29.5.14

Settarismo (S.L.L.)

Non sono mai stato settario. 
Nell'estate del 69 ero a Spadafora, a fare da trainer per gli esami di maturità a mio fratello Vittorio. Un pomeriggio Pippo Onnis, che con la sua 850 tornava da Messina a Palermo per la Statale che allora attraversava i paesi, mi sorprese al tavolino di un bar mentre, insieme a un attempato signore, sorbivo una granita di limone. A Palermo raccontò che stavo a chiacchierare coi fascisti, quel falso! 
In realtà l'uomo, funzionario in pensione, viceprefetto credo, era addirittura un po' antifascista. Era monarchico, per la monarchia costituzionale. Ed io mi mostravo conscio delle sue ragioni: "Capisco. Se il capo dello Stato deve fare l'arbitro è bene che si formi fuori dalla mischia politica, al di sopra delle parti. Non si scelgono gli arbitri tra i dirigenti delle squadre di calcio". 
Ma alla fine aggiungevo una stilettata: "Dottore, ma se l'arbitro è cretino? e, per giunta, cornuto?".

Cannucce (S.L.L.)

Ci fu un tempo in cui la Coca Cola, considerata una "americanata" e ordinata di rado, veniva rigorosamente servita in bicchiere, con una fettina di limone. 
Poi arrivarono le cannucce di paglia che s'infilavano nel collo delle bottigliette. 
Da allora il mondo cominciò ad andare in malora.

L'antitesi "Molla v/s Dura" (S.L.L.)

Grillo. Una foto di Dani Purcaru
Non pensate a cose "vastase", all'intostarsi e all'afflosciarsi delle francesche. L'antitesi m'è venuta in mente cinque minuti fa quando, irridente, la mamma mi comunicava che "Grillo non molla" e io ho pensato non senza speranza: "Grillo non dura".

Sulle palpebre chiuse. Una poesia di Luigi Fiorentino (Mazzara del Vallo 1913 – Trieste 1981)

Come rossa è la luna nella sera
e come avvampa tra le rocce il fiore,
così il tuo viso se tremando mormoro
sulle palpebre chiuse le parole
care. O cara, fiammeggiano i ricordi.
E quel grillo che lima in qualche parte
il suo strillo, ci reca in altro luogo
e in altro tempo: fuochi bianchi, spersi
e ritrovati sotto questo azzurro
che t’incanta e m’incanta, e ci fa lievi.


Da Ricordo di Grecia, Maia, Siena, 1960

28.5.14

Io e l'LSD. Un viaggio ad Hollywood (Cary Grant)

Quello che segue è uno stralcio dell'ultimo capitolo dell'autobiografia di Cary Grant tradotto e pubblicato da “alias”, il supplemento del “manifesto”. L'attore racconta come l'LSD, utilizzato sotto controllo psichiatrico, lo abbia liberato da paure, pregiudizi e ipocrisie. (S.L.L.)

Incapaci di amare pienamente o di essere pienamente amati, molti pensano che l'accumulare denaro possa dar loro stima in sé stessi e felicità. Ho goduto dell'amicizia di alcune persone ricchissime. Se i soldi portassero la felicità, ciascuno di loro dovrebbe vivere in una felicità estatica. Ma dubito che siano più felici di tanti miei amici meno abbienti. I soldi sembrano attrarre più invidia che empatia. Più cupidigia che amore.
Nel 1932 la pratica della psichiatria era sia poco conosciuta che rispettata. La gente la guardava con scetticismo proprio come, probabilmente, facevo anch'io. Per anni, assurdamente, ho disdegnato gli argomenti che non mi erano familiari, gli sport nei quali non brillavo, i libri che avrei dovuto leggere e che non avevo letto. Ma dal 1956, sprovvisto di una iniziale educazione spirituale, e sospettando che potesse esistere molta più felicità di quanta io sembrassi in grado di afferrare, ero diventato molto più tollerante e aperto verso gli altri. Altri che erano alla ricerca, altri pronti a condividere. Filantropi nei campi più diversi.
All'età di 53 anni, dopo tre matrimoni falliti, o c'era qualcosa di sbagliato in me oppure, evidentemente, lo era nelle concezioni sociali e morali della nostra civiltà. Io ritengo giusto prendermi cura della mia salute; e immagino che per voi sia lo stesso. La salute fisica è una conseguenza della salute mentale e dipende da essa. L'una nutre e alimenta l'altra. E così, insieme a un gruppo di californiani che avevano il mio stesso interesse - medici, scrittori, scienziati e artisti - e con l'incoraggiamento di Betsy (Betsy Drake, all'epoca sua moglie. Ndr.), che a sua volta condivideva il mio interesse, intrapresi una serie di esperimenti controllati con l'acido lisergico, un allucinogeno chimico, una droga, conosciuto come Lsd 25. Esperimento è forse una parola fuorviante: per la maggior parte delle persone essa implica controllo e oggettività. Da parte mia ero ansioso di conoscere i benefici personali che potessero derivarmi da quelle esperienze, e mi predisposi a essere anche meno che obbiettivo. Chiunque sperimenti qualcosa che non può dargli benefici, né accrescere la sua felicità e quella di chi gli sta accanto, è un pazzo e una minaccia per la società.
Avevo sentito dire che qualcuno era morto durante una sessione di Lsd 25. Ma avevo anche sentito dire che alcuni erano morti mentre giocavano a poker o assistevano alle corse dei cavalli, e non mi pare che ciò abbia fatto abbandonare tali occupazioni. Quelle persone potevano morire dovunque, mentre facevano qualunque cosa. Alcuni sono morti anche mentre testavano gli aeroplani e i paracadute, i vaccini o le cure per il comune raffreddore. È sempre successo che qualcuno sia morto nel tentativo di fare un passo avanti sulla via del progresso e della conoscenza, ma c'è differenza tra l'uomo consapevole di cosa sta per fare con un potente aeroplano, e l'idiota che mette le ali a una bicicletta e decolla sopra le cascate del Niagara.
L'Lsd 25 è un energizzante psichico, l'esatto contrario degli oppiacei e di altre droghe che producono dipendenza. Infatti se necessario il Seconal, o un sedativo del genere, viene in genere somministrato come antidoto per contenere e controbilanciare gli effetti dell'Lsd25.
L'azione di questa sostanza chimica libera il subconscio, che diviene così manifesto a voi stessi, permettendovi di vedere ciò che si muove nelle profondità della vostra mente - è incredibile quello che succede lì, signore e signori - e scoprire quali idee sbagliate, quali rimorsi e paure con le relative repressioni, inibizioni e insicurezze, abbiano formato lo schema del vostro comportamento passato. Uno schema che si ripete sin dall'infanzia. La sensazione è quella di una riorganizzazione dei pensieri rispetto a come li avevate abitualmente associati. Vi è una diminuzione del controllo cosciente, simile al processo mentale che avviene quando sogniamo. Ad esempio, quando dormiamo e la nostra mente non è più preoccupata dalle questioni e dalle attività del giorno, il subconscio spesso si presenta alla nostra attenzione mediante l'attività onirica. Con il rilassamento dei freni inibitori coscienti, quei pensieri sepolti dentro di noi cominciano a venire in superficie sotto forma di sogni. I sogni, dato che ci appaiono in forma simbolica, sono fantasie e – se accettate questo ragionamento - possono essere classificati come allucinazioni.
