26.3.19

Pellegrini e viandanti (Francesco M. Cataluccio)

Due sono i modi di stare al mondo: da pellegrini o da viandanti. I primi hanno un traguardo sicuro e vanno, seppure con qualche comprensibile esitazione, diritti per il loro percorso. I viandanti invece perdono quasi subito la strada maestra, non hanno ben chiaro l'obiettivo del loro movimento, per curiosità o timore, imboccano altre vie, passano per itinerari e paesi lontani, spesso tornano sui propri passi. Forse, come disse Samuel Beckett a Charles Juliet, tutti dobbiamo trovare la strada sbagliata che ci conviene.

da Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo, Sellerio 2010

Ieri, oggi e domani. Carmela Ferro, detta «Marechiaro», che partoriva figli per evitare la galera (Monica Bottino)

Carmela Ferro negli anni 60 del Novecento
Carmela in galera non ci andò. Non subito, almeno. Restò libera per anni. Grazie ai suoi figli, dieci, portati in grembo uno dopo l’altro per amore, sì, ma anche per sfuggire al carcere. Per evitare quella cella che aspettò invano per anni una donna, contrabbandiera magari, ma pur sempre una madre. Che la legge protegge dalla galera. E lei, Carmela, questa cosa la sapeva bene.
Carmela Ferro, 74 anni, si è spenta due giorni fa nei vicoli di Genova proprio accanto a una dei suoi figli, una di quelli che le sono rimasti. Qualcuno portato via dal destino, qualcuno dalla malavita. Quella malavita della quale lei, napoletana trapiantata nei carruggi, era stata regina incontrastata fino alla fine degli anni Sessanta e anche più avanti. Quando si diceva che nei vicoli di Genova la legge la dettava Marechiaro. Quello era il nomignolo di sua madre, ma poi le era scivolato addosso e le era rimasto appiccicato anche quando era diventata la moglie di Francesco Fucci «Mano ’e pece», boss storico della Napoli trapiantata sotto la Lanterna, un uomo sempre con la pistola in mano.
Il rispetto Carmela, lineamenti fini, capelli biondi e occhi verdi, se lo era conquistato. Tanto che addirittura la sua fama aveva scavalcato gli ambiti ristretti dei carruggi ed era arrivata a Roma, fino a uno come Vittorio De Sica, che la storia di Marechiaro e di come fece venire al mondo i suoi dieci figli, l’aveva fatta diventare un film. Ieri, oggi e domani, il titolo. E Marechiaro aveva ispirato un’indimenticabile Sophia Loren nel ruolo di Adelina, mamma contrabbandiera, moglie di Carmine, Marcello Mastroianni, disoccupato. Adelina-Loren vive a Napoli e per sfuggire alla galera fa figli e ancora figli, vivendo in uno stato di gravidanza perenne. Fino a che...
Come Carmela. Chi la conobbe da giovane dice che bastava una sua parola e Genova, quella Genova che vive da piazza De Ferrari in giù, sotto via Garibaldi fino al mare, si fermava. All’epoca nei vicoli c’era la legge dei boss napoletani e tanti immigrati conoscevano Marechiaro che si beccò 19 mesi per contrabbando di sigarette. I genovesi, invece, non ci andavano nei carruggi, a meno di non abitarci. Allora era un’altra cosa. Carmela era una donna «d’onore». Chi l’ha incontrata negli ultimi anni la descrive ormai come una bisnonna, una signora anziana con molti acciacchi, divenuta anche sensibilmente devota. Una sola cosa restava di quell’antica fierezza. Nello sguardo con il quale guardava i suoi figli, e poi i nipoti e i pronipoti, c’era lo stesso profondissimo amore.
Sulla porta del suo palazzo ora c’è appeso un biglietto attaccato con un fiocchetto viola: «Funerali martedì alle 11», recita. La gente passa indifferente. Marechiaro è un nome che non dice niente ai più giovani e anche quelli di mezz’età hanno i ricordi appannati. Non è più come quando, a decine e decine, i napoletani-genovesi si erano radunati alla stazione per vederla portare via. E tentare di fermare quei poliziotti che dovevano condurla - finalmente - in galera. Era il 1968. L’avevano beccata Carmela, tra una gravidanza e l’altra. Quando non era latitante. «Scappavo, se non restavo incinta», disse lei. E, fiera, salutò i suoi parenti salendo sul treno che la portava a Napoli, in carcere. Una napoletana ha scritto un capitolo nella storia dei vicoli di Genova. Strano. Ma vero. Quel pezzo di Napoli che viveva dietro e grazie al porto oggi è offuscata. E la morte di Marechiaro chiude un capitolo.

il Giornale, 25 ottobre 2004

Fatto ad arte. Manuzio, l’inventore del libro (Pierluigi Panza)

Aldo Manuzio
Dire che Aldo Manuzio (1449-1515) fu “uno Steve Jobs del Rinascimento veneziano”, come suggerito da Guido Beltramini curatore della mostra Aldo Manuzio. Il Rinascimento a Venezia, non è lontano dal vero. Il più noto dei nostri stampatori, del quale sono appena trascorsi i 500 anni dalla morte, sfruttò l’opportunità introdotta dalla stampa a caratteri mobili inventata da Gutenberg per rivoluzionare l’approccio all’universo culturale, sottraendolo a chierici e accademici e liberandolo nei circuiti che la Serenissima metteva a disposizione.
Manuzio – di cui sono in mostra una decina di rare edizioni “aldine” provenienti da Cambridge, Eaton, Manchester, dalla British Library e dalla Vaticana – fu l’ “inventore” del libro e del pubblico del libro. O, almeno il primo che provò a costruirlo. Anzitutto, con lui, realizzare un libro divenne un’arte. Il taglio della carta seguì schemi geometrici che si rifacevano anche agli studi di Luca Pacioli e alle teorie della sezione aurea: in mostra vi è anche l’unica edizione aldina la cui carta non è stata tagliata (dalla Morgan Library). Manuzio diede vita a una sorta di cultura d’impresa: realizzò sia edizioni che volevano essere, nelle dimensioni, user-friendly, cioè stampati in ottavi e in corsivo come il Virgilio del 1501, il primo “tascabile” (prima, il libro, era costituito da grandi fogli che venivano girati su un leggio), sia edizioni in carta azzurrata vendute ad alto prezzo. Inventò il carattere corsivo e, nel De Aetna di Pietro Bembo propose uno dei più eleganti caratteri romani, inciso da Francesco Griffo, al quale si ispirarono in molti, sino a Claude Garamond nel XVI secolo.
Con lui il libro incominciò ad essere distribuito e a viaggiare grazie alla potente rete commerciale della Serenissima raggiungendo anche il mondo protestante. Erasmo da Rotterdam scelse di pubblicare con Manuzio (pubblicò gli Adagia e visse presso di lui a Venezia) perché, con lui, i libri avevano maggiore circolazione. Fu così che, per sinergia si direbbe oggi, Erasmo divenne un “testimonial internazionale” delle edizioni aldine, stampate a due passi dalla Biblioteca Marciana che, dal 1453, anno della caduta di Costantinopoli, divenne deposito dei più importanti codici portati dall’Oriente (come la grammatica greca del Lascaris) dal cardinal Bessarione e altri sapienti in fuga.
In quel crogiuolo di cultura greca, latina, bizantina che divenne Venezia, una città di 150 mila abitanti (tre volte gli attuali, per intendersi) Manuzio mischiò cultura cristiana e pagana servendosi delle immagini, miniando pagine con nuove iconografie riemerse dal passato, e realizzando il primo vero libro ad immagini (per lo più ermetiche e allegoriche): l’”Hypnerotomachia Poliphili” di Francesco Colonna, frutto proibito di ogni bibliofilo. Come lo era Umberto Eco, la cui protagonista del romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana discute una tesi di laurea proprio sull’Hypnerotomachia, che ha offerto spunti anche a Dumas , Perez-Reverte e Roman Polanski.
Stampò classici (Omero, Sofocle, Ovidio, Properzio) e si inventò dei classici. Stampò 1700 pagine del greco Aristotele (in mostra la rara edizione dell’Escorial del 1496) ma inventò dei “classici contemporanei”, bestseller come gli Asolani di Pietro Bembo e l’Arcadia di Sannazaro, ma anche Dante e Petrarca.
La cultura, anche figurativa, fu rivoluzionata da questo impatto. I libri incominciarono a diventare protagonisti anche dei quadri, come nelle tele di Tiziano, Parmigianino, e rinnovarono gli atteggiamenti di un pubblico colto, che si riflette nelle allegorie di Bellini e Lotto, negli ermetismi di Giorgione, nel recupero del classico (“Endimione dormiente”) di Cima da Conegliano. La poesia idilliaca greca che Manuzio stampava favorì una presa di coscienza sull’importanza del paesaggio, che entrò così nella storia della pittura veneziana.
Una parabola straordinaria, quella di Manuzio, durata un ventennio, tra la peste del 1498, un arresto nel 1509, una nuova impresa con il figlio del doge non andata a buon fine, eredi che non ne replicarono il successo. Un ventennio durante il quale, questo il senso dell’esposizione, l’attività di Manuzio (che era nato presso Sarmoneta, in Lazio) contribuì a trasformare Venezia da unica e ultima città “gotica” galleggiante a una repubblica moderna, di cittadini.

