26.2.14

Verso nuovi mari. Una poesia di Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Nel sito “Freemaninrealworld. Non possiamo. Non dobbiamo. Non vogliamo” ho trovato un post recente (dicembre 2013) dal titolo Nietzsche poeta firmato da Simone Germini. Oltre ad una caratterizzazione critica della poesia del celebre filosofo tedesco, a mio avviso troppo entusiastica, contiene una selezione di poesie tratte da una versione (non c’è il nome del traduttore) italiana di testi lirici a lungo inediti: Friedrich Nietzsche, Poesie, Piccola casa editrice Acquaviva. Ne posto qui una che mi sembra assai interessante. (S.L.L.)
Laggiù voglio andare; d'ora in avanti 
avrò fiducia in me stesso e nel
mio braccio.
Il mare è aperto; nell'azzurro
vaga la mia nave genovese.

Tutto a me splende sempre più nuovo,
il meriggio dorme sullo spazio e
sul tempo;
solo il tuo occhio enorme 
mi fissa, o infinità.

"Carissima Mirella". Una lettera di Aldo Natoli dal carcere fascista (1941)

Aldo Natoli, come egli stesso racconta nel lungo colloquio con Vittorio Foa di recente pubblicato (Dialogo sull’antifascismo, il Pci e l’Italia Repubblicana), insieme con Bruno Sanguinetti, Lucio Lombardo Radice e Pietro Amendola, fu tra i protagonisti del gruppo comunista romano. Arrestato nel dicembre 1939, fu condannato dal Tribunale speciale a cinque anni di carcere e rinchiuso nella casa penale di Civitavecchia. La lettera qui postata, databile alla fine di febbraio 1941, fu inviata dal carcere a Mirella, poi compagna di una vita, per il suo compleanno, è tratta dalle carte della famiglia di Aldo Natoli e fu pubblicata da “Repubblica” in occasione della sua morte. (S.L.L.)
Aldo Natoli in una foto del 1938

Carissima Mirella,
spero che la lettera ti trovi a Roma per la tua festa. Per questa tua festa che già per la terza volta ricorre da quando io sono in carcere che, con il suo sopravvenire, sembra portarci via ad uno ad uno gli anni "più belli". Ma questa considerazione non desta in me tristezza alcuna, né senso di sensibile perdita; e così sarà anche in te, con certezza. Più belli, infatti, saranno gli anni che noi vivremo insieme nel futuro, perché arricchiti di tanta esperienza e fortificati da una sofferenza che abbiamo saputo far semplice e positiva; avendo appreso a volerci bene, ad amarci come uomini che hanno ferma la mente e il cuore a qualcosa di più grande che la loro limitata esistenza di creature di carne. In questo forse la "necessità" della nostra vicenda, il suo significato di catarsi.
Mi osservo di tanto in tanto nel corso di questi mesi e mi trovo a domandarmi se vado mutando e in che senso, e di recente mi è parso che forse il più sensibile mutamento che risentirò anche nel carattere, consisterà forse in un certo placamento della mia capacità di entusiasmo, di "Schwärmerei", di una generosa esaltazione e di intimi rapimenti. Insomma, forse mi ritroverai più sulla terra e meno nel cielo e, fra tanto fervore, anche un po' di critica. "A chi sa guardare, questo mondo non è muto", suona il motto di Goethe; ed io adesso mi sento più vicino a "questo mondo" che ad altri mondi. Sarà forse perché adesso da anni non mi trovo sotto un cielo stellato; ma mi pare che questo spettacolo non potrà più rapirmi come una volta. Ed in questo non sento perdita.
Non credere Mirella che quello che di nuovo troverai in me, se del nuovo troverai, derivi dai libri letti, dalla "cultura"; tutto questo è infinitamente secondario. Se in qualche cosa sarò mutato - poiché non mi sfugge la fallacia di questi tentativi di autoanalisi - esso va ricercato in una sfera di "moralità"... ma insieme non credere che io abbia dimenticato di essere "ragazzo" come una volta. Ti abbraccio
il tuo Aldo


“La Repubblica”, 11 novembre 2010

La falsa scienza. Abbagli individuali e frodi volontarie (di Vincenzo Barone)

Più di mezzo secolo fa, il biologo e divulgatore francese Jean Rostand pubblicava un breve saggio intitolato Science fausse et fausses sciences (Gallimard, 1958) che aveva come oggetto “i vari modi in cui la verità scientifica può essere adulterata dagli ‘stregoni’ di ogni specie, dai fanatici di tutte le ideologie, e persino, inconsapevolmente, da qualche vero scienziato”. La “scienza falsa” è, nella terminologia di Rostand, quell’insieme di fenomeni illusori che alcuni scienziati, autoingannandosi, ritengono talvolta di osservare (l’esempio originale era quello dei raggi N di Blondlot, ma oggi possiamo far rientrare in questa categoria anche la memoria dell’acqua e la fusione fredda); le “false scienze” sono invece le credenze e le discipline genuinamente pseudoscientifiche, come la genetica di Lysenko o, a un livello più popolare, la rabdomanzia e le teorie della percezione extrasensoriale. Rostand vedeva in “un’igiene preventiva del giudizio” il modo più efficace di combattere le false scienze: “Insegnare ai giovani lo spirito critico, premunirli contro le menzogne della parola e della stampa, creare un terreno intellettuale in cui la credulità non possa attecchire, insegnare loro che cos’è coincidenza, probabilità, ragionamento giustificativo, logica affettiva, resistenza incosciente al vero, far loro comprendere che cos’è un fatto e che cos’è una prova”.
Dai tempi in cui Rostand denunciava gli attacchi preterintenzionali o dolosi alla verità scientifica, la scienza ha fatto passi da gigante, ma con essa è progredita anche la galassia della “parascienza”. È questo territorio variegato, fatto di teorie assurde, di leggende, di presunte scoperte, di risultati truffaldini, che il chimico e divulgatore Silvano Fuso esplora in un libro (La falsa scienza. Invenzioni folli, frodi e medicine miracolose dalla metà del settecento a oggi, Carocci, Roma 2013) che ricorda nel titolo il pamphlet di Rostand, ma si presenta come un repertorio sistematico e ragionato delle tante forme di “scienza malata”.
Le sei parti in cui è suddiviso il libro illustrano altrettanti modi in cui la scienza può degenerare, o l’idea di scienza può essere declinata illegittimamente: abbagli individuali e collettivi, frodi volontarie, invenzioni folli, scoperte “metafisiche”, teorie rivoluzionarie, medicine e miracoli. Fuso adotta l’espediente narrativo di fingere all’inizio di ogni capitolo che la pseudoteoria o la pseudoscoperta di cui si accinge a parlare siano corrette, e ne descrive, con esiti talvolta molto divertenti, le conseguenze. Che cosa succederebbe se la fusione fredda fosse un fenomeno reale, se gli animali telepatici di Rupert Sheldrake esistessero davvero, se il cronovisore di padre Ernetti potesse essere realizzato, se il raggio della morte attribuito a Nikola Tesla (uno degli scienziati che più alimentano le fantasie di mattoidi e ciarlatani) fosse nell’arsenale di qualche superpotenza? Il gioco è particolarmente illuminante, perché le false scoperte non riguardano mai questioni di poco conto, ma sono sempre rivoluzionarie. Peccato, però, che di queste rivoluzioni non si veda in giro alcuna traccia.
E qui entrano in scena altri due aspetti tipici della pseudoscienza: il mito del “genio incompreso” (il ricercatore solitario, spesso autodidatta, che nel chiuso della sua stanza scopre la teoria del tutto, o inventa la macchina del moto perpetuo) e la teoria del complotto (è, naturalmente, la scienza “ufficiale” a soffocare le straordinarie idee degli scienziati “eretici”). Molti dei casi trattati da Fuso inducono al sorriso, e sono preoccupanti solo perché segnalano un totale fraintendimento delle regole e delle procedure della scienza. Ma ce ne sono altri che destano allarme per le loro conseguenze etiche e sociali: si tratta, da un lato, dei casi di frodi scientifiche, sempre più frequenti vista la crescente competitività in certi settori della ricerca, come le biotecnologie e le nanoscienze; dall’altro, dei casi di terapie “non convenzionali” (ma sarebbe meglio dire infondate), che alimentano purtroppo le illusioni di persone in grave stato di difficoltà. Si pensi, a questo proposito, alla cura anticancro di Luigi Di Bella o, caso troppo recente per poter essere registrato dal libro di Fuso, al famigerato metodo Stamina dello psicologo Davide Vannoni: un protocollo oscuro, non sostenuto da alcuna sperimentazione controllata né da pubblicazioni scientifiche, oggetto di una domanda di brevetto corredata di figure tratte da ricerche altrui, e tuttavia improvvidamente magnificato da certi mezzi di comunicazione.
Il libro di Fuso si conclude con l’invito a un sano scetticismo, inteso non come incredulità aprioristica, ma come la giusta pretesa di avere prove adeguate prima di accettare un’asserzione. “Si tratta – osserva l’autore – di un atteggiamento mentale non solo perfettamente razionale, ma anche doveroso nella scienza e in qualsiasi altro ambito”.
Da dove, se non da qui, dovrebbe prendere avvio l’educazione del cittadino nella società della conoscenza?