Tali fantasie o allucinazioni sono dentro ciascuno di noi e aspettano di essere liberate, espresse e comprese. I sogni sono in effetti emozioni che siamo riluttanti a esaminare, alle quali non vogliamo pensare mentre siamo coscienti. Sotto l'effetto dell'Lsd 25 questi sogni o allucinazioni sono, se volete, accelerati e interpretati, sotto la guida appropriata di un medico con competenze psichiatriche che siede quietamente accanto a voi, in attesa di qualunque comunicazione vogliate fargli: la rivelazione di un ricordo nascosto rivisto da un punto di vista più adulto e maturo o l'insorgere di una nuova illuminazione. Allora, se il medico è preparato quanto lo era il mio, dirà con molta cura una parola o una frase chiave che possano portare alla scoperta successiva, al passo successivo verso una comprensione maggiore. Lo shock di ogni rivelazione porta con sé angoscia e tristezza per quanto non sapevamo prima, per gli armi sprecati nell'ignoranza, e al tempo stesso un'estasi di gioia per essere stati liberati dalle catene di tale ignoranza.
Diventiamo un campo di battaglia di convinzioni vecchie e nuove, di incubi indescrivibili. Sono passato attraverso mari cangianti di immagini orripilanti e felici, attraverso una combinazione di odio e amore intensi, attraverso un mosaico di impressioni passate che non fanno che riassemblarsi, attraverso profondità oscure e spaventose che lasciano poi il posto a un ciclo glorioso, come nei simbolismi religiosi. Seduta dopo accettate questo ragionamento - possono essere classificati come allucinazioni.
Tali fantasie o allucinazioni sono dentro ciascuno di noi e aspettano di essere liberate, espresse e comprese. I sogni sono in effetti emozioni che siamo riluttanti a esaminare, alle quali non vogliamo pensare mentre siamo coscienti. Sotto l'effetto dell'Lsd 25 questi sogni o allucinazioni sono, se volete, accelerati e interpretati, sotto la guida appropriata di un medico con competenze psichiatriche che siede quietamente accanto a voi, in attesa di qualunque comunicazione vogliate fargli: la rivelazione di un ricordo nascosto rivisto da un punto di vista più adulto e maturo o l'insorgere di una nuova illuminazione. Allora, se il medico è preparato quanto lo era il mio, dirà con molta cura una parola o una frase chiave che possano portare alla scoperta successiva, al passo successivo verso una comprensione maggiore. Lo shock di ogni rivelazione porta con sé angoscia e tristezza per quanto non sapevamo prima, per gli armi sprecati nell'ignoranza, e al tempo stesso un'estasi di gioia per essere stati liberati dalle catene di tale ignoranza.
Diventiamo un campo di battaglia di convinzioni vecchie e nuove, di incubi indescrivibili. Sono passato attraverso mari cangianti di immagini orripilanti e felici, attraverso una combinazione di odio e amore intensi, attraverso un mosaico di impressioni passate che non fanno che riassemblarsi, attraverso profondità oscure e spaventose che lasciano poi il posto a un ciclo glorioso, come nei simbolismi religiosi. Seduta dopo seduta, settimana dopo settimana, ho imparato molte cose nella quiete di quella stanzetta. Ho imparato ad accettare la responsabilità delle mie azioni e a prendermela con me stesso, e con nessun altro, per circostanze che io stesso avevo creato. Ho imparato che nessun'altro mi rendeva infelice, se non io stesso; che ero capace di fustigarmi meglio di chiunque altro. Ho imparato che tutti i cliché si dimostrano veri e questa è, naturalmente, la ragione del loro ripetersi, anche quando l'uso costante ne ha fatto dimenticare il significato.
Ho imparato che tutto è, o diventa, il suo opposto. Una teoria che a volte posso applicare, ma che troverei difficile spiegare. Ho imparato che i miei cari genitori, un prodotto dei loro genitori, non potevano sapere più di quanto sapevano e ho cominciato a ricordarli solo per i più utili, i migliori, i più saggi dei loro insegnamenti. Essi mi hanno dato la vita e il corpo, una combinazione promettente dei due e la mia forza iniziale. Mi hanno provvisto di una mente indagatrice. Mi hanno insegnato a nutrirmi, a camminare, a lavarmi e a vestirmi, e ora penserò sempre a loro con amore, non solo per ciò che sapevano ma anche per ciò che non sapevano. Per essere uno che impara lentamente, ho imparato molto - e il risultato di tutto questo è stato la mia rinascita.
Una nuova valutazione della vita e di me stesso in essa. Una incommensurabile benefica purificazione da tanti inutili rimorsi e paure, e lo sciogliersi delle tensioni che ne erano derivate. Non una purificazione totale, certo, che questa sarebbe l'assoluto - l'innocenza del bambino appena nato, con un ego non formato e ancora vicino a Dio - e non potrò sperimentare l'assoluto finché non sarò tornato senza riserve al conforto di Dio. Nella vita non c'è fine allo star bene. Forse la morte è la fine dello star bene o, se preferite pensarla come me, il suo inizio. Ho sentito dire - e ora ne sono convinto - che gli uomini che stanno affogando rivivono tutto di nuovo negli ultimi secondi di vita, probabilmente per purificarsi prima di incontrare il grande Creatore, proprio come ci insegnano le nostre religioni. E tutti conosciamo il fenomeno delle persone anziane che ricordano la loro infanzia con straordinaria chiarezza, eppure dimenticano cosa è successo soltanto ieri.
La chiamiamo seconda gioventù, ma è senza dubbio lo stesso fenomeno, vissuto a una velocità minore, di quello vissuto dall'uomo che sta affogando.
L'Lsd 25 non è più permesso in America. Gli psichiatri ortodossi, che usano i metodi ordinari più lenti, si sono opposti al suo uso ed è improbabile che esso sarà reintrodotto, a meno che qualche coraggioso, temerario e rispettato psichiatra non si esprima pubblicamente in suo favore. Nel frattempo le autorità ne hanno vietato l'uso, almeno per scopo terapeutico, anche se non capisco come si possa essere delle autorità su una cosa che non si è mai provata.