Corriere della sera / blog, 23 marzo 2016

25.3.19

La poesia del lunedì. “Mereces un amor”, una poesia attribuita a Frida Kalho, ma – forse – di Estefanía Mitre


Circola nella rete, spesso attribuita a Frida Kalho, in spagnolo e in una traduzione approssimativa, una poesia di cui fonti più autorevoli indicano l'autore in Estefanía Mitre. Di costei in Internet ho rintracciato, oltre a Mereces un amor, qualche altro testo, più spesso recitato che scritto, a mio giudizio di buona qualità, ma nessuna notizia se non il fatto che sarebbe giovane e messicana. Chiunque ne sia l'autore, quasi certamente una donna, Mereces un amor a me sembra una poesia più che bella, con alcuni passaggi di grandissima efficacia. Na colloco pertanto qui una mia traduzione servile, seguita dall'originale. (S.L.L.)


Meriti un amore che ti voglia spettinata
con tutte le ragioni che ti fanno alzare in fretta
con tutti i demoni che non ti lasciano dormire.

Meriti un amore che ti faccia sentire sicura
che possa mangiarsi il mondo, se cammina tenendoti per mano,
che senta che i tuoi abbracci sono perfetti per la sua pelle.

Meriti un amore che voglia sempre ballare con te
che visiti il paradiso ogni volta che fissa i tuoi occhi,
e che non sia mai stanco di leggere la tua espressione.

Meriti un amore che ti ascolti quando canti,
che ti appoggi nelle tue ridicolaggini,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.

Meriti un amore che tolga di mezzo le menzogne,
che ti porti l'illusione,
il caffè
e la poesia.

-

Mereces un amor que te quiera despeinada,
con todo y las razones que te levantan de prisa,
con todo y los demonios que no te dejan dormir.

Mereces un amor que te haga sentir segura,
que pueda comerse al mundo si camina de tu mano,
que sienta que tus abrazos van perfectos con su piel.

Mereces un amor que quiera bailar contigo,
que visite el paraíso cada vez que mira tus ojos,
y que no se aburra nunca de leer tus expresiones.

Mereces un amor que te escuche cuando cantas,
que te apoye en tus ridículos,
que respete que eres libre,
que te acompañe en tu vuelo,
que no le asuste caer.

Mereces un amor que se lleve las mentiras,
que te traiga la ilusión,
el café
y la poesía.

Il maestro di nodi chiamato Aristotele (Mauro Bonazzi)



