le vittime innocenti. Un epigramma di Carlo Levi

Milano, Piazza Fontana, 12 dicembre 1969.
Un'immagine dalla Banca dell'Agricoltura dopo l'attentato

Le "vittime innocenti"
son vittime nocenti
quando nei parlamenti
si travisano gli eventi
per servire i potenti.
Le vittime nocenti
parlan nei parlamenti
bombe, voci, espedienti
per servire i potenti.

16 dicembre 1969

da Bosco di Eva, Carlo Mancosu Editore, 1993

Anche i Piceni nel loro piccolo...

Il testo che qui riprendo da un vecchio “Espresso” era (all’interno di un ampio servizio sui Sanniti di Marisa Ranieri Panetta) un box non firmato sull’antica popolazione italica dei Piceni, cui era dedicata – al tempo della pubblicazione – una esposizione in Germania. (S.L.L.)
Italici alla riscossa: anche i Piceni reclamano il loro importante ruolo storico prima della conquista romana. Per ribadirlo, con una mostra di 800 reperti, hanno scelto la sede della Schirn Kunsthalle di Francoforte:"Piceni popolo d'Europa" (diretta scientificamente da Giovanni Colonna dell'università "La Sapienza"e curata da Luisa Franchi Dell'Orto).
I Piceni abitavano nelle Marche e lungo le coste abruzzesi (dal fiume Foglia al Pescara), e dunque a contatto con Sanniti e altre etnie. Ma, per collocazione geografica,erano più aperti a influenze terrestri e marittime, e attraversati dai commerci che dall'Europa centrale scendevano lungo l'Adriatico. Ecco cosi spiegata la notevole presenza nelle necropoli di ceramiche di pregio importate dalla Grecia, di avori arrivati dal Tirreno etrusco, di ambre e bronzi di ricca fattura locale, ma anche l'accostamento di sculture celebri in aree molto distanti. Il Guerriero di Capestrano e di Numana vicini ai Guerrieri di Glauberg e di Hirschlanden, mettono in evidenza tali affinità stilistiche da far pensare a influenze italiche nel cuore d'Europa. Il momento culminante di questa civiltà si delinea fra VII e V sec. a.C, quando un alto grado di benessere contraddistinse le élite aristocratiche, grazie al valore militare e al controllo della pastorizia, estendendosi a larghe fasce della popolazione, che trafficava, lavorava la pietra e il bronzo, faceva uso della scrittura.
Le indagini archeologiche non hanno evidenziato abitati consistenti, mentre hanno messo in luce numerose necropoli e straordinari corredi funerari femminili, riferibili a personaggi principeschi. Dame che conducevano una vita dorata, ma anche coraggiose guerriere. Nelle tombe femminili di Belmonte Piceno si sono trovate armi, lance e scudi: insomma, si trattava di vere e proprie amazzoni.


“L’Espresso”, 13 gennaio 2000 

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