“alias il manifesto”, 21 febbraio 2004

Spartacus! Kirk Douglas contro il maccartismo (Paola Zanuttini)

Il servizio di Paola Zanottini sull'ultimo libro di Kirk Douglas e sull'incontro con il vecchio vitalissimo attore ad esso dedicato risale all'anno scorso e rievoca con calore e colore la stagione del maccartismo, i suoi effetti sul cinema hollywoodiano, il coraggio di Kirk Douglas, un “duro” democratico, sinceramente democratico. (S.L.L.)


LOS ANGELES. 
Era il 1959. Negli Stati Uniti imperversava ancora la caccia alle streghe, cioè ai rossi nemici dell'american way of life. Che, tra l'altro, secondo il senatore Joseph McCarthy, avevano trasformato Hollywood in una centrale sovietica. Tirava una brutta aria: come scrive Philip Roth in Ho sposato un comunista, il Paese aveva eletto il pettegolezzo e la diffamazione a fede nazionale. Al minimo sospetto di simpatie per la falce e il martello si rischiava la carriera. O la galera. In certi casi la vita. Ma, al sospettato, bastava spifferare il nome di qualche altro vero o presunto sovversivo per rifarsi una reputazione da americano tranquillo.
Poi arrivò Spartaco. Anzi Spartacus, il peplum sulla rivolta degli schiavi. Prodotto e interpretato da Kirk Douglas e diretto da un lunatico Stanley Kubrick al suo debutto nei kolossal, Spartacus decretò l'inizio della fine del maccartismo. La decretò con un gesto semplice e coraggioso di Douglas, che nei titoli di testa e sui manifesti del film firmò la sceneggiatura con il vero nome di chi l'aveva scritta, Dalton Trumbo. Un tempo, Trumbo era l'autore più pagato di Hollywood. Poi, risucchiato nella lista nera di McCarthy, era sparito ufficialmente. Ma ufficiosamente continuava a sfornare copioni (anche quello di Vacanze Romane), sotto falso nome.
Spartacus era costato 12 milioni di dollari, una cifra astronomica per l'epoca. Nell'America paranoica del «pericolo rosso» ci voleva un bel coraggio per mettere a rischio una megaproduzione come quella. C'era la seria possibilità che il pubblico boicottasse un film sceneggiato da uno sporco comunista e tratto, per di più, dal romanzo di un altro sporco comunista, Howard Fast, celebre scrittore (abbondantemente citato da Roth nel libro di cui sopra) che, finito anche lui nella lista nera, aveva dovuto stamparsi Spartacus in cantina, visto che gli editori si erano tirati indietro. E per Douglas, che era già un divo, c'era la spiacevole eventualità di veder sparire per sempre la sua bella faccia dagli schermi. Insomma, una storia di eroismo a Hollywood. Vero, non di celluloide. Benedetta dal presidente Kennedy, che andò al cinema in incognito, ma non troppo, e sdoganò Spartacus dichiarando che gli era piaciuto. Questa storia adesso è un libro: Spartacus!, ultima fatica di Kirk Douglas che, da quando si è ritirato dalle scene, si è dato alla scrittura, beccheggiando dalla narrativa all'autobiografico: in tutto, dieci titoli. Nonostante un ictus che molti anni fa gli aveva tolto la parola, ma sul serio, e lo costringe ancora a due sedute di logoterapia la settimana, a 96 anni il vecchio Kirk se la passa piuttosto bene. Nella sua villa non troppo sfarzosa di Beverly Hills, mi viene incontro dritto e spedito: maglia e pantaloni Nike neri, degli strani mocassini imbottiti di pelliccia e un cerotto sulla guancia che lascia supporre si sia rasato con la daga. Nell'atrio, mi mostra un vaso di Picasso: «Tanti anni fa, mia moglie ha fatto un affare, l'ha pagato solo 500 dollari». A conferma, indica una fotografia incorniciata di Picasso con il vaso, appesa lì vicino.
È di ottimo umore. E, per rendere onore all'Italia, intona Come è bello far l'amore quando è sera, un cavallo di battaglia di Claudio Villa. Oddio, la canta proprio tutta: core a core co' 'na pupa che è sincera e pure le stelle che ce guardano lassù nun so' belle come l'occhi che c'hai tu. Ascoltandolo, temo di aver assunto l'espressione vacua delle attrici dei musical, quando i partner gorgheggiano e loro, poverette, non sanno cosa fare. Devono piacergli molto queste improvvisazioni musicali. Più di mezzo secolo fa, mentre girava Il cacciatore di indiani, la sua prima produzione, telefonò a Elsa Martinelli per proporle il ruolo della bella pellerossa: lei, che non faceva ancora l'attrice ma solo la modella, pensò fosse uno scherzo e lo obbligò a farsi riconoscere eseguendo una canzone di Ventimila leghe sotto i mari, che aveva visto proprio quel pomeriggio. E lui si mise a cantare, al telefono, un motivetto pieno di balene e fiocinator, donne ardite e folli amor.
Io sono Spartacus! è un libro avventuroso, divertente, perfino edificante e potrebbe diventare anche uno strepitoso film sul cinema. Prende il titolo da un'epica scena in cui gli schiavi, ormai vinti dall'esercito romano, impediscono al loro comandante di farsi riconoscere: ognuno grida «Io sono Spartaco!» per condividere il suo destino, che non è dei migliori, visto che finiranno tutti crocifissi. L'allusione alle delazioni che rovinarono migliaia di americani è abbastanza palese, ma nel film è evidente anche il messaggio antischiavista. Eppure, in quegli anni ancora segnati dalla segregazione razziale, in cui non si riusciva a trovare una controfigura per un attore nero, non ci furono particolari reazioni del Ku Klux Klan. Almeno, Douglas non le ricorda.
«Spartacus», dice, «è contro ogni forma di schiavismo, non mi pare che ci furono contestazioni in chiave razzista, gli attacchi arrivarono solo dai maccartisti. L'America era molto paranoica sul comunismo, in quegli anni». Sembra che il vecchio Kirk abbia finito la frase, ma la riprende subito: «Beh, anche oggi non si scherza. C'è stato un parlamentare repubblicano della Florida, Allen West, che ha accusato, senza prove, da 78 a 82 membri del Congresso di essere comunisti. Poi non l'hanno rieletto. E c'è un senatore in carica, un altro repubblicano, il texano Ted Cruz, che ha rimproverato al segretario generale della Difesa, il repubblicano critico Chuck Hagel, e al senatore democratico John Kerry di non essere patrioti. Quei due sono veterani decorati del Vietnam, mentre Cruz non ha fatto neanche il servizio militare. Però abbiamo un presidente rieletto nero, non avrei mai creduto di poterlo vedere, in vita mia».
La vena polemica sembra intatta, anche se Douglas scrive di essere diventato più tenero e meno rabbioso, negli anni. E ora, nel suo blog si scaglia contro le Colt che maneggiava quando faceva il duro nei western: «I cowboy d'America hanno fatto il loro tempo». Ma ammette pure che senza quella rabbia d'antan, forse non avrebbe corso tutti quei rischi: «Avevo una carriera lanciatissima, dei figli, ma avevo anche la fortuna di essere arrivato al successo quando il maccartismo era già in fase calante. Fossi diventato una star cinque anni prima sarei finito nella lista nera come niente. Comunque Spartacus non ha cambiato gli umori americani per il mio gesto di coraggio, ma perché era un bel film».
Siccome the show must go on anche quando regna la paranoia, Hollywood continuava a far lavorare sotto falso nome i proscritti, perché erano i migliori: chiamatelo se volete monopolio di sinistra della cultura. «E Dalton Trumbo era il migliore di tutti» sbotta Douglas. L'umore si fa più acceso perché ci avviciniamo a un tema caldo: i rapporti con Stanley Kubrick, subentrato nella regia ad Anthony Mann, licenziato alla terza settimana di lavorazione. «Quando c'era il problema di come firmare la sceneggiatura, Stanley propose di firmarla lui. Dico, ma come ti senti a prenderti il lavoro di un altro?». Ci fu uno spettacolare fuoriscena durante la lavorazione: Douglas, che aveva soprannominato Kubrick Ejzenstejn per il suo sussiego autoriale, era imbufalito. Kubrick non rispondeva agli appunti che gli mandava, lo considerava solo un attore e non il suo produttore e si presentava ogni giorno sul set con gli stessi vestiti, malconci. Una mattina, già in costume da Spartaco, Douglas montò sulla sua cavalla e andò verso Kubrick, spingendolo contro il muro, davanti alla troupe. Con una intemerata partita così: «Senti, stronzetto...», convinse Kubrick a comprarsi dei vestiti nuovi, a girare una scena come voleva lui e a darsi un po' meno arie.
«Lo amavo e lo odiavo, Stanley. Amavo il suo talento e odiavo la sua ingratitudine. Io l'ho scoperto vedendo un suo film che non aveva visto nessuno, Rapina a mano armata; ho girato con lui Orizzonti di gloria, che non voleva nessuno; gli ho affidato Spartacus quando era stato appena licenziato da Marlon Brando, che aveva preferito dirigersi da solo I due volti della vendetta piuttosto che lasciarlo a lui. E in seguito Kubrick ha dichiarato di non essere fiero di Spartacus, lo considerava la sua spina nel fianco».
Per comunicare meglio, Douglas, che a quei tempi andava in analisi, trascinò Kubrick dal suo terapeuta. «Il dialogo non migliorò tanto, ma il mio analista diede un buon consiglio a Stanley: gli suggerì di leggere Doppio sogno. Deve avergli dato retta, perché il suo ultimo film, Eyes Wide Shut, è tratto da quel romanzo».
Dall'analista, Douglas ci andava perché si era un po' perso: «Tutti quei ruoli: eroe mitologico, militare, fuorilegge. Non sapevo più chi ero». E l'analisi è servita per ritrovarsi? «Non mi pare». I ruoli devono aver confuso anche il pubblico, che forse per tutte quelle parti da duro lo considera più un falco che una colomba. Lui ribatte: «I duri mica sono repubblicani per forza». Una certa durezza gli è servita evidentemente per reggere i colpi che la vita non gli ha risparmiato. Un figlio morto di overdose. Un altro, Michael, che ha combattuto con un cancro pesante e con qualche altro demone. Un nipote, figlio di Michael, condannato a nove anni per spaccio.
Incerto fra tante identità, di una il vecchio Kirk era ed è ancora certo: quella di sciupafemmine. Nel libro racconta di aver provato un certo imbarazzo durante la scena in cui confessa a Varinia, l'eroina del film: «Non ho mai avuto una donna». Considerata la sua immagine pubblica, temeva che il pubblico sghignazzasse su una battuta così improbabile. Uso anche il presente - è ancora certo - perché appena sfioro l'argomento a Douglas si accende un lampo di malizia negli occhi da immigrato slavo ed ebreo di seconda generazione. E l'istinto irrefrenabile del seduttore gli fa compiere un gesto da repertorio: si passa la mano sulla terapia e manda indietro i capelli. Poi finge di offendersi: «Che fa, viene a casa mia e mi da dello sciupafemmine?».
Il fatto è che nel libro si vanta delle sue conquiste, ma professa quasi in ogni pagina amore e gratitudine per la moglie Anne Buydens. Come l'ha presa la signora Douglas? «Mia moglie ha sempre saputo chi ero, siamo insieme da sessantanni. L'ho conosciuta che faceva le pubbliche relazioni per Carlo Ponti, quando giravo Ulisse. Ci mettemmo insieme e il giorno del mio compleanno mi organizzò una strana festa: invitò dieci ragazze che avevo, come dire, conosciuto e le mise tutte in fila, una dietro l'altra. Lei si piazzò all'ultimo posto. E lei cosa le disse? «Senti, stronzetta...».

“il venerdì di Repubblica”, 28 giugno 2013

Letture: "Horcynus Orca" (Giuseppe Pontiggia)

Stefano D'Arrigo
Il viaggio di ritorno dell'eroe dalla guerra alla terra natale è il tema non solo dell'odissea, ma di un poema epico, detto appunto dei ritorni che idealmente lo completava e che è andato perduto: tema affascinante, che dovette convergere con quello delle avventure marinare, diffuso già in età pregreca nell'area mediterranea, se un frammento egiziano, risalente al duemila avanti Cristo, ci presenta un naufrago, aggrappato a una tavola, che sbarca su un'isola meravigliosa; e tema occultamente religioso, in cui la meta era costituita dall'origine e il conoscere diventava alla fine un riconoscere. Dilatato nello spazio e prolungato nei secoli, sarà il motivo conduttore dell'Eneide, il cui protagonista, approdando alla terra degli avi, compiva il vaticinio di Apollo: «Ricercate l'antica madre».