Quando Dante arriva nel Limbo e vede la «filosofica famiglia», Aristotele è la figura di più alto rilievo: «Tutti lo mirano, tutti onor li fanno». Non era un elogio di circostanza, ma una presa di posizione decisa in favore di un filosofo fino a poco tempo prima guardato con sospetto, accusato di sostenere teorie incompatibili con la verità cristiana. Il suo fascino era troppo forte, la forza dei suoi ragionamenti ineccepibile: Aristotele è colui che ha mostrato di cosa è capace la mente umana, articolando tutte le conoscenze in un sistema completo, che rispecchia la struttura del mondo.
Aristotele stesso, del resto, che non peccava certo di modestia, aveva esaltato a più riprese l’importanza del suo progetto, convinto che grazie a lui il sapere umano avesse (quasi, bontà sua) raggiunto la perfezione.
Conoscere altro non è che organizzare, disporre ogni cosa al suo posto, fare ordine, in modo che le parti e il tutto si tengano e la verità possa finalmente trionfare. Aristotele «il maestro di color che sanno», appunto, come si ripete ogni volta che lo si nomina. Il problema, però, è che quando si celebra troppo si finisce per imprigionare il celebrato in un’immagine di maniera, trasformandolo in una statua: alto sul suo piedistallo, con lo sguardo severo, in una posa seriosa, intento a ripetere qualcosa che non interessa più a nessuno.
Anche questo è successo ad Aristotele, che probabilmente non se ne sarebbe troppo preoccupato, continuando a fare quello che ha sempre fatto: indagare, cercare, analizzare. Perché, come Francesco Ademollo e Mario Vegetti mostrano nel libro Incontro con Aristotele. Quindici lezioni (Einaudi, 2016), questa è la cifra più propria del suo pensiero, un’inesauribile curiosità per tutto quello che ci circonda, e un piacere quasi fisico per la ricerca e la scoperta.
Il sistema, scrivono i due autori, «costituiva semmai un orizzonte tendenziale di unificazione»; ma quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile o volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso»
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà — piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.
Si prenda l’anima. Da scienziato rigoroso quale era, Aristotele aveva costruito un intero trattato per spiegare che l’anima esprime la vita di un corpo, il fatto che un corpo vive: con buona pace del suo maestro Platone non ha senso affermare che è immortale o separata dal corpo. Era una tesi ragionevole, che rispondeva all’esigenza di collocare lo studio dell’essere umano all’interno del sistema fisico. Ma davvero noi siamo completamente riducibili al mondo fisico? Tutti i nostri pensieri sono espressione di processi corporei? Platone lo aveva negato: siamo anche altro. Coerentemente a quello che aveva sostenuto nelle pagine precedenti del suo trattato, Aristotele avrebbe dovuto affermarlo. Forse lo pensava pure. Ma non ne era sicuro e alla fine non si risolse, tenendo aperte entrambe le possibilità
Ha fatto male, obietterà qualcuno, perché il discorso risulta incoerente. Ma forse abbiamo noi raggiunto una risposta esaustiva, capace di eliminare tutti i dubbi? Del resto, il problema della ragione umana è ancora più delicato. Noi siamo animali razionali (la definizione, al solito, è di Aristotele). Disponiamo della ragione per orientarci nel mondo e per regolare le nostre relazioni con gli altri uomini: per conoscere e per agire. Sembrano affermazioni scontate; ma le due attività spesso sono in contrasto tra di loro. Per agire, per orientare le nostre azioni, abbiamo stabilito alcuni criteri regolatori: il bene e il male, il giusto e l’ingiusto… Ma questi criteri non sembrano prioritari mentre usiamo la nostra ragione per conoscere il mondo che ci circonda. A volte non fa problema, ma a volte sì, e pure tanto, quando si pensa ai tanti temi sensibili in discussione oggi, dalla clonazione alla ricerca sugli embrioni. Cosa conta di più, allora, la conoscenza o l’azione morale? Quando l’uomo realizza veramente la sua natura di animale razionale: dedicandosi alla conoscenza o alla politica? È il grande dilemma tra la vita attiva e vita contemplativa: Aristotele lo ha posto e ancora oggi se ne discute.
Noi possiamo criticarlo per le sue esitazioni; di certo lui avrebbe sorriso vedendoci annaspare nel momento in cui comprendiamo l’entità delle questioni in discussione, quando ci rendiamo conto che quello che sembrava scontato non lo era. È questa la grandezza di Aristotele, ieri come oggi. Molte delle sue dottrine, dalla difesa della schiavitù al geocentrismo o al finalismo, sono ormai superate. Altre probabilmente lo diventeranno. Ma la lezione di metodo, l’onestà che lo porta a segnalare i problemi che rimangono irrisolti e la pazienza con cui continua a tornarci sopra sono la dimostrazione migliore di cosa è la filosofia.
«Quelli che vogliono trovarsi con le difficoltà risolte prima devono averle affrontate bene, perché la liberazione dalle difficoltà è la soluzione delle difficoltà che si sono affrontate prima; ma non è possibile sciogliere i nodi che non si conoscono e la filosofia aiuta appunto a vedere i nodi che si trovano nelle cose». In un’epoca come la nostra, ossessionata dal bisogno di risposte, sono parole che andrebbero meditate con attenzione.

Il Corriere della sera/La Lettura – 29 maggio 2016

23.3.19

“Ci dev'essere” - “Há-de haver”. Una poesia di José Saramago



Ci dev'essere un colore da scoprire,
un'unione nascosta di parole,
ci dev'essere una chiave per aprire
la porta di questo muro smisurato.

Ci dev'essere un'isola più a sud,
una corda più tesa e risonante,
un altro mare che nuoti un altro azzurro,
un altro tono di voce per cantare.

Poesia tardiva che non riesci a dire
neppure la metà di quel che sai:
non taci quando puoi e non rinneghi
questo corpo casuale in cui non trovi posto.

---

Há-de haver uma cor por descobrir,
Um juntar de palavras escondido,
Há de haver uma chave para abrir
A porta deste muro desmedido.

Há-de haver uma ilha mais ao sul,
Uma corda mais tensa e ressoante,
Outro mar que nade noutro azul,
Outra altura de voz que melhor cante.

Poesia tardia que não chegas
A dizer nem metade do que saber:
Não calas, quando podes, nem renegas
Este corpo de acaso em que não cabes.

21.3.19

Il carteggio Bobbio-Capitini: un lungo appassionato dialogo e molte divergenze (Giuliano Pontara)

A Parigi per un convegno internazionale di cultura. Aldo Capitini, Walter Binni,
Norberto Bobbio, Elena Benvenuti Binni (da "Album Capitini", Aguaplano, 2018)

