26.10.14

Divergenze parallele. Steve Jobs e Edison. (Marco d’Eramo)

Thomas Edison & Steve Jobs
Elogi funebri a confronto
«Ha reso questo mondo un posto migliore in cui vivere e ha portato quelli che una volta erano considerati lussi nella vita dei lavoratori. Nessuno nella lunga lista di coloro che hanno beneficiato l’umanità ha fatto di più per rendere l’esistenza facile e comoda». Non è Steve Jobs di cui si parla, bensì Thomas Alva Edison, e queste frasi non sono state scritte l’altroieri, ma ottant’anni fa, esattamente il 18 ottobre 1931 nell’elogio funebre a firma di Bruce Rae che ne pubblicò allora il «NewYork Times», intitolato Il mondo reso migliore dalla magia di Edison - Fece più di ogni altro per immettere i lussi nelle vite delle masse.
È interessante paragonare le due retoriche che corrispondono non solo a due generi diversi di innovazione tecnologica, ma anche a due stadi differenti della civiltà dei mass-media per due innovatori/capitalisti, cioè per imprenditori che personificano ambedue l’idea del prometeico industriale schumpeteriano, ma in modo totalmente divergente. Certo, una differenza decisiva, che spiega almeno in parte i toni diversi, è che Edison (1847-1931) morì dopo una lunga vita e molti anni dopo che le sue invenzioni erano state rese invisibili dall’abitudine, mentre Steve Jobs è morto relativamente giovane (56 anni) dopo una lunga, pubblica battaglia con un tumore al pancreas, quando le sue innovazioni furoreggiano ancora per la loro «novità».
Ma non è solo per l’età avanzata che negli obituaries di Edison manca la lacrimosità versata invece in abbondanza (e in misura assolutamente bipartisan, da destra e da sinistra) per Steve Jobs, un commuoversi a buon mercato che ricorda altre ondate di (effimeri) struggimenti, quale quello per Lady Diana, e che quindi corrisponde a una figura nuova per i capitalisti o per gli industriali, quella del «divo». Né Edison, né Henry Ford (altro grande innovatore) furono mai star: certo furono famosissimi al loro tempo, ma la natura della loro fama era molto lontana da quella di un divo appunto, assomigliava più a quella di un grande generale (uno Sheridan o un von Moltke) che a quella di un artista di successo.
In questo senso si può dire che il rituale funebre di Edison era tutto immerso nell’idea di progresso, quello di Jobs è invece il trionfo del capitalismo postmoderno (basato sull’eleganza, sull’essere accattivante, oltre che sulla praticità). Dipende in parte dalla natura delle innovazioni di Edison che furono anch’esse, come quelle di Jobs, in gran parte migliorie di invenzioni preesistenti: Edison non fabbricò la prima lampada elettrica a incandescenza, bensì la prima lampada a incandescenza commerciabile. In questo senso contribuì a quella vittoria sul terrore della notte e del buio che secondo Wolfgang Schivelbusch (Luce. Storia dell’illuminazione artificiale, Nuove Pratiche Editrice, 1994) caratterizza la fine del XIX secolo (Parigi, la ville lumière). Ma il fonografo, quello sì che Edison lo inventò tutto lui. Scrive il «New York Times»: «E poi venne il fonografo – prima una novità, poi un genere di lusso, infine un oggetto comune. Portò le grandi arie dell’opera nei caseggiati popolari. La voce di Caruso s’innalzò per tibetani dalla faccia piatta nei villaggi delle colline del Darjeeling. I commercianti intuirono che grazie a esso africani ancora armati di lancia avevano la possibilità di ascoltare il jazz di Broadway… E tra cinquant’anni, la voce di Caruso e dei suoi contemporanei sarà ascoltata da coloro che non sono ancora nati».
Le innovazioni di Edison sono, per così dire, a monte dell’estetica, generano le condizioni perché possa prodursi un’esperienza estetica (grazie non solo al fonografo, ma anche alla cinepresa), mentre quel che colpisce negli elogi funebri di Jobs è che se ne parla come di un Dior o di una Coco Chanel dell’informatica (l’ipod come l’equivalente di quel che fu l’introduzione del tailleur per l’eleganza delle donne), cioè che il suo capitalismo è tutto immerso nella dimensione estetica: anche in questo se ne può parlare come di un «capitalista postmoderno»; non che sfrutti di meno, anzi (come ricordava Benedetto Vecchi a proposito dei beni prodotti negli sweatshops asiatici), ma lo sfruttamento si integra nella cultura del gratuito da cui trae profitto.
L’ultima coincidenza a colpire è che ambedue le morti sono cadute in un periodo in cui la crisi economica non accenna a diminuire: Edison morì due anni dopo il martedì nero 29 ottobre 1929, mentre Jobs è morto a poco più di tre anni dal fallimento di Lehman Brothers (15 settembre 2008). Anche qui però la morte di Edison è intrisa di progresso («le sue invenzioni diedero lavoro – oltre che luce e divertimento – a milioni» poiché crearono dal nulla tutta l’industria elettrica); mentre nell’altra, di posti di lavoro c’è traccia (come ha notato Alberto Piccinini) solo nel nome jobs (che in inglese vuol dire «posti di lavoro») oppure in Cina e nel sudest asiatico.


“il manifesto”, 9 ottobre 2010

nelle nostre campagne... Una poesia di Jolanda Insana

nelle nostre campagne
dopo l'uso e l'abuso di diserbanti
è rimasto un passero solitario
che con arte incantatoria
piglia lanterne per lucciole

gli altri hanno cambiato contrada

da Fendenti fonici, Società di Poesia, 1982

Il Giudizio e il Tentatore. Papa nuovo, dottrina vecchia (Walter Peruzzi)

Tra gli ultimi articoli del nostro compagno Peruzzi spicca questo scritto più di un anno fa, sulle speranze suscitate dal nuovo papa Francesco. Bergoglio con il suo nuovo stile sembra andare incontro alle speranze di cui Walter parla e smentire il suo stesso passato, suscitando qualche reazione nella parte più conservatrice della gerarchia ecclesiastica. Resta tuttora inevasa la domanda di fondo: si può rinnovare il cattolicesimo senza cambiarne la dottrina, senza condannare il passato, senza rinnegare la Tradizione su cui si regge il potere vaticano? (S.L.L.)

Speranze, illusioni e realtà a proposito di un pontificato
I lunghi anni di restaurazione mascherata o aperta che hanno frustrato, con Wojtyla e Ratzinger, le illusioni del Vaticano II, possono spiegare la disperata speranza con cui anche i cattolici più critici guardano al papa «venuto dalla fine del mondo». A costo di alimentare nuove illusioni.

Solo misericordia?
Perfino Boff, che aveva rotto col cattolicesimo, celebra come teologo della liberazione «nei fatti» il cardinal Bergoglio, che ne fu aspro avversario in Argentina. E Raniero La Valle pensa che il nuovo papa si avvii a superare le idee radicate nel nostro «immaginario religioso» di un Dio vendicativo e di un Cristo giudice, legate a loro volta ai dogmi del peccato originale e dell’inferno – sempre meno digeribili dai cattolici più aperti.
«Finalmente abbiamo un pastore che invece di parlare di principi non negoziabili … o condannare “comportamenti devianti”», scrive La Valle sul n. 12 di “Rocca”, afferma non soltanto «che Dio è misericordia» ma «che Dio è solo misericordia e perdona sempre» in contrasto con la tradizione preconciliare di un «Dio che giudica, e poi perdona, ma anche punisce e condanna in questa vita e nell’altra»; di «un Dio offeso, che … aveva voluto essere risarcito col sacrificio del Figlio, che proprio per questo, “discendendo dai cieli”, sarebbe stato mandato a morire sulla croce»: il Dio, in una parola, incarnato nel giudizio universale di Michelangelo, che «pesa come una cappa di piombo sulla nostra fede».