Annientamento indecifrabile
Nell'epos antico Ulisse, «bello di fama e di sventura», ritrovava a Itaca un mondo di valori intatto, incarnato da Penelope, «colei che strappa il filo della trama», la trama corruttrice degli usurpatori, per ricostituire il tessuto dei diritti originari. Nell'epos moderno di Horcynus Orca il protagonista non è più un condottiero vittorioso, ma un marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina, che, sullo sfondo della disfatta, varca lo stretto di Scilla e Cariddi per ritrovare un mondo sfigurato da una corruzione mostruosa, di cui l'Orca è 1'emblema. E la sua morte casuale per mano di una sentinella, in un primordiale scenario marino, non è che il suggello tragico del suo precipitare verso un annientamento indecifrabile.
Leggere in chiave simbolica Horcynus Orca mi sembra da un lato inevitabile, ma dall'altro ri-schioso (...).
L'autore stesso sembra sollecitare l'interpretazione simbolica, muovendo in una duplice direzione: sia proponendo continue variazioni dei temi, come in un contrappunto musicate o in una prospettiva il cui punto di fuga sia l'infinito (si pensi soltanto alle «fere», ai delfini dello stretto, e alla loro cangiante, iridescente vitalità, fatta di ferocia e di leggerezza, di crudeltà e di seduzione, di amore e di efferatezza); sia attenendosi, con una insistenza percussiva, a un unico significato, che sopprime la polarità dei due termini e li fa coincidere (si pensi alla definizione dell'Orca: «Era l'Orca, quella che dà morte, mentre lei passa per immortale: lei, la Morte marina, sarebbe a dire la Morte, in una parola»).
Eppure proprio la ininterrotta potenzialità simbolica dovrebbe indurre alla cautela: essa finisce per diventare non un problema da risolvere, ma un problema da porre. Anziché decifrare i significati molteplici dei simboli, come sempre è stato fatto, talora con finezza, spesso con conclusioni divergenti, occorrerebbe forse chiedersi il senso della loro onnipresenza enigmatica. In un mondo dove tutto acquista valenze simboliche, di che cosa è simbolo il simbolo?
Se dovessi racchiudere in una parola una risposta a questo interrogativo, dire: della metamorfosi. E infatti Horcynus Orca è un mitico ed epico poema della metamorfosi. Metamorfosi che non solo sconvolge il paesaggio, devastandolo con le ferite della guerra, ma intacca la coscienza dei pescatori, trasformandoli in speculatori, in divoratori e commercianti delle ripugnanti «fere»; metamorfosi che rende il figlio irriconoscibile al padre e che muta Ciccina Circe, la traghettatrice notturna di 'Ndrja sulle acque dello stretto, la custode di un universo di ombre, in una triviale apparizione diurna. L'Orca stessa, squarciata dalle «fere» e morsa da nugoli di sarde, diventa una immane carogna, il cui fetore ammorba l'aria, ma non distoglie i «pellisquadre» dal tentativo di farne un immondo traffico. E anche in quel lucido, quieto, estatico delirio che è il soliloquio di 'Ndrja durante il colloquio con don Luigi Orioles, il continuo sovrapporsi e mescolarsi e fondersi delle parole «barca», «bara», «arca» adombra la catastrofe tragica attraverso il misterioso travaglio di una metamorfosi linguistica (...).
La metamorfosi imprime un corso imprevedibile al linguaggio di D'Arrigo. In una stessa frase si amalgamano e si trasformano, per attrazione reciproca, termini, costrutti, intonazioni delle lingue locali della Sicilia, francesismi, latinismi; i neologismi, che affiorano da sostrati colti o popolari, divisi o intercomunicanti, si assimilano al contesto con stupefacente naturalezza. Talvolta una parola stessa si trasforma nel corso della sua articolazione, come in un processo di moltiplicazione cellulare («finimondo, finimondorioles»). E questa plasticità è insieme matrice e frutto di una idea dell'essere come continuo divenire (...).

Incontro decisivo
La mobilità del linguaggio dì D' Arrigo trova corrispondenza nella eccezionale varietà dei registri stilistici e dei piani narrativi. Si pensi solo all'inizio, luogo privilegiato del Romanzo, dove si concentrano sempre, come in un nucleo genetico, le potenzialità dell'opera. In Horcynus Orca esso si richiama alle precise coordinate di tempo e di spazio della grande narrativa dell' Ottocento, ma contemporaneamente le dilata in amplificazioni e-piche, con l'implicito paragone del viaggio di 'Ndrja e del viaggio del sole: «II sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina 'Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill'e cariddi».
Ma già nel paragrafo successivo la descrizione passa dalla oggettività impersonale allo sguardo del protagonista e al linguaggio della sua memoria: «Imbruniva a vista d'occhio e un filo di ventilazione alitava dal mare in rema sul basso promontorio. Per tutto quel giorno il mare si era allisciato ancora alla grande calmerìa di scirocco che durava, senza mutamento alcuno, sino dalla partenza da Napoli: levante, ponente e levante, ieri, oggi, domani e quello sventolio fiacco fiacco dell'onda grigia, d'argento o di ferro, ripetuta a perdita d'occhio».
La concezione del mondo come metamorfosi, che ispira il poema di D'Arrigo, mi sembra affondare le sue radici nella religiosità mediterranea e nel prodigioso fiorire delle sue figurazioni a contatto con la civiltà dei Greci: incontro decisivo per la storia dell'Occidente, che produsse una mitologia di trasformazioni incessanti, degli dei, degli uomini, degli animali, delle piante, degli elementi. Questo mondo increato, soggetto a una continua metamorfosi, si manifesta in Horcynus Orca non solo nei richiami espliciti che proiettano la vita dei pescatori su uno sfondo di millenni (dalle fere-sirene a Ciccina Circe, da Marosa-Penelope a Scilla e Cariddi): ma in una visione mitico-religiosa che, varcando la mediazione trascendente del cristianesimo, entra in conflitto tragico con la civiltà contemporanea, fondata sull'assoggettamento della natura e sullo spossessamento dell'uomo.
Perciò D'Arrigo ha potuto creare un epos moderno, riprendendo, come Joyce nell'Ulisse, il tema mitico: perché in una età in cui l'unico mito è la dissoluzione dei miti arcaici, solo la tragedia incommensurabile della loro perdita può essere il tema della tragedia. E si capisce, in questa prospettiva, come D'Arrigo avesse scelto Holderlin per la sua tesi di laurea, un poeta che aveva cantato la perdita degli dèi in un'epoca di privazione.

Dolorosa fedeltà
Solo 'Ndrja, pur provato da quella sofferenza muta che segna tutti i nostri passaggi ulteriori e che coincide con una nuova coscienza della realtà, non si adegua a quella metamorfosi che negli altri è corruzione: nella degenerazione del mondo, è l'unico personaggio che conserva una oscura, dolorosa fedeltà a se stesso. Perciò la morte che tronca la sua giovinezza è insieme casuale e necessaria: la pallottola «che gli scoppiò in mezzo agli occhi con una vampata che lo gettò per sempre nelle tenebre», gli impedisce anche di aprirli a un mondo che non può riconoscere come suo.

Postilla
Horcynus Orca, il romanzo di Stefano D'Arrigo, alla sua prima pubblicazione integrale nel 1975, dopo una lunghissima gestazione documentata dalle anticipazioni in rivista, suscitò vivaci polemiche sulla qualità dell'opera che fu giudicata da taluni un capolavoro, da altri un fallimento, e sulle sue possibili interpretazioni. Nel 1982 Mondadori fece accompagnare la ristampa negli Oscar da una prefazione di Giuseppe Pontiggia, di cui “Repubblica” anticipò la parte che qui riprendo. Credo che, individuando nella “metamorfosi” il motivo centrale e nella fine del divino il tema culturale più importante, Pontiggia suggerisca percorsi e approfondimenti utilissimi a chi voglia prendere o riprendere in mano quel gran libro siciliano. (S.L.L.)


27.5.14

Dark room. Una poesia di Marco Ferrazzoli

Marco Ferrazzoli
L’unica intelligenza concessa all'uomo
è la curiosa, smarrita ignoranza
con cui al buio tastiamo, cercando
la porta d’uscita, la parete di una stanza.

C’è, in quel pizzico di panico, più vita
che nella fretta soddisfatta
con cui percorriamo la tratta illuminata:
illudendoci di trovarci al sicuro.

Quando in tutto il creato non c’è muro
né strada dei quali non dubitare
così come non c’è mistero né scuro
da cui non possiamo uscire e imparare.