Aldo Capitini e Norberto Bobbio furono legati da una lunga, salda amicizia i cui semi furono gettati in quello che probabilmente fu il loro primo incontro, avvenuto a Perugia nel 1936 (o forse all'inizio del 1937). Di questa amicizia è un interessante documento la corrispondenza tra i due amici, ora raccolta nel volume Aldo Capitini e Norberto Bobbio, Lettere 1937-1968, scrupolosamente curato da Pietro Polito (Carocci, Roma 2012).
Entrambi furono intellettuali militanti, uomini della ricerca spassionata e del dialogo. Ma le loro strade di ricerca furono molto divergenti e tutti e due le percorsero strenuamente fino in fondo: Capitini la strada della libera ricerca religiosa orientata alla prassi, Bobbio quella del razionalismo critico con una buona dose di empirismo. Capitini è aperto al dubbio: “Tutti quelli che mettono in azione un dubbio metodico compiono un atto legittimo in quanto scartano le opinioni cristallizzate del bene, e risvegliano l'anima alla ricerca, all'ansia del meglio” (Scritti filosofici e religiosi, Protagon, 1994). Ma per il religioso Capitini non si può rimanere costantemente nel dubbio; infatti, nella sua ricerca giunge abbastanza presto ad alcune “persuasioni” che poi non abbandonerà più. Per il filosofo Bobbio, invece, il dubbio è sempre presente, e lui stesso è seminatore di dubbi: “Il filosofo è aperto al dubbio, è sempre in cammino; il porto in cui arriva è soltanto una tappa del viaggio senza fine, e occorre sempre essere pronti a salpare di nuovo” (Elogio della mitezza e altri scritti morali, Pratiche, 1998).
Già in una delle prime lettere, datata 23 novembre 1946, Bobbio scrive all'amico: “Io mi muovo su di una linea diversa, tanto per intenderci razionalista e critica. Ma capisco - e ne ho avuto sempre gran beneficio - la tua posizione religiosa-umanistica”. Cinque anni dopo, in una lettera del 14 agosto 1951, Bobbio ribadisce: “Vedo che le nostre strade sono divergenti: tu sempre più verso l'ideale del filosofo-profeta, io sempre più verso l'ideale del filosofo positivo. Non credere però che abbia rinunciato a comprendere, cioè a gettare qualche ponte per attaccarmi ogni tanto anche all'altra strada. Non credere che non ami più stare a colloquio... coi profeti. Ma preferisco normalmente cose più terra terra, più solide, più ‘pronte a friggere', come direbbe il Cattaneo. Chi sa che un giorno mi convinca che questa mia strada non ha via d'uscita (ne ho sempre un persistente ma vago presentimento). Ma sono impegnato a percorrerla sino in fondo”.
Capitini seguiva con molta attenzione gli scritti che Bobbio andava via via pubblicando, specialmente a partire da quelli stesi nella prima metà degli anni cinquanta e raccolti nel 1955 nel volume Politica e cultura. Ma nel carteggio i temi salienti sui quali il dialogo tra i due amici verte sono quelli, strettamente interrelati, della riflessione che Capitini va mano a mano svolgendo nei suoi scritti: la religiosità aperta alla “compresenza di tutti”, la nonviolenza positiva, la democrazia diretta (cui Capitini preferiva riferirsi con il termine “omnicrazia”). È in relazione a questi temi che Capitini elabora sempre più le sue “persuasioni” e che Bobbio interroga criticamente l'amico, sollevando problemi che lo “turbano” - il rapporto tra la concezione capitiniana della “produzione corale dei valori” e lo storicismo, il problema del male, la praticabilità della democrazia diretta - e rispetto ai quali, come scrive in una delle sue ultime lettere, rimane alla fin fine “perplesso”. Dopo la morte prematura di Capitini nel 1968, Bobbio ritornerà in modo sistematico sul pensiero religioso-etico-politico dell'amico in due impegnati e impegnativi scritti: La filosofia di Aldo Capitini e Religione e politica in Aldo Capitini, inseriti nel libro Maestri e compagni del 1984, e recentemente riediti in un volumetto nelle vivaci e benemerite Edizioni dell'Asino: Il pensiero di Aldo Capitini. Filosofia, religione, politica, 2011).
Nel pensiero di Capitini la concezione della “compresenza di tutti” è fondamentale, ma è problematica. E si presta a varie interpretazioni. L'interpretazione più comprensibile, ma pur sempre irta di problemi, è quella di un'“apertura nonviolenta a tutti gli esseri”: un'etica che allarga il campo della nostra responsabilità morale verso tutto ciò che vive, onde “ogni creatura senziente è degna di essere felice” e ogni essere non senziente, ma vivente, è degno di vivere e di perseguire il proprio sviluppo, il proprio telos. Per Capitini, la religiosità è senso morale, un senso di “legame” con e “riverenza” per ogni essere vivente, secondo quelli che egli indicava come “i due significati di religione: legare, riverire”. Una religiosità etica che si acquisisce attraverso un processo interiore di “tramutazione”: un concetto tipicamente capitiniano sul quale Bobbio, nel '75, svolse una densa relazione in un convegno molto vivace su nonviolenza e marxismo (il testo della relazione è stato ripubblicato in “Nuova Antologia”, 2012, aprile-giugno). Qui siamo alla radice della concezione capitiniana della nonviolenza come insieme inscindibile di pensiero e azione. La fonte alla quale Capitini attinge sempre più e più ampiamente nell'elaborazione di questa sua concezione è Gandhi, che fin dal 1931 considerò “punto di riferimento e di costruzione etico-religiosa”. Si capisce così perché a Capitini premesse tanto far conoscere direttamente Gandhi in Italia attraverso gli scritti. Ed è proprio a Norberto che Aldo più volte nel carteggio si rivolge insistentemente affinché l'amico si dia da fare presso Einaudi per la pubblicazioni di scritti del Mahatma. “Ti raccomando di seguire se Einaudi stampa qualche cosa di Gandhi. Il mercato è vuoto” gli scrive già in una lettera datata 14 ottobre 1957. Capitini non fece in tempo a vedere la pubblicazione di Gandhi alla quale tanto teneva, che uscì nel 1973 con il titolo Teoria e pratica della non-violenza.
Bobbio prese seriamente la nonviolenza, perché prendeva sempre sul serio le cose che riteneva serie. È in Bobbio, infatti, che Capitini trova fra gli intellettuali italiani uno dei più interessati e attenti interlocutori critici sulla nonviolenza. Entrambi gli amici scrissero pagine di grande interesse e attualità sul problema della guerra e delle vie alla pace. Capitini privilegiò, spendendosi per tutta la vita in impegni pratici, la via della nonviolenza positiva: “Una persuasione che pervade mente, cuore e azione”, “scelta severa e tremenda” che “anticipa di colpo il fine nel mezzo”. Bobbio riteneva più percorribile, ma senza farsi troppe illusioni, la via giuridico-istituzionale che mira alla creazione di un governo mondiale democratico detentore del monopolio della “forza”. Le due vie non si escludono a vicenda e sono ambedue difficili. Ma esistono forse vie facili?


L'Indice, febbraio 2013

Impermeabili alla vergogna. La sentenza della Cassazione e le scelleratezze della Polizia al G8 di Genova (Vladimiro Zagrebelsky)

Genova, luglio 2001. Una immagine della "macelleria
messicana" alla Caserma Diaz (dal sito del La Stampa)

Vladimiro Zagrebelsky, fratello maggiore del Gustavo che fu presidente della Corte Costituzionale, è – come lui – giurista ed è stato magistrato. Tra il 2001 e il 2010 è stato giudice della Corte Europea dei Diritti e, al termine del mandato, nel 2011, è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dal Presidente della Repubblica Napolitano.
Riprendo il suo articolo, vecchio di sei anni, perché mi sembra una storia da ricordare e perché ho paura che certi orrori, nell'attuale situazione politica potrebbero tornare. Il ragionamento di Zagrebelsky andrebbe aggiornato sul punto che riguarda il reato di tortura, che al tempo non era previsto dal nostro ordinamento e ne fa parte dal luglio, dopo l'approvazione della legge che lo istituisce. Ma il testo della legge fu a suo tempo criticato da diverse associazioni che si occupano di tortura, come Amnesty International e Antigone e Luigi Manconi, primo presentatore della legge, l'ha di fatto misconosciuta, rifiutando di votare il testo definitivo al Senato. Disse: «Le modifiche approvate lasciano ampi spazi discrezionali perché, ad esempio, il singolo atto di violenza brutale di un pubblico ufficiale su un arrestato potrebbe non essere punito. E anche un’altra incongruenza: la norma prevede perché vi sia tortura un verificabile trauma psichico. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima?». Nel dicembre dello stesso anno 2017 il Comitato Onu contro la tortura, che prese in esame la legge approvata dall’Italia, la giudicò non conforme alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e ne chiese la modifica. (S.L.L.)