“L’Indice dei libri del mese”, gennaio 2014

In famiglia. Altre barzellette dell’Ottocento

La sezione “Album” del Libro allegro di Antonio Ghislanzoni è una raccolta di barzellette, di cui ho già postato un assaggio (http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2014/02/cosi-ridevano-in-lombardia-barzellette.html). Qui propongo ne propongo qualche altra, ambientata nel sacrario della famiglia. (S.L.L.)
 
Antonio Ghislanzoni
Dialogo fra un padre ed un figlio
- Tutti i giorni se ne sentono delle nuove sul di lei conto. Lei non studia; lei frequenta i caffè e le taverne; lei fu veduto in altri luoghi.... Insomma: a che giuoco giuochiamo?
- A briscola qualche volta, ma più spesso al bigliardo.

Fra marito e moglie
- Da qualche giorno noto in te una certa freddezza....
- Rifletti che.... siamo nel cuore dell'inverno....

Il marito, nell'eccesso dell'ira....
- Ti ho convinta.... ti ho mostrato le lettere di quell'infame.... hai dovuto confessare – eppure tu non hai cangiato.... né cangi di colore...!
La moglie, singhiozzante, abbracciando le ginocchia del marito:
- Dio! pietà!... come vuoi ch'io cangi colore...? Converrebbe ch'io mi lavassi.... 

Il sorriso di Eleandro. L'ultimo scritto (leopardiano) di Walter Binni


Alla cerimonia di apertura delle manifestazioni del bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi, programmate a Roma, in Campidoglio, per il19 gennaio 1998, Walter Binni non poté partecipare. Era morto il 27 novembre 1997. Ma qualche giorno prima, intorno al 20 novembre, già malato, inviò al comitato organizzatore un breve testo. È l’ultimo scritto di Walter Binni, non casualmente uno scritto leopardiano, rimasto a lungo inedito. Fu in gran parte pubblicato, con il titolo Leopardi contro la palude, su «Micropolis» del maggio 2010 e integralmente da “Il Ponte”, Anno LXVII nn. 7-8, luglio-agosto 2011, in un numero speciale dedicato a Walter Binni. (S.L.L.)


Sono molto grato a chi, a nome dei miei numerosi allievi di ieri e di oggi, mi ha invitato a pensare a un saluto inaugurale per la cerimonia di apertura delle molte manifestazioni dell’«anno  leopardiano».
Chi mi ha chiesto questo gesto simbolico ha certamente voluto ricordare ancora una volta sia la funzione, che mi è stata attribuita, di «maestro di maestri» (molti dei miei allievi di un tempo sono infatti maestri di nuovi allievi) sia il segno che la mia opera davvero lunga di critico leopardiano e di docente di numerosi corsi leopardiani in anni cruciali e vitali della nostra università ha complessivamente inciso (forse piú di quanto io stesso abbia realizzato) sulle vite di chi ha voluto in molti modi ascoltare e ricordare quello che ho detto su Leopardi e che per me non è stato mai svincolato da una pratica intellettuale e politica che è la chiave di volta delle mie interpretazioni.
Come indicare, anche per sommi capi, il nodo tensivo di esperienze personali e pubbliche che hanno nutrito e articolato sempre piú in profondo le mie intuizioni su Leopardi, saldandole poi in una sistematica teorizzazione di poetica? Mentre scrivo ricorre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione della Nuova poetica leopardiana (di cui esce proprio in questi giorni una tempestiva ristampa) che, a detta di molti, segnò una svolta nel pensiero critico su Leopardi, e che io stesso ho sempre considerato come una tappa della mia vita desanctisianamente personale-creativa e pubblica (ero allora deputato dell’Assemblea Costituente e intervenni piú volte in difesa della scuola pubblica).
È da lí che, per dirla con le parole veramente affettuose di un leopardista di vaglia come Luigi Blasucci, la mia funzione di critico fu quella di «smuovere le acque del leopardismo di metà secolo, acque di placida laguna». E questo con una «appassionata unilateralità», tesa ad affermare una «nuova poetica» che svegliasse la critica leopardiana fino a quel punto «dal suo sonno dogmatico (idillico)».
Non posso qui diffondermi sulle tappe successive a quel libro cruciale, ma voglio almeno ribadire come il mio gesto critico di allora (derivato da oltre un decennio di prove in quella direzione a cominciare da una tesina leopardiana alla Normale nel ’33) potesse sí sembrare «unilaterale», ma certamente non era «unidimensionale» come gli esiti della critica precedente, critica appunto di un Leopardi «a una dimensione».
La mia interpretazione ebbe certo la funzione di far pensare per la prima volta a un Leopardi del tutto intransigente a essere assimilato a pratiche conformate a strutture preesistenti. Essa proponeva invece un Leopardi che le infrangeva vitalmente e fondava un discorso complessivo di piú dimensioni, aperto a molte possibilità liberatorie che trascendevano lo status quo.
So che quella lezione ha avuto la sua funzione, a suo modo «eroicamente» energetica e coerente con se stessa, e che questa sua voce, netta e comprensibile a molti in questo minaccioso fin de siècle, può anche risuonare invisa, per la sostanza indiscutibile storica e metodologica che riesce a trasmettere in tempi di crepuscolo dell’attività critica, a chi ripropone oggi le «acque di placida laguna» di cui parla cosí bene Blasucci per tendenze di mezzo secolo fa. La falsa disperazione omologata a mode «nere» e nefaste che si vorrebbe leggere in Leopardi, una sua ineffabilità reclusa in se stessa, rispondono certo a retoriche «di laguna». Certo non meritano che il sorriso di Eleandro.
Leopardi ha prima di tutto trasmesso, a chi ne ha ritrasmesso e interpretato i valori formali e la sostanza dei contenuti, il superamento del fondale libresco cui pensano i proponenti di questa linea asfittica e rudimentale. Auguro alle molte vive voci che animeranno il dibattito dell’anno leopardiano di poter riasserire la verità della poesia leopardiana e il suo cruciale esempio per il millennio che verrà.
Sono molto grato a chi, a nome dei miei numerosi allievi di ieri e di oggi, mi ha invitato a pensare a un saluto inaugurale per la cerimonia di apertura delle molte manifestazioni dell’«anno  leopardiano».
Chi mi ha chiesto questo gesto simbolico ha certamente voluto ricordare ancora una volta sia la funzione, che mi è stata attribuita, di «maestro di maestri» (molti dei miei allievi di un tempo sono infatti maestri di nuovi allievi) sia il segno che la mia opera davvero lunga di critico leopardiano e di docente di numerosi corsi leopardiani in anni cruciali e vitali della nostra università ha complessivamente inciso (forse piú di quanto io stesso abbia realizzato) sulle vite di chi ha voluto in
molti modi ascoltare e ricordare quello che ho detto su Leopardi e che per me non è stato mai svincolato da una pratica intellettuale e politica che è la chiave di volta delle mie interpretazioni.
Come indicare, anche per sommi capi, il nodo tensivo di esperienze personali e pubbliche che hanno nutrito e articolato sempre piú in profondo le mie intuizioni su Leopardi, saldandole poi in una sistematica teorizzazione di poetica? Mentre scrivo ricorre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione della Nuova poetica leopardiana (di cui esce proprio in questi giorni una tempestiva ristampa) che, a detta di molti, segnò una svolta nel pensiero critico su Leopardi, e che io stesso ho sempre considerato come una tappa della mia vita desanctisianamente personale-creativa e pubblica (ero allora deputato dell’Assemblea Costituente e intervenni piú volte in difesa della scuola pubblica).
È da lí che, per dirla con le parole veramente affettuose di un leopardista di vaglia come Luigi Blasucci, la mia funzione di critico fu quella di «smuovere le acque del leopardismo di metà secolo, acque di placida laguna». E questo con una «appassionata unilateralità», tesa ad affermare una «nuova poetica» che svegliasse la critica leopardiana fino a quel punto «dal suo sonno dogmatico (idillico)».
Non posso qui diffondermi sulle tappe successive a quel libro cruciale, ma voglio almeno ribadire come il mio gesto critico di allora (derivato da oltre un decennio di prove in quella direzione a cominciare da una tesina leopardiana alla Normale nel ’33) potesse sí sembrare «unilaterale», ma certamente non era «unidimensionale» come gli esiti della critica precedente, critica appunto di un Leopardi «a una dimensione».
La mia interpretazione ebbe certo la funzione di far pensare per la prima volta a un Leopardi del tutto intransigente a essere assimilato a pratiche conformate a strutture preesistenti. Essa proponeva invece un Leopardi che le infrangeva vitalmente e fondava un discorso complessivo di piú dimensioni, aperto a molte possibilità liberatorie che trascendevano lo status quo.
So che quella lezione ha avuto la sua funzione, a suo modo «eroicamente» energetica e coerente con se stessa, e che questa sua voce, netta e comprensibile a molti in questo minaccioso fin de siècle, può anche risuonare invisa, per la sostanza indiscutibile storica e metodologica che riesce a trasmettere in tempi di crepuscolo dell’attività critica, a chi ripropone oggi le «acque di placida laguna» di cui parla cosí bene Blasucci per tendenze di mezzo secolo fa. La falsa disperazione omologata a mode «nere» e nefaste che si vorrebbe leggere in Leopardi, una sua ineffabilità reclusa in se stessa, rispondono certo a retoriche «di laguna». Certo non meritano che il sorriso di Eleandro.