Da Macchie di Rorschach, Terre Sommerse, 2010 – ora nel sito “Popinga” di Marco Fulvio Barozzi


Come macchie di Rorschach. Una poesia di Marco Ferrazzoli

Come macchie di Rorschach
in cui ciascuno vede ciò che vuole
come fosfeni che coprono gli occhi
per aver fissato troppo a lungo il sole

Così sono le poesie, non dico le mie
o i romanzi, i saggi, i film e le canzoni
a cui chiediamo di dirci chi siamo
e poi, non si sa come, ci riconosciamo

Senza essere capaci di dircelo da soli

Da Macchie di Rorschach, Terre Sommerse, 2010 – ora nel sito “Popinga” di Marco Fulvio Barozzi

Grand'Italia. Una COUNTRY HOUSE a Recanati, sul "colle dell'Infinito"

Il “COLLE DELL’INFINITO”, a RECANATI, sulla sommità del MONTE TABOR, dove il giovane GIACOMO LEOPARDI sedeva spesso.
Lo si raggiunge percorrendo una stradina che segue un muro di cinta; man mano che si sale, si scopre un panorama sempre più largo e aperto con i lontani MONTI AZZURRI, la CATENA DEI SIBILLINI.
Il CONSIGLIO DI STATO, il 25 marzo scorso, ha dato RAGIONE A UNA PROPRIETARIA DI TERRENI AGRICOLI con fabbricati rurali a ridosso del colle, che ha presentato nel 2012 un progetto per la trasformazione urbanistica con ACCORPAMENTO DEI VOLUMI edilizi preesistenti, con UN GARAGE SOTTERRANEO, e con DEMOLIZIONE E RICOSTRUZIONE diversa dalla originaria.
La proprietaria del casale vorrebbe trasformarlo in una COUNTRY HOUSE, (con sdraio e ombrelloni nel giardino, si presume).
A questo progetto si oppone IL MINISTERO DEI BENI AMBIENTALI E DEL TURISMO; ma finora è soccombente all’iniziativa privata e alle regole urbanistiche attuali di quel luogo.


Dal sito “Geograficamente”, 13 maggio 2014

Ser Brunetto e il Tesoretto (Maria Corti)

Dante, Virgilio e Brunetto Latini nella "Commedia" illustrata  da  Gustavo Doré
Al pubblico italiano la figura di Brunetto Latini è in genere nota per il canto XV dell' Inferno, dove Dante, descrivendo l'incontro nel cerchio dei sodomiti con il grande intellettuale della Firenze del Duecento, mette in bocca a se stesso personaggio della Commedia la splendida interrogazione: "Siete voi qui, ser Brunetto?". Drammatico stupore, reverenza, cui segue da parte di Brunetto analoga tensione, che si manifesta in una amara profezia politica di colui che fu esule a colui che lo sarà. Ma il desiderio dantesco di rendere grazie e dare prestigio al maestro è così sicuro, diretto e intenso da fargli ricordare "la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m' insegnavate come l' uom s'etterna". Se oggi è del tutto improbabile pensare, come pensava De Sanctis, che senza l'episodio dantesco noi non sapremmo nulla di Brunetti Latini, va tuttavia detto che spesso Dante fu stimolo e guida per operare riconoscimenti e ritocchi nelle prospettive storiche. Ben significativo d'altronde il giudizio su Brunetto del cronista trecentesco Giovanni Villani: "egli fu cominciatore e maestro in digrossare i fiorentini, e farli scorti in bene parlare e in sapere giudicare, e reggere la nostra repubblica secondo la politica".
Un intellettuale anche socialmente e politicamente attivo, dunque, e un grande operatore culturale, che da un lato diede un respiro operatore culturale, che da un lato diede un respiro europeo alla cultura fiorentina e dall' altro estese mirabilmente l'area del pubblico in quanto usò nei suoi scritti i volgari francese e italiano, leggibili non solo dai "chierici" esperti di latino, ma dai laici quali i mercanti, i finanzieri, i signori, quel pubblico che Dante da par suo descrisse nel I trattato del Convivio come destinatario prescelto della propria divulgazione scientifica. Ben venuta quindi oggi la stampa nella Bur di Brunetto Latini, Il Tesoretto, con introduzione e note di Marcello Ciccuto; per così dire benvenuta la divulgazione attraverso una collana economica di un'opera che fu proprio concepita come enciclopedia scientifico-etica in versi settenari a rima baciata, divulgativa di un certo sapere di allora. L'edizione è assai utile perché Ciccuto ha fatto seguire alla sua precisa introduzione con cenni biografici una antologia di giudizi critici dei più validi studiosi sull'argomento, una premessa filologica al testo, una vasta bibliografia e infine un testo commentato.
A voler interpretare il ruolo di Brunetto nella cultura del suo tempo divengono illuminanti alcuni dati biografici: inviato dal Comune di Firenze come ambasciatore in Spagna presso Alfonso X di Castiglia, mentre era sulla via del ritorno apprese la notizia della sconfitta dei guelfi fiorentini a Montaperti (1260) sicché decise di fermarsi in Francia: è lui stesso a raccontarlo proprio nel Tesoretto, ai versi 123-162. Il destino di un uomo, si sa, a volte va a ficcarsi nelle pieghe più impensate della Storia: ed ecco che fu proprio il forzato esilio a far sì che Brunetto si avvicinasse agli ambienti della cultura francese e, muovendosi fra Arras, Parigi e Bar-sur-Aube, sommasse una nuova esperienza a quella certo già feconda della corte di Alfonso il Savio. In Francia, libero da impegni politici e protetto da un ricco amico, ebbe la possibilità di ideare un' operazione altamente divulgativa in chiave pragmatistica: volgarizzando nella Retorica il De inventione di Cicerone e commentandolo egli cercò di insegnare alla borghesai toscana l'arte del discorso pubblico all'interno della vita politica comunale, basandosi sul fatto che il saper parlare con intelligenza e arte è strumento di governo.
C'è una suggestiva pagina della Retorica dove Brunetto afferma come l'oratore "che vuole smuovere parole e vittoriose... E se la condizione richieda che debbia parlamentare a cavallo, sì dee elli avere cavallo di grande rigoglio sì che quando il segnore parla il suo cavallo gridi e razzi la terra col piede e levi la polvere e soffi per le nari e faccia tutta romire la piazza...". Gli stessi intenti di pubblica didattica si incontrano nel Tesoretto: "E ' l detto sia soave, / e guarda non sia grave / in dir Ne' reggimenti, / chè non puo' a le genti / far più gravosa noia: / ... / e chi non ha misura, / se fa ' l ben sì l' oscura". E altrove avverte che "non retorna mai / la parola c' è detta, / sì come la saetta / che va e non ritorna". E anche qui una grande attenzione alle mosse del cavallo nelle vie della città (vv. 1803-1818).
Il soggiorno in Francia non solo acuì l'attenzione verso le regole di "cortesia e gentilezza", di cui è disseminato il Tesoretto, ma verso l' avanguardia parigina, come ben rilevò Francesco Mazzoni: "è insomma al Latini, in quanto conoscitore e divulgatore della recente cultura transalpina, apertissimo verso l'enciclopedismo didattico di ascendenza francese, e volgarizzazione professionale, che noi dobbiamo, io ritengo, la diffusione della Rose (cioè il Roman de la Rose) nella Firenze d' allora". E Dante, attentissimo in ogni campo al nuovo, avrà davanti a sè il Roman de la Rose nel comporre il Fiore così come il Tesoretto nel comporre il Detto d' Amore. Il Tesoretto ha lo stesso impianto laico del Tresor di Brunetto, prima enciclopedia in volgare, scritta in francese, e si rivolge specificatamente alla parte più viva e attiva della democrazia comunale fiorentina. Perciò l'autore, nel descrivere un viaggio visionario a contatto con la Natura, la Filosofia e le varie personificazioni della tradizione, fra cui Amore, passa veloce sulla creazione del mondo (terra, pianeti, stelle, marin fiumi, animali ecc.) per soffermarsi nei territori dell' umano: le virtù cardinali, le aristoteliche, i vizi corrispondenti, le norme di comportamento (buone compagnie, nobiltà d'animo e non di sangue, lealtà verso il Comune ecc.) e le regole della retorica o arte del parlar bene. L'opera, giunta a noi interrotta al v. 2944, si chiude per noi sulla Penetenza: lo scrittore, arrivato a Montpellier, va dai frati e carico di un senso di insoddisfazione di sè e della vita si confessa; a noi naturalmente più interessano le cause di questa insoddisfazione che l'atto del confessarsi, sicché estraiamo dal Tesoretto una frase o due e le proponiamo come oggetto di riflessione al lettore: "Non sai tu che lo mondo, / si poria dir non-mondo, / considerando quanto / ci ha no-mondezza e pianto? / Che truovi tu che vaglia? / ... / Di' , che vai tu cercando? / Già non sal' ora e quando / ven quella che ti porta, / quella che non comporta / oficio o dignitate: / ... / Adunque, omo, che fai?".


“la Repubblica”19 giugno 1985

26.5.14

Portella della Ginestra. Una trappola per Giuliano (Francesco La Licata)

A 67 anni dal massacro dei sindacalisti per la prima volta la vedetta della banda Giuliano ha parlato con un giornalista, raccontando la sua verità sul “re di Montelepre”, sui rapporti con la politica e la mafia, su Portella della Ginestra, sulla uccisione del bandito. Alcuni dei suoi ricordi sono conferme di vicende note da altre fonti, altri contengono vere e proprie rivelazioni. Non saprei dire fino a che punto siano attendibili, ma mi sembrano credibili. (S.L.L.)