Un commento alla sentenza del 5 luglio 2012 con cui la Corte di cassazione ha definitivamente giudicato i dirigenti e funzionari della polizia di stato, imputati per i delitti commessi nella scuola Diaz di Genova, in coda alle manifestazioni che accompagnarono il G8 del luglio 2001, richiede qualche considerazione per così dire a lato della vicenda penale, o ulteriore rispetto a ciò che i giudici penali, nell’ambito della loro competenza, hanno potuto prendere in considerazione.
Tratterò tre differenti profili della vicenda, che concorrono a giustificare il permanere di gravi preoccupazioni, e anche un persistente senso di vergogna. Mi riferisco al ritardo con cui la giustizia penale giunge a concludere il processo, alla inadeguatezza delle sue conclusioni, all’isolamento in cui la giustizia penale è lasciata, unico e strutturalmente insufficiente luogo in cui lo stato reagisce a ciò che la Corte di appello di Genova, nella sentenza sostanzialmente confermata dalla Corte di cassazione, aveva ricostruito parlando di “tradimento della fedeltà ai doveri assunti nei confronti della comunità civile” e di “enormità dei fatti che hanno portato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero”.
I fatti sono noti. Per giustificare l’irruzione nella scuola vennero portate al suo interno delle bottiglie molotov per attribuirne il possesso ai manifestanti, che vi si erano raccolti e che poi, tutti insieme, furono arrestati. È noto anche che costoro furono minacciati e umiliati dalle forze di polizia, violentemente colpiti, feriti anche gravemente. Decine di persone, molte straniere, furono ferite, due furono in pericolo di vita. Vennero eseguiti arresti di massa, per “riscattare l’onore della Polizia”, accusata di inerzia a fronte delle devastazioni commesse da parte dei manifestanti contro il G8. L’operazione, che la Cassazione definisce “scellerata operazione mistificatoria” lucidamente organizzata, venne condotta sotto la direzione di altissimi funzionari, inviati a Genova dal capo della polizia. L’eventualità che poco o molto di quel che avvenne sia andato oltre le intenzioni dei vertici della polizia non toglie il fatto, purtroppo, che la vicenda sia stata lo sviluppo sul terreno di decisioni prese in riunioni di responsabili della polizia.
Le imputazioni hanno riguardato la calunnia nei confronti degli arrestati, la falsificazione dei verbali di arresto. Le violenze sulle persone hanno dato luogo a imputazioni di lesioni. Mentre il primo blocco di accuse ha portato infine a un certo numero di condanne di dirigenti, funzionari, agenti di polizia, la sentenza ha concluso che i delitti di lesioni personali sono ormai estinti per il decorso del termine di prescrizione.
La conclusione giudiziaria è giunta dopo undici anni dai fatti. Undici anni.
Nel frattempo è morto quello che poteva essere il più importante imputato, il prefetto La Barbera, specificamente inviato a Genova a affiancare o sostituire i funzionari locali, “per ristabilire l’onore della Polizia”, e la maggior parte dei reati si sono prescritti. Le indagini della Procura della Repubblica di Genova furono condotte celermente e efficacemente, pur tra mille inframmettenze e difficoltà. La serie di giudizi, davanti al Tribunale, la Corte d’appello e infine la Cassazione si sono trascinati poi fino alla recente conclusione. La distanza nel tempo (nel frattempo quante cose sono successe!) ha consentito la distrazione con cui la sentenza finale è stata accolta dalle forze politiche, dalle istituzioni e tutto sommato, in rapporto all’enormità della vicenda, anche dalla stampa. La ministra degli Interni, prefetto Cancellieri, vertice dell’amministrazione cui la polizia di stato fa capo, ha tenuto a tessere l’elogio dei funzionari condannati ricordandone l’eccellente curriculum e solo aggiungendo che naturalmente avrebbe dato esecuzione alla sentenza. Il capo della polizia, succeduto a De Gennaro nel frattempo più volte promosso e anche sottosegretario del governo Monti, con delega ai Servizi di sicurezza, ha scritto due righe di scuse. Nulla dal parlamento in tutt’altro affaccendato. Silenzio dai partiti della “strana maggioranza”.
Quanto alla sentenza va ricordato che le violenze fisiche, pur accertate e gravissime, sono rimaste senza sanzione. Almeno alcune di queste, secondo la Cassazione, hanno avuto la sostanza di ciò che a livello internazionale si chiama tortura. Mi riferisco alla definizione che ne offre la Convenzione dell’Onu contro la tortura, del 1984, che l’Italia ha ratificato nel 1988. Oltre a episodi di vera tortura, nell’assalto alla scuola Diaz se ne sono verificati altri, che costituiscono trattamenti inumani e degradanti, anch’essi vietati dalla Convezione europea dei diritti umani, che l’Italia ha ratificato nel 1955.
La Convenzione Onu contro la tortura impone agli stati di prevedere nel loro sistema penale interno il delitto di tortura, con pene di gravità adeguata, di mettere in atto opera di prevenzione e di assicurare la punizione dei responsabili. Analogo obbligo deriva dalla Convenzione europea dei diritti umani e da quella europea contro la tortura. Ma l’Italia non ha mai introdotto nel suo codice penale il delitto di tortura. La tortura, quindi, come tale, non è punibile in Italia. E rispetto all’obbligo assunto dall’Italia nei confronti della comunità internazionale, non si tratta semplicemente di un lungo ritardo o di una disattenzione. L’Italia ha ricevuto nel corso degli anni una serie di solleciti da parte del Comitato europeo contro la tortura e dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. L’Italia ha espressamente rifiutato di dare esecuzione a quelle raccomandazioni. Nel 2008 il governo italiano dell’epoca ha formalmente dichiarato di non accogliere la raccomandazione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, sostenendo che in realtà già ora la tortura è punita, applicando quando è il caso le norme che sanzionano l’arresto illegale, le percosse, le lesioni, le minacce, l’omicidio. Una risposta capace di trarre in errore il Comitato, come la vicenda delle violenze nella scuola Diaz o l’altra di violenze su detenuti in carcere recentemente giudicata dal tribunale di Asti ben dimostrano. Nessuna di quelle norme ha portato a condanne: i reati di lesioni contestati si sono prescritti, finendo nel nulla.
In parlamento si sono arenate iniziative legislative. Il pretesto è stato quello della necessità di proteggere la polizia da false accuse. Ma le false accuse vanno scoperte e sanzionate nei processi. E purtroppo vi sono anche accuse più che fondate. Ma c’è chi sostiene che solo ipotizzare in una legge che un agente pubblico possa torturare è offensivo per i corpi di polizia!
La giustizia penale, con grave lentezza e danni in itinere, ha concluso il suo lavoro. Anzi, a dire il vero non si è ancora alla conclusione perché il processo per i reati commessi nella caserma di Bolzaneto è ancora in corso. Ciò che avrebbero dovuto fare le autorità politiche e amministrative dei vari governi che si sono succeduti per ristabilire l’onore della nazione e anche quello della polizia – per riprendere espressioni che si leggono nelle sentenze – non è stato fatto.
Funzionari da sanzionare sono stati promossi. Il parlamento ha rifiutato di istituire una commissione d’inchiesta sulle responsabilità politiche e amministrative e si è nascosto dietro lo schermo della pendenza del procedimento giudiziario. Imbarazzo, connivenza, paura. Impermeabili alla vergogna. Anche la credibilità internazionale dell’Italia è toccata. La storia infatti non è finita. Dopo la sentenza della Cassazione, “esaurite le vie interne”, prende avvio la procedura introdotta da ricorsi alla Corte europea dei diritti umani. La sentenza non arriverà subito, ma arriverà con la certificazione europea della responsabilità dell’Italia per aver commesso prima e lasciato impunite poi quelle violenze. L’onore di un paese non si misura solo con l’andamento dello spread.