Leopardi ha prima di tutto trasmesso, a chi ne ha ritrasmesso e interpretato i valori formali e la sostanza dei contenuti, il superamento del fondale libresco cui pensano i proponenti di questa linea asfittica e rudimentale. Auguro alle molte vive voci che animeranno il dibattito dell’anno leopardiano di poter riasserire la verità della poesia leopardiana e il suo cruciale esempio per il millennio che verrà.

La ballata della brutta zucca. Un'altra poesia di Ernesto Regazzoni

Mi hai chiamato: «brutta zucca».
E sta ben! Ma la mia pecca
fu davvero tanto secca
o Chérie, per tal parrucca?

Sei tu stucca od arcistucca
di me, forse? Ernesto azzecca?
Mi hai chiamato: «brutta zucca».
Non è assai, per la mia pècca?

Il rimorso mi pilucca
come un dente una bistecca!
Me ne andrò fino alla Mecca
tra la gente Mammalucca.
Mi hai chiamato: «brutta zucca»!!

25.2.14

Ti basta piegare la schiena... Una poesia di Ernesto Regazzoni


«Ti basta piegare la schiena
e mettere fuori la lingua;
così vai agli astri, e d'avena
celeste così ci s'impingua...».

Parlava, ed or quella ed or questa
di stelle m'offerse: una ad una...
Ma dissi di no. — Nella testa,
ci ho già, che mi gira, la luna...

da I bevitori di stelle

L'uomo d'affari (di Italo Svevo)

Su “La letteratura e noi”, il sito diretto da Romano Luperini, sono stati pubblicati di recente, per l’introduzione e la cura di Maria Borio due inediti. Si tratta di due articoli, L’uomo d’affari e Il collaboratore avventizio, apparsi nel 1883 su «L’Inevitabile», periodico triestino, e firmati Justus, dei quali alcune recenti scoperte documentarie rendono sicura l’attribuzione a Italo Svevo. Ringrazio Riccardo Cepach, direttore del Museo sveviano di Trieste, per la aver permesso la circolazione in rete di questi sapidi testi, tra cui quello qui ripreso. Mi pare evidente che “uomo d’affari” aveva allora un significato leggermente diverso dall’attuale: oggi si direbbe “faccendiere”, per di più di basso livello. (S.L.L.)
Tra i mille e un mestieri, cui si consacra la misera umanità per combattere la grande battaglia del pane quotidiano ve n’ha uno di recente invenzione che si chiama: far degli affari. Far degli affari vuol dir nulla, e vuol dir tutto; vuol dire: andare in busca di quel che capita, far d’ogni erba fascio e attaccarsi anche alle lame dei rasoi per istrizzare il soldo di borsa al prossimo, poiché, come ha detto benissimo Dumas figlio: les affaires c’est l’argent des autres.
Ma badiamo a non cadere in equivoci. Gli affari propriamente detti, sono le grandi speculazioni industriali, commerciali e finanziarie, le operazioni di borsa, le imprese ferroviarie, i lavori publici, [sic] ecc. Ma, a questi si dedicano, com’è naturale, banchieri, capitalisti, grossi negozianti, uomini di polso, che occupano già un posto in società. Il mestiere di far degli affari consiste, invece, nel non averne mai sottomano nessuno e andarne cercando a fiuto, per la piazza, come il maiale cerca i tartufi. Chi esercita un siffatto mestiere è, generalmente, una pecora segnata: o merciaiuolo fallito, o impiegatuzzo messo alla porta per uno di quegli irresistibili allungamenti di zampe, che la umana benignità ha convenuto di chiamare indelicatezze.
Nei primi tempi, dopo la sua disgrazia, pensò un momento al suicidio, tanto più che è di moda; ma l’acqua gli parve sempre troppo fredda, il fuoco troppo caldo, le finestre troppo alte, il carbone troppo soffocante e troppo ignobile l’impiccagione. Fece quindi il sacrificio di vivere e, non riuscendo a trovare impieghi, pe’ quali d’altronde provava un’invincibile repugnanza nella congenita sua tendenza al dolce far nulla, si consacrò sin che gli riuscì facile, a quello accattonaggio inguantato, che consiste nell’arrestare per via l’amico, il conoscente, spesso il primo capitato e dopo avergli sciorinato tutta una interminabile geremiade di sventure e di guai, domandargli a prestito una diecina di fiorini con l’obbligo sottinteso di non restituirli mai più.
Ma, per quanto vecchio, è sempre vero il proverbio, che è il giuoco che dura poco. A non lungo andare, i primi capitati, i conoscenti ed amici odorarono in lui il repellente tanfetto del frecciatore, e cominciarono a guardare i cornicioni delle case, quando l’incrociavano per via, a salutarlo in fretta, non più salutarlo e, se messi alle strette, tirar a lungo con una significante sgrullata di spalle, o lanciargli sul naso un conchiusivo: “seccatore importuno!” Allora si vide nuovamente spalancato sotto i piedi quello sconfinato abisso della miseria, che non ha altre uscite fuor che lo spedale o l’ergastolo, e allora si decise a far degli affari.
Se si fosse trovato in possesso solo del tanto quanto necessario ad appigionare uno stambugio di botteguccia; avrebbe aperto, lì per lì, un’agenzia di collocamento: sarebbe stato il suo sogno! Ma gli mancavano perfino quei quattro da farsi risuolare le scarpe. Si buttò, quindi, come a nuoto, per le publiche vie e per le piazze, frammettendosi a sensali di professione, rigattieri e piccoli cottimanti di lavori, e studiandosi di insinuarsi, a mo’ di conio, nelle loro operazioni.