L’inizio e la fine della storia
Ma è stato proprio papa Francesco a smentire tale supposto abbandono della dottrina raffigurata da Michelangelo affermando: «Nel Credo noi professiamo che Gesù “di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”. La storia umana ha inizio con la creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio e si chiude con il giudizio finale di Cristo. Spesso si dimenticano questi due poli della storia, e soprattutto la fede nel ritorno di Cristo e nel giudizio finale a volte non è così chiara e salda nel cuore dei cristiani. … L’immagine utilizzata dall’evangelista è quella del pastore che separa le pecore dalle capre. Alla destra sono posti coloro che hanno agito secondo la volontà di Dio, soccorrendo il prossimo affamato, assetato, straniero, nudo, malato, carcerato… mentre alla sinistra vanno coloro che non hanno soccorso il prossimo. Questo ci dice che noi saremo giudicati da Dio sulla carità.» (Udienza generale, S. Pietro 24 aprile 2013)
Se dunque il papa, riprendendo il testo biblico (Matteo, 25, 32-34), mette l’accento sulla «carità» come metro del giudizio finale, ribadisce però che esso ci sarà, come il paradiso e l’inferno, nel modo in cui appunto lo rappresentò il Buonarroti.

I gay, il diavolo e Santa Teresina
Allo stesso modo Francesco, in varie occasioni, non ha affatto rinunciato a parlare dei «princìpi non negoziabili» e a condannare i «comportamenti devianti», sulla falsariga di quanto ebbe a scrivere il 22 giugno 2010 ai monasteri carmelitani di Buenos Aires l’allora cardinal Bergoglio per denunciare l’imminente approvazione della legge che legalizzava il matrimonio e le adozioni omosessuali.
In quella legge il futuro papa Francesco ravvisava «il rifiuto totale della legge di Dio, incisa anche nei nostri cuori» e aggiungeva: «Ricordo una frase di Santa Teresina quando parla della sua malattia infantile. Dice che l’invidia del Demonio voleva vendicarsi della sua famiglia per l’entrata nel Carmelo della sua sorella maggiore. Qui pure c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio.»

La guerra di Dio
In questa lettera alle suore carmelitane, inoltre, insieme al vecchio armamentario di Dio e del Diavolo, coi rispettivi «disegni», ricompariva anche il sogno teocratico di una società modellata secondo la morale cattolica e secondo la morale “naturale” con essa coincidente: «Oggi la Patria», concludeva infatti Bergoglio, «ha bisogno dell’assistenza speciale dello Spirito Santo che porti la luce della verità in mezzo alle tenebre dell’errore. … Invocate il Signore affinché mandi il suo Spirito sui senatori che saranno impegnati a votare. Che non lo facciano mossi dall’errore o da situazioni contingenti, ma secondo ciò che la legge naturale e la legge di Dio indicano loro. Guardiamo a san Giuseppe, a Maria e al Bambino e chiediamo loro con fervore di difendere la famiglia argentina. … Che ci soccorrano, difendano e accompagnino in questa guerra di Dio.»
Parole, le ultime, che ripetono quelle con qui Gregorio IX chiamava i fedeli, nel 1230, alla crociata contro un popolo contadino (ed eretico): «siate pronti alla guerra contro i pagani … Perché non è solo la vostra guerra, ma la guerra di Dio.» (bolla Contro il popolo tedesco degli Stedingi). Mentre l’accostamento della legge sulle unioni gay al Diavolo fa tornare alla mente l’altro Gregorio, Magno (590-604), secondo il quale «era giusto che i Sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero per mezzo del fuoco e dello zolfo.» (Commento morale a Giobbe)
Echi antichi di una dottrina vecchissima, anzi decrepita quanto basta per mettere una pietra tombale sulle speranze di rinnovamento suscitate dal papa “nuovo”.


Dal sito “cattolicesimo reale” pubblicato anche in “cronache laiche” 29 giugno 2013


Preghiera per l'albero. SOS: il verso mancante e gli eventuali errori (S.L.L.)

Sant'Alfio (Ct) - Il castagno dei 30 cavalli
La poesia che segue, forse di Renzo Pezzani, s'intitola "Preghiera per l'albero" e me la fecero solennemente recitare in una "festa degli alberi" quasi sessant'anni fa. Alla mia memoria manca un verso (e potrei ricordar male qualche passaggio). Chi mi aiuta a rimediare all'omissione e a correggere gli eventuali errori? (S.L.L.)

Per l'albero ti prego, o mio Signore,
che regala la legna al focolare,
ci dà le travi per le nostre case,
il legno per le culle e per le bare,

per il letto che accoglie il sonno pio,
per la madia che avrà di pane odore,
….....................................................
per la croce che seppe il tuo dolore.

Siero Bonifacio. Il veterinario che prometteva guarigioni (Marco Laudonio)