Il bandito ed il bambino
«Hanno sempre parlato di un bambino che era una specie di beniamino di Salvatore Giuliano e della sua banda, ma nessuno mai è riuscito a sapere chi fosse e che fine avesse fatto. Si è detto di una piccola vedetta che andava e veniva su e giù per le montagne, andava in paese, a Borgetto, a procurare il pane, i viveri, il tabacco trinciato per fare le sigarette e tornava - sempre correndo - per consegnarli ai banditi che si nascondevano tra quelle rocce. Ecco, sono passati quasi settant’anni, un secolo che mi porto dentro questo segreto. Ma adesso voglio dirlo: quel bambino ero io. Ho conosciuto bene Giuliano, Turiddu, e quasi tutti i suoi uomini. Conosco la loro storia, che è diversa da quella raccontata dai giornali e dai libri. Sono stato per tanto tempo vincolato al segreto perché lo avevo promesso a mio zio e, in punto di morte, a mio padre, che mi fece giurare di non parlare prima che fossero passati cinquant’anni. Ora posso sciogliere quel giuramento e parlare di quella che per me fu anche una straordinaria avventura. Io, il piccolo Giacomino, ho vissuto a fianco di Turiddu: dal 1942 fino alla sua morte».
Giacomino oggi è un uomo vicino agli ottanta che non vive più in Sicilia da diverso tempo. La sagoma, però, e l’inflessione sono rimasti quelli impressi col fuoco della Sicilia più cupa, aspra come le montagne di Sagana, Partinico, Montelepre e Piana degli Albanesi. Ha una faccia scolpita e gli occhi ardenti e mobili, Giacomo B. quando racconta fa una gara con le parole, come se temesse di perderle nel pozzo della sua memoria che sembra prodigiosa e incredibilmente ricca.
Non rivela il cognome non perché abbia qualche timore, ma soltanto per riguardo ai parenti che abitano ancora in Sicilia. Il suo racconto è meticoloso, forse potrà non essere condiviso da chi ha codificato una storia diversa, ma tuttavia rimane una preziosa testimonianza. La «verità» di un teste oculare che non ricorre a cautele politiche o storiche, perché non sa cosa siano. Un racconto che comincia nel 1942, quando il bambino Giacomo trascorre la propria esistenza tra le campagne di Borgetto (paesone tra Partinico e San Giuseppe Jato, nel Palermitano), all’aria aperta con le pecore e le mucche, all’ombra di un vecchio cimelio nobiliare chiamato Palazzo Ramo, dal nome degli antichi proprietari, dove abitava con la famiglia .
«La fama di Giuliano – attacca Giacomo – era già esplosa con la sparatoria che aveva avuto coi carabinieri che gli volevano sequestrare il grano preso al mercato nero. Mio padre e mio zio erano molto rispettati in quella zona e Palazzo Ramo era una specie di zona franca per tutti. Lo diventò anche per Turiddu, che intanto aveva formato la sua banda. C’era l’acqua, c’era la possibilità di rinfrescarsi e riposare e quindi spesso lo vedevo arrivare e parlare con mio padre».
Si intuisce che Giacomo nutre (ancora oggi) una vera passione per Giuliano e lo ricorda come una specie di difensore dei poveri: «Gli ho sentito dire che bisognava finirla di “calare” sempre la testa, non sopportava di vedere la gente scalza e morta di fame e così cominciò a usare i soldi che gli arrivavano dai suoi “colpi” per comprare il pane e distribuirlo a chi non aveva niente. Mi ricordo che diede dei soldi a un certo Peppino Panettini perché ordinasse a mastro Paolino Migliore, artigiano calzolaio, una certa quantità di scarpe da dare a chi aveva bisogno. Giuliano andava in giro con le tasche piene di fichi secchi e li offriva a grandi e bambini che non avevano da mangiare. Io così me lo ricordo».
Il ritratto di Giuliano-Robin Hood coincide con una certa tradizione popolare, almeno per quel che riguarda l’inizio della sua storia. Bandito sì, ma amato. Persino dalle suore dell’Ospedale Gesù Bambino di Palermo, che furono ospiti, sfollate a Palazzo Ramo per quasi due anni, fra il ’42 e il ’44, lontano dai bombardamenti palermitani. «La superiora – rammenta Giacomo – stava ore a parlare con mio padre, poi mi ricordo suor Valentina e suor Carlotta. Giuliano non si nascondeva da loro e quando fu ferito in uno scontro a fuoco coi carabinieri fu salvato proprio da madre Valentina, che gli fece una puntura, senza la quale Turiddu sarebbe morto. La riconoscenza di Giuliano durò per sempre: finanziò il restauro della chiesa di Palazzo Ramo e, anche dopo il ’44, continuò a mandare il frumento alle suore». Certo, il bandito aveva i suoi metodi e così, quando qualcuno cercava di imporre l’acquisto del grano a prezzo di contrabbando, Turiddu non esitava a «convincerlo» a praticare il prezzo di mercato, molto più basso. I sequestri dei «padroni del grano», dunque, cominciarono a proliferare in tutta la zona.
E Giuliano, a sentire Giacomo, entrò in confidenza anche coi soldati americani, quando arrivarono da Licata, dopo lo sbarco. «Io andavo a prendere acqua, ogni giorno, presso una sorgente. Una volta vi trovai un soldato che mi diede una borraccia e mi fece segno di riempirla. Poi a gesti e a sillabe mi chiese se conoscevo Giuliano. Mi dava fiducia quel soldato e così gli dissi che lo conoscevo a sapevo dove trovarlo. Alla fine si incontrarono a Palazzo Ramo e Giuliano comprò pure delle armi. Da lì passarono pure altri personaggi: venne il giornalista Stern (che era una spia, ma Giacomo non lo sa, ndr) e pure una bella signora che restò a lungo ospite (si tratterebbe di Maria Lamby Karintelka, anch’essa spia, che intervistò il bandito con lo pseudonimo di Maria Cyliacus) e venne più d’una volta l’Alto commissario Ciro Verdiani.
Giacomo avrebbe altri episodi da includere nell’epopea (per esempio, quando Giuliano curò un carabiniere che aveva ferito e quello gli chiese un ricordo da conservare, Turiddu gli regalò un coltellino e iniziò un’amicizia) e non è facile frenarlo. Ci riusciamo ricorrendo ai «problemi di spazio». Ma si riaccende quando si passa agli argomenti più «seri»: la strage di Portella della Ginestra (oggi sono 67 anni) e il mistero della morte di Giuliano. Anche qui, Giacomo parla per testimonianza diretta e per aver ascoltato i racconti del padre e dello zio.
«Giuliano fu tradito dai suoi stessi uomini. Fu tradito – scandisce Giacomo – da Giuseppe Passatempo che sparò a Portella su mandato della mafia, della politica, con la complicità dei carabinieri, che addirittura fornirono armi agli assalitori». La politica? «In particolare i separatisti. Turiddu era stato agganciato nel 1944 da Finocchiaro Aprile che venne, accompagnato da un altro, a Palazzo Ramo. Giuliano non c’era e mio padre li mandò dalla madre. Ma lei non si fidò e disse loro di lasciare un biglietto che avrebbe fatto avere al figlio. Finocchiaro Aprile scrisse un indirizzo di Palermo, dove si potevano incontrare, e specificò le modalità di riconoscimento. Turiddu conosceva Finocchiaro Aprile e sapeva chi era e cosa faceva. Andò a Palermo travestito da postino, accompagnato da Gaspare Pisciotta e Giuseppe Passatempo. Parlò a lungo con il padrone di casa e da allora ebbero un rapporto continuo».
Ma torniamo a Portella. Riprende, Giacomo: «Per l’operazione di Portella furono investiti 80 milioni di allora, molti dei quali andarono alla mafia. Il capo della congiura era il boss don Calò Vizzini, che con Giuliano aveva avuto più di qualche scontro. Accanto a lui la mafia di Monreale, Nitto Minasola e gli amici di Domenico Albano, orientati dai carabinieri. Contrario a questo schieramento c’era il boss di Partinico e Borgetto don Gioacchino D’Arrigo che stimava molto mio padre e mio zio».
Ma come fu portata avanti la congiura? «Giuliano – è la risposta – aveva ordinato a Passatempo di andare a Portella solo coi fucili. Invece spararono i mitragliatori che colpirono anche dall’alto della montagna». Questa la «verità» di Giacomo, che – bisogna dirlo – confligge con tutta la storiografia prodotta sul tema: non ha mai convinto la tesi che a Portella il bandito volesse soltanto spaventare i contadini in festa. «Il fatto è – insiste il nostro – che quella mattina, nascosti in un furgoncino, arrivarono sei mitragliatori che furono assegnati ad altrettanti mafiosi. Ci fu un testimone che li vide: un ragazzo che andava in bicicletta ed era stato sorpassato dal camioncino. Io ho sentito con le mie orecchie che le mitragliatrici erano state procurate dai carabinieri e a loro erano state riconsegnate dopo la sparatoria».
E Giuliano seppe questa storia? «Certo che l’ha saputo. Arrivò anche a parlare col ragazzo della bicicletta. Seppe i nomi dei sei mafiosi, ricordo che due erano di Piana degli Albanesi, due di San Giuseppe Jato e due di un paese che non so più bene. Lui li voleva rapire per farli parlare, ma il progetto non era fattibile. Quei nomi, comunque, li scrisse nel suo libretto (sarebbe il terzo memoriale di Giuliano, mai ritrovato, ndr) insieme con tutta la verità su Portella. Lui, Turiddu, avrebbe voluto uccidere Domenico Albano, che faceva il doppio gioco con quelli di Monreale, ma fu dissuaso da don Gioacchino D’Arrigo. Il 4 maggio, verso le 18, ci fu una riunione nella masseria messa a disposizione da Vito D’Amico. Io aprii perché solo io sapevo dove stavano le chiavi. Don Gioacchino lesse il giornale con la notizia di Portella e commentò: “Questo è troppo”. Pisciotta gridava e ripeteva: “Ci hanno preso in giro” e si riferiva ai politici. Giuliano, mi ha raccontato mio padre prima di morire, propose la vendetta verso Albano, ma don Gioacchino disse che le cose potevano aggravarsi ed era meglio soprassedere».
Ma chi ha certezza del tradimento di Passatempo? «Giuliano, dopo la strage, lo convocò e lo legò ad un albero. Due giorni dopo, prese il giornale e andò ad affrontarlo dicendogli: “A chi hai fatto questo favore?” Quello rispose: “All’amico tuo”, riferendosi a don Calò Vizzini».
Ovviamente, l’inconfessabile verità sulla strage di Portella sta, secondo Giacomo, alla base della morte di Salvatore Giuliano: «Che non fu ucciso a Castelvetrano, lo sanno tutti. Fu ucciso a Monreale, a villa Carolina. A Giuliano lo cercavano tutti ma per modo di dire, perché lui aveva rapporti persino con Ciro Verdiani, il capo dei poliziotti. Grazie a lui era riuscito a far scarcerare i suoi genitori. Il 3 luglio del 1950 gli tesero la trappola: l’ho visto io, a Borgetto, parlare con Domenico Albano, poi andò dalla madre che gli consigliò di dirigersi verso Castelvetrano e non a Monreale, perché tutti quelli che c’erano andati non erano più tornati. Pisciotta era già a Monreale. Giuliano partì da Borgetto con un amico che lo accompagnò in taxi, giunse a Monreale e disse a Pisciotta: “Che stai combinando?”. Turiddu sarebbe dovuto tornare a Borgetto e invece morì lì, a villa Carolina (poi la messinscena dei carabinieri a Castelvetrano nel baglio dell’”avvocaticchio” Gregorio Di Maria e il finto scontro a fuoco, ndr). Mio padre e mio zio mi hanno raccontato che Giuliano fu addormentato con un potente sonnifero datogli da Pisciotta che lo aveva avuto dai carabinieri, durante una sosta nella caserma di corso Calatafimi, a Palermo». Il resto è più o meno noto. Ora Giacomo dice di sentirsi meglio, anche se di storie da raccontare ne ha ancora tantissime.