L'Indice dei libri del mese, febbraio 2013

19.3.19

Non voglio... Una poesia di Vera Pavlova (Mosca 1963)



Non voglio che mi cada addosso un mattone;
voglio morire con calma.
Voglio morire osservando
il corpo che espelle, goccia
dopo goccia, la vita spossata.
Farla passare attraverso me stessa,
come attraverso un setaccio fine fine,
e – alla lunga – tirare un sospiro di sollievo
per non aver scorto nulla sul fondo.

In “Fili d'aquilone”, rivista on line, n. 46, luglio / settembre 2016 - Traduzione dal russo di Linda Torresin

18.3.19

La poesia del lunedì. Primo Levi (1919 - 1987)



Agave

Non sono utile né bella,
Non ho colori lieti né profumi;
Le mie radici rodono il cemento,
E le mie foglie, marginate di spine,
Mi fanno guardia, acute come spade.
Sono muta. Parlo solo il mio linguaggio di pianta,
Difficile a capire per te uomo.
È un linguaggio desueto,
Esotico, poiché vengo di lontano,
Da un paese crudele
Pieno di vento, veleni e vulcani.
Ho aspettato molti anni prima di esprimere
Questo mio fiore altissimo e disperato
Brutto, legnoso, rigido, ma teso al cielo.
È il nostro modo di gridare che
Morrò domani. Mi hai capito adesso?

10 settembre 1983

Il dottor Meyers. Una poesia di Edgar Lee Masters (dall' “Antologia di Spoon River”)

Edgar Lee Masters


Nessuno, tranne il dottor Hill,
fece più di me per la gente di questa città.
E tutti i deboli, gli storpi, gli sventati,
e chi non poteva pagare, accorrevano a me.
Ero il comodo dottor Meyers dal buon cuore.
Ero sano, felice, benestante,
avevo una compagna congeniale, e figlioli adulti,
tutti sposati, e a posto nel mondo.
Ma una notte, Minerva, la poetessa,
venne da me nei guai, piangendo.
Cercai di aiutarla - morì.
Mi accusarono, i giornali mi coprirono d'infamia,
mia moglie morì di crepacuore.
Mi finì la polmonite.

Einaudi 1993 - Traduzione di Fernanda Pivano

17.3.19

Ho capito fin troppo. Una poesia di Rocco Scotellaro (1923 - 1953)



Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere

da Margherite e rosolacci, Mondadori, 1978

Una voce rivoluzionaria. Billie Holiday, lo strano frutto del jazz (Claudio Sessa)


Di tutte le (poche) icone femminili del jazz, certo quella più celebrata è la tragica cantante Billie Holiday, morta a 44 anni nel 1959, la cui voce ancora oggi è considerata inarrivabile. Molti sono i motivi di questa predilezione, qualità artistiche a parte.

Easy Living (1 giugno 1937)
Una vita dickensiana, con uno stupro infantile, un’adolescenza nei bordelli, la rivelazione canora prima dei vent’anni, l’ascesa alle stelle e la ricaduta nella polvere a causa di una tossicodipendenza connessa agli infelicissimi rapporti sentimentali. E poi un’identificazione con i testi del proprio repertorio di cantante che si modificò nel tempo (vi alludono i titoli dei suoi brani che scandiscono l’articolo), soprattutto quando nel 1939 accettò di interpretare Strange Fruit, un song politico che descrive un linciaggio: da quel momento Billie incarnò [a volte controvoglia) le nuove avanguardie della cultura afroamericana, ben prima dell’avvento rivoluzionario del bebop. Ancora, le drammatiche trasformazioni della sua voce, dall’istintiva visceralità degli esordi alla pienezza felina degli anni Quaranta, al ridimensionamento spettrale (ma saturo di espressività) del declino finale.

All Off Me (21 marzo 1941)
Per tutti questi motivi la letteratura su di lei è vasta anche in Italia, a cominciare dalla sua discussa autobiografia, La signora canta il blues (Feltrinelli). Ora per il Saggiatore, che già nel 2007 aveva pubblicato il fascinoso Lady Day di Julia Blackbum, esce l’analisi critica Billie Holiday scritta da John Szwed: di lui sempre il Saggiatore ha tradotto la biografia di Miles Davis So What, minimum fax Space is the Place su Sun Ra e la Edt la breve guida Jazz!. Szwed segue un percorso tematico. Osserva «il mito» della cantante, partendo dalla biografia redatta per lei dal giornalista William Dufty ed esplorandone i vari livelli di «verità», per poi studiarne l’immagine pubblica. Passa quindi alle tappe fondamentali della sua vita, ciò che serve a seguirne il percorso professionale, infine analizza il suo ruolo di cantante. «È strano come molti libri su di lei riservino alla sua musica un interesse secondario», dice nell’introduzione Szwed. Che nelle ultime pagine ribadisce di aver voluto «spostare l’attenzione sulla sua arte», rispetto ai mille pettegolezzi; ma confessa anche di essersi trovato «coinvolto nei dettagli della sua vita così come lei e gli altri li avevano rappresentati». Alla fine, il saggio scolpisce una figura a sbalzo, alcuni lati della quale sono illuminati meglio di altri.

Fine And Mellow (20 aprile 1939)
Si tarda un po’ a trovare il promesso approfondimento musicale: arriva verso metà libro, quando Szwed esplora il modo in cui Billie Holiday piega le singole parole delle canzoni e si allontana creativamente dalla pulsazione ritmica del brano (un procedimento simile a quello che usa lo strumentista da lei adorato, il sassofonista Lester Young). Le molte osservazioni dell’autore sulle peculiarità uniche di questa voce avrebbero meritato di essere esposte con una maggiore sistematicità; e la sezione finale, che passa in rassegna quelle che Szwed identifica come le 4 fasi della carriera di Billie Holiday, non studia con l’analisi dettagliata che ci si augurerebbe il repertorio della cantante. Si tratta comunque di un buon sunto che ripercorre l’epoca della prima affermazione, quella del successo e della maggiore aderenza alle istanze di riscatto sociale, il periodo di un ripensamento legato alle trasformazioni di tutto il jazz e infine i due ultimi album orchestrali, discussi e subliminali, che Murakami Haruki definì «le incisioni del perdono».

Lady Sloga The Blues (6 giugno 1956)
Affascinante è il capitolo (forse complesso per noi, lontani dalle peculiarità dell’industria musicale statunitense, ma appunto per questo di grande interesse) La preistoria di una cantante, sui diversi modelli che il canto popular prevedeva prima che Billie entrasse in scena, trasformandoli potentemente. Vi incontriamo le coon song razzialmente offensive ma poi utilizzate sarcasticamente dagli stessi interpreti afroamericani, le maestose red hot mama (fra le quali Bessie Smith, il grande modello di Billie), le «maschiette» e ancora le appassionate torch singer, nel cui modo di cantare confluivano tradizioni europee come la chanson francese alla Mistinguett e naturalmente alla Edith Piaf, che resta la personalità più vicina a Billie Holiday. A volte Szwed pecca di approssimazione: per esempio quando, per mostrare le pressioni subite durante la carriera, sostiene che la cantante incise i suoi successi «uno straordinario numero di volte» ma conta anche le moltissime, e inevitabili, incisioni dal vivo, spesso pubblicate molti anni dopo la scomparsa della sua interprete. Ma nel complesso la sua indagine è cristallina e al tempo stesso appassionata, due qualità che convivono raramente.