L’ufficio suo si limita a scuoprire bighellonando gli affarucci che si trovano, dirò così, in istato d’incubazione. C’è una famigliola che si vorrebbe disfare di un gioiello, di un quadro, di un mobile? Ed egli galoppa diritto dal rigattiere e gli susurra all’orecchio: “Eh, ci sarebbe il tale oggetto da vendere!” Sa che un proprietario, un pigionale, un negoziante vuol fare eseguire alcuni restauri alla sua casa, al suo quartiere, alla sua bottega? Corre dal cottimista, dal capomastro, magari dal muratore, e gli mormora sotto i buchi del naso: “Eh, c’è un lavoro da fare!” Trova un mercante di campagna, un fittaiuolo, che ha disponibile una partita di grano, di legna da ardere, di fichi secchi? E vola dal sensale e gli grida levando alte le braccia e gli occhi al cielo: “Magnifico affare! magnifico affare!” E se il magnifico affare viene conchiuso, o il restauro eseguito, o l’oggetto comprato, stende la mano e raccoglie nel palmo il “caffè”.
Voi lo vedete, là, ad un canto di Piazza del Teatro o a girondolare nei caffè, unto, bisunto, col cappello sfondato, la camicia sudicia, la cravatta cenciosa, il panciotto assente, la giacca a rappezzi, i pantaloni a frange, le scarpe a crepacci... aspettare in agguato l’“affare” che passa.
Justus

da “L’inevitabile” del 17 ottobre 1883

L’UDI e la “rivoluzione permanente” delle donne (di Aldo Natoli)

Nel volume Udi: laboratorio politico delle donne (edizioni Libera Stampa Cooperativa, pagg. 481, lire 30.000) Maria Michetti, Margherita Repetto e Luciana Viviani ci forniscono "idee e materiali per una storia" della più grande organizzazione delle donne italiane di sinistra in questo dopoguerra. Si tratta, in realtà, di una vera e propria storia, anche se ricostruita, attraverso documenti e saggi analitici, dall'angolo visuale del gruppo dirigente. Osservando il quadro che ne risulta, è lecito dire che il movimento delle donne costituisce una componente essenziale della storia di quegli anni; comunque, una sfida consistente a chi volesse scriverne un'altra da un punto di vista "maschile". Questa considerazione può servire a dare un'idea della dimensione reale del ruolo svolto dall'Udi nel nostro recente passato. E' di Gramsci l'affermazione che "scrivere la storia di un partito significa scrivere la storia generale di un paese"; ora, non c'è alcuna esagerazione in questo caso se, rovesciandola, dicessimo che non si può scrivere la storia d'Italia in questo quarantennio senza tenere nel dovuto conto quella del movimento delle donne organizzato dall'Udi.
Può darsi che nella strategia dei dirigenti della sinistra (Togliatti, anzitutto) la fondazione dell'Udi, sullo scorcio del 1944, fosse un caso particolare (ma rilevante) di quella apertura di massa che mirava ad affrontare una lunga guerra di posizione e che portò alla invenzione, appunto, del "partito di massa": mutazione, più che variante, del partito di tradizione leninista. Ma il campo assegnato all'Udi era talmente vasto ("la democrazia ha bisogno della donna, la donna della democrazia", disse Togliatti) che anche la fisionomia della organizzazione "cinghia di trasmissione" fra il partito e le masse più lontane (concezione di Stalin più che di Lenin) poteva essere stravolta e riplasmata dalla pratica politica creativa, quando questa si avventurava ad esplorare per la prima volta la metà rimasta oscura della società italiana. E se così non fu, o non lo fu abbastanza (il gruppo dirigente dell' Udi ne discuterà criticamente già nel 1953), ciò fu dovuto al concorrere di tanti fattori, che si può ben dubitare dell'inevitabilità storica di quel limite. Non converrà dimenticare, certo, che quelli fra il 1947 e il 1953 furono gli anni in cui la sinistra giocò una partita decisiva per la vita e per la morte. Se sopravvisse, subì tuttavia perdite gravi (arroccamento e dipendenza strategica, "quadrato" nella sfera politica, ritirata e perdita di collegamenti nella sfera sociale, impoverimento culturale), che si risentiranno nel decennio successivo. Come poteva l'organizzazione di massa delle donne non rimanere compressa, appiattita forse, in quella stretta?
Eppure l'Udi iniziò la propria riflessione critica già nel '53; i sindacati lo faranno solo nel '55, dopo la sconfitta alla Fiat; il Pci non lo farà (e lo farà in maniera distorta dai terremoti intervenuti nell'Urss) prima della seconda metà del '56. Dunque si potrebbe perfino sostenere (le autrici non lo fanno) che nel gruppo dirigente delle donne vi fu, precocemente, la coscienza di un limite che era allora di tutta la sinistra: una insufficiente capacità di autonomia, intesa non come pura e semplice eterodipendenza, ma come insufficienza nell'analisi della realtà di quegli anni e nell'impegno intelligente per trasformarla: sia pure, s'intende, entro gli orizzonti delimitati da Togliatti (che, del resto, erano molto vasti)...
Non si dimentichi, inoltre, che - come i sindacati, del resto - l'organizzazione di massa delle donne era sorta dall'alto, senza gestazione e senza retroterra, e quindi non poteva riallacciarsi a nessuna storia reale, fosse anche per mutarla, come aveva fatto Togliatti per il partito. In questo volume si ritorna più volte sul difetto di memoria storica rispetto al femminismo italiano sul volgere del secolo. Anche altri lo ha fatto. Ma si tratta di un punto di vista discutibile; questo riferimento non è forse una ricerca di paternità (mi scuso, di maternità) un po' meccanica e convenzionale? Fatti i conti con l'innegabile interruzione nella trasmissione dell'informazione e con la censura tipica, su questo tema, nella tradizione del movimento operaio, che cosa poteva offrire la predicazione di isolatissime avanguardie della fine-principio del secolo al primo tentativo di organizzazione delle masse femminili, nella seconda metà degli anni Quaranta, sulle rovine lasciate dalla guerra? Lo scetticismo con cui risponderei a questa domanda sarà certamente maschile, ma esso corrisponde alla mia convinzione che, come la rivoluzione proletaria ha espresso un certo livello storico della coscienza della società e della classe, così il femminismo, per divenire un' idea-forza di massa, doveva nascere e fiorire da una storia, da un'esperienza, anzi da una ricchezza di esperienze vissute e sofferte e, attraverso la sofferenza, cresciute nella coscienza. Non si parte dal femminismo: ci si arriva, o meglio, ci si può arrivare.
In questo senso, la storia dell'Udi, così come viene ricostruita, fra documenti e riflessioni, in questo volume, è la straordinaria vicenda della crescita lenta, contraddittoria, infinitamente dolorosa, mai irreversibile, della consapevolezza di una inferiorità ingiusta ed umiliante, imposta alle donne dalla storia, cioè dalla società e dalle istituzioni costruite dagli uomini; consapevolezza che giungerà al più alto livello di lucidità quando saprà rispecchiare se stessa (autocoscienza, soggettività) e scoprire la radice della propria alienazione nella privatezza (non puramente naturale, ma anch'essa storica: penso a un celebre passo di Marx nei Manoscritti del 1844) del rapporto uomo-donna, nel suo essere inquinato dall' archetipo padrone-servo, da ruoli e gerarchie sociali, morale e pregiudizi conformi.
Non c'è alcuna linearità nel pluridecennale percorso dell'Udi, dalla emancipazione alla liberazione; talora - dalla seconda metà degli anni Cinquanta alla prima metà degli anni Sessanta - essa sembra trasportata sulla cresta delle profonde trasformazioni in corso nell' economia e nella società. Ma, ancora una volta, non è senza interesse notare quanto la presa di coscienza nel gruppo dirigente dell'Udi sia precoce rispetto ai "ritardi" della sfera politica, sia di governo che di opposizione. L'Udi cerca, e comincia a trovare la propria autonomia pur entro una tematica tipica del movimento operaio, il lavoro come mezzo di emancipazione della donna: una via obbligata sul volgere degli anni Cinquanta, ma ricca di risultati immediatamente positivi, anche se parziali (riformistici, si dirà più tardi). Ma essa sviluppa anche l'approccio a una questione più intrinseca alla propria natura di organizzazione delle donne: il rapporto donna-famiglia, il lavoro originariamente sfruttato delle casalinghe, sia nelle città che nelle campagne. Un tema apparentemente più "arretrato", ma straordinariamente più vicino alla radice dell' inferiorità organica della donna, perché scava inconsapevolmente e ancora alla cieca nei recessi del privato.
C'è però un velo impenetrabile, ancora, che annebbia la presa di coscienza e che non sarà superato. L'obiettivo della pensione alle casalinghe, oltre che deludente, per la cinica manipolazione che ne faranno le istituzioni, sarà anche mistificante, fuorviante; la via maestra per uscire dal ghetto familiare resterà il lavoro e, naturalmente, la creazione di una rete di servizi sociali. Vi è una crisi politica dell'Udi negli anni del centro-sinistra: contesa fra socialisti e comunisti, oscillante fra governo e opposizione, giungerà vicina alla "paralisi". Ma sarà proprio in questo periodo (giugno 1963) che l'Udi si svincolerà dalla disciplina monolitica della Federazione internazionale delle donne, governata da Mosca. Uno strappo anche qui precoce, si direbbe, che provocò frizioni almeno con una parte del gruppo dirigente del Pci. Su questo versante si aprì un' incrinatura destinata ad approfondirsi senza ritorno. L'autonomia dell'Udi si rafforzerà progressivamente con il crescere della consapevolezza dello "specifico" femminile, con il suo esprimersi in obiettivi, forme di organizzazione e metodi di lotta sempre più lontani dal quadro moderato, politicamente sovramediato, della linea del Pci. Già nel 1964 l'Udi giunge alla scoperta della radice maschile della violenza; ma la sua "paralisi" le impedirà di essere fra i protagonisti della contestazione del ' 68.
Solo più tardi ne coglierà e maturerà i frutti, quando, negli anni Settanta, darà contributi di primo piano, non senza affrontare aspre lotte interne, alla lotta per la conquista delle leggi sul divorzio e sull'aborto e alla vittoria sulla controffensiva reazionaria. Una lunga "anabasi" e, nel corso di essa, una lotta contro la sclerosi e il burocratismo, un risveglio di coscienze, uno stimolo a una civile ribellione. Una sorta di "rivoluzione permamente", un capitolo che non era stato ancora scritto della storia d'Italia degli ultimi quarant' anni. Un capitolo - forse è inutile dirlo - tutt' altro che chiuso.