“La Stampa”, primo maggio 2014   

“Mano morta”? In Giappone più viva che mai (Silvio Piersanti)

Articolo non nuovissimo, di quasi un anno fa, ma non pare che la situazione sia di molto cambiata. (S.L.L.)

TOKYO. La «mano morta» è più viva che mai in Giappone. Nel Paese dove non ci si da la mano perché è un contatto troppo intimo, le mani (altrui) te le puoi ritrovare addosso con sconcertante facilità. La rete di trasporto più lodata al mondo, la metropolitana, diventa nelle ore di punta una trappola per le ragazze di scuola media e liceo: tra i viaggiatori stipati come sardine, subiscono umilianti palpeggiamenti senza poter reagire.
Una recente indagine ha accertato che circa il 70 per cento delle studentesse sono state importunate almeno una volta da chikan (letteralmente, uomo stupido). I chikan sono cosi numerosi che molte scuole femminili hanno fatto in questi giorni una richiesta ufficiale sottoscritta da migliaia di insegnanti e genitori perché siano approntate carrozze per sole donne in prossimità delle ore di inizio e fine delle lezioni. Alcune sono già in funzione sulle linee più frequentate. Qualche insegnante ha suggerito alle allieve di viaggiare vicino alle porte per potersi sottrarre al palpeggiamento scendendo alla prima stazione. Altri consigliano di portare uno spillo con cui impartire leggere punzecchiature e segnalare il non gradimento.
La polizia arresta ogni anno in media 5.000 chikan, indicati dalle vittime. Ma la capillare campagna nazionale anti-chikan non sembra frenare l'attività delle «mani morte». Anche perché se il caso arriva davanti a una corte, trova in genere giudici di manica molto larga: l'imputato viene rimandato a casa dopo una lavata di testa. Con eccezioni: come nella vicenda vera narrata nel film Io non l'ho proprio fatto del regista Masayuki Suo, in cui il protagonista, accusato di aver molestato una ragazza sul metrò, impiega 5 anni per ottenere piena assoluzione. (Suo è molto famoso per Shall We Dance?, a cui ha fatto seguito il remake americano con Richard Gere e Jennifer Lopez).
Il fenomeno è così radicato nell'immaginario maschile giapponese che fanno affari d'oro i caffè dove si riproduce l'ambiente di una affollata carrozza di metropolitana in cui il cliente, dopo aver sborsato l'equivalente di 50 euro, può allungare le mani su seni, fianchi e natiche di una dipendente del locale, vestita da liceale, che sta in piedi immobile, dandogli le spalle Vietatissimo mettere le mani sotto la minigonna della «passeggera»: si violerebbe la legge che stabilisce i confini tra erotismo e pornografia: permesso il primo, vietata la seconda.


Il venerdì di Repubblica, 28 giugno 2013  

La poesia del lunedì. Camillo Sbarbaro (1888-1967)

Camillo Sbarbaro nel 1910
Torbidità
Nel mio povero sangue qualche volta
fermentano gli oscuri desideri.
Vado per la città solo la notte:
e l'odore dei fondaci al ricordo
vince l'odor dell'erba sotto il sole.

Rasento le miriadi degli esseri
sigillati in se stessi come tombe.
E batto a porte sconosciute, salgo
scale consunte da generazioni.
La femmina che aspetta sulla porta
l'ubbriaco che rece contro il muro
guardo con occhi di fraternità.
E certe volte subito trasalgono
nell'andito malcerto, in capo a cui
occhi di sangue paiono i fanali,
le mie nari che fiutano il delitto.

Mi cresce dentro l'ansia di morire
senza avere il godibile goduto
senza avere il soffribile sofferto.
La volontà mi prende di gettare
come un ingombro inutile il mio nome.
Con per compagna la Perdizione
a cuor leggero andarmene pel mondo.


“Lacerba”,1913, I, 12, poi in “La cultura italiana attraverso le riviste”, Vol.IV

L'indefinibile Pinocchio (Bernardino Zapponi)