Malattie mortali, malati disperati, cocktail miracolosi brevettati (ma non da medici). Se redazioni in cerca di eroi intervistano "esperti" e "guariti" con il frame della lotta tra chi aiuta "la gente" e chi schierato con "il potere" la osteggia, allora la fine è nota. Malati con i cartelli davanti Montecitorio, onorevoli che presentano interrogazioni pro-cura, sentenze che impongono sperimentazioni o trattamenti, la comunità scientifica cauta e dubbiosa bollata come bieca baronia universitaria al soldo delle multinazionali.
La storia non è quella di Davide Vannoni e della sua Stamina Foundation o di un film su quelle vicende, sebbene le analogie siano tante, ma quella del Siero Bonifacio. Tutto inizia nell'ottobre 1950, ad Agropoli, provincia di Salerno, dove un veterinario pensa che un mix di feci e urine di capra sia la cura contro il cancro, «perché le capre non hanno il cancro»...
Per ricostruire la storia di Liborio Bonifacio, veterinario di Montallegro (il comune agrigentino gli ha intitolato anche una via) che esercitava ad Agropoli, più che pubblicazioni scientifiche si trovano archivi di agenzie e quotidiani e un suo libro esaurito da anni (La mia cura contro il cancro, Savelli, 1970). In cui spiega che in tutte le capre da lui visitate non ha mai diagnosticato il cancro e ne deduce che può estrarre dagli animali la sostanza immunizzante. Come? I giornali scrivevano di villi intestinali, lui no: «Si estraggono, all'interno della capra macellata, le feci e si mescolano con urina, prelevata dalla vescica dello stesso animale, aggiungendo circa 1/3 di acqua bidistillata. Si lascia macerare il tutto per circa 48 ore. Si filtra».
Inietta il preparato a caprette, spennellate per 40 giorni con benzopirene, un idrocarburo cancerogeno, che non si ammalano; per Bonifacio il siero funziona. Bastano 40 giorni a sviluppare il cancro? È una sua asserzione ma gli basta: ha la cura. Che però va affinata. Il veterinario entra così in contatto con il figlio di una donna con metastasi da tumore mammario allo stato terminale. Dopo una prima iniezione intramuscolare la signora migliora per 6 giorni. Morirà mentre Bonifacio prepara la seconda dose. Il veterinario ne deduce che deve differenziare i sieri: preparati con feci di capre femmine affiancati da, eventuali, trasfusioni con sangue di donna se il tumore è un sarcoma, feci di maschi e sangue di uomini per i carcinomi, come raccomandava nel foglio illustrativo da lui redatto.
Nel 1953 Bonifacio chiede una sperimentazione all'Istituto Pascale di Napoli. Su 10 cavie e 3 uomini i risultati sono negativi. Ne da colpa ai medici e, come Vannoni, per anni promuovere ricorsi contro le modalità e conclusioni delle analisi scientifiche.
Il 3 aprile 1970 “La Stampa” pubblica la foto di una manifestazione dinanzi alla Camera: sono parenti di malati di cancro che vogliono sperimentare la cura Bonifacio. Cartelli simili a quelle del presidio pro-Stamina: «Vogliamo la produzione del siero», «Sei pagato per lasciare morire gli ammalati?» «Dateci il siero per i nostri malati».
Cos'era successo? Nel 1969 Giuseppe Grazzini, inviato di Epoca, nella rubrica "Storie impossibili" pubblica una serie di articoli: testimonianze e documenti su 11 casi di guarigione. Il 31 luglio l'ingegner Camillo Ripamonti, ministro della Sanità del governo Rumor, gli risponde con una lettera aperta sul "caso Bonifacio", affidando l'esame preliminare sui fondamenti scientifici del metodo di cura a Pietro Valdoni, chirurgo di Giovanni XXIII e di Palmiro Togliatti dopo l'attentato del 1948. L'Istituto superiore di sanità stabiliva l'innocuità del siero. Il 6 novembre 1969 Ripamonti firmava un decreto per avviare lasperimentazione, data «la vasta risonanza suscitata nella pubblica opinione dalle notizie, largamente diffuse dalla stampa d'informazione, concernenti le asserite proprietà antitumorali di un prodotto biologico di provenienza animale, preparato dal veterinario dottor Liborio Bonifacio». Una resa, sin dall'incipit del testo, alla credenza popolare.
Un decreto placebo? Sicuramente non l'unico. Il 12 marzo 2014 sentito dalla Commissione d'indagine conoscitiva sul caso Stamina l'ex ministro della Sanità del governo Monti, Antonio Balduzzi, ha spiegato così la genesi del decreto che ha concesso di continuare i trattamenti in corso : «La caotica situazione che si era venuta a creare, anche per le ben note campagne mediatiche che davano speranze alle famiglie, rese indifferibile l'emanazione di un provvedimento legislativo di urgenza».
Ma torniamo al 1969. Bonifacio consegna la formula del siero a un notaio di Salerno e la “Gazzetta del Mezzogiorno” avvia una sottoscrizione per fargli aprire un laboratorio a Bari. Il veterinario visita tre volte la città, riceve nel 1970 un assegno di 25 milioni di lire ma, in barba a quanto detto, non si trasferisce in Puglia.
I viaggi della speranza in Campania sono continui, malati arrivano anche dall'Australia, da Usa, Argentina e Brasile. “La Stampa” il 12 gennaio 1970 spiega che il portiere del Bari, Spalazzi, è sceso in campo contro il Milan, che gli segna 5 gol, solo dopo aver avuto rassicurazioni da Bonifacio, contattato dal quotidiano torinese, sulla somministrazione del siero alla madre, gravemente malata, a Piacenza. Il giornale racconta il tragitto in macchina Bari-Agropoli-Piacenza
con il secondo allenatore, Chiesa. (Per Stamina invece i calciatori hanno messo all'asta le loro maglie, in particolare quelli della Salernitana e del Cosenza).
A rendere il clima di attesa intorno al miracoloso preparato ci aiuta l'intervista di Lietta Tornabuoni a Ripamonti su La Stampa il 1° marzo 1970, titolata Questo discusso siero Bonifacio. «Che cosa l'ha indotta, signor ministro, a ordinare questa sperimentazione?». «Più che le richieste insistenti del dottore, la necessità di rispondere alle esigenze poste dall'aspettativa popolare». «Per arrivare a una sperimentazione ufficiale basta quindi che un medico qualsiasi cominci a distribuire un farmaco qualsiasi, e che la gente gli dia fiducia?». «Il caso Bonifacio non era "qualsiasi". Era eccezionale. Eccezionale perché aveva avuto una larghissima eco sulla stampa, ai vantaggi offerti dal prodotto si era data enorme diffusione popolare, la reazione piena di speranza dei colpiti dal male del secolo era stata vastissima». «Non è singolare tanta prontezza nel decidere la sperimentazione del siero mentre si conoscono bene le condizioni di lentezza e di disagio in cui lavora tutto il settore della ricerca scientifica?” “Ma è una sperimentazione che non costa nulla: eseguita su malati offertisi volontariamente, in istituti già abilitati alla ricerca sui tumori”.
Il 6 marzo 1970 l'ANSA annuncia che le fiale per la Commissione sono pronte. A maggio il caso è internazionale, l'AGI scrive che Bonifacio è a Monaco di Baviera, dove in una clinica è in corso la sperimentazione su 105 malati.