“la Repubblica”, 26 marzo 1985

24.2.14

La poesia del lunedì. Maria Liscio De Lauretis

LO ZIGOLO
Poi il sole gira
e giunge sul balcone
presso al tramonto Allora
la stanza si fa di luce
e tu dici che marzo
sta davvero portando primavera
e ti consoli
pensando a quelli
che può fare felici (il verso
dello zigolo là fuori
non è solo richiamo)

Da I poeti del Merendacolo. L’odore dei limoni, Guerra Edizioni, 1994

Gallino: il più grande fenomeno di irresponsabilità sociale (di Adelino Zanini)

Recensione a Luciano Gallino Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa Einaudi, Torino 2013
Un titolo è solo un titolo, ma a volte dice molto. Non si esagera, chiede l’autore stesso, quando si definisce “colpo di stato” il potere che la finanza ha assunto, sia pure in misura crescente, nei confronti dei governi dell’Unione Europea? Inoltre: le responsabilità ricadono solo sulla prima o anche i secondi hanno cooperato in tal senso? E se la risposta a quest’ultima domanda fosse affermativa, si è trattato di mero errore, di un cedimento da parte dei governi medesimi, oppure “proprio di un colpo di stato concretatosi nell’espropriazione subitanea e categorica delle prerogative di cittadini e Parlamenti, effettuato solidarmente dalle banche e dai governi con la regia del Consiglio europeo e l’appoggio della Troika di Bruxelles?”.
La crisi economica da anni in atto non è casuale, né “naturale”, afferma Gallino: ha radici istituzionali e conseguenze sociali che non possono non incidere sulla democraticità degli scenari politici. Alla base di tale crisi vi è la stagnazione dell’accumulazione di capitali, già evidente negli Stati Uniti e in Europa negli anni settanta del secolo scorso. Stagnazione dell’economia reale e accumulazione finanziaria vanno lette perciò insieme (ed è per questo improprio interpretare la crisi come un evento relativamente recente, sorto dapprima negli Stati Uniti e poi allargatosi all’Unione Europea): “Paradossalmente – scrive l’autore –, un livello crescente per decenni di finanziarizzazione dell’economia a scapito dell’economia produttiva ha finito per convertirsi, a fronte del rallentamento della domanda di beni e servizi, e dei flussi di cassa che da essi si attendono, in un’ulteriore spinta alla finanziarizzazione”.
Ciò ha via via intaccato gli istituti della democrazia sociale, favorito il potere di penetrazione delle attività finanziarie, la produzione di denaro fittizio e, quindi, un’ampia socializzazione dei rischi. I “derivati” altro non sono che la forma più esplicita di questa socializzazione, non relati ad alcuna produzione di beni o servizi e in quanto tali equivalenti di fatto a tagliandi di una lotteria; capaci, ad esempio negli Stati Uniti, di far svanire in un attimo le speranze riposte in un ragionevolmente tranquillo ritiro dal lavoro. A essi è da aggiungersi la creazione illimitata di denaro prodotto da istituti privati (banche, in primis) mediante la concessione di credito, la predisposizione di titoli, l’operare della finanza ombra. E se è vero che il potere di creare denaro, privilegio fondamentale di uno stato sovrano, ha da sempre caratterizzato l’operare delle banche (moneta creditizia), l’averlo
interamente demandato a esse e a istituzioni economiche sovranazionali prive di responsabilità dirette ha determinato la perdita di controllo sulla creazione di liquidità e il conseguente venir meno dell’efficacia dell’intervento anticiclico in ambito economico (nazionale).
A tale venir meno hanno fatto seguito il costituirsi di un “complesso politico-finanziario” di nuovo conio e la palese dimostrazione di quello che Gallino definisce “il più grande fenomeno di irresponsabilità sociale”, all’interno del quale vi sono ovviamente vittime e attori. Le prime sono i discendenti diretti della classe lavoratrice e dei ceti medi, in genere, i quali, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, sono stati penalizzati dalla stagnazione dei salari. Dei secondi colpisce anzitutto l’esiguità numerica, quantunque possa essere utile, in termini analitici, un’ulteriore distinzione tra chi (macroattori finanziari) ha direttamente manovrato le leve e coloro che ne hanno semplicemente tratto beneficio (senz’essere per questo esenti da responsabilità morali). Tali attori non hanno pagato costo alcuno per il loro operato e, grazie alla complicità delle principali istituzioni
economiche sovranazionali (la volontà delle quali ricade in via diretta sulle istituzioni nazionali, il cui agire conta ormai ben poco rispetto al governo della liquidità), hanno scaricato i costi della loro condotta sulle vittime stesse. Si tratta peraltro di costi che solamente in parte sono rappresentati dagli effetti immediati dei salvataggi; in misura ben maggiore, e tale da compromettere non solo il presente ma anche la sicurezza delle generazioni future, si tratta delle politiche strutturali di austerità, spintesi, ad esempio, sino a cancellare buona parte del cosiddetto modello sociale europeo. In tal senso, il progetto politico soggiacente al colpo di stato menzionato non consiste solo nel perseguimento di un generico dominio di classe, ma anche e soprattutto nella consequenziale privatizzazione dei sistemi europei di protezione sociale, al fine di dirottare verso il settore privato il bilancio di cui dispongono quei medesimi sistemi pubblici e che consta del 25 per cento del Pil dell’Unione Europea.