Corriere della sera, 8 luglio 2018

Pino Caruso nel 68



Pino Caruso nell'anno del terremoto, o forse l'anno dopo, raccontò in tv una storiella ambientata a Palermo, che lì diceva di aver raccolto come fatto realmente accaduto.
Erano ancora puntellate per il rischio di crolli le strette viuzze intorno a Piazza Marina e, oltre alle scritte, c'era spesso un vigile urbano ad impedire il passaggio e ad obbligare a percorsi decisamente più lunghi. Diceva: “È molto pericoloso”. Ma certi palermitani preferiscono il rischio alla fatica del cammino, sicché un omino, il cui passaggio era stato impedito dal vigile, era rimasto lì vicino, seminascosto, seduto su uno scalino, in attesa che se ne andasse.
Dopo un po' la guardia lascia passare tranquillamente un tizio. L'omino viene fuori e - fuor di sé - chiede al vigile conto e ragione del suo comportamento. Costui non si scompone e replica: “Che c'entra? Quello ci abita!”.
Forse era solo una barzelletta, ma a chi in quegli anni viveva nella vecchia Palermo appariva credibile. (S.L.L.)

Quando gli inglesi spacciavano in Cina (Carlo Maria Cipolla)



La storia ha radici lunghe. Nel 1492 Cristoforo Colombo scopriva l'America. Nel 1840 navi inglesi bombardavano postazioni militari in Cina dando inizio alla breve ma infame guerra dell'oppio. Ad onta di ogni apparenza in contrario, tra i due eventi esiste un collegamento diretto. Vediamo come.
Dopo il primo entusiasmo della scoperta, gli spagnoli attraversarono un periodo di delusione. Le terre scoperte da Colombo non erano le Indie Orientali con le quali la Spagna cercava una via marittima di comunicazione diretta. Di più. Le terre nuovamente scoperte non parevano offrire risorse particolarmente attraenti. C'erano quindi ragioni sufficienti per riflessioni scettiche e amare. Con la metà del Cinquecento, però, le cose cambiarono drasticamente. Prima in Messico nella regione di Zacatecas poi in Perù nella località di Potosì gli spagnoli scoprivano ricchissimi giacimenti argentiferi, tra il 1550 ed il 1630 favolosi convogli di galeoni spagnoli trasportarono in Europa qualcosa come sedicimila tonnellate di argento.
L'argento che affluì in Spagna vi pervenne per circa un ottanta per cento in cambio di beni che intraprendenti mercanti vendevano nelle colonie alle ricche famiglie dei conquistadores. Per il rimanente venti per cento circa l'argento arrivava in Spagna in pagamento delle regalie pretese dalla Corona spagnola per le concessioni di estrazione del minerale argentifero. Nell'un caso come nell'altro l'argento veniva speso: dai mercanti per l'acquisto dei beni destinati alle Americhe, dal sovrano per finanziare le continue guerre in cui la Spagna si trovò coinvolta nel corso del secolo Sedicesimo.
La Spagna però non possedeva né riuscì a sviluppare un apparato manifatturiero tale da soddisfare l'imponente domanda di beni rappresentata dalla spesa della massa di argento americano. Per cui ricorse all'importazione massiccia di prodotti dalle Fiandre, dall'Olanda, dalla Francia, dalla Germania, dall'Italia e dall'Inghilterra. Di conseguenza l'argento originariamente importato in Spagna dalle Americhe si sparse un po' per tutta l'Europa.
A seguito del viaggio di circumnavigazione del mondo da parte di Vasco da Gama (1498), i portoghesi prima, gli inglesi e gli olandesi poi stabilirono diretti rapporti commerciali via mare con la Cina.
Agli inizi i mercanti portoghesi, inglesi e olandesi si interessarono soprattutto all'importazione in Europa dei prodotti che da secoli l'Europa importava dalla Cina tramite l'intermediazione di mercanti arabi e indiani. Tali prodotti erano essenzialmente la seta e certe spezie. Ma stabilito il contatto diretto e approfondita la conoscenza del mercato cinese, soprattutto gli inglesi e gli olandesi si resero conto che potevano acquistare in Cina altri prodotti che trovavano facile esito sul mercato europeo e che dati i prezzi, potevano assicurare grossi profitti. Questi prodotti erano soprattutto le porcellane cinesi e il tè.
Il tè fu introdotto in Europa nel 1664 quando i direttori della Compagnia delle Indie ne fecero dono a re Carlo II di un pacchetto da circa un chilo. Si riteneva allora che il tè avesse miracolose virtù medicinali e, comunque sia, l'erba aromatica ebbe specialmente sul mercato inglese un successo straordinario. Dall'anno 1720 il tè soppiantò decisamente la seta come principale merce di importazione dalla Cina. In effetti le importazioni di tè da Canton da parte della Compagnia delle Indie passarono da circa 1200 tonnellate, per un valore di 831 mila lire sterline nel 1761, a circa 105 mila tonnellate per un valore di 3 milioni e 665 mila lire sterline nel 1800.
C'è un guaio però. Mentre le importazioni in Europa di prodotti cinesi continuavano a crescere, non c'era prodotto europeo che riuscisse a interessare il consumatore cinese. Letteralmente disperati, i direttori della East India Company inglese e della V.O.C, olandese fecero mille e uno tentativi di penetrare il mercato cinese con prodotti europei. Tentarono persino con stampe e dipinti di natura pornografica. Ma sempre invano. L'unico bene di cui gli europei disponessero che interessava i cinesi e che questi ultimi erano disposti ad accettare in cambio delle loro merci era l'argento americano.
Così le navi della East India Company inglese e della V.O.C, olandese partivano dall'Europa cariche quasi esclusivamente di reales de a odio (monete d'argento spagnuole), rixdaalders olandesi, corone d'argento francesi, talleri d'argento tedeschi, ducatoni e piastre d'argento italiani. La bilancia commerciale dell'Europa con la Cina si dimostrò inesorabilmente e incurabilmente sbilanciata e il grande commercio internazionale si andò configurando nella forma di due flussi in direzioni opposte: argento che dalle Americhe affluiva in Europa e di qui proseguiva per la Cina e in direzione opposta prodotti cinesi che affluivano in Europa e prodotti europei che affluivano alle Americhe.
Il persistente sbilancio commerciale europeo con la Cina rappresentava un continuo rompicapo per i direttori della East India Company e della V.O.C. i quali erano frequentemente accusati dai politici e dall'opinione pubblica dei rispettivi Paesi di impoverire la nazione (non si dimentichi che il credo mercantilista imperante per buona parte del periodo considerato identificava l'abbondanza di moneta metallica pregiata con la ricchezza del Paese).
Fu in questo clima di paradossi che nella direzione della East India Company venne formulato e messo in atto un piano diabolico.