La bocciatura definitiva, dopo che 4 pazienti su 16 trattati muoiono, arriva in un report della Commissione del 24 giugno 1970, ripreso nel 1971 nell'articolo Bonifacio anticancer goat serum su una rivista scientifica americana CA:A Cancer Journal for Clinicians (dal 2008 è online, con la specifica che si tratta di un testo, diffuso nelle 58 sedi dell'American Cancer Society, sulle false cure del cancro).
«Il prodotto», si legge, «consiste in un estratto acquoso contenente tracce di proteine diluite in soluzione di glucosio somministrato con flebo contenenti vitamine, normalmente in commercio. Non è possibile definirlo come "siero". La sostanza non è costante nella fabbricazione e nel confezionamento, si rileva che le fiale sono state preparate e chiuse a mano, tecnica che rende facile contaminare anche il singolo flacone. In conclusione risulta chiaro che il prodotto in sperimentazione non presenta nessuna azione curativa sul cancro, non cambia la sintomatologia e non esercita effetti benefici sulle condizioni del paziente».
Il Siero non funziona e non ci sono neanche pubblicazioni scientifiche ad avvalorarne la bontà. Il 7 dicembre '69 la rivista “Nazime” descrive tre casi trattati all'Università di Roma (clinica di malattie tropicali) con il siero: il primo ha un tumore al cervello e muore, il secondo ha un tumore al fegato e scompare una metastasi, il terzo è proclamato guarito. Non si dice neanche da quale tumore. Non ce ne saranno altre.
Incurante di tutto Bonifacio continua a preparare e distribuire il Siero che non è un siero. Nel settembre 1970 in una farmacia di Chiasso, in Svizzera, si può acquistare una confezione di 10 fiale per 11.000 lire. Nel 1973 l'Italia ferma le spedizioni e il 22 febbraio 1976, il “Corriere della Sera” scrive di blocchi ferroviari ad Agropoli annunciando una «marcia dei 100.000» a Roma. Non se ne saprà più nulla.
Nel 1979 Giuseppe Zora e la moglie, coppia di ricercatori siciliani, sono sicuri di aver riscontrato miglioramenti su cavie con tumori utilizzando il Siero. I convegni scientifici criticano il test, stampa e tv no. Il “Giornale d'Italia” ospita testimonianze di medici e malati e anche la politica torna ad occuparsi di Liborio Bonifacio. Alleanza trasversali chiedono una nuova sperimentazione e l'avvio delle cure. Se con Stamina si sono schierati M5S, Lega e Fratelli d'Italia, mentre tutti i partiti hanno votato a favore degli stanziamenti necessari, nel 1982 furono i radicali con Bonino, Calderisi, Faccio e altri a chiedere alla Camera, in nome della volontà dei malati, la sperimentazione, i socialisti con Servadei a presentare interrogazioni sulla presenza nella commissione che doveva valutare il trattamento del farmacologo Garattini, "reo" di aver espresso dubbi sul siero, mentre in Senato Msi-Dn con Mitrotti voleva far luce sulla "congiura baronale" contro Bonifacio. Tutti incuranti delle audizioni in Parlamento di diversi scienziati sull'inefficacia del siero.
Dopo la denuucia di Bonifacio è Elio Cappelli, pretore di Roma a chiedere al (nuovo) ministro della Sanità, Renato Altissimo, un rapporto urgente sulle irregolarità della sperimentazione del '70. Il 19 gennaio 1982 è istituita una nuova Commissione Bonifacio (altra analogia; Vannoni ricorre contro la prima commissione d'indagine e il Tar del Lazio gli darà ragione) con trial negli Usa su cavie e in Italia su malati. L'11 marzo Bonifacio decide la distribuzione del siero ai malati ogni sabato. Si fermerà presto: il 29 maggio in una conferenza stampa nella sede della Fnsi attacca la nuova sperimentazione concessa da Altissimo, vuole scegliere e curare personalmente i malati, ignorando la bocciatura per eccessiva genericità delle 2.114 cartelle cliniche da lui redatte e consegnate alla Commissione del '70. In conferenza in vita i malati a protestare e, scrive “l'Unità”, distribuisce il suo libro, parla con un produttore per farne un film e con i radicali per un referendum. È di nuovo isteria, con tanto di blocchi ferroviari e disordini. L'8 giugno il veterinario si rifiuta di consegnare il preparato al National Cancer Institute. Poi a metà giugno invita gli ammalati alla calma, ventilando l'ipotesi di denunciare per omissione di soccorso il ministero della Sanità che, pur avendo la formula del siero, non lo prepara e somministra. (Anche Vannoni, dopo la bocciatura di Stamina, ipotizzerà nel dicembre 2013 la denuncia contro il ministero e contro la titolare Beatrice Lorenzin. Ma per omicidio colposo).
Alla fine la nuova Commissione si insedia. La sperimentazione va ultimata entro il 20 gennaio 1983. Ma non si farà. Uno dei figli del veterinario, Leonardo, accusa i membri di essere ostili, il presidente della Commissione, l'oncologo Enzo Bonmassar, non riceve il siero.
Bonifacio muore il 19 marzo 1983. Da mesi produce e distribuisce il siero un'associazione. ASiBo. disconosciuta dai suoi figli. Leonardo brevetta il siero negli Usa e in Svizzera, con il nome di "oncoclasina", e inizia uno sciopero della fame davanti la Camera. Nel 1985 il prefetto di Salerno autorizza la distribuzione del siero, su richiesta anche del sindaco di Agropoli, ma i Nas lo sequestrano, su indicazione del ministero della Sanità, e il Consiglio dei ministri stabilisce che distribuirlo è illegale. Su “La Repubblica” Leonardo annuncia che l'Istituto Liborio Bonifacio di Tollegno, nel vercellese, ne sospende la produzione. L'Istituto era nato nel dicembre 1984 e non erano note consulenze scientifiche. Il siero è ignorato per 10 anni. Nel 1995 torna Leonardo: hanno brevettato l'Uk101, proteina estratta dal fegato di capra, lo ritiene un plagio del padre e su “Panorama” adombra la possibilità di bloccarla. La sperimentazione la boccerà. Nel 1998 il “Corriere” scrive che Leonardo metterà in vendita il siero, in primis a San Giovanni Rotondo, di fronte all'ospedale voluto da Padre Pio. Nel 2007 su il Giornale ricompare Zora, che spiega che Bonifacio ha ripreso un prodotto ottenuto dalle feci delle capre della scuola medica salernitana, il belzoar, risalente all'anno mille!
Nel 2008 un altro dei figli, Giuseppe, annuncia al “Corriere del Mezzogiorno” di voler tornare a produrre il siero, assicurandone la distribuzione gratuita. Poi della famiglia non si hanno più notizie, ma nell'agosto 2010 il “Corriere Fiorentino” e “Repubblica” danno notizia del processo a danno di due medici, padre e figlio, che rimuovevano le etichette dalle fiale di cortisone per venderlo come Siero di Bonifacio. A 60 anni dalla bizzarra genesi di questa storia due medici lucrano sulla salute di 15 malati. Liborio Bonifacio, i suoi capelli pettinati all'indietro con la brillantina e le capre sono foto in bianco e nero nelle storie impossibili, mentre. spalleggiato da settimanali e dai servizi delle Iene, Vannoni calca la scena con Stamina. Il primo annuncio è del 2007 e riguarda sperimentazioni tra Torino, San Marino e l'Ucraina, due Stati che non applicano le direttivo europee sulle sperimentazioni. Il remake potrebbe cominciare così, il copione è già scritto.