Cifre alla mano, dietro allo smantellamento del welfare non vi è quindi alcuna ragionata necessità di pareggio dei bilanci pubblici (disastrati, sì, ma per altri tipi d’intervento); vi è invece un progetto politico ed economico inteso a ricondurre nello spazio del mercato quanto non vi apparteneva (o vi si era sinora sottratto), mercificando i diversi elementi che contribuiscono alla protezione sociale e convertendo “una crisi nata principalmente dalla redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, in una distribuzione dei costi della crisi dall’alto verso il basso”.
Ciò che sarebbe stato molto più difficile da realizzarsi se un intero apparato ideologico non avesse cooperato a sostegno del credo neoliberale, attribuendo a organizzazioni internazionali che non godono di alcuna legittimazione democratica il privilegio di dettare, in accordo con il Consiglio europeo, “i rimedi per uscire dalla crisi, come se questa fosse stata causata da un eccesso di spesa sociale”. 
Un tale credo, del resto, ha informato da subito il Trattato sull’Unione Europea. A ragione perciò Gallino vi insiste in quelle che sono le pagine migliori del suo lavoro. Ma tra i pregi del libro è da segnalare anche la tensione morale fortissima che lo attraversa e che traspare ove l’autore delinea gli attacchi portati alla democrazia in Europa. Di qui la rivendicazione del primato dell’occupazione sulle altrimenti vane politiche per la crescita; della piena occupazione come fine e del lavoro come diritto; di nuovi modelli produttivi attenti alla crisi ecologica; in breve, l’esigenza, tenacemente affermata, di una riforma radicale, che riconduca la finanza al servizio dell’economia reale. Senza una tale riforma, all’autore non sembra infatti possibile individuare una via d’uscita dalla crisi attuale, né escludere un collasso sistemico ancor più grave di quello in atto. Asserzioni “ragionevoli”, da cui la discussione potrebbe partire, per approfondire, proprio e soprattutto, la distinzione – da altri definita “novecentesca” e quindi esplicativamente non più efficace – tra economia reale ed economia finanziaria: ciò che nell’accurata ricerca di Gallino rappresenta uno spartiacque.

"L'Indice dei libri del mese", gennaio 2014

Così ridevano in Lombardia. Barzellette dell'Ottocento

Antonio Ghislanzoni (1824 – 1893) fu un poeta, librettista, scrittore e baritono lombardo vicino alla Scapigliatura democratica, ardente nel suo anticlericalismo e nel suo odio per le consorterie politiche e notabilari, con una forte vocazione per l’umorismo.  La sezione “Album” del Libro allegro, edito a Milano nel 1878, altro non è che una raccolta di barzellette. Ho selezionato da lì alcune amene storielle. (S.L.L.)

Dopo la recita
La folla esce dal teatro. - Si ode uno strillo di donna. - Un signore pallido d'ira si volge ad un giovane che gli sta dietro e lo apostrofa vivamente.
Intervengono i questurini.
- Che è stato?..
- Questo mascalzone ha osato pizzicare mia moglie in certo luogo....
L'accusato diventa rosso, non sa come scusarsi, poi, volendo in qualche modo attenuare la sua colpa: «Signori, esclama con voce commossa, li prego di perdonarmi, io sono pizzicagnolo di professione.

Nel vicolo di San Fedele
Un accattone stende la mano ad un agente di borsa chiedendogli per l'amor di Dio la elemosina di un soldo.
L'agente gli getta nel cappello due monete di rame, dicendogli: - Prendi, per questa volta; ma ricordati che il pane ciascuno ha l'obbligo di guadagnarselo col sudore della fronte.
- Che vuole? risponde l'accattone intascando la moneta; ho la traspirazione difficile.

Al caffè Biffi
Stamattina, ho fatto colazione al caffè Biffi col dentista B.
Entrano due provinciali, un uomo in sulla cinquantina e una signora di mezza età. - Vanno a sedere al tavolino che ci sta di fronte e si fanno servire una frittura di cervella.
- Come si abbigliano goffamente certe donne di provincia! dico sottovoce all'amico, volendo alludere alla signora testè entrata.
- E dire che tanto il signore come la signora debbon esser persone assai ricche....
- A giudicarne dall'esteriore, non parrebbe....
- L'esteriore inganna, risponde l'amico - vedi!... solamente nella bocca quei due tengono un capitale di circa quattrocento lire in denti rimessi.

In osteria
Un vedovo, tornando dal cimitero dove è andato a deporre una corona sulla tomba della moglie, incontra un vecchio amico di casa.
- Andiamo a berne una bottiglia in compagnia, dice l'amico vedendo che l'altro ha gli occhi rossi - ti farà bene....
Entrano in una osteria - vuotano una bottiglia.... poi un'altra.... poi un'altra. - E, il vedovo, riparlando della cara consorte, si scioglie in pianti e singhiozzi.
- Ma via! datti pace! - dice l'amico - alla fine....
- Tu la conoscevi, non è vero?... Tu sai quanto era bella....
- Diamine! ero sempre in tua casa....
- Tu sai quanto era buona e spiritosa; ma non puoi sapere quanto ella fosse amabile ed espansiva in certi momenti....
- Eh! so anche questo.... so anche questo! esclama l'altro....
E ricominciarono a piangere tutti e due, vuotando una quarta bottiglia.

La pulce nell’orecchio
In una festa da ballo di famiglia, ho raccolto il seguente dialogo:
- Sai, Edmondo; mio padre vorrebbe che io sposassi quel brutto coso, che poco fa ha ballato con me la galoppe.... Lo dicono tanto ricco.... tanto ricco....
- Ricco!... Ma se ha sciupato tutto il suo patrimonio!... Ma se non ha più un soldo!... Ma se è pieno di debiti sino ai solini!... Lascia fare, Carolina.... Io troverò il modo di informare tuo padre.... C'è qui una persona, un suo amico, che questa sera istessa comincierà a mettergli una pulce nell'orecchio...
- Ma l'avrà, poi?...
- Che cosa?
- La pulce....
- Diceva.... per modo di dire....
- Perché.... in caso di bisogno... io sento d'averne una dentro una calzetta....