L'oppio era stato introdotto in Cina da turchi e da arabi nel corso del Settimo secolo dopo Cristo. Per lungo tempo vi venne usato a scopo puramente terapeutico nella cura di diverse malattie. Agli inizi del secolo diciassettesimo, però, a Formosa, nel Fukien e nel Kwantung si cominciò a far uso di oppio come stupefacente fumandolo misto a tabacco. Le autorità cinesi non mancarono di notare presto gli effetti deleteri della droga sulle condizioni fisiche e psicologiche dei fumatori.
Nel 1729 un editto imperiale proibiva la vendita e il consumo di oppio. Nel 1796 l'imperatore Chiech'ing ribadiva in termini particolarmente severi la proibizione dell'importazione e del consumo della droga. Da quella data tutto l'oppio importato in Cina vi entrò per via di contrabbando.
Con gli inizi dell'anno 1760 la East India Company elaborò e mise in atto il disegno diabolico cui si è accennato prima. Diede inizio alla coltivazione di oppio in India e introdusse l'oppio indiano sul mercato cinese proponendo l'oppio invece dell'argento come mezzo di pagamento per l'acquisto dei prodotti cinesi. L'esperimento ebbe subito un notevole successo. A seguito del bando imperiale del 1796 la Compagnia inglese si ritrasse dal commercio dell'oppio in prima persona ma continuò a praticarlo tramite mercanti privati che erano costretti ad acquistare l'oppio soltanto ed esclusivamente dalla Compagnia. I profitti della East India Company nella produzione e vendita dell'oppio indiano passarono da 2,4 milioni di rupie nel 1800 a circa 10 milioni di rupie nel 1832 e a circa 15 milioni di rupie nel 1837. Contemporaneamente le importazioni di oppio indiano in Cina passarono da circa 63 tonnellate nel 1767 a una media di circa 315 tonnellate all'anno nel decennio 1821-1830.
Dopo il 1830 l'importazione di oppio in Cina crebbe ancor più rapidamente. L'impiego di clippers più capaci e più veloci contribuì all'aumento del volume del commercio. Inoltre si aggiunsero gli Americani, che dalla fine dell'anno 1820 cominciarono a importare in Cina oppio turco.
A questo punto l'oppio veniva a causare alla Cina un triplice danno. Anzitutto il grave danno fisico e psicologico ai sempre più numerosi fumatori che, una volta trascinati nel gorgo della droga, non potevano più uscirne. Secondariamente, dati i grossi interessi economici in gioco, il contrabbando dell'oppio divenne una potente e diffusa fonte di corruzione nella burocrazia cinese sollecitata dai mercanti occidentali con laute tangenti a chiudere un occhio o anche due sulle importazioni illegali della droga. S'aggiunga che verso il 1840 circa il 20 per cento dei funzionari dell'amministrazione centrale cinese e il 50-60 per cento dei funzionari dell'amministrazione periferica fumavano oppio. Infine le imponenti importazioni di oppio in Cina finirono col ribaltare la bilancia commerciale tradizionalmente attiva dell'Impero Celeste. A partire dal 1820 la bilancia commerciale cinese si fece passiva e l'argento cominciò a fuoruscire dall'Impero. Tra il 1828 ed il 1836 i soli mercanti inglesi esportarono dalla Cina argento per oltre 38 milioni di dollari. Il diabolico piano elaborato dalla East India Company nella seconda metà del Settecento era riuscito in pieno superando ogni aspettativa.
Di fronte a tale disastrosa situazione si delinearono in Cina due tendenze. Una minoranza guidata da due influenti funzionari, Chu Tsun e Hsu Chiù, avanzò la proposta di legalizzare il commercio della droga: secondo i sostenitori di questa tesi, la legalizzazione del commercio dell'oppio avrebbe fatto diminuire il prezzo della droga e quindi eliminato i grossi profitti dei trafficanti; inoltre avrebbe tolto la causa della dilagante corruzione nella burocrazia. Un altro gruppo guidato da Huang Chuh-Tzu, direttore della Corte del Cerimoniale, e da Lin Tse-Hsù si poneva in posizione opposta e invocava inasprimenti severi delle pene.
L'imperatore ed i suoi consiglieri furono per la maniera forte. Il 30 ottobre 1839 l'imperatore dava ordine a Lin Tse-Hsù di recarsi a Canton ed estirpare il traffico dell'oppio. Se si doveva scegliere la maniera forte, quella di Lin Tse-Hsù era la scelta adatta. Lin era uomo deciso, incorruttibile, con un alto senso del dovere e per di più era un organizzatore di prima forza. Lin partì da Pechino con le patenti di Commissario imperiale l’8 gennaio 1839 e arrivò a Canton il 10 marzo. Tra il 10 marzo e il 15 maggio successivo furono arrestate 1600 persone che avevano violato i bandi concernenti il consumo ed il traffico dell’oppio; inoltre furono confiscati 28 mila catties di oppio e 42.741 pipe di fumatori. Intanto il 15 giugno 1839 l'imperatore promulgava a Pechino un drammatico statuto composto di 39 articoli in base al quale chiunque fosse trovato a commerciare in oppio doveva essere condannato a morte per decapitazione e chiunque fosse trovato a gestire case da oppio doveva essere condannato a morte per strangolamento.
Nel luglio del 1838 erano arrivate a Tong Koo Bay le navi da guerra inglesi Wellesley e Algerine. Si astennero da azioni ostili ma il significato della loro presenza era quanto mai chiaro. I Cinesi però, come si è visto, non si lasciarono intimorire e Lin Tse-Hsù si mosse in maniera sempre più decisa. Arrivò a mettere agli arresti domiciliari la colonia di mercanti stranieri e tra l'aprile e il maggio 1839 riuscì ad imporre la consegna di circa 20 mila bauli di oppio oltre a circa 1.170 tonnellate di droga che fu distrutta: il tutto per un valore di oltre 20 milioni di dollari del tempo.
Il colpo era troppo torte per i trafficanti anglo-americani. D'altra parte Palmerston, sotto la pressione di interessi costituiti, s'era già deciso per un'azione di forza. Nel giugno del 1840 arrivò a fronte della baia di Canton la nave da guerra inglese Alligator. Seguirono la Wellesley, la Conovay e la Rattlesnake. La baia di Canton venne bloccata. Il 5 luglio truppe inglesi sbarcarono a Chusan e dopo poche cannonate occuparono la città di Tinghai. Il “Times” di Londra scriveva esultante: «La bandiera britannica sventola per la prima volta su una porzione dell'Impero cinese». Senza possibilità di efficace difesa i cinesi batterono in ritirata. Per salvare la faccia l'imperatore gettò tutta la colpa e la responsabilità dell'accaduto su Lin Tse-Hsii che venne esiliato in una provincia periferica. E l'infame commercio dell'oppio riprese.
Oggi l'Occidente si scandalizza di fronte allo spettacolo di paesi dell’America latina che riforniscono di droga il mercato nordamericano con la complice inazione dei loro governi e dei loro diplomatici. Si dimentica facilmente che poco più di un secolo fa l’Occidente praticò lo stesso infame gioco ai danni della Cina.

Corriere della Sera, 30 gennaio 1989

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