Pagina99we, 23 agosto 2014


25.10.14

Cuba magica. Origini e attualità della "santerìa" (Elena Zapponi)

Cuba, Un rito della santerìa
L’AVANA - Nella vita quotidiana dell’Avana c’è molta più magia di quanto si possa pensare seduti nella penombra del patio dell’Hotel Nacional, sguardo al Malecón. La crisi dell’esserci, che Ernesto De Martino indicava come vacillamento e perdita della presenza al mondo nel mezzogiorno italiano del dopoguerra, appare all’Avana un pericolo costante, cui ovviare con strategie religiose rigenerative quali la transe o lavori (trabajos) e ammares, che sciolgono fatture e malocchi o, al contrario, ne formulano.
Così, ad un’antropologa che studia la reinvenzione della santería può accadere di essere avvisata dall’affittacamere della casa particular in cui dorme nel Vedado, di star attenta e di non intervistare santeras/os di cui non ha previe referenze, di non parlare con chiunque, perché «metti, se c’è una persona malata, potrebbero rubarti la tua energia per darla al malato e poi ti ritrovi ammalata» o perché «magari ti offrono un caffè per farti una macumba, così poi ti innamori di un santero». Questa stessa padrona di casa, la quale si dichiara a più riprese atea e non interessata a «esas cosas», tornando sull’argomento durante un caffè mattutino, qualche giorno dopo, commenterà che a Cuba ormai tutti si fanno passare per santeros e babalawos.
Insistendo, davanti a quello che interpreta come un eccesso di buona fede, mentre cerco di spiegarle che il mio criterio euristico non riposa sul binomio vero/falso e che l’incontro con i santeros «ciarlatani» può anch’esso rientrare nella ricerca, per sottolineare i rischi che corro, apre la credenza
della sala da pranzo e assertiva dice: «Vedi questo è il mio altare, questo sono i miei orichas, allora anch’io potrei essere una santera». E si scopre che anche Dania, che in «queste cose» non ci crede, è stata a consultare vari santeros, si è iniziata e ha fatto iniziare sua figlia in età adolescente perché ammalata di dolori allo stomaco che i medici non riuscivano a curare. La figlia guarisce, Dania dice di non praticare più, però conserva i suoi santi e ogni tanto, tra una telenovela e l’altra e un ospite europeo e l’altro, gli fa una preghiera e un’offerta: «Non si sa mai».
Nello stesso modo, non credenti, parenti di credenti, lasciano che i loro familiari gli facciano qualche trabajo o seguono il consiglio di compiere periodiche limpiezas (pulizie), orientate alla persona ma anche ad oggetti e luoghi. Una faccenda lustrale frequente riguarda gli spazi della casa, da purificare da spiriti malevoli e dal malocchio; un'altra, la macchina, il cui tetto deve rimanere cosparso per una serie di giorni di una polvere bianca, formula determinata principalmente dalla macerazione del guscio delle uova.
Il mercato religioso cubano è molto più fluido e mobile di quel che la vecchia Europa monoteista potrebbe immaginare. La santería o Regla Ocha, definita all’inizio del XX secolo brujería, stregoneria, nel libro Los negros brujos di Fernando Ortiz, è oggi probabilmente la religione più diffusa a Cuba. Essa si mescola con il culto d’Ifá e con un’altra regla sacra di origine africana: il palo monte o Regla Cong, sistema di credenza dei Congos, nome dato agli schiavi Bantu provenienti dall’Africa centrale.
La santería e il culto divinatorio d’Ifá, erano invece la religione degli schiavi d’origine yoruba, chiamati a Cuba Lucumí: questo popolo del sud-ovest della Nigeria e dell’est dell’attuale Benin, organizzato in città stato, credeva negli orichas, sorta di antenati mitici, divinità fondatrici del luogo e della dinastia regnante.
La pratica della santería è strettamente connessa a quella del palo monte ma anche a varie forme di spiritismo, penetrate a Cuba durante il periodo neocoloniale (1902-1952) sotto l’influenza statunitense. Una stessa persona può «rayarse en palo» (iniziarsi), passare poi alla santería e contemporaneamente, successivamente o alternativamente praticare lo spiritismo. Lo stesso specialista religioso può indirizzare il credente di cui è padrino o madrina verso uno specialista dell’altra religione, stimando che per esempio una messa spiritista o il tradizionale uso delle erbe dei paleros aiuterà a risolvere il problema quotidiano che affligge l’adepto. Ugualmente, può esser consigliata la partecipazione alle messe cattoliche e la frequentazione delle chiese mentre il battesimo, ritenuto una pratica utile al potenziamento della crescita spirituale, è spesso indicato come necessario per l’iniziazione del futuro santero.
La santería è genericamente descritta come un sincretismo, termine tanto frequente quanto mutevole, applicato anche al candomblé brasiliano. Ma vari autori, a partire dagli anni ‘50, hanno contestato questa definizione, chi per ragioni interpretative e etimologiche – Roger Bastide, sostenitore della purezza del candomblé, il quale preferiva il concetto di interpenetrazione di civiltà all’idea di mescolanza espressa dal sincretismo - chi per ragioni ideologiche – antropologi brasiliani critici verso la valenza coloniale o neocoloniale del concetto, considerato troppo intrecciato a giudizi di valore su una presunta inferiorità della religione dei dominati. Il citato antropologo Ortiz, considerato oggi il padre degli studi sulla cultura afrocubana, in un libro pietra miliare, El contrapunteo cubano del azúcar y del tabaco – in cui tra l’altro conia il termine «afrocubano» - propone una definizione alternativa: la «transculturazione». Tornato sulle proprie posizioni iniziali e sulla definizione della santería come brujería sullo stimolo del suo discepolo mulatto Rómulo Lachatañeré, l’autore del Manual de Santería (1942) in cui per la prima volta viene affermata in maniera esplicita la volontà di riabilitazione di questo sistema religioso, Ortiz si dedica appassionatamente allo studio della cultura afrocubana.
In scambio dialettico con l’antropologia britannica e in particolare con Bronislaw Malinowski, il famoso patrigno del concetto di osservazione partecipante, che firma l’introduzione del Contrapunteo, Ortiz, desideroso di sostituire il termine etnocentrato di acculturazione, identifica nella storia coloniale cubana il «trapasso» di elementi della cultura africana e di quella bianca di matrice spagnola: pur dominati, gli schiavi non son vinti, come testimonia la resistenza ai dogmi egemoni espressa dalla santería, fenomeno di transculturazione in cui si mescolano la religione africana e il culto dei santi barocco. El contrapunteo, pubblicato nel ‘40, è un denso e appassionante volume dallo stile brillante, che combina il tono da saggio antropologico, la denuncia sociale della condizione nera e le rivendicazioni razziali a un carattere da feuilleton e romanzo da salotto, ricco di citazioni tratte da cronachette, erbari, trattati medici, note e apologie di gesuiti e viziosi cardinali del ‘700 romano nonché da versi di poeti cubani o spagnoli quali Quevedo, Lope de Vega e Tirso de Molina. In queste folte pagine, l’uragano culturale introdotto dalla Conquista e dalla schiavitù e la relazione tra Cuba e l’Europa sono ripercorse a partire da un dato strutturale: la fabbricazione, diffusione ed esportazione del tabacco e la produzione dello zucchero a Cuba.
Il termine "transculturazione" appare immerso in un affresco rievocante il movimento delle navi che solcano l’oceano, circolando tra il vecchio e il nuovo mondo e quello delle mani dei congos e dei lucumí che avvolgono sigari precursori dei Partagas e Romeo e Julieta ormai celebrati sinonimi della cubanità.
Nella santerìa fumano tabacco uomini e dei
La storia del tabacco permette di illustrare una prima transculturazione: quella dall’ambiente dei suoi consumatori, gli indigeni taínos, al mondo multietnico degli schiavi africani congos e lucumíche nei loro riti magico-religiosi conservano il carattere catartico del fumo, stimolo per la possessione nella santería e nel palo monte, repertorio materiale assieme ad altri elementi derivati stavolta dai costumi dei brujos bianchi, quali l’aguardiente, il vino seco bevuto dai soldati spagnoli e dai mercenari, le candele e i ceri. Nella santería fumano tabacco uomini e dei. Il sigaro distingue Changó, Eleguá e Ogún, orichas guerrieri che maneggiano il fuoco.
Il secondo processo di transculturazione studiato da Ortiz è il passaggio del tabacco, deprecata yerba del diablo, dal contesto subalterno afrocubano al suolo europeo, dove esso, introdotto nei salotti seicenteschi da clero e cardinali, diviene sostanza che distingue la classe egemone. Mentre il tabacco conquista il mondo, a Cuba esso viene onorato più di Cupido e Bacco, cantato come dio benefico che solleva dai dolori umani. Nell’800 diventa una seconda bandiera cubana, simbolo dei mambises e della storia patriottica, come testimonia José Martí, padre della lotta per l’indipendenza e eroe della nazione repubblicana, nei suoi versi: «La hoja india, consuelo de meditabundos, deleite de soñadores, arquitectos del aire, como fragrantes del ópalo alado». Nuovamente icona alla fine del periodo neocoloniale, il legame tabacco- cubanità si rinnova nella voluta di fumo della rivoluzione e nei sigari dei barbudos e del Che Guevara.