Annibale
Annibale B.... è famoso pe' suoi lapsus linguæ.
Un giorno, parlando della Sicilia, gli scappò detto: «quest'isola tempo fa era unita al continente, ma poi ne fu staccata in seguito ad uno spaventevole cataplasma».
Un'altra volta, descrivendo un palazzo: ciò che più si ammira, diceva, è il balcone di mezzo, sostenuto da due magnifiche cantaridi....
E parlando di una sua villa: «La posizione del giardino non potrebbe essere più amena - si vedono tutti i colli della Brianza, il Resegone di Lecco e buona parte delle Alpi eretiche».
I parenti si congratulavano con lui per la nascita del suo terzogenito. - Grazie! grazie! rispose - ma mi pare che mia moglie cominci a diventare troppo prolissa.
Un amico gli chiese un giorno di qual modo riuscisse a conservare i denti sempre nitidi e bianchi. - Me li scialacquo mattina e sera con acqua e aceto.

Missionari. Gli anarchici e la “modernizzazione dal basso” (Claudio Venza)

Recensione a Gianfranco Ragona, Anarchismo, le idee e il movimento, Laterza, 2013 
La chiarezza espositiva sembra quella di un manuale per studenti universitari di materie umanistiche. In realtà qu este pagine presentano efficacemente le radici storiche e le evoluzioni di un movimento politico e antipolitico allo stesso tempo. Ricorda Ragona che l’anarchismo ha cercato di coniugare al massimo, anche oltrepassando il limite dell’utopia, la difficile, se non impossibile, coerenza tra mezzi e fini.
Tra gli autori “preanarchici” si è scelto Étienne de La Boétie, pensatore ancora poco conosciuto, che denunciò un “vizio mostruoso” in Discorso sulla servitù volontaria (redatto nel 1549 e pubblicato nel 1576). Egli rifletteva infatti su un nodo caratteristico della successiva critica anarchica: il legame oscuro tra dominatori e dominati. Questi ultimi erano responsabili, in parte, della propria dipendenza. Le origini dell’anarchismo, inteso come un insieme di teorie e di pratiche, una fusione di pensiero e lotte, ideali ed esperienze (l’ispirazione proviene da Nico Berti, un analista disincantato), vanno comunque ricondotte alla modernità. Ciò vale, se non altro, per il processo di secolarizzazione della società che, dall’Illuminismo in poi, ha combattuto ogni superstizione ultraterrena per affidare il destino agli stessi esseri umani.
Ragona descrive efficacemente le principali fasi attraversate dal movimento libertario, dall’iniziale insurrezionalismo bakuniniano all’inserimento nelle lotte sindacali a cavallo dei due secoli, dall’anarco-comunismo di Piotr Kropotkin, e poi di Errico Malatesta, all’antifascismo d’azione che trova il culmine nella Spagna del 1936. Dell’esperienza spagnola precedente alla guerra civile l’autore dà un’immagine anticonvenzionale, opposta a quella di Eric Hobsbawn. Mentre lo storico inglese, con ampio seguito anche nella storiografia italiana, descriveva gli anarchici spagnoli come primitivi e arretrati, qui si interpreta il loro ruolo come un tentativo di “modernizzazione dal basso” di una società immobilista controllata da latifondisti, esercito e chiesa cattolica.
Già dalla Prima Internazionale i militanti, oltre che alle proteste violente, si dedicavano ad alfabetizzare le classi popolari, sia rurali sia cittadine. Tale acculturazione consisteva nell’autoformazione in scuole e circoli (Ateneos Libertarios). Alle organizzazioni sindacali si affiancavano quindi gruppi di maestri, quasi missionari della laicità e della critica rivoluzionaria. L’autore trova una certa analogia, sul terreno dell’educazione popolare, con le teorie di descolarizzazione sostenute da Ivan Illich, “prete cattolico non convenzionale”, una specie di simpatizzante, come il cristiano Emmanuel Mounier o il poeta alternativo Hakim Bey. In effetti Ragona ritiene che pulsioni antiautoritarie si ritrovino in molti ambienti radicali orientati a valorizzare pratiche libertarie di organizzazione senza delega. Dopo la tragica fine della guerra civile spagnola, il movimento avrebbe però abbandonato la classica esaltazione dell’atto rivoluzionario, sempre più improbabile, per agire su terreni più praticabili. Da qui parte lo sviluppo dell’impegno artistico, educativo e culturale in genere.
Il libro di Ragona è allora un’ottima introduzione all’anarchismo, che, al contrario di molte comode previsioni, si ripresenta oggi con evidenza sullo scenario dei conflitti sociali.

In “L’Indice dei libri del mese”, Gennaio 2014

23.2.14

Il caviale e la marmellata (di Franco Fortini)

Nel 1955, salendo un aereo Mosca-Helsinki, l’interprete sovietico mi dette, perché lo mangiassi in viaggio sull’elegante aereo svedese, un pacco di carta gialla da droghiere che avvolgeva due grosse fette di pane gonfie di burro e caviale. Erano molto simili alle fette delle merende materne. Oggi, probabilmente, i sovietici si vergognerebbero di quella rozza presentazione. E invece: il prezioso caviale trattato come fosse marmellata di fichi, questo è il modo giusto di trattare la cultura.


da Da un diario inesistente (all’interno di una lettera datata 1969) in "Linea d’ombra", N.1, marzo1983 

Ma esisteva Vittorini? (di Franco Fortini)

Una rievocazione del 1986, in qualche passaggio difficile, perché difficile è talora lo stile “alto” di Fortini; e tuttavia intensa e vera, tale da stimolare domande in serie: “Ma sono mai esistiti Fortini, Vittorini, Calvino e tutti gli altri? E perché nulla è rimasto di loro? Non hanno lasciato nulla o abbiamo sperperato tutto?”. (S.L.L.)