Trovo splendido il finale di "Pinocchio"; la conclusione drammatica del bambino per bene che irride a se stesso fantoccio è un' intuizione geniale, che dà l'ultima stretta crudele a tutta la storia. Pinocchio nasce a puntate (sul "Giornale per i bambini", cento anni fa), ed a sbalzi; vi sono salti di molte settimane fra l'una puntata e l'altra; e questo ritmo saltellante, di marionetta, dà stile al romanzo. L'autore, discolo e svogliato come la sua creatura, scrive soltanto quando è pressato dai debiti di giucco; inventa personaggi che poi abbandona o riprende modificandoli, a cominciare da Geppetto. Guardiamo come questi entra in scena: è «un vecchietto tutto arzillo», dall'irreale parruccone giallo, che ha "pensato" di fabbricarsi «un burattino meraviglioso che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali». Così andrà in giro per il mondo, per buscarsi «un tozzo di pane e un bicchier di vino».
A parte il pane e il vino, di sapore mediterraneo, qui siamo in pieno Hoffmann; questo Geppetto mattoide è un artigiano-mago, un ciarlatano gotico creatore di pupazzi viventi, dalla vocazione spettacolare e randagia. Ma già nella puntata seguente il distratto Collodi ci conduce in un tipico interno di miseria toscana, dove il mago Geppetto si degrada in padre di famiglia piangente per le impertinenze del "figliolo" (ma non doveva essere un burattino da esibire nelle fiere?), che ha «penato tanto a farlo un burattino per bene». L'altro personaggio-pendant di Geppetto: la Fata: nasce non come fata, ma come una spettrale bambina morta, simbolo di quella foresta di orrori dove Pinocchio verrà impiccato alla quercia e vi morirà; dopo di che la storia si conclude, al termine della puntata c'è scritto ben chiaro FINE.
Passano i mesi. Evidentemente Collodi non ha bisogno di quattrini, Pinocchio è finito. Poi, attizzato dalle proteste dei lettori e del direttore dei "Giornale", forse anche spinto da nuovi bisogni, Collodi rida vita al morticino, ma in che modo? occorre un intervento sovrumano: una Fata, e con disinvoltura l'autore traveste la bambina morta in una «bonissima Fata che da più di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco». C'è un che di sbrigativo e di teatrale, una sostituzione d'attrici, ed ecco nascere quel personaggio ambiguo e travestito, che è la Fata dai capelli turchini, dolce e funebre, imprendibile come ogni vera donna, che contribuisce al clima di continua metamorfosi di questo libro indefinibile. Del che è primo simbolo lo stesso Pinocchio.
Quello che rende effìmeri e noiosi tanti protagonisti di storie per ragazzi è la loro definizione precisa, la loro finitezza di ometti, mentre i grandi personaggi come Pinocchio, come Peter Pan, come Alice, sono imprecisi e mutevoli proprio come i bambini, che crescono, cambiano, si trasformano, fino alla tragica metamorfosi finale dell'acquiescenza al mondo adulto. C'è nell'animo infantile un qualcosa di più, o di meno, o di diverso, che è stato appunto espresso dalla ligneità di Pinocchio, dalle ali di Peter Pan, dall'allungarsi e accorciarsi di Alice. E' pensabile che se Collodi non avesse dovuto sottostare alle regole del "feuilleton" non avrebbe creato questa storia stupefacente, compressa in tanti capitoletti separati, ciascuno nutrito d'umori concentrati, dove riversava l'amaro della sua vita quotidiana: perché negli altri romanzi, da Giannettino al penoso Scimmiottino color di rosa si nota un che di asmatico e bolso; d'ispirazione breve. Ma così scisso e intervallato, forse anche talvolta, odiato, Pinocchio è magicamente riuscito capolavoro. A cinquantacinque anni Collodi compì la trasformazione opposta di Pinocchio, e da uomo pratico, benché nevrotico, si fece burattino, rovesciando tutto se stesso in quelle agre, pungenti, stizzite avventure. L'identificazione fu tale che Collodi morì come Pinocchio: bussando a una porta che non si aprì, come quella della casina bianca da cui si affacciò la Bambina morta.


Da “L'Espresso”, ritaglio senza data (anni Ottanta?)

"Ave puttana". L'Elogio della prostituzione di Italo Tavolato (1913)

Tra i centenari di quest'anno quattordici è bene non scordarsi del processo alla rivista “Lacerba” e al suo redattore Italo Tavolato, impropriamente chiamato “processo ai futuristi”. La rivista nasceva da una costola de “La Voce”: Papini, che se n'era separato, era ora provvisoriamente alleato di Marinetti e dei suoi futuristi, il che faceva del periodico una fabbrica di provocazioni artistiche, politiche, etiche. La vicenda del processo fu ricostruita da Sebastiano Vassalli con molta verve in un suo romanzo-saggio del 1986, L'alcova elettrica, che Einaudi non ristampò più (per la ristampa con un nuovo quasi sconosciuto editore bisognerà attendere il 2009). 
 Tavolato, giovane triestino studente a Firenze, nietzchiano esagitato, aveva già pubblicato nel febbraio del 1913 sul n.3 di “Lacerba”, un articolo Contro la morale sessuale. Ma la provocazione non era bastata, per cui sul n.9 del 1° maggio 1913 si produsse in una nuova performance, un lungo Elogio della prostituzione. Prima una lunga discettazione sull'utilità dell'istituzione e sul prestigio che viene dalla durata: “La puttana resta. Varia di stile; diventa mondana, da sacra che era; si chiama etèra; entra nel ditterione; fa la cortigiana; vien confinata nella maison de tolérance; si muta in bagascia, mantenuta, donna allegra, donna perduta, farfallina, cocotte; la trovi per istrada e nei palazzi, nei lupanari, nei bordelli, nei casini, nelle case di ricreazione muta di stile, d'abito; l'essenza resta: la puttana è eterna”. E sul finire un lirico elogio della prostituta, testo di rara comicità involontaria, che è il brano qui postato. Secondo Vassalli Tavolato “è un personaggio libresco, un don Chisciotte che muove all' assalto di mulini a vento ideologici tenendo a propria Dulcinea... Papini”. 
L'alcova elettrica, dopo una ricognizione su ambienti e personaggi fiorentini, letterati e giudici, preti e tenutarie, artisti e mercanti, grandi dame ed avvocati, riprende per intero l'articolo di Tavolato come “corpo del reato” ed è centrato sul processo che si svolse nel 1914, l'anno di Sarajevo. Il procuratore del Re assimila l'Elogio a un testo pornografico, atto a suscitare e ad eccitare istinti lussuriosi. L'avvocato difensore, tal Contri, dovrà dar fondo a tutta la sua dottrina per confutare e ribaltare la tesi. Alla fine ci sarà l'assoluzione con applausi futuristi. 
Il Tavolato dopo la guerra farà una gran carriera, diventerà un agente dell'OVRA, la polizia segreta fascista, con compiti di spionagglio e di provocazione tra gli intellettuali oppositori del regime. (S.L.L.)

SALVE, sincera puttana! Sei tipo. Sfotti l'opinione pubblica e l'approvazione della società. Non metti in compromesso i tuoi caratteri con cristallizzazioni ideali. Oh tu, fiore di verità!
eroica puttana! Tra gli scherni e i dileggi aspetti coraggiosa il tuo maschio. Osi l’esperimento. Finché un giorno egli arriva, e selvaggio, irrompe in te, per darti gioie tali, come la madre non le conosce.
formosissima puttana! tu lo sai quanto le carni del mestiere siano più belle delle maritate polpettone. Le vedi? — come, con sudata affettazione, si trascinano dietro i loro tafanari, onesti sì, ma grandi come case. E, sorgi tu laggiù, “quella vedova finestra, quell'eclissato sole, quello schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quel cesso, quel mestruo, quella carogna, quella febbre quartana, quella estrema ingiuria e torto di natura”, quella virtuosa zitella, insomma? Ha una funzione: d'incorare te, puttana, a persistere nel peccato. Quante più ti sprofondi nel vizio, tanto più bella risorgi.
comoda puttana! Ci risparmi la grande svergognatezza della dichiarazione d'amore. Con te, le nostre labbra non sfiorano l’amaro calice delle convenzionali finzioni amorose. Con te finisce la tragicommedia dell’amore galante e cavalleresco, tutto lezi e sdolcinature, indegno dell'uomo. Non ci fai perder tempo e non ci leghi. Intensifichi la nostra vita, cara puttana!
impudica puttana! Non hai mangiato la mela della morale, non temi, perciocché sei ignuda. Mostri tutto, anche le parolacce. Dai capelli alle piante dei piedi, non c’è zona del tuo corpo ove tu abbia localizzato la vergogna. Da te è sloggiato il pudore, la paura del corpo. Perciò ami la pulizia, perciò sei ricca di gesti e di colori.
lontana puttana! Sogna, sogna l'impossibile, il tuo perfetto complemento! Lo sappiamo: quando parliamo a te, parliamo a noi. Puttana, la tua assenza ci arricchisce: aumenta la coscienza di noi stessi. A che valgono le barriere moralità, religione, nobiltà d'animo, dignità, contegno, entro cui si chiudono le donne perbene? Invitano la libidine a salti acrobatici. La tua costante infedeltà, invece, ci dimostra l'inesistenza dell'amor idillico. È la tua monumentale assenza, muta puttana, che ci insegna la via verso casa nostra : verso il mondo delle idee.
stupida puttana ! Come son dolci le tue carezze ! Puttana, abisso d’incoscienza, caos d'illogicità, ti preferiamo alla donna saputina. Noi non ci cerchiamo in te. Ti avviciniamo per allontanarci, per essere maggiormente noi. — Come sai baciare! Fecondi l'uomo. Gli dai gioia! Quella gioia che è creatrice al pari del dolore.
artificiosa puttana ! Certi tristi scocciatori ti rimproverano il disonesto belletto, lo specchio, i pizzi, la seta, il taglio e il colore dell'abito. Sei innaturale e voluta. — E cosi sia. Anche il genio è voluto. — La natura manda peste e terremoti. Il perbenismo zoppica su piedi sudati, le unghie nere e i capelli appiccicaticci. Non è più rispettabile la puttana, lo “strumento del diavolo”, come dicevano i luminari della chiesa?
Spengetevi, lumicini. Sia anche la notte. E trionfi anche il diavolo, per il trionfo della vita. Salve, diavolo! Ave puttana

Lacerba, 1° maggio 1913

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