Ma torniamo alla santería, che secondo il termine transculturazione proposto da Ortiz, consiste in un sistema nuovo, bricolage specificamente cubano di credenze africane e cattoliche, composto di riaggiustamenti e reinvenzioni. Nel corso degli anni ‘40 e ‘50 gli studi di Ortiz, Lachatañeré e Lydia Cabrera segnano un’epoca. La cultura afrocubana, riscoperta dalle loro ricerche etnografiche, è valutata come parte ingente del patrimonio nazionale cubano. Il passo successivo sarà fatto con la rivoluzione. La santería, sincretismo che combina il culto barocco dei santi spagnoli agli antenati mitici yoruba (tra gli orichas-santos più noti: Obatalá/Virgen de las Mercedes, Yemayá/Virgen de Regla, Ochún/Virgen de la Caridad del Cobre, Changó/santa Barbara, Babalú Ayé/san Lazzaro, Eleguá/ sant’Antonio di Padova), diventa il simbolo di un’identità che lotta e resiste al cattolicesimo egemone. Nel laico contesto rivoluzionario, le danze e i ritmi segreti degli schiavi celebrati nei barracones loro dimora di fronte ad altari improvvisati, diventano espressione di cubanità. Sono altrettanto benvenuti gli studi sui cabildos de nación, sorta di società di mutuo soccorso africane tollerate dagli schiavisti, che, ricostituendo legami etnici, in mancanza di quelli familiari disintegrati dalla tratta, funzionarono come nucleo di trasmissione della tradizione bantu e yoruba.
Ma la promozione governativa della cultura di origine africana opera in un senso preciso: la riabilitazione non insiste sull’aspetto religioso bensì su quello più generale della cultura nera cubana e sulle sue manifestazioni estetiche e folkloriche quali la musica, la danza, la mitologia. Le religioni afrocubane, descritte come reliquie e superstizioni del passato, ormai in corso di disintegrazione, rappresentano una memoria storica nazionale della resistenza nei confronti dell’invasore europeo.
Questa politica di istituzionalizzazione della cultura afrocubana mira a elidere il rischio di un radicato e possente livello di cultura subalterno interno, eventualmente dannoso per l’unità nazionale. Ma essa partecipa anche di un’altra logica che si interseca con il presupposto precedente: la Cuba africana testimonia i limiti della Cuba bianca e cattolica delle classi medie e superiori di origine europea. Riconoscere la matrice africana è promuovere la nuova costruzione nazionale, dire una volta di più, e sotto altra forma, che Cuba è fatta di cubani, bianchi, neri, mulatti e cinesi anche. La santería, nel cui culto ogni oricha africano ha anche il volto di un santo cattolico e in cui, come descritto da Lydia Cabrera nel tomo El Monte, i malefici dei chinos sono temuti come i più malvagi, poiché solo gli stessi chinos possono disfarli, è una chiave di lettura di tutto questo, del miscuglio di razze e culture che forma la cubanidad.
Negli anni ‘80 le autorità politiche esprimono una maggiore tolleranza verso la religione. Il líder máximo, come riportato nel libro Fidel y la religión, intervista tra Castro e il teologo della Liberazione brasiliano Frei Betto, dichiara che la religione «non è in sé né un oppio né un rimedio miracoloso». Ma è durante gli anni ‘90 ed il critico periodo special en tiempo de paz che si afferma un vero revival delle varie espressioni religiose diffuse a Cuba e in particolare della santería, il cui radicamento nel tessuto sociale appare ora esplicitamente sulla scena pubblica. Nel 1995, l’Associazione culturale yoruba (ACY) a cui aderiscono santeros/as e babalawos (i sacerdoti che rappresentano il più alto grado gerarchico nella santería) desiderosi di ufficializzare la loro credenza, viene ubicata per volontà del governo in Habana Centro, a qualche centinaia di metri dal Capitolio Nacional. Mentre questa collocazione traduce nello spazio urbano il recupero delle radici africane, l’associazione diventa un riferimento istituzionale per la santería.
I numerosi congressi mondiali yoruba che vi si organizzano e il motto «Ifá ayer, Ifá hoy, Ifá mañana» riferito al culto di Ifá, l’arte della divinazione legata alla città sacra nigeriana di Ilé-Ifé, indicano un riferimento alla tradizione africana nazionale ma anche a un ecumene yoruba transnazionale e a un mondo globalizzato dalla scoperta delle Americhe e dalla tratta degli schiavi. All’interno dell’ACY si trova una libreria, una caffetteria, una boutique e soprattutto, un didattico Museo degli orichas, in cui si è rigorosamente accompagnati da una guida che sottolinea l’autenticità della religione africana cubana, non contaminata dal monoteismo cattolico che colpisce l’Africa al punto che «anche dal Brasile vengono qua per studiare, perché è qui la culla, è qui che si è conservata l’autentica tradizione degli schiavi».
Ma aldilà della realtà dell’ACY che, insistendo sulla componente yoruba della santería, opera per una sua desincretizzazione e reafricanizzazione, le applicazioni della Regla Ocha all’Havana sono molteplici e in molti casi più interessate alla risoluzione di problemi pratici ed immediati che alla risoluzione di dibattiti teorici. Questa religione dell’immediato aiuta a resolver, come si dice in cubano, problemi che riguardano principalmente la salute, il lavoro e l’amore. Le tradizionali familias de santos in cui si organizzano i credenti si riuniscono in base a vari criteri di affinità che non si risolvono nel fattore etnico: la santería è un linguaggio di condivisione di una comune ascendenza africana ma essa è anche praticata da familias estremamente miste, composte da neri, bianchi e mulatti, che si formano sulla base di una solidarietà di quartiere, di genere o di preferenze omosessuali. Ed è anche un linguaggio che attrae gli stranieri e permette a santeros/as e babalawos di alimentare una discreta economia informale fatta di divinazioni, ingredienti magici ed istruzioni, a volte iniziazioni.
Una tienda de religión a L'Avana
Fuori dalla Chiesa della Virgen de Regla, patrona della baia dell’Avana, che sincretizza con il potente oricha femminile Yemayá, dea legata alla maternità e all’oceano, chiromantiche figure vestite di bianco offrono ai turisti letture della mano e dei tarocchi. Contemporaneamente, all’ombra della pietra della cattedrale e del Palacio de los Capitanes Generales, mulatte sonnolente che nascondono l’età sotto la maschera di nastri e merletti della santera, completata dal tradizionale sigaro, offrono sorrisi e invitano lo straniero a posare in foto. Nelle boutique dell’Habana Libre Hotel, nel cuore del Vedado, accanto all’attrezzatura da spiaggia, alla locandina del film Fragole e cioccolato e alle magliette del Che Guevara, un esercito di bamboline di Yemayá e Ochún, ordinate in ranghi nel loro scaffale guarda al di là della vetrina la vita ed i passanti scorrere in Calle L. Solo i CUC, la moneta degli stranieri, potranno portarle via.
Intanto, nelle case di chi pratica, gli orichas stanno in altare, nelle zuppiere di porcellana in cui l’entità è supposta incorporarsi, in compagnia di offerte ai morti e di bóvedas espirituales (offerte spirituali), bicchieri d’acqua dedicati agli spiriti. In Habana Centro, in rudimentali botteghe chiamate tiendas de religión, non identificabili dal forestiero al milieu della santería, inservienti affannati dispensano da dietro il bancone candele, aguardiente, noci di cocco, erbe, semi, collane e braccialetti degli orichas che solo gli iniziati possono indossare.
I venditori del mercato dei fiori a pochi metri sanno che ogni oricha vuole il suo colore e il suo petalo. E nel bugigattolo dietro la pompa di benzina Hatuey, mentre la 600, il maggiolone o il cocotaxi di turno si fermano, diffondendo nell’aria l’ostentato suono del reggaeton, viene rapidamente venduta una colomba o un gallo, abilmente maneggiati in vista di un sacrificio agli dei.
Nella credenza diffusa in questo mondo magico si fonda e alimenta la struttura della santería, religione dell’immediato che lega in un rapporto di protezione e riverenza credente e orichas, angeli guardiani dal carattere mondano, generosi e volitivi, sensuali, suscettibili, spesso iracondi, con cui viene intrattenuta una quotidianità basata sul reciproco ascolto di volontà e desideri. L’oricha vuole una festa, un’offerta, dell’aguardiente, dei fiori, del vino seco o del miele. Il praticante vuole risolvere un incantesimo d’amore, sbarcare il lunario, guarire da una malattia, proteggere una gravidanza, comprarsi un paio di jeans, un giorno viaggiare.
La santería-brujería che meritò ad inizio ‘900 lo studio di criminologia antropologica di Ortiz è praticata da molti cubani, ormai apertamente ed armonicamente creyentes e revolucionarios, per poter costruire e ricostruire il mondo e seguire la buona regla di vita. E mentre questo universo laborioso di ritualità, formule yoruba reinventate e tradizioni tramandate palpita e la Cuba dei turisti tintinna nel ghiaccio e le foglie di menta di un mojito, è frequente il vedere in città gli iyawós, i neo-iniziati alla religione, che durante un anno intero devono rispettare l’obbligo rituale di vestirsi di bianco da testa a piedi, intersecare lo spazio urbano marcato dai murales dei Comitados de la revolución.
La bianca figura dei nuovi nati nella santería si sovrappone per un attimo alla scritta, scolorita o sfavillante, a seconda del quartiere e dei fondi investiti «Con la guardia in alto -Todo por la revolución - Seguimos el combate».