“Uno degli anni in cui noi uomini d’oggi si era ragazzi o bambini…”. Con questo “c’era una volta” comincia l’ultima opera, postuma, di Vittorini Le città del mondo. E vuol dire nell’infanzia del mondo e in quella nostra. È un universo adamitico, Sicilia che un Icaro sorvola, veduta celestiale dal “Balcone delle Madonie”. Sono proprio queste o altre simili pagine di Vittorini, lucidi idillii piscatorii o favole silvestri, a farci intendere quale spietata metamorfosi il secolo abbia apparecchiata a tutti noi, non solo a quel poeta bucolico.
Negli anni Venti e Trenta, più vicino agli ermetici, Bilenchi cercava un suo nudo disegno attonito. Vittorini, come certamente Montale, dai divieti del Ventennio trovava fomento ad un uso dei simboli, delle mitologie delle origini e dei poteri tellúrici o magici, quali aveva letti in Lawrence e in tanti altri inglesi, anche più che negli americani, che tutti sempre rammentano. Di quelle contaminazioni culturali, avventurose e spesso rovinose per gli autodidatti, elaborò il suo miele. Ma, per riuscirvi, ebbe bisogno di strafare; tanto col faticoso sistema di iterazioni ed ecolalie che fu la più riconoscibile delle sue sigle, quanto col manierismo sottilissimo del suo maggiore esito; che, poco ascoltata, Maria Corti aveva fin dal 1974 indicato proprio in Le città del mondo.
Come i suoi amati arabi o l’Ariosto o gli spagnoli d’oro o il Marino, sbagliando, errando, riesce fino a verdi radure luminosissime dove si ode il canto delle fenìci. Mentre sono piuttosto le figure e le situazioni da Garofano a Sempione a Erica a Le donne di Messina e La Garibaldina, a parere oggi più remote di quanto non sarebbero ad una lettura meno prevenuta. Fa eccezione il nero meteorite psichico di Conversazione proprio pochi giorni or sono ripubblicata da Rizzoli con disegni di Guttuso, e al centro di un convegno che si svolge a Viareggio l’1 e il 2 febbraio.
Per parte mia credo che la sua opera abbia raggiunto vittoria solo in due momenti, opposti fra loro. Il primo è quello lirico, che si suddivide a sua volta in due parti, tenebrosa la prima (discesa alle Madri, di Conversazione), lucente la seconda (e rapita di stupefazione onirica, in Le città), l’altro è un libro a torto ritenuto macchinazione propagandistica, errore e fallimento: Uomini e no. Intendo, nella sua prima versione, 1945. Unico fra i lettori e i critici italiani, Noventa vide fin da allora che Vittorini si sporgeva in quel libro al di là di sé medesimo, in una situazione “russa”, dove l’episodio resistenziale e terroristico è, a un tempo, tutto convenzionale ma anche tutto – oggi lo sappiamo bene – profetico. Berta è il solo personaggio vittoriniano che (in termini non ignoti a un Cernicevskij) contesti radicalmente, con pochissimi gesti e parole, l’eroicismo letterario dell’autore. Pragmatismo e comportamentismo che per poco più di un decennio egli aveva potuto credere marxistico avevano reso Vittorini (e il suo sosia) diffidente di ogni comunicazione soprattutto verbale. Ed è invece a parole che Berta vuole chiarire la sua situazione di donna di due uomini; dove la parola non è in funzione di letteratura o di melodia ma di scelte etiche. Enne Due, posto di fronte a una donna che è anche linguaggio comunicativo, fugge allora verso l’infanzia, manca il rapporto erotico; e la sua volontà di purezza e tensione, verginale e asessuata, si rovescia in virilismo e durezza.
Lo straordinario esito del libro, nel suo apparente scacco romanzesco, è di darci uno dei più inattesi e profondi autoritratti dell’autore (e di molti, di allora e di oggi), del suo arcangelismo, segnato da una crepa o ferita occulta che gli amici avvertirono sotto l’apparenza integra di Elio. Tanto che Vittorini è tornato ad apparire loro in sogno o visione e sempre come figura di profilo o di fuga; a segno da farli dubitare avesse mai avuta realtà.
Ci siamo urtati, spesso e a lungo, caratteri irreconciliabili. Lui “contatto passionale con le cose”, come scrisse, e col particolare e il concreto, io, con l’astratto, il negativo, e l’invisibile. Non mancò chi speculasse su quei contrasti, attizzandoli. Distanti, ne abbiamo sofferto. Ma Elio non aveva dimenticato, né io, il primo quinquennio del dopoguerra. Dopo di allora gli ho sentito pronunciare parole cattive (anche contro di me); meschine mai. Sfavillava d’ira contro i pedanti, i professori, gli esangui. Odiava tenebre e pietà... Una volta, ammalato, in casa sua (penombra, un letto basso) disse, con quel suo affetto irato: “In punto di morte vorrei ancora guardare laggiù, dalla finestra” – e verso le persiane voltava di scatto la mascella e la gran bocca saracena, immobili le spalle e le mani piantate sul lenzuolo.
Nome e opera di Vittorini dimorano oggi nella medesima luce d’eclisse che già aveva avvilito Pavese. E, credo, per le medesime ragioni; pessime ma irresistibili. Che il suo nome non torni mai se non per ironia sulle pagine dei nostri attuali maestri del non–pensiero non dovrebbe però troppo deporre a suo favore: quel che è mutato è proprio quel che egli perseguì con maggiore coerenza e cioè l’idea di una letteratura vivente che avesse il compito di evitare l’invecchiamento del mondo. Si è adempiuto uno dei voti di Asor Rosa: che la letteratura smettesse di pretendere di essere tutto, augurandosi proprio per questo di poter essere qualcosa. E lo è, infatti, quanto basta perché si sorrida come di ingenui ragazzi di coloro che ancora venti o trenta anni fa, pensavano di poter dire, nella tradizione romantica rianimata dalle avanguardie, qualcosa sulle “verità ultime” nelle forme della lingua nazionale
Certo, se torno a leggere i tormentosi appunti che una pietà forse ingiusta di studiosi e di amici volle pubblicare poco più di venti mesi dopo la morte di Vittorini, col titolo di Le due tensioni, ritrovo lo scoramento che me ne venne allora, di fronte a quell’ininterrotto accumulo di affermazioni esasperate e di razionalizzazioni incalzanti, dove si leggeva il meglio e il peggio della sua intelligenza. Il peggio, che era presunzione di onnipotenza intellettuale; il meglio, che era fede in valori verificabili potenzialmente da tutti. Da quel peggio gli era sempre venuta la scarsissima attenzione a idee che, contraddicendolo, richiedessero alla sua mente la pazienza, virtù a lui sempre nemica, e quindi la orgogliosa disperazione del rovello autocritico, fatta di rovesciamenti radicali e perciò infruttuosi.
Da quel meglio traeva invece una sovrabbondante passione per i moti innovatori degli individui e della storia che, nella oratoria della sua prosa saggistica, non si dispiegava soltanto ma coraggiosamente proponeva a modello di un possibile altro; e comune linguaggio della comunicazione, di un “volgare” di genti liberate. Diario in pubblico, titolo perfetto, fu l’ultimo gesto di scrittura italiana rivolto in quella direzione, dove si cercasse ancora equilibrio fra il narcisismo della letteratura che parla di se stesso e l’altruismo di un linguaggio che si vuole di relazione. L’ultimo; perché se Vittorini aveva saputo superare e conservare l’estetismo della sua educazione nell’ampiezza di una letteratura internazionale di grandi miti e di catastrofi atroci e generose, non aveva retto ai trionfi del nuovo Capitale, nella cui “scienza” aveva pur continuato a credere fino alla fine.
Era infatti un “progressista”; e le contraddizioni del progresso lo ammutolirono. Lavorava ancora al progetto d’una rivista internazionale quando s’accorse che l’età dei viaggi, ossia del suo più amato mito e simbolo, era finita. Volse in odio l’amore per la propria giovinezza. Delirò di industria come luogo della ricerca innovatrice e rivoluzionaria. Eppure nel suo ospedale, poco prima della morte, lette le accuse di populismo rivolte alla sua opera passata, lo sentii rivendicare, da amico quale era, le radici della propria e mia natura e difenderle da quelle che vedeva come imminenti esaltazioni tecnocratiche.
Chissà che anno era. Forse la prima manifestazione di studenti attaccata dalla polizia. Contro la Spagna di Franco. Una carica, alcuni arresti. Con altri vidi Vittorini venire avanti; sceso dalla sua casa di via Gorizia. Non gli andai incontro, anzi mi allontanai. Due carabinieri mi fermano e fra di loro, come Pinocchio, mi avvio al cellulare. La strada sgombra sotto le lampade; la folla, in un silenzio improvviso, premuta sui marciapiedi. Alta, gridando, la voce di Elio: “Arrestate anche me, sono uno degli organizzatori!”. Detto fatto. Agguantano anche lui ed eccoci fra i giovani arrestati. Il giorno dopo lasciai alla portineria di Elio un esemplare della prima edizione italiana dei Miserabili, con un biglietto, per farlo ridere, alla pagina celebre “Ci sono anch’io”, quando la guardia nazionale fucila gli insorti.
Siamo stati insieme, in questo senso, molto a lungo, fino al comune modo di vivere il XX Congresso sovietico e l’Ungheria del 1956, fino alle comuni amicizie francesi negli anni d’Algeria, 1958-1960, e fino a quella mattina dell’ottobre del ’62, crisi di Cuba, quando ognuno con i propri fiori in braccio, ci si incontrò nel punto dove la sera prima una camionetta della Celere aveva ammazzato il suo primo studente, Ardizzone. Bisogna rileggere le prose non narrative di Vittorini per capire che cos’è, quando c’è, il coraggio mentale. E dovessi rispondere a un giovane “Leggi Diario in pubblico”, direi, “tutto”.

“L’Espresso”, 2 febbraio 1986

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