“alias il manifesto”, ritaglio senza data, ma 2011

24.10.14

La fiera. Una poesia di Corrado Govoni (1884 - 1965)

Non ricordi la turbinante fiera?
I pagliacci e la giostra coi lumini?
Tutto fu bello, musica e lustrini,
solo al ritorno nella buia sera.

Tu pedalavi vaporosa avanti,
ed io a volo dietro il tuo cappello,
come in un delizioso carosello
mosso da Dio sol per noi amanti.

Sull'erba della darsena intrecciammo
le nostre impolverate biciclette
come in gelosa lotta due caprette.
Sul loro esempio, muti, ci avvinghiammo.

E quando entrammo a piedi dalla porta
tra gli sguardi dei pochi curiosi
composti e seri come vecchi sposi,
la città non mi parve cosi morta.

I baci nella sera freddolina
riscaldato mi avevano d'amore,
dandomi dei sussulti dolci al cuore
come quei colpi, là, di carabina.

E io ti vedevo in un barbaglio
per effetto dei tuoi baci brucianti,
sotto le stelle, strane e dondolanti,
come le bianche pipe del bersaglio.


Da Il flauto magico in Poesia italiana del Novecento (a cura di Edoardo Sanguineti), Einaudi, 1972

Marylin e la barba di Balbo (Salvatore Lo Leggio)

L'articolo è una cronaca culturale di cinque anni fa e non riguarda eventi memorabili. La ripropongo perché mi pare che sia emblematica di un andazzo che, in cinque anni di tagli alla spesa pubblica per la cultura, si è aggravato. Sempre più spesso, infatti, ci si affida a organizzatori di scarsa qualità che, ottenendo sponsorizzazioni pubblicitarie e guadagnando sulla vendita collaterale di mercanzie, fanno spendere poco o niente a Comuni e Regioni per mostre o esibizioni. Ad avere denaro sono rimaste solo le Fondazioni bancarie, ma le loro politiche culturali sono spesso inficiate da provincialismo ideologico e gretto campanilismo. (S.L.L.)
Alessandro Bruschetti
La contemporaneità di due mostre perugine, nonostante la diversità delle offerte, spinge automaticamente a paragoni. Si tengono entrambe in centro, l’una alla ex Sala della Borsa merci, l’altra nel Palazzo Baldeschi al Corso, sede espositiva della Fondazione Cassa di Risparmio. Entrambe patinate e ospitate in spazi prestigiosi.
Alla ex Borsa ci sono una cinquantina di opere di Andy Warhol. Dell’artista è rappresentato il periodo più tardo con serigrafie poco significative. La mostra, composta di opere qualsiasi, a detta degli organizzatori, non sarebbe che un momento di una catena di eventi (Andy Warhol in the city) che proseguirà fino ai primi di novembre, estendendosi ad altri spazi cittadini (una nota galleria, e anche bar, negozi di abbigliamento, rosticcerie, etc.); ma questo non giustifica la molta approssimazione. Nonostante la pletora di soggetti implicati (patrocinanti pubblici, sponsor a decine, personale di bella presenza in abbondanza nelle tre sale) al secondo giorno di visita l’esposizione era ancora in allestimento e circolava tra la gente la donna delle pulizie. In tale apparato si chiedevano ben 10 (dieci) euro per l'ingresso, promettendo o minacciando altri momenti collegati alla mostra, come concerti, ecc.. da tenersi nelle settimane a venire. E si chiedevano 25 euro per un catalogo pretenzioso nell’aspetto ma di nessuna sostanza, in quanto, oltre a foto poco rispettose degli originali, non presentava che uno striminzito testo biografico e nessun apparato critico. In compenso il bookshop si presentava ben rifornito di magliette e simili. Insomma, mangiata l’enorme torta decorata dalla Marilyn wharoliana, cosa resterà?
Per il fruitore, nel rapporto qualità prezzo, vince assolutamente la mostra di Palazzo Baldeschi, in quanto gratis. L’esposizione è dedicata a Alessandro Bruschetti, un pittore, restauratore e scultore futurista di cui sono visibili quattro grandi quadri rappresentativi di diversi periodi della sua lunga attività, che copre dal 1929 al 1979, più una quarantina di pitture, abbozzi, sculture, focalizzati sul tema del sacro. In contemporanea è stata realizzata a Palazzo della Corgna di Castiglione del Lago la presentazione di circa settanta opere datate fra il 1928 e il 1977, che ripercorrono tutto l’itinerario dell’artista e l’evoluzione del suo linguaggio. Il Comune di Perugia, dal canto suo, sponsorizza alla Galleria Benucci l’esposizione dell’opera grafica di Bruschetti, curata dall’Associazione Arco.
La plurimetria è il connotato specifico di questo epigono del futurismo che operò tra Perugia, Città di Castello e Monza, è un anelito quasi mistico, che fa pendere la sua produzione, specie di arte sacra, nella direzione di quella “spiritualizzazione della materia”, che, secondo il suo mentore Gerardo Dottori, era la sua specialità. Nelle opere si può riconoscere un discreto estro, anche se le fonti d’ispirazione sono tutte rintracciabili e, talvolta, la ricerca di un’originalità di proposte spinge al sorriso (ad esempio i santi collocati in contesti da fumetto Ufo). La mostra peraltro si inquadra nell’ambigua rivalutazione del futurismo di cui la Fondazione è partecipe entusiasta. Non ci pare un caso del resto che, nel segnalibro che viene regalato come souvenir, l’autoritratto di Bruschetti rammenti tantissimo Italo Balbo. Il taglio della barba, l’espressione, lo sguardo nei ritratti e nelle foto portano spesso seco le tracce evidenti di una temperie storica e culturale. Se l’aviatore Balbo, con la sua faccia, può ben significare il fascismo, il suo imitatore perugino vocato al sacro può ben rappresentarne la variante clericale.
Ultima notazione. Il catalogo è ricco e ottimamente curato, ma non fermatevi a sfogliarne la copia a disposizione dei visitatori, se non pensate di acquistarlo. C’è un omino che è pronto a seguirvi per strada e dovunque per cercare di venderlo. Ah, la crisi!

"micropolis", ottobre 2009

La rapina eco-pacifista (Salvatore Lo Leggio)

Un mio vecchio articolo “di costume”, scritto nel breve periodo in cui “micropolis” era anche on line, con aggiornamenti frequenti. (S.L.L.)
Fernando Botero, Il Ladro (2000)
Il “Corriere dell’Umbria” di oggi dà notizia di un rapinatore solitario che, a volto scoperto e senza mezzi motorizzati a disposizione, ha messo a segno, di prima mattina, un colpo nella filiale di una banca marchigiana in via Campo di Marte a Perugia. Un giubbetto celava in parte una mano, ma – assicura il cassiere – l’uomo non impugnava armi di alcun tipo. Il malvivente si è poi allontanato a piedi verso la vicina stazione ferroviaria con una refurtiva di circa 3mila euro.
Mentre partono le indagini e si avviano controlli e posti di blocco, le illazioni e i dilemmi si moltiplicano. Balordo o drogato? Perché copriva la mano e non il viso? Nascondeva qualcosa nel pugno o celava una caratteristica fisica? Della mano o del braccio? L’uomo ha pronunciato alcune frasi, ma nessuno ha notato nella cadenza inflessioni particolari, né locali né forestiere. Si dà comunque per certo che avesse tra i 55 e i 60 anni. Da sostenitore della legalità democratica mi auguro che lo prendano (anzi che, mentre scrivo, lo abbiano già preso), che recuperino la refurtiva e lo assicurino alla giustizia. E, nondimeno, questo rapinatore di banche, visibilmente disarmato ed anzianotto, che per gli spostamenti usa i piedi ed i mezzi pubblici, non può essermi antipatico.
Un maestro di rivoluzione (Lenin, se non mi sbaglio) sosteneva che, per impadronirsi del denaro altrui, c’è un mezzo più facile che rapinare una banca e cioè fondarla. O anche dirigerla – aggiungerei io. Il primo a venirmi in mente è quel Fiorani che dirigeva l’orchestra dei “furbetti” del quartierino e che, secondo i pm, tra le altre magagne, passava mazzette a quel Brancher che, per scansare il processo, è stato fatto ministro (“è un padre di famiglia” – ha commentato con cinismo mafioso l’orribile Bossi). 
Quello almeno è andato sotto processo. Ma ce ne sono tanti altri liberi da simili sgradevoli incombenze. Quel Geronzi e quel Profumo le cui banche rifilavano agli ignari risparmiatori le porcherie dei fratelli americani e per queste nobili imprese si attribuivano appannaggi annuali di alcuni milioni. Quelli che riciclavano (e riciclano) i denari di mafia e ‘ndrangheta. Quelli che turlupinavano i clienti con i bond argentini o le azioni di Tanzi. Non so davvero dire chi abbia più gravemente violato la legalità democratica, se costoro o il solitario rapinatore di via Campo di Marte. Io vorrei che anche questi assicurassero alla giustizia, ma so di essere un sognatore.


Da “micropolis on line”, 2 luglio 2010

La "storiella inglese" di Angela Molteni

Ho trovato la storiella nel sito della milanese Angela Molteni. Credo che ne sia l'autrice o forse la redattrice, visto che si tratta di una storiella all'antica, della serie Come ridevano. Io, che sono "d'altri tempi", nonostante l'ingenuità delle trovate (o forse proprio per questo), ho riso di cuore e spero che altrettanto accada ad altri lettori. (S.L.L.)
Un'antica chiesetta a Leves .
Una famiglia inglese, in gita di piacere, visita una graziosa casetta di proprietà di un pastore protestante, che sembra particolarmente indicata per le prossime vacanze estive. Ritornati a casa ricordano però di non aver visto i servizi, e indirizzano al pastore la seguente lettera: "Egregio Sig. Pastore, siamo la famiglia che alcuni giorni addietro ha contrattato l'affitto della casetta in campagna, ma non avendo visto il W.C. voglia cortesemente illuminarci in proposito. Grazie e distinti saluti."  
Ricevuta la lettera, il pastore equivocò sull'abbreviazione W.C. e credendo che lo stagionale inquilino si riferisse alla Cappella Anglicana chiamata Welles Chapel,  pervaso da fervore religioso, così rispose: "Gentile Signore, ho molto apprezzato la sua richiesta, ed ho il piacere d'informarla che il luogo che le interessa si trova a circa 12 km dalla casa, il che è molto scomodo soprattutto per chi è abituato ad andarci con frequenza. Chi ha l'abitudine di trattenersi molto per la funzione, è bene che si porti da mangiare, così potrà restare sul luogo tutto il giorno. Il posto si può raggiungere a piedi, in bicicletta e in macchina; è preferibile andarci per tempo per non rimanere fuori e disturbare gli altri. Nel locale c'è posto per 30 persone a sedere e 100 in piedi. I bambini siedono accanto agli adulti, e tutti cantano in coro. All'entrata a ognuno viene consegnato un foglio, e chi arriva in ritardo può servirsi del foglio del vicino. I fogli devono essere utilizzati anche le volte successive per almeno un mese. Vi sono amplificatori per i suoni affinché si possano udire anche dall'esterno. Vi sono inoltre fotografi specializzati che scattano fotografie nelle pose più disparate in modo che tutti possano vedere queste persone in atto tanto umano. Tutto quanto si raccoglie viene poi dato ai poveri. Distinti saluti, il vostro amico Pastore." 

dal http://www.antoniogramsci.com/angelamolteni/index.html 

23.10.14

Moishe in paradiso. Una storiella ebraica

Moishe viene chiamato in paradiso.
"In terra sei stato un buon Ebreo," dice l'Eterno "che cosa vorresti che ti regalassi? Dimmelo, lo otterrai subito, ricorda soltanto che il tuo peggior nemico riceverà il doppio di ciò che ricevi tu." 
Sorridendo, Moishe implora: "Toglimi un occhio".

da Storielle ebraiche (a cura di Ferruccio Folkel), Rizzoli, 1988


Il monaco cristiano e il musulmano. Racconto popolare arabo

Da un Oscar degli anni Ottanta del secolo scorso, curato da Elisabetta Console, Carla Gutermann e Silvia Villata riprendo un raccontino arabo-islamico sulla tolleranza. Si ricordi che Gesù è considerato un gran profeta dal Corano e dall'Islam e che quando lo si nomina, si aggiunge sempre la formuletta propiziatoria: «Salla Allah 'alaìhi wa sallama = Allah lo benedica e gli conceda salvezza». (S.L.L.)

Una domenica, giorno di festa per i cristiani, un monaco pregava in chiesa e spiegava l'insegnamento di Gesù figlio di Maria (su di lui sia la pace di Allah). Leggeva:
«Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, porgigli la sinistra.»
Il devoto musulmano Mustafà entrò in quel momento e, avvicinandosi al pulpito, schiaffeggiò il monaco sulla guancia destra.
«Ti perdoni Iddio» esclamò il monaco. «Perché mi hai schiaffeggiato?»
«Zitto» ribatté il musulmano «porgimi l'altra guancia secondo il tuo Vangelo e non borbottare.»
Il monaco eseguì.
Qualche tempo dopo, il monaco andò a visitare Mustafà e gli diede un sonoro paio di schiaffoni.
«Ti perdoni Allah! Perché mi hai fatto questo?» domandò Mustafà. 
«Zitto» ribatté il monaco « perché nel tuo Corano è prescritta la legge del taglione.»

da Racconti popolari arabi, Oscar Mondadori, 1985

Achille e Patroclo (Iliade, IX, 182-191). Traduzione di Salvatore Quasimodo

Achille medica Patroclo. Pittura vascolare attribuita a Sosia (V secolo a.C.)
Andarono lungo la riva nel rumore del mare
alzando molte preghiere al dio che scuote la terra
per piegare più facilmente il cuore di Achille.
E arrivarono alle tende e alle navi dei Mirmìdoni.
Achille suonava la cetra dal ponte d'argento:
bella, ornata, preda di quando distrusse Eezione.
Cantava glorie di eroi, e solo Patroclo in silenzio 
gli stava di fronte, attento se finisse quel canto.

Occhi turchini. Una poesia di Stanislaw Wispianski (Cracovia, 1869-1907)

Stanislaw Wispianski, Autoritratto
Vennero tre fanciulle ad un pastore
nella foresta solitaria, ombrosa:
una gli offerse un elmo da soldato,
un'altra un filo di coralli rosa;
la terza, nulla - lo guardò soltanto
perché giovane egli era e bello tanto.

«O bel pastore, disser gaiamente,
siam discordi, e tu devi giudicare
quella che sia di noi la più piacente
sovra un letto di pelli a carezzare.»

Sorrise ai doni e alle fanciulle, e alzato
il dito il pastorello ad indicare:
«Te, disse a quella che l'avea guardato, 
Te, che hai gli occhi turchini come il mare.»

in Poesie d'amore d'ogni tempo e paese (a cura di Guido Davico Bonino) - Oscar Mondadori, 1980

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